Anche il dolore è normale


More about Mama Tandoori Ero molto curiosa di leggere Mama Tandoori, un romanzo di Ernest van der Kwast edito da Isbn. Mi frenava il prezzo, ma appena l’ho visto tra le offerte Kindle ho colto l’attimo. Era un po’ che aspettavo l’occasione di spiegare perché a me questo libro è piaciuto, anche (o forse proprio perché) leggendolo ho trovato qualcosa di profondamente diverso da quello che mi aspettavo.

Cosa mi aspettavo? Suvvia, mi aspettavo il solito romanzo multietnico di famiglia da ammazzarsi dalle risate, basato su gustosi equivoci e pittoreschi scontri di culture in salsa speziata. Tipo il film East is East, o Il mio grasso grosso matrimonio greco, per intenderci. Invece in questo romanzo si ride, un pochino, ma soprattutto si soffre.

Non tutto è rose e fiori, negli incontri tra culture. E, soprattutto, non tutto è rose e fiori nella vita, in genere. Il personaggio della mamma indiana all’estero, con tutti i suoi tratti grotteschi, più che comico è tragico. Tragico perché dietro i sorrisi ironici leggiamo tutta la sofferenza del figlio, che si sente inesorabilmente bollato da questa figura ingombrante e collerica. Ma soprattutto perché, al di là della macchietta, si legge tutta la sofferenza incolmabile della donna in questione.

In questo dolore lo spaesamento culturale ha forse un ruolo, ma certo non è il protagonista. Rimorsi, angosce, il peso insopportabile di scelte grandi e piccole, ma più ancora il destino comunque difficilissimo di essere anche mamma di un bambino “speciale”. Quello che mi ha colpito di questo racconto per bocca del figlio è forse, più di ogni altra cosa, la capacità di descrivere (sia pure in termini lievi) la propria sofferenza di bambino, ma anche di rendere in qualche modo giustizia (sempre senza indulgervi) alla complessità della mamma, che rompe quasi subito il ruolo di macchietta a cui il genere letterario rischierebbe di relegarla.

Pensandoci, mi ha fatto piacere di trovare tutte queste dimensioni in un libro che parla, in qualche modo, anche di integrazione. Mi è piaciuto vedere raccontato attraverso la figura del padre, apparentemente dimessa e sconfitta, tutto il coraggio che ci vuole anche solo per non rinunciare a priori a una strada comunque faticosa e piena di curve a gomito, dall’esito imprevisto e imprevedibile. Direi che il messaggio che se ne ricava è che in questo mondo plurale ormai tutto siamo destinati a vivere insieme, anche i drammi più intimi e non condivisibili. Perché essere insieme ormai è normalità, una normalità che non si limita a una salsa esotica da tirare fuori da una mensola quando ci serve un sapore originale.

Poi, chiaramente, per vendere un libro così bisogna puntare sulla comicità, agganciarsi a un trend di interesse già costituito. E’ vero che forse, se la presentazione fosse stata diversa, non mi sarei incuriosita neanche io. Ma è anche vero che così si rischia di deludere qualche lettore che di dimensione se ne aspetta una sola e può essere colpito negativamente dalla indubbia componente di “spiacevolezza” (del personaggio e della vicenda). Alcune recensioni su anobii ne sono la conferma.

 

Truffole d’autunno


“Ma quegli alberi… esistono davvero???”. La Guerrigliera contempla incantata le chiome colorate morbide come piumini che sono in qualche misura protagoniste di “Lorax, il Guardiano della Foresta”, ultimo dvd inviatoci in visione dalla Universal. A sottolineare l’urgenza del quesito, mi agitava sotto il naso la splendida matita a forma di truffola, saltata fuori dal pacchetto insieme al film.

Ecco, io adoro la fantasia. Io sono quella che ha fatto scrivere nella ricerca di storia del bambino a cui facevo la babysitter che Cesare aveva conquistato tutta la Gallia tranne il villaggio di Asterix. Io voglio profondamente che nella testa di mia figlia ci sia sempre (a qualunque età) spazio per cose fantastiche, colorate e liberamente fluttuanti. Le truffole mi parevano ottime candidate.

Però… Però mi è venuto in mente che per tutto l’anno a scuola lavoreranno sul tema dell’albero, come ci è stato illustrato con grande serietà alla riunione di classe. Sfere di competenze linguistiche e di manualità. Lavoretti di riciclo del legno nelle sue diverse consistenze. Approfondimento della stagionalità (questo ci è già costato la frenetica raccolta di foglie dell’autunno durata l’intero weekend). Questo pensiero mi ha fatto esitare un momento di troppo. La guerrigliera mi ha guardato con un filo di delusione: “No, vero? Sono solo in questa storia”.

Però è una bella storia. Colorata, lieve, forse un po’ troppo esplicitamente educativa per i miei gusti (ma sono certa che alle maestre piacerebbe). Il mio personaggio preferito? Ovviamente la nonna! Indimenticabile specialmente la scena in cui simula il rimbecillimento totale al solo scopo di esasperare la figlia e lasciare il campo libero alle avventure del nipotino. Non so perché, ma mi ricorda un po’ mia madre…

Metafora


C’è stato un pomeriggio di molti anni fa in cui sono stata scippata, nella via dove abitavo. Avevo una borsa che si portava in mano, con i manici, che mi piaceva moltissimo. Due persone sono arrivate alle mie spalle in motorino, sul marciapiede, e mi hanno strappato la borsa. Io l’ho tenuta, per un po’. Mi hanno trascinato sull’asfalto.

Quel pomeriggio era un pomeriggio di un periodo particolare. Mia sorella era ricoverata, in coma, all’ospedale di Perugia. Ho suonato alla porta, non avevo più le chiavi. Mi ha aperto mio padre, talmente stravolto che non si è accorto che ero in lacrime, sanguinante e con i pantaloni stracciati. Mia madre era in ospedale da mia sorella. Un’altra delle mie sorelle mi ha aiutato, mi ha accompagnato al pronto soccorso e poi a fare la denuncia. La mattina dopo io e mio padre dovevamo andare a Perugia, a dare il cambio. La medicazione me l’hanno cambiata lì.

Un dettaglio che non so collocare in un luogo preciso, ma che è legato a quella sera è che quando mi hanno medicato mi hanno fatto un male cane. Mi hanno spiegato che dovevano pulire la ferita in profondità e quindi hanno dovuto scartavetrare (non è il termine giusto, ma quello era l’effetto) la crosta che si era già formata.

Un dolore così l’ho provato stasera, guardando il film “Lo spazio bianco“. Non sono in grado di spiegarvi tutte le ragioni. Un po’ per pudore, un po’ perché non le capisco bene e fino in fondo neanche io. Certo è che in qualche modo esulavano dal film e andavano a pescare in qualche parte del mio passato che non dimentico, ma non rispolvero volentieri. Come la storia dello scippo, che pure mi ha lasciato una visibilissima cicatrice sul ginocchio.

Il Principe Mezzanotte


Mi piace andare a teatro con Meryem e in questi anni abbiamo assistito a molti ottimi spettacoli. Ma quello di oggi è stato un’esperienza di un livello nettamente diverso. Non esiterei a definirlo un piccolo capolavoro. Un’esperienza completa, curatissima, piena di trovate, un po’ “di paura”, certamente inaspettata sotto ogni aspetto.

Non vorrei dirvi di più, perché la sorpresa è parte importante dello spettacolo “Il principe Mezzanotte”. Che, peraltro, è anche un libro, come vedete dal raffinatissimo sito dedicato a questa.. esperienza. Sono rimasta davvero profondamente colpita da questa romanticissima favola noir, dove non manca una buona dose di comicità. L’interazione con il pubblico poi è talmente spontanea e sincera che credo davvero che ciascuna rappresentazione sia uno spettacolo diverso.

Alla fine del mese vedo che ci sono altre due date a Civitavecchia. Comunque tenetelo d’occhio. E’ adattissimo anche a bambini più grandi di Meryem (e agli adulti!). Ultimo sospiro: aaaah, che musiche!

Cacce al tesoro un po’ eretiche


Non ricordo quanti anni avevo (dovevo essere ai primi anni delle superiori) quando mi capitò sotto mano un libro che parlava in forma molto romanzata di catari, Maria Maddalena, tesori nascosti e Sacro Graal. Quella stessa faccenda che molti anni dopo viene più o meno ripropinata nei polpettoni di Dan Brown. Non posso dire di essere rimasta turbata da quella lettura, ma certamente mi colpì. A distanza di molti anni, dopo trascorsi da biblista e di storica delle religioni, credo di aver imparato che i veri misteri non sono certo questi. I miei studi mi offrivano prospettive ancor più inedite e, allo stesso tempo, facevano crollare alcune convinzioni (se siete tra quelli che credono che chissà cosa ci sia scritto nei manoscritti di Qumran, sappiate che sono terribilmente noiosi). Mi è rimasto tuttavia un interesse per la storia della religione cristiana, eresie incluse, specialmente come sfondo di romanzi gialli e racconti di svelamento di enigmi veri o presunti. Però mi sono fatta più esigente. Polpettoni sì, ma un po’ di decenza e serietà va applicata anche alla scrittura di questo genere letterario senza pretese. Ergo sono solita astenermi dagli autori americani: l’argomento religione non pare proprio nelle loro corde (magari un giorno sarò smentita, ma resto traumatizzata da Dan Brown….). In compenso, da quando ho il Kindle, mi sono dedicata a una serie di letture non disprezzabili per chi ama questo genere letterario e si diverte a seguire misteri che si dipanano attraverso formule ebraiche, iconografie gnostiche e intrighi vaticani antichi e contemporanei. Ecco una piccola presentazione.

Inizio senz’altro da Merkavah, di Daniele Versari (0,99 su Kindle Store). Un esordiente autoprodotto che merita successo. Lettura godibile, accurata, avvincente. Ingredienti: il Duomo di Orvieto, una coppia simpatica, una setta ispirata ai misteri di Mitra, Celestino V e persino… la Sindone. Questo medico poco più giovane di me, che tra i suoi hobby annovera “creare sculture di animali marini con materiali di riciclo”, va senz’altro incoraggiato a continuare a scrivere.

Molto più conosciuto (è stato al secondo posto nella classifica dei libri più venduti in Italia) è  Il mercante di libri maledetti di Marcello Simoni (ex archeologo, storico e di lavoro bibliotecario). Intreccio più classico, ma non privo di guizzi ai limiti dell’enigmistica. Una caccia al tesoro avvincente, anche se lo scioglimento non è forse del tutto all’altezza.

Non italiana ma spagnola è Matilde Asensi, di cui ho acquistato e letto ben due romanzi: L’Ultimo Catone e Iacobus. Il primo è senz’altro il più originale: mi ha colpito molto la figura della protagonista, suor Ottavia Salina, la descrizione degli ambienti vaticani della Biblioteca, che mi sono familiari (mio padre lavorava lì) e anche l’appassionante galoppata attraverso prove iniziatiche ambientate in luoghi a me molto cari (dalla chiesa di S. Maria in Cosmedin alla moschea di Fatih a Istanbul) e rese ancor più avvincenti dalla loro ambientazione contemporanea. Certo, lo scioglimento è assai acrobatico, come accade agli autori che puntano molto in alto nei viluppi della trama. Ma me lo sono goduto tutto, con il sorriso sulle labbra. Iacobus è più classico, di ambientazione medievale: ma è pur sempre un’avvincente caccia al tesoro lungo il Cammino di Santiago, con persino un pizzico di romanticismo che non guasta.

A parte, perché non appartenente allo stesso filone, vi raccomando caldamente Altai di Wu Ming. Si scarica gratuitamente dal sito della Fondazione. Se, come me, avete amato la figura (troppo poco conosciuta) di Gracia Nasi, apprezzerete assai il seguito della storia. Un bellissimo romanzo storico tra Venezia e Istanbul, un viaggio nel tempo e nello spazio capace di rapire pensieri e fantasia.

Vi ho convinto, vero? Allora buona lettura!

Piccolo canguro: una favola per l’inserimento


Piccolo canguro

Durante una delle nostre spedizioni alla piccola e media editoria, lo scorso dicembre, mia sorella Marina mi ha regalato questo libro di Guido van Genechten, che ho subito apprezzato moltissimo. Oggi, rileggendolo a Meryem, ho pensato che è molto adatto a questo periodo dell’anno, in cui le mamme si confrontano con inserimenti a scuola e i relativi distacchi, più o meno sofferti.

Piccolo Canguro è restio a saltar fuori dal marsupio della sua mamma. La mamma cerca di invogliarlo, di stimolarlo, di spingerlo fuori dolcemente. Perché è giusto così, ma anche perché, umanamente, è stanca e non ce la fa più a portare tutto il giorno il peso di un cucciolo un po’ cresciutello. Alla fine anche il cangurino mammone si lancerà nel mondo, nel modo più naturale: saltando dietro a un nuovo amichetto.

Mia sorella mi raccontava di voci – non so quanto fondate – relative al fatto che questo libro, olandese, avrebbe incontrato qualche resistenza prima di essere tradotto in italiano e che sarebbe stato addirittura rifiutato, in quanto poco in linea con l’italica sensibilità, da alcune editrici più famose. Non ho idea se sia vero. Certo è che questo concetto della fisiologica stanchezza della mamma, che nulla toglie alla gioia positiva dell’indipendenza, è certamente uno degli elementi che mi ha reso questo libro dalle illustrazioni deliziose assai simpatico.

Lo dedico a tutti i genitori alle prese con queste settimane di rodaggio. A quelli che si sorprendono a desiderare che i figli crescano in fretta (salvo poi pentirsene, quando crescono davvero). Ai genitori sgarrupati come me, che sentono gli uccelli cinguettare e, nonostante tutta la fatica, provano ancora l’impulso di muovere qualche passo di danza (se non ci vede nessuno).

Il fascino dell’alieno


Avevo in mente almeno tre bozze di post, uno dei quali avevo addirittura annunciato in risposta a questo di Anna. Ma poi è successo che ieri, alla ricerca di una degna ricarica per il mio Kindle (vi ho già detto che lo amo? mi sa di sì), mi sono imbattuta nella trilogia How to be a Brit (composta da How to be an AlienHow to be InimitableHow to be Decadent) di George Mikes.

Chi era costui, diranno i miei piccoli lettori? (che detto così fa tanto Collodi…). Facciamo un passo indietro. Anzi, più che un passo, un salto nella macchina del tempo. Estate del quarto ginnasio (mi pare): mi accingo alla mia prima vacanza studio in Inghilterra, in quel di Cambridge. Di quelle tre (o due?) settimane ricorderò specialmente le serate passate a cucinare pancakes in una specie di sala parrocchiale, un parco divertimenti dove ho scoperto che sulle giostre veloci vado in apnea e alla bisogna svengo e il mio primo acquisto in una libreria inglese. E mica un libro qualsiasi: un Penguin (tascabile, ovviamente). La quintessenza dell’inglesità (mi si passi il termine).

Il libro, che era proprio How to be an Alien, era in un certo senso un libro di testo. Il professore del mio corso estivo ci aveva ordinato di procurarcelo e alla fine di ogni lezione se ne leggeva un brano. E’ una di quelle letture che è letteralmente saltata fuori dalle pagine stampate per fondersi con il mio DNA. Non posso pensare di fare una battuta di spirito, di scrivere un pezzo divertente, di leggere una situazione con ironia senza dover riconoscere una parte di merito a questo giornalista ungherese naturalizzato britannico.

Scrive bene, Mikes, nella prefazione alla 24° ristampa (nel 1958: la prima edizione era stata pubblicata nel 1945): “At the moment I am engaged in writing a 750-pages picaresque novel set in ancient Sumeria. It is taking shape nicely and I am going to get the Nobel Prize for it. But it will be of no use: I shall still remain the author of How to be an Alien“. Non può che essere così. E ora mi sto trattenendo, perché la tentazione sarebbe di copiarvi qui tutte le battute più geniali (ovvero buona parte del libretto), privandovi del piacere di una lettura autonoma.

No, non esiste una traduzione italiana. Sarebbe obiettivamente impossibile. Alcuni brani qui e là sono traducibili, ma decisamente non lo è il libro nel suo insieme. Ma tranquilli, se lo capivano degli studentelli alle prime armi qualcosa vorrà pur dire. Stamattina ho iniziato l’ennesima rilettura, stavolta su uno schermo, e ho provato una gioia simile a quando, incontrando un vecchio amico, si riprende consapevolezza di una parte di se stessi. E ancora una volta ho riso di cuore, sul tram 8, suscitando qualche perplessità negli altri viaggiatori. Se vi viene voglia di leggerlo anche voi, sappiate che se io fossi un messaggio cifrato quelle pagine contengono la chiave per decifrarne buona parte. E poi dicono che le vacanze studio servono solo a fare caciara nei pub.

Letture digitali, corrieri analogici


Dopo tentennamenti durati qualche mese, incoraggiata da mia madre (in realtà curiosa come una scimmia di vedere il marchingegno), mi sono lanciata nell’acquisto di un Kindle. Mi avevano decantato la celerità delle consegne di Amazon e dunque aspettavo fiduciosa. Dopo diversi giorni, vado a tracciare il pacchetto, ancora non arrivato. Smanetto un po’, prima sul sito di Amazon e poi su quello di TNT e scopro, con una certa sorpresa, che l’ordine era stato consegnato. Di più: risultava consegnato a tale “Peri”, quindi verosimilmente a me.

Provo a contattare il servizio clienti TNT, a pagamento. Una vocina registrata prende i dati e sentenzia: “Consegnato in data 6 agosto”. Si, ok, sul sito so guardare anche io. Interazione con umano: impossibile. Rinuncio.

Contatto, tramite web, il servizio clienti Amazon. Un altro pianeta. Mi richiamano in tempo reale. Un fanciullo mi ascolta, promette che verificherà, mi rassicura: “In qualche giorno risolviamo”. Si scusa, si prende tutti i dati necessari e dopo qualche minuto mi arriva una bella mail di riepilogo. Io sono colpita, ma sospiro: mi sa che dovrò rinunciare all’oggetto del desiderio prima della partenza. E invece. Dopo qualche ora mi chiama Cristian, di Amazon. Mi dice che hanno sentito il corriere, che ha regolarmente effettuato la consegna a PIAZZA del CR n. 1a, il giorno 6 agosto. “E perché mai? L’indirizzo da me indicato è VIA del CR n. 1, non 1a”. Un attimo di silenzio. Cristian legge sullo schermo e commenta l’ovvio: “Quindi è un altro posto”. “Già. Come in tutte le città del mondo, una via è un posto diverso da una piazza, sia pur omonima. E qui per la cronaca non abbiamo neanche il portiere”. Cristian si profonde in scuse e mi assicura che faranno immediatamente un’altra spedizione. A me però viene un’idea. “Ma se ci faccio un salto?” “Signora, ci mancherebbe, lei non è assolutamente tenuta…”. Ok, ma tentar non nuoce, no? Conveniamo con Cristian che le speranze sono esili, ma concordiamo di risentirci di lì a una mezzoretta. Parto verso la piazza.

Arrivo al portone e, con un certo disappunto, vedo sul vetro della portineria un biglietto: “Torno tra 10 minuti”. Innervosita attendo, mandando mentalmente improperi all’italica abitudine della siesta.

Ma riavvolgiamo il nastro di un paio di minuti. Mentre percorrevo a ampie falcate via del CR, un attempato signore in jeans ampi e un po’ scoloriti sta percorrendo la stessa carreggiata in senso opposto. Verosimilmente mi sfiora il braccio passandomi accanto. Avete capito bene. Esattamente nello stesso minuto in cui io mi mettevo in cammino, il portiere sostituto di Piazza del CR 1a veniva a restituire il pacchetto alla legittima proprietaria, cioè a me. Ci incrociamo, ignari.

Rieccomi sui gradini assolati del palazzo signorile del Centro Storico romano. Vedo arrivare un signore sorridente che mi fa: “Ci inseguiamo, eh?”. Chiarita l’incredibile coincidenza, lui si affanna a spiegare che gli hanno consegnato tutto insieme, che lui non è pratico e che in effetti ci sono parecchie lettere probabilmente dirette a noi, oltre al mio pacchetto. Armeggia per buoni 6 minuti con la vecchia serratura di legno, temendo con una certa fondatezza di non riuscire mai più a raggiungere la sua postazione di lavoro temporaneo. A me inizia a venire da ridere per l’assurdità del tutto. Alla fine la porta cede. Lui sfodera un pacco di lettere e inizia a leggermi i nomi dei mittenti uno a uno, commentando: “Io questo proprio non lo conosco… e questo?… chissà… l’Ambasciatore A., poi, chi l’ha mai sentito?”. Dopo cinque-sei minuti di educato ascolto, sbircio gli indirizzi e gli faccio notare che comunque sono tutti per piazza del CL, ergo nessuno mi riguarda. “Ah, ok”, mi fa lui un po’ deluso. “E il pacchetto?”. “Ah, ma quello gliel’ho lasciato in ufficio”. Ovvio, no?

Saluto, ringrazio, rassicuro Cristian, che si è sciolto in enfatici ringraziamenti sia al telefono che per mail, dichiarandosi mio eterno schiavo per qualunque tipo di assistenza tecnica o commerciale su Amazon (“Chieda di me, sarà davvero un piacere. Spero di essere di turno al momento giusto”). E ora io guardo questo elegante oggetto grigio e sento un brividino di soddisfazione corrermi lungo la schiena. E’ stata un po’ articolata, ma tutto è bene quel che finisce bene. Lesson learned: TNT è una iattura, Amazon Italia effettivamente ha un servizio clienti di buon livello.

Sabato con le balene


“Ma le balene hanno bisogno di respirare fuori dall’acqua?”. A Nizam sembrava sfuggire il presupposto essenziale per cogliere l’intera trama di “Qualcosa di straordinario“, omaggio estivo del progetto Mamma Blogger Club di Universal. “Ma certo, papà. Non vedi che fanno gli spruzzi? Così loro respirano. Me l’ha detto Barbazoo”. E poi dicono che i cartoni di RaiSatYoyo non sono educativi. Meryem comunque di lì a poco si è stufata e si è messa a disegnare e scrivere sul quaderno del film, che oggi si è portata anche con sé nella sua trasferta settimanale in campagna. In effetti a cinque anni è ancora presto per seguire una trama del genere, che invece io e Nizam ci siamo goduti, debitamente sbracati sul divano.

Non avevo letto recensioni brillanti di questo film (Mymovies addirittura gli attribuisce una sola stella), quindi ammetto che non nutrivo grandi aspettative. Invece mi sono dovuta ricredere. E’ certamente un film leggero, adatto a tutta la famiglia, ma offre anche alcuni spunti di riflessione non banali, al di là della facile commozione che la storia della famiglia di balene non manca di suscitare.

Credo sia un’ottima dimostrazione di come una straordinaria successione di casualità (il telegiornale nazionale che deve riempire un buco di un minuto e mezzo) e di interessi complessi e apparentemente contrastanti abbiano concorso a trasformare un episodio come tanti ne avvengono senza che nessuno lo sappia in un caso straordinario, per cui mobilitare l’esercito e la diplomazia internazionale. Mi è piaciuto vedere l’attivista di Greenpeace (Drew Barrimore) dipinta con tutti i suoi limiti, che deve necessariamente imparare a mettere da parte perché l’operazione vada avanti: protagonismo, tendenza a giudicare moralmente gli altri, incapacità di comunicare in modo efficace. Interessante la scena in cui l’odiosa reporter a cui rimprovera di avere a cuore solo l’audience le fa notare che sì,  lei avrà pure a cuore le balene, ma è l’audience che fa muovere i politici, che alla fine – pur non interessati alla causa in sé – ne rendono concretamente possibile la risoluzione. Bella anche la scena in cui l’ex fidanzato che la riprende con la telecamera le trancia brutalmente il discorso catastrofista da manuale dell’ecologista arrabbiato e la provoca affinché dica invece ciò che “il pubblico” vuole sentire: empatia, emotività, poesia.

Non ci sono nel film personaggi troppo buoni o troppo cattivi. Ci sono personaggi sgradevoli, antipatici, ma nessuno è caricaturale. Persino il petroliere, che all’inizio si candida a rivestire il ruolo di Satana, a modo suo mostra aspetti meno banali nello svolgersi della vicenda. Stupendi i piccoli imprenditori del Minnesota, piombati dal nulla e adottati da una squadra come minimo eterogenea.

Si sorride, ci si commuove e ci sono anche spunti per una bella chiacchierata in famiglia, magari davanti a un bel gelato.

Zoomarine, seconda


In spregio delle più elementari regole del buon senso, abbiamo scelto un sabato di luglio per la nostra seconda visita a Zoomarine, Torvaianica. La prima visita risaliva a un paio di anni fa e ci aveva lasciato entusiasti. La replica di ieri ha visto Meryem molto più partecipe e, nonostante noi fossimo peggio disposti e male accompagnati (avevamo a rimorchio un nipote di Nizam di umore adolescenziale lagnoso e una giovane cognata molto inadeguatamente abbigliata), mi sento di promuovere comunque il parco come meta di famiglie con bambini. Costosetto, certo. Ma girano vari sconti e promozioni (noi avevamo un biglietto adulti gratuito per ogni intero pagato) e alla fine, per una volta, l’esperienza vale nel complesso il prezzo del biglietto (25 euro biglietto intero e 18 ridotto, gratuito solo bambini sotto il metro). Magari con l’accortezza, nonostante i divieti, di portarsi qualcosa da mangiare e da bere, per tagliare un po’ sugli extra (nessuno ci ha mai controllato gli zaini).

Comunque non abbiamo trovato il carnaio che temevo. La biglietteria apre alle 9:30, l’ingresso è alle 10. Noi ieri siamo arrivati alle 10 spaccate e in 5 minuti eravamo dentro, nonostante l’arrivo in concomitanza con la navetta gratuita da Termini. Ricordo però che l’altra volta (di giugno, mi pare) era più affollato. Gli spettacoli base sono cinque: delfini, pinnipedi (foche!), pappagalli, rapaci e tuffatori. Ciascuno spettacolo dura una mezzoretta e viene ripetuto due volte nel corso della giornata. L’area è piuttosto raccolta e raggiungere le sedi dei vari spettacoli non è un problema. Per avere i posti migliori (nel caso di ieri, all’ombra) è sufficiente prendere posto con un po’ di anticipo. Accessorie ci sono altre attrazioni che non abbiamo visto (dinosauri, cinema 4D che però mi dicono essere sconsigliato per bambini sotto i 6 anni) e qualche giostra, per piccoli e grandi. In alcune ci si bagna ben bene, quindi è consigliabile girare in costume o comunque con abbigliamento consono (se le si vuole provare). Ma col caldo non è un gran problema. Ieri abbiamo fatto provare a Meryem il suo primo ottovolante, lo squalotto, giusto un paio di giri per i più piccini.

La piscina, pensata specialmente per i bimbi e molto ampia, è chiaramente presa d’assalto, specialmente per quanto riguarda i lettini. Per me ieri il soggiorno in piscina non era una priorità, visto che comunque ci si può arrangiare con soluzioni casarecce tipo asciugamano steso sulla pedana di legno. Volevamo fare giusto un tuffo all’ora di pranzo e così abbiamo fatto. Lo spettacolo migliore in assoluto è quello dei delfini, anche un po’ didattico (tutti gli spettacoli hanno anche questo risvolto, in realtà). Carino e spiritoso anche quello delle foche (Nizam commentava, a ragione, che la foca femmina californiana ha un fisico da paura – “un po’ come le umane”). L’altra volta avevo gradito molto i pappagalli, che stavolta non abbiamo fatto in tempo a vedere (purtroppo gli orari di Nizam ci hanno costretto a rientrare alle 14:30, ma potendo restare fino alle 18 ci entra tutto comodamente). I rapaci sono molto belli da vedere, anche se l’esibizione non è particolarmente spettacolare. I tuffatori sono bravi, ma la coreografia della scorsa volta era nettamente superiore e più scenografica (pure troppo: culminava con uno che si dava fuoco, per dire!), ieri era più banale.

Il vantaggio dei nostri orari insoliti è certamente il fatto che ci hanno permesso di evitare del tutto il traffico del rientro, da non sottovalutare. Noi in 15 minuti eravamo a casa…