Antigone: la solitudine e la bellezza


“Mi trascinano per questo viaggio inevitabile, così, illacrimata, senza amici, senza sposo. Mi tolgono questa luce bella, il sole sacro. Quale pianto umano, quale voce amica gemerà sulla mia sorte?” 

L’Antigone di Sofocle è un testo che ho studiato, amato e rimuginato a lungo all’ultimo anno del liceo. Ma che poi si è riaffacciato, qua e là, in momenti diversissimi della mia vita. Questo è uno di quei momenti. Giorni fa, al lavoro, abbiamo ricevuto una mail. Un ragazzo rifugiato, uno di quelli che probabilmente abbiamo incrociato in uno o più dei nostri servizi, è morto. Lui era solo qui. Rimandare il corpo in patria, a sua madre, sarebbe un gesto minimo di civiltà. Che però costa, molto. La Croce Rossa Internazionale coprirebbe parte dei costi (circa la metà), ma il resto? Gli operatori che l’hanno più seguito e conosciuto chiedono a tutti di contribuire, perché si raccolga la cifra in questione. Io, da quando ho letto questo appello, mi sento combattuta. Da un lato la mente pratica dice: ci sono tanti, troppi vivi, che non hanno neanche l’indispensabile. Spendere qualche migliaio di euro per un morto suona come un tragico lusso. Dall’altro però non posso non vedere l’altro lato della medaglia: una madre che non può seppellire suo figlio perché non può permetterselo. Una forma ulteriore di abbandono, di oblio. La lontananza che si perpetua nel negare, di quel figlio perso, persino una sepoltura. E’ qui che ho pensato a Antigone. Una che per una sepoltura si è fatta seppellire viva. Ne valeva la pena? Beh, risponderebbe qualcuno, magari non è proprio per il cadavere, ma per una questione di principio. La legge, la coscienza… Io lo seppellirò. E poi sarà bello morire. Cara a lui riposerò con lui a me caro. E avrò compiuto un delitto santo. Il tutto per dire che non lo so davvero come la penso, anche su questo. E’ difficile essere pratici in queste cose. Penso a cosa proverei se quella madre fossi io. Ma tanto non lo saprò mai, questo. Un altro esercizio ozioso.

Però Antigone è ricomparsa nella mia vita e con essa il tema che più mi folgorava, al liceo, quando leggevo il testo greco: la solitudine. La solitudine, da adolescente, mi affascinava e mi terrorizzava come un crepaccio cattura lo sguardo di chi soffre di vertigini. Oggi, a tanti anni di distanza, la solitudine ha acquistato tante diverse sfumature e tutte molto distanti dalle mie piagnucolose serate di liceale. Ancora una volta il pensiero corre ad alcuni rifugiati. Quasi tutti loro sono soli, per buona parte della loro esperienza qui. Ricordo un quadernino di un ragazzo curdo di 19 anni che frequentava la scuola di italiano, tanti anni fa: una pagina intera era riempita con la parola yanliziyim, “sono solo”. Però la solitudine si accentua in alcune situazioni estreme. Un ragazzo afgano ha avuto un ictus, è stato in coma, ora si è risvegliato e è in ospedale. Nessuno lo va a trovare, non ha nessuno. Una professoressa del corso serale che frequenta si fa in quattro per andare di tanto in tanto, per informarsi dai medici anche se non potrebbe. Diciotto anni, solo al mondo, qui. Lo stesso è successo a un ragazzo egiziano, l’estate scorsa. Le mie colleghe, che avevano fatto con lui due o tre colloqui di orientamento, erano tra le persone che avevano con lui legami più stretti, qui a Roma. Lo ricordano sperduto in un letto di corsia, confuso e disorientato, completamente perso. Il recupero sarebbe stato difficilissimo. Nessuno gli parlava. Un altro ragazzo, afgano, quella stessa estate non ce l’ha fatta. E’ affogato, incomprensibilmente, su una spiaggia del litorale romano. Roba che se uno pensa a quello a cui era sopravvissuto, più che ad Antigone pensa a Samarcanda.

Del resto la stessa solitudine colpisce, a volte, chi più si spende a fianco di queste persone dimenticate. Penso a uno stimatissimo collega che, ricoverato in ospedale per una malattia grave, è stato di fatto assistito solo dalle colleghe di ufficio. Preso dalla causa, noto a tutti, coordinatore di reti nazionali, non ha una famiglia e, alla fin fine, condivide nei fatti (pur nella diversità delle situazioni) la condizione di coloro per cui tanto si spende.

A conclusione di questo quadro piuttosto fosco, volevo invece parlarvi di un libro che mi ha molto colpita: questo. Un libro che vorrei che mia figlia leggesse, appena sarà in età per farlo (diciamo alle medie, o forse anche agli ultimi anni di elementari). Si parla di lotta alla mafia, ma anche di molto altro. Un passo in particolare mi pare molto efficace. Bregantini usa l’immagine del lupo di Gubbio (la sapete la storia, vero? altrimenti ascoltatevi la canzone di Branduardi, come consiglia lo stesso vescovo) per raccontare ai ragazzi delle scuole la mafia: “Certo, sono necessari degli adattamenti: i mafiosi non uccidono per fame. Però è vero che, oltre ai boss che si spartiscono le grandi ricchezze degli affari illeciti, ci sono i tanti ‘manovali’ della ‘ndrangheta che vivono di briciole […]. Dal vivere ai margini a mettersi consapevolmente ai margini il passo è breve. Per questo l’antimafia non è fatta di eroi solitari. Occorre una comunità – come a Gubbio – per vigilare sul male e prevenirne gli attacchi, ma anche per riconoscere le situazioni in cui il male affonda le proprie radici e per trovare il modo di risanare il terreno. Non basta un prete, un vescovo o un Saviano […] Per combattere la mafia non basta denunciare le negatività – come fanno Saviano e altri autori – che conoscono i fatti in maniera approfondita e fanno benissimo a descriverli con la necessaria crudezza. La loro chiarezza e lucidità ci aiuta a capire. Ma non basta! A noi – Chiesa e società civile, tutti e ciascuno – tocca il compito di andare oltre, di raccontare e valorizzare il positivo che già c’è, di seminare il bene e il bello, altrimenti si rischia di rimanere schiacciati dall’orrore”. Il contrario della solitudine sterile e potenzialmente pericolosa è, sorprendentemente, la bellezza. Sottrarre all’incuria, valorizzare il bello,  insegnare ad apprezzarlo è uno delle vie più efficacia per consolidare la speranza e, con essa, il tessuto sociale. Nelle prime pagine Bregantini parla della cattedrale normanna di S.Maria Assunta Gerace, in cui l’architettura è talmente raffinata che i raggi di luce penetrano nel tempio seguendo percorsi precisi a seconda delle ore del giorno e del calendario liturgico, in modo che il 15 agosto, giorno dell’Assunzione, il sole colpisce esattamente il centro del presbiterio. Un po’ come accadeva in certi templi egiziani, che hanno sempre colpito la mia immaginazione pur non avendoli mai visti. Io a Gerace sono stata più volte, ma questa cosa non la sapevo. Questo credo che sia il punto dell’apprezzamento della bellezza di cui parla Bregantini: non si tratta solo di goderne individualmente, in solitaria contemplazione, ma di condividerla e restituirla al territorio, ridando dignità a tutti coloro che ci vivono. Troppo astratto? Forse. Ma si parla anche di cooperative, di logiche di sviluppo, di idee concrete e tangibili. E’ un libro pieno di affetto e stima per la terra di mia madre, quella Calabria dove alle volte il concetto di destino soffoca ogni possibile cambiamento. E mi commuovono le sottolineature, a matita, di una donna che quella terra l’ha abbandonata a 19 anni, pur senza cessare mai di amarla profondamente. In quei segni sobri la vedo annuire, sospirare, ricordare e anche sperare in quei giovani in cui ha sempre riposto tutta la sua più sincera fiducia.

Più precisamente


Leggo in rete il seguente status di Concita de Gregorio, che vale la pena di riportare.

E’ bastato leggere qualche post in giro per la rete per avere un’idea di quale potesse essere una manovra più giusta, semplice e gradita al popolo:
. Riduzione spese militari
. Riduzione spese e privilegi della politica
. Tagli ai vitalizi
. Patrimoniale una tantum per redditi sopra i 100mila euro
. Tassa del 10-15% sui capitali scudati
. Equilibrio dell’Irpef per le fasce più alte
. Eliminazione dei finanziamenti ai partiti
. Tracciabilità dei pagamenti sotto i 300euro
. Leggi pesanti per gli evasori
Tutte queste manovre avrebbero reso contento chiunque, a costo zero e (per la maggior parte) di lunga durata. Era così difficile? Magari bastava un giro in rete…

Concita de Gregorio

Obiezioni simili a queste si leggono un po’ ovunque, in rete. Tutto giusto, applausi. Ma credo che sia un po’ troppo facile adesso fare un’obiezione del genere, specialmente se negli ultimi venti anni si è stati impegnati in politica, in qualsivoglia modo. Certo che sono d’accordo. Posso anche aggiungere alla riduzione delle spese militari quelle per la sicurezza e per le misure, folli quanto sostanzialmente illogiche, di contrasto all’immigrazione clandestina. Manca da questo elenco l’ICI della Chiesa Cattolica e compagnia bella, che di diritto dovrebbero entrare in questo tipo di rivendicazioni.

Però corre l’obbligo di ricordare che l’Italia è finora sempre stata governata da governi democraticamente eletti. Governi che, anche quando avevano usato alcuni di questi temi in campagna elettorale (in forma molto, molto più soft), al dunque hanno sempre giudicato poco opportuno procedere in tal senso. La prudenza, il realismo, la stabilità, i tempi non sono maturi. Anzi, svariati governi precedenti (non solo uno, come erroneamente talora si legge) hanno costruito articolati quanto poco trasparenti accordi con lo stesso Gheddafi di cui ora si saluta con soddisfazione la dipartita (che anch’essa, come pure gli accordi e i relativi “risarcimenti”, è costata al nostro Paese cifre spropositate e irragionevoli).

Possiamo davvero seriamente dirci sorpresi che il governo Monti non abbia messo mano a quello che decenni di politica bipartisan non solo non hanno contrastato, ma hanno anzi pervicacemente costruito? Pensavamo che fosse arrivato il Messia, o cosa? Certo che nemmeno questa politica ci può bastare. Anche perché non è e non poteva essere sostanzialmente diversa da quella che ha caratterizzato la storia del nostro Paese da qualche decennio. Non mi piace neanche che si parli di moralizzazione, anche se non avere un presidente del consiglio in odore (intenso) di pedofilia non può che rallegrarci. Si tratta di darsi un tono di decenza, di porre un freno all’invedibile e all’indicibile. Poi sta a tutti noi cittadini capire se si può approfittare di questa, chiamiamola così, discontinuità per costruire una vera alternativa, dicendo chiaramente in faccia a chi ha preteso di rappresentarci che ci aspettiamo che faccia un passo indietro, chiunque sia. Ma il deus ex machina non possiamo proprio pretenderlo. Non dopo essere stati a guardare, magari osando persino riderci sopra, le sconsideratezze degli ultimi anni.

E però lo dico


Ne sento di tutti i colori su questo nuovo governo. A mio tempo anche io ho detto e scritto che questo sistema di subentro non era bello e che probabilmente c’era poco da rallegrarsi. Continuo a pensarlo. Condivido le preoccupazioni per la stangata, ma molto meno quelle dei fautori della teoria del complotto delle banche o dei cattolici. Magari non sono abbastanza informata. Però voglio dire qui, nero su bianco, che ogni volta che sento parlare Mario Monti non posso non provare un moto di sollievo. Parla con grande proprietà. Ha stile. E’ arguto. Non alza mai i toni. Pensa. E’ evidentemente intelligente. E’ molto ben educato, ma non compiacente. Ha una voce bellissima. Magari lo avessimo eletto noi. Non lo avremmo eletto mai. Non l’avrebbero fatto candidare mai, uno così. A prescindere.

Ho letto questo post, che condivido, sulla bellezza della frase “Commuoviti, ma correggimi”. Una frase che esprime delicatezza e rispetto per la collega, una frase volta a sottolineare davanti al mondo che non è un po’ di emotività a sminuire in alcun modo la persona e il suo valore. E’ stata una frase corretta e anche generosa. Ancora una volta, a prescindere. Credo che gli uomini italiani, dopo moltissimo tempo, abbiamo avuto un esempio pubblico di corretti rapporti tra uomo e donna. Non è poco.

Alti e bassi


Ci sono e ci saranno sempre quei giorni in cui sei al minimo sindacale di genitore e magari un pochino sotto. I giorni in cui di alzarti dal letto non hai nessuna voglia. E men che meno di essere creativa per riempire di meraviglia la giornata chiusi in casa. I giorni in cui a pranzo le prepari avanzi che non le piacciono (e integri di formaggini e yogurth) e a sera le fai due wurstel. I giorni in cui i dvd e anche la televisione sono tuoi amici, anche se non ti piace ammetterlo. I giorni in cui anche i soliti capricci ti fanno più rabbia del solito. I giorni in cui tua figlia, con favoloso tempismo, ti dirà che lei una mamma e un papà non ce li ha perché io me ne vado sempre. Io.

Però anche in quei giorni poi lei alza gli occhietti aggrottati e ti sorride. Il che non fa di te una persona meno scoglionata e arrabbiata. Ma ti ricorda che comunque, anche in quei giorni, nessuno scoglionamento o frustrazione è pienamente paragonabile a quelli vissuti prima del suo avvento. E allora sospiri e ti finisci i wurstel che ha lasciato nel piatto. Anche se sono le sei e mezzo e vorresti, al limite, un aperitivo. Ma poi pensi pure che forse non lo vorresti nemmeno, un aperitivo. Lo pensi solo perché ti suona così. Per recriminare.

Arancina night. Il tutorial


Intanto i fondamentali. Parliamo di arancine. L’arancina è femmina. Se non lo è, i casi sono due: o vivete sul Continente (ma potete essere educati, ad esempio con questo post), o siete della parte sbagliata della Sicilia (in tal caso, spiacenti, ma siete destinati alla dannazione eterna. adieu). Altro elemento: l’arancina è, di sua natura, esagerata. Se siete inclini alla morigeratezza, cambiate post. Potreste non sopravvivere.

Disclaimer: Mi sembra superfluo precisare che non sono una foodblogger. Se mi vedete dal vivo, escludereste a priori che io sia una fashion blogger (assolutamente a ragione). Allo stesso modo, se siete anche solo stati digiuni a casa mia potreste dire con altrettanta sicurezza che io e l’arte culinaria abbiamo poco in comune. Il maestro del seminario “Arancina, Do it yourself” nel fare la spesa non ha omesso di acquistare nemmeno la farina e l’olio. Questa è la considerazione in cui tiene la mia dispensa (e, anche qui, assolutamente a ragione). Quindi per domande e precisazioni, farete in modo di mettervi direttamente in contatto con lui.

I preliminari. Dovrete predisporre, con congruo anticipo, gli elementi costitutivi: risotto, ragù e “besciamellona”. Il tutto in quantità irragionevoli. In cofane pantagrueliche. Non deve avanzare, deve invadervi casa per giorni. Altrimenti non si crea la giusta atmosfera di opulenza che la cucina palermitana richiede. Il risotto lo preparerete allo zafferano, secondo la vostra solita ricetta. Abbiate solo cura di soffriggere abbastanza e di far ammappazzare (non è un termine tecnico, ma credo immaginiate cosa intendo) il riso per 24 ore circa. Il ragù deve essere condito, con piselli e ogni sorta di roba che vi sembra utile alla bisogna (il soffritto, va da sé, è indispensabile). Sul besciamellone non vi saprei dire molto, se non per il fatto che contiene farina, latte, molto burro, tocchi di prosciutto crudo e cubotti di mozzarella. Qui Pietro, in un commento, potrà darvi lumi.

La squadra. Volete tentare l’impresa? Vi serve un team qualificato. Noi abbiamo provato con minoranze etniche quali assiriologi, ittitologi, biblisti. Si sono rivelati all’altezza della situazione (ovviamente alla friggitrice abbiamo collocato strategicamente un non umanista). E poi, ovviamente, serve un capo (meglio se indigeno), sufficientemente assatanato e sadico. Astenersi democratici.

L’assemblaggio. Descriviamo ora il procedimento. Formate una palla di riso, non troppo piccola (per carità). Scavatela al centro e farcitela con l’uno o con l’altro ripieno. Infarinatela accuratamente. Immergete in rosso d’uovo sbattuto. Rotolate la palla nel pan grattato. Ultimato il processo, friggete con decisione. Et voilà, il gioco è fatto. Più che una cena, un’arma impropria. Adatto a satollare grandi e bambini. Per varie generazioni.

Volete cimentarvi anche voi? In bocca al lupo. E per qualsiasi dubbio, scampanellate Giammellaro. Il boss delle arancine è lui.

Vicini di casa


Qualunque cosa accada nel nostro Paese, qualunque strada prendano gli eventi e a prescindere dalle conseguenze che porteranno con sé, noi, discepoli di Gesù, rimarremo solidali di ogni siriano senza guardare alla sua appartenenza politica, religiosa, tribale o linguistica. Ciascuno di noi solidarizzerà con il suo vicino di casa senza scegliere tra vicino e vicino se non per sostenere l’equità e difendere il debole. Prepariamoci dunque a dare rifugio, al momento della prova, al nostro vicino chiunque egli sia, sapendo che nel pericolo non ci darà rifugio nessuno fuorché il nostro vicino, colui con il quale abbiamo spezzato fin dall’infanzia il pane delle gioie e dei dolori.

Paolo Dall’Oglio sj, Appello di Natale 2011

Non so che rapporto voi abbiate con i vicini di casa. Io sono divisa tra il desiderio (teorico) di socializzare e l’incubo di farlo davvero. Però, anche in una grande città come Roma, sento meravigliose storie di vicini di casa che solidarizzano, fanno cose insieme (dalla grigliata di arrosticini alla spesa al GAS), si supportano nella cura di figli e anziani, realizzano persino orti condominiali autogestiti. Mi capita però spesso di pensare a questo paradosso della vicinanza/lontananza. Dell’estraneità a due metri da casa tua.

Anche Nizam, spesso, mi ci fa riflettere. Il vicino di casa, per un musulmano, è una categoria protetta di per sé. Esserci per i propri vicini, a prescindere dalla comunanza di religione o di etnia, è uno dei cardini etici di un buon musulmano, con preciso fondamento coranico (Sura anNisa: “Siate buoni con i genitori, i parenti, gli orfani, i poveri, i vicini vostri parenti e coloro che vi sono estranei, il compagno che vi sta accanto, il viandante e chi è schiavo in vostro possesso”) e abbondanza di aneddoti della vita del Profeta. Sebbene la formulazione della sura sia infinitamente più generica di quella evangelica (nei testi cristiani non ci si limita a raccomandare di trattare bene chi ci è toccato in sorte come vicino, ma persino attivamente a “farsi prossimo”, a prescindere, anche di chi è lontano da noi, fisicamente e spiritualmente) ho la sensazione che questo concetto in molti Paesi a maggioranza musulmana sia preso più sul serio di quanto non avvenga da noi. Nell’esperienza di Nizam questo si traduceva in pasti condivisi, specialmente in occasione delle festività, assistenza in caso di malattia, condivisione di lutti. E’ un fatto anche che, durante la guerra in Libia, Tunisia e Egitto abbiano aperto le frontiere a chi fuggiva, nonostante l’oggettiva delicatezza della situazione dal punto di vista politico e economico. Un precedente importante è stato quello della Siria e della Giordania, che hanno accolto centinaia di migliaia di persone in fuga dall’Iraq (molte delle quali, tra l’altro, di religione cristiana). Trovo quindi intelligente il richiamo di Paolo Dall’Oglio, gesuita e monaco che vive e opera in Siria dagli anni Ottanta: il rischio di una guerra civile devastante c’è, ed è molto concreto. Dall’Oglio (che oggi rischia l’espulsione dal Paese come persona non desiderata) sta facendo appello a tutti i valori condivisi che ancora esistono in quei luoghi, la solidarietà tra vicini in primo luogo. Probabilmente fallirà anche lì, ma non posso fare a meno di pensare che nessuno, in Italia, potrebbe mai pensare di fare leva su questo concetto, oggi. Una volta sì, a giudicare dai racconti dell’epoca della guerra. Mia madre mi parla di persone accolte, nascoste, sfamate, ospitate a prescindere dal credo religioso o politico di chi era accolto e dalla povertà drammatica di chi accoglieva. E quasi ogni narrazione di quel periodo contiene episodi del genere.

Ieri ho partecipato a una conferenza stampa di Medu (Medici per i diritti umani) sui rifugiati che vivono per strada a Roma. Mi sono resa conto che per me si tratta di situazioni note, che sono abituata a considerare e analizzare. Ma così non è per la maggior parte dei miei concittadini. Anche in questo caso si tratta di vicini di casa. Vicinissimi. Penso a i profughi afghani accampati alla Stazione Ostiense. Una storia che dura da molti anni. Se cercate sul web troverete abbondante documentazione. Ma basterebbe aprire gli occhi, quando ci si passa davanti. Si tratta di 100-150 persone accampate a margine di un binario di una delle stazioni più frequentate di Roma. Non è che sia tanto difficile sapere che ci sono. E che tanti, troppi, sono ragazzi di meno di 18, persino bambini, non accompagnati. Da un po’, arrivano anche madri sole con neonati. Stanno lì, messi tra parentesi dalla nostra città. Gli insediamenti “alternativi all’accoglienza”, come li definisce con un favoloso eufemismo un bando del Ministero dell’Interno, sono una questione complicata da risolvere. Tiri un filo e viene fuori un groviglio di problemi, alcuni locali, alcuni nazionali, altri persino europei. Una matassa di leggi, lacune normative, corto circuiti burocratici. Resta un fatto. Lì ci sono un buon numero di nostri vicini di casa, anche se al momento la casa non ce l’hanno. Ho detto, senza alcuna ironia, al Momcamp che mi considero privilegiata perché ho l’opportunità di conoscere alcuni di loro. Sono consapevole di essere sembrata bizzarra, ma vi assicuro che se faceste la stessa esperienza anche voi lo pensereste. Ho visto con i miei occhi signore non più giovani, volontarie della scuola di italiano, andarsi a bere un té in un binario morto invitate dai propri studenti come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Presto però il campo profughi all’Air Terminal non ci sarà più. In pochi mesi aprirà Eataly e la stazione accoglierà i nuovi treni NTV. Una bella notizia, la riqualificazione di un quartiere che certamente merita. Basta con le tendopoli, che offendono la dignità di tutti, rifugiati e cittadini. Ma c’è un piccolo particolare. Le persone da lì, in qualche modo, saranno tolte. Ma le alternative, al momento non esistono. A meno di un miracolo di responsabilità civile congiunta (per cui, a onor del vero, il presidente dell’XI Municipio si sta spendendo per quanto gli è possibile), finirà che gli afgani si accamperanno altrove, un po’ più nascosti. E tutti noi avremo perso una splendida occasione per dimostrarci, una volta tanto, lungimiranti.

Post scriptum. Forse può essere utile un piccolo video illustrativo. Ne trovate vari, in rete.

Improvvisazioni


Immaginate una serata che davate per morta e sepolta, dopo che tutti i vostri programmi erano andati a farsi benedire (dico io, si può comprare un voucher Groupon a maggio e lasciarlo scadere perché si era letta male la data di validità? sì, si può). Immaginate però un moto di ribellione interiore, che innesta una piccola controreazione di fortuna che riequilibra un po’ la sfiga. [Più che interiore, esteriore: l’acquisto pressoché subitaneo di ben due paia di scarpe. In realtà, non contemporaneo, ma in rapida successione. Siete mai rientrati in un negozio dopo 50 secondi che ne eravate usciti, dicendo: “Senta, ho cambiato idea. Mi dia anche le altre. Alla faccia di chi non vuole”? No, vero? Per poi spiegare pietosamente alla commessa che non è il marito che non vuole, come uno potrebbe legittimamente pensare. Sono io stessa che mi boicotto e che ero disposta a lasciare lì delle scarpe che mi piacciono solo perché non ne avevo un disperato bisogno]. E allora, dimenticati i programmi e anche i programmi alternativi e tutti i ripieghi, scopri che si può ancora accodarsi a un aperitivo birresco di convegnisti, questa volta con la leggerezza di chi non ha nulla da dire, da argomentare o da commentare. Birra, solo birra (con un vago sentore di incenso) e patatine alla paprika.  “Do you know Chiara Peri?”. No, grazie a Dio. Solo un’amica. Una turista. Una passante. Nice to meet you.

Poi, per una strana alchimia dimenticata, dopo che ridere di nuovo dei soliti vecchi aneddoti per una volta non ti è parso uno squallido rituale, ma ti sei dimostrata ancora indulgente verso te stessa e te lo sei concessa senza stare a pensarci su, ti ritrovi per le strade di Roma. Non è piazza dell’Orologio, è il Monte di Pietà. Dietro l’angolo, Campo de’ Fiori. E un’altra ispirazione subitanea, il cinema Farnese. Ci hai visto Frida, una vita fa. Probabilmente anche altro (Rosa Luxembourg?), ma non ti viene in mente. “E’ iniziato lo spettacolo?”. No, inizia adesso. Via, dentro. Così, a casaccio. Tutti ne parlano un gran bene.

This must be the place. Però se il posto è questo, forse io ho sbagliato momento. Per carità. Poetico. Originale. Sean Penn bravo, anche bello, a modo suo. Ma non mi basta, non mi basta affatto. Come dicevamo con Marta, se al cinema ormai vado solo in caso di assoluta eccezionalità, io pretendo di ridere, o di sognare. Al limite, al limite, di pensare. Ma uscire con l’esclusiva consapevolezza che il regista è capace, ma che evidentemente non si è premurato di andare al di là del luogo comune, in fatto di contenuti (che non sono tanto importanti i contenuti, quando si è così geniali), non mi basta più. So di essere impopolare, ma a questo bel film non gliela posso dare la sufficienza. E’ intelligente, ma non si applica. Vietato, vietatissimo, specialmente in tempi di carestia.

Agenda


Le agende sono una cosa seria. Giusto oggi realizzavo che sto cercando di appuntarmi in qualche modo gli impegni nel 2012 facendo crocette sul calendario sintetico in fondo alla mia Quo Vadis. E non va, non mi trovo. Temo di perdermi qualcosa per strada. Le agende andrebbero comprate adesso (o meglio alla fine di ottobre) e iniziare dagli ultimi mesi dell’anno precedente. Era così la favolosa agendina acquistata in Irlanda, in una biblioteca che conoscevo perché dava nome a papiri celebri ma che mai credevo fosse a Dublino – è stata una delle scoperte più stranamente emozionanti dei miei viaggi di lavoro: io che strabuzzavo gli occhi guardando la cartina della città, tutti gli altri che, in vari idiomi europei, pensavano: “Chester Beatty, ok. Embè?”. L’agendina di piccolo formato, ma dalla copertina vezzosissima (un manoscritto persiano medievale, nella fattispecie) non capita tutti i giorni, diciamocelo. Allora sopperisco con la routine, con le sane abitudini. Individuato un formato che mi si confà (settimanale, con spazio note abbondante ma non eccessivo), mi attengo a quello, senza ulteriori guizzi. Certo, quando vado all’estero, come mi capita in genere nel mese di ottobre, lancio un’occhiata speranzosa ai bookshop di musei e biblioteche. Ma la Carolina Rediviva di Uppsala mi ha deluso: cartoline, blocchi, ma niente agende. Sospiro. Quando sarò abbastanza organizzata, mi rifornirò da qualche shop online britannico. Tipo British Museum, per intenderci. Devo ricordarmi di appuntarmelo, sulla prossima agendina.

Mi sono chiesta se sostituirei il mio cartaceo con un’agenda elettronica. Non credo di essere pronta, sinceramente. Ho ancora troppo vivo il ricordo di quando, matita alla mano, facevo il conto sul planner delle settimane della mia gravidanza e immaginavo quel mese di giugno, che mi appariva tanto remoto, con quel divertito sogghigno che mi derivava dal fatto che nessuno dei miei colleghi ancora immaginava minimamente il significato di quelle crocette. E mi mancherebbe troppo il gesto dell’arrivo in ufficio, la mattina, quando mi preparo alla riunione quotidiana afferrando agendina e blocchetto e mi sento efficiente. Datemi un’agenda e vi solleverò il mondo. O, se non ci riesco, possiamo fissare un appuntamento per parlarne.

E voi? Che agenda usate?

Tradizioni e dipendenze


Approfittando di una domenica meravigliosa, con il cielo perfetto e un generoso sole d’autunno, abbiamo fatto una passeggiata a piazza Navona. Non ho mai amato particolarmente le bancarelle, ormai decisamente dozzinali. Ma oggi c’era poca gente, la temperatura era ideale, l’aria frizzante. Persino le più stantie tradizioni della piazza mi sono parse più piacevoli. Inclusa, ovviamente, l’antica giostra tedesca, che chissà poi se è antica veramente.

Ogni volta mi riprometto di risparmiarmi le decine di scatti alle fontane. Foto ovvie, viste e riviste, con nulla di straordinario. Poi arrivo lì con una macchina fotografica e tutti i miei buoni propositi vanno a farsi benedire. Il sole, il marmo, l’acqua. Lo so, ci sono in qualunque cartolina. Eppure sul momento ti pare che ci sia qualcosa di imperdibile, di originale, da catturare almeno con l’obiettivo, se non puoi portartelo proprio a casa in tasca. Quando si dice i classici… Per quanto si sia prevenuti, distaccati, cinici, alla fine hai sempre la sensazione che stiano parlando a te, precisamente a te, in questo preciso momento.


Alla fine, dopo una tappa alla libreria Altroquando a sbavare sui più fantasmagorici libri pop-pop che la mente umana abbia mai concepito, abbiamo raggiunto la vera meta della nostra gita, il mercatino dell’Avvento della chiesa tedesca di S.Maria dell’Anima.

Mi immaginavo una cosetta arrangiata, con qualche vecchietta sferruzzante e qualche ciambellone. Abbiamo trovato una gioiosa macchina da guerra: giovani e efficienti pretini gestivano un flusso di visitatori decisamente imponente. Solo un guizzo di rara prontezza di riflessi mi ha consentito di aggiudicarmi l’ultima corona disponibile (non ho avuto il coraggio di corredarla di candele… io sono riuscita a dare fuoco alla cucina con una semplice padella).

Poi, acquistato, con qualche esitazione, un buono consumazione da 10 euro (di lì a poco avremmo raddoppiato il budget), ci siamo accomodati sui tavoli di legno in allegra condivisione con molti altri. Dopo ordinata fila, abbiamo diligentemente consumato panini con wurstel, vin brulé e torte fatte in casa. Per una buona causa, si intende: non credo di aver mai posseduto una decorazione più autenticamente natalizia di questa.

Riprende il reality


Eccoci qui. Mi sembra quasi che il tempo non sia passato. Solito stress della sera prima, solito mezzo litigio, solita delusione, solita fatica nell’accettare quello che credevo di aver digerito da quel dì. Nizam sta volando verso la Turchia, io fin da ieri mi sento un rinoceronte sull’esofago. Che poi mi rendo conto che è più l’idea che il danno in sé. Ciò nonostante il pensiero mi stanca. Questo mese di novembre finisce e mi sento pienamente immersa in una pozza fangosa di malinconie e forse, chissà, persino di rimpianti.

E invece il tempo è tutt’altro che fangoso, il cielo è azzurro intenso come piace a me, il nasino di Meryem ha sempre la stessa burrosa curva all’insù che mi fa venire voglia di addentarlo. Il tempo scorre veloce e scorrerà anche questa solitudine ulteriore, prima che me ne renda conto. Il mio problema, forse, è non poter contare i giorni, questa volta. Contare è sempre un conforto. Tracciare confini, mettere limiti, difendere il nostro ordine fisico e mentale dal caos primigenio che l’Oroscopo di Internazionale mi esorta a schivare. O, più precisamente, mi esorta non crogiolarmici dentro.

Ripensandoci però questo è un mero post di crogiolamento. Me lo passate lo stesso? Insomma, i pat pat sono ben accetti.