Eurosurfing: si parte!


Ancora una volta io e Meryem ci apprestiamo a una vacanza itinerante. Dopo la parentesi del viaggio in Turchia-Kurdistan dello scorso agosto, con compagnia quasi fissa, torniamo all’esperienza del friendsurfing, anche se un po’ riveduta e corretta.

La novità principale è che Meryem è cresciuta molto dalla prima edizione, tre anni fa. Oggi, salendo sul nostro treno notturno per Monaco, porterà anche lei uno zainetto e, in generale, il bagaglio sulle mie spalle si è un po’ alleggerito, in senso letterale e metaforico. Il mio zaino Invicta Ranger però è sempre quello, anche se ormai un po’ malridotto: lo stesso da quando sono adolescente, ancora non ho avuto cuore di sostituirlo.

L’altra novità è che l’itinerario si svolgerà praticamente tutto all’estero, in Germania e in Olanda. Cercheremo però di mantenere lo stesso spirito di visita non completamente turistica e anche questa volta l’itinerario (sia pur con qualche integrazione) è stato costruito a partire da alcuni incontri con amici che si trovano lì per lavoro, studio, scelta di vita.

Sentivo il bisogno di bere una sorsata di Europa, dopo quest’anno difficile, in cui il sogno Schengen che ha accompagnato tanta parte parte della mia giovinezza ha vacillato così fortemente. Ho voglia di guardare qualche piccolo particolare di bellezza, di capire meglio, di passeggiare verso nord.

E Meryem? Per lei sarà il primo interrail. Spero che se lo goda tutto e che apprezzi questa ulteriore opportunità di cogliere la varietà e la ricchezza di questo nostro vecchio continente, un mosaico di minoranze di cui non dovremmo mai dimenticare la magia.

P.S.: Come sempre saremo su Facebook, Instagram e Twitter. L’hashtag di riferimento è #inviaggioconmeryem

Sulla Turchia


“Ma perché Erdogan ha tanti sostenitori? Li paga? Sono figuranti? Sostiene la classe media?”. Durante il weekend del fallito golpe in Turchia, oltre a tirare tutti i sospiri di sollievo possibili per aver a suo tempo deciso che Meryem una settimana di vacanza con il padre non l’avrebbe fatta proprio ora (“Secondo me se Meryem era qui con me tu saresti impazzita. Non mi stupirebbe se avessi noleggiato un aereo per venirla a prendere”, ha commentato il curdo, che un po’ mi conosce), ho ricevuto molti messaggi, telefonate e mail in cui mi si chiedeva un parere. Vi ringrazio di avermi promosso a opinionista, la cosa mi lusinga. Non ne ho le competenze, ma certo, incoraggiata dal livello di quel che si vede in TV, qualcosa mi sento di dirla anche io, magari con qualche link di consiglio.

  • La situazione è preoccupante? 
    Certamente. Lo è da molti punti di vista e lo era anche prima del tentato golpe. In estrema sintesi, la prossimità della guerra in Siria e le pressioni dei vari attori internazionali coinvolti (non ultima l’Unione Europea, pronta a tutto pur di tener chiuso il “rubinetto dei migranti” – ma che espressione deliziosa, vero? L’ho sentita usare almeno tre volte in dieci minuti in tv), stanno complicando a dismisura un passaggio politico già di suo estremamente complesso. Ricordate sempre, tipo mantra: la Turchia è grande, popolosa, complicata, con una storia pesante e conflittuale già al suo interno. Per giunta è storicamente e geograficamente in una posizione di confine tra Asia e Europa, sul suo territorio ci sono le sorgenti dei due fiumi che dissetano il Medio Oriente più i passaggi di tutti i possibili canali di rifornimento di gas, petrolio e chi più ne ha più ne metta, per non parlare della base NATO. Come ha ben scritto Michela Murgia, “se niente sembra semplice in Turchia è perché non lo è”.
    Il rischio più grave in questo momento per tutti, a partire dai cittadini turchi, è la guerra civile. Come dicono alcuni amici turchi, provate a immaginare se la situazione in Turchia diventasse come quella in Siria.
  • Come ce la stanno raccontando i media?
    Beh, almeno quelli italiani piuttosto male. Ricordo che già dall’elezione di Erdogan sui giornali italiani si parlava di islamizzazione, estremamente a sproposito peraltro. Per noi, o per i nostri giornalisti, pare che l’islam sia il maggiore se non unico problema della Turchia. Questa nostra fissa, accentuata dalle recenti questioni (ISIS, terrorismo, etc) ci ha portato in varie occasioni, non ultima questa, a augurare ai turchi un bel golpe militare come un tempo. Un golpe pulito, elegante, efficace, che ci assicuri la laicità. Qui mi sento di farvi una rivelazione: la percentuale di turchi che si augura un regime militare, laico o no, è attualmente piuttosto esigua. Mi pare che lo abbiano peraltro dimostrato in ogni modo: tutti i partiti politici, inclusi quelli di opposizione (anche piuttosto dura) a Erdogan, si sono immediatamente e pubblicamente espressi contro il colpo di stato. Da giorni le piazze della Turchia sono piene di gente che manifesta con lo slogan Hakimiyet milletindir “la sovranità appartiene alla Nazione”. [Da leggere anche questa seconda nota di Michela Murgia].
    Certamente è in corso una dura e preoccupante repressione, peraltro perfettamente in linea con il trend dettato da tempo da Erdogan. Il quale, per inciso, è il Presidente della Repubblica e non il Capo del Governo: sta però mettendo in atto nei fatti già da tempo il regime pienamente presidenziale che vuole ratificare modificando la costituzione, come mostrano le recenti dimissioni del premier Davutoglu. Però certamente anche fatti preoccupanti in sé vengono riportati sempre con una sfumatura palesemente islamofobica: le sospette torture, che certamente vanno denunciate come tali (ci mancherebbe!), nel rimbalzo sui social diventano curiosamente “fustigazioni” e addirittura “decapitazioni”, con un immaginario tutto ISIS. Per non parlare della bufala della pedofilia legale, condivisa anche dai miei amici più attenti alla verosimiglianza delle fonti. [Aggiornamento: su questo punto in particolare però oltre all’episodio di gennaio riportato da Wired è successo anche altro e, per la precisione, una decisione assai discutibile della corte costituzionale turca che non rende legale la pedofilia, evidentemente, ma certo desta molta preoccupazione perché ammetterebbe la possibilità che un atto sessuale che coinvolge un minore tra 12 e 15 possa essere considerato consensuale. La decisione, che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo 23 dicembre, è giustamente oggetto di denunce e contestazioni. Alla luce del fatto che i matrimoni combinati in alcune zone della Turchia sono ancora oggi tutt’altro che rari e che io stessa conosco persone che si sono sposate a 14 anni è evidente che il possibile impatto di una modifica del genere è assolutamente rilevante. Ringrazio la mia amica Chiara per la segnalazione. Ulteriore approfondimenti su una questione comunque controversa li trovate qui http://www.butac.it/annullato-reato-pedofilia-turchia/%5D.
  • Sulla sospensione della Carta Europea dei Diritti Umani
    Questo è assolutamente vero e allarmante: giorni fa il governo turco ha decretato lo stato di emergenza, poi approvato ieri dal Parlamento (voti dell’Akp e del partito nazionalista Mhp); in più, è stata decisa la sospensione temporanea della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Però credo che anche questa allarmante notizia vada inquadrata correttamente. Si tratta (ancora) di una misura che avviene nella legalità. Lo stato di emergenza è una misura temporanea – della durata di 3 mesi – prevista dalla costituzione turca qualora approvata dal parlamento; la sospensione della convenzione europea per i diritti dell’uomo, poi, è prevista dalla convenzione stessa, ovviamente entro certi limiti. L’art. 15 della convenzione, relativo alla “Deroga in caso di stato d’urgenza”, prevede infatti che “in caso di guerra o in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione, ogni Alta Parte contraente può adottare delle misure in deroga agli obblighi previsti dalla presente Convenzione, nella stretta misura in cui la situazione lo richieda e a condizione che tali misure non siano in conflitto con gli altri obblighi derivanti dal diritto internazionale”. Questo, come ha prontamente ricordato Erdogan, ha fatto la Francia dopo gli attentati di Parigi. Va da sé dunque che tale sospensione, per essere veramente legale, non deve comportare deroghe rispetto al diritto alla vita (art. 2 “salvo il caso di decesso causato da legittimi atti di guerra”), alla proibizione della tortura (art. 3), alla proibizione della schiavitù e del lavoro forzato (art. 4) e al rispetto dell’art. 7 (“Nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale. Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al momento in cui il reato è stato commesso”). Se si verificassero o si fossero già verificate violazioni in tal senso, va da sé che la difesa di Erdogan rispetto alla legittimità del provvedimento sarebbe assolutamente ingiustificata. La cosa resta comunque preoccupante, anche se applicata nei limiti della legge, in Turchia, così come in Francia o altrove.
  • Perché Erdogan ha tanto seguito?
    Iniziamo col dire che ce l’ha davvero. Chiunque viaggi in Turchia, fuori da alcune strettissime cerchie di Istanbul, si renderà conto che i suoi non sono milioni di figuranti pagati dal regime. Alle ultime elezioni c’è stato oltre l’87% di affluenza alle urne (in un Paese di quasi 75 milioni di abitanti) e il suo partito ha superato il 50%. Io su uno dei possibili motivi mi sono fatta un’idea. Avete vissuto mai in un Paese dove la moneta si svaluta ogni giorno? Dove le condizioni economiche sono così disastrose che il potere di acquisto del tuo stipendio ogni mese si riduce praticamente della metà? La Turchia negli anni ’90 era così. Io da turista, che arrivavo con i dollari, diventavo più ricca ogni giorno. I miei amici che avevano la borsa di studio del Ministero turco, stanziata l’anno precedente, il giorno dell’arrivo andavano a ritirare i soldi previsti per due mesi e ci facevano a stento una cena dal kebabbaro. I prezzi erano espressi in milioni. La situazione di oggi è assai diversa. Ieri un commentatore in tv ha detto: “”Scendono in piazza a difendere il loro benessere e non i loro diritti. E non se ne rendono conto”. Credo che sia assolutamente corretto. Ma temo anche che questo è quello che ormai avviene in tutto in mondo. Tutti ormai troviamo normale difendere il nostro bene privato anche a scapito del bene comune. E se poi il bene privato di molte migliaia di persone coincide, il gioco è fatto.
  • “… e non se ne rendono conto”
    Ecco, forse questa è la chiave. L’aspetto davvero preoccupante in Turchia, secondo me, molto più dell’islamizzazione vera o presunta, è la mancanza di libertà di pensiero, di opinione, di stampa. Una mancanza di libertà che si accompagna a un populismo davvero preoccupante, che fa sì che la censura sociale in molti contesti scatti anche prima di quella, pur efficientissima, dello Stato.

Soddisfazione


“Questa cosa dell’università tu non l’hai del tutto digerita”, mi dice la collega che non a caso mi frequenta tutti i santi giorni da una quindicina di anni.  Ha ragione, ovviamente. E comincio a pensare che forse quel pezzo di vita che ancora oggi riesce a tenermi sveglia la notte non possa e non debba essere digerito. Qui e là vi ho raccontato del mio passato accademico e di quello che ha significato per me. Forse se dovessi sintetizzare i racconti in due post citerei questo e questo (e mettiamoci pure questo, via).

Certamente sarei una persona molto diversa, da molti punti di vista, se a un certo punto della mia giovinezza non avessi incontrato Giovanni Garbini. Al di là di tutto quello che è successo e non successo in questi anni, al di là di ogni contenuto e di ogni scelta umana e professionale, se ho avuto un maestro è stato lui.

Ieri, al termine di un percorso lungo e non privo di dubbi ed esitazioni, ho contribuito a offrirgli la sua Festschrift, quella che non aveva mai voluto e forse continuerebbe a non volere, se glielo avessimo chiesto. Però non glielo abbiamo chiesto, ci siamo dimenticati delle regole non scritte (essere fuori dall’accademia è anche una grande libertà!) e abbiamo fatto di testa nostra.

L’incontro di ieri al Pontificio Istituto Biblico è stato superiore alle nostre aspettative, grazie alla gentilezza e generosità di molti. Ma soprattutto è stato come lo volevamo (senza averlo davvero messo a fuoco): sgombro di ogni incrostazione di calcolo e formalità. Un grazie prima di tutto a una persona che, con tutti i suoi tanti limiti, ha dato con generosità quello che più a lui pareva importante. Un doveroso apprezzamento per uno studioso che ha contribuito molto a scrivere una parte della storia degli studi in alcune discipline. Non siamo qui per calcolare chi ha vinto o chi ha perso, alla fine. La possibilità di trovarsi insieme dopo oltre vent’anni senza imbarazzi e senza rimpianti è già una vittoria.

I rifugiati, l’Unione Europea e l’autista dell’Atac


Ieri la Commissione Europea ha spiegato in un documento che il modo in cui l’Europa gestisce l’arrivo e la presenza dei rifugiati non va bene, non funziona e non si può andare avanti così. E fin qui non posso che essere d’accordo. Peccato che poi, leggendo il documento, è evidente che la tesi di chi governa l’Europa è che la responsabilità di questa situazione incresciosa è dei rifugiati. Non dobbiamo distrarci quindi e dobbiamo agire tempestivamente contro il vero nemico, loro. Attenzione, non si parla più di alcuni “cattivi” che pregiudicano la legittima accoglienza degli altri, “buoni”. Questa visione che tante volte ho considerato inadeguata e superficiale è ormai del tutto superata. E’ il rifugiato in sé che, cercando di arrivare in Europa, dimostra in tutta evidenza la sua mala fede.

Non vi parlerò nel dettaglio delle misure intraprese e di quelle proposte. Alcune (in particolare quelle già applicate) sono anche talmente inverosimili che temo di passare per eccessivamente fantasiosa. Nizam, che di queste cose ha una certa esperienza diretta, mi chiedeva proprio ieri: “Ma perché mai bisognerebbe riportare i siriani in Turchia e per ogni siriano rimandato l’Europa dovrebbe prendersi un altro siriano? Se li rimandano indietro perché poi se li riprendono, non fanno prima a tenerseli?”. Questa e molte altre obiezioni del tutto ragionevoli cadono davanti alla costatazione che queste non sono soluzioni tecniche per gestire meglio la situazione, ma solo espedienti sempre più fantasiosi che mirano solo a smontare un diffuso pregiudizio (che purtroppo nel tempo ha portato anche alla ratifica di alcune fastidiose convenzioni internazionali), cioè che l’Europa sia tenuta a dare protezione a chi ne ha bisogno.

Per distrarmi credo vi racconterò un aneddoto. L’altro giorno mi trovavo su un autobus al centro di Roma, pieno ma non pienissimo, che percorreva Corso Rinascimento su apposita corsia preferenziale. A una fermata un uomo in sedia a rotelle, palesemente ubriaco e corredato di cartone di Tavernello, chiede a gran voce di salire in vettura. L’autista, come previsto dall’azienda, spegne il motore, cerca la chiave per aprire la pedana, si fa largo tra i passeggeri, cerca invano di attivare la pedana medesima. La chiave in dotazione non corrisponde alla serratura di sblocco. L’autista alza gli occhi al cielo, il potenziale passeggero (non del tutto lucido) lancia bestemmie e improperi, i passeggeri sbuffano. L’autista fa il gesto di caricare la sedia a rotelle a mano, ma da solo non ce la fa. Tutti i passeggeri uomini si dissolvono per magia, accartocciandosi in ogni anfratto possibile lontano dalla porta. Alla fine l’autista scende, spiega la situazione al collega della vettura nel frattempo sopraggiunta, si accerta che il rumoroso passeggero (che continua a inveire contro il primo autista) sia caricato sull’altro autobus non prima di aver verificato che anch’esso lo porti a destinazione (sono appena due fermate). Poi risale e riparte.

Il capannello di passeggeri inizia il commento. “Insomma, i vigili bisognava chiamare! E poi, pure se saliva, ubriaco com’era come si reggeva? E’ una vergogna!”, tuona uno. Il giovane autista, senza perdere le staffe risponde punto su punto: “Guido autobus da 18 anni, se la pedana funzionava la carrozzina poteva essere fissata nell’apposito spazio. Le assicuro che regge. E’ un meccanismo fatto per quello. E poi chiamare i vigili perché? Perché un disabile voleva fare due fermate?”. “Ma questi barboni neanche vogliono essere aiutati, lei è troppo buono”, chioccia una vecchietta. “Signora, ma lei esattamente come sa chi era quella persona? Come io non mi permetto di giudicare la vita sua, perché non l’ho mai vista prima di oggi, così mi pare che non abbiamo elementi per giudicare. Io questo so: c’era una persona in sedia a rotelle e in un intero autobus nessuno ha ritenuto il caso di aiutarmi a caricarlo”. “Ma le pare! Era ubriaco, molesto, sporco! Insultava anche lei!”. A questo punto il giovane autista ha preso fiato e ha detto lentamente, con calma e determinazione: “Quella persona non toglieva nulla a nessuno se saliva per due fermate. Certo, è una persona con vistosi problemi e io sono un autista, non un assistente sociale. Non ho la pretesa di risolverli io, quei problemi. Ma le persone, anche quando hanno tanti problemi, restano persone. E io osservo solo che è davvero triste se noi, invece che protestare con chi ci mette in condizione di lavorare o di vivere in queste condizioni, senza strumenti efficaci e anzi con tanti impacci, non troviamo di meglio che prendercela gli uni con gli altri.”

Che c’entra questo con l’Unione Europea? Secondo me c’entra. E alle parole dell’autista continuo a pensare, anche a due giorni di distanza.

 

Maglietta verde


Tram 8, pomeriggio di venerdì. Rimugino su me stessa, sul mio destino, sulla mia vita, su quello che è successo e quello che non è successo. Penso a una frase sentita ieri sera: la felicità dipende per il 50% da predisposizione genetica, per il 10% da quello che accade e per il 40% dal nostro impegno e consapevole lavoro per essere felici.

Davanti a me, su due sedili affiancati, il mio sguardo viene catturato da un gruppo familiare. Mamma africana, una bambina seduta a fianco, un bambino in braccio, la piccolina legata sulla schiena della donna. Gli occhioni spalancati della figlia minore hanno stregato un certo numero di passeggeri. Una filiforme signora bionda sta giocherellando con lei, consentendole di acchiapparle vigorosamente il dito inanellato (e ogni volta la faccina della piccola si illumina in un sorriso furbetto). Vari passeggeri in piedi, me compresa, sorridono inebetiti. La bambina è in effetti di una bellezza e vivacità straordinarie.

Comincio a guardare anche gli altri due bambini. La grande, forse poco più piccola di Meryem, siede composta e seria con in grembo la cartella rosa. Il maschietto è spalmato sul petto della madre e ogni tanto pencola in direzione della sorella maggiore.

Tanti pensieri mi si accavallano in testa (e sospendo prontamente i bilanci esistenziali) mentre passo ad osservare la madre. Probabilmente abbastanza giovane, con i capelli neri ben pettinati e legati in una sobria coda di cavallo. Testa prima china sulle mani, appoggiata al sedile davanti. Poi, sentendo la piccola che si agita, alza uno sguardo pieno di apprensione, che poi si rilassa al vedere che la figlia non sta disturbando nessuno, ma anzi si è conquistata la simpatia di molti. Sorride, e una dolcezza stanca illumina il viso largo. Non so nulla di lei, anche se sono portata a immaginare molte cose, chissà quanto fondate.

Certo è che arrivata a Stazione Trastevere si alza, raccoglie senza apparente sforzo i suoi bambini e scende. La guardo allontanarsi dignitosa e composta, la sua maglietta verde scompare tra la folla. Si parla molto di famiglia, di questi tempi. E anche di parità di genere. Però poi alla fine mi chiedo quanti dei discorsi di principio che a molti sembrano così irrinunciabili siano concretamente di sostegno alla famiglia che ho incontrato oggi sul tram.

Risposte


Se non ne avete avuto ancora occasione, guardate la sequenza del Papa che lava i piedi ai rifugiati del CARA di Castelnuovo di Porto (dal min. 24 circa). Guardate la potenza del gesto di un uomo anziano che si inchina davanti a questi giovani uomini e donne, sorridente, con una sobrietà e una sicurezza senza alcun imbarazzo. Guardate i lori visi, le loro reazioni. La commozione di persone che vivono in un centro dove quasi 900 persone condividono isolamento e convivenza forzata, mancanza di attenzione, difficoltà di comunicare.

Ascoltate anche la breve, intensissima omelia. “Ognuno nella sua lingua religiosa” preghi per la fratellanza. Una celebrazione così vale decenni di dialogo religioso teorizzato.

 

Com’è un rifugiato?


“Sì, i bambini si sono inseriti bene. Il maggiore frequenta il liceo scientifico. Il minore va in seconda media, è già il primo della sua classe. Io ho trovato lavoro in una radio, sono in prova. Ma credo che ci siano buone speranze per me”. Sfoggia un italiano forbito, con lieve accento settentrionale. A suo tempo ha frequentato il politecnico qui in Italia. Poi ha lavorato per anni a Damasco, come guida turistica. Ora è qui, con la sua moglie fine ed elegante, ancora nel circuito dell’accoglienza, ma con una prospettiva che cerca di restare saldamente ancorata a un’autorappresentazione di famiglia normale: “Quando possiamo vedere l’appartamento? Ci sarà spazio per lo studio dei ragazzi?”. Quest’uomo e la sua famiglia sembrano l’incarnazione del rifugiato colto e facilmente integrabile, quello che fino a ieri molti Paesi europei si contendevano (oggi non più). Il loro percorso in Italia è stato caratterizzato da questo. Ma, del resto, chi di noi potrebbe dire che la propria esperienza non sia il prodotto di quello che si è e di come gli altri si pongono nei nostri confronti?

Un’altra famiglia è arrivata in Italia con un visto, ha trovato ospitalità gratuita in un istituto religioso. Ma la loro storia è molto diversa. Il capofamiglia è una donna, una donna che al suo Paese occupava una posizione di prestigio ed era ammessa senza particolari difficoltà a colloquio con il Presidente di quello Stato. Eppure. I contatti l’hanno aiutata a risparmiare a se stessa e ai suoi figli il Sahara e il barcone. Ma arrivata qui, il suo sguardo si è svuotato. La strada resta tutta in salita. La figlia minore quasi non ricorda la vita precedente, in Kenya. Per questo lei va avanti più spedita. Per sua madre sarà tutto un altro percorso. Niente posto in radio per lei. Un lavoro umile, portato avanti con la fatica di chi prima pagava chi queste cose le facesse per lei, mentre correva da una riunione all’altra.

Le mie colleghe faticano non poco a interagire con una coppia bizzarra. Sono palesemente barboni, fanno fatica a argomentare, parlano poco la lingua. Eppure, scoprirò poi con un certo sconcerto, è stata loro riconosciuta la protezione internazionale più di cinque anni fa. Oggi vivono nel tunnel dell’aeroporto di Fiumicino. Ci vorrà moltissimo lavoro per sbrogliare il groviglio di esclusione che si è stratificato intorno a queste due persone. Forse le mie colleghe hanno individuato il bandolo della matassa. Speriamo.

Rifugiato è il giovane kossovaro che quando è arrivato era bambino e oggi è chef. Oggi è passato dallo stato di migrante a quello di expat, oltre i confini italiani, in virtù della cittadinanza finalmente ottenuta e anche della posizione sociale conquistata con il suo sorriso strafottente e il suo impegno.

Rifugiata è la ragazza sudanese, anch’essa arrivata bambina, che gioca a pallavolo in una squadra trentina e sogna la convocazione in nazionale (probabilmente senza aver nemmeno conosciuto Mimi Ayuara).

Rifugiato è il ragazzo afgano che ancora non parla dieci parole di italiano e non mi aveva mai visto prima, ma vedendomi passeggiare nervosamente per il corridoio del Centro Astalli mi ha portato un bicchiere di tè e dei grissini.

Com’è un rifugiato? Disquisiamo di narrazione sui rifugiati, in Italia e in Europa. Ma l’unica narrazione onesta sarebbe composta da più di sessanta milioni di singole biografie.

Concedersi un cinema


Inaspettatamente, nel giro di una settimana sono andata al cinema ben tre (3) volte. Mi ricordo che quando Meryem era piccola ero convinta che dopo una serie di giornate negative, di malattie e tensioni, a un certo punto il verso cambiava e si cominciava a infilare una serie positiva di eventi che quasi mi spiazzava. Parliamo, evidentemente, di piccole cose (sia nel male che nel bene). Questo periodo è un po’ così. Arrivata all’apice della tensione, si sono spalancate delle piccole vie di fuga. Quel che serviva per riprendere la salita – ché di salita si tratta, comunque.

Per la prima scappatella cinematografica devo un ringraziamento a Chiara. Offriva alle sue lettrici una ghiotta anteprima di Room in orario incastrabile tra l’ufficio e l’orario di tolleranza della tata. Detto fatto. Non sapevo neanche che film fosse. Sarei andata a vedere pure il remake di Uccelli di Rovo, francamente. E invece era un film bellissimo e potentissimo, che ancora oggi mi lascia sensazioni tangibili. Andate a vederlo, in lingua originale, un giorno che vi sentite solidi e poco claustrofobici. O, al contrario, un giorno in cui volete piangervi tutte le vostre lacrime e uscire dal cinema un po’ più ricchi. Insomma, andateci e basta. Farà male, ma ne vale assolutamente la pena.

Il giorno dopo (!!!), grazie a un provvidenziale invito di Meryem a dormire da un’amichetta, ho accolto il consiglio di un intenditore e sono andata all’Apollo 11 a vedere Amore, furti e altri guai. Un giusto compromesso tra il cinema impegnato e la commediola. Adattissimo alla compagnia con cui l’ho visto, ancor più adatto alla sala in cui si proiettava. Insomma, abbiamo sghignazzato, ma possiamo dire di aver visto un film palestinese in bianco e nero. Vedetelo quando vi va di sentirvi intellettuali senza prendervi troppo sul serio. Meglio se, come abbiamo fatto noi, dopo una buona e economicissima cena indiana, a due passi dai portici di Piazza Vittorio: perché per ogni cosa serve il giusto contesto.

Oggi infine il senso di colpa mi ha indotto a portare anche Meryem al cinema. Le ultime esperienze con lei francamente mi avevano lasciato freddina e quindi mi sono adagiata sulle larghe poltrone dell’UCi Cinema con l’atteggiamento della vittima che va al patibolo (e prevede di farsi pure una pennica, al limite). E invece Zootropolis è un gran bel film. Messaggi positivi e non banali, idee davvero divertenti. Io e l’altra mamma ci siamo sbellicate dall’inizio alla fine, lo confesso. Le facce dei clienti della motorizzazione valevano da sole la visione… no, non vi dico di più. Andateci. Al limite fatevi prestare un bambino compiacente. La vostra stupidera troverà il giusto sfogo. E Shakira in versione gazzella non è affatto male.

 

5 cose che penso sui fatti di Colonia


Per qualche giorno non ho voluto nemmeno approfondire, per il fastidio massimo che mi provocava il tono delle notizie e sì, anche i fatti (per quello che se ne sa finora). Poi ho letto, a partire da quello che i miei amici più condividevano su Facebook. Poi ci ho pensato un po’ su, sperando che il tempo facesse sedimentare la confusione e mi permettesse di essere più incisiva. Beh, ci rinuncio. Però visto che alcuni di voi mi chiedono comunque di dire cosa ne penso, lo faccio.

  1. I fatti in sé, in realtà ancora a me non chiarissimi in alcuni aspetti, ma comunque gravissimi. Certo, anche i particolari fanno una certa differenza. Un esempio: nella fretta dei nostri media di divulgare e rapidamente interpretare inizialmente si parlava di decine se non centinaia di stupri, poi si è capito che Sexualdelikte vuol dire molestie, palpeggiamenti eccetera, il che rende più credibile – anche se comunque terribile – lo scenario della notte di Capodanno vicino alla cattedrale di Colonia. Ora, da un certo punto di vista – se vogliamo discutere dell’accaduto per quello che implica in termini di rispetto delle donne o di esperienza delle vittime – questa differenza può paradossalmente non contare granché: violenza è violenza, trauma è trauma e la mancanza di atto sessuale completo non lo rende certo tollerabile. Dal punto di vista penale, però, visto che qui subito di parla di leggi speciali per facilitare le espulsioni degli eventuali colpevoli, al momento non direi che palpeggiare e stuprare sia esattamente la stessa cosa. Tutto questo per dire che questa vaghezza e confusione non aiuta a impostare nessuna discussione nei termini corretti. Anche l’impotenza della polizia mi fa pensare: stiamo assistendo a uno spiegamento di mezzi senza precedenti rispetto all’allarme terrorismo, al limiti della militarizzazione, e la polizia presente non era in grado di intervenire per interrompere degli atti criminali? Questo significa che in situazioni di grande affollamento non si può fare comunque granché? Mi pare verosimile, ma forse sarebbe onesto dirlo comunque quando si sceglie di investire tutto sulla pubblica sicurezza. Si parla poi, un po’ a casaccio, di persone in stato di ubriachezza e di furti/borseggi: due cose che non mi paiono del tutto compatibili l’una con l’altra. Quello che emerge è che nel casino generale c’è chi se ne è approfittato in un modo chi in un altro. Era un’operazione “semi-militare”? Sinceramente a me pare un bruttissimo e estremo caso di violenza di branco, ma non mi ricorda l’attacco del Bataclan. Da nessun punto di vista.
  2. C’è stato imbarazzo perché tra i responsabili c’erano alcuni/molti/solo (non saprei quale scegliere, con le informazioni attualmente in mio possesso) rifugiati? Certamente sì. Secondo me qui c’è stata una somma di imbarazzi. L’imbarazzo della polizia che quella notte ha comunicato pubblicamente che non c’era nessun problema, pur essendo consapevole almeno in parte che non erano riusciti né a intervenire in corso d’opera né ad assistere adeguatamente le vittime; l’imbarazzo di chi ha temuto a ragione che un fatto di cronaca del genere potesse essere molto rilevante politicamente, se ben comunicato; l’imbarazzo di quelli come me che, come notava oggi la mia amica Lucrezia, vorremmo e in fondo ci aspettiamo che i rifugiati, specialmente in questo momento e con questo clima, siano bravi, irreprensibili, simpatici, eroici e ben comunicabili. Se ci si mettono pure a delinquere…

Vedo che entusiasticamente molti hanno condiviso un editoriale di Lucia Annunziata che francamente mi pare esemplare per assurdità. Non lo discuterò punto per punto, perché non ne vale la pena. Sottolineo solo un paio di concetti che sono dati per scontati e che a me invece paiono illazioni poco fondate.

3. Quello che è accaduto è stato il primo episodio di uno scontro di civiltà dei nuovi arrivati verso il nostro mondo. Quindi qui suggeriamo che tutti i nuovi arrivati (arabi, nordafricani, siriani, afgani, genericamente islamici o stranieri?) hanno una civiltà comune, che si scontra con la nostra. Che uno dei valori portanti che oppone la nostra alla loro è il rispetto della donna. Che quindi tutti gli appartenenti alla suddetta civiltà (a prescindere quindi di educazione, ceto sociale, religione – o forse sono tutti musulmani? -, età, ma soprattutto circostanze sociali in cui hanno vissuto e vivono) trovandosi sulla piazza di Colonia avrebbero minimo minimo palpeggiato se non stuprato le donne presenti, in quanto espressione della loro cultura. Mi pare che qui si spostino indebitamente i termini della questione.

4. Forse la domanda che dovremmo piuttosto farci è perché QUELLE persone si sono responsabili di atti così gravi. Perché erano musulmani? Direi di no e sinceramente non mi pare ci sia bisogno di argomentarlo. Al limite lo hanno fatto nonostante fossero musulmani (ad essere pignoli, un musulmano davvero osservante non dovrebbe essere ubriaco, né tantomeno strafatto di droghe. Quindi almeno qui le citazioni coraniche le possiamo lasciare stare, non credete?). Forse per darci una risposta dovremmo prima sapere esattamente chi sono, tanto per cominciare. Ammesso, si intende, che non ci interessi meramente strumentalizzare l’accaduto per utilizzarlo a meri fini argomentativi (i rifugiati sono pericolosi versus i rifugiati sono buoni). Direi che un problema sicuramente c’è, probabilmente più di uno.

Ma non mi accontento certo di una diagnosi come quella della Annunziata, che prelude peraltro a soluzioni creative quanto (per fortuna) impraticabili, tipo dare protezione subito a donne, bambini e anziani “per qualunque ragione arrivino” e essere molto più cauti e severi (“un percorso più lungo e approfondito”) con i giovani uomini. Mi pare che questa idea si commenti da sola. Del resto lo stesso articolo cita melodrammaticamente i fatti di Tor Sapienza – ” ricordate Tor Sapienza, la disperazione e la rabbia delle donne che raccontavano (inutilmente) le offese che subivano dai gruppi di giovani immigrati illegali parcheggiati in tutte le case di accoglienza?” – come parallelismo molto malamente scelto. Io lo ricordo benissimo cosa è successo a Tor Sapienza e anche chi lo ha organizzato. Curioso che non se lo ricordi anche la Annunziata, proprio nei giorni delle prime condanne del processo di Mafia Capitale. Insomma, se proprio ci si vuole lanciare in ampie analisi sociologiche, pretendo almeno un po’ di credibilità.

5. Quello che più mi preoccupa è che l’Europa politicamente continua a balbettare, a nascondere polvere sotto il tappeto, a alimentare degrado culturale e sociale, a investire in violenza. Non abbiamo al momento in Europa uno statista che sia in grado di (o sia interessato a) capire e interpretare le vere sfide del nostro tempo, dalle migrazioni (forzate e non) alla globalizzazione, dalle trasformazioni strutturali delle nostre società (dal punto di vista demografico, economico, sociale) alla sostenibilità ambientale. Io vedo un consiglio di Europa che si convoca e decide in base agli “umori” dell’elettorato (e agli interessi privati degli stakeholder principali, si intende) e un mondo dei media che più che informare solitamente agita emozioni (e più basse sono, più vendono). Non mi sento affatto al sicuro e non sono tranquilla per il futuro di mia figlia. Ma francamente non credo che il rischio più urgente e grave che corriamo sia essere palpeggiate da uno straniero ubriaco. Non dico che non sarebbe un’esperienza assai spiacevole, che è toccata a me più volte (soprattutto da parte di locali, in realtà) e che temo che la statistica dica che toccherà prima o poi anche a lei. Ma almeno non mi argomentate che basterebbe tenere fuori dall’Europa tutti gli stranieri per assicurarci uno splendido futuro e un’immediata crescita dei nostri diritti di donne. Questo davvero non sono disposta a berlo.

Istanbul in sette giorni


Istanbul in sette giorni non si visita tutta. Non credete alle guide. Per farsi una prima idea di questa metropoli sorprendente di giorni bisognerebbe preventivarne almeno dieci, meglio dodici. Noi però questi giorni avevamo e ce li siamo fatti bastare. Aggiungiamo poi che eravamo in tre: io, mia figlia Meryem (8 anni) e Pietro (che a causa di un infortunio era fermamente intenzionato a camminare poco e mai su dislivello). C’erano inoltre alcune indicazioni del Ministero degli Esteri, rispetto alla necessità di evitare posto troppo affollati e turistici (inclusa la metropolitana) a causa del rischio attentati.

Rispetto ai dislivelli l’impresa si presentava disperata. I colli di Istanbul, sette come quelli di Roma, sono maledettamente ripidi. I dislivelli c’erano. Le camminate pure. Però i taxi – mi sono dovuta rassegnare all’evidenza – costano poco. Meno dei mezzi pubblici, che pure ho ostinatamente usato quasi tutti. E gli attentati, direte voi? Beh, ci è stato subito chiaro che posti poco affollati a Istanbul semplicemente non esistono. Ci siamo lasciati contagiare dall’atmosfera di svagata rilassatezza della città e abbiamo osato. Non ce ne siamo pentiti.

015Istanbul a mia figlia ha rivelato da subito due grandi attrattive: i gatti e i gabbiani. I primi, in particolare, hanno la stessa aria di sublime indifferenza dei gatti di Roma. Talora si concedono alle coccole, talora si spostano sdegnati. A volte assumono una sostenuta posa da sfingi e regnano sulle soglie e sui gradini, ostentando distacco. I gabbiani, reali e comuni, si esibiscono volentieri nella presa al volo di briciole e pezzi di pane duro che i passeggeri lanciano da battelli e vaporetti. E qui veniamo alla terza attrazione di Istanbul: la navigazione. Il Corno d’Oro e il Bosforo altro non sono che Mediterraneo addomesticato a fiume. Il Bosforo aggiunge l’indubbio fascino di collocarsi tra Europa e Asia. Il Corno d’Oro fa onore al suo nome scintillando con zelo di riflessi sempre diversi. Il mare fluviale si naviga in barca, ma a tratti si supera sui ponti. E persino, meraviglia, ci si può passare sotto, a bordo dell’avveniristico Marmaray, la metro subacquea che collega due continenti.

Vi è venuta voglia di fare un salto a Istanbul? Eh, lo so. Di più. Lo capisco perfettamente. Spero di parlarvi più diffusamente di alcune mete in altri post, ma inizierò a darvi alcuni consigli generali e poi vi racconterò sinteticamente il programma di marcia che abbiamo scelto noi per la nostra settimana.

Intanto scegliete il vostro albergo. Noi eravamo al Pera Hotel, nel quartiere di Beyoglu (vicino alla Torre di Galata). Le stanze sono piccoline, ma comode e lo staff gentilissimo. Nessuna vista panoramica, ma francamente, cosa vi importa? Quella la avete in qualunque altro posto della città e mica siete venuti fino a Istanbul per stare affacciati alla finestra, no?

Seconda dritta: munitevi al più presto delle giuste “card”. Il Museum Pass (85 lire turche) consente di accedere ai musei statali della città  (sono la maggior parte: l’eccezione più eclatante è la cosiddetta Basilica Cisterna) per 72 ore. Sebbene in passato fosse ancora più vantaggiosa, resta comunque conveniente e soprattutto consente di saltare la fila. Si compra nella biglietteria di tutti i musei, alla reception di alcuni alberghi e anche online. Dà diritto ad alcuni sconti anche nei musei non statali e per le crociere sul Bosforo organizzate dalla compagna municipale di trasporti. I bambini fino a 8 anni compiuti entrano gratis. La carta magnetica ricaricabile per i trasporti, se decidete di usarli, è altrettanto importante. Noi abbiamo faticato un po’ a farla perché la macchinetta alla stazione dove cercavamo di comprarla esigeva una singola banconota da 10 lire turche per ciascuna card (non dava resto e non accettava la somma se composta da tagli diversi…), ma una volta acquistata la ricarica è stata molto semplice. Piuttosto valeva la considerazione che per alcuni tragitti, essendo in tre (i bambini pagano), il taxi risultava più conveniente.

Per documentarvi sulla vostra visita vi consiglio un libro e un blog. Partiamo dal secondo: Istanbul, Europa di Giuseppe Mancini è una fonte preziosissima di consigli e informazioni dettagliate e aggiornate. Ci è stato molto utile per limare i particolari della nostra visita e per integrare le informazioni pratiche, spesso un po’ approssimative, delle guide tradizionali. Il libro invece è 111 luoghi di Istanbul che devi proprio scoprire. Ci ha regalato molte conferme e qualche spunto nuovo, diventando una specie di album di ricordi della nostra visita grazie alle belle foto che accompagnano il testo. Per la topografia abbiamo apprezzato la seconda edizione ampliata della Cartoville Istanbul del Touring editore: più dettagliata delle simboliche cartine delle guide, molto più maneggevole di una mappa tradizionale.

Ultimo consiglio: i pasti possono essere tutti veloci e assai convenienti, ma un tuffo serio nella cucina ottomana non potete davvero negarvelo. Senza bisogno di spendere una follia, potete gustarvi una cena da Haci Abdulla. Attenzione, le porzioni sono generosissime!

Ed ecco infine il programma sintetico della nostra visita.

Giorno 1: arrivo, trasferimento, passeggiata in zona Bazar delle Spezie e Bazar di piante, pesci e uccelli, vicino alla Yeni Camii (vendono le sanguisughe!).

Giorno 2: S. Salvatore in Chora (Kariye Muzesi), Fethiye Camii (Chiesa di Pammakaristos), Sultanahmet/Moschea Blu e Ayasofya/Santa Sofia, Yerebatan Sarnici/Basilica Cisterna.

Giorno 3 : Rustem Pasa Camii e crociera sul Bosforo, versione lunga (fino al Mar Nero!)

Giorno 4: Museo archeologico, Aya Irini, Uskudar (Mihrimah Camii, Sakirin Camii, Cinili hammam per un bagno turco)

Giorno 5: isole dei Principi (Burgazada), Suleymaniye Camii, Gran Bazar

Giorno 6: Eyup (moschea e teleferica), Museo Koc, acquisti sull’Istiklal.

Giorno 7: trasferimento all’aeroporto e visita dell’acquario di Florya.

Già da questo sintetico appunto vedrete che abbiamo fatto alcune scelte che si potrebbero definire discutibili, prima fra tutte quella di non visitare Topkapi. Non siamo andati una sera a Ortakoy, come avrei voluto fare. Abbiamo omesso molte chiese e moschee importanti e belle, nonché il parco Yildiz con i suoi bei chioschi, che avrei voluto vedere, e i palazzi imperiali (Dolmabahce, Ciragan, Beylerbeyi). Non siamo andati al Museo del mare a vedere la mappa di Piri Reis (1513), né al museo di Arti turche e islamiche dove c’era una mostra sui Selgiuchidi che mi faceva gola. Nonostante questo, ritengo che abbiamo scelto bene le nostre mete e spero, nei prossimi post, di raccontarvi anche perché ne sono convinta.


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