Pensieri sulle donne


8 marzo, domani. Fin da questa mattina su Facebook si anima il dibattito: sciopero sì, sciopero no, sciopero come, sciopero perché. Non mi appassiono. Forse non è il momento, non tocca le mie corde di oggi. Alla grande manifestazione contro la violenza sulle donne non solo sono andata, ma ho portato Meryem. La mia più grande sfida personale, su questo terreno, è la sua educazione. Quella che più mi impensierisce. Sarà mia figlia a esprimere in un modo o nell’altro, attraverso le sue scelte e il suo futuro, cosa davvero penso della parità di genere. Cosa le ho fatto vedere con il mio esempio, cosa ho saputo raccontarle, cosa per me, davvero, è stato importante.

Per questo stamattina pensavo a quali figure di donne mi hanno ispirato e mi ispirano. Una ce l’avevo davanti: Emma Bonino. La mia ammirazione va al di là della politica. Una donna seria, competente, determinata. Una donna che si è guadagnata rispetto trasversale con la propria credibilità personale e con la sua prontezza ad assumersi responsabilità. Dignitosa e trasparente nella malattia, serena nei confronti della propria fragilità fisica e, allo stesso tempo, capace di lanciarsi in sfide di lunga prospettiva con un’energia inflessibile. La guardavo oggi abbracciare con trasporto le donne che aveva invitato lei stessa alla Sala Stampa Estera. Mi sono chiesta quanto di questo calore le sia spontaneo da sempre e quanto sia una capacità acquisita perché ritenuta necessaria. Poco importa, in fin dei conti. Quali doti, precisamente, vedo in lei? La combinazione vincente tra trasporto e disciplina. Il primo lo ho spesso, la seconda il più delle volte mi manca.

Se penso a una donna che ha segnato la mia vita professionale non posso fare a meno di pensare a Lệ Quyên Ngô Đình. Ho immaginato di vederla seduta oggi in quel panel di donne forti e determinate. Forse ci sarebbe stata, forse no. Anche nel suo caso, l’insegnamento principale per me era la disciplina. Fu lei a dirmi che sgombrare la mente da tutto ciò che può essere delegato ad altri è l’unico modo per preservare la capacità di dare un contributo di pensiero. Mi sono sentita il giovane ricco che va via triste quando Gesù gli dice di donare tutto ai poveri. Sapevo che non avrei mai potuto farlo, per diverse ottime ragioni. Non ultima che non sono capace di fare una cosa sola. Ma se penso a lei vedo soprattutto eleganza, ironia e capacità di farsi rispettare, persino temere.

L’autorevolezza. Il mio pensiero di oggi, alla fin fine, sembra ruotare molto intorno a questo concetto. Agitu Idea Gudeta senza dubbio ce l’ha. L’energia, la competenza e la ricchezza che esprime questa donna solare è dirompente. Mi ha colpito immaginare lei, professionista, attivista, apparentemente sempre pronta a far sentire la sua voce forte e chiara, mentre passa in silenzio con le sue capre in una valle trentina, osservata con diffidenza dai Mocheni. “Sono immigrati anche loro”, scherza lei. “Una volta che mi sono guadagnata la loro fiducia tutto è andato bene. E così io, nata in un Paese saccheggiato senza vergogna dalle multinazionali, qui in Italia produco per cibo buono, capovolgendo il concetto di economia basata esclusivamente sul profitto. Io punto sulla felicità”.

Habiba e Princess, che pure hanno parlato oggi, incarnano invece la resilienza. La dignità profonda anche nella sofferenza estrema. La tenacia. La fiducia nella capacità di fare la differenza, anche per gli altri. Vederle alla destra e alla sinistra di Emma Bonino mi ha fatto pensare alla profonda bellezza di una battaglia, anche quando è apparentemente impari. Princess non risolverà il problema della tratta e della violenza, di cui è stata vittima in prima persona: ma molte decine di ragazze attraverso il suo impegno e il suo lavoro hanno visto qui in Italia un’alternativa alla prospettiva di schiavitù a cui quasi tutte loro credono di essere condannate, specialmente quelle che non sono mai andate a scuola. Habiba non riuscirà a aiutare tutte le persone che vede e che incontra, ma oggi dopo la conferenza ha accompagnato un ragazzo in ospedale e già che si trovava è passata al Cenro Astalli a prendere una giacca pesante, perché lui ieri tremava di freddo. E quando un altro ragazzo africano oggi le ha chiesto più informazioni su Makì, chiedendo se forse può dare un lavoretto anche a lui, lei si è voltata, gli ha fatto un sorriso e ha chiesto: “Sai cucinare? No? Beh, imparerai”. Trovo in loro e in molte donne rifugiate che ho incontrato quella miracolosa capacità di non spezzarsi, di non rannicchiarsi in se stesse davanti al dolore ma di continuare a slanciarsi con generosità verso gli altri. Penso a quante volte mi convinco che la soluzione ai miei dolori sia chiudere gli occhi, a quante mattine mi sveglio con la tentazione di nascondermi in una stanza buia e non uscire. E al fatto che mai, in tutti questi anni, l’ho fatto davvero.

Questo mi fa venire in mente un ultimo punto, che alla fine mi riporta a dove sono partita. Il senso dell’iniziativa di oggi era sottolineare che oggi in Italia essere donne significa ricchezza nella diversità: come è sempre stato, in fondo, ma in qualche modo ancora di più di prima. Riusciamo, in quanto donne, a fare sentire la nostra voce? Riusciamo a capire le ragioni delle une e delle altre senza appiccicarci reciprocamente etichette? Mi pare un obiettivo eccessivamente ambizioso. Mi accontenterei di molto meno. Mi accontenterei dei quattro desideri per mia figlia Meryem che esprimevo cinque anni fa a cui ne aggiungerei un quinto: che Meryem non si stanchi mai di meravigliarsi e di gioire per la straordinaria varietà e bellezza del mondo e di chi lo abita.

Qui un video (in cui per un attimo mi si vede anche)

Contraddizioni


Da bambina quando andavo a letto e chiudevo gli occhi mi pareva che sotto le palpebre si formasse una specie di mostro di forme confuse. Ne avevo paura, ma allo stesso tempo sapevo perfettamente che non esisteva davvero e quindi mi sarei vergognata di confessare che il cuore mi batteva pazzamente. Non ho mai detto a nessuno, fino ad oggi, che prima di addormentarmi ogni tanto dovevo stare un po’ con gli occhi aperti per tranquillizzarmi e alla fine dormire sul serio. Non era da me, da quella bambina matura e intelligente che sono sempre stata.

Lo stesso vale qualche volta, da adulta, per le fantasticherie piacevoli. So che non hanno consistenza né fondatezza. Arriva il momento in cui si rivelano per il nulla che sono. Ma mi hanno fatto sorridere per 48 ore e mi hanno fatto tornare la voglia di guardarmi una commediola su Netflix. Più che essere delusa e prendermela con me stessa per la mia fantasia eccessiva, mi ritrovo in testa un retrogusto di gratitudine, proprio come decenni fa un’ombra di terrore mi accompagnava il sonno.

Passioni


Alcuni mesi fa, un’insegnante della scuola di italiano del Centro Astalli si è trovata a spiegare a una classe di giovani rifugiati abbastanza digiuni di italiano il significato della parola “passione”. Dopo essersi variamente prodigata con gesti, esempi e disegni, ha chiesto a ciascuno degli studenti di scrivere una frase utilizzando la nuova parola, per verificare che avessero davvero capito. I quaderni si sono riempiti di menzioni di cantanti, squadre di calcio, ragazze e cibi. Girando tra i banchi, all’insegnante cade l’occhio sulla frase di un ragazzo più giovane degli altri, che aveva scritto in bella calligrafia: “La mia passione è il Corano”.

Questo episodio, che non ha mancato di procurare all’insegnante dubbi e persino un po’ di allarme, mi è tornato in mente all’improvviso una sera della settimana scorsa, quando ho ripreso in mano dopo un bel po’ di tempo la Bibbia ebraica e i relativi vocabolari e concordanze. Due ore dopo, rialzando la testa, mi è venuto un po’ da ridere: cosa direbbe la zelante volontaria del Centro Astalli se mi sentisse dire che, nonostante la lunga astinenza da queste cose, innegabilmente la mia passione è il testo ebraico dell’Antico Testamento (con incursioni nel Nuovo)? Solo che, a differenza di quella del sorridente e devoto ragazzino subsahariano, la mia è una passione travagliata e repressa, apparentemente innocente ma in grado  di trascinarmi in una specie di gorgo magnetico che scuote la mia ordinaria routine e l’immagine che ho di me stessa fino alle fondamenta. Quindi a tratti scoperchio il mio personale vaso di Pandora (filologico, non mistico) e a tratti lo richiudo con stizza. Ma non è forse il bello delle passioni il fatto di farci vivere pericolosamente sospesi sull’orlo di un precipizio? (No, in realtà: ma l’amore romantico a noi lo hanno insegnato così, con conseguenze peraltro devastanti per le nostre vite private. Avete letto questo? Ecco).

Recentemente, forse, anche mia figlia ha individuato una delle sue prime passioni personali. Dopo avermelo chiesto a lungo, una fortuita combinazione di circostanze mi ha indotto ad assecondare la sua voglia di prendere lezioni individuali di canto. Meryem ha praticato e pratica diligentemente vari sport, ma nessuno direi che abbia fatto scattare in lei “la scintilla”. E meno male, aggiungo io: questo mi ha risparmiato finora molte incombenze e molte seccature, non avendo io la vocazione dell’abnegata madre del piccolo atleta tanto ben celebrata da un celebre spot di P&G. Però questa cosa del canto mi pare che la stia prendendo molto sul serio. Vederla trattare di persona con la sua insegnante sul programma da svolgere e sugli argomenti da affrontare insieme è stata l’ennesima piccola epifania della mia esperienza di madre: dirò una banalità, ma si sta proprio facendo grande.

Farsene una ragione


L’altra sera, poco dopo che era arrivata la notizia della morte del professor Garbini, la mia amica Bianca mi ha mandato un messaggio e una citazione, che vorrei qui riportare. Ricordando la concomitante scomparsa di Berger, ha scelto un suo brano.

A man’s death makes everything certain about him. Of course, secrets may die with him. And of course, a hundred years later somebody looking through some papers may discover a fact which throws a totally different light on his life and of which all the people who attended his funeral were ignorant. Death changes the facts qualitatively but not quantitatively. One does not know more facts about a man because he is dead. But what one already knows hardens and becomes definite. We cannot hope for ambiguities to be clarified, we cannot hope for further change, we cannot hope for more. We are now the protagonists and we have to make up our minds.”

La prima immagine che mi è tornata in mente leggendo questa citazione è stata quella dell’aula di archeologia orientale, durante una pausa pranzo di 20 e rotti anni fa. L’aula di Matthiae, quella con il capitello di Ramat Rahel. Non ricordo esattamente chi eravamo. Ricordo però che stavamo seduti sui tavoli e che il succo della nostra conversazione poteva riassumersi in: “Noi faremo meglio di così, noi saremo meglio di così”.

“Così” erano i nostri professori, amati e temuti, ammirati e invidiati, ma sotto sotto anche commiserati da noi giovani promesse, con il mondo ai nostri piedi. Ecco, ora siamo noi i protagonisti e dobbiamo farcene una ragione. Per quanto mi riguarda, sono protagonista ormai ben lontano da quelle aule. Ma la domanda resta: ho fatto meglio di così, sono stata meglio di così?

Alcune parole pronunciate al funerale oggi e che non aspettavo sono state in qualche misura più difficili da portare via dei silenzi che invece aspettavo. Ma credo davvero che la conclusione giusta, quella in cui più mi riconosco, sia stata quella che ho scritto a maggio scorso: “Non siamo qui per calcolare chi ha vinto o chi ha perso, alla fine. La possibilità di trovarsi insieme dopo oltre vent’anni senza imbarazzi e senza rimpianti è già una vittoria”.

Quella serata di maggio è stata l’ultima volta in cui ho incontrato Garbini di persona. Lo abbiamo accompagnato al taxi, a piazza Venezia, e lo abbiamo salutato soddisfatto, felice, divertito. Sono davvero convinta che, in quella occasione e in molte altre, noi (io e gli altri, non moltissimi, che hanno avuto una storia simile alla mia) ci siamo scelti la parte migliore del nostro maestro e quella parte non ci sarà tolta.

 

Garbini


Avevo 19 anni e me ne stavo seduta su una finestra, nel corridoio di lettere, con le gambe a penzoloni. Non ricordo più la conversazione che abbiamo avuto in quell’occasione, ma per anni ci scherzammo sopra: “Ma ti pare che parlavi a un professore in quel modo, dall’alto in basso?”. Ora che so che il professor Garbini non c’è più, i ricordi si accavallano e non riesco a metterli a fuoco con chiarezza. Una fetta rilevante della mia vita, della mia giovinezza, nel mio essere quello che sono l’ho vissuto accanto al professor Garbini, senza mai smettere di dargli del lei e allo stesso tempo amandolo come un secondo padre.

Ho litigato con lui molte volte, l’ho contraddetto, sfidato apertamente. Dal lampo nei suoi occhi capivo quando giocava anche lui e quando si arrabbiava davvero. Ricordo le lettere e gli articoli battuti a macchina, le bozze dei suoi libri che mi portava da leggere prima di pubblicarli (più tardi me le spediva), le conversazioni nel suo studio, i visitatori che ogni tanto si affacciavano. Le conferenze, le lezioni, sempre diverse una dall’altra. Gli appunti scritti in fretta con la stilografica, anche quei buffi caratteri ebraici che in pochi mesi avevamo dovuto imparare a riconoscere. Le lunghe sequele di caffè alla macchinetta davanti alla biblioteca, con le cialdine che comprava dalla signora Elena e io che avevo il compito di servire gli ospiti.

Sarebbe facile oggi dire che era tanto bravo e tanto buono, che ha fatto tutto bene, che era un santo, che tutti lo amavano. Sarebbe facile e sarebbe falso, perché era un uomo complicato, con tanti difetti, a suo modo fragile, ma anche irascibile. Ricchissimo di ricordi, di idee, di intuizioni, di cultura, di poesia. Generosissimo e allo stesso tempo limitato da mille dubbi, complessi, scrupoli.

Gli sono grata di quello che mi ha dato, di avermi apprezzato (forse più di quanto meritassi), di avermi lasciato sempre libera e di avermi sinceramente stimato. Di aver cambiato idea, almeno in un paio di occasioni, convinto dalle mie argomentazioni. Di aver condiviso con me la gioia purissima della ricerca e quei momenti di esaltazione che ti fanno credere di aver risolto un enigma che resisteva agli assalti da secoli (o magari di aver visto un ghiotto enigma dove nessun altro lo avrebbe notato). Di aver riso di cuore con me, con noi, e di aver assaporato il privilegio di avere tempo e spazio per le nostre menti.

Una volta mi disse, scherzando, che in un certo senso sarei stata la persona giusta per fare un discorso al suo funerale. “Ma non avrai mai il giusto grado accademico”, chiosò subito e ridemmo tutti e due, davanti a un tè freddo al bar nei pressi dell’Accademia dei Lincei. I fatti gli hanno dato ragione e no, decisamente non sono una persona adatta a fare orazioni pubbliche. Gli dedico i miei molti e confusi ricordi privati e tutta la mia gratitudine.

Barca storta


Apprendo dal mio amico Dario che in Grecia l’albero di Natale non si usa: al suo posto si decorano modelli di barca a vela di legno. Se penso al Natale di quest’anno mi pare che l’immagine di una barca un po’ malridotta e rattoppata alla meglio, sbattuta dalle onde e dalle correnti all’improvviso, magari proprio quando sembrava che avesse trovato il suo modo di restare a galla, sia più appropriata della sicumera di un nordico e solido abete, scintillante di decorazioni e di luci.

Natale anche quest’anno è arrivato e passato (o forse sta passando) e il fatto che i cicli del tempo e della natura non dipendano da noi è sempre, a suo modo, rassicurante. Resta il fatto che io le vigilie di Natale tendo a viverle piuttosto male e anche se quest’anno ce l’ho messa tutta per creare manovre diversive, inclusi i solitamente per me temibili biscotti di Natale, è pur vero che c’è un limite a quello che si riesce a simulare per amore di una figlia e quel limite si avvicina pericolosamente via via che la figlia in questione cresce, fa domande scomode e fa anche due più due quando qualche cosa non torna (altrimenti detto: ti sgama di più, più velocemente e anche più spietatamente).

La mia barca scricchiola. Non da ieri, non in modo più allarmante di un tempo. Però scricchiola e la differenza più dolorosa è che ormai Meryem lo sa benissimo. Non è la fine del mondo, ma certamente è l’inizio di una stagione nuova.

Mi consolo pensando a quello che mia madre diceva sempre: “Barca storta, viaggio dritto”.

E buon Natale a tutti voi, di cuore.

E ora?


“E quindi ora che succede? What’s next?”, chiedeva ieri sera una delle mie studentesse americane mentre io, approfittando di dieci minuti di pausa da me stessa concessi, cercavo di sbirciare i siti online per capire se il presidente del Consiglio del mio Paese fosse fosse anche formalmente dimissionario, dopo esserlo diventato mediaticamente una manciata di ore prima, in diretta tv.

Cosa succederà non saprei, ma certamente so cosa è successo ieri: per la prima volta dopo molto tempo sui social si è veramente litigato per motivi politici, diciamo così, e non solo tra schieramenti da sempre opposti su canali già battuti e percorsi, ma anche tra gruppi di amici, in famiglia, tra persone abituate a sentirsi, più o meno genericamente dalla stessa parte. Era prevedibile e, in qualche modo, potenzialmente positivo. Intendiamoci, il conflitto resta al 90% dietro una tastiera (Nizam, che votava la prima volta, era piuttosto deluso che ai nostri seggi nessuno urli, nessuno venga alle mani, nessuno minacci di prendere l’avversario a bastonate nel bel mezzo di una votazione: ma lui è abituato a tutt’altri standard) e certe volte è puerile, preconcetto e francamente fastidioso. Un numero preoccupante di sostenitori del sì non ha esitato un attimo a scagliarsi contro la larga maggioranza di italiani che ha fatto la scelta opposta, lanciando accuse di diverso genere ma che si potrebbero riassumere con il solito “siete idioti/non avete capito” a cui i nostri stessi politici ci hanno abituato in questi decenni di slogan da stadio di infimo livello.

Io tendo a pensare che al momento lo scenario sia molto più complesso di così. Non credo che l’Italia si divida in una pur cospicua minoranza di intelligenti interpreti della res publica e una maggioranza di stupidi caduti nella rete dei populisti cattivi. Mi pare che raccontare l’Italia così sia contribuire a costruire una profezia destinata poi, fatalmente, ad avverarsi. Certo, la complessità in politica non è necessariamente una bella notizia, anzi. Però, come sempre nella vita, è in sé interessante e potenzialmente sorprendente.

“Che alternative ci sono?”, mi dicono gli amici che hanno votato sì e non hanno perso, neanche temporaneamente, la capacità di scambiarsi civilmente delle opinioni. Ecco, il punto è esattamente questo. Al momento probabilmente nessuna. La scelta, se si andasse a votare oggi, sarebbe francamente tra il peggio e il molto molto peggio. Però sono anche convinto che una parte non irrilevante della popolazione ambirebbe seriamente se non al meglio (un meglio condiviso da molti è difficile da trovare e concordo che oggi fissarsi su un meglio duro e puro probabilmente è una velleità che non aiuterebbe il nostro Paese) almeno al molto meno peggio. Credo che la chiave di questa valutazione qualitativa dovrebbe essere la questione ad oggi più urgente (almeno secondo l’Istat), che proporrei di definire giustizia sociale.

La società assicura la giustizia sociale allorché realizza le condizioni che consentono alle associazioni e agli individui di conseguire ciò a cui hanno diritto secondo la loro natura e la loro vocazione. La giustizia sociale è connessa con il bene comune e con l’esercizio dell’autorità […]. Ogni genere di discriminazione nei diritti fondamentali della persona in ragione del sesso, della stirpe, del colore, della condizione sociale, della lingua o della religione, deve essere superato ed eliminato. L’eguale dignità delle persone richiede che si giunga ad una condizione più umana e giusta della vita. Infatti le troppe disuguaglianze economiche e sociali, tra membri e tra popoli dell’unica famiglia umana, suscitano scandalo e sono contrarie alla giustizia sociale, all’equità, alla dignità della persona umana, nonché alla pace sociale ed internazionale.

Qualcuno  ha anche declinato alcune delle condizioni necessarie alla realizzazione della giustizia sociale: “lavoro per chi ne manca, casa per chi ne è privo, assistenza per chi ne necessita, libertà spirituale e politica per tutti”. No, lo so che state pensando. Questi non possono e non potranno essere i “4 punti per l’Italia di domani” che qualunque partito e movimento si sta già preparando a stampare su brochure con grafica accattivante e colori vivaci. La giustizia sociale è una visione, quella visione che nella politica sembra ormai sostituita tristemente dalle liste di cose da fare (che incidentalmente nulla dicono su perché e come quelle cose verrebbero fatte).

Ricordate che qualche anni fa vi ho parlato di questo libro? Concordo molto con quello che allora diceva il suo autore: quello che davvero ci manca e che è assolutamente urgente costruire è la capacità di vedere quello che non c’è (ancora). La capacità di tracciare un’esperienza di senso, di alzare lo sguardo su un orizzonte condiviso.

Si riuscirà in questo momento confuso a trovare chi, con spirito di servizio, si metta a costruire una alternativa credibile, non frettolosa e non limitata a un maldestro tentativo di cambiare l’etichetta a qualcos’altro? Il che non vuol dire, badate bene, che bisogna rottamare necessariamente quello che c’è. Ma senza una trasparenza su dove (davvero) si sta puntando lo sguardo dubito che si riesca a ricostruire la fiducia necessaria a sostenere un progetto politico.

Aspettando i 44


Non parlo degli autobus che da Monteverde calano verso il Teatro Marcello, ma del mio prossimo compleanno. Questo novembre corre via veloce, a tratti un po’ amaro, a tratti solo frenetico. Ci sono cose che mi lascio indietro, con maggiore o minore rimpianto. Ci sono nuove abitudini che scopro, come il pensiero di riconoscenza che mi accompagna da un po’ di sere a questa parte, da quando sono tornata dall’ultima trasferta: una sorta di ultimo check della giornata, grazie a Dio Meryem sta bene, io sono qui con lei, anche oggi possiamo chiudere gli occhi. Ci sono desideri che non riesco a mettere del tutto a fuoco, forse perché non mi va di formularli e poi vederli delusi. Ci sono giorni in cui mi guardo da fuori e mi dico che sono dove devo essere, sono quella che potevo e posso essere. Poi torno in me e la lista delle mancanze e dei rimpianti torna visibile.

Ma di cosa mi rammarico, alla fine? La mia libertà è impagabile. Lo scorso Capodanno ho persino potuto mandare Meryem a letto come una sera qualunque e bermi un sorso di spumante da sola a mezzanotte, già avvolta nella giacca di lana spessa che mi fa da bozzolo in queste prime notti di freddo. Oggi ho provato a buttare giù una lista delle persone che mi piacerebbe vedere per il mio compleanno e alla fine l’ho abbandonata. Come nei dilemmi che le principesse crudeli delle favole pongono ai propri pretendenti, non vorrei essere sola ma nemmeno in compagnia, non vorrei essere comoda ma neanche scomoda, non vorrei fare una festa ma nemmeno non farla. La soluzione forse esiste e a un certo punto magari la troverò. Intanto metto ufficialmente fine a una giornata storta e capricciosa.

Letture difficili


Approfittando di una trasferta, sono riuscita a fare tre letture, in qualche modo collegate una con l’altra. A dispetto del titolo di questo post, nessuna era pesante nel senso proprio del termine: tutti e tre i volumi, ciascuno a suo modo, avevano il taglio del reportage giornalistico e dunque uno stile scorrevole e agile. La difficoltà stava piuttosto nell’argomento: islam, fondamentalismo e radicalismo, Isis/Daesh. Ma andiamo in ordine di lettura.

  1. Napolislam, di Ernesto Pagano. Premesso che non ho visto il film/documentario, ho trovato la lettura interessante, anche se in qualche modo apre diverse domande e questioni. Si racconta la storia di alcuni  convertiti all’Islam e si offrono spunti incoraggianti rispetto alla capacità di un’esperienza religiosa calata nella quotidianità di integrarsi e trovare vie di comunicazione, facilitata da un tessuto sociale complesso ma comunque pieno di relazioni interpersonali come la città di Napoli. Ho apprezzato lo sforzo di andare oltre lo stereotipo, ma in qualche modo alla fine del libro si resta con l’idea di aver solo cominciato a seguire alcuni fili, che in fondo hanno a che fare con la religione fino a un certo punto. Insomma, interessante ma non completamente appagante.
  2. Il combattente, di Karim Franceschi. Qui mi impongo di restare nel format del post e di limitarmi a una scheda breve, ma vi anticipo che questa lettura mi ha messo in seria difficoltà. La storia è stata raccontata anche dai media: Karim, unico italiano a partire per il fronte di Kobane per combattere l’Isis, figlio di partigiano e attivista lui stesso, dopo una missione umanitaria in Kurdistan si rende conto che aiutare non basta, bisogna contribuire alla lotta più direttamente, sia pur per pochi mesi (3, la durata del visto turistico). La perplessità mi era sorta già con Kobane calling di Zerocalcare: pur avendo sinceramente apprezzato l’autore, il suo modo di porsi rispetto al tema, lo stile rispettoso e in qualche misura critico (il format della graphic novel piena di ironia aiutava), già allora mi ero fatta delle domande sull’operazione in sé e sul messaggio o sui messaggi connessi ad essa. Il racconto di Franceschi più che lasciarmi perplessa mi ha fatto a tratti davvero arrabbiare. Soprassiedo su alcuni sfumature che potremmo definire “culturali” e che, raccontate sinteticamente, potrebbero distogliere dal punto principale della mia critica. Il mio problema, credo, sta tutto nella descrizione – o piuttosto nella non-descrizione – dei “nemici barbuti”, i combattenti dell’ISIS. Non fraintendetemi: non starò qui a fare l’apologia di chi perpetra azioni feroci e disumane e si preoccupa anche di farne intensa pubblicità. Ma il nemico di Franceschi è solidamente anonimo, cattivo e uniforme: lo si uccide singolarmente, con colpi di fucile di precisione, ma non ha caratteristiche individuali. Forse più che ucciderlo lo si elimina, come in un videogame. Un colpo e basta. Mi si obietterà che per fare la guerra questo serve. E tanto più quando si tratta di una guerra proprio sporca, dove da un lato e dall’altro del fronte sono coinvolti anche minorenni, quasi ragazzini. I dubbi magari non ce li si può permettere quando si difende la propria terra dall’invasore. Non pretendo di mettermi dal punto di vista di una guerrigliera curda, ci mancherebbe: troppo diversa è la mia vita, la mia forma mentis, il mio punto di osservazione. Ma non posso fare a meno di gridare nel profondo di me stessa che non ce la faccio, in nome di nessuna emergenza, a rinunciare al mio senso critico. E allora io continuo a pensare che la guerra non può essere la soluzione, ma anzi alimenta altre guerre. Che le armi così ben descritte da Franceschi forse più che strumenti di liberazione sono parte del problema. E che un nemico solo brutto e cattivo, ontologicamente diverso da noi che abbiamo ragione, non esiste. Può essere una utile astrazione ideologica e intellettuale, ma non esiste. E da questo consegue che non ce la faccio a pensare davvero che questo sia il contributo che noi siamo chiamati a dare in questa situazione e non solo perché non tutti abbiamo il fisico e l’attitudine del guerrigliero (o del foreign fighter, che poi non è così diverso, almeno da questo punto di vista). Ma mentre scrivo mi rendo conto che la questione non è esaurita, neppure per me.
  3.  Au coeur de Daesh avec mon fils, di Laura Passoni. Comprato per pura reazione e con un certo timore, questa testimonianza mi ha invece sorpreso positivamente. Qui ho ritrovato una lettura più autentica della complessità della questione e, in qualche modo, delle indicazioni più concrete su cosa davvero sarebbe d’aiuto per contribuire a una soluzione. Perché la radicalizzazione dei “combattenti” avviene anche – e in larga misura – in Europa. Perché alcuni di loro, prima di essere anonimi nemici barbuti, erano ragazzi come Laura e come suo marito: con fragilità più o meno marcate, arrabbiati, pieni di rancore, alla ricerca di soluzioni concrete e tangibili, ora, subito. Non tanto diversi da alcuni degli intervistati di Napolislam, se vogliamo. E questo Islam senza comunità e senza moschee è il terreno più fertile per l’indottrinamento online. L’esperienza di Laura e di suo marito fa capire che il rapporto tra il Medio Oriente e le nostre periferie, geografiche e esistenziali, è più diretto di quanto possiamo pensare. Ma anche che le persone coinvolte non sono marziani, non sono strane creature sanguinarie che nulla hanno a che fare con noi. A volte hanno alle spalle famiglie come le nostre, magari sopraffatte dalle difficoltà, ma presenti e a volte disperate delle proprie insufficienze e incapacità. A volte sono loro stesse genitori e ritrovano, come in questo caso, il filo d’Arianna per uscire dal labirinto del fanatismo proprio grazie all’amore per i propri figli (o per quelli della propria compagna). Questo da un lato fa paura, ma dall’altro chiama alla speranza. E alla responsabilità di tutti: genitori, insegnanti, vicini di casa, educatori di ogni genere, amici, conoscenti. La guerra da vincere non è una sequenza di sparatorie, ma la ricostruzione di comunità in cui nessuno viene lasciato indietro. Non è sufficiente, certo. Ma aiuta moltissimo, anche a ragionare insieme su cosa davvero è importante cambiare, anche a livelli politici che sembrano ormai indiscutibili e irraggiungibili.

Avvicinarsi a Pasolini


Nel lungo elenco di cose che per qualche motivo non ho finora conosciuto c’è la figura di Pasolini. Non ho letto i suoi romanzi, non ho visto i suoi film. Non ne ho mai saputo granché. Lo so che detto così suona eccessivo e che c’è un sottofondo di informazioni che una persona della mia età e vissuta negli ambienti che ho frequentato si ritrova comunque da qualche parte nella testa. Però in sostanza è così: a Pasolini non avevo mai pensato.

Sono andata allo spettacolo Sono Pasolini di Giovanna Marini soprattutto perché ci cantava mio cognato. E’ stata l’occasione per cominciare a capire qualcosa di più. Gli spettacoli di Giovanna Marini sono abbastanza didascalici e questo non faceva eccezione. Il pregio principale forse è stato di cominciare a raccontarmi Pasolini a partire dal Friuli, terra di mio padre e ciò nonostante a me ignota come e quanto l’artista in questione. Eppure alla fine i frammenti noti di due cose ignote hanno in qualche misura iniziato a combaciare, a suggerirmi pensieri, associazioni.

E poi la lettura di questo testo terribile, che inframezza i quadri dello spettacolo. Una lettura che suscita in me allo stesso tempo fascino intellettuale e consapevolezza che no, non è così, non è vero. Cioè, è un testo profondamente giusto e acuto politicamente e allo stesso tempo profondamente stonato dal punto di vista della relazione. Forse la cosa si spiega, tra l’altro, con il fatto che l’autore non è mai stato padre. Sarà una banalità e non mi riferisco meramente a una condizione biologica e/o anagrafica. Ma certo essere padre nello spirito non è esattamente la stessa cosa di essere genitore nella carne e nella quotidianità. Essere “padre quotidiano”, quotidiano come il pane per cui gli uomini pregano, con quella stessa spietatezza del “per sempre” di uno dei più bei versi di De André (“femmina un giorno e poi madre per sempre”) è diverso – non per forza di più o di meno, ma certo molto diverso – da essere educatore, ispiratore, mentore.

Eppure quella condanna della civiltà dei consumi, di quella “accettazione — tanto più colpevole quanto più inconsapevole — della violenza degradante e dei veri, immensi genocidi del nuovo fascismo”, mi colpisce in tutta la sua acutezza e fondatezza, ogni giorno di più. Oggi, in un’intervista, monsignor Tomasi parla di “soggettivismo esasperato” di cui l’Europa sta dando prova. Una cosa è sicura: questo tipo di connivente complicità e promozione di stragi oggi è di dimensioni sbalorditive soprattutto in quei Paesi in cui la qualità della vita è più alta.

Ieri sera, celebrando inconsapevolmente la vigilia dell’anniversario della morte, mi sono guardata su Netflix Pasolini, un delitto italiano. E ora comincio ad essere pronta ad avvicinarmi un po’ più direttamente alla sua opera.

P.S. Intanto mi sono letta anche questo.