Risposte


Se non ne avete avuto ancora occasione, guardate la sequenza del Papa che lava i piedi ai rifugiati del CARA di Castelnuovo di Porto (dal min. 24 circa). Guardate la potenza del gesto di un uomo anziano che si inchina davanti a questi giovani uomini e donne, sorridente, con una sobrietà e una sicurezza senza alcun imbarazzo. Guardate i lori visi, le loro reazioni. La commozione di persone che vivono in un centro dove quasi 900 persone condividono isolamento e convivenza forzata, mancanza di attenzione, difficoltà di comunicare.

Ascoltate anche la breve, intensissima omelia. “Ognuno nella sua lingua religiosa” preghi per la fratellanza. Una celebrazione così vale decenni di dialogo religioso teorizzato.

 

Domande


Da quando chiudere violentemente le frontiere in faccia a donne, bambini, giovani e anziani in fuga ci pare una misura di politica estera qualsiasi?

Perché tutto continua come se nulla fosse dopo che i capi di Stato europei democraticamente eletti hanno stipulato un accordo con la Turchia che prefigura una strage?

Non è la prima, d’accordo. Non è nemmeno la prima di cui siamo corresponsabili. Ma in questo documento, che è stato definito un grande successo della diplomazia, non si ha vergogna di usare il termine “migranti irregolari”. Persino se si parla di cittadini siriani.

Non hanno usato le vie legali, sembra dire l’Europa. Le vie legali che non esistono, per caparbia volontà della stessa Europa.

Fermare i flussi, a qualunque costo. Un sessantesimo dei rifugiati del mondo è troppo per l’Europa, o per quel che ne resta. Se per mantenere il nostro tranquillo status quo dobbiamo far morire migliaia di altri uomini, inclusi bambini, pazienza. Anche se farlo costa molto. Anche se farlo significa renderci tutti complici di violazioni sistematiche dei nostri valori.

Ma dove sono i difensori della vita ad ogni costo quanto muoiono neonati nell’Egeo, con i loro fratelli, genitori e nonni? Sono interessati solo agli embrioni?

Come faccio a urlare che non sono d’accordo?

Perché nessuno pare particolarmente angosciato?

“L’immigrazione non è un diritto. E basta”, sbraita la Meloni dalla tv.

Che costo ha questa violenza? Per il mondo, per l’Europa, per i nostri quartieri, per i nostri figli?

Com’è un rifugiato?


“Sì, i bambini si sono inseriti bene. Il maggiore frequenta il liceo scientifico. Il minore va in seconda media, è già il primo della sua classe. Io ho trovato lavoro in una radio, sono in prova. Ma credo che ci siano buone speranze per me”. Sfoggia un italiano forbito, con lieve accento settentrionale. A suo tempo ha frequentato il politecnico qui in Italia. Poi ha lavorato per anni a Damasco, come guida turistica. Ora è qui, con la sua moglie fine ed elegante, ancora nel circuito dell’accoglienza, ma con una prospettiva che cerca di restare saldamente ancorata a un’autorappresentazione di famiglia normale: “Quando possiamo vedere l’appartamento? Ci sarà spazio per lo studio dei ragazzi?”. Quest’uomo e la sua famiglia sembrano l’incarnazione del rifugiato colto e facilmente integrabile, quello che fino a ieri molti Paesi europei si contendevano (oggi non più). Il loro percorso in Italia è stato caratterizzato da questo. Ma, del resto, chi di noi potrebbe dire che la propria esperienza non sia il prodotto di quello che si è e di come gli altri si pongono nei nostri confronti?

Un’altra famiglia è arrivata in Italia con un visto, ha trovato ospitalità gratuita in un istituto religioso. Ma la loro storia è molto diversa. Il capofamiglia è una donna, una donna che al suo Paese occupava una posizione di prestigio ed era ammessa senza particolari difficoltà a colloquio con il Presidente di quello Stato. Eppure. I contatti l’hanno aiutata a risparmiare a se stessa e ai suoi figli il Sahara e il barcone. Ma arrivata qui, il suo sguardo si è svuotato. La strada resta tutta in salita. La figlia minore quasi non ricorda la vita precedente, in Kenya. Per questo lei va avanti più spedita. Per sua madre sarà tutto un altro percorso. Niente posto in radio per lei. Un lavoro umile, portato avanti con la fatica di chi prima pagava chi queste cose le facesse per lei, mentre correva da una riunione all’altra.

Le mie colleghe faticano non poco a interagire con una coppia bizzarra. Sono palesemente barboni, fanno fatica a argomentare, parlano poco la lingua. Eppure, scoprirò poi con un certo sconcerto, è stata loro riconosciuta la protezione internazionale più di cinque anni fa. Oggi vivono nel tunnel dell’aeroporto di Fiumicino. Ci vorrà moltissimo lavoro per sbrogliare il groviglio di esclusione che si è stratificato intorno a queste due persone. Forse le mie colleghe hanno individuato il bandolo della matassa. Speriamo.

Rifugiato è il giovane kossovaro che quando è arrivato era bambino e oggi è chef. Oggi è passato dallo stato di migrante a quello di expat, oltre i confini italiani, in virtù della cittadinanza finalmente ottenuta e anche della posizione sociale conquistata con il suo sorriso strafottente e il suo impegno.

Rifugiata è la ragazza sudanese, anch’essa arrivata bambina, che gioca a pallavolo in una squadra trentina e sogna la convocazione in nazionale (probabilmente senza aver nemmeno conosciuto Mimi Ayuara).

Rifugiato è il ragazzo afgano che ancora non parla dieci parole di italiano e non mi aveva mai visto prima, ma vedendomi passeggiare nervosamente per il corridoio del Centro Astalli mi ha portato un bicchiere di tè e dei grissini.

Com’è un rifugiato? Disquisiamo di narrazione sui rifugiati, in Italia e in Europa. Ma l’unica narrazione onesta sarebbe composta da più di sessanta milioni di singole biografie.

Concedersi un cinema


Inaspettatamente, nel giro di una settimana sono andata al cinema ben tre (3) volte. Mi ricordo che quando Meryem era piccola ero convinta che dopo una serie di giornate negative, di malattie e tensioni, a un certo punto il verso cambiava e si cominciava a infilare una serie positiva di eventi che quasi mi spiazzava. Parliamo, evidentemente, di piccole cose (sia nel male che nel bene). Questo periodo è un po’ così. Arrivata all’apice della tensione, si sono spalancate delle piccole vie di fuga. Quel che serviva per riprendere la salita – ché di salita si tratta, comunque.

Per la prima scappatella cinematografica devo un ringraziamento a Chiara. Offriva alle sue lettrici una ghiotta anteprima di Room in orario incastrabile tra l’ufficio e l’orario di tolleranza della tata. Detto fatto. Non sapevo neanche che film fosse. Sarei andata a vedere pure il remake di Uccelli di Rovo, francamente. E invece era un film bellissimo e potentissimo, che ancora oggi mi lascia sensazioni tangibili. Andate a vederlo, in lingua originale, un giorno che vi sentite solidi e poco claustrofobici. O, al contrario, un giorno in cui volete piangervi tutte le vostre lacrime e uscire dal cinema un po’ più ricchi. Insomma, andateci e basta. Farà male, ma ne vale assolutamente la pena.

Il giorno dopo (!!!), grazie a un provvidenziale invito di Meryem a dormire da un’amichetta, ho accolto il consiglio di un intenditore e sono andata all’Apollo 11 a vedere Amore, furti e altri guai. Un giusto compromesso tra il cinema impegnato e la commediola. Adattissimo alla compagnia con cui l’ho visto, ancor più adatto alla sala in cui si proiettava. Insomma, abbiamo sghignazzato, ma possiamo dire di aver visto un film palestinese in bianco e nero. Vedetelo quando vi va di sentirvi intellettuali senza prendervi troppo sul serio. Meglio se, come abbiamo fatto noi, dopo una buona e economicissima cena indiana, a due passi dai portici di Piazza Vittorio: perché per ogni cosa serve il giusto contesto.

Oggi infine il senso di colpa mi ha indotto a portare anche Meryem al cinema. Le ultime esperienze con lei francamente mi avevano lasciato freddina e quindi mi sono adagiata sulle larghe poltrone dell’UCi Cinema con l’atteggiamento della vittima che va al patibolo (e prevede di farsi pure una pennica, al limite). E invece Zootropolis è un gran bel film. Messaggi positivi e non banali, idee davvero divertenti. Io e l’altra mamma ci siamo sbellicate dall’inizio alla fine, lo confesso. Le facce dei clienti della motorizzazione valevano da sole la visione… no, non vi dico di più. Andateci. Al limite fatevi prestare un bambino compiacente. La vostra stupidera troverà il giusto sfogo. E Shakira in versione gazzella non è affatto male.

 

Amicizia


“Gli olandesi fanno di questi scherzi. Nel bel mezzo di una festa uno si alza, fa un discorso ed ecco che piangono tutti”. In effetti è andata esattamente così. Garbatella, casale che sembra ancora una sezione del PCI anni ’70, invitati assortiti per età, paese di origine, cultura nel senso più pieno e vario del termine. Cibo verace, musica dal vivo (senegalese, per lo più). Ed ecco, si alza una signora olandese minuta, che io qualificavo genericamente come parente della festeggiata, e inizia a leggere diligentemente un discorso, in italiano accurato.

Vorrei avere il testo originale. Ricordo però che iniziava con due bambine di 4 anni che andavano a scuola, mano nella mano. E proseguiva con due liceali, e poi con due donne separate dalle distanze ma riunite dal fatto che una delle due, in un momento cruciale della sua vita, aveva trovato assolutamente naturale telefonare all’altra per confidarsi. L’altra, la sua amica del cuore. Ancora oggi. Da 66 anni.

L’espressione amica del cuore mi ha spesso suscitato un sorrisetto di superiorità. Non ho amiche del cuore, io. Oggi di colpo realizzo che non è una cosa di cui vantarsi. 66 anni di amicizia, 66 anni di fedeltà. 66 di disponibilità ad aprire il cuore con garbo e pazienza a un altro essere umano. Io, semplicemente, non sarei capace. Non sono stata capace, forse non lo sarò mai.

Vero è che Marielou, che oggi incredibilmente fa 70 anni, è stata capace di essere amica persino mia. Nonostante le mie spigolosità, i miei silenzi, la mia fretta, i miei impegni veri e presunti, la mia scarsa generosità di tempo e di attenzione.

L’arte dell’amicizia mi è fondamentalmente sconosciuta. Ma oggi, guardando due donne olandesi diverse eppure ancora così vicine, mi si è manifestata in tutta la sua potenza. Ho pianto anche io, insieme a molti altri (anche insospettabili). E ho provato profondo rispetto e ammirazione.

Stop


Ci sono momenti imprevedibili e apparentemente inspiegabili in cui mi sento come ferma a un semaforo e improvvisamente mi assale il dubbio: dove sto andando? “Like a river that don’t know where it’s flowing / I got a wrong turn and I just kept going…” Oggi questa esitazione si è accompagnata a un mix di malinconia e scoraggiamento. Un bello schifo, insomma. Ho pensato a un post di Polly che ora cito a memoria perché sono dal cellulare e per giunta in una stanzetta di una specie di pensionato di Bruxelles: lei si guardava dallo specchietto retrovisore e tutto sommato si stimava per aver fatto della strada. Io nello specchietto retrovisore, nonostante una certa spavalderia che ostento qua e là, cerco ancora di non guardare troppo. Non mi fa impazzire quello che ci vedo. Alla fine cerco di concentrarmi sul paesaggio che varia dietro il finestrino e magari mi sforzo pure di prendere qualche variazione lungo il tragitto per continuare a non annoiarmi.
In sere come questa cerco di respirare e di fare pace con la mia anima che ringhia e piagnucola. E mi dico che per fortuna, nonostante questa metafora, non sono io a guidare.

Cose che ora so di Brescia


Una rapida trasferta, con la testa un po’ affollata di pensieri, preoccupazioni, cose sospese. Confesso che alla fine io Brescia, nel vuoto grigio dello studio scolastico della geografia, non la collocavo neanche tanto. Tre anni fa il primo friendsurfing  mi aveva almeno consentito di ancorarla in qualche modo a Salò e questo mi ha risparmiato ieri alcune pessime figure, che avrebbero dimostrato inequivocabilmente la mia ignoranza storica oltre a quella geografica.

Riassumendo prima di stramazzare, mi annoto le cose apprese:

  1. Brescia ha un centro storico bellissimo, ma proprio bello bello, di quelli che ti riconcilia con l’Italia monumentale. Ideale per passeggiarci con un’amica incontrata finalmente vis-à-vis.
  2. A Brescia e dintorni l’inquinamento è una cosa seria: http://www.ambientebrescia.it/CaffaroRepubblica.pdf
  3. Le valli vicino a Brescia sono posti assai particolari, per vita sociale e folklore, dove si lavora molto, si guadagna (ancora) tanto, si producono alcuni prodotti che si vendono bene un po’ ovunque e sempre (anche posate, ma soprattutto armi).
  4. Tutto questo però si concilia in qualche modo anche con l’indefessa attività di alcuni altrettanto alacri sognatori: c’è chi sogna un  museo bellissimo (e raccontandotelo anche solo per cenni riesce a farti venir voglia di visitarlo, quando ci sarà), c’è chi sogna la pace e un mondo più giusto.
  5. A Brescia c’è almeno un posto dove si mangia da Dio, curati e coccolati da un vero cuoco (che spesso e volentieri cucina per una vecchia gloria del calcio che, contrariamente a ciò che credevo ingenuamente io, non solo non è vegetariano ma si diletta a procacciarsi da sé la non-verdura di cui è ghiotto).

Una trasferta che valeva la pena di fare, pur nei tempi risicati. Grazie a chi l’ha provocata!

Cosa possono portarci i rifugiati


Scrivo meno di prima, in questo periodo. Sono travolta da una specie di turbine, soprattutto lavorativo, che mi risucchia anche i pensieri dalla testa. Ma voglio raccontarvi una conversazione che curiosamente mi ha dato una risposta che in qualche modo, inconsapevolmente cercavo.

La riunione di progetto a cui ho partecipato, a Bruxelles, volge al termine. Ci troviamo su un taxi insieme, io e una bionda collega berlinese. Si chiacchiera. Lei è da poco rientrata in Germania, ha lavorato sette anni a Istanbul. Chiedo così, con leggerezza: “Com’è vivere a Istanbul?”. Il discorso si fa improvvisamente serio e appassionato. Mi parla di una città difficile, faticosa, di un clima politico in costante deterioramento. Ma subito aggiunge, con aria grave: “Ma poi la guardi e ti toglie il fiato. Quanto è bella. Io ancora oggi non riesco a farne a meno. Da quando sono tornata ci sono riscappata due volte. L’ultima volta quando c’è stato l’attentato. In fondo è lì che mi sento a casa”. Poi si sente in dovere di spiegare che non è solo la città, è il modo di vivere. Quell’uscire per le strade con tutta la famiglia. “In Germania certe volte mi pare che tutti siano rintanati dietro porte chiuse”. Sospira. Fa un attimo silenzio, ma poi aggiunge: “Anche questa riunione, se l’avessimo fatta lì sarebbe stata tutta diversa, non trovi? Guarda come ci siamo salutati, dopo due giorni di lavoro: ciao, ciao, al limite una stretta di mano. In Turchia ci saremmo baciati, la sera prima avremmo bevuto tè insieme fino a tardi e adesso qualcuno ci starebbe accompagnando all’aeroporto. Non trovi?”.

Trovo. Rincaro un po’ la dose, raccontando di quando per un disguido all’arrivo non avevo potuto avere la mia camera nel posto dove si teneva il convegno e sì, mi hanno pagato un albergo, ma nessuno mi ha aperto una porta neanche per dieci minuti, nessuno mi ha offerto qualcosa di caldo prima di depositarmi in una hall. “Ma secondo te fanno così perché sono gesuiti o perché sono belgi?”, mi chiede sgranando gli occhioni.

Mia cara collega giovane, fanno così perché in una larga fetta di Europa è così che si fa. Perché gli spazi privati sono inviolabili, o per violarli serve programmazione attenta e estrema cautela. Perché gli slanci e il calore di cui parli tu spesso, su al nord, non sono capiti, e/o sono temuti come la peste. La rassicuro: in Sicilia nulla di tutto ciò che le gela il cuore potrebbe accadere. Il tasso medio di affettività nei confronti dell’ospite magari non raggiunge i livelli turchi, ma certamente si impenna verso l’alto.

E poi ho pensato: ci salvano le migrazioni. Ci salva il calabrese che resta tale, almeno un po’, pure se vive a Glasgow. Ci salvano i movimenti interni all’Italia, quelli attraverso l’Europa e magari ancora di più potranno scaldare il cuore dell’Europa questi rifugiati che oggi vediamo solo come pacchi da smistare e scocciature da delegare. Ho pensato a quanti caffè e tè in questi 15 anni mi sono stati offerti da persone che non avevano neppure una casa. A quante cene etiopi mi sono state cucinate da famiglie che avevano solo una stanza e un fornelletto a gas. A quel desiderio di farti accomodare, da ospite, persino in assenza di sedie, divani, letti. Davvero i rifugiati potrebbero ricordarci cos’è l’ospitalità, perché a volte perdiamo di vista le cose importanti.

5 cose che penso sui fatti di Colonia


Per qualche giorno non ho voluto nemmeno approfondire, per il fastidio massimo che mi provocava il tono delle notizie e sì, anche i fatti (per quello che se ne sa finora). Poi ho letto, a partire da quello che i miei amici più condividevano su Facebook. Poi ci ho pensato un po’ su, sperando che il tempo facesse sedimentare la confusione e mi permettesse di essere più incisiva. Beh, ci rinuncio. Però visto che alcuni di voi mi chiedono comunque di dire cosa ne penso, lo faccio.

  1. I fatti in sé, in realtà ancora a me non chiarissimi in alcuni aspetti, ma comunque gravissimi. Certo, anche i particolari fanno una certa differenza. Un esempio: nella fretta dei nostri media di divulgare e rapidamente interpretare inizialmente si parlava di decine se non centinaia di stupri, poi si è capito che Sexualdelikte vuol dire molestie, palpeggiamenti eccetera, il che rende più credibile – anche se comunque terribile – lo scenario della notte di Capodanno vicino alla cattedrale di Colonia. Ora, da un certo punto di vista – se vogliamo discutere dell’accaduto per quello che implica in termini di rispetto delle donne o di esperienza delle vittime – questa differenza può paradossalmente non contare granché: violenza è violenza, trauma è trauma e la mancanza di atto sessuale completo non lo rende certo tollerabile. Dal punto di vista penale, però, visto che qui subito di parla di leggi speciali per facilitare le espulsioni degli eventuali colpevoli, al momento non direi che palpeggiare e stuprare sia esattamente la stessa cosa. Tutto questo per dire che questa vaghezza e confusione non aiuta a impostare nessuna discussione nei termini corretti. Anche l’impotenza della polizia mi fa pensare: stiamo assistendo a uno spiegamento di mezzi senza precedenti rispetto all’allarme terrorismo, al limiti della militarizzazione, e la polizia presente non era in grado di intervenire per interrompere degli atti criminali? Questo significa che in situazioni di grande affollamento non si può fare comunque granché? Mi pare verosimile, ma forse sarebbe onesto dirlo comunque quando si sceglie di investire tutto sulla pubblica sicurezza. Si parla poi, un po’ a casaccio, di persone in stato di ubriachezza e di furti/borseggi: due cose che non mi paiono del tutto compatibili l’una con l’altra. Quello che emerge è che nel casino generale c’è chi se ne è approfittato in un modo chi in un altro. Era un’operazione “semi-militare”? Sinceramente a me pare un bruttissimo e estremo caso di violenza di branco, ma non mi ricorda l’attacco del Bataclan. Da nessun punto di vista.
  2. C’è stato imbarazzo perché tra i responsabili c’erano alcuni/molti/solo (non saprei quale scegliere, con le informazioni attualmente in mio possesso) rifugiati? Certamente sì. Secondo me qui c’è stata una somma di imbarazzi. L’imbarazzo della polizia che quella notte ha comunicato pubblicamente che non c’era nessun problema, pur essendo consapevole almeno in parte che non erano riusciti né a intervenire in corso d’opera né ad assistere adeguatamente le vittime; l’imbarazzo di chi ha temuto a ragione che un fatto di cronaca del genere potesse essere molto rilevante politicamente, se ben comunicato; l’imbarazzo di quelli come me che, come notava oggi la mia amica Lucrezia, vorremmo e in fondo ci aspettiamo che i rifugiati, specialmente in questo momento e con questo clima, siano bravi, irreprensibili, simpatici, eroici e ben comunicabili. Se ci si mettono pure a delinquere…

Vedo che entusiasticamente molti hanno condiviso un editoriale di Lucia Annunziata che francamente mi pare esemplare per assurdità. Non lo discuterò punto per punto, perché non ne vale la pena. Sottolineo solo un paio di concetti che sono dati per scontati e che a me invece paiono illazioni poco fondate.

3. Quello che è accaduto è stato il primo episodio di uno scontro di civiltà dei nuovi arrivati verso il nostro mondo. Quindi qui suggeriamo che tutti i nuovi arrivati (arabi, nordafricani, siriani, afgani, genericamente islamici o stranieri?) hanno una civiltà comune, che si scontra con la nostra. Che uno dei valori portanti che oppone la nostra alla loro è il rispetto della donna. Che quindi tutti gli appartenenti alla suddetta civiltà (a prescindere quindi di educazione, ceto sociale, religione – o forse sono tutti musulmani? -, età, ma soprattutto circostanze sociali in cui hanno vissuto e vivono) trovandosi sulla piazza di Colonia avrebbero minimo minimo palpeggiato se non stuprato le donne presenti, in quanto espressione della loro cultura. Mi pare che qui si spostino indebitamente i termini della questione.

4. Forse la domanda che dovremmo piuttosto farci è perché QUELLE persone si sono responsabili di atti così gravi. Perché erano musulmani? Direi di no e sinceramente non mi pare ci sia bisogno di argomentarlo. Al limite lo hanno fatto nonostante fossero musulmani (ad essere pignoli, un musulmano davvero osservante non dovrebbe essere ubriaco, né tantomeno strafatto di droghe. Quindi almeno qui le citazioni coraniche le possiamo lasciare stare, non credete?). Forse per darci una risposta dovremmo prima sapere esattamente chi sono, tanto per cominciare. Ammesso, si intende, che non ci interessi meramente strumentalizzare l’accaduto per utilizzarlo a meri fini argomentativi (i rifugiati sono pericolosi versus i rifugiati sono buoni). Direi che un problema sicuramente c’è, probabilmente più di uno.

Ma non mi accontento certo di una diagnosi come quella della Annunziata, che prelude peraltro a soluzioni creative quanto (per fortuna) impraticabili, tipo dare protezione subito a donne, bambini e anziani “per qualunque ragione arrivino” e essere molto più cauti e severi (“un percorso più lungo e approfondito”) con i giovani uomini. Mi pare che questa idea si commenti da sola. Del resto lo stesso articolo cita melodrammaticamente i fatti di Tor Sapienza – ” ricordate Tor Sapienza, la disperazione e la rabbia delle donne che raccontavano (inutilmente) le offese che subivano dai gruppi di giovani immigrati illegali parcheggiati in tutte le case di accoglienza?” – come parallelismo molto malamente scelto. Io lo ricordo benissimo cosa è successo a Tor Sapienza e anche chi lo ha organizzato. Curioso che non se lo ricordi anche la Annunziata, proprio nei giorni delle prime condanne del processo di Mafia Capitale. Insomma, se proprio ci si vuole lanciare in ampie analisi sociologiche, pretendo almeno un po’ di credibilità.

5. Quello che più mi preoccupa è che l’Europa politicamente continua a balbettare, a nascondere polvere sotto il tappeto, a alimentare degrado culturale e sociale, a investire in violenza. Non abbiamo al momento in Europa uno statista che sia in grado di (o sia interessato a) capire e interpretare le vere sfide del nostro tempo, dalle migrazioni (forzate e non) alla globalizzazione, dalle trasformazioni strutturali delle nostre società (dal punto di vista demografico, economico, sociale) alla sostenibilità ambientale. Io vedo un consiglio di Europa che si convoca e decide in base agli “umori” dell’elettorato (e agli interessi privati degli stakeholder principali, si intende) e un mondo dei media che più che informare solitamente agita emozioni (e più basse sono, più vendono). Non mi sento affatto al sicuro e non sono tranquilla per il futuro di mia figlia. Ma francamente non credo che il rischio più urgente e grave che corriamo sia essere palpeggiate da uno straniero ubriaco. Non dico che non sarebbe un’esperienza assai spiacevole, che è toccata a me più volte (soprattutto da parte di locali, in realtà) e che temo che la statistica dica che toccherà prima o poi anche a lei. Ma almeno non mi argomentate che basterebbe tenere fuori dall’Europa tutti gli stranieri per assicurarci uno splendido futuro e un’immediata crescita dei nostri diritti di donne. Questo davvero non sono disposta a berlo.

Il Piccolo Principe


Ci siamo andate anche noi a vedere il Piccolo Principe al cinema, convinte dalle molte recensioni entusiastiche dei miei amici sui social. “Non vorrai essere una fondamentalista saintexuperiana anche tu”, mi sono detta. Restava una perplessità di fondo: io mica c’ero riuscita ad appassionare Meryem al libretto che ho stretto al cuore in almeno quattro lingue diverse (incluso ebraico e turco) e che ha fatto da contrappunto più alla mia adolescenza e giovinezza che alla mia infanzia. E in effetti, a pensarci bene, mi ero pure già data una spiegazione: i miei sospiri sull’addomesticamento della volpe, sulle separazioni, sul tempo speso per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante sono stati per me legati a sospiri di amori possibili e soprattutto impossibili, a una malinconia consapevole che in una parabola così lieve trovava una forma poetica e le opportune tinte pastello acquerellate che la rendevano meno lagnosa. Nulla di strano dunque che non riuscissi a comunicare questo al solido orizzonte di concretezza di una bambina di 6-7 anni. All’epoca, dunque, desistetti.

Ieri dunque siamo andati al cinema e ho scoperto un’altra interpretazione, tra le mille possibili, del libro. Il Piccolo Principe come ode all’infanzia perduta, schiacciata dalla programmazione compulsiva e dalla vita eccessivamente frenetica dei genitori di oggi (redimibili, almeno in parte, sul finale). Peccato che per rimpolpare la narrazione, un po’ troppo evanescente e allusiva per i ritmi cinematografici odierni, sia stata aggiunta tutta un’altra vicenda, che sottraeva del tutto il bambino diafano e biondo all’atmosfera sognante e rarefatta del libro per farlo protagonista di un’avventura come un’altra, con i dovuti colpi di scena e lo scioglimento finale.

La cosa mi ha lasciato interdetta. Non scandalizzata, ci mancherebbe. Ma interdetta sì. Il risultato finale non ha impressionato molto Meryem (però magari è stata condizionata dalla reazione tiepida mia e di suo padre) e tutto sommato mi ha lasciato un’idea di compromesso mal riuscito.

Peccato, perché la grafica delle parti evocative delle illustrazioni del libro era effettivamente stupenda e a suo modo poetica di per sé. Però non ci ho ritrovato nulla del libro che ho amato, se non discretissimi accenni qua e là (e anch’essi a tratti appesantiti di interpretazioni). Forse era l’unico modo per realizzare un lungometraggio da una parabola tutto sommato assai breve, senza trasformarla in una specie di odissea intergalattica (come fa invece il cartone animato, che pure non ho amato affatto). Ma tutto sommato forse l’avrei lasciata lì, la piccola parabola. A parlare con il suo linguaggio, con i suoi tempi e i suoi ritmi, senza popcorn e senza merchandising.