E se la lasciassi fare?


Streghetta di tonno con i capelli verdi

Facciamo outing: rientro anche io nella schiera folta di madri che sudano freddo al momento di mettere a tavola i figli (la figlia, nel mio caso). Meryem non ha mai dimostrato un interesse particolare per il cibo. Diffidente, restia ad assaggiare, capace di saltare i pasti senza difficoltà alcuna. Con un’aggravante: io ho subito per anni (quasi 20!) le costante insistenze di mio padre ad ogni pasto perché assaggiassi ciò che ancora oggi non riesco proprio a mandare giù. Mi ricordo sollievo i miei pasti da sola davanti a un libro, quando gli impegni pomeridiani mi autorizzavano a anticipare il pranzo. Ho capito immediatamente che io non sarei mai riuscita a forzare mia figlia in alcun modo, il che non è necessariamente bene. Finora mi sono accontentata del fatto che almeno un pasto al giorno non lo fa con me e che qualcun altro avrebbe provveduto a sollecitarla.

Il pianeta Marte. Composizione di frittatine di ceci e peperoni

A essere onesti fino in fondo, io non propongo a mia figlia nulla di particolarmente attraente. E anche la nostra socialità del pasto, visto che normalmente siamo sole, è piuttosto ridotta. Una svolta nelle nostre vite è stata segnata dall’incontro con Natalia. Con le sue ricette io e Meryem abbiamo cominciato, ogni tanto, a cimentarci in cucina. E lei ci ha preso gusto. La cosa che la folgora più di ogni altra è la composizione del piatto, la creatività (tipo quella che sprigiona dal nuovo libro di Natalia, per intenderci). Facce buffe, paesaggi, animaletti: ogni cosa con una forma diventava più appetibile.

Ciò mi ha dato un’altra idea. Non si ha sempre il tempo di cucinare insieme qualcosa di sfizioso. Ma ho preso l’abitudine di chiedere a Meryem di scegliere tra gli elementi costitutivi della cena (carne, legumi, pane, verdure….) disponibili quel giorno i componenti necessari a una sua composizione artistica, tutta da mangiare. La regola è che deve utilizzare per la composizione solo le quantità che crede di poter mangiare. L’intera procedura prende al massimo 5 minuti, ovviamente: i componenti sono già cotti – se è il caso. Se riesco, parto dal passaggio precedente: mi faccio accompagnare al supermercato e la invito a scegliere i componenti. A quel punto la Guerrigliera si fa fregare dall’estro cromatico: l’altro giorno ha voluto pomodorini, lattuga, persino un peperone che prima aveva sempre schifato.

Alla fine cerca un titolo al piatto e vuole che lo fotografiamo, così Natalia su Facebook lo può vedere e dirci se siamo state brave. E poi lo spazzola, diligentemente.

La bandiera italiana: fettina di vitello, bresaola, insalata, maionese

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Welcome (come dicono a Parigi)


Jean-Marie mi è piaciuto fin dal primo incontro, svariati anni fa. Gesuita, francese, biblista, perennemente con un pericoloso scintillio negli occhi azzurri. Refrattario a ogni forma di obbedienza burocratica o intellettuale. E allo stesso tempo completamente e convintamente dedito al servizio, con una certezza cristallina e una fede incrollabile nell’impossibile. Il progetto Welcome era una di queste idee irragionevoli, poco realistiche, potenzialmente buone ma sai com’è, tra il dire e il fare… Jean-Marie lasciava dire. Ma sapeva che ci sarebbe riuscito e infatti così è stato.

A Parigi i richiedenti asilo trascorrono molto tempo per strada, in attesa che venga loro assegnato un posto nel sistema di accoglienza. Minimo quattro-cinque settimane, a volte di più. Centinaia di giovani afghani dormono in tende per le strade della città, a volte persino lungo gli argini della Senna di fonte a Notre Dame. La Francia pullula di grandi ONG specializzate in materia di asilo e migrazioni, con reti di advocacy potenti e presenza capillare un po’ ovunque. Dei giganti del nostro lavoro. Ma Jean-Marie, con il suo stile da Asterix, insisteva: finché c’è tutta questa sofferenza lo spazio per l’azione c’è, dobbiamo solo trovare il nostro. Per tutti questi giganti i rifugiati, alla fine, sono solo un caso, un numero di fascicolo, una pratica da sbrigare. Per noi può essere diverso. E per “noi”, allora, intendeva essenzialmente lui stesso e una giovane signora italiana, convinta quanto lui (e grazie a lui). Isabella in seguito mi raccontava tra lo sgomento e l’ammirazione retrospettiva alcuni colloqui con finanziatori, amministratori e simili, a cui lei si presentava sudando freddo, con decine di slides e pile di documentazione. Jean-Marie entrava, si sedeva, guardava l’interlocutore negli occhi e partiva con un linguaggio del tutto inaspettato. Niente budget, niente strategie, niente partenariati e programmazioni: solo ospitalità, diritti umani, eventualmente tirando in ballo direttamente lo Spirito Santo. “La prima volta sono uscita dal colloquio sconfortata e anche un po’ arrabbiata”, mi diceva. “Ero certa che nessuno ci avrebbe preso sul serio, se parlava con quel tono da profeta”. E invece.

Oggi Welcome è una rete di ospitalità incredibilmente efficace, che opera in tutta la Francia. Funziona così: alcune famiglie (ormai parecchie) danno la propria disponibilità ad ospitare in casa un richiedente asilo per un periodo di 5 settimane. Il JRS Francia si occupa di selezionare gli ospiti che sono segnalati da ONG su tutta la Francia, di offrire tutte le opportune informazioni e supporto alle famiglie e di fornire a ciascun ospite un tutor che lo segua costantemente in tutte le sue necessità, dalla procedura d’asilo, all’insegnamento della lingua, alla ricerca di soluzioni successive. Alle famiglie viene chiesto solo di accogliere, gratuitamente. E’ un’esperienza che si può fare una o più volte l’anno, o al limite una sola volta nella vita. Ma che ha un valore immenso. Il primo, pratico: toglie dalla strada persone già sfinite dalla fuga dai loro Paesi, consentendo loro di riposare il corpo e lo spirito e, ancor più importante, di sentirsi accolti singolarmente, in forma non anonima. Più di 100 richiedenti asilo, persone molto giovani e in situazioni di grande vulnerabilità, ne hanno usufruito. Ma non è tutto qui. Una sera, durante la riunione annuale del JRS a Parigi, Jean-Marie ha invitato a cena le famiglie e i ragazzi che in questi anni hanno partecipato al progetto. Parlando con loro capisci la portata davvero rivoluzionaria di questa idea semplice.

Mondi che non avrebbero motivo neanche di sfiorarsi per caso che si trovano a camminare insieme un tratto di strada: famiglie borghesi nel senso più pieno del termine e giovani afghani, ceceni, ivoriani. Intellettuali, casalinghe, persone impegnate nella fede e in politica e dedite ai più vari hobby e giovani in fuga, abituati a tentare il tutto e per tutto pur di sopravvivere. Suvvia, non può funzionare. E invece sì. Funziona. Con l’attenta regia del JRS France, che lavora per prevenire difficoltà e “tentazioni” (la regola è chiara: niente soldi, niente regali, niente beneficenza di alcun tipo per gli ospiti, niente proroghe; a tutti gli aspetti pratici pensa il tutor e l’organizzazione), il progetto fiorisce intorno al suo punto centrale: l’ospitalità, nel senso più alto del termine. E i legami continuano, si intrecciano, si estendono di conoscente in conoscente, di condominio in condominio.

I risultati sono stupefacenti e oggi, a pochi anni dall’avvio, tutta la Francia pullula di reti di famiglie e di coordinamenti locali. Jean-Marie si avvia a concludere il suo incarico di direttore del JRS France. Nel salutarlo, domenica, a Parigi non ho potuto fare a meno di dirgli: “E’ straordinario. Ti rendi conto che questo è un miracolo?” “Mica li faccio io, i miracoli”, ha ribattuto brusco lui. Certo, i miracoli sono competenza esclusiva di Qualcun altro. Però si può facilitarli o ostacolarli. “Facilitatore. Sì, questo ruolo mi piace!”, mi ha concesso infine. E ha riso di cuore, come sempre.

Ma, tornando a noi. Con il mio collega italiano ci chiedevamo se questo modello sarebbe esportabile nelle nostre città. Io, ovviamente, dicevo: magari! Mi si obiettava però che il concetto italiano di ospitalità è troppo vincolante, sia per chi ospita che per chi è ospitato. Che gli italiani sono meno avvezzi a dare le chiavi di casa e a dire all’eventuale ospite: “Noi stasera siamo fuori, per la cena arrangiati”. Che le italiane medie sono pericolosamente mamme di tutti e che dunque si dovrebbe vigilare continuamente sulla correttezza dei rapporti. Eccetera. Io però credo che: a) mica siamo tutti uguali! b) non sarebbe l’ora che ci educassimo un po’ a un’ospitalità più sana, che lascia anche molte meno scuse per sottrarsi sempre? Voi che ne pensate?

Jean-Marie

Tono minore


Parigi val bene una messa, lo sanno tutti. Quello che non mi aspettavo era che la messa, domattina, ricorderà un bambino di due o tre anni venuto a mancare la notte scorsa. E’ il figlio di un collega, che oggi avrebbe dovuto essere qui con noi. Invece, non sappiamo bene come, è successa questa spaventosa tragedia che lui ha comunicato per mail stamattina, senza altri dettagli. Per il resto posso solo osservare che il tempo è passato su di noi, su tutti noi. Dopo sei anni di questi incontri, mi pare che in molti prevalga un po’ di disincanto.

E’ uno strano gruppo, questo. Ci si incontra due volte l’anno, si finisce per condividere qualcosa, almeno del ritmo generale della propria vita. Ci si conosce, sia pure limitatamente ad alcuni settori precisi. C’è il madrelingua inglese che nessuno capisce davvero cosa dica (oggi ho teorizzato che è perché non pronuncia la punteggiatura, neanche i punti interrogativi), ci sono le solite sottili vene polemiche che serpeggiano tra tedeschi e europei del sud, c’è il gesuita che sfoggia una fede nuziale d’argento perché si considera sposato a una comunità di rifugiati che ha lasciato in Nepal anni fa.

Oggi pensavo alla mia prima esperienza con loro, in Portogallo, nel 2006. Una spiaggia lunga, le onde dell’oceano. Due hanno osato fare il bagno, sebbene fosse ottobre e le onde non scherzassero affatto: uno è il padre del bambino di cui parlavo prima, l’altro si è preso un periodo di riposo, “a tutela della sua salute” ci è stato detto. Li rivedo davanti a miei occhi, ora, mentre scherzavano tra gli schizzi e penso a quanto tempo è passato. A quanta strada ho percorso. A quante cose sul lavoro non sono più nuove, ed è un peccato. Mi rivedo entusiasta, convinta, battagliera. Ero più ingenua, ma mi piacevo di più di oggi. Qualche ora fa, mio malgrado, ho contribuito con scrupolo alla formulazione più corretta di una posizione di advocacy. In Portogallo non avrei saputo farlo. Ma la voce mi tremava ancora di emozione e indignazione quando si trattava di stabilire priorità, obiettivi, strategie. Ora ho stampato sulle labbra un sorrisetto antipatico, di scetticismo amaro. No, non mi piaccio.

Cacce al tesoro un po’ eretiche


Non ricordo quanti anni avevo (dovevo essere ai primi anni delle superiori) quando mi capitò sotto mano un libro che parlava in forma molto romanzata di catari, Maria Maddalena, tesori nascosti e Sacro Graal. Quella stessa faccenda che molti anni dopo viene più o meno ripropinata nei polpettoni di Dan Brown. Non posso dire di essere rimasta turbata da quella lettura, ma certamente mi colpì. A distanza di molti anni, dopo trascorsi da biblista e di storica delle religioni, credo di aver imparato che i veri misteri non sono certo questi. I miei studi mi offrivano prospettive ancor più inedite e, allo stesso tempo, facevano crollare alcune convinzioni (se siete tra quelli che credono che chissà cosa ci sia scritto nei manoscritti di Qumran, sappiate che sono terribilmente noiosi). Mi è rimasto tuttavia un interesse per la storia della religione cristiana, eresie incluse, specialmente come sfondo di romanzi gialli e racconti di svelamento di enigmi veri o presunti. Però mi sono fatta più esigente. Polpettoni sì, ma un po’ di decenza e serietà va applicata anche alla scrittura di questo genere letterario senza pretese. Ergo sono solita astenermi dagli autori americani: l’argomento religione non pare proprio nelle loro corde (magari un giorno sarò smentita, ma resto traumatizzata da Dan Brown….). In compenso, da quando ho il Kindle, mi sono dedicata a una serie di letture non disprezzabili per chi ama questo genere letterario e si diverte a seguire misteri che si dipanano attraverso formule ebraiche, iconografie gnostiche e intrighi vaticani antichi e contemporanei. Ecco una piccola presentazione.

Inizio senz’altro da Merkavah, di Daniele Versari (0,99 su Kindle Store). Un esordiente autoprodotto che merita successo. Lettura godibile, accurata, avvincente. Ingredienti: il Duomo di Orvieto, una coppia simpatica, una setta ispirata ai misteri di Mitra, Celestino V e persino… la Sindone. Questo medico poco più giovane di me, che tra i suoi hobby annovera “creare sculture di animali marini con materiali di riciclo”, va senz’altro incoraggiato a continuare a scrivere.

Molto più conosciuto (è stato al secondo posto nella classifica dei libri più venduti in Italia) è  Il mercante di libri maledetti di Marcello Simoni (ex archeologo, storico e di lavoro bibliotecario). Intreccio più classico, ma non privo di guizzi ai limiti dell’enigmistica. Una caccia al tesoro avvincente, anche se lo scioglimento non è forse del tutto all’altezza.

Non italiana ma spagnola è Matilde Asensi, di cui ho acquistato e letto ben due romanzi: L’Ultimo Catone e Iacobus. Il primo è senz’altro il più originale: mi ha colpito molto la figura della protagonista, suor Ottavia Salina, la descrizione degli ambienti vaticani della Biblioteca, che mi sono familiari (mio padre lavorava lì) e anche l’appassionante galoppata attraverso prove iniziatiche ambientate in luoghi a me molto cari (dalla chiesa di S. Maria in Cosmedin alla moschea di Fatih a Istanbul) e rese ancor più avvincenti dalla loro ambientazione contemporanea. Certo, lo scioglimento è assai acrobatico, come accade agli autori che puntano molto in alto nei viluppi della trama. Ma me lo sono goduto tutto, con il sorriso sulle labbra. Iacobus è più classico, di ambientazione medievale: ma è pur sempre un’avvincente caccia al tesoro lungo il Cammino di Santiago, con persino un pizzico di romanticismo che non guasta.

A parte, perché non appartenente allo stesso filone, vi raccomando caldamente Altai di Wu Ming. Si scarica gratuitamente dal sito della Fondazione. Se, come me, avete amato la figura (troppo poco conosciuta) di Gracia Nasi, apprezzerete assai il seguito della storia. Un bellissimo romanzo storico tra Venezia e Istanbul, un viaggio nel tempo e nello spazio capace di rapire pensieri e fantasia.

Vi ho convinto, vero? Allora buona lettura!

La bauxite, l’ora di religione e i confini della mente


“Ma secondo lei”, mi fa un giovane californiano del gruppetto di universitari a cui ieri parlavo di rifugiati a Roma “questa storia dei confini degli Stati sempre più impenetrabili è in qualche modo collegata alle nostre mentalità sempre più ristrette e impaurite della diversità?”. Oddio, magari non l’ha detto proprio con queste parole, ma l’idea era quella. Ecco, in quel momento ho pensato che tutta la mia lezioncina, gli aneddoti scelti ormai anche con un po’ con mestiere, compreso il ricordo sempre vivo di quando da adolescenti ci parlavano dell’Europa senza frontiere (interne) e nessuno ci raccontava che razza di blindatura invece stavano mettendo in piedi su quelle esterne, qualche effetto lo aveva sortito. Io ieri proprio quello volevo dire. Che ci farà il californiano nella sua vita non lo so, ma io su questo argomento ci rimuginavo anche per tutto il can can nato dalle dichiarazioni del ministro Profumo sulla riforma dei programmi scolastici e, in particolare, dell’ora di religione.

In Italia, si sa, “ora di religione” è una di quelle cose che non si può nominare senza suscitare immediatamente una fastidiosissima ondata di polemiche (avete presente quel film in cui il protagonista ha una specie di crisi di nervi tutte le volte che sente pronunciare “donna delle pulizie”? Ecco una roba del genere). Allora mi tolgo il pensiero e dico subito le cose ovvie: quell’ora dovrebbe essere pienamente parte del programma scolastico, non facoltativa, insegnata da insegnanti reclutati con lo stesso identico sistema di tutti gli altri e senza patenti e imprimatur di autorità religiose, quali che siano. Ma cosa si dovrebbe insegnare in questa materia? Qui casca l’asino. Solitamente il fronte laici/liberi pensatori/persone evolute-moderne-civili qui risponde “storia delle religioni”. Così, di default, avrei forse risposto così anche io. Ma in questi giorni mi rendo conto che è una risposta che a sua volta non sta in piedi. Storia delle religioni? E cioè, di preciso? Il pensiero corre al mondo accademico e all’omonimo dipartimento. Siamo sicuri che è questo che serve, nelle scuole? Una disciplina che vive ancora oggi in perenne crisi di identità, persino nel chiuso ambiente della ricerca universitaria, notoriamente poco incline a considerare la propria utilità educativa? Nei migliori dei casi a me noti (e parlo per aver vissuto ancora in qualche modo il riflesso della famosa scuola romana di gloriosa e meritata fama) la storia delle religioni è un’affascinante scienza storica, tesa a sviscerare attraverso articolate ipotesi (e spesso impantanandosi in esse) uno o più aspetti della tradizione culturale delle società, specialmente antiche. Comparativisti versus fenomenologi, con le tribù esquimesi sempre dietro l’angolo perché utilissime per essere usate come raffronto (sufficientemente ignoto ai più) per suffragare qualunque teoria. Non fraintendetemi, io amo la storia delle religioni. Sono persino convinta che entro certi limiti possa essere una cosa seria. Ma onestamente non mi pare ci interessi per dare contenuti sensati a una materia scolastica.

Ma no, mi direte voi: noi con storia delle religioni intendiamo la conoscenza delle varie religioni del mondo. Ah. Ma siete sicuri? A parte che spesso, in un certo qual modo qualcosa del genere durante l’ora di religione si finisce per farlo, è questo che ci serve? Studiare presentazioni pseudo oggettive del buddhismo, dell’induismo, dell’ebraismo e dell’islam? E a che pro? Qui si insinuano le voci a favore dell’ora di religione così com’è (considero solo quelle in potenziale buona fede): ma come si fa apprezzare l’arte, la letteratura la tradizione di un Paese largamente cattolico se i nostri ragazzi non sanno nulla manco di cristianesimo? Posso testimoniare per esperienza diretta che, in effetti, un mio compagno del liceo, quando gli fu chiesto dalla professoressa di storia dell’arte di descrivere il Battesimo di Cristo di Piero della Francesca si soffermò con grande afflato a precisare quanto fosse centrale nella composizione “il grosso gabbiano” sopra la testa del soggetto principale. E non era un caso isolato. Tuttavia, pur riconoscendo a questo argomento una punta di verità, non sono disposta a sostenere che l’ora di religione così com’è serva a qualcosa, tanto meno a capire meglio la Divina Commedia o i cicli pittorici dell’arte antica. Salvo lodevoli eccezioni determinate da sforzo individuale e autogestito di insegnanti particolari, durante l’ora di religione ci si dà alle varie ed eventuali, combattuti tra la necessità di astenersi dal catechismo e l’incertezza sostanziale di cosa insegnare di preciso. Io solitamente vedevo film, per dire. Oppure parlavo di educazione sessuale (avevo una giovane insegnante di religione molto aperta e entusiasta, ma un po’ ondivaga e molto poco presa sul serio da noi studenti).

Credo che, per una volta, la chiave stia nelle parole del ministro. Il discorso in effetti si riferiva in modo ampio alla riforma di programmi scolastici che ormai non sono più adeguati alla società plurale, multiculturale, multietnica in cui vivono i nostri figli. E non si tratta della stantia spruzzatina di intercultura facilona che ogni tanto riaffiora qua e là tra le proposte didattiche di questo o quel territorio. E’ proprio questione di affrontare responsabilmente un’urgenza culturale. Se leggete questo articolo, davvero notevole, di Ilvo Diamanti capirete meglio cosa intendo.

Per formulare proposte su come riformare l’ora di religione, il discorso deve partire dall’ora di geografia. Anche qui i miei ricordi scolastici sono emblematici. A parte confuse memorie appiccicaticce di nomi di catene montuose della Germania, la geografia per me si collega mentalmente alla bauxite. Compariva tra le risorse minerarie di molti paesi (addirittura a un certo punto mi pareva che non ci fosse luogo al mondo privo di un giacimento di bauxite) e, a tutt’oggi, non so come sia fatta. A cosa serva. Ora sarebbe facile, cercherei su Google. Ma quello che più mi sorprende, oggi, è che in tanti anni non me lo sono mai chiesto. Il che la dice lunga su quanto mi abbia dato la materia in termini di stimoli intellettuali. Ed ecco che il ministro Profumo nota un’ovvietà: oggi gli studenti la geografia potrebbero impararla, molto più efficacemente, dal compagno di banco. Certo, detta così è un po’ troppo facile. Ma certamente oggi l’esigenza più evidente è quella di orientarsi meglio tra luoghi, relazioni economiche e politiche, lingue. Avere le coordinate per spiccare il volo in un mondo di opportunità. Ma, prima ancora, di condividere, di incontrarsi con gli altri con la consapevolezza di dove si è, e possibilmente di chi siamo e chi stiamo diventando (o, ancor più interessante, chi potremmo diventare). Cogliere le possibilità infinite del tessere relazioni, imparare a farlo con gli strumenti più utili.

E qui veniamo all’ora di religione. Facciamo per un attimo finta di essere un Paese normale? Ci scordiamo per un momento di vescovi, concordati e radici cristiane dell’Europa (almeno nell’accezione restrittiva del termine)? Io credo che l’ora di religione potrebbe utilmente essere trasformata in qualcosa che, chissà perché, mi viene da definire in inglese: (Multi)Cultural Awareness. In soldoni? Dare agli studenti le conoscenze indispensabili per rapportarsi in modo costruttivo con la diversità. Alla base ovviamente dovrebbero esserci elementi di decostruzione del pregiudizio e di gestione del conflitto. Ma poi ci vanno, a complemento, anche molte nozioni pertinenti. Il capitolo sull’identità religiosa potrebbe essere lungo, ad esempio. Ma non importerebbe tanto fare la storia dell’espansione dell’islam o della diffusione del buddhismo in Cina. Piuttosto mi piacerebbe si affrontassero le questioni che più facilmente possono portare a fraintendimenti e incomprensioni, grandi e piccole (salta agli occhi la questione delle rappresentazioni sacre, ma anche le norme alimentari, su cui ho un gustoso aneddoto che racconterò come bonus a chi ha il coraggio di arrivare fino in fondo al post). I temi che ancora devono essere oggetto di riflessione, anche normativa, perché non del tutto metabolizzati dalla società.

Ma ovviamente la religione è solo un aspetto di questa materia di supporto per la gestione della pluralità. In questa ora troverebbero ottimamente spazio approfondimenti a prevenzione di tutte le più comuni forme di discriminazione: un lavoro sulle questioni di genere, a partire dallo smontare criticamente gli stereotipi sulle donne; un approfondimento sulle identità sessuali e su tutte le questioni connesse alle libertà fondamentali; un percorso documentato sull’antiziganismo in Europa (così magari la piantiamo di essere convinti tutti che le zingare rubano i bambini)…. Vi pare che ci sia abbastanza carne al fuoco? Direi di sì. La bella domanda, evidentemente, è dove pescare insegnanti di una materia che non c’è (oltre che come fare eventualmente inghiottire Oltretevere il rospo multi-identitario). Non vi preoccupate troppo. Ora potete riaprire gli occhi. Siete in Italia, ricordate? Il problema (ahimè) probabilmente non si porrà mai.

P.S. Ah, l’aneddoto esemplificativo che vi avevo promesso, ma che se lo infilavo prima mi faceva perdere il filo dell’argomentazione. Dunque, mi trovavo a fare una lezione sull’ebraismo a una classe di un istituto superiore di un paese dei Castelli Romani. Si parlava di norme alimentari e, in particolare, del divieto di mischiare in un pasto derivati da carne con derivati da latte, da cui consegue la divisione piuttosto frequente nei piccoli ristoranti e locali tra quelli che servono cibi a base di carne e quelli (solitamente bar e pasticcerie) che servono latticini. Qui una ragazza ha un’illuminazione: “Ah, ma allora era per questo!”. E mi racconta che alcune settimane prima lei e la sua famiglia erano capitati a mangiare in un ristorante kasher (“molto buono, tra l’altro!”), ma che a un certo punto il fratello piccolo aveva iniziato un capriccio per avere un gelato. Appurato che nel locale non se ne vendevano, il padre si era alzato e aveva comprato un cono alla vicina gelateria. A quel punto però i proprietari del locale li avevano pregati con garbo di non sedersi nuovamente a tavola con il gelato, ma di consumarlo su una panchina di fronte. La richiesta, motivata da banali regole tecniche (a partire dal necessario rispetto dell’osservanza degli altri clienti, a garanzia della quale il rabbinato certifica peraltro l’idoneità o meno dei locali), era apparsa alla famiglia digiuna di ebraismo assolutamente incomprensibile e persino sgradevole. “Abbiamo pensato che fosse per ripicca per il fatto che non lo avevamo comprato da loro. E dire che avevamo mangiato in cinque, quindi ci pareva proprio una meschinità”. Da qui all’ebreo avaro (con naso adunco) voi capite che il passo è breve. Eppure basterebbe fornire un po’ di banali informazioni quantomeno per decifrarsi gli uni con gli altri (il che, ovviamente, lascia chiunque libero di pensare che le norme alimentari e le religioni in genere siano enormi fesserie: ma almeno sgombra il campo da infondate ipotesi interpretative, che hanno peraltro la ben attestata tendenza a estendersi a macchia d’olio a popolazioni intere).

Incerte rivoluzioni


Ieri, come molti sul web, assistevo sbalordita alle manifestazioni di Madrid. Su Twitter le battute si sprecavano: “siamo i più forti a retwittare le proteste degli altri”; “verrà qualcuno a scalzarci dai nostri divani?”. Io, frastornata e perplessa, retwittavo. Come volevasi dimostrare.

Frattanto, su Facebook, mia sorella mi chattava la sua solita domanda: “Ma possibile che non ci sia proprio nulla di decente in giro in cui poter partecipare politicamente, muoversi insieme a altri per cambiare qualcosa?”. Passati in rassegna alcuni improbabili nuovi contenitori di idee – o come caspita li definiscono – ci siamo ritrovate con un ben magro bottino. Un nuovo giornale, Pubblico, da seguire con un qualche interesse (“Ma Luca Telese era alunno di mamma?” No, almeno lui no. Però era monteverdino, da bambino, e frequentava casa di miei amici di infanzia. Che ai miei occhi questo pedigree da monteverdino e le remote pascolanze comuni a Villa Sciarra con la babysitter Maristella – se non erro – non sono necessariamente un punto a favore. Ma non divaghiamo, prego). E poi? Poi niente, nulla di nulla, nisba, zero.

Stamattina un’amica esprimeva perplessità, sempre su Twitter, rispetto all’entusiasmo captato in rete per i fatti di Madrid. Cito la cara Silvia Mobili: “Non capisco chi evidenzia con foga le proteste in Spagna. Dobbiamo picchiarci e sfasciare i negozi anche noi? Questa la strada anti-crisi?”. No, rispondevo io, ma questa nostra immobilità indifferente è tutt’altro che non violenta. Non reagire significa sostanzialmente fare violenza a chi è più debole di noi e più pesantemente subisce. Silvia obiettava a questo punto che bisogna costruire il cambiamento da noi, dalle piccole cose di tutti i giorni. Concordo, ci mancherebbe. Ma basta che le piccole cose di tutti i giorni non sano esclusivamente i fattarelli nostri. Mi sembra che sia il “noi”, il senso di comunità che si stia perdendo. Vedendo dall’esterno – ma dall’esterno notoriamente è difficile farsi un’idea realistica – le manifestazioni di Madrid a noi appaiono sorprendenti perché sembrano animate da un senso di comunanza che qui è merce rara. Avevo già parlato, in altra circostanza, delle manifestazioni di qui che ormai paiono eventi, happening, con musica sparata e giocolerie varie. Belle, artistiche (entro certi limiti), ma del tutto depotenziate rispetto ai contenuti e al senso ultimo. Però magari parlo di cose non paragonabili.

Si ritorna sempre lì: indignati individualmente direi che siamo tutti, per un motivo o per l’altro. Ma è pensabile in Italia, oggi, essere indignati collettivamente, possibilmente in modo costruttivo? Sono profondamente toccata da questo dubbio, perché mai come ora noto con allarme che sulle mie convinzioni, i miei entusiasmi più sinceri sembra depositarsi una sorta di opacità, di polvere. Stanchezza, disillusione, cinismo. E se mollo sulle due tre cose in cui credo davvero, con quale energia posso andare avanti? Perché non credo di essere pronta a lasciarmi vivere (e, anche fosse, a Meryem che racconterei?).

La rete può essere una risposta? Il modello del pigrattivista qui descritto mi convince fino a un certo punto. Però credo molto nella forza catalizzatrice del web, nella sua capacità di moltiplicare esponenzialmente quei casi della vita che ti fanno incontrare la persona giusta, l’alleato giusto, l’occasione a cui non pensavi neanche.

Alla fine la cosa che più serve, in questo momento, è la creatività. E non intendo, ovviamente, una qualche forma di estro artistico autoreferenziale (oggi, alla Social Media Week di Torino l’assessore all’innovazione del Comune di Milano ha associato per ben due volte in un intervento di pochi minuti il concetto di politica con quello di autoreferenzialità – mi è parso emblematico). Si tratta proprio di capacità di pensare al di fuori degli schemi tradizionali, che ricordano  degli stampi consunti (matrici stanche? ricordo vagamente qualche articolo di argomento archeologico…) che producono oggetti apparentemente nuovi ma già inservibili.

E, con questo concludo, veniamo al blog, ai blog, che per me sono stati e sono ancora luogo privilegiato di argomentazione e scambio di idee. Il fatto che i blog possano essere molto altro (fornitura di servizi, strumento di marketing, vetrina professionale, aggregatori di community e chi più ne ha più ne metta) non dovrebbe indurre noi blogger cani sciolti a rinunciare a una straordinaria possibilità di condivisione (sì, Anna, dico a te). Persino nei più piccoli progetti aziendali, ormai da soli non si va da nessuna parte. Figuriamoci per fare le rivoluzioni.

L’acqua in pillole


Ricordo un po’ confusamente un cartone animato dei tempi miei (avevo scritto antichi, per la cronaca), ambientato alla corte di Re Artù. In uno degli episodi Merlino arrivava trionfante dal sovrano, esclamando: “Sire, ho fatto una scoperta straordinaria! La nostra salvezza in caso di assedio! L’acqua in pillole”. “Interessante, Merlino” rispondeva il re. “E come funziona?” “Basta sciogliere una pillola in mezzo bicchiere d’acqua!”.

Quando, già un paio di anni fa, ho iniziato a leggere nei bandi del Fondo Europeo per i Rifugiati che si sarebbero finanziati studi di fattibilità e poi anche interventi diretti di supporto alla creazione di impresa da parte di titolari di protezione internazionale, eventualmente appartenenti alle cosiddette categorie vulnerabili (vittime di violenza estrema e di tortura, nuclei monoparentali, donne in stato di gravidanza, anziani, disabili), mi è tornata prepotentemente alla mente quella vignetta. Senza negare a priori che ci possano essere progetti altamente sperimentali con una buona percentuale di successo (non credo però a Roma, francamente), mi è parso di vedere dietro questa soluzione il tentativo di risolvere un problema limitandosi a spostarlo un po’ più in là. Chi ha difficoltà enormi ad inserirsi nel mercato del lavoro, specialmente in questa congiuntura economica, difficilmente sarà un brillante imprenditore. Non tutti gli stranieri, per il solo fatto di essere tali, sono geneticamente predisposti a gestire qualche lucroso import-export. I migranti forzati, poi, non possono contare di solito neanche su una solida comunità di riferimento. Hanno un bel dire, i sociologi, che nella storia lo straniero è mercante e il mercante straniero (si legge anche questo, nelle ricerche di riferimento). Mica parliamo dei fenici dei sussidiari. Altre sono le persone e soprattutto ben altro è il contesto economico. Per cui quando ti arriva una volenterosa signora ivoriana convinta di aprire un ristorante a Roma perché le piace cucinare (e alla domanda “che fornitori useresti?” risponde “andrei a fare la spesa a Piazza Vittorio”) hai il forte sospetto che non sia assolutamente il caso di incoraggiarla.

Un pensiero analogo mi veniva oggi mentre seguivo con la coda dell’occhio – in streaming – la Social Media Week di Torino, panel “SocialMom, Mamme in rete”. Durante il dibattito finale è serpeggiata la domanda fin troppo consueta che viene rivolta alle mamme blogger di chiara fama: “Quand’è che [bloggare] diventa redditizio?”. In filigrana si coglie un intero esercito di donne che con la maternità ha lasciato o perso il lavoro e che dunque vede nel web la possibilità di inventarsi un lavoro più conciliabile con la propria dimensione. Tutto è possibile, ma ho sempre pensato (e sono in questo confortata da un’autorità come Barbara Damiano) che mettersi in proprio non è affatto un ripiego comodo a un lavoro impiegatizio scomodo. Può essere certamente una via alternativa, ma solo per chi – passatemi la definizione un po’ approssimativa – ha la possibilità di scegliere. Poi chiaramente tra la blogger per mero diletto e l’imprenditrice del web ci sono le mille sfumature del lavoro free-lance, che può utilmente servirsi del blog come vetrina. Questa variante può essere in effetti una risposta all’assenza di reale conciliazione nel nostro Paese (non è una forma di conciliazione in sé, però). A una condizione: non avere un disperato bisogno di guadagnare. Quindi, a quanto ho potuto vedere, reinventarsi professionalmente attraverso il mommyblogging è possibile, ma non è un ammortizzatore sociale, un sostegno al reddito delle fasce più deboli. Può aiutare qualche professionista rimasta al palo a sperimentare vie nuove. Però non è la via della redenzione per tutte le donne che non trovano un lavoro o non hanno la possibilità di mantenerlo.

Insomma, guadagnare attraverso il blog per una mamma è come una pillola di acqua in pillole, da sciogliere in mezzo bicchiere d’acqua. Mandata giù così rischia di strozzare il volenteroso ingoiatore (o, più facilmente, la volenterosa ingoiatrice).

Ovviamente poi bloggare è altro e offre moltissimo. Potenzialità di sperimentare, di catalizzare idee, di esprimersi, di socializzare. Io adoro il mio blog e non credo potrei più rinunciarci. Però difficilmente rimpinguerà il mio conto in banca – e non mi sono mai aspettata che lo facesse.

 

Non sta a me


Non è che avessi proprio un piano preciso, lo confesso. Si sarà pure notato, presumo. Però dopo la giornata di oggi, la gita sociale “Roma dei rifugiati”, sono ancora più convinta che vale proprio la pena di farle, queste cose poco pensate e tanto sentite. Mentre uscivamo dal mio catacombale ufficio, eccezionalmente trasformato in luogo dove ricevere delle amiche, mi sono chiesta: “Era troppo?”. Questo davvero non sta a me giudicarlo. Per la mia golosità era pure poco, anche se era davvero il massimo consentito da una tempistica che evitasse il trattamento inumano dei partecipanti e, in qualche caso, l’abbandono di uno o più minori.

La gratitudine a chi è venuto l’ho espressa ieri. La ribadisco tutta. Ci aggiungo quella a Guglielmo, di Prime, che ci ha accolto senza batter ciglio e mi ha preso sul serio, sulla fiducia, in una roba che non sapevo neanche ben spiegare cosa dovesse o potesse essere. E nonostante questo, è stata proprio come la volevo. Sono emersi tanti spunti di riflessione anche per me, che non sono nuova all’argomento. In particolare due temi su cui devo continuare a riflettere seriamente: quello della comunicazione sul tema dei rifugiati e quello del fundraising (sì, no, come, quando).

Se e quando le partecipanti si riprenderanno dalla botta, mi piacerebbe sentire anche da loro (in pubblico o in privato, a loro discrezione) cosa ne pensano e come mi consigliano di proseguire questo percorso un po’ alla cieca, che vorrebbe essere (un po’ troppo pomposamente) un’operazione culturale. Più realisticamente può diventare un’operazione di condivisione di esperienze, di idee e di pensieri.

Il pranzo mi ha richiamato prepotentemente alla mente i coffee break autoprodotti dei convegni degli allora giovani Orientalisti. Quando credevamo seriamente di cambiare la società a colpi di storia antica. Non a caso è stata una delle partecipanti del convegno di dicembre 2001 a darci lo spunto per organizzare il pic nic  (ci sei mancata tantissimo, Betti!). Forse questo oggi lo posso dire – e non sapete quanto mi conforta: non è mai tardi per avere un ideale. E se ne parla meglio a stomaco pieno, ridendoci un po’ su, incoraggiandosi con il calore di amicizie che, a dispetto della casualità con cui nascono e si intrecciano, sono davvero di sostanza.

Ultimo ringraziamento doveroso ad Alessandra. Specialmente alle non romane tenevo proprio a regalare quei vicoli, quegli scorci. Poi però Alessandra ci sa mettere sopra tanto di più (gelaterie sfiziose incluse!). Certo, non era lì solo per la sua competenza. Oggi me la rivedevo davanti in una classe piena di curdi, in una scuola del Flaminio. E ritorno al punto di partenza: quanto è bello riuscire ad alzare la testa e vedere che non si è così soli come nei giorni grigi ti pare di essere.

P.S. Iniziano a reagire! Ecco qui i racconti di Isabella, Chiara e Anna.

Un lusso


Come lo dice bene, Barbara: anche l’indicibile fatica del quotidiano merita di essere raccontata. Io, a differenza di lei, la racconto pure troppo. Sono abbastanza lamentosa, trovo. Certo che “i momenti più neri, più bui, quelli che cambiano per sempre una vita” alla fine non li racconto nemmeno io. Qualcuno ce l’ho nelle bozze, ma scelgo sempre di non postarlo. Ma non divaghiamo.

Poi oggi ho letto un altro post, questo. C’entra molto con il regalo, il lusso, che ho deciso di concedermi domani. Contro l’indicibile fatica del quotidiano, contro la routine che a volte mi fa dimenticare che, di fondo, credo nel mio lavoro e lo amo, domani mi sono presa una giornata per raccontare a un gruppo di amiche cosa significa per me (e per altri, qui a Roma) l’impegno per i rifugiati. A prescindere da come andrà (vi racconterò anche questo, poi), volevo intanto dirvi che sono tanto felice che abbiano accettato il mio invito. Ho rimuginato per molti mesi sull’opportunità di farlo, un invito così. Ci penso dal Momcamp 2011 di Milano, quando per la prima volta avevo provato a raccontare perché mi pare importante, anche per un genitore, prendere confidenza con esperienze di impegno sociale, chiamiamole così. Pensa che ti pensa, pondera che ti pondera, a un certo punto mi sono decisa e, non senza una certa sorpresa, ho trovato un certo numero di persone disposte a regalare un sabato (merce rara e preziosa per chi lavora!) a me e alla mia idea.

Potrei scrivere molto altro, che mi riporterebbe alla gratitudine che provo per queste relazioni in rete, che sono tutto meno che virtuali e che prendono vie e intrecci inaspettati e mi fanno respirare anche quando mi  pare che manchi l’aria. Certe volte mi rammarico del fatto che la mia vita sia così riluttante rispetto all’incanalarsi su un binario tranquillo, prevedibile, sicuro. Ma per giustizia devo dire che mi dà anche tanto, questa mia vita strampalata. Ad esempio l’opportunità di una giornata come quella di domani.

Piccolo canguro: una favola per l’inserimento


Piccolo canguro

Durante una delle nostre spedizioni alla piccola e media editoria, lo scorso dicembre, mia sorella Marina mi ha regalato questo libro di Guido van Genechten, che ho subito apprezzato moltissimo. Oggi, rileggendolo a Meryem, ho pensato che è molto adatto a questo periodo dell’anno, in cui le mamme si confrontano con inserimenti a scuola e i relativi distacchi, più o meno sofferti.

Piccolo Canguro è restio a saltar fuori dal marsupio della sua mamma. La mamma cerca di invogliarlo, di stimolarlo, di spingerlo fuori dolcemente. Perché è giusto così, ma anche perché, umanamente, è stanca e non ce la fa più a portare tutto il giorno il peso di un cucciolo un po’ cresciutello. Alla fine anche il cangurino mammone si lancerà nel mondo, nel modo più naturale: saltando dietro a un nuovo amichetto.

Mia sorella mi raccontava di voci – non so quanto fondate – relative al fatto che questo libro, olandese, avrebbe incontrato qualche resistenza prima di essere tradotto in italiano e che sarebbe stato addirittura rifiutato, in quanto poco in linea con l’italica sensibilità, da alcune editrici più famose. Non ho idea se sia vero. Certo è che questo concetto della fisiologica stanchezza della mamma, che nulla toglie alla gioia positiva dell’indipendenza, è certamente uno degli elementi che mi ha reso questo libro dalle illustrazioni deliziose assai simpatico.

Lo dedico a tutti i genitori alle prese con queste settimane di rodaggio. A quelli che si sorprendono a desiderare che i figli crescano in fretta (salvo poi pentirsene, quando crescono davvero). Ai genitori sgarrupati come me, che sentono gli uccelli cinguettare e, nonostante tutta la fatica, provano ancora l’impulso di muovere qualche passo di danza (se non ci vede nessuno).