Adelante por favor


Eccoci qui, con un papa nuovo, proclamato in orario di TG serale, a beneficio di tutte le famiglie italiane (e europee). Noi compresi. Meryem ha rinunciato malvolentieri al cartone del dopo cena, ma alla fine ha seguito con una certa partecipazione (insofferente per la lunga attesa tra la fumata e lo scioglimento della prognosi).

Meryem inizia a rimuginare molto su quello che ascolta, riproponendolo a volte a più riprese. Le sue domande dirette, direttissime, spiazzano qualunque strategia educativa, se pure ne avessi una. “Mamma, ma non puoi essere tu il papa? Oppure papà? O nonno, se c’era ancora?” Ricapitolo sommariamente: io sono donna, papà è musulmano, mio padre oltre che morto era sposato. “Non può essere sposato?”. No. Individua quindi come possibile candidato l’amichetto Federico, che non ha la fidanzata e non la vuole (in particolare mi par di capire che non voglia lei, che invece gli si propone ogni giorno. Ma questo non lo racconteremo al padre curdo).  Pausa. “Ma il papa deve essere per forza vecchio?” Mannaggia, questa bambina va decisamente dritta al punto. E questa da dove gli viene? Ricostruisco che quando mi ha chiesto perché serviva un papa nuovo devo avere optato per la versione “era molto vecchio e stanco”.  Mah, di solito sì.

L’attesa si protrae. Meryem ha drammaticamente tempo di elaborare nuove domande. “Mamma, ma tu sei sposata?”. Avrei potuto rispondere che la domanda non era pertinente. Avrei potuto rispondere semplicemente no, tecnicamente corretto dal punto di vista civilistico. Ma invece mi sento rispondere: “Ora no, ma lo sono stata”. Immagino che l’intento fosse chiarire che, ammesso che vengano a breve introdotte le papesse, io sarei comunque fuori dalla rosa dei candidati. Ma come me ne esco? Lei non pare sconvolta. “Ah, sì? E con chi?”. Concisamente rispondo. Registra. Tirerà certamente fuori il tutto nel più imbarazzante dei momenti. Ben mi sta.

Mi salva il balcone che finalmente si apre. Mi impressiona il silenzio assoluto dei giornalisti dopo la proclamazione. Qualcuno, come me, avrà detto: “Eeeeh? Cioè? Chi è questo?”. Qualcuno, più preparato, avrò fatto un salto sulla sedia. Meryem guarda Touran e chiede, legittimamente perplessa: “Ma sarebbe questo?”. No, ancora un attimo di suspence. Il neo Francesco a pelle ci è piaciuto. Meryem si è lanciata entusiasta nell’Ave Maria (unica preghiera che conosce) e mi ha zittito severissima quando, nel momento di silenzio, cercavo di spiegarle cosa significasse. Ha anche severamente criticato il fatto che armeggiassi con il cellulare in un momento così solenne (ma mica è colpa mia se mi arrivavano millemila notifiche, manco avessero fatto papa me). Valle a spiegare che la benedizione valeva esplicitamente anche per i fruitori delle nuove tecnologie.

Poi l’ho mandata a letto, rafforzando la mia posizione con la buona notte pontificia: lo vedi, Meryem, che lo dice anche lui che è tardi? Poi ho chiamato Nizam, beccandomi qualche improperio: alla fumata, mi aveva imposto di fare un nome, per una scommessa in extremis. Io, sufficientemente depressa, ma con un certo pudore scaramantico ad esplicitare il nome che funesto mi aleggiava in testa, me l’ero cavata con un poco convinto “Ravasi”. Toppando, naturalmente. Però Francesco I l’avevo azzeccato. Dopo poco mi arriva un sms: “forza cesuiti” (traslitterazione turca di gesuiti, Nizam ancora dopo tanti anni ancora fa confusione sulle poche consonanti che divergono).

Da allora, fioccano i messaggi e persino le congratulazioni. Qualcuno mi ha chiesto di scrivere che cosa penso, seriamente. Me lo risparmio, rimandandovi a questo articolo della Murgia. In sintesi: guardiamo il bicchiere mezzo pieno e, soprattutto, guardiamo avanti. Che sarebbe proprio l’ora, nella Chiesa e nel mondo. Condivido quello che ha detto padre Giovanni, il presidente del Centro Astalli: magari questo venire “dalla fine del mondo” aiuterà a rivedere le priorità, a cambiare punto di vista. Fa sempre bene, anche alle persone. Figuriamoci alle istituzioni millenarie.

P.S. Un’ultima notazione. Ho letto, in un florilegio di citazioni pubblicate dal Corriere, alcuni commenti sul libro di Giona. Mi ha fatto piacere. Giona, per tante ragioni, è “il mio” libro della Bibbia. Mi riprometto di approfondire come mai papa Francesco se ne è occupato.

Qualche link (in progress)

Giacomo Costa su Huffington Post
Antonio Spadaro su Il Sole 24 Ore
Stefano Femminis per Europa

Ingiustizie


Vedo Meryem che si rabbuia, con quel suo tipico aggrottare le sopracciglia che sembra concentrare nel suo sguardo tutte le nuvole temporalesche del mondo. Il libretto di Peppa Pig sull’alfabeto che ieri le ho regalato contiene una specie di puzzle a coppie di pezzi, dove va abbinata la lettera con la parola che inizia con quella lettera. Nell’edizione italiana sono andati al risparmio e, sebbene la cartolina riassuntiva dell’alfabeto (che ha solo disegni e quindi non è stata tradotta) comprende anche j, k, x, y e w (e lo stesso dicasi per il libro allegato), i pezzi del puzzle sono adattati a un alfabeto puramente italico, che ha consentito quindi di risparmiare ben dieci pezzetti di cartone stampato. “Non è giusto!”, sbotta furiosa.   Le fa rabbia che i pezzi da lei ricomposti non corrispondano alla sequenza della cartolina, ma le fa doppiamente rabbia il fatto che la y non è superflua: serve a scrivere il tuo nome (e qui bisogna sottolinearle che il suo nome non è italiano… ma se uno volesse scrivere xilofono?).

Oggi sono sensibile alle ingiustizie. Poche ore fa, infatti, mi pare di averne subita una, clamorosa. Ancora mi brucia, anche se non è poi una cosa di grande importanza, a ben guardare. Tra l’altro, ironia della sorte, ultimamente sto facendo un sacco di letture che girano intorno al concetto di giustizia.

Ma cos’è la giustizia e, per riflesso, cos’è l’ingiustizia? Il saggio che avevo in mano ieri sera argomentava lungamente che una definizione univoca di giustizia non esiste. Filosoficamente è vero. Ma abbandonando le dispute sofistiche, io temo che non sia la definizione il principale problema. Il problema è che, ahimè, un’ingiustizia, piccola o grande che sia, se subìta brucia. Questo lo ha chiarissimo già Meryem. Uno dei ricordi più vividi che ho risale alla mia prima visita in Israele. Avevo dormito a Betlemme, dove ero arrivata a piedi (ed ero stata sbranata da una specie di ferocissimi moschini urticanti per tutta la notte). Ero in compagnia di un tedesco, luterano. La mattina, prestissimo, passiamo davanti alla chiesa della Madonna del Latte (mi pare). Mi viene voglia di dire un’Ave Maria, lascio fuori un attimo il mio amico e scappo dentro. Avevo uno zainetto in spalla e forse questo ha suscitato le ire di uno scorbutico prete, che mi ha cacciato fuori urlando: “No turists!!!”. Sono rimasta molto ferita da quel fatto insignificante. Non è che mi capiti ogni dieci minuti, ma io avevo voglia di pregare e lui me l’ha impedito.

Ho pensato molto al racconto del mio collega siriano, che sottolineava molto il desiderio di giustizia della gente, che cresce davanti ai diffusi soprusi. L’Islam, al momento, è la struttura più attrezzata in loco dal punto di vista giuridico e quindi il consenso ai radicali cresce. La giustizia però non è solo un fatto di tribunali o, peggio, di sanzioni più o meno accettabili. Mi stupisce sempre che alla giustizia evangelica, che pure è un messaggio centrale del cristianesimo, si dia solitamente, nella migliore delle ipotesi, un senso meramente figurato. La promozione della giustizia è certamente uno dei valori dell’organizzazione per cui lavoro che mi sta più a cuore.

Cos’è la giustizia? Torno a chiedermelo. Una direzione, una opzione, ma soprattutto una ricerca. Non una ricerca intellettuale, evidentemente, ma il discrimine principale di tutte le scelte. “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose [cioè il mangiare, il vestire, la casa, il lavoro….] vi saranno date in aggiunta”. Se avessi fede anche solo per una delle cose che mi piacerebbe credere, vorrei fosse questa.

E voi? Che ingiustizie avete subìto? Che giustizia cercate, se la cercate?

Imprevedibile leggerezza


Una volta ho scritto che lo scoraggiamento risale a tradimento come l’umidità dalle scarpe bagnate. Altrettanto imprevisto, e solitamente (almeno in parte) immotivato, è il buon umore. Lo visualizzo come un cielo terso, di quel maestoso azzurro romano che tanto amo (anche se oggi piove, vabbè). Da ieri sera mi sento tutta ringalluzzita. Onestamente, per carità, un paio di cose sono andate per il verso giusto (o quanto meno non sono rotolate giù per la china sbagliata), ma tutti gli impicci e i rodimenti che mi tormentavano nelle scorse settimane sono ancora lì, ben saldi al loro posto. E allora? Allora niente. Come credo fermamente da quando mi conosco, è quasi sempre la mia assoluta irrazionalità a salvarmi.

Ammiro alcune amiche, in particolare Chiara e Isabella, che hanno la costanza di elencare settimanalmente le cose di cui essere felici. Mi fanno sempre pensare a un libro che aveva mia sorella: 14,000 things to be happy about. Lo sfogliavo e lo trovavo ogni volta geniale, in quell’alternanza di trivialità quotidiane (il gelato di crema con sopra il caramello) e di nobilissimi sentimenti (l’amicizia). In questi tempi di autoeducazione all’ottimismo, c’è anche l’hashtag su twitter #3cosebelle, che ho scoperto grazie ai mitici farmacisti genovesi 3.0 (che 2.0 non mi pare abbastanza) della Farmacia Serra (@farmaciaserrage). E’ in fondo la stessa disciplina quotidiana della felicità di cui parla la cara Barbara Damiano nel suo Manuale Pratico. Io la condivido con tutto il mio cervello questa filosofia. Ma mi rendo conto che tutto il mio caotico essere si ribella a questa paziente disciplina, ragionevole e metodica. Io sembro nata per lanciarmi a velocità incontrollata negli alti e bassi della vita.

Però ho provato un’ondata di sincera ammirazione verso un collega, con cui ho avuto un interessante scambio di prospettive su alcuni conflitti internazionali in corso, che ha vissuto a lungo negli Stati Uniti e si appresta a trasferirsi in Europa (ma non in Italia, a tanto ottimismo non arriva neanche lui). Incidentalmente, butta lì che no, non ce l’ha ancora un lavoro nella città dove si trasferisce. E, ciò nonostante, con moglie e figli al seguito, ha dato le sue dimissioni dall’attuale incarico. Avendo colto l’espressione sbalordita del coniglio che è in me (non avrei mai, mai, il coraggio di mollare le mie mensili piccole certezze, anche se vorrei tanto esserne capace), ha commentato garrulo, scherzando ma neanche troppo: “Ci occupiamo di questioni che non fanno che aggravarsi, in tutto il mondo: il lavoro non ci mancherà mai!”. Ecco, se questo non è vedere il bicchiere mezzo pieno…

A volte ritorno


Da due giorni aspettavo ansiosamente il pranzo di oggi, perché i compleanni di Marielou sono sempre speciali – come lei. Questa volta poi l’appuntamento era alla Città dell’Altra Economia, che io avevo sempre deciso essere (senza ovviamente esserci stata) in un posto diverso da quello in cui effettivamente è. Da cui la telefonata di ieri, la cui sostanza si può riassumere in: C. “Ma proprio all’Ararat? Cioè, proprio entrando dal portone dell’Ararat???” M. “Sì, sì, dentro il Mattatoio”.

Facciamo un passo indietro. Lungo. Torniamo ai tempi in cui scoprivo, insieme ai rifugiati, luoghi di Roma a cui io, liceale monteverdina di scarsa intraprendenza sociale, ero poco avvezza. I centri sociali. Memorabile fu un inizio di marzo 2003 (giusti giusti 10 anni fa). Con un paio di colleghi biblisti avevamo passato la giornata a un convegno all’Accademia dei Lincei sulla storia dell’antico Israele (occasione per noi, all’epoca, abbastanza elettrizzante. So che faticherete a crederlo, ma, suvvia, fate uno sforzo di immedesimazione). La serata, senza soluzione di continuità, prevedeva un concerto di Manu Chao al Villaggio Globale, centro sociale all’interno dell’ex Mattatoio di Testaccio. La collega biblista, nata a Bergamo e residente a Pavia, ci chiedeva perplessa lumi sul significato di “centro sociale”. Spiego come posso, alla luce di un’esperienza per me abbastanza nuova. Passò alla storia il suo memorabile commento: “Ah, tipo un oratorio”. Risate omeriche. Beh, ci divertimmo un sacco, quella sera. Posti in prima fila, in virtù della mia prestigiosa posizione di segretaria della scuola di italiano del Centro Astalli (il servizio d’ordine era composto da curdi dell’Ararat, insediamento semi abusivo di rifugiati che si trova sempre all’interno dell’immenso recinto del Mattatoio), rifornimento continuo di acqua e generi di conforto per l’intera durata del concerto.

Ad Ararat andavamo soprattutto alle feste di Newroz, tra il 20 e il 21 marzo. Era uno di quei posti dove in teoria entrava chiunque, in pratica l’italiano medio non aveva particolare motivo di andare. Dell’Ararat di allora ricordo i tè, forti e neri nei bicchieri di plastica. L’ingenuità della giovinezza e dell’inesperienza. Ma anche l’entusiasmo e la commozione, che neanche tutti gli anni successivi sarebbero valsi a cancellare del tutto. A volte penso che se non fossi stata seduta lì, su quelle sedie di plastica, con l’odore delle stalle comunali in sottofondo e quella bandiera rossa scolorita che sventolava e sventola, ostinata, contro il Monte dei Cocci, la mia vita sarebbe oggi profondamente diversa.

Gli anni sono passati e torniamo a noi, oggi. Che a quello spazio straordinario che è l’Ex Mattatoio di Testaccio si fosse finalmente messo mano in modo sensato, mi era noto da un paio di visite al MACRO e da uno spettacolo teatrale presso la facoltà di Architettura di Roma III. Ma la Città dell’Altra Economia, soprattutto per quell’equivoco spaziale di fondo con cui ho aperto il post, ancora mi mancava.

Oggi, con il suo festeggiamento di compleanno, è stata Marielou a fare un regalo a me. Vedere mia figlia scorrazzare felice in quello spazio che così tanto e così impetuosamente ho amato, con il Gazometro e il Monte dei Cocci a fare da sfondo e le nuvole bianche che si specchiano sulle vetrate mi ha dato una gioia piena e commossa, che non so descrivervi. Scendendo sulla terra, abbiamo mangiato molto bene, gustandoci piatti non banali, dall’agnello al pasticcio di broccoletti, dal tortino di carote alla lasagna ai carciofi. Per la rilassatezza dei genitori, ci sono anche delle proposte per bambini, dal livello di educazione alimentare zero (hamburger in panino con insalata e patatine fritte) a quelli leggermente più avanzati (bocconcini di pollo in salsa appena speziata), ma anche pasta al pomodoro. Ogni piatto del menù è classificato rispetto alla sua compatibilità con diete vegetariane e prive di glutine. Baciati dal primo vero sole di primavera, ci sentivamo davvero in pausa, in vacanza. “Mamma, sembra quasi che siamo partiti!”, ha commentato Meryem mentre andavamo via. Già. Non sembra nemmeno di essere a Roma, se non fosse per quegli scenari che potrebbero essere solo lì, solo in quel punto particolare dell’universo. Bambini, biciclette, passeggini ovunque. Le bancarelle del mercatino biologico, con ottime degustazioni di olio, formaggio e miele. Una domenica in campagna, ma ci siamo arrivati a piedi, attraversando un ponte sul Tevere che è un’altra pietra miliare del mio personale paesaggio romano.

Per la cronaca, ci sono anche begli spazi interni, dei bagni moderni, numerosi e puliti (anche la pipì vuole la sua parte) e una libreria per bambini/ludoteca, Tana liberi tutti, che è davvero un gioiellino: credo che la prenderei seriamente in considerazione anche come location per festicciole varie, vista la felice combinazione di interni e esterni. Wi-fi libero, personale giovane e gradevole. Insomma, un’esperienza da replicare sicuramente.

Certo, si osservava con Rosaria, il luogo ha perso molto del suo antico sapore “militante”. Ma oggi, guardando Meryem e tanti bambini della sua età e anche più piccoli, che si godevano un bello spazio aperto, comune, condiviso da italiani e “stranieri” (il sikh con il grosso turbante arancione che, con la sua famigliola, dava una nota di colore mi dava l’impressione di essere italiano almeno quanto noi, e probabilmente lo è), non mi sentivo di rammaricarmene. Magari restasse così, familiare e senza eccessivi snobismi (un po’, nel mercatino bio, ce ne sono per forza: ma sono temperati dalla “romanaccità” del luogo).

Alla fine la nostalgia ci ha travolto e un salto ce l’abbiamo fatto, all’Ararat. Speravamo di trovare una lezione di danza curda di cui ci avevano parlato, che però questa domenica non c’era. Ci siamo seduti un po’ con questi ragazzi giovani giovani, che non ci conoscono, ma sono stati comunque molto ospitali. Il centro ha l’aria leggermente più ripulita, ma resta un posto dove dorme una sessantina di persone che non hanno alternativa. Marielou mi ha indicato il giardino dove, anni fa, aveva contribuito a costruire un orto. Nella “serra” c’erano materassi, sacchi a pelo e qualcuno sdraiato a riposare. Meryem sperava nel tè, ma non c’era. Poi è rimasta incantata dalle carrozzelle con i cavalli che iniziavano a rientrare dai loro giri con i turisti. Siamo andati nelle stalle, dove i bambini hanno dato da mangiare a un piccolo pony e hanno curiosato tra le balle di fieno. L’impressione di essere molto lontani da casa si è rafforzata ulteriormente. Noi grandi ci gustavamo le battute salaci dei vetturini romani, che sono sempre degne di nota.

“Ci portiamo anche la nonna e i cuginetti?”, mi ha detto Meryem entusiasta, andando a letto con le guance ancora colorite dalla giornata all’aperto. “E anche le zie! Io posso far vedere a tutti dov’è il bagno”. In effetti anche a me pare una buona scoperta. E se mia figlia ci fa vedere il bagno, poi, siamo a cavallo.

Io e Spotify


Ho ciclicamente riflettuto sui miei strampalati gusti musicali, per arrivare a una conclusione un po’ imbarazzante. Temo di essere sprovvista di gusti musicali. Per me la musica è ciò che si appiccica, per sempre, a specifiche esperienze vissute. La cosa assurda che, a prescindere dal fatto che l’esperienza in sé abbia hai miei occhi una connotazione piacevole o meno, a prescindere dalle molte traversie della vita che magari ti portano a maledire una fase o un’altra del tuo vissuto, io le musiche me le continuo a portare dietro. Tutte. Inesorabilmente. Una sorta di condanna.

Con Spotify in questi giorni me le sono trovate scompaginate lì, nella loro inconciliabile diversità, esposte persino al pubblico ludibrio. Un bizzarro quadretto della mia storia passata, brani molto belli e musicaccia senza alcun merito se non quello di avere in qualche modo a che fare con me. Da un lato mi rallegro di aver frequentato, per un periodo di tempo considerevole, qualcuno che – anche se per ogni altro aspetto preferirei non fosse mai esistito o almeno non avesse mai incrociato la mia strada – aveva senza dubbio dei gusti musicali che possono essere definiti dignitosi. A questa fase si devono almeno i R.E.M. (ma l’album che ascolto è quello che ci sparavamo in Israele con la mia compagna di camera), i Nirvana, i Radiohead, Nick Cave (sui Cure ho qualche remora, a  parte una canzone). Sempre per specifici album, si intende (che consentono dunque di datare con una certa precisione, in molti casi, il momento in cui si sono introdotti nella mia playlist mentale).

L’unico artista che mi sento di aver apprezzato in più fasi della mia vita e in modo un po’ più elaborato da me stessa medesima è Bruce Springsteen. Devo l’incontro a mio cugino Andrea, che all’epoca (io ero ancora alle medie) giudicò che mi si addicesse, persino più dei suoi prediletti e per lui insuperati e insuperabili Rolling Stones (chissà se la pensa ancora così, sui RS). Non so se si sia trattato di un caso di  self-fulfilling prophecy. Fatto sta che il Boss sta lì, saldo, nella mia playlist, insieme ai ricordi dei suoi due concerti a cui sono andata, a cui aggiungerei anche quello di Zucchero in cui suonava Clarence Clemmons.

Poi ci sono le eredità di infanzia e familiari, che riassumerei nella triade De André, Guccini e Gaber (ma anche i cori liturgici bizantini, i canti di montagna e alcuni prodotti non particolarmente eccelsi del folklore greco moderno). A seguire, la deriva etnica. Su quello sono consapevole che pochi possono seguirmi pienamente. C’è stata una fase della mia vita in cui guardavo con cupidigia il catalogo della casa discografica Piranha (oltre al fatto che adoro il loro claim: “swimming among sharks since 1987”). Ha contato anche il mio incontro con l’ebraismo, con Israele (danze incluse) e con la Turchia (nella sua impressionante vastità geografica e musicale, dalle musiche tradizionali davvero per pochi fino al pop più trash, passando per cantautori del peso di Livaneli). Di questo blocco menzionerei senz’altro i Klezmatics e, per restare sul più facilino, Noah e Bregovich. Menzione speciale per Daniele Sepe, che rientra in qualche modo tra le felici eredità del mio ex (al punto che una volta che sono tornata a un concerto a Villa Ada mi è parso di fare qualcosa di inappropriato).

Un po’, confesso, mi dispiace di non riuscire ad amare davvero una musica se non è legata a un’esperienza precisa, a qualcuno che me l’ha fatta conoscere e apprezzare. Mi piacerebbe restare folgorata da una canzone alla radio (che sento troppo poco) e non dover sempre pescare nell’album dei ricordi. Mi piacerebbe riuscire a ascoltare la musica, piuttosto che riconoscerla come familiare. Chissà, magari in vecchiaia cambierò. Per ora mi becco i Pitura Freska (ci rendiamo conto?).

Se


Mi ricordo che molti anni fa mio padre mi chiamò in camera sua e mi chiese di comprargli in libreria un libro di poesie di Kipling con il testo a fronte. Lui non parlava l’inglese, ma mi spiegò che una poesia l’aveva colpito in modo particolare e quindi voleva trovarne anche l’originale. Comprai per lui un Oscar Mondadori. La poesia era questa, famosissima.

Mio padre mi ha dato pochi insegnamenti espliciti. Un tipo tanto professorale e potente nei giudizi, eppure sempre assai restio a codificare a noi figlie qualcosa, a rendere in parole chiare e univoche ciò che voleva che cogliessimo di quello che credeva importante. Scherzava sul fatto che se uno è intelligente capisce tutto quello che deve capire da quando ha cinque anni (oddio, Meryem ne ha cinque e mezzo); quindi è inutile perdere tempo a insegnare tanto. Ma sto divagando.

Quella lettura di “Se” sul lettone, accanto a lui, mi è rimasta scolpita nell’anima come una cosa fondamentale, che prima o poi mi sarebbe tornata utile. Forse questo momento è arrivato. Non casualmente, qualche giorno fa, dovendo scegliere una citazione per una pubblicazione del Centro Astalli, mi sono tornati alla mente quei versi.

Se riesci a tenere la testa a posto quando tutti intorno a te
L’hanno persa e danno la colpa a te,
Se puoi avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te,
Ma prendi in considerazione anche i loro dubbi.
Se sai aspettare senza stancarti dell’attesa,
O essendo calunniato, non ricambiare con calunnie,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio….

Ieri pomeriggio le parole di Kipling sono risuonate forti in me e ho pensato che mi stavo comportando in modo del tutto diverso. In un modo che non mi faceva bene e non mi faceva onore.

Ma stasera non posso fare a meno di pensare che dovrei declamare questa poesia, a voce alta, a intervalli regolari.

Se riesci a sopportare di sentire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi,
O guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori…

Mi torna in mente un’altra sera con mio padre. Tornavo da una delle mie prime esperienze da scrutatrice. Lui mi aspettava guardando la tv sul divano del salone. Io ero sconvolta per la prima vittoria di Berlusconi. Non ricordo cosa ci siamo detti. Mi ricordo però che in quel momento ho ripensato a un’altra sera, prima di un esame, in cui mi sentivo male e lui mi aveva fatto bere un sorso di Cointreau e mi aveva fatto sdraiare con lui sul divano, sotto la sua coperta. Ecco, la sera di quello scrutinio ho desiderato che facesse la stessa cosa, che mi consolasse.

Se puoi fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare dal principio
e non dire mai una parola sulla tua perdita.
Se sai costringere il tuo cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla

Tranne la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Cavolo, se ho perso tutto, nella mia vita. Almeno quattro volte, forse un po’ di più. Ma so costringere il mio cuore, i miei tendini e i miei nervi a tenere duro? No, in questo non sono tanto brava. Né per le cose piccole, né per quelle grandi. Il mio massimo successo è seppellire, tenere a bada, in un angolo oscuro del mio cuore.

Se non possono ferirti né i nemici né gli amici affettuosi,
Se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo….

Ecco, stasera questo è il verso più difficile. Sono pluriferita. E, ciò nonostante, credo profondamente che si debba “riempire ogni inesorabile minuto / Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi”. Forse questa è l’indicazione buona per trovare la strada in questo sconforto.

Dubbi teologici


L’Antico Testamento non è politically correct. Chiunque se ne accorge, anche a una prima lettura. E mia figlia è evidentemente più sensibile di me alla sua età. Ieri, andando al coro, mi sono trovata a doverle raccontare la storia di Mosé e dell’Esodo: tutto è cominciato dalle parole di Go Down Moses. Sono partita con entusiasmo, lanciandomi in una descrizione (leggermente edulcorata) delle piaghe d’Egitto. Rane, cavallette, roba così. Ho omesso i bambini morti stecchiti in una sola notte, per capirci. E poi il Mar Rosso che si richiude, travolgendo cavallo e cavaliere. Non avevo ancora finito il repertorio, quando mi è arrivata la seguente obiezione: “Ma mamma, non è possibile! Dio è buono con tutti. Ti pare che solo perché si arrabbia fa succedere cose così brutte?”. Ehm. A parte che il sottotesto era: Dio mica è come te, che quando ti scappa la pazienza dici e fai cose di cui ti penti. Ma seriamente, cosa obiettare?

Mi sono aggrappata alla storia del diluvio. Che Dio prima ha cancellato il 99,9% dell’umanità, poi si è dispiaciuto e ha promesso di non farlo più, firmando l’impegno con l’arcobaleno. Ma poi, in uno sprazzo di onestà intellettuale, ho aggiunto che queste storie le raccontano gli uomini. E che Dio, probabilmente, vede le cose in modo molto diverso. Insomma, Guerrigliera, le storie senza i cattivi non funzionano. Si sa. E i cattivi vanno spiaccicati, almeno nelle storie. Non mi fare questioni anche sui fondamentali.

Paradossi sanitari


Ieri, con la febbre ancora alta, potevo avere il dubbio che non fosse accaduto sul serio. E invece eccomi qui, più presente a me stessa, per documentarvi l’ennesimo incontro surreale con il mio medico di famiglia. Nel mio caso, il medico di famiglia è proprio il medico della mia famiglia. Ha in cura la quasi totalità della famiglia Peri e questo ha i suoi vantaggi (qualcuno) e i suoi svantaggi (vari). Sarà che ci vado pochino assai (riceve in orario tarato sulle esigenze del pensionato monteverdino medio), ma ho sempre l’impressione di essere un’intrusa anche quando riesco a farmi ricevere. Ieri in effetti non mi è dispiaciuto essere scortata fin dentro la sala visite da mia sorella maggiore: mi pareva che, con i suoi contrappunti, avessimo un peso specifico maggiore.

Mi trascino (o piuttosto, vengo trascinata), più morta che viva, allo studio. Miracolosamente tocca a me in un tempo relativamente breve. Entro, anzi entriamo. Lui esce e mi pianta lì per un po’. Al ritorno dichiara candido che la signora arrivata ben dopo di me (e di altri), quella stessa che cinguettava in sala di attesa amenità su quanto sia affettuoso il suo labrador, “sa, aveva la febbre. Ho dovuto visitarla prima”. Ora non escluderei che la garrula tizia potesse avere qualche minima alterazione. Ma non credo di fosse bisogno di essere un medico per vedere a occhio nudo che io veleggiavo sui 38.5 da tre giorni abbondanti. Vabbè.

Mi visita. Mi ribadisce che ho l’influenza, nota con profonda sorpresa che ho la gola molto rossa, mi ammolla un antibiotico. Precisa che la febbre può durare anche molti giorni. “Lei non aveva fatto il vaccino, quest’anno, eh?”, mi fa con aria di bonario rimprovero. Veramente sì. “Ah, infatti”. E poi infierisce: “E si può anche prendere più di una volta, sa? Magari uno guarisce e dopo due o tre giorni ricomincia da capo, pari pari. Sono virus che si modificano molto velocemente”. Ottimo. Osservo che in effetti mia figlia è a casa da dieci giorni. Gli occhi gli risplendono di luce sinistra: “Aaaah…ecco come l’ha presa! E sa che poi capita che si continua a passarsela per tutto l’inverno? Cioè, magari ora la bambina guarisce e se la riprende da lei? E poi lei di nuovo dalla bambina? Un circolo vizioso”.

Ma grazie, dottore. A volte una parola buona fa più di mille medicinali…. Faccio i debiti scongiuri, cordialmente saluto e ringrazio. Magari, con un po’ di fortuna, ho contagiato anche lui.

Il meno peggio (sempre peggio è)


Ancora una riunione, ancora una presentazione di una scuola nuova e noto con un filo di preoccupazione che ormai sono completamente in balia dello scetticismo e del disincanto. Due ore di religione e un’ora di inglese a settimana (e, forse, un’ora di ginnastica, ma la palestra è in comune con altri istituti e non sempre disponibile). Per le uscite, una volta sì, ora chissà. Si fa quel che si può. La continuità didattica è un ideale a cui tendere. Il primo step è ottenere che la scuola abbia dei recapiti telefonici effettivi. Sapete com’è, ci hanno accorpato. Questo, più che un istituto comprensivo, è un conglomerato eterogeneo di scuole, di edifici, di persone. Un giorno, magari, troveremo anche un senso. Oggi, sinceramente, si fa fatica.

La presentazione è abbastanza onesta, il pubblico si scalda sulle solite questioni, che non sono comunque all’ordine del giorno: l’insegnamento della religione (quantità e contenuti), l’alternativa (organizzata, come si può, caso per caso e anno per anno), l’insegnamento abbastanza improvvisato della lingua straniera, compiti sì compiti no, il partito del modulo contro il partito del tempo pieno. L’informatica come metodologia, solo per chi la sceglie e se la sostiene tutto da solo.

Io mantengo un certo distacco. Mi sono rassegnata. Religione per due ore a settimana sarà. Inglese, evidentemente, non sarà (e toccherà trovare qualche alternativa). Maestre di ruolo, chissà. Che altro posso inventarmi? L’entusiasmo eroico della prima infanzia di Meryem, quando sarei stata (in teoria) disposta a lanciarmi in nidi all’avanguardia alle pendici del Gianicolo, sembra più lontano che mai. Per fortuna non ci hanno mai preso, in quei luoghi meravigliosi. A stento sono sopravvissuta così, ottimizzando orari e spostamenti e convivendo con l’ansia perenne di fare tardi, di non riuscire, di non potere.

Soprattutto mi sono convinta dell’inutilità di ogni sforzo. Alla fine, dovunque mi volti, l’incertezza regna sovrana. Ammiro chi riesce a fare scelte convinte, consapevoli. Io da tempo mi sono persa dietro le chiacchiere incrociate del “dicono che” e ho alzato bandiera bianca. Facciamo che sono diventata fatalista. La mia anima razionale ha avuto solo un sussulto, quando ci è stato spiegato che la valutazione è in voti, in decimi “e ovviamente si parte da 6”. Perché ovviamente? “Ma ti pare che non si mette almeno sei? A un bambino di prima elementare?”, rincalza una mamma seduta accanto a me. Beh, ma la scala della valutazione è importante. Se parti da 6, 7 è un voto di cui preoccuparsi. Poi ritorno sulla terra. E non obietto nulla, mi limito a annuire distrattamente.

Sarà la stanchezza. Sarà che ogni volta che malauguratamente si ha bisogno di un servizio qualsiasi, è uno stillicidio di tentativi andati a vuoto e di rimandi infiniti. Mi sono fatta rifare due impegnative per visite specialistiche per Meryem: da settembre non sono riuscita a prenotarle. Il CUP non disponibile, il servizio non attivo, ma forse lì è meglio di no, aspetta che ti consiglio io. E poi si ricomincia il giro. Mi hanno clonato il bancomat, devo farmi rimborsare 250 euro. La carta è stato facile bloccarla, ma tutti gli altri numerosi passaggi sono faticosissimi. La denuncia oggi no, c’è un fermato. In banca c’è l’assemblea sindacale. La funzionaria si deve operare e la collega non conosce la pratica. Magari è meglio aspettare. “Tanto la cosa importante è bloccare la carta”, mi fa il poliziotto, per la terza volta in una settimana. Sì, ok. Ma prima o poi mi piacerebbe anche rivedere i miei soldi. La pediatra, dopo lunghi agguati telefonici, di fatto mi rimbalza. E’ una febbre virale, aspettiamo, passerà, vedrà che scende, ci risentiamo lunedì.

Non c’è niente di davvero tragico, in tutto ciò, ma giorno per giorno mi monta una strisciante esasperazione che mi corrode, dalle fondamenta, ogni fiducia. Non è bello. E, oserei dire, con questa stessa sensazione guardo l’avvicinarsi della data delle elezioni. Andrò a votare come sono andata al cosiddetto open day delle elementari, certa che non c’è nulla di cui entusiasmarsi. “La situazione sui territori è al collasso“, scrivono oggi ANCI, UPPI e Conferenza delle Regioni e Province Autonome. Si parla dell’Emergenza Nord Africa, ma vale per molte, troppe altre cose.

Non mi piace accontentarmi del meno peggio. Ma ho momentaneamente smarrito gli elementi utili a scegliere le mie battaglie. Quindi per ora non combatto e aspetto umori migliori.

Pozzanghere


Arrivando in ufficio, oggi, ho scattato distrattamente questa foto. Più la guardo e più mi ci ritrovo. Già una volta, anni fa, ho scritto su questo blog che lo scoraggiamento assomiglia a quando ti si bagnano le scarpe e l’umidità inizia a risalirti attraverso le ossa. Per quanto tu ti copra, il danno è fatto. Stamattina già me la sentivo, quell’umidità metaforica nelle ossa. E gli eventi della giornata, inclusi i piccoli e simpatici virus di stagione, non hanno fatto che acuire quella sensazione.

Nessuno è mai morto per aver messo il piede in una pozzanghera, ne sono consapevole. Adesso mi ficco in un bagno caldo reale, aromatizzato con un campioncino che mi ricorda l’intenso ma soddisfacente weekend appena trascorso. Però continuo ad avere un gran bisogno di un bagno caldo metaforico, di un paio di calzini che mi coccolino i piedi nelle mattine di pioggia e possibilmente, prima o poi, di un bel paio di stivali robusti che mi corazzino meglio dall’umidità dell’anima.