La renna dell’Avvento


I calendari dell’Avvento erano una costante della mia infanzia. Basici, rigorosamente di tema religioso. Una rappresentazione della grotta, con poche varianti stilistiche di anno in anno. Le finestrelle contenevano pastori, stelle comete, profeti biblici, talora accompagnati da citazione evangelica. La casella del 24 era doppia e conteneva, surprise surprise, Gesù con o senza Maria e Giuseppe. Ricordo vagamente che un anno alle finestrelle era abbinato una specie di contenitore con microscopico giocattolino in plastica, talmente piccolo da risultare pressoché non identificabile. Pezzetti di plastica colorata, insomma.

Io dal calendario dell’Avvento di primo acchitto mi asterrei. Certamente non mi verrebbe mai la fantasia di produrne uno artigianale, cosa che vedo essere ormai un must delle mamme 2.0. Ma mia madre finora si è imposta. Il calendario dell’Avvento lo procura lei. E niente Babbi Natale, scoiattolini e altre naturalistiche raffigurazioni. Il tasso minimo di liturgicità deve essere garantito e accertato. Sulla tradizione (praticamente l’unica sopravvissuta ai colpi d’accetta di mia madre, che ha già abolito il pranzo di Natale e di S.Stefano, la tombola e, fosse per lei, rinuncerebbe senza remore anche al parco buffet in piedi che continuiamo a fare la sera della Vigilia) non si discute.

Quest’anno però è sorto un imprevisto alla nostra consueta routine del calendario cartaceo acquistato all’ultimo minuto. Per circostanze un po’ difficili da giustificare, mi sono trovata ad acquistare una costosa renna di legno rosso con 24 cassettini (ovviamente tutti da riempire). Ineludibile. “In fondo è un investimento”, hanno avuto il coraggio di dirmi. Vabbè, la renna rossa ormai ci sta. Ma non potevo provvedere di persona a riempirla. Come sanno anche le pietre, io e Meryem eravamo strategicamente fuori Roma dal 30 novembre al 3 dicembre.

Il bello di una famiglia come la mia è che per le cose inutili ci si attiva con straordinaria solerzia. Il caso della renna è stato prontamente sposato da mia sorella Marina e dai suoi figli Giulia e Luca. “Compra qualche cioccolatino”, ho suggerito io. Ho pensato per un attimo alla possibile delusione di mia madre per il nostro discostarci dalla solita prassi. Ma, come spesso avviene, la sottovalutavo.

“Carina, molto carina”, ha infatti commentato la nonna. Che ha prontamente suggerito la soluzione perfetta: nei cassettini si potevano facilmente introdurre 24 piccoli personaggi del presepe. Un affare. Messaggio religioso salvo, due gadget natalizi in uno. Bastava solo trovare 24 personaggi congrui, anche per dimensione, e posizionarli nei cassettini. Una missione ideale per Marina & co.

A un certo punto ricevo una telefonata concitata dai riempitori di cassettini. “Non c’entrano”. “Chi?”. “Maria e Giuseppe”. Davanti al problema, i radicali (mia nipote Giulia) sostenevano che non importava, un paio di personaggi si potevano eliminare. Io mi sono trovata a concordare con l’ala moderata (mia sorella), che sosteneva che la loro presenza nel presepe era auspicabile. Conveniamo infine che all’inizio di ogni raccolta che si rispetti viene dato un bonus iniziale. “Possiamo farli affacciare da dietro le corna”, mi è stato infine proposto. Senza riferimenti, beninteso, alla natura un po’ particolare del nucleo familiare in questione. Così è stato. Io, in un rigurgito di senso di colpa, ho incastrato pazientemente nelle fessure rimaste all’interno dei cassettini delle caramelle (per lo più tic tac, visto lo spazio a disposizione).

Ed ecco a voi il risultato finale.

renna

P.S. A proposito di calendari dell’Avvento. Quest’anno ho dato il mio contributo al Calendario dell’Avvento di Piccolini Barilla. Ogni giorno un racconto illustrato e tra qualche giorno troverete il mio. Potete aprire le finestrelle virtuali qui.

 

Questo post partecipa al blogstorming

Cose da femmina


Questo post di Claudia e la notizia del catalogo svedese di giocattoli gender neutral, letta ieri, arrivano assolutamente opportuni in un momento in cui si sta combattendo l’ennesima piccola battaglia (soft e in realtà neanche espressamente dichiarata) tra me e la mitica tata Silvana. Oggetto del contendere: un meraviglioso giubbotto color melanzana, ereditato da una mia cara amica e diventato giusto in questi giorni di grande attualità, con l’arrivo (ancora un po’ incerto) dei primi freddi.

Qual è il problema? E’ da maschio, afferma la tata. “L’altro giorno non l’ho preso perché credevo che l’avesse dimenticato un amichetto”, ha buttato là una sera. E ancora: “Ma quelle toppe sono state messe a coprire dei buchi? Perché altrimenti potrei toglierle e la situazione migliorerebbe…”. Ora. Premetto che io non sono una fanatica del contrasto delle caratterizzazioni di genere. Sono ferrata sul tema, grazie anche alla capillare azione informativa e formativa di Genitori Crescono. Non mi convincono affatto alcune manifestazioni molto spinte, tipo quello di cui si parla qui, ma anche qui. Insomma, sarei portata a tenere sul tema un certo equilibrio, aiutata probabilmente dal fatto che con una bambina è più facile: se la vesti un po’ da maschiaccio di tanto in tanto non è oggetto di discussione quanto vestire un bambino da principessa o da ballerina. O almeno così credevo.

La giacca in questione è effettivamente appartenuta a un maschio. Eppure la ex proprietaria e io abbiamo concordato che a Meryem sarebbe stata benissimo. E infatti a lei piace. Le toppe incriminate come eccessivamente maschie hanno scritti sopra numeri e la parola “Rugby”. A parte che escludo che qualcuno vada a leggere esattamente le scritte, chi dice che una donna non possa giocare a rugby, o tifare per una squadra di rugby (per non parlare del fatto che a cinque anni spesso non sanno neanche che gioco è)? Però anche fuori casa la questione inizia a porsi. A casa di un amichetto che frequentiamo ho notato, ad esempio, che le definizioni “da maschio” e “da femmina” sono nette e usatissime.

Mi sembrerebbe un controsenso negare a Meryem la gioia di pavoneggiarsi con accessori e vestitini: oggi ha indossato i suoi primi stivali ed era eccitatissima. Domenica ha strappato al padre il suo primo “rossetto fucsia” (in realtà un lucidalabbra un po’ brilluccicoso). A Meryem peraltro tutte le mille sfumature di rosa/fucsia/viola donano molto (e per fortuna: per quanto uno si ingegni, finiscono per avere una parte preponderante nel guardaroba di una figlia). Ma ovviamente a scuola si va in tuta e scarpe da ginnastica (a parte oggi, che abbiamo dovuto mettere gli stivali nuovi!) e la giacca con le toppe continuerò a proporgliela.

In conclusione, cerco di tenermi neutrale sulla questione. Di assecondare, per quanto possibile, la libertà e il gusto di mia figlia, senza imbrigliarla troppo in canali prefissati, in un senso o nell’altro. Sono convinta che proprio su questi aspetti apparentemente più banali, ma delicati, noi genitori dobbiamo fare maggiormente attenzione a non sovrapporci troppo. L’altro giorno Meryem giocava con un amichetto e lo ha truccato. Prima di rimandare l’amichetto in questione a casa, è stato debitamente ripulito (non so come la pensi la sua mamma sul tema). Ma nessuno di noi ha fatto battute stupide, risatine o commenti inappropriati. E’ proprio dalla risatina sciocca dell’adulto che iniziano tante questioni, ne sono convintissima. Se crediamo che non ci sia da ridere, se vogliamo (davvero) che i nostri figli non facciano proprie etichette discutibili e tutti i conseguenti pregiudizi, non ridacchiamo. Punto. Una risatina inappropriata fa molto più danni alle questioni di genere (e non solo) di un tutù di tulle rosa indossato di tanto in tanto.

E voi, che ne pensate? Siete gender neutral o credete nei percorsi/colori/giochi differenziati?

Aggiornamento: Quando la tata si apprestava a togliere le toppe dello scandalo, è stata fermata da una Guerrigliera indignata: “Perché le togli? Le femmine non possono giocare a palla a volo? Io sono una ragazza SPORTIVA!”. E la cosa è finita così.

Il diritto di essere bambini


Avevo scritto prima un post che grondava così tanto moralismo che l’ho cancellato. Anche se non sembra, talora mi rileggo prima di pubblicare. Provo a riformulare.

Quando parliamo di diritti, oggi ad esempio di quelli dei bambini, tendiamo a pensare subito a quelle situazioni in cui essi sono palesemente violati. E, altrettanto palesemente, non da noi. Bambini soldato, bambini sotto i razzi, bambini sotto le bombe. E via così, di orrore in orrore.

C’è uno dei diritti del bambini che mi fa correre un brivido lungo la schiena. Perché sono io, o almeno anche io, che dovrei renderlo effettivo.

“I genitori (o i tutori legali) devono curare l’educazione e lo sviluppo del bambino. Lo Stato li deve aiutare rendendo più facile il loro compito”. E, ancora: “L’educazione del bambino deve: sviluppare tutte le sue capacità; rispettare i diritti umani e le libertà; rispettare i genitori, la lingua e la cultura del Paese in cui egli vive; preparare il bambino ad andare d’accordo con tutti; rispettare l’ambiente naturale”.

Scusate se è poco. Non basta mica mandarli a scuola (quello è un altro articolo – e anche un’altra storia). Se dovessi riassumere in una frase quello che è e sarà sempre la mia principale responsabilità, forse direi che io cerco di curare l’educazione e lo sviluppo di mia figlia soprattutto prendendola sul serio. E voi, cosa direste?

Forse non tutti sanno che


Come fanno le formiche uscite da un formicaio a ritrovare la strada di casa?

Qual è la differenza di alimentazione tra un picchio rosso e un picchio muratore?

Come avviene, nel dettaglio, l’accoppiamento delle libellule?

Come marcano il territorio le volpi?

Queste e molte, molte altre fondamentali nozioni erano contenute ne Il tuo primo libro della foresta, primo libro portato a casa da Meryem dalla biblioteca scolastica. Il progetto vuole che i bambini portino a casa il libro il venerdì e lo rendano il lunedì successivo. Ho mostrato molto entusiasmo per l’iniziativa, che mia figlia del resto pare aver preso molto seriamente. Avrei forse immaginato, però, una bella favola, tanto per cominciare.

La lettura integrale del volume è stata fatta in cinque intense sessioni. Ci siamo diligentemente sottoposte ai test di verifica alla fine di ciascun capitolo, in cui abbiamo dimostrato una discreta padronanza nel distinguere la cacca del coniglio da quella dell’arvicola. Abbiamo familiarizzato con insetti i cui nomi, confesso, continuano a sfuggirmi (e che spero ardentemente di non incontrare mai). Ho la coscienza di madre a posto.

Però. Non mi sono sentita di caldeggiare la realizzazione dell’attività pratica suggerita in fondo a uno dei capitoli: mettere strati di terra e sabbia alternati in un barattolo di vetro, coprire con foglie marce e introdurre nel contenitore “alcuni lombrichi” onde poter osservare come scavano i tunnel. Glielo facessero fare in classe, se lo ritengono indispensabile per la sua formazione di cittadina.

Quello che le madri immaginano


Quadro uno: interno, tardo pomeriggio. Cinque bambini compostamente seduti intorno a un tavolo, consumano la loro cena in un tempo congruo, autonomamente, intrattenendo una conversazione creativa ma a volume moderato. Frattanto la padrona di casa può dare gli ultimi ritocchi alla cena dei grandi. Musica jazz in sottofondo. Stesso interno, sera. I bambini prendono compostamente posto sul divano e gioiscono in silenzio della visione di un cartone animato di buon livello. Intanto i genitori consumano con calma la cena, immersi in intelligente conversazione.

Quadro due: interno, tardo pomeriggio. I bambini presenti si avvicendano al tavolo della cena, dove non sostano più di pochi istanti e mai in simultanea. Pretendono che venga tolto dal piatto, in sequenza mista: il pomodoro dalla pasta al ragù; la pelle dal pollo arrosto; la carne del pollo dal pollo arrosto rimanente: la pasta dalla pasta al ragù (frattanto nascosta sotto al tavolo). La padrona di casa si accerta rapidamente che il più piccolo dei cinque, momentaneamente scomparso dai radar, non sia finito nel forno. Stesso interno, sera. Il cartone gira a vuoto. Cinque bambini sono intenti a fare devastazione intorno a loro con grossi salti e urla belluine. Il caos viene interrotto solo dall’urgenza di manipolare alcune lumache sul terrazzo (dove piove). I genitori, accasciati sul tavolo, tracannano Corona e, a seguire, brandy.

Indovinate quale delle due scene è realmente accaduta.

Troppa grazia, Crayola


E’ un po’ che aspettavamo l’occasione di provare il Magic Activity Set che ci ha mandato Crayola ormai da diverse settimane. Il nostro è di Cars 2 e contiene 2 album, uno con delle scenette da colorare e l’altro bianco per disegnare, tempere e pennarelli magici. “La magia non esiste”, mi spiegava saputa Meryem proprio ieri. E oggi siamo state smentite. Comincio a pensare che questi colori siano magici sul serio, ma non esattamente per il motivo che credete.

Conoscete il principio, vero? Almeno i pennarelli che fanno apparire disegni in appositi album sono abbastanza inflazionati in tutte le edicole. Quindi li conoscevamo già. Sempre divertenti, sempre buoni per non sporcare vestiti, mani, tavolini (ottimi per il disegno al volo prima di uscire, ad esempio).

Ma le tempere, almeno le nostre, si sono rivelate davvero soprannaturali. Non le avevamo mai viste, non eravamo sicure di come usarle. Hanno una consistenza un po’ strana, un po’ collosa. Ma ben presto ci siamo impratichite. Però alla fine, quando volevamo usarle di nuovo, non siamo più riuscite a trovare il vasetto d’acqua e il pennello che avevamo usato fino a due minuti prima. Dopo un’ora di affannose ricerche, abbiamo stabilito che i colori magici, sciolti nell’acqua, hanno reso invisibili vasetto e pennello. Il materiale illustrativo non specifica se l’effetto sia permanente o temporaneo. Se un giorno gli oggetti scomparsi, di punto in bianco, ricompariranno (magari perché mettendo in tavola un piatto rovescerò il vasetto invisibile) ve lo farò sapere. Intanto noi abbiamo continuato con i pennarelli 🙂

RainbowMagicché?


Ero preparata, o almeno lo pensavo. Avevo letto la sobria (ed estremamente diplomatica, scopro oggi) recensione di Wonder a suo tempo. Avevo raccolto critiche qua e là (anch’esse, lo vedo ora, davvero generose). Quest’estate, quando Nizam stava per cedere alle pressanti richieste della Guerrigliera, ci ha fermato il prezzo: per andarci in tre, ben 98 euro. No, non è uno scherzo. Aggiungiamoci 5 euro di parcheggio, benzina, etc. La logica conclusione è stata: evidentemente no. Ma non potevamo immaginare quanto avevamo ragione.

Oggi ci si è messo di mezzo il destino in forma di biglietti gratuiti. Un’amichetta in visita dalla Sardegna. Una spedizione femminile di famiglia. Saggiamente equipaggiate di cibi e bevande, arriviamo in loco (un’oretta di tragitto). Le bambine sono entusiaste. I jingle delle pubblicità martellanti, i loghi sparati su autobus e cartoni del latte da un anno e passa finalmente si incarnano in un luogo fisico. Saltellavano eccitate.

Entriamo. Bene, cercherò di essere misurata. Credo di poter ambire a tanto esclusivamente perché in cinque abbiamo lasciato in questo ameno luogo solo i cinque inevitabili euro di parcheggio. Se avessi pagato immagino che a quest’ora sarei al commissariato di Colleferro in seguito alla distruzione a martellate del Castello di Alfea.

1. Il parco è, come dire… brutto. Semplicemente brutto. Sembra già vecchio. Scolorito, male allestito. Le rifiniture mancanti che Wonder signorilmente attribuiva all’incompiutezza continuano a mancare. L’area è piccola e francamente poco suggestiva. Le decorazioni sanguinolente di Halloween non miglioravano l’effetto generale. L’insieme era piuttosto imbarazzante e deprimente.

2. Le attrazioni sono poche, i ristoranti e i negozi invece moltissimi. Suvvia, non c’è proporzione. La sensazione di rapina che chiunque paghi un biglietto di 35 euro non può non provare è accentuata dalla beffa di continui giochini aggiuntivi a moneta. Il massimo? La cabina phon (una) per asciugare chi si fosse bagnato con schizzi e attrazioni acquatiche costa, udite udite, due euro. E oggi era anche fuori servizio. Mi sono stupita che i bagni non fossero anch’essi a moneta. Il livello delle giostre da piccoli (quelle adatte a bambine di 5-7 anni, per intenderci) è scadente. La durata dei giri è da record di velocità: l’ottovolante, ad esempio, finisce in 59 secondi (li abbiamo contati durante l’attesa).

3. Vogliamo parlare dello stile nei confronti dei visitatori? Cartelli minacciosi qua e là ricordano che qualunque danneggiamento agli zuccherosi quanto rabberciati arredi del Castello di Alfea (il quale, per inciso, è in massima parte l’ennesimo negozio di gadget) dovrà essere ripagato. Oggi gli orari degli spettacoli, stampati sulla cartina che ci è stata data all’entrata, non corrispondevano alla programmazione effettiva. La cosa ci ha fatto perdere per due volte la possibilità di entrare, oltre a farci correre inutilmente su e giù inseguendo i cambi di sede (tra l’altro il maledetto quanto inutile lago rende lunghi anche tragitti in linea d’aria brevissimi). Ho provato a chiedere spiegazioni e mi è stato risposto che no, gli orari sullo stampato non sono quelli veri, che invece sarebbero scritti su un cartello all’ingresso (!). Ho provato a chiedere cosa ci danno a fare gli orari sbagliati, allora. Mi è stato risposto, piuttosto in malo modo: “C’è un servizio clienti, no? Vada a dirlo a loro”. Ora. Io non avevo pagato e non sono stata a piantar grane. Ma vi assicuro che se avessi sganciato 100 euro per due o tre giri di giostra sarei stata molto meno signorile.

Alla fine la cosa che mia figlia ha trovato più attraente è stata la famosa giostra delle Winx (anch’essa piuttosto lampo come durata, a dire il vero) e il playground dell’adiacente baretto. Io ho ancora negli occhi la giostra più triste del mondo: un trenino composto da pochi sparuti vagoncini, con l’Outlet sullo sfondo. Non mi soffermo sui genitori che cercavano di contrabbandare figli alti 50 cm nelle giostre che ne richiedevano 105 (“mi assumo io la responsabilità”). Non faccio paragoni, ci mancherebbe. Dico solo che mi è cascata la mascella e non l’ho ancora raccolta. E’ questo il grande parco divertimenti di Roma? Ah. Annamo bene, come si dice qui.

Abbiamo concluso la giornata con un giro all’outlet, luogo che colpirebbe qualunque essere umano in normali condizioni psicofisiche per il suo peculiare obbrobrio estetico (immaginatevi un villaggio del west in tinte pastello). Mia sorella, all’ingresso ha esclamato: “Ma che carino, qui! Com’è accogliente”. Ecco, credo di avervi detto tutto.

Che fine hanno fatto i morti?


Piove. La pista di pattinaggio è bagnata. Così decade l’ultimo baluardo che avevo eretto per declinare inviti a merende in stile “dolcetto o scherzetto” (“Sai, preferisco che non salti lo sport, ora che si va verso l’inverno…”). Non ho simpatia per Halloween. Tuttavia ci siamo dentro, la scuola di Meryem pullula di zucche di cartapesta e improbabili pipisterelli cosparsi di porporina. Stamattina, con l’arte dell’improvvisazione che caratterizza le madri sgarrupate, ho estratto dall’armadio una specie di mantello nero spiegazzato, ricavato l’anno scorso da una mia gonna a ruota. Il cappello non c’era, ma ho convinto Meryem che sarebbe stata una favolosa strega anche così. Ho rincarato la dose con un pipistrello disegnato sulla guancia e una passata di colore blu sulle labbra.

Per carità, non è che le rivisitazioni della festa in chiave cristiana fondamentalista (“travestitevi da santi”) mi stiano più simpatiche di streghe, vampiri e zombie. Se possibile mi fanno ancora più orrore. Sapete cosa mi manca, in questa festa? I morti. Quelli veri. Le memorie, il legame misterioso e anche un po’ pagano. Oggi, quando ho letto questo bel post di Veronica sono riuscita a mettere meglio a fuoco il fastidio che provo.

Secondo me non sarebbe affatto male rispolverare le molte tradizioni italiane della festa dei morti. Ricordo un bellissimo libretto comprato a Napoli, che illustrava le usanze locali, centrate sul concetto di nutrire i defunti. Ma anche e soprattutto questo bel volume, da cui si può scoprire e imparare moltissimo. Credo che sarebbe molto istruttivo, per i nostri bambini, ritornare al contenuto originario, ormai talmente trasfigurato da risultare irriconoscibile. Questa festa di passaggio in cui i morti tornano a visitare i vivi, o almeno i vivi vanno a visitare i morti, racconta di un senso di continuità tra passato e futuro. Accostare i più piccoli al mistero della morte, anche attraverso colori e sapori, era un’usanza piena di saggezza. La paura, inevitabile, si imparava a gestirla, a esorcizzarla di persona e collettivamente. Magari anche il dolore e la malinconia. Tutti questi valori educativi vengono meno, se ricorriamo direttamente al vampiro di gomma e al sangue finto. E poi ci troviamo in grandissima difficoltà davanti al primo funerale. Mi pare che per molti genitori la morte provochi più imbarazzo del sesso. Non è un argomento facile, evidentemente. Ma una festa istituzionalizzata dava una bella cornice, poetica, consolatoria e persino gioiosa, in cui affrontare, implicitamente o esplicitamente l’argomento.

Ho paura che cercare di riportare i morti veri nella festa sia una battaglia persa, purtroppo. Di questi tempi temo non siano molte le persone convinte del valore di una tradizione “paganeggiante” (più facile infatti è vedere parrocchie e oratori tentare di contrastare la tendenza con anatemi vari o con gli artifici di dubbio gusto a cui si faceva riferimento prima). Peccato. Però non posso che condividere la speranza di Veronica: “Ma sì, arriverà poi il giorno in cui ce ne andremo tutti insieme nella nebbia della Bassa, a mangiarci un piatto di cappelletti fumanti”. O il torrone dei morti a Napoli. O qualunque altra squisita ricetta si adatti ai luoghi stupendi di cui è ancora pieno questo nostro Paese bistrattato.

P.S. Se a qualcuno va di raccontare tradizioni a riguardo che ha vissuto o che conosce, mi fa molto piacere.

Si può fare


Oggi vi racconto una bella storia. Inizia in Venezuela. Il maestro José Antonio Abreu Anselmi è un visionario. Crea “El Sistema”, un ambizioso programma di educazionemusicale e sviluppo sociale, il cui motto è “Tocar y luchar” (“Suonare e lottare”). Questa impresa straordinaria è diventata un modello in moltissimi Paesi del mondo: trovate maggiori informazioni qui. A partire dal 1995 El Sistema inizia un programma speciale rivolto specificamente all’integrazione di persone con disabilità attraverso la musica. Il fiore all’occhiello di questo programma è il coro Manos Blancas, creato nel 1999 da Naibeth García: un gruppo di bambini sordi interpretano la musica con le mani, coperte da guantini bianchi. Detto così non dice granché. Una volta visto, il primo pensiero è che, per quanto difficilmente immaginabile, si può fare. Un pensiero simile deve essere venuto a Claudio Abbado. E’ grazie al suo interessamento che nel 2010 al coro Manos Blancas è stato conferito il Premio Nonino. Proprio quello della grappa. Ma a differenza di altri premi improbabili, che lasciano il tempo che trovano, questo premio si è tradotto in un impegno preciso della famiglia Nonino: il premio è stato inteso come il punto di partenza della stessa esperienza in Friuli, con i ragazzi del centro Nostra Famiglia di San Vito al Tagliamento. Non solo: Naibeth García in quell’occasione ha tenuto dei seminari per formare altri direttori di cori “Mani bianche”. Uno di questi “cori derivati” ha sede presso la Scuola di Musica di Testaccio e oggi, per la seconda volta, li ho visti esibirsi.

All’Auditorium di Roma, in una bella manifestazione tutta centrata sul valore sociale della musica (c’era persino una piccola orchestra di Scampia, frutto del progetto coraggioso “Musica Libera Tutti”), oggi c’era anche il coro Manos Blancas del Friuli. Credo che questa storia insegni la forza di un’idea bella, che funziona e riesce a farsi strada a prescindere. A prescindere dalla miopia di un welfare sempre più inadeguato e ingiusto. A prescindere da un sistema educativo in cui la musica è marginalizzata fin dalla prima infanzia.

Ho trovato in rete questi commenti di Giannola Nonino, la madrina italiana di questa impresa: «Dobbiamo coinvolgere tutti, in progetti come questi non esistono gli steccati politici, conta solo l’amore verso il prossimo». Durante le prime prove del coro che doveva nascere questa donna notevole racconta di aver avuto non poche perplessità, poi fugate da Naybeth Garcia. «Mi stavo interrogando se il gruppo fosse pronto a esibirsi, poi Naybeth con poche parole mi ha aiutato a capire. Mi ha detto: “Non hai visto come si divertono? La perfezione non esiste, il fine è dare gioia alla comunità”. È una grande verità».

Dare gioia alla comunità implica che la comunità esista. Il che, naturalmente, non è ovvio. Ma quando esiste la differenza c’è, e si vede.

 

P.S. Del tutto casualmente, proprio ieri ho iscritto Meryem a un coro di voci bianche qui in quartiere. Davvero sono convinta che la mancanza di educazione musicale nelle nostre scuole sia un grosso torto che facciamo a tutti noi. Io ho avuto la fortuna di fruire, un po’ a casaccio, di tre anni di sezione musicale alle medie. Tardino. Però sono sicurissima che la conoscenza della musica, anche un po’ approfondita, sia un linguaggio importante e un esercizio di logica e di apprendimento davvero straordinario. Peccato che da noi sia considerata, mediamente, un lusso per pochi. Anche per questo credo profondamente in questi progetti di lavoro sociale attraverso la musica. Poche cose costruiscono quanto la musica. Mi riprometto di approfondire la mia conoscenza di questi progetti.

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