Genitori italiani


Ieri Filippo Miraglia ha scritto per Huffington Post un articolo che cercava di sottolineare la reale entità della tragedia che ormai ogni giorno si consuma nel Mediterraneo, facendo riferimento in particolare al racconto di alcuni superstiti, che hanno descritto come le madri disperate tentassero di tenere in alto i figli per non farli affogare nella stiva di una nave che sta imbarcando acqua.

Vi incollo qui, senza aggiungere altro, alcuni dei commenti pubblicati sotto l’articolo, da persone che in alcuni casi sottolineano di essere genitori. Per la maggior parte, donne.

“Se una madre italiana nata in Italia da genitori italiani facesse correre ai suoi figli un rischio anche di un decimo di gravità di quello che viene fatto subire a questi innocenti, allora interverrebbero subito i giudici e i servizi sociali e la signora rischierebbe seriamente di vedersi sottratto il figlio per essere affidato altrui. Però dato che queste sono madri africane, senza documenti, di ignoto stato civile e cittadinanza, che tentano di entrare clandestinamente in Italia dopo aver pagato svariate mafie africane, allora loro viene tutto perdonato e concesso”.

” Lo fanno a cuor leggero [di far salire i figli su un barcone] come a cuor leggero ne mettono al mondo 10 e passa sapendo di non poterli sfamare. Semplicemente non hanno il nostro concetto di importanza dei figli, è inutile girarci intorno. Attratti dalle lucciole della vita facile (che poi le donne a far le lucciole ci finiscono veramente) invece che darsi da fare per migliorare i loro stati vengono qui e fanno o i mantenuti a nostro carico o la manovalanza per i criminali locali (ivi inclusi caporali e imprenditori) facendo concorrenza sleale ai nostri lavoratori e abbassando le condizioni di vita per tutti.”

“E’ la loro cultura! Preferisco tenermi stretta la mia. Ma con l’arrivo di tutte queste persone i diritti naturalmente non saranno più quelli di prima, per nessuno.”

“Io ho un figlio (pillola ,spirale) perché non potevo seguirne bene di più avendo sempre lavorato per collaborare al mantenimento della famiglia. Avrei fatto bene ad averne 12? Se me lo avessero mantenuto (ho avuto gli assegni famigliari per 6 mesi nella mia vita,poi hanno deciso che ho superato il reddito,un folle reddito pinguissimo da insegnante!),penso ne avrei avuto un altro, al massimo.”

“Secondo Lei i più sfortunati hanno il “diritto” di entrare illegalmente in Italia.Bene:io rivendico il diritto di respingerli, per difendere quel poco di benessere e quel tanto di civiltà che ancora ci rimane. La “cultura maschilista”( che io chiamo barbarie),che verrebbe importata accogliendo i milioni di disagiati del terzo mondo (come Lei sembra auspicare) si imporrebbe sulla nostra cultura per la forza dei numeri. Le ricordo che la civiltà romana fu annientata dalle invasioni dei barbari, e ci furono, dopo, MILLE ANNI DI BUIO.”

Non credo che questi commenti vengano da uno sparuto gruppo di ragazzini esagitati. Una delle commentatrici sottolinea di avere 70 anni, un’altra è insegnante. Non voglio attribuire importanza eccessiva a un gruppetto di commenti, che sono pur sempre numericamente limitati. Ma sono pur sempre le opinioni di alcuni genitori italiani. Legittime opinioni?

Sarà troppo?


Ancora naufragi, ancora famiglie spezzate, ancora lutti e disperazione. Noi stiamo di qua a guardare. Al limite contiamo: tanti morti, tanti salvati. Se i salvati sono tanti festeggiamo. Siamo bravi a salvare, noi.

Avete mai provato a leggere le notizie dal punto di vista di chi su quella barca aveva un marito o un figlio? Non è retorica, davvero. Non è così inimmaginabile. Quando ero a Gerusalemme e c’è stato l’attentato all’autobus 18a, i telefoni del campus erano intasati di voci di genitori che chiamavano a casaccio, cercando di capire se eravamo vivi (non era epoca di cellulari). Pensate a Facebook che in caso di attentato attiva il security check. E’ umano, no? Lo vogliamo sapere se i nostri amici a Bruxelles o a Parigi stanno bene. Figuriamoci i nostri figli o il padre dei nostri figli.

Non dissimile è lo stato d’animo di chi ha un congiunto in partenza dalla Libia. Solo che non si sa quando, non si sa dove, spesso le notizie non sono precise, a volte semplicemente la certezza non la si avrà mai, né in un senso né nell’altro. E’ vivo, è morto? E’ sparito in un carcere, libico o europeo? O è semplicemente in fondo al mare?

Io credo che adesso qualcuno starà pensando che però per loro è diverso. Loro ci sono abituati. Loro di figli ne hanno tanti. Loro sono fatalisti per cultura. Loro, loro, loro. Una cosa ho imparato, in questi anni. Le lacrime dei rifugiati sono salate come le nostre.

L’assuefazione davanti alle stragi quotidiane mi fa paura. Ma ancora più paura me la fanno i ragionamenti sofisticati degli esperti. “Non vorrei sembrare cinico, ma…”. Se stiamo formulando questa frase forse siamo già oltre.

Un esercizio per quando mi sento così (o per quando un mio interlocutore si sente così) è cercare di esplicitare i non detti. Non possiamo permetterci di proteggere “chiunque”. Migrare è un diritto, ma solo per noi. Noi siamo diversi. Noi valiamo di più. Noi non siamo chiunque. E se soffriamo, in patria così come all’estero, proteggerci dovrebbe essere la priorità evidente del resto del mondo.

C’è un gran bisogno di essere lucidi, di pensare, di analizzare, di farsi venire idee. Ma più ancora c’è bisogno, io ho bisogno, di guardare in faccia le persone che a queste vicende sono sopravvissute e ci fanno i conti, anche qui, giorno dopo giorno. E spesso sono meno ripiegate su se stesse di quanto non lo siamo mediamente noi, che nella migliore delle ipotesi guardiamo e rimuginiamo.

 

Chi impara da chi


Il mio ufficio, nonostante i recenti lavori di ristrutturazione (ancora in corso, peraltro), non consente l’isolamento acustico di tutti gli uffici. Il mio, in particolare, è separato da quello accanto solo da una vetrata che non arriva fino al soffitto. Capita quindi che involontariamente io senta i colloqui delle mie colleghe con i rifugiati che si rivolgono a loro.

Oggi c’era una famiglia nigeriana di cui avevo già sentito parlare. Una situazione indubbiamente difficilissima. Lui – che in Nigeria ha frequentato quattro anni di politecnico ed era elettricista – è rimasto senza lavoro, lei ha dovuto smettere di lavorare perché ha tre bambini, l’ultima dei quali nata prematura e ancora in ospedale (alla nascita pesava 1 kg). Hanno perso la casa perché non sono più riusciti a pagare l’affitto e oggi sono ospiti di un’amica, ma la cosa non può durare a lungo per ovvie ragioni logistiche.

A un certo punto mi sono alzata e ho gettato uno sguardo al di là della vetrata. Erano bellissimi, pieni di amore, con due bimbi sorridenti e educatissimi. A vederli non traspare nulla del dramma che stanno vivendo. Avrei voluto scattare mille fotografie.

Ovviamente non l’ho fatto. Ho solo ammirato quanto può essere splendente una famiglia vera. E ho pensato, ancora una volta, che i rifugiati hanno molto da insegnarci.

Domande


Da quando chiudere violentemente le frontiere in faccia a donne, bambini, giovani e anziani in fuga ci pare una misura di politica estera qualsiasi?

Perché tutto continua come se nulla fosse dopo che i capi di Stato europei democraticamente eletti hanno stipulato un accordo con la Turchia che prefigura una strage?

Non è la prima, d’accordo. Non è nemmeno la prima di cui siamo corresponsabili. Ma in questo documento, che è stato definito un grande successo della diplomazia, non si ha vergogna di usare il termine “migranti irregolari”. Persino se si parla di cittadini siriani.

Non hanno usato le vie legali, sembra dire l’Europa. Le vie legali che non esistono, per caparbia volontà della stessa Europa.

Fermare i flussi, a qualunque costo. Un sessantesimo dei rifugiati del mondo è troppo per l’Europa, o per quel che ne resta. Se per mantenere il nostro tranquillo status quo dobbiamo far morire migliaia di altri uomini, inclusi bambini, pazienza. Anche se farlo costa molto. Anche se farlo significa renderci tutti complici di violazioni sistematiche dei nostri valori.

Ma dove sono i difensori della vita ad ogni costo quanto muoiono neonati nell’Egeo, con i loro fratelli, genitori e nonni? Sono interessati solo agli embrioni?

Come faccio a urlare che non sono d’accordo?

Perché nessuno pare particolarmente angosciato?

“L’immigrazione non è un diritto. E basta”, sbraita la Meloni dalla tv.

Che costo ha questa violenza? Per il mondo, per l’Europa, per i nostri quartieri, per i nostri figli?

Com’è un rifugiato?


“Sì, i bambini si sono inseriti bene. Il maggiore frequenta il liceo scientifico. Il minore va in seconda media, è già il primo della sua classe. Io ho trovato lavoro in una radio, sono in prova. Ma credo che ci siano buone speranze per me”. Sfoggia un italiano forbito, con lieve accento settentrionale. A suo tempo ha frequentato il politecnico qui in Italia. Poi ha lavorato per anni a Damasco, come guida turistica. Ora è qui, con la sua moglie fine ed elegante, ancora nel circuito dell’accoglienza, ma con una prospettiva che cerca di restare saldamente ancorata a un’autorappresentazione di famiglia normale: “Quando possiamo vedere l’appartamento? Ci sarà spazio per lo studio dei ragazzi?”. Quest’uomo e la sua famiglia sembrano l’incarnazione del rifugiato colto e facilmente integrabile, quello che fino a ieri molti Paesi europei si contendevano (oggi non più). Il loro percorso in Italia è stato caratterizzato da questo. Ma, del resto, chi di noi potrebbe dire che la propria esperienza non sia il prodotto di quello che si è e di come gli altri si pongono nei nostri confronti?

Un’altra famiglia è arrivata in Italia con un visto, ha trovato ospitalità gratuita in un istituto religioso. Ma la loro storia è molto diversa. Il capofamiglia è una donna, una donna che al suo Paese occupava una posizione di prestigio ed era ammessa senza particolari difficoltà a colloquio con il Presidente di quello Stato. Eppure. I contatti l’hanno aiutata a risparmiare a se stessa e ai suoi figli il Sahara e il barcone. Ma arrivata qui, il suo sguardo si è svuotato. La strada resta tutta in salita. La figlia minore quasi non ricorda la vita precedente, in Kenya. Per questo lei va avanti più spedita. Per sua madre sarà tutto un altro percorso. Niente posto in radio per lei. Un lavoro umile, portato avanti con la fatica di chi prima pagava chi queste cose le facesse per lei, mentre correva da una riunione all’altra.

Le mie colleghe faticano non poco a interagire con una coppia bizzarra. Sono palesemente barboni, fanno fatica a argomentare, parlano poco la lingua. Eppure, scoprirò poi con un certo sconcerto, è stata loro riconosciuta la protezione internazionale più di cinque anni fa. Oggi vivono nel tunnel dell’aeroporto di Fiumicino. Ci vorrà moltissimo lavoro per sbrogliare il groviglio di esclusione che si è stratificato intorno a queste due persone. Forse le mie colleghe hanno individuato il bandolo della matassa. Speriamo.

Rifugiato è il giovane kossovaro che quando è arrivato era bambino e oggi è chef. Oggi è passato dallo stato di migrante a quello di expat, oltre i confini italiani, in virtù della cittadinanza finalmente ottenuta e anche della posizione sociale conquistata con il suo sorriso strafottente e il suo impegno.

Rifugiata è la ragazza sudanese, anch’essa arrivata bambina, che gioca a pallavolo in una squadra trentina e sogna la convocazione in nazionale (probabilmente senza aver nemmeno conosciuto Mimi Ayuara).

Rifugiato è il ragazzo afgano che ancora non parla dieci parole di italiano e non mi aveva mai visto prima, ma vedendomi passeggiare nervosamente per il corridoio del Centro Astalli mi ha portato un bicchiere di tè e dei grissini.

Com’è un rifugiato? Disquisiamo di narrazione sui rifugiati, in Italia e in Europa. Ma l’unica narrazione onesta sarebbe composta da più di sessanta milioni di singole biografie.

Un giorno rideremo di tutto questo


…ma quel giorno non è oggi.

Nizam soggiorna regolarmente in Italia da 14 (quattordici) anni. E’ titolare di un permesso di soggiorno CE per lungo soggiornanti, altrimenti detto carta di soggiorno, che ha validità illimitata. Lo ha per molte buone ragioni, una delle quali è che è padre di una cittadina italiana dal 2007 (mia figlia). Ma lo avrebbe comunque, visto che risiede regolarmente in Italia da ben più di 5 anni e ha a suo tempo dimostrato e poi (per ben due volte) ri-dimostrato di avere adeguato reddito e di pagare le dovute tasse. Incidentalmente, avrebbe diritto alla cittadinanza italiana. Peccato che tra quando ha maturato tale diritto (settembre 2012) e quando siamo faticosamente riusciti ad ottenere un appuntamento per presentare la documentazione (febbraio 2014) sia passato un anno e mezzo. E una domanda presentata quasi due anni fa ovviamente non è stata neanche presa in considerazione ancora, è troppo presto. Incidentalmente, in questa pratica il fatto che sia il padre di una cittadina italiana non conta nulla.

Oggi Nizam deve aggiornare la carta di soggiorno, ancora in corso di validità, perché i turchi gli hanno rinnovato il passaporto e il numero non corrisponde a quello indicato sulla carta di soggiorno. Finché ciò non si sistema, non può lasciare l’Italia. Andando un mese fa a chiedere che ciò venisse sistemato, Nizam ha scoperto le seguenti cose:

  • deve essere nuovamente fotosegnalato (????)
  • deve nuovamente dimostrare tutti i requisiti per il rilascio (e questo, mi sento di dire, è una richiesta assolutamente illegittima di per sé).

Oggi, presentandosi all’appuntamento munito di certificato di nascita di Meryem con indicate le generalità dei genitori per esteso (richiesto, a pagamento, in Municipio, visto che per la questura è complicato verificare che Meryem sia sua figlia, sebbene la medesima Meryem sia titolare di passaporto italiano su cui Nizam risulta genitore), ha scoperto un’altra cosa:

  • non bastano i documenti. Deve portare Meryem lì di persona, munita di passaporto.

Quindi io devo far saltare a mia figlia un giorno di scuola per mandarla a fare ore di fila in una questura all’estrema periferia della città, dove (parlo per esperienza diretta) vedrà suo padre trattato con sgarbo e disprezzo da svariati uomini in divisa, che gli danno del tu pur non avendolo mai visto prima. La interrogheranno pure? Chissà.

Tralasciamo il dettaglio che, se pure tutto va bene, di fare questo aggiornamento non se ne parla prima di svariati mesi.

Ma non trascurerei di riferire che, quando lui ha provato a chiedere se potevano dargli un appuntamento durante le vacanze di Natale per non far perdere la scuola alla bambina, gli è stato risposto: “L’appuntamento te lo do quando mi pare, così impari”.

Posso provare (potete leggere i post qui sotto) che io ho sempre cercato di vivere questa situazione con la massima ironia. La prima gita in quel posto l’abbiamo fatta tutti insieme quando Meryem aveva un mese. Ci siamo tornati quando Meryem aveva 3 anni. Ho cercato con tutta la buona volontà di prenderla a ridere.

Oggi no, non ci riesco. Non sopporto l’idea che il padre di mia figlia debba essere trattato in questo modo. Non viviamo più insieme (questo è parte del problema, pare, visto che lo stato di famiglia è inestricabilmente connesso alla residenza), ma non pensavo francamente di dover argomentare la nostra storia più privata a tutti i poliziotti che incontriamo. E’ una persona incensurata, titolare di una regolare attività, che non ha mai commesso nulla per meritarsi un trattamento del genere, stimabile da molti punti di vista e, soprattutto, rientra perfettamente nei requisiti previsti dalla legge per avere quel titolo di soggiorno. Perché deve passare un’altra mattinata come quella di stamattina, umiliato davanti a sua figlia?

Poi ci chiediamo perché le “seconde generazioni” provino questo rancore per gli stati europei di cui pure sono cittadini. Io credo che un’esperienza come quella che vivrà Meryem il prossimo mese – ammesso che non riesca prima di allora a trovare una soluzione a questa assurdità – conterà molto di più sulla sua formazione civica di tante belle parole che io o i suoi maestri possiamo spendere sulla partecipazione, sull’accoglienza e sull’intercultura.

Il pregresso
Noi e Ringhio, parte prima 
Noi e Ringhio, parte seconda
Surreale

Impostori, fino a prova contraria


In questi giorni cerco freneticamente di aggiornarmi e prepararmi sui rapidi cambiamenti che riguardano i rifugiati che sbarcano sulle nostre coste. Studio documenti ufficiali, ricevo aggiornamenti da amici e colleghi. Non mi diffondo in tecnicismi tediosi. Ma una cosa salta all’occhio, da tutti i documenti ufficiali: l’ossessione collettiva è quella del migrante-truffatore. Quello che simula di essere un rifugiato, ma in realtà è solo “un migrante in posizione irregolare”e che va etichettatato come tale tempestivamente. Subito. Già sulla barca che lo ha salvato dalle onde del Mediterraneo.

In queste settimane ho avuto modo di parlare di questo tema con persone interessate a titolo diverso da me. Esperti, consulenti, funzionari, persino un ministro. Ciascuno di loro descriveva i rifugiati come informati e scaltri, pronti ad attaccarsi a cavilli legali per prolungare indebitamente il loro soggiorno. Li si descriveva come poliglotti, sempre connessi a internet, con una meta già in mente. Un nemico furbo, contro cui è necessario mettere in campo procedure altrettanto “furbe”.

Io penso che una persona che si è messa in mare per disperazione, è sopravvissuta per miracolo e magari ha da poche ore gettato in mare il cadavere di suo figlio, su quella barca che la soccorre non pensi a come imbrogliare chicchessia. Con addosso ancora i vestiti bagnati, durante l’epilogo di un viaggio attraverso ogni genere di violenza e di abuso, davvero è onesto sottoporlo a un interrogatorio frettoloso da cui dipende la sua sorte? Io credo che Jacopo, uno studente di Milano, abbia capito meglio di tutti questi funzionari cosa passa per la testa di un migrante salvato da una motovedetta della Guardia di Finanza nel Canale di Sicilia. Lo ha scritto in un bel racconto, diventato video.

Ma voi, come vi sentireste, se i vigili del fuoco che vi hanno appena salvato da un edificio in fiamme in cui avete visto morire i vostri familiari, prima ancora di portarvi in ospedale a curare le ustioni vi sottoponessero a un interrogatorio? Forse vi verrebbe da dire: “Ok, ma prima lasciatemi realizzare che sono ancora vivo. Lasciatemi piangere. Lasciatemi ringraziare o maledire il mio dio. Lasciatemi il tempo per ritornare in me. Non pensate che i vostri moduli a risposta multipla possano aspettare?”.

Ma noi siamo noi, non è vero? Noi abbiamo il diritto di essere traumatizzati dopo un incidente, grave o non grave. Abbiamo diritto a capire e, se non capiamo, a farlo presente. A protestare, se qualcuno si permette di calpestare i diritti previsti dalla legge. Nessuno può trattenerci in strutture chiuse che ufficialmente ancora non esistono neanche. Queste cose accadono in Africa, non è vero? Non a Pozzallo, Sicilia.

Niente di personale


Ieri, nel bel mezzo di una conversazione di lavoro con lo staff di un progetto europeo (si parlava di politiche europeee in materia di migrazione e asilo, tanto per fare una cosa nuova), mi sono guardata per un attimo dall’esterno. Era un contesto in cui, in linea del tutto teorica, si stava esprimendo la mia parte professionale. Niente di personale, dunque. Giusto un paio di giorni prima, a un convegno universitario, mi ero subita l’esposizione di una notoria querelle antropologica sul distacco/coinvolgimento dell’osservatore/ricercatore (in gergo: il pippone metodologico) che, con poche varianti, mi accompagna costantemente dai tempi in cui in gioventù mi appassionavo delle vicende di Rib-Adda e di altri oscuri personaggi levantini del secondo millennio a.C.

Eppure quello che stavo dicendo, in un inglese che malamente faceva da schermo alla mia indignazione, lo sentivo assolutamente personale almeno da quattro punti di vista:

– come cittadina italiana, perché vedo disattesa e calpestata una costituzione bellissima e alta, frutto del lavoro e dell’esperienza di molti (“Una cattiva politica è sempre figlia di una cattiva cultura”, diceva l’altro giorno Stefano Rodotà in Gregoriana);

– come europea, perché mi sembra che  questa piccineria meschina mi rubi il sogno di un’Europa casa comune e offenda nel profondo le istanze di libertà e giustizia sociale che l’hanno percorsa nel passato lontano e recente;

– come madre, perché i valori di chi governa il mondo sono sempre più in contrasto con i valori che cerco ogni giorno di insegnare a mia figlia;

– come donna e come persona, perché ad oggi, se dovessi scegliere un Paese del mondo dove migrare (ci pensavamo per scherzo ieri con un amico) fatico a pensarne uno che non si stia macchiando di delitti gravi contro l’umanità. La qualità della vita riservata a un club esclusivo di persone scelte ai danni di altri uomini, donne, bambini è qualcosa che dovremmo far più fatica ad accettare, oggi che le dirette conseguenze di alcune scelte economiche e politiche sono sotto i nostri occhi tutti i giorni, in ogni momento.

Quindi, mi scuseranno i colleghi più professionali di me, la prendo sul personale, sempre.

(La vignetta è, come è ormai tradizione, di Mauro Biani)

Non dispero


Improvvisamente mi trovo a vivere in un Paese che discute animatamente di rifugiati. Quello stesso Paese che ignorava felicemente e compattamente tutte le questioni di cui vi parlo da un po’ di anni: il Regolamento di Dublino, il fotosegnalamento, Eurodac e compagnia bella. Non fraintendetemi, non dico che adesso queste cose siano conosciute e comprese. Però se ne parla un sacco. Anche in televisione.

Che bello, direte voi. Insomma, vi dico io. Improvvisamente capisco pienamente la frustrazione dei nutrizionisti veri davanti agli articoli intitolati “10 trucchi per affrontare la prova costume”. Degli archeologi universalmente rappresentati, agli occhi del pubblico, da Indiana Jones. Se mi mettessi ad elencare l’intero catalogo di fesserie, imprecisioni, assurdità e semplici falsità che vengono sciorinate ogni dove, nonché amplificate e commentate sui social, questo post non arriverebbe mai a conclusione.

Non vi nascondo che ogni tanto mi assale lo sconforto. Ma, ne sono convinta, questa tenace e assidua ondiata mediatica di allarme, terrore e considerazioni orrende può e deve essere contrastata, almeno nel nostro piccolo. In questi anni, qui sul blog e sui social, ho provato a condividere i miei pensieri e la mia esperienza. E qualcosa oggi, in questi momenti difficili, torna. Un’amica che suggerisce ai suoi colleghi una donazione; un’altra che mi racconta dell’incontro con un giovane rifugiato eritreo, a casa di amici; un’altra che, di passaggio a Roma, stasera viene al convegno del Centro Astalli. L’altro giorno la mia amica Natalia mi ha parlato dell’impegno di un gruppo scout che lei conosce bene a sostegno dei rifugiati in transitano a Roma. Mi sono incuriosita e le ho chiesto di mettermi in contatto con Marco, il capo scout con cui collabora.

Ecco qui, dunque, una testimonianza a due voci. Di Marco, capo scout, e di Natalia Cattelani, che conoscete come cuoca e foodblogger, ma qui nelle vesti di mamma e soprattutto della splendida persona che è. Grazie a tutti e due.

Faccio una premessa: l’associazione scout di cui fa parte il nostro gruppo è la FSE-Federazione Scout d’Europa, a cui aderiscono più di 19.000 soci in Italia. 

Ogni gruppo viene gestito da una comunità di capi, e l’insieme dei gruppi di una stessa zona forma un distretto, gestito a sua volta da un responsabile (chiamato in gergo “commissario”): nel nostro caso si tratta di Andrea Stabile per il distretto Roma Est. Andrea ha ricevuto più di un mese fa una prima richiesta di aiuto, da parte di uno dei capi dell’associazione, per dare una mano con la preparazione e distribuzione viveri per l’emergenza a Ponte Mammolo [Ponte Mammolo, nei pressi della fermata della metro B, era una baraccopoli dove da anni risiedeva un gruppo di rifugiati eritrei: negli ultimi tempi l’insediamento si era assai allargato a causa dell’arrivo di profughi in transito, diretti verso il nord Europa].
Subito Andrea ha coinvolto noi singoli capi dei vari gruppi del distretto per garantire la presenza di un gruppo di almeno 5-6 persone ogni domenica di maggio e giugno. La risposta è stata ovviamente scontata, tenendo fede al nostro motto “sempre pronti!” 🙂 Andrea è in contatto anche adesso con don Marco Fibbi, parroco di San Romano, che coordina questo tipo di servizio e si stanno dando un gran da fare spendendo tempo ed energie per una gestione attenta e pronta a soddisfare le richieste.

Come dicevo, la prima esperienza per i capi del mio gruppo (e quindi anche per me) è stata a metà maggio, mentre altri capi del distretto avevano già distribuito nelle domeniche precedenti. Se fino a pochi giorni prima si parlava di dover preparare panini e 1 pasto cucinato per un massimo di 150-200 persone: venerdi sera le comunicazioni di don Marco erano abbastanza preoccupanti: a Ponte Mammolo infatti erano già arrivate almeno 400 persone (si sarebbero poi rivelate molte di più la domenica sera per il servizio).

Abbiamo inizialmente coinvolto solo i capi maggiorenni e qualche genitore disponibile a darci una mano nella preparazione di 400 panini. Durante il pomeriggio di domenica è partita la preparazione del cous cous, circa 15-20 kg. Abbiamo conosciuto di persona don Marco che ci ha prospettato una situazione difficile. Non sapevamo ancora cosa avremmo trovato nel parcheggio di ponte mammolo e ovviamente in queste situazioni la voglia di servire si scontra con la paura di non essere preparati alla gestione di una situazione umanitaria così sconvolgente. Ma, come recita uno degli articoli della nostra legge, “lo scout sorride e canta anche nelle difficoltà”, e dunque abbiamo caricato tutto in macchina, compresi circa 100 lt di latte offerti dalla caritas della nostra parrocchia e siamo partiti.

La visione di tutte queste persone ammassate nel parcheggio e nella baraccopoli (che sarebbe stata abbattuta il giorno successivo dalle ruspe) ci ha sicuramente colpito emotivamente, ma allo stesso tempo ci ha caricato: le persone si sono messe educatamente in fila. La paura più grossa era il timore che avremmo potuto finire il cibo prima che tutti e 500 o 600 avessero potuto mangiare: temevamo più che altro di deluderli, di leggere il disappunto nei loro occhi.

Invece tutti questi pregiudizi sono scomparsi vedendo i sorrisi, i ringraziamenti, e in particolare vedendo i ragazzi chiederci buste dell’immondizia per girare e pulire il parcheggio dai piatti e bicchieri di plastica.

Le domeniche successive Ponte Mammolo era tornata nella “normalità”: erano presenti meno di cento persone e la distribuzione da parte di altri capi è stata più tranquilla.

Poi è stata la volta del parcheggio Stazione Tiburtina, la domenica prima del nuovo sgombero da parte delle forze di polizia. Se a Ponte Mammolo la situazione sembrava isolata, per la particolare posizione del parcheggio, qui ci trovavamo in zone normalmente di passaggio. Parlando con uno dei capi più giovani, qualche giorno dopo, ho potuto constatare come il pessimo giornalismo contribuisca ad aumentare i pregiudizi. Nascono facilmente nelle loro menti associazioni del tipo: “Ma se se la passano così male perchè hanno i cellulari”, o “Che gli ci vuole a rubare una macchina”, senza che ci si renda pienamente conto dell’assurdità di certe affermazioni. Ma dopo, attraverso l’esperienza diretta, hanno capito che si trattava di pensieri infondati.

Dopo lo sgombero, la situazione profughi è balzata all’onore delle cronache e la gestione della distribuzione viveri è passata alla CRI, come ci aveva avvisato don Marco. Con Andrea abbiamo così cambiato strategia, invitando i capi e le famiglie a portare viveri già cucinati presso le sedi del nostro gruppo. La risposta è stata molto positiva e tante famiglie hanno contribuito cucinando riso e cous cous da destinare al centro Baobab e alla tendopoli da poco installata dietro la Stazione Tiburtina (via delle Cave di pietralata).

Nel corso delle settimante le poche notizie che arrivavano dai mezzi di comunicazione raccontavano solamente sgomberi e suggerivano che “il problema” era stato risolto, senza precisare che invece i profughi si trovavano principalmente al Baobab. Molte famiglie erano preoccupate della situazione e ci chiedevano continuamente se ancora servisse preparare cibo perchè dai TG sembrava tutto risolto. Ma non è affatto così, come ho potuto constatare di persona domenica scorsa al Centro Baobab.

Uno dei genitori che ha cucinato cuscus alle verdure per i rifugiati di via Cupa è Natalia, che commenta così questa esperienza.

I miei genitori mi hanno sempre insegnato a vivere da buona cristiana anche per gli altri , ad avere quell’attenzione in più verso “un prossimo” che poteva anche essere uno sconosciuto ma anche far parte della famiglia, il prossimo era chiunque avesse avuto bisogno di qualcosa .
Da grande questo aiuto l’ho trasformato in qualcosa di concreto per conciliare anche i miei impegni di mamma e di lavoratrice: ho cercato di donare quello che mi veniva di fare meglio , in modo più spontaneo e anche , lo ammetto, con il dispendio di poche energie. Non sono una super donna: io aiuto il prossimo rendendomi disponibile a preparare cibo per chi non ne ha.
Come potevo rimanere insensibile ora, non rispondere alla richiesta di Marco, il capo scout delle mie figlie di preparare pasti per i migranti di Roma? Però credetemi, come sono felice nel fare questo alolo stesso tempo sono assalita dall’angoscia di sapere che non sarà nulla in confronto al bisogno di queste persone, alle loro tragedie, alla vita che li ha scelti per un destino così crudele. E allora mi chiedo, facendo riflettere anche i miei famigliari: perché loro e non noi?

Qui trovate qualche scatto che documenta la loro esperienza.

Perché vi racconto questa storia, una delle tante storie di solidarietà che sono raccontate troppo poco, ma caratterizzano ancora le nostre città? Perché è un esempio di quello che tante volte ho scritto in questo blog e dell’invito che vi faccio, anche quest’anno, in occasione della Giornata del Rifugiato: non accontentatevi di leggere i titoli dei giornali, o di farvi stordire dai dibattiti televisivi sui rifugiati. Cercate di incontrare loro, direttamente. Di capire chi sono davvero. Per smontare un pregiudizio anche il migliore dei discorsi è meno efficace di mezzora di esperienza vissuta.

P.S. La vignetta è sempre di Mauro Biani.

Il cuore dell’Europa


In questi giorni cerco di astenermi dal commentare la posizione dell’Unione Europea rispetto alla nuova agenda su migrazione e asilo. Per non trascendere. Anche adesso non sto facendo altro che scrivere e cancellare.

Soffermiamoci solo su uno dei provvedimenti, che sarà adottato con ogni probabilità a giugno prossimo. Gli Stati dell’Unione, mossi dalla commozione in seguito all’ecatombe nel Mediterraneo del 19 aprile scorso, decidono che sì, visto lo straordinario afflusso di rifugiati in Italia possono fare una temporanea e limitata eccezione al Regolamento di Dublino e accettare che alcuni di questi profughi siano distribuiti negli altri Stati membri (non proprio tutti gli altri, ovviamente: chi può chiamarsi fuori l’ha già fatto). Tenetevi forte: si tratta di 24.000 persone in due anni. 12.000 persone l’anno.

A condizione, si intende, che tutti siano identificati e fotosegnalati: il documento precisa che se le persone non collaborano gli Stati sono tenuti al ricorrere alla detenzione e, al limite, alla “coercizione”.

Già così la sensazione di presa per i fondelli è piuttosto forte. Nel 2014 in Italia sono sbarcate 170.000 persone in un anno e le domande d’asilo sono state 64.886. Questo significa che hanno lasciato spontaneamente l’Italia almeno 105.114 persone. Altro che 12.000.

Attenzione. L’Europa è disposta a ricollocare solo persone con chiaro bisogno di protezione, cioè esclusivamente siriani e eritrei. Qui la beffa diventa surreale. Nel 2014 in Italia i siriani e gli eritrei che si sono fermati per presentare domanda d’asilo sono stati complessivamente 985. Considerato che, solo via mare, nel 2014 ne erano arrivati 81.974, fate un po’ due conti.

L’anno scorso delle 105.114 persone che mancavano all’appello sui 170.000 sbarcati, 81.974 erano rifugiati siriani ed eritrei. L’UE generosamente se ne prenderebbe 12.000, a patto che ci teniamo qui tutti gli altri. Il trend degli arrivi nel 2015 non solo non è diminuito, ma è in leggero aumento.

Possiamo immaginare quale sollievo questo sarà per il sistema di asilo e di accoglienza in Italia. Non verrà trasferito nessuno di quelli che già resterebbe (le proiezioni dicono che, lasciando tutto così, sarebbero almeno 100.000), ma in compenso si pagano misure straordinarie per lasciarne in Italia almeno altre 90.000 persone se va bene. Grazie, eh. Ma ringrazieranno soprattutto i rifugiati. Anche e soprattutto quelli con un “chiaro bisogno di protezione”.

E meno male che sono commossi, questi zelanti decisori UE.

Del “chiaro bisogno di protezione” forse parliamo la prossima volta, perché anche su quello ci sarebbe moltissimo da dire.

Però intanto leggetevi e fate leggere questo bellissimo discorso.

La vignetta è di Mauro Biani, che vi consiglio di seguire attentamente perché illustra in tempo reale, con efficaci immagini, le decisioni che vengono via via prese dai nostri politici.