Sui talkshow


Da tempo evito di guardare programmi serali che non farebbero che aumentare la mia frustrazione e il senso di impotenza che provo sempre più spesso. E’ una sorta di regola che mi sono data e ieri l’ho violata clamorosamente. Mi segnalano che a Ballrò interviene Monsignor Perego, una delle persone più competenti e profonde che conosco in tema di migrazioni. Ok. Cedo. Sapevo che mi sarei pentita e infatti è stato così. Anche perché altri ospiti della trasmissione, oltre a Carlotta Sami dell’UNHCR, erano Salvini e Sallusti. E qui stendo un velo di autocensura, perché davvero un “dibattito” così non merita commenti o considerazioni specifiche. Ve lo potete immaginare facilmente.

Però una considerazione più generale voglio farla e condividerla con voi. Qual è esattamente la finalità di questi numerosi talkshow serali, che mi pare ambiscano a commentare i principali fatti di cronaca e di politica? Pensiamo positivo. Immaginiamo che servano a dare a chi guarda un’occasione di approfondire, capire meglio, soffermarsi per qualche minuto su dei concetti al di là dei frenetici strilli delle ultim’ore.

No, basta pensare un attimo per realizzare che non deve essere questa la finalità. Perché altrimenti questa smania del contraddittorio a tutti i costi non si capirebbe. Soprattutto, visto che lo spazio è ridotto, ridottissimo, si cercherebbe di lasciare la parola a chi ha qualcosa di concreto da argomentare, a chi se ne intende. Non a chiunque abbia aperto bocca sull’argomento, magari per mere finalità ideologiche.

Esempio: se voglio spiegare ai lettori la contraccezione, darò la parola a un medico, a un ginecologo, a un operatore di consultorio. Magari lascerò fuori dalla scaletta il leader religioso folkloristico di turno che, dando sulla voce all’esperto, si metterebbe magari a tuonare che “sono tutte porcherie”. Qual è l’utilità, se non precludere la comprensione del messaggio? Una cosa sono diversi punti di vista o interpretazioni, utili a un inquadramento più completo, un’altra sono le tifoserie e i battibecchi sterili.

Ma, mi si dirà, sarebbe noioso. Un po’ di vivacità ci vuole. Altrimenti la gente cambia canale. Solo questa mi sembra la motivazione giornalistica per dare voce, invece che a bravi divulgatori (rari, ma esistono) a politicanti e personaggi beceri, capaci solo di alzar la voce e fare sfoggio di sfrontatezza.

Se è così (e sospetto che sia così), alzo le mani. Ma la finalità di un talkshow politico impostato così qual è, esattamente? Dare spazio al più prepotente? Rafforzare l’opinione di molti in merito al fatto che la politica non ha nulla a che vedere con la competenza, il pensiero, la correttezza del confronto, il bene comune? Perché certo la parola “informazione” mi pare fuori luogo, in questo caso.

Ieri sera, nella prima parte della puntata di Ballarò, non si è fatta informazione sull’emergenza ISIS o sulle migrazioni. Si è solo dimostrato che Monsignor Perego ha un self control ammirevole, che Salvini e Sallusti sono fedeli ai propri rispettivi ripugnanti personaggi e che le signore in studio probabilmente si mangiavano il fegato quanto me e non sono riuscite a nasconderlo, risultando peraltro “perdenti”.

Esagero? C’è qualcosa che mi sfugge? Illuminatemi.

Immagini di un viaggio clandestino


E’ successo di nuovo. Come già nell’ottobre 2013 Meryem, oggi più grande, mi fa domande precise sui morti di Lampedusa (o piuttosto, del Mediterraneo). Mi chiede perché partono, se molti muoiono. Perché non aspettano il bel tempo, almeno. Spiego, aiutandomi con le persone concrete, che lei conosce. Ricordi Adam, Meryem? Lui è arrivato proprio a Lampedusa, su un barcone. “E ha avuto paura?”. Certo, una paura pazzesca. Non sapeva neanche nuotare. Ma anche il deserto, fa paura, sai? Tantissima paura. “Ma allora quelli che arrivano sono degli eroi. Dovremmo aspettarli quando arrivano a fargli una festa”. Vero, quanto è vero.

Poi arriva suo padre e allora anche lui, come quella sera di ottobre, le racconta il suo viaggio verso l’Europa. Una storia lunga, che lui cerca di sintetizzare in immagini precise.

La strada in montagna, tra la Slovenia e Gorizia. Il cammino di notte, al freddo. La paura. La voce troppo squillante del compagno di viaggio e i tentativi bruschi di farlo stare zitto. E lui che fa ridere tutti con una battuta: “Scusate, da piccolo ho ingoiato un microfono”. Sono ragazzi di 18 anni, comunque, anche se magari da lontano non sembra.

La cella del commissariato di Gorizia. I sudanesi alti e grossi, che all’arrivo del gruppetto di curdi, si stringono in un angolo, spaventati. “Noi a vederli così grossi e neri avevamo avuto paura. Mica eravamo abituati a vedere persone così diverse da noi. Ma poi abbiamo capito che loro avevano più paura di noi”. Un lungo silenzio imbarazzato, poi uno del gruppo di curdi azzarda un saluto in arabo. “Siete musulmani?”. Stupore, sollievo, sigarette condivise.

Ancora quella cella, con le pareti coperte di scritte in tutte le lingue. Finalmente ne scoprono alcune in turco. “Europa, dopo tanti tentativi questa volta sono arrivato”. E poi: “Non vi preoccupate, tra poche ore vi lasciano andare”. Rassicurati dal messaggio di uno sconosciuto, le ore di prigionia passano più leggere.

Ventimiglia, o su per giù. Si aspetta di passare il confine con la Francia. Si tenterà anche di passarlo, quel confine, in un tir dove i 200 passeggeri hanno rischiato seriamente di morire soffocati. Salvati dai controlli di frontiera. Si ritorna a piedi in Italia, in fila indiana, ma cantando e felici di essere vivi. Perché la morte, quella volta, è stata davvero vicina. Si aspetta ancora. Nizam va spesso su un ponte a guardare i grossi pesci che nuotano nel mare sottostante. Gli piacerebbe tornarci in quel posto, pieno di grotte che all’epoca pullulavano di stranieri in attesa di andare oltre, alla tappa successiva. I ragazzi si rasano la prima barba nel mare, con un rasoio di plastica comprato in una botteguccia del paese. Forse la stessa dove Nizam comprava il necessario per un picnic: insalata, pomodori, pane e… come si dirà “sale”? Gesticola, non riesce a spiegarsi. “Insomma, sual!”, sbotta lui in zaza. Magia del sostrato comune indoeuropeo, il negoziante capisce.

Il treno da Parigi a Amsterdam. Su consiglio di un parente, Nizam non si siede con gli altri stranieri a fare casino e fumare. Compra un inverosimile giornale francese e si siede davanti a una vecchietta. A un certo punto fa per alzarsi, ma vede arrivare la polizia. Si risiede e finge di addormentarsi sul colpo. Il poliziotto cerca di svegliarlo, lui continua a fingere di dormire, mugugna, allunga il biglietto. Se la cava così. La vecchietta non lo tradisce. Quando riapre gli occhi la vede sorridere e portarsi un dito sulle labbra: “Ssssh”.

Ultimo flash. Casa del fratello in Olanda, finalmente una doccia. Quando ne esce vede che il fratello ha preso i suoi vestiti, comprati nuovi dieci giorni prima per partire per l’Europa, una camicia e dei pantaloni eleganti, e li ha buttati senza pietà nella spazzatura. Lui corre a ripescarli. “Ma sei matto? Li lavo!”. Ma poi si rende conto anche lui. Li ha addosso da allora. Lavarli non basterebbe.

La storia continua, diventa per un tratto anche la mia storia, la nostra storia. Meryem ascolta, immagina, ride, si spaventa e cerca di capire. Perché la prigione, la polizia, la fuga? Cerchiamo di spiegare. Ma la verità è che, se devo essere del tutto onesta, una spiegazione convincente non esiste. E’ solo vita. Di molti. In questo caso anche sua, nostra.

Documento


Lo so che non dovrei. Che queste cose vanno ignorate, dimenticate al più presto, mai citate. Ma oggi un quotidiano del mio Paese pubblica un articolo intitolato “Male Nostrum” in cui si afferma, tra l’altro:

All`opposto, secondo un principio di legittimo interesse nazionale e di salvaguardia legalitaria, esiste la possibilità di una chiusura ermetica che riduca i costi materiali diretti e abbandoni ad altri – a cominciare dai responsabili delle ondate migratorie africane, e cioè i terroristi islamici, per poi toccare i loro distratti metronomi occidentali – la responsabilità indiretta dei costi umani. In poche parole – ripetersi è sempre meglio che dissimulare – l`alternativa non è cambiata, se vogliamo difenderci dalle vittime e dai sensi di colpa dobbiamo scegliere tra un`apertura indiscriminata delle frontiere euro-mediterranee (fornendo documenti a chiunque) e una forma spietata di autodifesa, meglio se aggressiva fino ai limiti dello sconfinamento in acque straniere. La linea mediana, si chiami Mare nostrum o no, ha dimostrato di non funzionare.

Soprassediamo (ma perché, poi?) sul fatto che dare accesso al diritto d’asilo non significa fornire documenti a chiunque. Pensiamo solo a come stiamo definendo la strage quotidiana di famiglie innocenti: “costi umani”, di cui noi abbandoneremmo anche la “responsabilità indiretta”, ricorrendo a un’ipotetica “chiusura ermetica” (del Mediterraneo? Ammesso che si possa anche solo provarci, costerebbe uno sproposito quasi incalcolabile, altro che riduzione dei “costi materiali diretti”).

Possibile che pubblicare idiozie infondate e immorali come questa sia legale? Io credo che questo abbia tutti i requisiti per diventare un documento sui libri di storia. La nostra storia. Una storia di barbarie sconfinata.

P.S. L’autore di queste parole (forse in un barlume di autoconsapevolezza o di pudore?) non si firma. L’articolo è attribuito all’intera Redazione.

Roma, il gioco si fa duro


Amo Roma, amo la sua complessità e il suo essere metropoli. Per giunta, lavoro nelle politiche sociali. Avete presente Mafia Capitale e compagnia bella? Ecco, noi ci mangiamo il fegato da moltissimi anni per quelle speculazioni efferate. Perché rubare su scala industriale a chi più ne ha bisogno anche quel poco che è previsto è proprio un crimine efferato, che ha un impatto spaventoso su tutti noi. Vi faccio un esempio: se io sono pagato dallo Stato per fare un servizio essenziale (smaltire i rifiuti, oppure offrire assistenza adeguata a un bambino che è scappato dalla guerra da solo o a una vittima di tortura, perché di questo parliamo) non solo sono disonesto perché prendo i soldi per non fare nulla, ma danneggio attivamente tutta la comunità, giorno dopo giorno, per anni. La danneggio con la stessa ottusità del mafioso che seppellisce i rifiuti tossici nella terra dove vivono i suoi parenti: faccio soldi nell’immediato, ma prima o poi ammazzo anche i bambini della mia famiglia. A Roma vediamo succedere da anni piccoli delitti sociali quotidiani e, come noi, li vedono tantissime persone disposte a guardare le cose con gli occhi aperti e e coscienze sveglie, come diceva il mio precedente capo gesuita. Finché le vittime sono “solo” rifugiati, stranieri, poveri o emarginati lo scandalo non fa tanto rumore.

Poi succede, ad esempio, che una persona arrivata su un barcone in preda a una vera e propria malattia mentale soggiorni per quasi un anno in un centro in cui dovrebbe esserci assistenza, anche medica, personalizzata (lo Stato paga per questo). Peccato che c’è chi non si fa scrupolo di intascare il pagamento senza erogare nessun servizio, perché gli immigrati, se li si tratta come merci, rendono più della droga. Quindi nessuno lo guarda in faccia per un anno quell’uomo, nessuno lo cura. E’ un po’ strano, sente le voci, ma è sempre una testa che porta reddito. Finito il periodo finisce a dormire per strada (sarebbe previsto altro ma si sa, le risorse sono poche, povera Italia… c’è chi ha il coraggio di usare ancora frasi così) e un giorno, in preda a una crisi, uccide delle persone innocenti, italiane. Una tragedia spaventosa. Il crudele assassino viene processato e messo alla gogna su tutti i giornali. Chi ha rubato quello che lo Stato ha pagato per assisterlo e curarlo non è mai menzionato in questa triste storia e probabilmente è tra quelli che ha fatto la voce più grossa contro questi stranieri che vengono a delinquere nel nostro bel Paese.

Ma torniamo a Roma. La logica è la stessa. Ammassare centinaia di persone in palazzoni costruiti dalla speculazione edilizia in aree prive di infrastrutture e di servizi (incidentalmente: speculazione fatta magari dagli stessi soggetti che ora “trattano immigrati”), in cui sono già precedentemente finiti a vivere quei cittadini che già sono considerati un po’ meno cittadini degli altri. Più i nuovi arrivati hanno bisogno di assistenza urgente, meglio è: lo Stato paga meglio, il profitto è maggiore. Se scoppia tutto, meglio ancora. Potrei continuare. Io parlo di immigrazione, ma lo stesso discorso vale per moltissimi altri settori vitali per la nostra città. Mi preme dunque dire due cose.

Uno. Le cose possono essere fatte diversamente. Un esempio concreto. Noi l’accoglienza ai rifugiati l’abbiamo sempre fatta con onestà e giustizia, non coprendoci d’oro e anzi spesso e volentieri rimettendoci, danneggiati dalle speculazioni degli altri sia per il continuo gioco al ribasso a cui eravamo chiamati, sia perché dovevamo anche cercare di coprire l’immenso vuoto di assistenza lasciato da chi rubava (non riuscendoci, evidentemente, ma mettendo qualche pezza dove arrivavamo). Qualcuno, che interferiva più direttamente, ha rimediato anche minacce mafiose. Noi no, ma è successo a nostri colleghi che lavorano in altri Paesi del mondo e contrastano gli interessi dei più potenti. Non tutti siamo chiamati a essere eroi, certo. Ma essere diversi, onesti, non conniventi si può. Spesso ci si trova in una posizione scomoda, ovviamente. Difficilmente si è considerati dei vincenti. Ma Roma pullula di realtà sane e competenti, che aspettano solo di essere messe in condizioni di incidere in modo più sostanziale.

Due. Qualcosa si muove. Non mi lancio in analisi politiche, per cui non sono competente. Non credo nel deus ex machina, non credo nei salvatori della patria con l’aureola e il cavallo bianco. Ma ci sono stati dei segnali forti e delle reazioni violentissime. La mia amica Silvia dice che la mafia fa gli attentati quando è in crisi. Certo che quando parliamo di immigrazione, rifiuti, bancarelle di piazza Navona e compagnia parliamo proprio di mafia in senso stretto e tutti lo sanno. In altri casi parliamo “solo” di interessi consolidati, di lobby, di malcostume fatto regola. Non ho le competenze per vagliare tutto quel che si dice, ma ho motivo di credere che la situazione non sia tanto lontana da quella dipinta qui. Non amo il complottismo, ma cercare di capire le cose è il dovere di chiunque abbia un cervello.

Papa Francesco si è guadagnato al stima di molti, me compresa, in questo suo primo anno di pontificato, anche e soprattutto perché ama chiamare le cose con il loro nome. Al Te Deum di fine anno ha parlato degli scandali di Roma in modo esplicito, ricordando che bisogna avere il «coraggio per dire che occorre difendere i poveri e non difendersi dai poveri, servire i deboli e non servirsi dei deboli». «Il nostro vivere a Roma», ha aggiunto, «significa abitare nella città eterna, far parte della Chiesa fondata sul martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo. Anche di questo ringraziamo il Signore, ma al tempo stesso questo rappresenta una grande responsabilità. Gesù ha detto: “a chiunque è stato dato molto molto verrà chiesto”. Domandiamoci, in questa città, in questa comunità ecclesiale, se siamo liberi o schiavi, se siamo sale e lievito, o se siamo spenti, ostili, sfiduciati, irrilevanti e stanchi».

Veniamo dunque a noi. Io, da romana e operatrice del sociale, mi sento in dovere di fare del mio meglio per essere sale e lievito, per dirla con il Papa. Non limitarmi a unirmi al mormorio qualunquista di chi dice che tutto farà schifo per sempre, ma cercare di chiamare le cose con il loro nome e, per quanto possibile, pensare con la mia testa e promuovere la giustizia. Il che non vuol dire non vedere i problemi. Al contrario. Piuttosto, essere consapevole che siamo in guerra e che il futuro di questa città dipende anche da quello che noi contribuiamo ad avallare con la nostra superficialità e la nostra pigrizia mentale. A me e ai tanti romani come me serve, come non mai, la vostra solidarietà e il vostro rispetto. Combattere per una Roma più pulita, in tutti i sensi, è interesse di tutti noi (e, più ancora, di tutti i nostri figli).

Una piccola magia di Natale


Sono passati molti anni da quando vi ho parlato di Y., rifugiato etiope senza tetto. Non era una storia allegra e, con il tempo, la situazione è parecchio peggiorata. Y. è arrivato a perdere quasi tutto, a tratti anche quella dignità minima che ci aspettiamo di trovare in tutti i nostri simili. Ma non ha perso la strada di via degli Astalli, nemmeno nei momenti più difficili. E qui devo tributare un elogio pubblico ai miei colleghi che non solo fanno ogni giorno, con professionalità e pazienza un lavoro difficile, ma hanno la capacità di vedere oltre, di avere i guizzi, di non disperare. A un certo punto, grazie alla tenacia e all’insistenza di medici volontari e operatori, si è riuscito a ricoverare Y. Lo andavano a trovare tutti i giorni, come e più di un familiare. Non so darvi i dettagli clinici, ma il recupero è stato vistosissimo. Y. è tornato dignitosissimo, pulito, presentabile. La sua mente vaga sempre, ma il suo corpo si è rialzato. Al punto che ha trovato un’ospitalità (temporanea, ma è qualcosa) presso un istituto di suore.

Una volta a settimana, puntualissimo, torna a via degli Astalli. L’ultima volta ha solennemente portato un’ambasciata. Anzi, un invito. Sabato scorso le suore avevano organizzato una festa di Natale. E lui, Y., avrebbe suonato. Sì, perché una cosa non ve l’avevo raccontata, perché non la sapevo. Y. suona bene il piano. Persino nei momenti di nebbia più fitta non ha mai perso questa abilità, che ci dice moltissimo dello stile di vita che aveva, in quel prima per sempre perduto.

I miei colleghi, sabato, erano a quella festa. E oggi, alla riunione di staff, ci hanno raccontato la gioia e la soddisfazione di aver visto Y., elegantissimo, protagonista alla tastiera. Io avevo già guardato il piccolo video che avevano condiviso su Facebook e che aveva suscitato reazioni incredule: “Ma veramente è lui?”.

Non è un miracolo, certo. Non abbiamo nessun lieto fine stupefacente. I problemi ci sono e restano. Ma il sentimento che lega Y. a quelli che nel tempo sono diventati i suoi amici è, a suo modo, una piccola magia. Mi piace pensare che quello che commuove tanto tutti noi abbia un senso e una bellezza anche per lui.

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Analfabeti di speranza


Alcuni di voi mi chiedono di scrivere qualcosa su Tor Sapienza, sull’Infernetto, su questa assurda ondata di violenza e intolleranza che sembra dilagare ovunque e che, naturalmente, trova con facilità palcoscenici compiacenti nelle televisioni e nei giornali. Mi sopravvalutate, temo. Una cosa è certa: molte delle informazioni che circolano sul tema immigrazione e rifugiati in particolare sono, nella migliore delle ipotesi, non correttamente interpretate e spiegate (se non false del tutto). Non mi sento di farne del tutto una colpa ai singoli cittadini: se la stessa RAI manda in onda in prima serata trasmissioni che rimestano del torbido, non senza malizia, e se su uno dei principali quotidiani italiani si scrive che a Roma negli ultimi mesi sono stati aperti migliaia di nuovi posti di accoglienza per i rifugiati (il che è, semplicemente falso, visto che ci si è limitati a finanziare diversamente posti preesistenti), a questo punto viene la tentazione di considerare più attendibile il proverbiale “amico di mio cuGGino”, come si dice nella mia città natale.

Quegli stessi amici che, sapendo che lavoro faccio, mi chiedono di esprimermi sono certa che mi scuseranno se faccio un passo indietro e rispondo, più per me che per loro, a una domanda che in queste settimane mi tormenta: quando così evidente appare l’immensità del lavoro da fare e la sproporzione inquantificabile di mezzi tra chi mette zizzania (passatemi questa sottile analisi sociologica…) e chi avanza proposte diverse, che senso ha il nostro impegno?

Ieri poi, dopo quattro ore di formazione sulla geopolitica mondiale, il mio scoraggiamento aveva assunto una dimensione cosmica. Uno degli assunti nel nostro relatore era che certamente “a livello individuale” si possono fare tante buone cose. Ma il quadro generale che ne emergeva, tra strategie sul prezzo del petrolio e guerre stellari, era quello di un’enorme partita di Risiko che si svolge, attraverso un miscuglio diabolico di tecnologie avanzatissime e istinti animaleschi, ben al di sopra delle teste di tutti noi. Che senso ha, allora, il nostro lavoro?

E qui mi concedo una precisazione, che in fondo in fondo, contiene un po’ la risposta alle domande della me annichilita e scoraggiata. Noi non lavoriamo per fare del bene, nel nostro piccolo. Noi lavoriamo per cambiare il mondo.

“Parte essenziale della missione del JRS è affrontare le cause profonde delle migrazioni forzate. L’organizzazione si sforza di modificare le politiche ingiuste al livello più appropriato: localmente, a livello nazionale o internazionale”.

Di più: noi lavoriamo per promuovere la giustizia e “ricreare le giuste relazioni” a livello globale. Scusate se è poco.

Ecco, senza questa cornice davvero nessuno dei nostri sforzi ha senso. Essere idealisti non è un difetto, è obbligatorio. Mi spingo un po’ più in là. Bisogna anche sapere che la giustizia e la riconciliazione richiedono di tentare l’impossibile. Quindi, ciascuno faccia appello a quello che ha: la fede religiosa, la convinzione degli ideali, la fiducia nella magia o nei miracoli. I miracoli sono sottovalutati, specialmente quelli quotidiani.

Preciso che i miracoli quotidiani di cui siamo spettatori e che in misura maggiore o minore ci coinvolgono non sono “il nostro piccolo”. Sono lo spiraglio attraverso il quale ci rendiamo conto che il cambiamento che razionalmente è impossibile in realtà ci sarà e forse, in qualche misura, c’è già. «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te».

Ricordo sempre una frase del mio primo “capo gesuita”. I rifugiati insegnano la speranza a noi che siamo analfabeti di questa virtù. Se una persona che ha perso tutto, magari anche se stesso attraverso la tortura, è in grado di rimettersi in piedi, percorrere il deserto e il mare e immaginare qualcosa di nuovo, come possiamo noi essere cinici e rinunciatari?

Ecco, lo so che questo apparentemente non c’entra nulla con Tor Sapienza e con l’Infernetto. Ma prima ancora di parlare di questo avevo bisogno di ricordare a me stessa che ci faccio qui.

Tor Sapienza


La tentazione di non dire niente davanti a quello che sta accadendo in un quartiere della mia città è forte. E’ tutto molto più complicato di quello che raccontano i nostri media, che a volte sembrano semplicemente elettrizzati all’idea di avere anche qui in Italia le nostre banlieux, come se questo ci rendesse un po’ più europei à la page. La cosa più sensata, che condivido parola per parola, la trovate qui.

Ma oggi mi voglio concedere il lusso di un fermo immagine. Ci sono stati un certo numero di genitori italiani, padri e madri, che hanno ritenuto sensato e accettabile lanciare sassi e bombe carta contro un centro che ospita anche minori stranieri non accompagnati. Tradotto in parole non tecniche: ragazzini dell’età dei loro figli che hanno affrontato, da soli, viaggi che segnano a vita qualunque adulto.

La storia


Say this city has ten million souls,
Some are living in mansions, some are living in holes:
Yet there’s no place for us, my dear, yet there’s no place for us.

Once we had a country and we thought it fair,
Look in the atlas and you’ll find it there:
We cannot go there now, my dear, we cannot go there now […]

Went to a committee; they offered me a chair;
Asked me politely to return next year:
But where shall we go today, my dear, but where shall we go today? 

Came to a public meeting; the speaker got up and said:
‎’If we let them in, they will steal our daily bread’;
He was talking of you and me, my dear, he was talking of you and me.

Questa poesia di Wystan Hugh Auden parla degli ebrei tedeschi al tempo della persecuzione nazista. Un tema abusato, mi direte. Ma leggendo queste parole non riesco a non pensare alle persone che da 14 anni a questa parte, mese più mese meno, ho cominciato a conoscere. Non a caso un documentario che parla dei rifugiati palestinesi in fuga dalla Siria, proiettato qualche giorno fa a Beirut, deve il suo titolo proprio a un verso di questa poesia.

Certe volte la sensazione di non andare avanti neanche di un passo è davvero incombente. “Perché fate questo lavoro? Credete davvero di poter cambiare qualcosa?”, mi ha chiesto ieri uno di quei rifugiati, perfettamente integrato, in apparenza (qualunque cosa ciò voglia dire). E invece ogni volta che parliamo, anche se non la nomina più da anni, sento vibrare in lui la paura dei confini attraversati a piedi, mista alla rabbia, alla delusione, alla frustrazione. Ricordo quei fogli grandi su cui scriveva, infinite volte, “sono solo”.

Cosa ho risposto? Che a volte un lavoro fatto con coscienza non può cambiare il mondo, ma può fare la differenza, anche piccola, almeno per qualcuno. Che è troppo facile abbandonarsi alla rabbia, alla disperazione, al senso di inutilità davanti all’enormità dell’ingiustizia (ad oggi l’Europa tutta intera ha accolto appena l’1% dei profughi in fuga dalla Siria) e all’ottusità arrogante di tanta gente intorno. E’ giusto arrabbiarsi, è giusto sconfortarsi. Ma non si è comunque giustificati, rimboccarsi le maniche serve comunque. Fosse solo per poter dire che abbiamo fatto di tutto per non essere complici. Per poter guardare mia figlia negli occhi e poterle raccontare che, con tutti i miei errori e le mie insufficienze, ho sempre saputo da che parte stavo, in questa storia. Che, lo ripeto sempre, a un certo punto sarà raccontata. E a quel punto, se saremo ancora vivi, ci chiederemo cosa stavamo facendo mentre tutte queste persone morivano ai confini della nostra Europa.

3 ottobre


Ci sono delle date che restano nella memoria e nell’esperienza. Una è l’11 settembre, quel momento in cui tutti ricordiamo dove ci trovavamo e cosa stavamo facendo quando è arrivata la notizia.

Per noi il 3 ottobre è un’altra di queste date. Con una differenza: quella tragedia, straordinaria per proporzioni, continua a ripetersi senza sosta, giorno dopo giorno.
Questo video dell’UNHCR lo spiega bene. Dal 3 ottobre 2013 a oggi sono morte almeno altre 3.000 persone nelle stesse modalità. Ed è un numero per difetto.

Non sono tragiche fatalità. E’ la precisa volontà di non voler nemmeno immaginare alternative per chi fugge dalla guerra e dalla disperazione. Questa volontà politica, basata sull’assunto che la nostra vita (e anche il nostro superfluo) valga intrinsecamente di più della vita di milioni di altri esseri umani, oggi più che mai mi fa orrore. “Un giorno ci faranno i film, e piangeremo“, ha scritto una volta la mia amica Anna Lo Piano.

L’ennesimo naufragio…


Ancora stamattina, sull’autobus, parlavo al telefono con un collega con parole che ormai per noi sono abituali: Mare Nostrum, Frontex Plus, Triton… Poi mi siedo alla scrivania e trovo sulla bacheca della mia amica Veronica il link a questo video.

Mi sono vergognata, perché anche noi, in realtà, ci siamo assuefatti a chiamare queste cose con un termine tecnico, a volte con una sigla. Anche noi, che pure i rifugiati li incontriamo tutti i giorni, abbiamo perso il conto dei naufragi e non riusciamo a piangere per ciascuna di queste persone.

Io vorrei davvero che tante persone, soprattutto quelle che dicono che queste operazioni di salvataggio non ce le possiamo permettere, guardassero questo video e seguissero i dieci episodi che Rai 3 trasmetterà in prima serata da lunedì 29 settembre (bravi!).

“Adesso le potete vedere per la prima volta, adesso possiamo capire cosa c’è dietro il titolo «Tragedia in mare, si ribalta gommone al largo delle coste italiane», così frequente e ripetuto da diventare facile pretesto per rifugiarsi nell’indifferenza dell’ineluttabile”.

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