Intermezzo influenzale


Sarà la febbre che non mi scende e lo stomaco che si spappola a furia di Tachipirina 1000. Sarà la frustrazione di aver dovuto rinunciare, una ad una, a ben tre cose che facevo volentieri. Sarà lo sconforto della madre che si va convincendo che da questa maledettissima influenza non usciremo mai. Insomma, non la faccio lunga, ma oggi sono proprio negativa.

E, come sempre avviene in questi casi, il pensiero corre alle cose, recenti e antiche, di cui non vado affatto fiera. Oggi davvero non mi sento di ballare. Anzi, vi dirò. Guardo il flash mob di S. Francisco e non ce la faccio neanche da lontano a immedesimarmi. Ma il tema, attenzione, è importante. Importantissimo.

Ieri stavo per scrivere qualcosa sulla mia personale esperienza, poi per fortuna non l’ho fatto. Ho letto cose scritte magistralmente da altri e mi sono censurata. Vi basti solo, a mo’ di chiosa al bel post di Chiara, che non succede mica solo a quelle carine come lei. Mica solo alle ragazzine popolari alle medie. Anzi. Se non sei nemmeno questo granché, ci si aspetta doppiamente che le avances siano accolte con gratitudine. L’umiliazione è doppia.

Poi leggo le paure di Silvietta e mi dico che nonostante tutto non le condivido. Da un lato mi auguro che Meryem sa ragazzina e da adolescente sia molto diversa da sua madre. Dall’altro spero che aver così tanto sofferto e sbagliato, come donna, mi aiuti ad accettarla sempre per la creatura meravigliosa che è.

Come siamo?


“Mamma, ma noi siamo vagabonde o pigrone?”. Me la merito tutta, questa domanda del lunedì mattina. Io e Meryem abbiamo passato un fine settimana piacevolissimo, saltellando in giro per una Roma strepitosamente luminosa. Abbiamo mangiato persiano, fatto un piccolo shopping da Eataly (provvedendo a rovesciare lei la panna del gelato e io il caffè), passeggiato a lungo per Testaccio, visitato il Quirinale, assistito a un concerto di musica klezmer… Di tutto, insomma, e pure in ottima compagnia.

In questi casi io sono felice. Sono proprio girovaga dentro. Meno sto a casa più sono contenta (anche se registro con soddisfazione la mia prima sbrinatura di congelatore, un’operazione a dir poco eroica). Giusto la settimana scorsa spiegavo a Meryem Born to run e il fatto che “vagabonde come noi sono nate per correre”. Mia figlia rilevava già allora una certa contraddizione tra la mia natura ideale, da me (e dal Boss) così efficacemente sintetizzata, e la mia innegabile passione per la pennichella sotto il piumone. Arrivato dunque il lunedì mattina, peraltro piovoso e uggioso come pochi, il contrasto si è riproposto più stridente che mai.

Come siamo noi, Meryem? O piuttosto, com’è questa tua mamma sgarrupata che fa del suo meglio per conciliare quello che è meglio per te e quello che è meglio per lei, confondendo non di rado i due piani?

Poche cose so dirti di certo, Guerrigliera. Mi piacciono, molto, i progetti nuovi, i viaggi, le gite, i programmi. Molto più di quanto abbia potuto costatare di persona tu in questi anni, anche a causa di alcune mie magari stupide autolimitazioni logistiche. Non riesco a far finta che una cosa mi diverta, se mi annoia mortalmente. Come sai, odio giocare a cassa. Adoro cantare con te, anche per strada (e se ci guardano, pazienza) e giocare a trovare le rime. Non sono brava a comandare, a nessun livello. Mi hai chiesto se mi diverto a sgridarti: ti ho risposto, senza esitazione, che no, quella è la parte peggiore. Mi hai chiesto anche se fare la mamma è faticoso. Ti confermo, come ti ho già detto, che all’inizio un po’ di fatica c’è, è innegabile. Ma sempre meno. E più cala la fatica più aumenta il divertimento.

Mi piace quando mi costringi a comporre in modo creativo la cena rimediaticcia che ti propino. Mi piace quando mi sbalordisci con le tue frasi poetiche (“Sai quanto ti voglio bene? 100 cavalli, 1000 foglie, 40 scarpe e tutto il mondo”). Tante cose mi piacciono e non mi piacciono. Ma io? Come sono?

Questo non posso dirlo io, piccola Guerrigliera. Ti posso assicurare però che cerco sempre di essere onesta con me stessa e con te. Un mio pregio, certamente, è che per quanto profondamente io mi possa scoraggiare, la mattina dopo solitamente sono pronta a ripartire. Ma né i miei pregi né i miei molti difetti, che tu non manchi mai di rilevare (pigrona, pasticciona, distratta…) bastano a dire come sono e tanto meno come siamo, noi. Hai fatto ancora una volta una domanda difficile. Come siamo noi? Spero che siamo felici insieme, il più a lungo possibile. Siamo soprattutto io e te, alle prese  – come tutti – con una vita che non è mai come ce la aspettiamo. E per ora, mi azzarderei a dire, non ce la caviamo male. Sei d’accordo?

Lezioni di educazione civica (e genitorialità): il tassista trasteverino


Stasera, verso le sette, uscivo da un prestigioso liceo privato del Centro Storico di Roma in preda a impulsi assassini. Avevo appena partecipato a un incontro per studenti e genitori in cui uno dei tre relatori previsti aveva sproloquiato per tre quarti del tempo, tramortendo il pubblico con lunghi pipponi autoreferenziali in linguaggio inutilmente tecnico. Delizie del sociale. Ma la c’è la Provvidenza!, come scrisse qualcuno.

Mi infilo in un taxi, grugnendo l’indirizzo di destinazione e afferro il Galaxy, ben decisa a NON fare conversazione. Povera ingenua. Ero incappata nel prototipo del maestro di affabulazione: il tassista trasteverino doc. Detto fatto, ancor prima di uscire dalla ZTL, ero calata in uno scambio di straordinario interesse, che cerco qui come posso di riportarvi.

Lo spunto decisivo è stata una Nissan Navara ferma al semaforo davanti a noi. “Ma questi nun ce l’hanno una moje che dice: ‘Se te compri ‘sta macchina così brutta te lascio oggi stesso?”. Ho dovuto convenire, sebbene non mi intenda molto di macchine, che il modello in questione, specialmente se visto da dietro, è di una bruttezza impressionante. Avuto l’attacco, viriamo sul classico: metereologia e dintorni. Impossibile non arrivare alla prevista neve a Roma. E qui cominciano le sorprese. “No, nun nevica. Me l’avrebbe detto la mia regazzina bielorussa. No, nun pensi male, eh?”. Mi spiega che lui e sua moglie, due volte l’anno (per le vacanze estive e a dicembre) ospitano da anni due ragazzine bielorusse, che sentono regolarmente su skype. Mi spiega che la più piccola (“che fa gli anni oggi, 13, appena arrivo a casa la chiamo”) l’anno scorso lo aveva avvertito in anteprima della nevicata avvalendosi delle straordinarie previsioni del tempo bielorusse. Poi, a nevicata avvenuta, si sbellicava dalle risa all’idea che a Roma con la neve i taxi non funzionassero. “Me sfotteva pure, capito? Ma io le ho detto che qui è Roma, mica er Paese suo dove, per inciso, solo la neve c’hanno. E la vodka. Glielo dico sempre: ma che te piace tanto della Bielorussia? La neve, che a primavera se scioje pure?”.

Prosegue dicendomi che entrambe le ragazzine sono molto sveglie e istruite. “Lì fino a 16 anni nun ce stanno santi. A scuola ce devi d’annà. Puntano tutto su quello. Alla prima vacanza chiamano subito i genitori. Sì, è vero, anche qui è obbligatorio. Ma a chi è che gliene frega qualcosa? Chi controlla? Lì è proprio una cosa seria”. Mi spiega che il governo è molto attento e appena i genitori danno segno di non prendersi cura a sufficienza dei figli, con relativa facilità questi ultimi vengono affidati ad altre famiglie che offrono maggiori garanzie. Le famiglie ospitanti ricevono un sussidio statale. La “sua” bielorussa più piccola ha infatti in casa una “sorellina” ospite, una sua coetanea con il padre in carcere e la madre dedita all’alcool.

Per provarmi la sagacia della piccola bielorussia, ci lanciamo in un aneddoto gustosissimo. Il nostro tassista per l’estate, quando vengono le ragazze, è solito prendere in affitto una casetta al mare, sul litorale laziale. Un giorno ritrova nel taxi un cellulare. Lo porta a casa un po’ perplesso, sperando che squilli. Ma non accade. Dopo poco la giovane bielorussa, allora undicenne, fa notare al nostro tassista che la custodia del cellulare ha una tasca nascosta, contenente una carta di credito americana e il bigliettino di un hotel di Roma. Detto fatto chiamano l’hotel, rintracciano il proprietario e riportano il tutto dopo poche ore dallo smarrimento. “Che poi io mi dico: quando doveva essere imbambolato ‘sto trentenne americano, che il giorno prima de parti’ per una crociera si perde la carta di credito? Ar collo, te la devi legà, gli ho detto io quando l’ho visto”.

Ma il bello doveva ancora venire. “Me ne stavo in spiaggia, la mattina dopo, e mia figlia mi chiama: ‘Corri, corri, c’è un funzionario dell’ambasciata americana al telefono’. Oddio, e mo’ che ho fatto? me so’ detto io”. In realtà nulla: il nostro tassista, piuttosto perplesso, riceve una marea di ringraziamenti e complimenti. “Ora, a parte il fatto che io che ce dovevo fa’ con una carta e un telefono che probabilmente erano già stati bloccati dal proprietario? Chiunque avrebbe fatto lo stesso, no? Ma quello che proprio non arrivavo a capi’ era: ma come mi hanno trovato?”. Presto detto. L’americano tonto non aveva chiesto il suo nome, ma si ricordavano che il taxi era una Golf, nuovo modello. Prima di sapere che lui avrebbe spontaneamente riportato il tutto in hotel, aveva chiamato la sua ambasciata e riferito l’unico particolare che sapeva. L’ambasciata aveva chiamato la sede centrale della Volkswagen Italia e si era fatta indicare i 6/7 taxi romani che corrispondevano a delle Golf nuovo modello. “Fatto sta che poi mi hanno chiamato pure quelli della Volkswagen, sempre rallegrandosi per il bel gesto. E io ho ringraziato pur’io ma li ho pregati che me facessero la gentilezza di nun chiamamme più, che magari me riusciva de famme un bagno a mare”. Ora, io non so se la vicenda sia vera o verosimile, ma vi posso assicurare che il talento narrativo giustificava comunque il racconto.

Virando nuovamente sui genitori, in Bielorussia e qui, il tassista osserva che anche in Italia un po’ di controllo in più mica guasterebbe. “Io rispetto tutti, sa, tutte le opinioni. Con il lavoro che faccio, poi. Sapesse quante ne vedo. Ma una cosa non mi va giù: quando raccatto i quattordicenni a notte fonda all’uscita del Piper. A 14 anni, già con i soldi per il taxi in mano. Quanto possono essere maturi, a quell’età? Li mandi in posti così con le tasche piene? Non so, magari so’ antiquato io. E invece ci sono artri che nun li lascerebbero mai, ‘sti fiji. Mia cognata, ad esempio. Si portava sempre in chiesa ‘sto regazzino di 5 anni. Ma che peccati vuoi che abbia fatto, a cinque anni? Ma fallo annà a gioca’ a pallone, no? Ma c’è una giustizia. Cosa ha ottenuto? Un tonto. Solo così può fini’ per i genitori che stanno troppo addosso a ‘sti bambini: o crescono tonti, o arriva il giorno che te menano. Io mi ricordo che portavo mio figlio a Villa Pamphili e, siccome che ero appassionato di fotografia, facevo i filmini. Con il sonoro. Ce le ho registrate quelle madri che dicono ai figli: “Non ti sporcare! Non sudare!”. A Villa Pamphili? E che ce li porti affà? Un giorno, ancora me lo ricordo, c’era un gruppo di ‘sti ragazzini, tutti con le tute nuove di zecca, immacolate. ‘Possiamo giocare anche noi?’, me fanno. ‘Eccerto che potete!’. Era piovuto da poco, il prato era tutto una pozza di fango. So’ tornati dalle madri che sembravano i carbonari der Sulcis. Avrei pagato pe’ vedè le loro facce!”.

E qui purtroppo siamo arrivati a destinazione. Chissà quante altre perle di saggezza avrei potuto condividere, altrimenti. Ve lo già detto che amo questa città? Amo la luce, i cieli, gli scorci, i panorami. Più di tutto amo il fatto che non sia tanto raro imbattersi in persone così.

Ma si sceglie davvero?


Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere (Tommaso Moro).

In ufficio, dal momento che aleggia la cicogna (due colleghe e un consulente in dolce attesa), mi è capitato di ascoltare, senza esserne parte, una animata conversazione in merito all’opportunità o meno delle vaccinazioni. Confesso che l’argomento, ad oggi, non mi appassiona molto, ma di riflesso mi è sorta spontanea una riflessione che, come ogni rimuginamento che si rispetti (e come il mio giro vita dopo le abbuffate festive), si è allargata in tutte le direzioni.

I neogenitori o futuri genitori spesso si accaniscono rispetto ad alcune scelte che influirebbero gravemente sul futuro dei figli: ad esempio ieri l’enfasi era appunto sulle vaccinazioni e sul battesimo. A prescindere dalle mie scelte in merito, mi colpisce come sempre la convinzione sincera con cui questi futuri genitori argomentano che non sarebbe legittimo fare scelte che condizionano la vita del figlio, che se si può è meglio rimandarle a quando potranno farle autonomamente, etc.  Quello che mi sorprende è che in realtà difficilmente il dibattito e i dubbi esistenziali dei genitori si appuntano su altri elementi, che se vogliamo ben di più condizionano il presente e il futuro dei nostri figli.

Facciamo un esempio? Dove viviamo. Il particolare non è irrilevante. Compulsiamo statistiche tra i presunti legami tra vaccinazioni e autismo e poi magari abitiamo in una delle regioni in cui le percentuali di tumori sono straordinariamente sopra la media (vedi Taranto e dintorni, giusto per fare un esempio). Penseremmo davvero di pianificare un trasferimento dell’intera famiglia su queste basi? Direi che solitamente nessuno ci pensa sul serio. Sarebbe irrealistico, insostenibile nella stragrande maggioranza dei casi. O magari ci facciamo mille problemi su battezzare o meno, su far frequentare l’ora di religione o meno, preoccupati di non influenzare la libera scelta dei nostri figli, e non pensiamo che li influenziamo eccome, con le nostre risposte alle domande (del cavolo o meno) che ci pongono, e più ancora con il nostro comportamento quotidiano. Senza voler sminuire una scelta formale (o, per chi ci crede, un sacramento), mi piacerebbe sapere come immaginiamo che i nostri figli possano svegliarsi un giorno “quando saranno grandi” e fare una scelta propria, indipendente da cosa abbiamo fatto o non fatto noi.

I genitori, si sa, non si scelgono. Lo abbiamo imparato tutti, a nostre spese. E ora che siamo genitori, noi alcune scelte possiamo sì farle (guai se così non fosse), ma tante altre no. Mettere le priorità è un compito non ovvio di ogni giorno, che richiede una visione d’insieme che non sempre abbiamo la lucidità di avere. Credo che l’aforisma con cui ho aperto il post dovrebbe essere incorniciato e dato in omaggio a tutti i genitori fin dal corso pre-parto. Credo che ogni tanto faccia anche bene chiedersi se le scelte che ci paiono tanto vitali da paralizzarci o da farci combattere aspre battaglie lo siano davvero. A volte è davvero così. Tante altre, onestamente, no. O meglio: non è davvero il benessere dei nostri figli a essere in gioco. E’ piuttosto la nostra necessità di tranquillizzarci, di affermarci, di conformarci o di distinguerci, o magari anche solo di provare a noi stessi che stiamo facendo del nostro meglio come genitori. Il che, intendiamoci, non è condannabile: quasi tutti, in un modo o nell’altro, lo facciamo. La domanda da porsi, semmai, è dove sta il confine tra quello di cui abbiamo bisogno noi e quello di cui hanno bisogno loro (e possibilmente anche il resto del mondo).

Ma sto un po’ divagando dall’idea originaria di questo post. A proposito di scelte, si avvicina il momento del voto. Qui sì che si è sopraffatti da una sconfortante sensazione di non poter scegliere. Tale sensazione è acuita dal disagio di vedere, qua e là sul web, le reazioni alle candidature che sono state decise in questi giorni. C’è chi è stato escluso e se ne lamenta, c’è chi è stato inserito, stappa lo spumante e riceve felicitazioni. Certo è che la maggior parte dei giochi per il futuro Parlamento sono stati fatti in questi giorni e dipendono abbastanza marginalmente dal voto degli elettori. Perdonatemi se sono impropria: la politica non è il mio campo, spero che qualcuno possa smentirmi. Ma certo che è questa l’impressione. E non è bello.

Se si volesse rincarare la dose, aggiungerei che nelle reazioni dei candidati (ormai forse fin troppo visibili, vista la presenza nei social) non traspare, come vorrei, il peso e l’urgenza di mettersi a servizio di un Paese che vive un momento delicato e difficile. Non si può fare di tutta l’erba un fascio, intendiamoci. Ma dalla prospettiva di noi modesti operatori del sociale c’è ben poco da stare allegri. In certi casi ci troviamo ad augurarci che candidati, pur abbastanza blindati, non riescano nell’intento, che li strapperebbe a un buon lavoro finora fatto e oggi non meno necessario. In altri, francamente, ci viene solo da sospirare amaramente. Ma forse, anche qui, sbagliamo prospettiva. Difficile non pensare che l’affermazione e, in un certo senso, il tornaconto personale abbiano un peso in alcune nuove candidature. Anche questo, intendiamoci, è legittimo – in un certo senso. Non mi sento davvero di biasimare qualcuno che, dopo una vita passata a sbattersi variamente con scarsa gratificazione, magari provi una via in cui tale sbattimento possa essere messo a profitto con serenità e molto minor fatica. Io stessa, quando ho provato fuori tempo massimo il concorso da ricercatore non sono stata estranea a tali ragionamenti (fatte, si intende, le debite proporzioni).

E anche lì, sono stata io a scegliere virtuosamente di restare una operatrice del sociale un po’ sfigata? No, andiamo, non è stata una scelta mia. Non solo. Un po’, come tutti, ho scelto, un po’ ha scelto il mio inconscio, molto sono state le circostanze a scegliere per me. Per cui, piuttosto che predicare, mi verrebbe da chiedere come posso contribuire, nel mio piccolo, a portare il mio Paese fuori da questo pantano di sconforto.

Qualche domanda del cavolo


Cito la mitica Barbara Summa per fare il punto delle recenti conversazioni con la Guerrigliera, la cui attenzione, in questi giorni di festa, si è fissata su alcuni argomenti in particolare.

In pole position, decisamente, la morte. Forse tutto è cominciato con un piccione sanguinosamente spiaccicato nel nostro vialetto condominiale. O forse no, chi può dirlo. Comunque le domande sono arrivate, precise e martellanti come non mai. Alla nonna, la mattina che è stata sola con lei, ha chiesto dettagliate spiegazioni su come si capisce, esattamente, quando uno è morto. Il cuore cessa di battere, il respiro viene meno… la nonna si è difesa come poteva. A me ha chiesto come è morto Gesù (dal momento che è nato, suppongo che la domanda venisse consequenziale). Io, con la tipica tattica del genitore definibile come “a risposte successive e concatenate” (tipiche di quando credi di cavartela con poco e invece lei insiste, in una successione implacabile di approfondimenti), ho imbastito una versione così riassumibile: Gesù lo hanno ammazzato le persone che comandavano nel posto dove abitava che no, non erano del suo stesso popolo, ma erano romani. Perché? Beh, perché credevano che volesse cacciare l’imperatore e fare lui il re, però non era vero, non era quello che lui intendeva quando andava in giro a insegnare alla gente come secondo lui era giusto vivere. A questo punto la Guerrigliera obietta: “E non poteva restarsene a casa buono con Maria, così non lo ammazzava nessuno?”. Ecco, io suppongo che questo pensiero sarà venuto in mente alla Madonna, almeno qualche volta.

Esaurito il vangelo, siamo passati ai santi paleocristiani. Complice il nome dell’oratorio frequentato per il pattinaggio, voleva sapere come fosse morto San Pancrazio. Io già ero fiera del fatto di sapere che era un martire, ma questo a Meryem pareva una risposta troppo generica. Stasera, dopo due giorni di tergiversamenti, siamo finite su wikipedia. Abbiamo così appreso che era nato in Turchia (wow!), che era venuto a Roma con lo zio e che a 14 gli hanno tagliato la testa perché non voleva cambiare religione. Ecco, io non so quanto questi elementi siano consoni all’educazione di una bambina di cinque anni, ma non sono riuscita proprio a scansarli.

Alla morte è abbinato il pensiero del nonno che non ha mai conosciuto, che per lei si salda in qualche modo al concetto di Dio. Cantando Tu scendi dalle stelle mi spiegava che le piace quando si canta “O mio Signore”, perché potrebbe riferirsi anche a nonno Vittorio. Non ho indagato oltre. Mi ha spiegato poi che il cuginetto le ha detto che quando si è morti pare che si dorma (“ma con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi?”), “ma tanto poi a un certo punto ci si risveglia tutti insieme, lo ha detto la maestra Marina”. Ah, ok. Benvenuti al giudizio universale. Ma anche su questo punto per ora ho glissato.

Sul concepimento ce la caviamo benino. L’idea che papà ha messo un semino nella pancia della mamma, dove ha trovato un ovetto, per ora funziona senza ulteriori domande sul processo. Aspettavo trepidante una qualche imbarazzante domanda successiva, quando la Guerrigliera mi ha chiesto: “E quindi, siccome ero femmina, nella tua pancia ero rosa. Altrimenti, se ero un maschietto, sarei stata blu”. Cosa? “Ma no, tesoro. Tu eri rosa, perché tutti i bambini sono rosa”. Lei mi ha guardato con evidente condiscendenza: “Ma certo che quando nascono sono tutti rosa. Ma quando sono nella pancia sono rosa oppure blu. Altrimenti il dottore come farebbe dalle fotografie a dirti se nascerà un maschio o una femmina?”. Ehm, gasp. Mi sono difesa dicendo che io le ecografie le ho sempre viste in bianco e nero e che il dottore non mi ha mai spiegato questa cosa dei colori, che quindi non potevo confermare. “Beh, ora lo sai. Si vede che il dottore aveva fretta e forse pensava che lo sapessi”. Punto. Per ora finiamola qui, che è meglio.

Se fossi te


“Che vuoi fare da grande, Meryem?” “La pop star”. Siamo in macchina su nel nord e mia figlia con questa risposta mi ricorda che prima di partire abbiamo guardato insieme un altro dei DVD inviatici dalla Universal e, precisamente, Barbie: la principessa e la popstar. Mi era passato di mente, lo confesso. Non sono una appassionata dei film di Barbie, che invece Meryem guarda sempre volentieri. Questo, in particolare, racconta la storia di Barbie-principessa e del suo idolo, la popstar Kiera (Ghira, nella personale versione di mia figlia). Le due si invidiano reciprocamente e, con un tocco di magia di cui entrambe sono provvidenzialmente dotate, si scambiano l’identità per un giorno. E poi tutti cantarono, felici e contenti. In estrema sintesi.

Poi, come vi dicevo nell’altro post, ho comprato a Meryem questo libro, che curiosamente racconta una storia in qualche modo simile: la principessa Bianca, sempre in disordine e monella, scappa e viene molto apprezzata dal re dei draghi; contemporaneamente la draghetta, sgridata dai suoi perché sempre troppo pulita e incipriata, viene accolta con giubilo alla corte umana. Salvo poi realizzare che ciascuno sta meglio a casa sua, per il semplice fatto che comunque alle due figlie manca il proprio papà criticone (e viceversa). La forma in questo caso mi piace di più, rime e disegni rispondenti al mio gusto. Ma il tema è lo stesso, come anche Meryem ha notato (anche se qui la situazione è resa paradossale dalla vistosa differenza, anche di specie, tra le due: “Ma come fa una draga a vivere con gli uomini?”, mi chiedeva Meryem).

Tra i quaranta anni e la fine dell’anno, i bilanci si sprecano. E allora, pensando questo post, mi sono trovata a fare questo gioco: vorrei essere qualcun altro/a, almeno per un giorno? Ricordo che all’università ho desiderato di essere una mia amica più giovane, di nome Francesca, che ai miei occhi incarnava il successo professionale e personale. Recentemente, su Facebook, sono tornata in contatto con una mia compagna di classe delle medie, che era molto graziosa e corteggiata: non dico che all’epoca avrei voluto essere lei, ma certamente, almeno per un po’, avrei voluto non essere proprio me stessa. Anche oggi, a tratti, mi sfiora il pensiero che vorrei essere come qualcuna delle mie splendide amicizie bloggarole. Per non finire male come Paride buonanima, non ne nominerò nessuna in particolare, ma ne ho in mente certamente almeno due o tre (ma anche quattro o cinque). Poi però ci penso meglio e mi rendo conto che davvero ciascuna di noi ha le sue croci, i suoi pesi, i suoi punti di forza e i suoi cedimenti. Che le “fortune” sono frutto di scelte e, perché no, anche di rinunce e che in questa vita niente è gratis. Poi ci si mette anche Facebook, a ricordarmi che questo che sta finendo – che istintivamente avrei definito un anno davvero tosto e amaro – in realtà è stato anche un periodo pieno di belle sorprese, di incontri, di viaggi e di sorrisi. Allora, vi dirò, forse per un giorno mi scambierei solo con mia figlia, per la curiosità di vedere il mondo con i suoi occhi.

E voi? Con chi vi sareste cambiati la vita, per un giorno? E adesso?

Più libri, più liberi: una recensione “a scrocco”


Ieri era proprio una giornata del cavolo. A volte mi capita di peccare di eccesso di pregustamento. Pregustavo da un paio di settimane la fiera della piccola e media editoria, croce e delizia degli appassionati di libri squattrinati e cordialmente detestata dalla Guerrigliera fin dalla più tenera età, con una coerenza degna di miglior causa. Stavolta, come due anni fa, si prevedeva incontro con celebrità del calibro di Mammamsterdam in occasione della presentazione di un’opera imprescindibile nella libreria di ogni desperate parent che si rispetti: La risposta del cavolo. Già, proprio come la giornata.

Era questo che vi stavo raccontando. Dormo male, mi sveglio febbricitante e di pessimo umore. Litigo con il mondo, a partire da me stessa. Ringhio, sbuffo, protesto, strascico i piedi. Eppure tutto concorre a esaudire ogni mio desiderio: improvviso cambio di programma di tata Silvana, che in collaborazione con la nonna si spupazza Meryem da ieri alle tre a stamattina compresa, togliendomi ogni pensiero di orario. Passaggio in macchina all’andata e al ritorno. Quasi nessuna fila in biglietteria. Regali di compleanno che continuano a piovere inattesi a oltre una settimana dal giorno deputato. Ma è stato solo versando il mio tradizionale obolo allo stand di Exòrma che sono tornata in me, o meglio nella parte di me meno antipatica, e ho fatto quello che in fondo mi viene piuttosto bene: ho condiviso.

Io in una grossa Fiera affollata ho lo stesso blocco che mi afferra nei supermercati troppo grandi: mi paralizzo. Rispetto ai libri per bambini, poi, il problema aumenta: guardo di qua e di là, sbavo a destra e a sinistra, ma alla fine non metto a fuoco come si deve e finisco per non comprare assolutamente nulla. Però, ieri come in altre occasioni, mi sono giocata la carta segreta: mia sorella Marina.  Lei sì che conosce il territorio. Parte alla caccia come un cane da tartufo. Quest’anno purtroppo ci siamo solo incrociate fugacemente, ma mi sono rivenduta con successo, in seguito, gli ultimi due stand che le ho visto visitare. Ed ecco qui le mie recensioni a scrocco di due piccole case editrici da sostenere, con forza, perché se lo meritano (oltre a Exòrma, naturalmente).

Iniziamo dalla prima chicca. Ho faticato a ritrovarla, perché il nome me lo ricordavo solo attraverso confuse associazioni, decisamente poco indicative: L’asino verde? La rana ubriaca? Alla fine era Orecchio acerbo. “Libri per ragazzi che non recano danno agli adulti / libri per adulti che non recano danno ai ragazzi”, li definiscono loro stessi. Noi abbiamo ancora la bocca spalancata. Dei gioielli di grafica, di idee, di fantasia. Facciamo un esempio? Guardatevi questo booktrailer… oppure questo, che testimonia la nascita di Hansel e Gretel illustrato nell’unico modo possibile per favola davvero spaventosa (“Non ho mai pensato che fosse per bambini, era piuttosto per me, per me quando ero un bambino”, confessa significativamente l’illustratore).

Seconda menzione per Edizioni Lapis. Segnalo in particolare la collana Arte tra le mani e, ancor più, la collana Staccattaccal’arte, albi davvero geniali in cui i bambini possono con degli stickers ricomporre o rimescolare opere di artisti come Klee, Mondrian o Kandinsky. A Meryem alla fine ho comprato questo, mentre zia Marina ha scelto, da Orecchio Acerbo, questo. Scaricatevi l’anteprima, ne vale la pena. E qualcosa mi dice che questo autore vada tenuto d’occhio…. anche il sito è bellissimo!

La renna dell’Avvento


I calendari dell’Avvento erano una costante della mia infanzia. Basici, rigorosamente di tema religioso. Una rappresentazione della grotta, con poche varianti stilistiche di anno in anno. Le finestrelle contenevano pastori, stelle comete, profeti biblici, talora accompagnati da citazione evangelica. La casella del 24 era doppia e conteneva, surprise surprise, Gesù con o senza Maria e Giuseppe. Ricordo vagamente che un anno alle finestrelle era abbinato una specie di contenitore con microscopico giocattolino in plastica, talmente piccolo da risultare pressoché non identificabile. Pezzetti di plastica colorata, insomma.

Io dal calendario dell’Avvento di primo acchitto mi asterrei. Certamente non mi verrebbe mai la fantasia di produrne uno artigianale, cosa che vedo essere ormai un must delle mamme 2.0. Ma mia madre finora si è imposta. Il calendario dell’Avvento lo procura lei. E niente Babbi Natale, scoiattolini e altre naturalistiche raffigurazioni. Il tasso minimo di liturgicità deve essere garantito e accertato. Sulla tradizione (praticamente l’unica sopravvissuta ai colpi d’accetta di mia madre, che ha già abolito il pranzo di Natale e di S.Stefano, la tombola e, fosse per lei, rinuncerebbe senza remore anche al parco buffet in piedi che continuiamo a fare la sera della Vigilia) non si discute.

Quest’anno però è sorto un imprevisto alla nostra consueta routine del calendario cartaceo acquistato all’ultimo minuto. Per circostanze un po’ difficili da giustificare, mi sono trovata ad acquistare una costosa renna di legno rosso con 24 cassettini (ovviamente tutti da riempire). Ineludibile. “In fondo è un investimento”, hanno avuto il coraggio di dirmi. Vabbè, la renna rossa ormai ci sta. Ma non potevo provvedere di persona a riempirla. Come sanno anche le pietre, io e Meryem eravamo strategicamente fuori Roma dal 30 novembre al 3 dicembre.

Il bello di una famiglia come la mia è che per le cose inutili ci si attiva con straordinaria solerzia. Il caso della renna è stato prontamente sposato da mia sorella Marina e dai suoi figli Giulia e Luca. “Compra qualche cioccolatino”, ho suggerito io. Ho pensato per un attimo alla possibile delusione di mia madre per il nostro discostarci dalla solita prassi. Ma, come spesso avviene, la sottovalutavo.

“Carina, molto carina”, ha infatti commentato la nonna. Che ha prontamente suggerito la soluzione perfetta: nei cassettini si potevano facilmente introdurre 24 piccoli personaggi del presepe. Un affare. Messaggio religioso salvo, due gadget natalizi in uno. Bastava solo trovare 24 personaggi congrui, anche per dimensione, e posizionarli nei cassettini. Una missione ideale per Marina & co.

A un certo punto ricevo una telefonata concitata dai riempitori di cassettini. “Non c’entrano”. “Chi?”. “Maria e Giuseppe”. Davanti al problema, i radicali (mia nipote Giulia) sostenevano che non importava, un paio di personaggi si potevano eliminare. Io mi sono trovata a concordare con l’ala moderata (mia sorella), che sosteneva che la loro presenza nel presepe era auspicabile. Conveniamo infine che all’inizio di ogni raccolta che si rispetti viene dato un bonus iniziale. “Possiamo farli affacciare da dietro le corna”, mi è stato infine proposto. Senza riferimenti, beninteso, alla natura un po’ particolare del nucleo familiare in questione. Così è stato. Io, in un rigurgito di senso di colpa, ho incastrato pazientemente nelle fessure rimaste all’interno dei cassettini delle caramelle (per lo più tic tac, visto lo spazio a disposizione).

Ed ecco a voi il risultato finale.

renna

P.S. A proposito di calendari dell’Avvento. Quest’anno ho dato il mio contributo al Calendario dell’Avvento di Piccolini Barilla. Ogni giorno un racconto illustrato e tra qualche giorno troverete il mio. Potete aprire le finestrelle virtuali qui.

 

Questo post partecipa al blogstorming

Cose da femmina


Questo post di Claudia e la notizia del catalogo svedese di giocattoli gender neutral, letta ieri, arrivano assolutamente opportuni in un momento in cui si sta combattendo l’ennesima piccola battaglia (soft e in realtà neanche espressamente dichiarata) tra me e la mitica tata Silvana. Oggetto del contendere: un meraviglioso giubbotto color melanzana, ereditato da una mia cara amica e diventato giusto in questi giorni di grande attualità, con l’arrivo (ancora un po’ incerto) dei primi freddi.

Qual è il problema? E’ da maschio, afferma la tata. “L’altro giorno non l’ho preso perché credevo che l’avesse dimenticato un amichetto”, ha buttato là una sera. E ancora: “Ma quelle toppe sono state messe a coprire dei buchi? Perché altrimenti potrei toglierle e la situazione migliorerebbe…”. Ora. Premetto che io non sono una fanatica del contrasto delle caratterizzazioni di genere. Sono ferrata sul tema, grazie anche alla capillare azione informativa e formativa di Genitori Crescono. Non mi convincono affatto alcune manifestazioni molto spinte, tipo quello di cui si parla qui, ma anche qui. Insomma, sarei portata a tenere sul tema un certo equilibrio, aiutata probabilmente dal fatto che con una bambina è più facile: se la vesti un po’ da maschiaccio di tanto in tanto non è oggetto di discussione quanto vestire un bambino da principessa o da ballerina. O almeno così credevo.

La giacca in questione è effettivamente appartenuta a un maschio. Eppure la ex proprietaria e io abbiamo concordato che a Meryem sarebbe stata benissimo. E infatti a lei piace. Le toppe incriminate come eccessivamente maschie hanno scritti sopra numeri e la parola “Rugby”. A parte che escludo che qualcuno vada a leggere esattamente le scritte, chi dice che una donna non possa giocare a rugby, o tifare per una squadra di rugby (per non parlare del fatto che a cinque anni spesso non sanno neanche che gioco è)? Però anche fuori casa la questione inizia a porsi. A casa di un amichetto che frequentiamo ho notato, ad esempio, che le definizioni “da maschio” e “da femmina” sono nette e usatissime.

Mi sembrerebbe un controsenso negare a Meryem la gioia di pavoneggiarsi con accessori e vestitini: oggi ha indossato i suoi primi stivali ed era eccitatissima. Domenica ha strappato al padre il suo primo “rossetto fucsia” (in realtà un lucidalabbra un po’ brilluccicoso). A Meryem peraltro tutte le mille sfumature di rosa/fucsia/viola donano molto (e per fortuna: per quanto uno si ingegni, finiscono per avere una parte preponderante nel guardaroba di una figlia). Ma ovviamente a scuola si va in tuta e scarpe da ginnastica (a parte oggi, che abbiamo dovuto mettere gli stivali nuovi!) e la giacca con le toppe continuerò a proporgliela.

In conclusione, cerco di tenermi neutrale sulla questione. Di assecondare, per quanto possibile, la libertà e il gusto di mia figlia, senza imbrigliarla troppo in canali prefissati, in un senso o nell’altro. Sono convinta che proprio su questi aspetti apparentemente più banali, ma delicati, noi genitori dobbiamo fare maggiormente attenzione a non sovrapporci troppo. L’altro giorno Meryem giocava con un amichetto e lo ha truccato. Prima di rimandare l’amichetto in questione a casa, è stato debitamente ripulito (non so come la pensi la sua mamma sul tema). Ma nessuno di noi ha fatto battute stupide, risatine o commenti inappropriati. E’ proprio dalla risatina sciocca dell’adulto che iniziano tante questioni, ne sono convintissima. Se crediamo che non ci sia da ridere, se vogliamo (davvero) che i nostri figli non facciano proprie etichette discutibili e tutti i conseguenti pregiudizi, non ridacchiamo. Punto. Una risatina inappropriata fa molto più danni alle questioni di genere (e non solo) di un tutù di tulle rosa indossato di tanto in tanto.

E voi, che ne pensate? Siete gender neutral o credete nei percorsi/colori/giochi differenziati?

Aggiornamento: Quando la tata si apprestava a togliere le toppe dello scandalo, è stata fermata da una Guerrigliera indignata: “Perché le togli? Le femmine non possono giocare a palla a volo? Io sono una ragazza SPORTIVA!”. E la cosa è finita così.

Il diritto di essere bambini


Avevo scritto prima un post che grondava così tanto moralismo che l’ho cancellato. Anche se non sembra, talora mi rileggo prima di pubblicare. Provo a riformulare.

Quando parliamo di diritti, oggi ad esempio di quelli dei bambini, tendiamo a pensare subito a quelle situazioni in cui essi sono palesemente violati. E, altrettanto palesemente, non da noi. Bambini soldato, bambini sotto i razzi, bambini sotto le bombe. E via così, di orrore in orrore.

C’è uno dei diritti del bambini che mi fa correre un brivido lungo la schiena. Perché sono io, o almeno anche io, che dovrei renderlo effettivo.

“I genitori (o i tutori legali) devono curare l’educazione e lo sviluppo del bambino. Lo Stato li deve aiutare rendendo più facile il loro compito”. E, ancora: “L’educazione del bambino deve: sviluppare tutte le sue capacità; rispettare i diritti umani e le libertà; rispettare i genitori, la lingua e la cultura del Paese in cui egli vive; preparare il bambino ad andare d’accordo con tutti; rispettare l’ambiente naturale”.

Scusate se è poco. Non basta mica mandarli a scuola (quello è un altro articolo – e anche un’altra storia). Se dovessi riassumere in una frase quello che è e sarà sempre la mia principale responsabilità, forse direi che io cerco di curare l’educazione e lo sviluppo di mia figlia soprattutto prendendola sul serio. E voi, cosa direste?