Sarà troppo?


Ancora naufragi, ancora famiglie spezzate, ancora lutti e disperazione. Noi stiamo di qua a guardare. Al limite contiamo: tanti morti, tanti salvati. Se i salvati sono tanti festeggiamo. Siamo bravi a salvare, noi.

Avete mai provato a leggere le notizie dal punto di vista di chi su quella barca aveva un marito o un figlio? Non è retorica, davvero. Non è così inimmaginabile. Quando ero a Gerusalemme e c’è stato l’attentato all’autobus 18a, i telefoni del campus erano intasati di voci di genitori che chiamavano a casaccio, cercando di capire se eravamo vivi (non era epoca di cellulari). Pensate a Facebook che in caso di attentato attiva il security check. E’ umano, no? Lo vogliamo sapere se i nostri amici a Bruxelles o a Parigi stanno bene. Figuriamoci i nostri figli o il padre dei nostri figli.

Non dissimile è lo stato d’animo di chi ha un congiunto in partenza dalla Libia. Solo che non si sa quando, non si sa dove, spesso le notizie non sono precise, a volte semplicemente la certezza non la si avrà mai, né in un senso né nell’altro. E’ vivo, è morto? E’ sparito in un carcere, libico o europeo? O è semplicemente in fondo al mare?

Io credo che adesso qualcuno starà pensando che però per loro è diverso. Loro ci sono abituati. Loro di figli ne hanno tanti. Loro sono fatalisti per cultura. Loro, loro, loro. Una cosa ho imparato, in questi anni. Le lacrime dei rifugiati sono salate come le nostre.

L’assuefazione davanti alle stragi quotidiane mi fa paura. Ma ancora più paura me la fanno i ragionamenti sofisticati degli esperti. “Non vorrei sembrare cinico, ma…”. Se stiamo formulando questa frase forse siamo già oltre.

Un esercizio per quando mi sento così (o per quando un mio interlocutore si sente così) è cercare di esplicitare i non detti. Non possiamo permetterci di proteggere “chiunque”. Migrare è un diritto, ma solo per noi. Noi siamo diversi. Noi valiamo di più. Noi non siamo chiunque. E se soffriamo, in patria così come all’estero, proteggerci dovrebbe essere la priorità evidente del resto del mondo.

C’è un gran bisogno di essere lucidi, di pensare, di analizzare, di farsi venire idee. Ma più ancora c’è bisogno, io ho bisogno, di guardare in faccia le persone che a queste vicende sono sopravvissute e ci fanno i conti, anche qui, giorno dopo giorno. E spesso sono meno ripiegate su se stesse di quanto non lo siamo mediamente noi, che nella migliore delle ipotesi guardiamo e rimuginiamo.

 

Chi impara da chi


Il mio ufficio, nonostante i recenti lavori di ristrutturazione (ancora in corso, peraltro), non consente l’isolamento acustico di tutti gli uffici. Il mio, in particolare, è separato da quello accanto solo da una vetrata che non arriva fino al soffitto. Capita quindi che involontariamente io senta i colloqui delle mie colleghe con i rifugiati che si rivolgono a loro.

Oggi c’era una famiglia nigeriana di cui avevo già sentito parlare. Una situazione indubbiamente difficilissima. Lui – che in Nigeria ha frequentato quattro anni di politecnico ed era elettricista – è rimasto senza lavoro, lei ha dovuto smettere di lavorare perché ha tre bambini, l’ultima dei quali nata prematura e ancora in ospedale (alla nascita pesava 1 kg). Hanno perso la casa perché non sono più riusciti a pagare l’affitto e oggi sono ospiti di un’amica, ma la cosa non può durare a lungo per ovvie ragioni logistiche.

A un certo punto mi sono alzata e ho gettato uno sguardo al di là della vetrata. Erano bellissimi, pieni di amore, con due bimbi sorridenti e educatissimi. A vederli non traspare nulla del dramma che stanno vivendo. Avrei voluto scattare mille fotografie.

Ovviamente non l’ho fatto. Ho solo ammirato quanto può essere splendente una famiglia vera. E ho pensato, ancora una volta, che i rifugiati hanno molto da insegnarci.

Eh, però…


Ricordo bene quando questo blog è stato la finestrella che mi sosteneva nella stanchezza e mi salvava dalla solitudine della maternità. E’ un’esperienza comune a molte donne (uomini meno) e per qualcuno è diventata una forma artistica o un lavoro. Poi i figli crescono. Lo spannolinamento è un’angoscia lontana e, grazie a Dio, accuratamente rimossa. Resta altro, molto altro. Resta tutto il resto. A ognuno il suo resto.

Per me, oggi, il resto è soprattutto il mio lavoro. O piuttosto, il motivo e la finalità ultima del mio lavoro. Qualcosa che una volta era assai più intimo della scelta “ciuccio sì, ciuccio no”. Che interessava in media assai meno del corso di psicomotricità del nido di mia figlia.

Oggi apparentemente il mondo è cambiato. Dei rifugiati tutti sentono parlare. Sui migranti (c’è differenza, diranno a questo punto i più saputi) tutti hanno un’opinione. E la condividono eccome. A volte sommessamente, a volte in tono sarcastico. Spesso condendola con tracce di teorie sociologiche e economiche che verosimilmente io non sono in grado di capire. Talora con sincero intento didattico.

Vi ricorda qualcosa? A me sì. Mi ricorda quando Meryem aveva due mesi e mi straziavo e mi incupivo per i commenti idioti e gratuiti di familiari, conoscenti e perfetti sconosciuti (qui un post dell’epoca). Persino allora, con l’ormone sballato, riuscivo a distinguere tra un arricchente confronto e una fesseria (anche se la seconda mi faceva comunque piangere). Anche oggi dunque dovrei essere in grado di sapere che 16 anni di vita camminando e arrancando a fianco dei rifugiati valgono ben più delle sentenze da quattro soldi degli esperti ripetitori dell’opinionista di turno.

Però, oggi come allora, capita di essere stanchi e sconfortati. Per lo meno capita a me, di continuo. Per fortuna, oggi come allora, trovo attraverso il web le mie consolazioni. Che poi, guarda caso, oggi vengono proprio dalla stessa persona che tante pacche sulla spalla mi diede all’epoca su nanna, pappa e altre piccolezze neogenitoriali. Grazie, Barbara.

I rifugiati, l’Unione Europea e l’autista dell’Atac


Ieri la Commissione Europea ha spiegato in un documento che il modo in cui l’Europa gestisce l’arrivo e la presenza dei rifugiati non va bene, non funziona e non si può andare avanti così. E fin qui non posso che essere d’accordo. Peccato che poi, leggendo il documento, è evidente che la tesi di chi governa l’Europa è che la responsabilità di questa situazione incresciosa è dei rifugiati. Non dobbiamo distrarci quindi e dobbiamo agire tempestivamente contro il vero nemico, loro. Attenzione, non si parla più di alcuni “cattivi” che pregiudicano la legittima accoglienza degli altri, “buoni”. Questa visione che tante volte ho considerato inadeguata e superficiale è ormai del tutto superata. E’ il rifugiato in sé che, cercando di arrivare in Europa, dimostra in tutta evidenza la sua mala fede.

Non vi parlerò nel dettaglio delle misure intraprese e di quelle proposte. Alcune (in particolare quelle già applicate) sono anche talmente inverosimili che temo di passare per eccessivamente fantasiosa. Nizam, che di queste cose ha una certa esperienza diretta, mi chiedeva proprio ieri: “Ma perché mai bisognerebbe riportare i siriani in Turchia e per ogni siriano rimandato l’Europa dovrebbe prendersi un altro siriano? Se li rimandano indietro perché poi se li riprendono, non fanno prima a tenerseli?”. Questa e molte altre obiezioni del tutto ragionevoli cadono davanti alla costatazione che queste non sono soluzioni tecniche per gestire meglio la situazione, ma solo espedienti sempre più fantasiosi che mirano solo a smontare un diffuso pregiudizio (che purtroppo nel tempo ha portato anche alla ratifica di alcune fastidiose convenzioni internazionali), cioè che l’Europa sia tenuta a dare protezione a chi ne ha bisogno.

Per distrarmi credo vi racconterò un aneddoto. L’altro giorno mi trovavo su un autobus al centro di Roma, pieno ma non pienissimo, che percorreva Corso Rinascimento su apposita corsia preferenziale. A una fermata un uomo in sedia a rotelle, palesemente ubriaco e corredato di cartone di Tavernello, chiede a gran voce di salire in vettura. L’autista, come previsto dall’azienda, spegne il motore, cerca la chiave per aprire la pedana, si fa largo tra i passeggeri, cerca invano di attivare la pedana medesima. La chiave in dotazione non corrisponde alla serratura di sblocco. L’autista alza gli occhi al cielo, il potenziale passeggero (non del tutto lucido) lancia bestemmie e improperi, i passeggeri sbuffano. L’autista fa il gesto di caricare la sedia a rotelle a mano, ma da solo non ce la fa. Tutti i passeggeri uomini si dissolvono per magia, accartocciandosi in ogni anfratto possibile lontano dalla porta. Alla fine l’autista scende, spiega la situazione al collega della vettura nel frattempo sopraggiunta, si accerta che il rumoroso passeggero (che continua a inveire contro il primo autista) sia caricato sull’altro autobus non prima di aver verificato che anch’esso lo porti a destinazione (sono appena due fermate). Poi risale e riparte.

Il capannello di passeggeri inizia il commento. “Insomma, i vigili bisognava chiamare! E poi, pure se saliva, ubriaco com’era come si reggeva? E’ una vergogna!”, tuona uno. Il giovane autista, senza perdere le staffe risponde punto su punto: “Guido autobus da 18 anni, se la pedana funzionava la carrozzina poteva essere fissata nell’apposito spazio. Le assicuro che regge. E’ un meccanismo fatto per quello. E poi chiamare i vigili perché? Perché un disabile voleva fare due fermate?”. “Ma questi barboni neanche vogliono essere aiutati, lei è troppo buono”, chioccia una vecchietta. “Signora, ma lei esattamente come sa chi era quella persona? Come io non mi permetto di giudicare la vita sua, perché non l’ho mai vista prima di oggi, così mi pare che non abbiamo elementi per giudicare. Io questo so: c’era una persona in sedia a rotelle e in un intero autobus nessuno ha ritenuto il caso di aiutarmi a caricarlo”. “Ma le pare! Era ubriaco, molesto, sporco! Insultava anche lei!”. A questo punto il giovane autista ha preso fiato e ha detto lentamente, con calma e determinazione: “Quella persona non toglieva nulla a nessuno se saliva per due fermate. Certo, è una persona con vistosi problemi e io sono un autista, non un assistente sociale. Non ho la pretesa di risolverli io, quei problemi. Ma le persone, anche quando hanno tanti problemi, restano persone. E io osservo solo che è davvero triste se noi, invece che protestare con chi ci mette in condizione di lavorare o di vivere in queste condizioni, senza strumenti efficaci e anzi con tanti impacci, non troviamo di meglio che prendercela gli uni con gli altri.”

Che c’entra questo con l’Unione Europea? Secondo me c’entra. E alle parole dell’autista continuo a pensare, anche a due giorni di distanza.

 

Maglietta verde


Tram 8, pomeriggio di venerdì. Rimugino su me stessa, sul mio destino, sulla mia vita, su quello che è successo e quello che non è successo. Penso a una frase sentita ieri sera: la felicità dipende per il 50% da predisposizione genetica, per il 10% da quello che accade e per il 40% dal nostro impegno e consapevole lavoro per essere felici.

Davanti a me, su due sedili affiancati, il mio sguardo viene catturato da un gruppo familiare. Mamma africana, una bambina seduta a fianco, un bambino in braccio, la piccolina legata sulla schiena della donna. Gli occhioni spalancati della figlia minore hanno stregato un certo numero di passeggeri. Una filiforme signora bionda sta giocherellando con lei, consentendole di acchiapparle vigorosamente il dito inanellato (e ogni volta la faccina della piccola si illumina in un sorriso furbetto). Vari passeggeri in piedi, me compresa, sorridono inebetiti. La bambina è in effetti di una bellezza e vivacità straordinarie.

Comincio a guardare anche gli altri due bambini. La grande, forse poco più piccola di Meryem, siede composta e seria con in grembo la cartella rosa. Il maschietto è spalmato sul petto della madre e ogni tanto pencola in direzione della sorella maggiore.

Tanti pensieri mi si accavallano in testa (e sospendo prontamente i bilanci esistenziali) mentre passo ad osservare la madre. Probabilmente abbastanza giovane, con i capelli neri ben pettinati e legati in una sobria coda di cavallo. Testa prima china sulle mani, appoggiata al sedile davanti. Poi, sentendo la piccola che si agita, alza uno sguardo pieno di apprensione, che poi si rilassa al vedere che la figlia non sta disturbando nessuno, ma anzi si è conquistata la simpatia di molti. Sorride, e una dolcezza stanca illumina il viso largo. Non so nulla di lei, anche se sono portata a immaginare molte cose, chissà quanto fondate.

Certo è che arrivata a Stazione Trastevere si alza, raccoglie senza apparente sforzo i suoi bambini e scende. La guardo allontanarsi dignitosa e composta, la sua maglietta verde scompare tra la folla. Si parla molto di famiglia, di questi tempi. E anche di parità di genere. Però poi alla fine mi chiedo quanti dei discorsi di principio che a molti sembrano così irrinunciabili siano concretamente di sostegno alla famiglia che ho incontrato oggi sul tram.

Risposte


Se non ne avete avuto ancora occasione, guardate la sequenza del Papa che lava i piedi ai rifugiati del CARA di Castelnuovo di Porto (dal min. 24 circa). Guardate la potenza del gesto di un uomo anziano che si inchina davanti a questi giovani uomini e donne, sorridente, con una sobrietà e una sicurezza senza alcun imbarazzo. Guardate i lori visi, le loro reazioni. La commozione di persone che vivono in un centro dove quasi 900 persone condividono isolamento e convivenza forzata, mancanza di attenzione, difficoltà di comunicare.

Ascoltate anche la breve, intensissima omelia. “Ognuno nella sua lingua religiosa” preghi per la fratellanza. Una celebrazione così vale decenni di dialogo religioso teorizzato.

 

Domande


Da quando chiudere violentemente le frontiere in faccia a donne, bambini, giovani e anziani in fuga ci pare una misura di politica estera qualsiasi?

Perché tutto continua come se nulla fosse dopo che i capi di Stato europei democraticamente eletti hanno stipulato un accordo con la Turchia che prefigura una strage?

Non è la prima, d’accordo. Non è nemmeno la prima di cui siamo corresponsabili. Ma in questo documento, che è stato definito un grande successo della diplomazia, non si ha vergogna di usare il termine “migranti irregolari”. Persino se si parla di cittadini siriani.

Non hanno usato le vie legali, sembra dire l’Europa. Le vie legali che non esistono, per caparbia volontà della stessa Europa.

Fermare i flussi, a qualunque costo. Un sessantesimo dei rifugiati del mondo è troppo per l’Europa, o per quel che ne resta. Se per mantenere il nostro tranquillo status quo dobbiamo far morire migliaia di altri uomini, inclusi bambini, pazienza. Anche se farlo costa molto. Anche se farlo significa renderci tutti complici di violazioni sistematiche dei nostri valori.

Ma dove sono i difensori della vita ad ogni costo quanto muoiono neonati nell’Egeo, con i loro fratelli, genitori e nonni? Sono interessati solo agli embrioni?

Come faccio a urlare che non sono d’accordo?

Perché nessuno pare particolarmente angosciato?

“L’immigrazione non è un diritto. E basta”, sbraita la Meloni dalla tv.

Che costo ha questa violenza? Per il mondo, per l’Europa, per i nostri quartieri, per i nostri figli?

Com’è un rifugiato?


“Sì, i bambini si sono inseriti bene. Il maggiore frequenta il liceo scientifico. Il minore va in seconda media, è già il primo della sua classe. Io ho trovato lavoro in una radio, sono in prova. Ma credo che ci siano buone speranze per me”. Sfoggia un italiano forbito, con lieve accento settentrionale. A suo tempo ha frequentato il politecnico qui in Italia. Poi ha lavorato per anni a Damasco, come guida turistica. Ora è qui, con la sua moglie fine ed elegante, ancora nel circuito dell’accoglienza, ma con una prospettiva che cerca di restare saldamente ancorata a un’autorappresentazione di famiglia normale: “Quando possiamo vedere l’appartamento? Ci sarà spazio per lo studio dei ragazzi?”. Quest’uomo e la sua famiglia sembrano l’incarnazione del rifugiato colto e facilmente integrabile, quello che fino a ieri molti Paesi europei si contendevano (oggi non più). Il loro percorso in Italia è stato caratterizzato da questo. Ma, del resto, chi di noi potrebbe dire che la propria esperienza non sia il prodotto di quello che si è e di come gli altri si pongono nei nostri confronti?

Un’altra famiglia è arrivata in Italia con un visto, ha trovato ospitalità gratuita in un istituto religioso. Ma la loro storia è molto diversa. Il capofamiglia è una donna, una donna che al suo Paese occupava una posizione di prestigio ed era ammessa senza particolari difficoltà a colloquio con il Presidente di quello Stato. Eppure. I contatti l’hanno aiutata a risparmiare a se stessa e ai suoi figli il Sahara e il barcone. Ma arrivata qui, il suo sguardo si è svuotato. La strada resta tutta in salita. La figlia minore quasi non ricorda la vita precedente, in Kenya. Per questo lei va avanti più spedita. Per sua madre sarà tutto un altro percorso. Niente posto in radio per lei. Un lavoro umile, portato avanti con la fatica di chi prima pagava chi queste cose le facesse per lei, mentre correva da una riunione all’altra.

Le mie colleghe faticano non poco a interagire con una coppia bizzarra. Sono palesemente barboni, fanno fatica a argomentare, parlano poco la lingua. Eppure, scoprirò poi con un certo sconcerto, è stata loro riconosciuta la protezione internazionale più di cinque anni fa. Oggi vivono nel tunnel dell’aeroporto di Fiumicino. Ci vorrà moltissimo lavoro per sbrogliare il groviglio di esclusione che si è stratificato intorno a queste due persone. Forse le mie colleghe hanno individuato il bandolo della matassa. Speriamo.

Rifugiato è il giovane kossovaro che quando è arrivato era bambino e oggi è chef. Oggi è passato dallo stato di migrante a quello di expat, oltre i confini italiani, in virtù della cittadinanza finalmente ottenuta e anche della posizione sociale conquistata con il suo sorriso strafottente e il suo impegno.

Rifugiata è la ragazza sudanese, anch’essa arrivata bambina, che gioca a pallavolo in una squadra trentina e sogna la convocazione in nazionale (probabilmente senza aver nemmeno conosciuto Mimi Ayuara).

Rifugiato è il ragazzo afgano che ancora non parla dieci parole di italiano e non mi aveva mai visto prima, ma vedendomi passeggiare nervosamente per il corridoio del Centro Astalli mi ha portato un bicchiere di tè e dei grissini.

Com’è un rifugiato? Disquisiamo di narrazione sui rifugiati, in Italia e in Europa. Ma l’unica narrazione onesta sarebbe composta da più di sessanta milioni di singole biografie.

Cosa possono portarci i rifugiati


Scrivo meno di prima, in questo periodo. Sono travolta da una specie di turbine, soprattutto lavorativo, che mi risucchia anche i pensieri dalla testa. Ma voglio raccontarvi una conversazione che curiosamente mi ha dato una risposta che in qualche modo, inconsapevolmente cercavo.

La riunione di progetto a cui ho partecipato, a Bruxelles, volge al termine. Ci troviamo su un taxi insieme, io e una bionda collega berlinese. Si chiacchiera. Lei è da poco rientrata in Germania, ha lavorato sette anni a Istanbul. Chiedo così, con leggerezza: “Com’è vivere a Istanbul?”. Il discorso si fa improvvisamente serio e appassionato. Mi parla di una città difficile, faticosa, di un clima politico in costante deterioramento. Ma subito aggiunge, con aria grave: “Ma poi la guardi e ti toglie il fiato. Quanto è bella. Io ancora oggi non riesco a farne a meno. Da quando sono tornata ci sono riscappata due volte. L’ultima volta quando c’è stato l’attentato. In fondo è lì che mi sento a casa”. Poi si sente in dovere di spiegare che non è solo la città, è il modo di vivere. Quell’uscire per le strade con tutta la famiglia. “In Germania certe volte mi pare che tutti siano rintanati dietro porte chiuse”. Sospira. Fa un attimo silenzio, ma poi aggiunge: “Anche questa riunione, se l’avessimo fatta lì sarebbe stata tutta diversa, non trovi? Guarda come ci siamo salutati, dopo due giorni di lavoro: ciao, ciao, al limite una stretta di mano. In Turchia ci saremmo baciati, la sera prima avremmo bevuto tè insieme fino a tardi e adesso qualcuno ci starebbe accompagnando all’aeroporto. Non trovi?”.

Trovo. Rincaro un po’ la dose, raccontando di quando per un disguido all’arrivo non avevo potuto avere la mia camera nel posto dove si teneva il convegno e sì, mi hanno pagato un albergo, ma nessuno mi ha aperto una porta neanche per dieci minuti, nessuno mi ha offerto qualcosa di caldo prima di depositarmi in una hall. “Ma secondo te fanno così perché sono gesuiti o perché sono belgi?”, mi chiede sgranando gli occhioni.

Mia cara collega giovane, fanno così perché in una larga fetta di Europa è così che si fa. Perché gli spazi privati sono inviolabili, o per violarli serve programmazione attenta e estrema cautela. Perché gli slanci e il calore di cui parli tu spesso, su al nord, non sono capiti, e/o sono temuti come la peste. La rassicuro: in Sicilia nulla di tutto ciò che le gela il cuore potrebbe accadere. Il tasso medio di affettività nei confronti dell’ospite magari non raggiunge i livelli turchi, ma certamente si impenna verso l’alto.

E poi ho pensato: ci salvano le migrazioni. Ci salva il calabrese che resta tale, almeno un po’, pure se vive a Glasgow. Ci salvano i movimenti interni all’Italia, quelli attraverso l’Europa e magari ancora di più potranno scaldare il cuore dell’Europa questi rifugiati che oggi vediamo solo come pacchi da smistare e scocciature da delegare. Ho pensato a quanti caffè e tè in questi 15 anni mi sono stati offerti da persone che non avevano neppure una casa. A quante cene etiopi mi sono state cucinate da famiglie che avevano solo una stanza e un fornelletto a gas. A quel desiderio di farti accomodare, da ospite, persino in assenza di sedie, divani, letti. Davvero i rifugiati potrebbero ricordarci cos’è l’ospitalità, perché a volte perdiamo di vista le cose importanti.

5 cose che penso sui fatti di Colonia


Per qualche giorno non ho voluto nemmeno approfondire, per il fastidio massimo che mi provocava il tono delle notizie e sì, anche i fatti (per quello che se ne sa finora). Poi ho letto, a partire da quello che i miei amici più condividevano su Facebook. Poi ci ho pensato un po’ su, sperando che il tempo facesse sedimentare la confusione e mi permettesse di essere più incisiva. Beh, ci rinuncio. Però visto che alcuni di voi mi chiedono comunque di dire cosa ne penso, lo faccio.

  1. I fatti in sé, in realtà ancora a me non chiarissimi in alcuni aspetti, ma comunque gravissimi. Certo, anche i particolari fanno una certa differenza. Un esempio: nella fretta dei nostri media di divulgare e rapidamente interpretare inizialmente si parlava di decine se non centinaia di stupri, poi si è capito che Sexualdelikte vuol dire molestie, palpeggiamenti eccetera, il che rende più credibile – anche se comunque terribile – lo scenario della notte di Capodanno vicino alla cattedrale di Colonia. Ora, da un certo punto di vista – se vogliamo discutere dell’accaduto per quello che implica in termini di rispetto delle donne o di esperienza delle vittime – questa differenza può paradossalmente non contare granché: violenza è violenza, trauma è trauma e la mancanza di atto sessuale completo non lo rende certo tollerabile. Dal punto di vista penale, però, visto che qui subito di parla di leggi speciali per facilitare le espulsioni degli eventuali colpevoli, al momento non direi che palpeggiare e stuprare sia esattamente la stessa cosa. Tutto questo per dire che questa vaghezza e confusione non aiuta a impostare nessuna discussione nei termini corretti. Anche l’impotenza della polizia mi fa pensare: stiamo assistendo a uno spiegamento di mezzi senza precedenti rispetto all’allarme terrorismo, al limiti della militarizzazione, e la polizia presente non era in grado di intervenire per interrompere degli atti criminali? Questo significa che in situazioni di grande affollamento non si può fare comunque granché? Mi pare verosimile, ma forse sarebbe onesto dirlo comunque quando si sceglie di investire tutto sulla pubblica sicurezza. Si parla poi, un po’ a casaccio, di persone in stato di ubriachezza e di furti/borseggi: due cose che non mi paiono del tutto compatibili l’una con l’altra. Quello che emerge è che nel casino generale c’è chi se ne è approfittato in un modo chi in un altro. Era un’operazione “semi-militare”? Sinceramente a me pare un bruttissimo e estremo caso di violenza di branco, ma non mi ricorda l’attacco del Bataclan. Da nessun punto di vista.
  2. C’è stato imbarazzo perché tra i responsabili c’erano alcuni/molti/solo (non saprei quale scegliere, con le informazioni attualmente in mio possesso) rifugiati? Certamente sì. Secondo me qui c’è stata una somma di imbarazzi. L’imbarazzo della polizia che quella notte ha comunicato pubblicamente che non c’era nessun problema, pur essendo consapevole almeno in parte che non erano riusciti né a intervenire in corso d’opera né ad assistere adeguatamente le vittime; l’imbarazzo di chi ha temuto a ragione che un fatto di cronaca del genere potesse essere molto rilevante politicamente, se ben comunicato; l’imbarazzo di quelli come me che, come notava oggi la mia amica Lucrezia, vorremmo e in fondo ci aspettiamo che i rifugiati, specialmente in questo momento e con questo clima, siano bravi, irreprensibili, simpatici, eroici e ben comunicabili. Se ci si mettono pure a delinquere…

Vedo che entusiasticamente molti hanno condiviso un editoriale di Lucia Annunziata che francamente mi pare esemplare per assurdità. Non lo discuterò punto per punto, perché non ne vale la pena. Sottolineo solo un paio di concetti che sono dati per scontati e che a me invece paiono illazioni poco fondate.

3. Quello che è accaduto è stato il primo episodio di uno scontro di civiltà dei nuovi arrivati verso il nostro mondo. Quindi qui suggeriamo che tutti i nuovi arrivati (arabi, nordafricani, siriani, afgani, genericamente islamici o stranieri?) hanno una civiltà comune, che si scontra con la nostra. Che uno dei valori portanti che oppone la nostra alla loro è il rispetto della donna. Che quindi tutti gli appartenenti alla suddetta civiltà (a prescindere quindi di educazione, ceto sociale, religione – o forse sono tutti musulmani? -, età, ma soprattutto circostanze sociali in cui hanno vissuto e vivono) trovandosi sulla piazza di Colonia avrebbero minimo minimo palpeggiato se non stuprato le donne presenti, in quanto espressione della loro cultura. Mi pare che qui si spostino indebitamente i termini della questione.

4. Forse la domanda che dovremmo piuttosto farci è perché QUELLE persone si sono responsabili di atti così gravi. Perché erano musulmani? Direi di no e sinceramente non mi pare ci sia bisogno di argomentarlo. Al limite lo hanno fatto nonostante fossero musulmani (ad essere pignoli, un musulmano davvero osservante non dovrebbe essere ubriaco, né tantomeno strafatto di droghe. Quindi almeno qui le citazioni coraniche le possiamo lasciare stare, non credete?). Forse per darci una risposta dovremmo prima sapere esattamente chi sono, tanto per cominciare. Ammesso, si intende, che non ci interessi meramente strumentalizzare l’accaduto per utilizzarlo a meri fini argomentativi (i rifugiati sono pericolosi versus i rifugiati sono buoni). Direi che un problema sicuramente c’è, probabilmente più di uno.

Ma non mi accontento certo di una diagnosi come quella della Annunziata, che prelude peraltro a soluzioni creative quanto (per fortuna) impraticabili, tipo dare protezione subito a donne, bambini e anziani “per qualunque ragione arrivino” e essere molto più cauti e severi (“un percorso più lungo e approfondito”) con i giovani uomini. Mi pare che questa idea si commenti da sola. Del resto lo stesso articolo cita melodrammaticamente i fatti di Tor Sapienza – ” ricordate Tor Sapienza, la disperazione e la rabbia delle donne che raccontavano (inutilmente) le offese che subivano dai gruppi di giovani immigrati illegali parcheggiati in tutte le case di accoglienza?” – come parallelismo molto malamente scelto. Io lo ricordo benissimo cosa è successo a Tor Sapienza e anche chi lo ha organizzato. Curioso che non se lo ricordi anche la Annunziata, proprio nei giorni delle prime condanne del processo di Mafia Capitale. Insomma, se proprio ci si vuole lanciare in ampie analisi sociologiche, pretendo almeno un po’ di credibilità.

5. Quello che più mi preoccupa è che l’Europa politicamente continua a balbettare, a nascondere polvere sotto il tappeto, a alimentare degrado culturale e sociale, a investire in violenza. Non abbiamo al momento in Europa uno statista che sia in grado di (o sia interessato a) capire e interpretare le vere sfide del nostro tempo, dalle migrazioni (forzate e non) alla globalizzazione, dalle trasformazioni strutturali delle nostre società (dal punto di vista demografico, economico, sociale) alla sostenibilità ambientale. Io vedo un consiglio di Europa che si convoca e decide in base agli “umori” dell’elettorato (e agli interessi privati degli stakeholder principali, si intende) e un mondo dei media che più che informare solitamente agita emozioni (e più basse sono, più vendono). Non mi sento affatto al sicuro e non sono tranquilla per il futuro di mia figlia. Ma francamente non credo che il rischio più urgente e grave che corriamo sia essere palpeggiate da uno straniero ubriaco. Non dico che non sarebbe un’esperienza assai spiacevole, che è toccata a me più volte (soprattutto da parte di locali, in realtà) e che temo che la statistica dica che toccherà prima o poi anche a lei. Ma almeno non mi argomentate che basterebbe tenere fuori dall’Europa tutti gli stranieri per assicurarci uno splendido futuro e un’immediata crescita dei nostri diritti di donne. Questo davvero non sono disposta a berlo.