Il Flauto Magico globalizzato


Avevamo il libro con CD e quindi sapevamo a cosa andavamo incontro. Uno spettacolo bellissimo: funziona come un orologio, coinvolge perfettamente anche i piccoli spettatori (Meryem a metà è crollata dal sonno, ma la colpa era solo dell’orario: fino a quel momento interagiva eccome).

Una sinfonia perfetta di melodie e di lingue diverse, con animazioni azzeccatissime a delimitare un palco di magia pura. Geniale il narratore che spiega la storia “in soldoni”, con un’ironia meravigliosa.

Raramente ho assistito a una rappresentazione che funziona così bene (anche la durata è adeguata) e così ricca di stimoli, con un giusto intreccio di cultura e appagamento sensoriale. Di gran lunga il migliore degli spettacoli de L’Orchestra di Piazza Vittorio: il più ardito, il più ambizioso, il più arioso e azzeccato.

Di eventi e di sbavature


Certe volte vivendo a Roma ci si sente come l’asino di Buridano: lo scorso weekend era talmente pieno di cose da fare con Meryem che la scelta è stata dura. C’erano i musei comunali aperti gratuitamente (ma quelli ci saranno ogni prima domenica del mese), c’erano attività favolose all’Hortus Urbi (che ci viene un po’ scomodo da raggiungere, ma merita sempre)… ma alla fine abbiamo scelto la compagnia di un compagno di Meryem e della sua famiglia e abbiamo optato per due attività congiunte.

Sabato siamo andati alla Maker Faire. La meraviglia. Un universo di idee interessanti, molte delle quali per me assolutamente incomprensibili, ma comunque travolgenti. All’ingresso nel tendono di plastica delle attività per bambini, tra caldo e folla stavo per avere un cedimento strutturale. Ma poi ci siamo trovati con i nostri amici e tutto è stato più semplice. I bambini erano incantati da tutto: razzi che si lanciavano saltando sopra bottiglie di Coca Cola, ragni robot, bolle di sapone telecomandate, cannocchiali di carta. A Meryem è rimasto nel cuore il primo stand dove si è fermata (e infatti ha voluto ritornarci con gli amichetti): si trattava di un circuito elettrico che permetteva, poggiando una mano su della plastilina, di suonare con l’altra mano delle listelle metalliche che producevano suoni come tasti di pianoforte (visualizzati su schermo). L’ho spiegato malissimo, ma il vero colpo di scena per Meryem è stato scoprire che il gioco funzionava anche se la mano sulla plastilina la metteva lei e il suo compagno suonava i tasti, a condizione che si dessero la mano. “Capisci, mamma? La corrente elettrica passa piano piano attraverso di noi e arriva da qui a lì!!!!”.

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Tanto di cappello all’organizzazione. I bambini potevano partecipare a percorsi gratuiti in piccoli gruppi, facendo esperimenti a loro misura per un’ora e mezza. La folla c’era, ma gli spazi erano immensi, tutti attrezzati e interessanti. In cinque ore sono rimasta con l’impressione di avere a mala pena sbirciato qualcosa. Ma complessivamente l’esperienza resta straordinaria.

Il giorno dopo ci eravamo invece iscritti all’OVS Kids Active Camp, attività per bambini all’aperto nella splendida cornice, come si usa dire, dei Fori Imperiali. In questo caso l’impressione è stata purtroppo ben diversa. In primo luogo, gli spazi erano incredibilmente angusti in considerazione dell’afflusso che si prevedeva (le iscrizioni, a numero chiuso, si facevano online). Pochi campi, pochi animatori ben presto stremati dalla ressa e dal caldo, nessuna organizzazione delle attività per fasce d’età (cosa che si sarebbe tranquillamente potuta fare, visto che l’iscrizione prevedeva l’indicazione dell’anno di nascita e persino un’opzione per una delle attività: opzione peraltro assolutamente inutile, visto che poi l’iscrizione dava accesso a tutte le attività indistinatamente). Le file per qualunque sport erano spropositate e il nervosismo di bambini, adulti e organizzatori era palpabile. Persino transitare tra i campi era una sfida, visti gli spazi strettissimi.

La comparsata dei campioni dello sport è stato un privilegio per pochi eletti. Gli altri si sono dovuti accontentare di un paio di interviste stiracchiate al microfono: l’unico aspetto positivo è che la musica, assurdamente martellante, si è interrotta per pochi minuti. C’è voluto tutto il mio amore materno per non darmela a gambe in cinque minuti.

Perché Meryem è riuscita anche a divertirsi. Ha giocato a palla bloccata (gioco che si conferma il più noioso della storia, ma questa è solo la mia personale opinione) sotto l’Altare della Patria, è stata con il suo amico ad aspettare pazientemente il suo turno sotto il sole cocente, ha sopportato una fila per l’arrampicata durata un tempo che ci avrebbe consentito di fare un salto sul Gran Sasso.

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Finalmente è arrivata al suo turno alla parete e, con una certa scioltezza, è arrivata fino in cima. Quando tornavamo a casa in tram, la sera, io ero decisamente oltre il mio limite fisico di sopportazione. Temo di aver sibilato tra i denti: “Ho odiato ogni minuto di questa giornata del cavolo!”. E Meryem, prontissima, con l’occhio lucido: “Anche quando ho suonato la campanella?”. No, maledizione: quando sei arrivata in cima a quella parete, nonostante i tuoi timori iniziali, e hai dimostrato in primo luogo a te stessa che ce l’avevi fatta a raggiungere il traguardo, è stato bellissimo guardarti, Guerrigliera. Un istante meraviglioso in cui i tuoi occhi hanno brillato di orgoglio. Errata corrige: ho odiato QUASI tutti i minuti della giornata del cavolo in questione. Quello no. E neppure quelli in cui mi è parso evidente che tu, nonostante tutto, ti sei divertita. Resto però convinta che tu e gli altri bambini meritiate molto di più di questa organizzazione approssimativa e superficiale.

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3 ottobre


Ci sono delle date che restano nella memoria e nell’esperienza. Una è l’11 settembre, quel momento in cui tutti ricordiamo dove ci trovavamo e cosa stavamo facendo quando è arrivata la notizia.

Per noi il 3 ottobre è un’altra di queste date. Con una differenza: quella tragedia, straordinaria per proporzioni, continua a ripetersi senza sosta, giorno dopo giorno.
Questo video dell’UNHCR lo spiega bene. Dal 3 ottobre 2013 a oggi sono morte almeno altre 3.000 persone nelle stesse modalità. Ed è un numero per difetto.

Non sono tragiche fatalità. E’ la precisa volontà di non voler nemmeno immaginare alternative per chi fugge dalla guerra e dalla disperazione. Questa volontà politica, basata sull’assunto che la nostra vita (e anche il nostro superfluo) valga intrinsecamente di più della vita di milioni di altri esseri umani, oggi più che mai mi fa orrore. “Un giorno ci faranno i film, e piangeremo“, ha scritto una volta la mia amica Anna Lo Piano.

Tutto è lecito…


Ricordo una lettura del primo anno dell’università, intitolata: “Assiriologia. Apologia di una scienza inutile”. Se c’era una persona convinta dell’assoluta importanza degli studi di nicchia, quella ero io. Forse, in un angolino del mio cuore, lo sono ancora. Le cose inutili sono spesso belle, gustose, sfiziose. Il fascino dei sentieri non battuti appaga di per sé e ripaga di solito dalla vaga sensazione – che talora si affaccia – di essere fuori da quelli meglio frequentati non per scelta, ma per insufficienza o per incapacità.

Vengo da un paio di giorni intensi di convegno dove, forse per la prima volta, ho avuto la netta sensazione che avrei fatto meglio a non andare. Io li amo, i convegni. Ne ho organizzati anche alcuni, sui temi più improbabili. E allora perché questo disagio fastidioso, questa sensazione di essere un marziano tra quegli accademici, pur affabili, che al contrario parevano spassarsela abbastanza (come facevo io, ai tempi)? Forse la prima considerazione è che mi sentivo in colpa per essere stata invitata a parlare a quel tavolo. Non sono un tipo particolarmente modesto e non è che mi sentissi, di per sé, inferiore agli altri relatori. Semplicemente, non ero la persona giusta da invitare. Forse una decina d’anni fa lo sarei stata, forse nemmeno.

“Tutto è lecito, ma non tutto giova”. Sentire citare questa frase da una delle relatrici mi ha lasciato con la sensazione che forse il punto era proprio quello. Onestamente se il convegno fosse stato sui culti fenici o su questioni più proprie al mio io di accademica improbabile, non so se avrei avuto la stessa sensazione. Ma mi sa proprio di sì.

Sarebbe stato più utile e mi avrebbe giovato di più andare a parlare di rifugiati a un paio di persone in un comune della Valtellina. Con buona pace di José de Acosta, a cui va tutta la mia umana simpatia.

Di pattini a rotelle e di perseveranza


L’altro giorno ho accompagnato Meryem alla lezione di pattinaggio e, mentre la guardavo con la coda dell’occhio, ho ricordato con assoluta precisione quando su una pista del genere c’ero io. Fino ad ora, infatti, lei a pattinaggio era una principiante assoluta e io lo sono stata in un’età di cui non ho ricordi molto distinti. Ora invece ha cominciato ad esercitarsi nella modalità che è stata mia dalle elementari alla terza media.

Il pattinaggio artistico si pratica provando e riprovando. Giri intorno alla pista e provi una figura, un salto, una trottola. Una successione precisa di movimenti che deve diventare automatica e, allo stesso tempo, perfettamente controllata e consapevole. E allora succede che ripeti due, tre, dieci, venti volte quel movimento, prima su un rettilineo e poi sull’altro (o, se serve, sulle curve).

C’è qualcosa di zen in questa gara con se stessi. L’allenatore corregge individualmente e individuale è la maggior parte del lavoro. Millimitro dopo millimetro, pazientemente, si progredisce. Ricordo come oggi lo sguardo determinato della mia amica Giovanna mentre provava quell’axel che io ho sempre “rubato”, arrivando nella migliore delle ipotesi a un giro e un quarto su un giro e mezzo. Quell’espressione che lei aveva negli occhi a me è sempre mancata (e forse non casualmente io prima in una gara non sono arrivata mai).

Se si ripensa al pattinaggio a distanza di molti anni si tende a ricordare le gare, i saggi. L’attesa dell’esibizione, in cui io puntualmente mi sedevo a bordo pista bucandomi i collant con le schegge di legno. L’emozione di salire su un podio e il leggero panico di cadere rovinosamente, davanti a tutti. Ma quei pomeriggi passati a imparare la disciplina, quei tentativi certosini di riuscire, quel carico di frustrazione da masticare poco a poco, senza mai rilassare le braccia, no, non me li ricordavo. Eppure sono stati quelli la parte più importante.

Una tortura, direte ora voi. Come puoi pensare di far vivere questo a tua figlia? Ribatto, in primo luogo, che io non posso sapere se per lei sarà diverso. Magari ha più talento di sua madre e riuscirà con meno fatica. Ma l’obiezione più sostanziale è che poche cose per me sono state formative quanto il pattinaggio. Merito certo della mia allenatrice Cinzia Forghieri, ma anche di quel necessario allenamento alla perseveranza che tutte le discipline sportive richiedono. Ultima obiezione, non irrilevante: una delle prime gioie profonde della mia vita di cui ho memoria è la sensazione di pattinare con il vento nei capelli. Io, sola, con le mie forze. Sola con i miei pensieri. Sola con le cose che sapevo fare e tutte quelle che non mi riuscivano. Su quei pattini io non sono stata tanto spesso soddisfatta di me stessa, ma certamente ho imparato a fare i conti con onestà con quel che ero e quello che potevo (o non potevo) diventare. Su quei pattini sono stata davvero io, completamente.

E ovviamente se poi vorrà smettere, finito l’anno, potrà farlo! 🙂

L’ennesimo naufragio…


Ancora stamattina, sull’autobus, parlavo al telefono con un collega con parole che ormai per noi sono abituali: Mare Nostrum, Frontex Plus, Triton… Poi mi siedo alla scrivania e trovo sulla bacheca della mia amica Veronica il link a questo video.

Mi sono vergognata, perché anche noi, in realtà, ci siamo assuefatti a chiamare queste cose con un termine tecnico, a volte con una sigla. Anche noi, che pure i rifugiati li incontriamo tutti i giorni, abbiamo perso il conto dei naufragi e non riusciamo a piangere per ciascuna di queste persone.

Io vorrei davvero che tante persone, soprattutto quelle che dicono che queste operazioni di salvataggio non ce le possiamo permettere, guardassero questo video e seguissero i dieci episodi che Rai 3 trasmetterà in prima serata da lunedì 29 settembre (bravi!).

“Adesso le potete vedere per la prima volta, adesso possiamo capire cosa c’è dietro il titolo «Tragedia in mare, si ribalta gommone al largo delle coste italiane», così frequente e ripetuto da diventare facile pretesto per rifugiarsi nell’indifferenza dell’ineluttabile”.

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Errori da genitore (e una lista non basta)


Vedo oggi rilanciato qui e là sui social un articolo che avevo probabilmente leggiucchiato a suo tempo e che ha un titolo decisamente accattivante: Dieci errori comuni che oggi fanno i genitori (me inclusa). Toh, è stata la mia prima reazione, guarda che brava questa giornalista che riesce a comprendere l’infinito in 10 punti soltanto! Perché chi mi conosce lo sa: che i genitori come fanno sbagliano è una delle mie poche certezze. Sbagliavano i miei, per tanti versi iperstrutturati e iperattenti; sbagliano le madri trasandate come me; sbagliano diversamente – ma pur sempre sbagliano – le madri che ci si applicano a tempo pieno o quasi. [E i padri? Mi dirà qualcuno. Sì, si. Anche i padri. L’immagine però mi è venuta al femminile perché nella mia esperienza in ancora troppo circostanze alla fine le questioni quotidiane se le smazza la madre con i suoi emissari].

Al di là della pretesa del titolo, i contenuti dell’articolo sono una riproposizione un po’ più articolata e, almeno in parte, documentata (con gli immancabili contributi degli psichiatri di turno) di quel che spesso si finisce per bofonchiare, in una forma o nell’altra: ma non è che noi genitori (o “‘sti genitori”, a seconda di chi parla) ci allarghiamo (/si allargano) un pochino? Io sono convinta assolutamente di sì. Non arrivo a sostenere, come si lascia balenare nell’articolo, che era meglio quando gli adulti si disinteressavano dei minorenni, lasciati a razzolare qua e là, e certamente non li consideravano voce in capitolo sulle scelte della famiglia. Ma il bambinocentrismo fa una certa paura anche a me e, senza essere una specialista di grido, sospetto da tempo che non sia salutare.

“Ma se tu passi praticamente tutto il tuo tempo libero a immaginare attività per tua figlia!”, sbufferà qualcuno dei miei lettori. Touchée. Ma è anche perché io, di mio, altre attività strutturate di famiglia per il tempo libero non ne ho. Aggiungo anche che ritengo in una certa misura giusto e certamente più agevole ritarare il tempo della famiglia in modo che anche i più piccoli lo trovino godibile (per il sacrosanto principio che se il piccolo lui/lei è felice è più facile che lo siano anche i di lui/di lei genitori). Ma arrivati a una certa età (e, ahimé, mia figlia ci è arrivata) penso che sia un nostro preciso dovere cominciare a passare il messaggio che loro in effetti non sono al centro dell’universo. E che, passatemi il brutto termine, non sono loro a “comandare”.

Questo mi ha fatto pensare molto, durante questa settimana un po’ turbolenta. Già l’anno scorso avevo iniziato a esplicitare a Meryem il concetto di responsabilità. Alla fine, sono io che devo decidere se prendere l’ombrello o no, oppure se è il caso di fare tardi una sera. Posso consultarla, ma non posso lasciare a lei il peso di una eventuale decisione sbagliata. Perché ogni scelta che si fa solitamente ha delle conseguenze.

Credo che a questo punto una riflessione guidata sulle conseguenze delle scelte si imponga più che mai. Perché io ritengo importante che Meryem inizi a rendersi conto che se lei decide di lasciare la cartella a casa della tata poi sarò io a dover variare i programmi della mattina successiva. E non è ovvio. Il tutto per dire che non faccio mistero a mia figlia di desiderare molto che lei apra gli occhioni sul resto della comunità, considerando i coprotagonisti della sua quotidianità (i compagni, i maestri, la tata e persino io, sua madre) altrettanto degni di attenzioni e considerazione di quanto lo sia lei stessa.

E’ troppo presto? Non credo. Semmai è un po’ tardi. E quel che certo è che gli adulti più o meno genuinamente abnegati e proni a qualunque capriccio dei pargoli, propri o altrui, non facilitano l’impresa.

Scimmi-otto


Mio padre mi proponeva spesso un giochino che era una specie di tormentone, uno strazio e un divertimento allo stesso tempo. Lui iniziava dicendo: “Scimmi-uno” e io dovevo rispondere “scimmi-due”. Si andava avanti così finché io non dicevo “scimmi-otto” e lui a quel punto chiosava “…che sei tu!”. Suona abbastanza idiota a scriverlo e vi assicuro che lo è abbastanza anche a farlo. Eppure siamo andati avanti per anni.

Mi tornava in mente questo giochino perché davvero mi rendo conto che Meryem è una scimmietta, imita posture e espressioni con una rapidità disarmante. Sabato pomeriggio la vedevo a Villa Pamphili, mentre aspettava il suo turno per colpire la pignatta: mani dietro la schiena, una mano pogiata sul gomito e le spalle un po’ curve (orrore!), con la posa inconfondibile che aveva mio padre e di conseguenza ho anche io. Il papà di un amichetta di Meryem, amico di vecchia data dei miei cugini, mi ha confermato: “Sì, me lo ricordo tuo padre in quella posizione, insieme a tuo zio. Era proprio quella la postura di tutti e due”.

Sempre più spesso la sento utilizzare le mie frasi, le mie spiegazioni, le mie battute. Tremo sentendola far sue anche le mie ansie, la mio ossessione di fare tardi, i miei sfoghi che vorrei di un istante e che invece, attraverso di lei, hanno vita più lunga di quanto sarebbe auspicabile.

Gli occhi e i lineamenti si avvicinano a quelli del padre, ma la struttura logica delle argomentazioni mi è paurosamente familiare. Ora capisco perché molti genitori, compresi i miei, cercano di non perdere mai il controllo, di riflettere prima di ogni parola davanti ai figli. Mi fa terribilmente paura il pensiero di influenzarla così facilmente.

Ma allo stesso tempo, così come ho pensato ancor prima che nascesse, lei è proprio lei. Non è la copia di nessun altro. Lei che oggi, fierissima della sua camicia turca, inizia la seconda elementare, curiosa di scoprire cosa ci sarà di diverso rispetto alla prima. Buon anno, straordinaria scimmiotta!

Aiuto


Sono giorni convulsi, al lavoro, e se da un lato amo quella sensazione di cervello sovraccarico che mi fa sentire efficiente e viva, dall’altro finisco per essere distratta e nervosa nelle incombenze più quotidiane. Due giorni fa, a metà di una mattinata intensa, decido di prendermi la solita breve pausa caffè. Afferro il telefono e getto un’occhiata distratta al display. Visualizzo il nome di mia madre e l’oggetto del suo messaggio: “Aiuto”.

Mia madre ha compiuto 88 anni. E’ arzilla e relativamente in buona salute, ma la scorsa primavera ha avuto un ricovero d’urgenza. Vive sola. Tutto ciò per dire che mi sono presa un mezzo infarto. Ecco là. mi sono detta, me ne sto qui nel mio bunker assorta in questioni di lavoro e magari lei mi stava chiedendo aiuto un’ora fa, o magari di più. Che razza di persona sono. 

Ancora in preda all’ansia, si comincia però a far strada un barlume di consapevolezza nella mia mente confusa. Sì, ok, ma perché lo visualizzo così? Mica è una chiamata persa. E neppure un sms. Mia madre non usa what’s up. E allora che cos’è? Elementare, Watson. Una mail. Ora: se una persona si sente male all’improvviso, ti pare che si mette a scrivere una mail, tanto più che lei è solita farlo dal computer e non dal cellulare (sì, lei è solita mandarmi mail, molto più assiduamente di molte altre persone che frequento). 

Il livello d’ansia cala un po’, mentre apro il messaggio, che recitava, testualmente:

“Cara Chiara, siccome stiamo per riprendere la lettura della Bibbia, mi sono procurata il testo di Rashi sul Deuteronomio. Soltanto che mi imbatto in termini di cui ho dimenticato il significato esatto. Potresti suggerirmeli? peshat, midrash, aggadah. Grazie. A presto. Mamma”

Ora ditemi, onestamente: come pretendo di avere una vita normale, o addirittura di essere una persona normale? Vi rendete conto, sì, di quale storia familiare ho alle spalle e non solo? E vi prego di notare che mia madre, dei miei genitori, era decisamente la più equilibrata e “ordinaria”.

Perché mi piace Pechino Express


Ammetto che talora mi compiaccio di una certa aura intellettuale che mi viene attribuita da chi mi conosce superficialmente. Non la smentisco, diciamo. Quando guardo streaming di buona qualità su MyMovies, in genere lo twitto. Mi è capitato di recensire, anche qui, libri e film di un certo grado di impegno.

Ma non faccio nemmeno mistero di essere spettatrice abbastanza fedele di Pechino Express. Non dalla prima edizione, che ho perso (la conduzione di Emanuele Filiberto non so se l’avrei retta), ma a partire dalla seconda stagione. Ieri quindi ero sintonizzata su Rai 2, a fantasticare davanti all’oro degli stupa birmani, in compagnia di un piccolo gruppo di ascolto tutto social, dislocato qua e là per la Penisola.

Non starò qui a sostenere che si tratti di un programma irrinunciabile, incentrato su un attento approfondimento delle culture locali e denso di riflessioni filosofiche. Niente di tutto ciò. E’ un programma di intrattenimento, che si avvale a piene mani delle formule abbastanza sicure (e talora un po’ stereotipate) per accattivarsi il consenso del pubblico: le modelle smorfiose, i bellocci, i ricchi antipatici… Però ci sono alcune cose che apprezzo e che, secondo me, rendono la visione non solo tollerabile (il che, in prima serata RAI,  di per sé una notizia), ma persino godibile.

1. C’è una certa autoironia di fondo, un sottile prendersi in giro accentuato certamente dalla conduzione di Costantino della Gherardesca. Manca del tutto l’insopportabile trionfalismo da villaggio turistico di serie B e anche le affettazioni di amore tra i concorrenti che hanno il potere immediato di farmi cambiare canale.

2. Il gioco è divertente. Oggettivamente. Non inutilmente estremo, non umiliante, non insultante. Il turpiloquio è assai limitato.

3. Il pregio maggiore è che fa entrare nelle case, sia pure in pillole facili da ingoiare, il concetto che c’è un mondo, là fuori. Un mondo fatto di storia, di popoli, di religioni, di gente di tutti i tipi, di ricchezza e di povertà. Talvolta, peraltro, si butta là una testimonianza forte (penso alla visita ai luoghi della guerra del Vietnam, lo scorso anno), con un’aria di leggero understatement, ma sempre con sobrietà e rispetto. A volte gli approcci alle culture locali sono un po’ goffi, ma non si ridicolizza mai. Certo, non è un documentario. Ma si annusa, eccome. E magari dietro queste riprese leggere a qualcuno viene il dubbio che il mondo non sia proprio come ce lo raccontano i telegiornali. O quantomeno qualcuno si renderà conto di quante cose non ci vengono mai raccontate. Aspetto con curiosità che il viaggio arrivi in Malesia e Indonesia, per vedere finalmente la televisione che si imbatte un Islam meno stereotipato del solito.

4. E’ un programma che, più di altri, si presta a una visione social. Suvvia, non si può twittare come matti seguendo un film o uno sceneggiato. Ma Pechino Express, come tempi e come spunti, è perfetto. E, non casualmente, l’account del programma (@PechinoExpress) e lo stesso conduttore (@CdGherardesca) offrono tutto il supporto possibile, proponendo in tempo reale immagini, battute, filmati.

Insomma, bravi. L’unico effetto collaterale è una voglia spasmodica di viaggiare per l’Asia da parte a parte, non necessariamente in autostop, ma insomma, neanche in villaggio Valtour. Diciamo che la lista dei Paesi dove vorre assolutamente andare si allunga di puntata in puntata. Non mi basterà una vita, temo.

P.S. Però alla prossima edizione pretendiamo la squadra dei blogger.