Rinuncia


Circa un mese fa (si era nel periodo del capodanno cinese) una mia collega ha accompagnato una classe di studenti romani a visitare il tempio buddhista. Le monache (che in realtà preferiscono essere chiamate maestri) hanno invitato studenti e professori a pescare un bigliettino con un consiglio, un invito o un presagio per l’anno entrante. Hanno chiesto alla mia collega di pescarne uno anche per me, che non ero presente, e lei diligentemente lo ha pescato e se lo è fatto tradurre, per potermi trasmettere in messaggio.

Il mio bigliettino recitava, mi dicono, un invito semplice ma corredato di punto esclamativo: “Rinuncia!”. “E a che mai devi rinunciare, tu?”, è stato il commento stupito della mia collega (evidentemente sono nota per una certa, diciamo, essenzialità di vita). Io avevo un sospetto, in effetti, che mi è stato poi confermato da una seconda monaca buddhista che ho incontrato, casualmente, quella sera stessa: “Rinuncia per noi non è privazione. Significa staccarsi da qualcosa che ci procura sofferenza”.

Ho meditato a tratti su questo bizzarro messaggio, che mi è stato così rocambolescamente recapitato dal destino. Qualche sera fa ho avuto una conversazione che mi ha aiutato a mettere a fuoco un po’ meglio cosa penso significhi per me. Vediamo se riesco a metterlo nero su bianco, in una specie di parafrasi.

“Cara Chiara,

forse dopo tanti anni passati a cercare di far combaciare la tua vita, il tuo aspetto e la tua quotidianità con quelle che ritenevi essere le tue aspettative ti sarai resa conto che il risultato non è granché. Non assomigli neanche lontanamente alla persona che fin dalla terza media sogni di essere. Non assomigli alla sottile biondina che si è messa e tuttora è sposata al tizio che eri convinta che ti amasse per la tua superiorità intellettuale (e, con senno del poi, diciamocelo: meno male che non era così!). Non assomigli alle donne in carriera che non sai nemmeno bene come siano fatte. Non assomigli alle tue longilinee colleghe poliglotte dell’ufficio internazionale, tanto meno a un funzionario delle Nazioni Unite. Non assomigli nemmeno a tutte quelle serene donne felicemente sposate, con diversi figli graziosi, che sfoggiano il solitario ricevuto per l’anniversario del matrimonio e che almeno una volta hanno fatto un weekend romantico a Parigi.

Non hai viaggiato molto, non sei una ricercatrice universitaria, né una romanziera, né una fotografa. A un certo punto ti è stato abbastanza chiaro che, nonostante le ferme convinzioni di tuo padre, non solo non sei un genio, ma ci sono moltissime cose che non sei capace di fare. Non continuiamo, non era mia intenzione deprimerti.

Al contrario. Ho una fantastica notizia per te. Non sei male per niente. Se sei onesta del tutto, a tratti ti sorprendi ad apprezzarti. E allora sai che ti dico? Rinuncia! Non ci provare nemmeno a corrispondere a quell’idea di felicità, di realizzazione, di successo. Smetti serenamente di misurarti con quel metro lì. Guarda la tua vita, persino quel tuo passato di cui non sei fiera, per quello che è. Sei peggio di cinque e meglio di dieci. Sei tu, semplicemente. Datti una pacca sulla spalla, sorriditi e cammina. Buona strada, vecchia mia”.

Cosa muove il cuore


Da quando ho scritto lo scorso post mi gira in testa un pensiero, che non riuscivo a tradurre in parole. Poi ieri sono andata alla presentazione di un libro molto speciale, di cui forse vi parlerò più diffusamente e forse no (per ora lo vedete nell’immagine qui a fianco) e padre Giovanni Ladiana ha tradoto quel pensiero confuso in una frase precisa e tagliente.

“Se mi chiedo cosa devo fare, finisco per cercare la risposta nelle urgenze. Piuttosto mi devo chiedere cosa muove il mio cuore nelle cose che vedo, che penso, che scelgo e anche che faccio. Cosa mi consente di non cedere alla tentazione di far dettare la mia vita dalla paura, dalla rabbia, dalla ndrangheta. In mano a chi ho messo la mia coscienza. Cosa, pur nella tenebra fitta, continua a far luce dentro di me”.

Mi sono ricordata di cosa ha scritto una mia collega del JRS in Siria:

Spesso mi chiedono se non trovo deprimente lavorare per il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) in questo contesto. Per certi aspetti, se io lo permetto, lo può essere. Il contesto in cui lavoriamo è tutto meno che spensierato. E’ facile sentirsi sopraffatti da un senso di fallimento, dolore e lutto per ciò che abbiamo perso, come comunità mondiale, per come abbiamo deluso il popolo siriano.

Di solito quando mi sento così, succede qualcosa – una conversazione, una mail, un incontro casuale – che mi ricorda che ho il privilegio di lavorare con persone che sfidano ogni giorno questa follia. Loro mi ispirano, anche dopo quattro anni della stessa violenza insensata. In tutta la regione, i miei colleghi stanno lavorando senza sosta per distribuire aiuti umanitari essenziali, istruzione, supporto emotivo, assistenza e soprattutto speranza a chi soffre ed è minacciato quotidianamente dalla banalità della morte.

Lo fanno senza lamentarsi, senza chiedere molto. Lo fanno perché credono che sia loro dovere di cittadini nei confronti di altri cittadini come loro. Anche se siamo tutti diversi per fede religiosa e nazionalità, condividiamo una profonda fede nella nostra comune umanità.

Padre Giovanni ieri parlava di Reggio Calabria come di un contesto in cui ogni possibilità al momento è chiusa, completamente. Padre Nawras, un altro gesuita straordinario di cui vi ho parlato qualche volta, oggi della Siria parla così:

In tutta onestà, è come se fossimo stati più vicini a una soluzione nel 2012/2013 di quanto non lo si sia adesso nel 2015. Sia l’inizio, sia la fine di questa follia sono due punti così distanti che ora come ora non vediamo altro davanti a noi se non oscurità senza fine.
Che speranza abbiamo?
Per i nostri figli – nessun futuro da offrire.
Per i nostri anziani – lapidi senza nome, case vuote, il dolore di seppellire i figli.
Per noi – solo esistenze distrutte.

(La sua lettera completa, da leggere per intero, lo trovate qui).

Ho letto poche pagine del libro di padre Giovanni. Nelle prime pagine lo si descrive su uno scoglio a picco sul mare, vicino Catania, intento a pensare, a ricomporsi, a permettersi di avere dubbi e anche paura. A ricordare a se stesso che se si hanno i piedi ben piantati a terra, come spesso le persone assennate esortano a fare, non si potrebbe muovere un passo. Si resterebbe inchiodati sempre nello stesso punto. Bisogna avere le mani a terra e i piedi in cielo.

Ieri Giovanni ha ricordato di quando, dopo il martirio dei gesuiti in Salvador, chiese a Pedro Arrupe di essere mandato là. Lui, come altri gesuiti entusiasti, che si sono riconosciuti sempre nei documenti coraggiosi di quella congregazione generale 32 che parlava di giustizia come parte irrinunciabile della missione di un gesuita e di un cristiano. Padre Arrupe rispose a quei giovani che si rallegrava che, mentre tanti chiedevano di lasciare la Compagnia, ci fossero altri che invece trovavano rinsaldata in quel martirio la loro vocazione e poi ricordava che si può dare la vita in un momento, ma anche dare la vita in ogni momento, tutta la vita.

Non tutti siamo chiamati ad essere eroi. Certamente tutti troviamo noi stessi, la nostra dignità e anche – ne sono convinta – la nostra felicità nell’essere uomini e donne che non abbassano la testa. Non si tratta necessariamente di chissà quale disobbedienza e obiezione di coscienza. Il più delle volte ci è chiesto solo di non tenere gli occhi bassi e fissi sulla nostra quotidianità, più o meno grigia, e di ricordarsi di guardare anche l’orizzonte.

Cosa muove il nostro cuore?

Rifugiati: quali domande vorrei sentire


Si fa un gran parlare di sbarchi, di naufragi, di arrivi e di ISIS in Libia in questi giorni. Eppure ho la sensazione che le domande poste dai giornalisti non servano a far capire di cosa davvero si stia parlando. Ascolto queste trasmissioni, anche con ospiti competenti (non solo i talkshow pattumiera), leggo le bacheche di amici e conoscenti e l’insoddisfazione continua a crescere. Avete presente quando uno fa uno sforzo supremo, si prepara, affronta un discorso importante e poi realizza che l’interlocutore è comunque lontano mille miglia da quello che volevamo dire?

E’ vero che i rifugiati costano 30 euro al giorno? E’ vero che con la crisi non c’è lavoro per gli italiani figuriamoci per loro? E’ vero che i barconi possono essere utilizzati dai terroristi per infiltrarsi? Ma non si potrebbero fare accordi con i Paesi di transito perché se li tengano lì? Non si potrebbe pattugliare meglio le coste per evitare le partenze?

Le domande incanzano e certo, a tutte c’è una o più possibili risposte. A volte i sì e i no non bastano. Ma soprattutto io comincerei da due concetti preliminari.

1. Un esercizio. Guardate una delle persone distrattamente inquadrate dalle telecamere a Lampedusa o sulle motovedette che li hanno soccorsi. Uno che si è messo su un barcone, a volte con i suoi bambini, consapevole che poteva morire. Uno che, in molti casi, ha già visto molte persone morire durante il viaggio e nonostante questo continua a pagare tutto quello che ha e a volte quello che non ha per continuarlo, quel viaggio. Cercate di immaginare perché lo fa. Documentatevi un minimo sui Paesi di origine. Leggete le storie di queste persone. Provate a chiedervi cosa avreste fatto, voi, al suo posto.

2. “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Costituzione Italiana, principi fondamentali, art. 10. Vi pare troppo? Abbassiamo il tiro, allora. “Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”. Convenzione di Ginevra, art. 33. E sì, l’Italia è uno Stato contraente. Perché continuiamo a chiederci come fare a respingere queste persone in fuga? Come possiamo evitare che partano? Come essere sicuri che si fermino altrove? Hanno diritto di arrivare. Hanno diritto di chiedere protezione. L’Italia ha il dovere di esaminare le domande di protezione e ha facoltà di verificare se sono fondate o meno. Se non lo sono, esistono leggi che stabiliscono le modalità di espulsione, ovviamente dopo aver usufruito del diritto a fare ricorso. Ma una cosa è certa: il respingimento preventivo è illecito, in ogni caso.

Altre sono le domande che dovremmo porci. Faccio solo due esempi.

1. Non riusciamo a accogliere in forma adeguata e dignitosa? Perché? Come utilizzare gli investimenti in modo più efficace e trasparente?

2. Muoiono migliaia di persone nel tentativo di accedere al loro diritto di chiedere asilo. Cosa si può fare per evitare questa strage e, allo stesso tempo, combattere efficacemente le organizzazioni criminali che lucrano sulla disperazione altrui?

Sui talkshow


Da tempo evito di guardare programmi serali che non farebbero che aumentare la mia frustrazione e il senso di impotenza che provo sempre più spesso. E’ una sorta di regola che mi sono data e ieri l’ho violata clamorosamente. Mi segnalano che a Ballrò interviene Monsignor Perego, una delle persone più competenti e profonde che conosco in tema di migrazioni. Ok. Cedo. Sapevo che mi sarei pentita e infatti è stato così. Anche perché altri ospiti della trasmissione, oltre a Carlotta Sami dell’UNHCR, erano Salvini e Sallusti. E qui stendo un velo di autocensura, perché davvero un “dibattito” così non merita commenti o considerazioni specifiche. Ve lo potete immaginare facilmente.

Però una considerazione più generale voglio farla e condividerla con voi. Qual è esattamente la finalità di questi numerosi talkshow serali, che mi pare ambiscano a commentare i principali fatti di cronaca e di politica? Pensiamo positivo. Immaginiamo che servano a dare a chi guarda un’occasione di approfondire, capire meglio, soffermarsi per qualche minuto su dei concetti al di là dei frenetici strilli delle ultim’ore.

No, basta pensare un attimo per realizzare che non deve essere questa la finalità. Perché altrimenti questa smania del contraddittorio a tutti i costi non si capirebbe. Soprattutto, visto che lo spazio è ridotto, ridottissimo, si cercherebbe di lasciare la parola a chi ha qualcosa di concreto da argomentare, a chi se ne intende. Non a chiunque abbia aperto bocca sull’argomento, magari per mere finalità ideologiche.

Esempio: se voglio spiegare ai lettori la contraccezione, darò la parola a un medico, a un ginecologo, a un operatore di consultorio. Magari lascerò fuori dalla scaletta il leader religioso folkloristico di turno che, dando sulla voce all’esperto, si metterebbe magari a tuonare che “sono tutte porcherie”. Qual è l’utilità, se non precludere la comprensione del messaggio? Una cosa sono diversi punti di vista o interpretazioni, utili a un inquadramento più completo, un’altra sono le tifoserie e i battibecchi sterili.

Ma, mi si dirà, sarebbe noioso. Un po’ di vivacità ci vuole. Altrimenti la gente cambia canale. Solo questa mi sembra la motivazione giornalistica per dare voce, invece che a bravi divulgatori (rari, ma esistono) a politicanti e personaggi beceri, capaci solo di alzar la voce e fare sfoggio di sfrontatezza.

Se è così (e sospetto che sia così), alzo le mani. Ma la finalità di un talkshow politico impostato così qual è, esattamente? Dare spazio al più prepotente? Rafforzare l’opinione di molti in merito al fatto che la politica non ha nulla a che vedere con la competenza, il pensiero, la correttezza del confronto, il bene comune? Perché certo la parola “informazione” mi pare fuori luogo, in questo caso.

Ieri sera, nella prima parte della puntata di Ballarò, non si è fatta informazione sull’emergenza ISIS o sulle migrazioni. Si è solo dimostrato che Monsignor Perego ha un self control ammirevole, che Salvini e Sallusti sono fedeli ai propri rispettivi ripugnanti personaggi e che le signore in studio probabilmente si mangiavano il fegato quanto me e non sono riuscite a nasconderlo, risultando peraltro “perdenti”.

Esagero? C’è qualcosa che mi sfugge? Illuminatemi.

Immagini di un viaggio clandestino


E’ successo di nuovo. Come già nell’ottobre 2013 Meryem, oggi più grande, mi fa domande precise sui morti di Lampedusa (o piuttosto, del Mediterraneo). Mi chiede perché partono, se molti muoiono. Perché non aspettano il bel tempo, almeno. Spiego, aiutandomi con le persone concrete, che lei conosce. Ricordi Adam, Meryem? Lui è arrivato proprio a Lampedusa, su un barcone. “E ha avuto paura?”. Certo, una paura pazzesca. Non sapeva neanche nuotare. Ma anche il deserto, fa paura, sai? Tantissima paura. “Ma allora quelli che arrivano sono degli eroi. Dovremmo aspettarli quando arrivano a fargli una festa”. Vero, quanto è vero.

Poi arriva suo padre e allora anche lui, come quella sera di ottobre, le racconta il suo viaggio verso l’Europa. Una storia lunga, che lui cerca di sintetizzare in immagini precise.

La strada in montagna, tra la Slovenia e Gorizia. Il cammino di notte, al freddo. La paura. La voce troppo squillante del compagno di viaggio e i tentativi bruschi di farlo stare zitto. E lui che fa ridere tutti con una battuta: “Scusate, da piccolo ho ingoiato un microfono”. Sono ragazzi di 18 anni, comunque, anche se magari da lontano non sembra.

La cella del commissariato di Gorizia. I sudanesi alti e grossi, che all’arrivo del gruppetto di curdi, si stringono in un angolo, spaventati. “Noi a vederli così grossi e neri avevamo avuto paura. Mica eravamo abituati a vedere persone così diverse da noi. Ma poi abbiamo capito che loro avevano più paura di noi”. Un lungo silenzio imbarazzato, poi uno del gruppo di curdi azzarda un saluto in arabo. “Siete musulmani?”. Stupore, sollievo, sigarette condivise.

Ancora quella cella, con le pareti coperte di scritte in tutte le lingue. Finalmente ne scoprono alcune in turco. “Europa, dopo tanti tentativi questa volta sono arrivato”. E poi: “Non vi preoccupate, tra poche ore vi lasciano andare”. Rassicurati dal messaggio di uno sconosciuto, le ore di prigionia passano più leggere.

Ventimiglia, o su per giù. Si aspetta di passare il confine con la Francia. Si tenterà anche di passarlo, quel confine, in un tir dove i 200 passeggeri hanno rischiato seriamente di morire soffocati. Salvati dai controlli di frontiera. Si ritorna a piedi in Italia, in fila indiana, ma cantando e felici di essere vivi. Perché la morte, quella volta, è stata davvero vicina. Si aspetta ancora. Nizam va spesso su un ponte a guardare i grossi pesci che nuotano nel mare sottostante. Gli piacerebbe tornarci in quel posto, pieno di grotte che all’epoca pullulavano di stranieri in attesa di andare oltre, alla tappa successiva. I ragazzi si rasano la prima barba nel mare, con un rasoio di plastica comprato in una botteguccia del paese. Forse la stessa dove Nizam comprava il necessario per un picnic: insalata, pomodori, pane e… come si dirà “sale”? Gesticola, non riesce a spiegarsi. “Insomma, sual!”, sbotta lui in zaza. Magia del sostrato comune indoeuropeo, il negoziante capisce.

Il treno da Parigi a Amsterdam. Su consiglio di un parente, Nizam non si siede con gli altri stranieri a fare casino e fumare. Compra un inverosimile giornale francese e si siede davanti a una vecchietta. A un certo punto fa per alzarsi, ma vede arrivare la polizia. Si risiede e finge di addormentarsi sul colpo. Il poliziotto cerca di svegliarlo, lui continua a fingere di dormire, mugugna, allunga il biglietto. Se la cava così. La vecchietta non lo tradisce. Quando riapre gli occhi la vede sorridere e portarsi un dito sulle labbra: “Ssssh”.

Ultimo flash. Casa del fratello in Olanda, finalmente una doccia. Quando ne esce vede che il fratello ha preso i suoi vestiti, comprati nuovi dieci giorni prima per partire per l’Europa, una camicia e dei pantaloni eleganti, e li ha buttati senza pietà nella spazzatura. Lui corre a ripescarli. “Ma sei matto? Li lavo!”. Ma poi si rende conto anche lui. Li ha addosso da allora. Lavarli non basterebbe.

La storia continua, diventa per un tratto anche la mia storia, la nostra storia. Meryem ascolta, immagina, ride, si spaventa e cerca di capire. Perché la prigione, la polizia, la fuga? Cerchiamo di spiegare. Ma la verità è che, se devo essere del tutto onesta, una spiegazione convincente non esiste. E’ solo vita. Di molti. In questo caso anche sua, nostra.

La teoria. E poi noi, io.


In queste ultime settimane ho fatto almeno due letture che avrebbero dovuto accrescere le mie competenze di genitore e di educatore di fatto. La prima, che potrei definire la pars construens, era I bambini pensano grande, di Franco Lorenzoni. In realtà sono state pagine dense e stimolanti, che mi hanno aperto interrogativi più che sostenermi nelle esitazioni quotidiane. Avevo in mente di parlarne più diffusamente, ma alla fine vedo che i tempi si allungano e rischio di non parlarne affatto, quindi mi tolgo il pensiero qui (riservandomi di tornarci poi). La domanda principale è un po’ il dubbio che mi assale ogni volta che incappo in un educatore pensante (dal vivo o dalle pagine di un libro) e che richiama in qualche modo il principio di indeterminazione di Heisenberg: quando lo strumento di misurazione (il maestro, in questo caso – passatemi il parallelismo approssimativo) va così a fondo, è abbastanza evidente che “il misurato” (ovvero gli alunni) non potranno che esserne influenzati. Il che va benissimo, eh. L’insegnamento mica ha l’obiettivo dell’oggettività. Però alla fine mi chiedo dove sia il confine tra un percorso di ricerca tutto personale dell’educatore e il “servizio” che l’educatore stesso è chiamato a offrire a ciascuno di quei bambini. Pippe mentali, insomma, lo capite da soli. Sempre di compromessi si tratta. E per giunta io finisco per chiedermelo con insistenza soprattutto quando l’educatore in questione esce dalla routine idiota e ci mette del suo, cioè quando si assume almeno la responsabilità più ovvia del suo lavoro. Insomma, non capisco cosa sia questo tarlo che mi impedisce di essere pienamente entusiasta.

Finito quel libro, mi sono data alla lettura di Lei così amata, di Melania Mazzucco. Peggio che andar di notte. A un certo punto di una lettura già di suo piuttosto angosciosa mi è saltato all’occhio un paragrafo terrificante.

“I nostri figli dipendono da noi – assorbono ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni elogio e ogni divieto. Siamo il loro esempio, e ciò che odiano di più. Siamo responsabili dei nostri figli. Essi diventano ciò che siamo e a volte non sappiamo neanche di essere. Sono le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio di noi”.

Vi risparmio, ma forse potrete intuire, che sequela di rimuginamenti mi abbiano scatenato queste poche righe. Si tratta, evidentemente, di una formulazione piuttosto efficace di qualcosa che sento essere vero, anche alla luce della mia esperienza personale. Ma ciò non toglie che mi fa paura da matti. Diventano ciò che a volte non sappiamo neanche di essere. Le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio. Io un po’ me lo immagino, il mio peggio e il mio meglio. So altrettanto bene che la parte di peggio che non so di essere, o che cerco di ignorare di essere, pure non sarà risparmiata a mia figlia. So anche, per carità, che bisogna avere fiducia in lei e nella straordinaria capacità dell’essere umano di reagire alle avversità, in primo luogo ai propri genitori.

Sta di fatto che mai come in questo momento mi sento persa in un viaggio senza mappe e senza bussole, impelagata in un’impresa per cui ogni manuale, dotto o sdrammatizzante, appare puerile. Per dirla con Pedro Arrupe, uno dei miei modelli gesuiti: “Pregare. Pregare molto. Gli sforzi umani non risolvono tali problemi”. Lui parlava di rifugiati, ma credo che si adatti benissimo anche ai genitori. E ai figli, soprattutto ai figli.

Limiti


Ritengo perciò che sia quanto mai vitale approfondire oggi una cultura dei diritti umani che possa sapientemente legare la dimensione individuale, o, meglio, personale, a quella del bene comune, a quel “noi-tutti” formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Infatti, se il diritto di ciascuno non è armonicamente ordinato al bene più grande, finisce per concepirsi senza limitazioni e dunque per diventare sorgente di conflitti e di violenze.” (Dal discorso di Papa Francesco al Parlamento europeo)

In questi giorni sono un po’ ombrosa e storta. Fastidi minori finiscono per combinarsi tra loro e il rimuginìo (si dice?) è alle stelle. Ieri, a un convegno a cui sono riuscita a fare solo una capatina piuttosto fugace, si discuteva un po’ sommariamente (peccato) di temi importanti. A un certo punto, dal cloud acustico di una relazione, si è stagliata un’espressione che mi ha risvegliato: “il senso del limite”.

Ho capito di colpo che la chiave che accomuna alcuni dei miei malesseri di questo momento è proprio questa, il superamento dei limiti.

Istintivamente, per carattere e per lavoro, diffido dei limiti e dei confini. Sono poco tollerante rispetto alla limitatezza, mia e altrui. Guardo continuamente a confini che uccidono e a limiti fisici e ideologici che tolgono dignità. Eppure il limite ha una sua importanza, persino una sua sacralità. E’ esattamente il limite (il dio Terminus, per gli antichi romani) ciò che tutela ogni diritto e di ogni impegno. Creare, in molte mitologie antiche inclusa quella biblica, è esattamente il gesto di separare e mettere dei limiti, senza i quali tutto sarebbe sterile caos, nulla.

Oggi, leggendo un bel post di Veronica sui vaccini, mi trovavo ancora davanti il limite, in forma di dubbio: “dove finisce la libertà di un genitore di decidere se vaccinare o no i propri figli senza nuocere alla collettività?”. E in fondo non è analoga la questione che ci siamo posti, nello choc che ha seguito i fatti di Parigi, rispetto all’eventualità che anche la libertà di espressione debba porsi dei limiti, a tutela delle libertà e dignità di tutti? Giusto ieri, al convegno, si osservava che anche giuridicamente esiste il concetto di abuso del diritto (l’articolo 17 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo è una specie di scioglilingua e ve lo risparmio). In alcuni casi la Corte Europea si è pronunciata in merito all’abuso della libertà di espressione: ad esempio rigettando il ricorso di alcuni svedesi che avevano divulgato volantini contro l’omosessualità in una scuola e avevano rivendicato il loro diritto alla libertà di espressione, oppure condannando il negazionismo (con qualche contraddizione anche recente, però).

Il senso del limite implica consapevolezza e rispetto. Dovrebbe essere il fondamento di tutte le relazioni tra persone, prima che fra gruppi. La facilità di interazione porta, a volte, a superare i limiti. Ancora una volta, c’è una dimensione positiva della permeabilità del limite, della possibilità di superare barriere e ostacoli, di scoprirci più vicini di quanto si creda. Sono la prima sostenitrice di questa specie di magia della comunicazione web. Ma ogni contatto implica una responsabilità. Anche quando si misurano nell’ordine delle centinaia, o delle migliaia.

Negli ultimi tempi, complice certamente un momento di stress particolare, mi sono spesso sentita ignorata, talora persino offesa o ferita dalla trascuratezza altrui. E certamente altrettante reazioni avrò provocato, nella rapidità un po’ superficiale dello scorrere di una timeline o di una conversazione frettolosa con la mente rivolta ad altro. Sempre più spesso mi confronto con esortazioni a mettere al centro se stessi, a ripartire da sé, a valorizzarsi e promuoversi. Ho la sgradevole sensazione che questo punto di vista porti a perdere di vista i limiti che ciascuno di noi dovrebbe porre ai propri desideri, sogni, aspirazioni e esigenze perché ci sia effettivamente uno spazio reale, e non teorico, per l’interlocuzione con gli altri.

E se fosse proprio il senso del limite che dobbiamo tutti riscoprire?

 

Roma plurale


Plurale. Roma è soprattutto così. Ma non ordinatamente multietnica, ben assortita, coloratamente presentabile. Affatto. Roma è caos, contraddizioni, rabbia, spudoratezza. A volte persino becera violenza. Eppure il suo fascino più seducente resta la sua infinita vertigine di varietà.

Improvvisamente mi viene in mente un parallelo calzante: la basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ricordo di esserne stata rapita al primo sguardo. Ma non per la tomba vuota di Cristo, né per il Golgota, comodamente collocato a pochi gradini di distanza ad uso dei pellegrini di tutte le epoche. Piuttosto per quel mosaico ricchissimo e tormentato di riti, di architetture, di comunità. Quella disarmonica accozzaglia che resta tuttavia un luogo unico al mondo, magnetico, intriso di una magia potente.
Roma è così. Però per vederla in questa luce bisogna smettere di guardarla con i parametri razionali di chi giudica e perdersi, farsi fregare, saper guardare nel profondo delle sue contraddizioni. Da quando poi mi capita, sempre più spesso, di visitare comunità religiose straniere la mia visione si è fatta quasi caleidoscopica. Roma è anche le orgogliose piastrelle tunisine della moschea Al-Huda, già garage e oggi sede di progetti culturali e architettonici di respiro internazionale. Roma è la stanzetta in cui la comunità indù di Torpignattara si riunisce in semplicità, per meditare, purificare l’anima e condividere la prashada, l’offerta di cibo, con chiunque ne abbia voglia o bisogno, senza distinzioni. Un singolare miscuglio di understatement e opulenza di immagini, ori e gestualità.
“Dove c’è amore c’è Dio”, mi ha detto inaspettatamente Anup Kumar, che in quel tempio mi ha invitato. “Siamo tutti esseri umani e il mondo ci appartiene”.
Anche nella più nuova delle moschee di Torpignattara di programmi sono a un tempo semplici e ambiziosi. Esserci, prima di tutto. Farsi conoscere per quello che si è. “I vicini erano preoccupati quando abbiamo aperto, dicevano che avremmo fatto casino”, mi raccontano a via Della Rocca. “Ma qui non è mica una discoteca! Per pregare ci vuole silenzio, no? Hanno cambiato idea”. Sono orgogliosi di questi piccoli trionfi, i musulmani di Torpignattara. E sognano attività culturali, convegni, corsi, dialogo interreligioso.
“Il dialogo non è solo possibile. È doveroso”, chiosa con gravità Mohamed Ben Mohamed, della moschea di Centocelle. Mi hanno sempre colpito i suoi occhi pieni di saggezza, leggermente ironici. Le comunità devono avvicinarsi per ritessere un tessuto sociale che rischia dolorose lacerazioni. Parla della necessità di spazi comuni di pensiero e di progettazione.
Penso a lui e a Anup, penso alla loro Roma. Sono qui da più di 20 anni. Parlano dei loro quartieri con passione, con trasporto. Quanti arrivi e quante partenze, loro e altrui. Famiglie, figli, lavoro, comunità intere in transito o stanziali. Progetti di vita, progetti politici, battaglie, lutti. Tutto con Roma come sfondo. Ma sfondo forse è riduttivo. Tutte queste storie, loro, mie, di tutti, sono nel “core di ‘sta città”, quello di cui parla la canzone. Un cuore immenso, infinito, composito e contraddittorio. Perché il mondo è tutto qui, a guardare Roma dall’angolatura giusta. “Siamo tutti esseri umani e il mondo è nostro”. Anup ha proprio ragione.

Noi chi?


“A Roma non abbiamo più niente, hanno tutto loro”. Un commento di una sconosciuta, nulla a cui dare particolare rilievo. “Loro” nel contesto erano i rom. Potevano essere gli immigrati, i musulmani o, perché no, gli ebrei. Non riesco a fare a meno di notare che uscite del genere sembrano moltiplicarsi. Noi, loro. Mi torna alla mente la voce pacata di Antoine Courban, due sere fa. Il professore di Beirut parlava dei cristiani in Medio Oriente, ponendo un problema di identità: identità individuale o collettiva, magari eco di una realtà esterna? La tentazione storica di consuderarsi (per timore) non cittadini, ma minoranza, millet. Un “loro”, per quanto privilegiato, che infatti prima o poi vedrà comparire un difensore esterno, non disinteressato, come ha efficacemente raccontato Lorenzo Trombetta. Quanti finti drammi epistemologici ci ponevamo, da giovani orientalisti. Credevamo sinceramente che quella intellettuale fosse la violenza più grande che noi, eredi del colonialismo, facevamo a quelle terre. Non conoscevamo se non confusamente le vittime odierne.
Noi, loro. Si è parlato della disgregazione degli imperi, degli stati nazionali, persino delle singole vallate e dei villaggi, l’altra sera. Quando le differenze appaiono improvvisamente come ostacoli insormontabili alla reciproca fiducia. Lo raccontava bene un leader indù della comunità bengalese che abbiamo intervistato a Tor Pignattara: da ragazzi, con i connazionali musulmani, ci si frequentava. Ora no, sarebbe inconcepibile. “C’è stato l’11 settembre e loro sono diventati fondamentalisti”, semplifica lui. Insomma, sono successe altrove cose fatte da altri. E due ragazzi non sono andati più in discoteca insieme e oggi due uomini e due comunità si evitano “perché io li conosco, queli là”. Ancora una volta: siamo noi o siamo eco di realtà esterne alla nostra vita e alla nostra esperienza?
L’ho scritto nel post precedente: questo meccanismo per cui un vicino, un collega, un amico diventa un “loro” da evitare o persino da denunciare dovrebbe esserci familiare, grazie a tanti celebrati film e romanzi. Così come quello per cui una persona può diventare illegale con la sua sola esistenza in un luogo. “Se ne tornino a casa loro”. O ci restino. O se proprio non possono, se ne vadano a casa di qualcun altro, “loro”.
Apro una parentesi. Si dibatte del presunto riscatto pagato per la liberazione delle cooperanti italiane in Siria. Persino le menti più aperte si dolgono perché quei soldi, i nostri soldi, potrebbero essere utilizzati (ammesso che esistano) per uccidere altri uomini. Mi viene spontaneo precisare che nei budget dei nostri Stati, annualmente, sono stanziati molti più soldi per uccidere alle frontiere d’Europa e oltre, direttamente e indirettamente. Immagino che chi fa i conti sull’eventuale uso poco etico delle risorse ne tenga conto e si indigni in proporzione venti volte di più. O forse quelle vittime, per lo più ignote, non hanno lo stesso valore delle potenziali vittime nostre del terrorismo? Forse i morti alla frontiera hanno il torto di essere “loro”.
Sempre per restare all’attualità, arrivo a Papa Francesco. No, oggi non è il pugno a interessarmi. Penso invece alla sua vivida descrizione della convivenza e convivialità delle religioni in Sri Lanka. L’ho già scritto una volta qui nel blog: certe volte ci scopriamo vicini di casa e cambia tutto. Diventiamo io e te, non noi e loro. “Noi cristiani, noi musulmani”, spiegava ieri Felix Koerner alla Gregoriana “siamo in pellergrinaggio”. Non c’è noi e loro perché tutti siamo ugualmente stranieri in una terra non nostra. Nessuna terra è nostra, ce lo ricordano di continuo tutte le scienze umane e non solo la Bibbia.
Quando un uomo si specchia nel suo vicino sono sempre successe cose meravigliose: rivoluzioni, gesti eroici, epoche nuove. Non sarà per questo che tutto pare concorrere a riportare alla ribalta un noi contro un loro, o forse tanti noi, sempre più impauriti e arrabbiati, contro tanti loro oscuri, vagamente caratterizzati, che si fondono l’ uno nell’altro? Non sarà puro e semplice timore della trasformazione stupefacente che potrebbero fare milioni di vicini di casa se si guardassero direttamente negli occhi? Isolare, sigillare, creare muri, mettere distanza. Per sicurezza. Questo pare la priorità dei potenti del mondo, che non badano a spese. E quando la barriera non è, o non è ancora, fisica si coltiva la paura di “loro”. Cercandolo con tenacia un nemico prima o poi si decide a essere tale.

Cinque cose che penso su Parigi (e sull’Italia)


Oggi tornavo da una piacevole gita in Maremma in pullman e inevitabilmente i miei vicini di posto commentavano i recenti fatti. Ho cercato di non sentire, ma non ci sono riuscita del tutto. Poi mi sono detta che non si può nemmeno prendersela con le persone, che in buona fede ripetono ciò che suppongono di avere imparato da giornalisti, opinionisti, vicini e conoscenti. Io pure da oggi sarei fiera di condividere le conoscenze acquisite alla riserva di Burano rispetto alle differenze di escrementi (“fatte”) di animali carnivori e erbivori e persino la storia, ben più stupefacente, delle anguille che vanno a riprodursi nel Mar dei Sargassi. Nei giorni scorsi indubbiamente tutti noi abbiamo sentito e letto di tutto: nessuna meraviglia che in una conversazione di condivida con gli amici ciò che ci è parso più convincente.

Ecco, allora proverò a smettere di mangiarmi il fegato e a fare così anche io. Mi limito a qualche punto di partenza per un ragionamento che probabilmente non sono nemmeno in grado di portare avanti fino in fondo, avendo competenze limitate. Ma per studio, lavoro e esperienza credo di avere qualcosa da dire anche io, e allora lo faccio.

1. Il terrorismo è una cosa molto diversa dalla reazione scomposta di un credente particolarmente pio o sensibile. Almeno cerchiamo di partire da questa considerazione. Abbiamo visto in azione dei killer a sangue freddo, non dei fedeli scandalizzati. Che infatti non si sono fatti alcuno scrupolo nell’uccidere altri musulmani. E qui vi dico che io non credo proprio che la satira del giornale francese sia la causa dell’attacco terroristico. E’ stato piuttosto la ragione della scelta di un obiettivo che causasse una reazione violenza, durevole, mediatica e capace di generare odio e reazioni scomposte, da una parte e dall’altra, in modo esponenziale. Massimizzare l’impatto.
Davvero crediamo che una vignetta francese, per quanto offensiva, abbia una rilevanza internazionale tale da organizzare un attentato su questa scala? Certo, la rilevanza la ha adesso: la diffusione globale della vignetta e di tante altre soffiano sul fuoco in tutto il mondo, velocissimamente.
Vi invito a leggere questo articolo di Michael Deacon (in inglese).

2. Se la reazione alle vignette non è la causa, qual è la causa? Qui mi sento solo di fare qualche ipotesi di respiro un po’ più geopolitico (mi si passi il termine, abusato in queste ore). Questo articolo di Donatella Della Ratta mi pare interessante. Aggiungo solo a margine che la nostra idea che l’Europa sia la pacifica culla della civiltà, al centro dell’universo e metro di tutte le cose, dovrebbe cominciare a suonarci un tantino fuori luogo. Viviamo in un continente che esercita sistematica violenza nei confronti di Paesi terzi: economicamente, con le bombe, con le mine, con le forze di polizia. Probabilmente è sempre stato così, ma forse sarebbe l’ora di deporre l’idea idilliaca che abbiamo di noi stessi come esportatori di arte, cultura e democrazia. Un esempio dell’ultim’ora? Non solo ci guardiamo bene dal creare canali umanitari per i milioni di vittime della guerra in Siria, ma cerchiamo a tutti i costi di tappare ogni via di accesso nel tentativo disperato (e costosissimo, sia detto incidentalmente) di scaricarli a qualcun altro o al limite di farli morire fuori dal nostro territorio (si veda questo ultimo articolo di Marta Bernardini e Francesco Piobbichi).

3. Una parolina sulla libertà di espressione, che secondo me non è la causa, ma certamente è stata presa a bersaglio perché simbolo potentissimo dei valori che qui in Europa ci arroghiamo come nostri. Si dice che la satira non ha vincoli di sorta, che questi “altri” devono accettare che da noi non esistono tabù di alcun genere perché siamo liberi e disinibiti. Mi limito ad osservare che non è davvero così. Anche noi abbiamo i nostri tabù. Non credo che si accetterebbero a cuor leggero vignette che scherzano sulla pedofilia oppure vignette pesantemente sessiste (nessuno organizzerebbe un attentato per questo, ovviamente: ma come ho già detto non è questo il caso nemmeno stavolta). Ricordo perfettamente i commenti che suscitò l’inserto di barzellette sui gay pubblicato da Visto. Mi colpì questa frase di Marco Platti (The Queen Father): “Chiedere ai gay di ‘farsi una risata’ e di far leva sulla propria autoironia di fronte ad un inserto in edicola che li deride, è un enorme schiaffo in faccia, perché se solo fossimo trattati con rispetto quando più ne abbiamo bisogno (adolescenza ed infanzia) e se la nostra dignità non venisse continuamente attaccata e sminuita da chi ci nega diritti, forse oggi saremmo in grado di riderci sopra come vorrebbe la Lucarelli e tutti quelli che pensano che la normalità passi attraverso l’esser messi alla gogna con tutti gli altri” (qui l’intero post). Ricordo che già allora pensai che la stessa cosa si potrebbe dire dei musulmani in Europa e dei migranti (specialmente non comunitari) in Italia, la cui dignità viene continuamente attaccata e sminuita da quello che qualcuno chiama violenza della burocrazia (e non solo). Con questo voglio solo precisare che nelle nostre società da sempre vengono rispettati i tabù di chi ha abbastanza potere (non necessariamente politico: economico, sociale, culturale) per imporsi sugli altri. Oltre al fatto che ogni libertà, come ci insegnavano da piccoli, ha come confine la libertà dell’altro (sempre che tutti gli uomini siano uguali, si intende).

4. Sull’Islam non voglio neanche entrare, tanto mi lasciano senza parole certe spudorate manifestazioni di razzismo in cui ci andiamo esibendo (ad esempio questa). Colgo solo l’occasione per farvi notare quanto sia profondamente offensiva l’espressione musulmano moderato (lo spiega bene Luisa Ciffolilli qui). Va da sé che questo è il punto su cui mi mangio il fegato maggiormente. Purtroppo la nostra ignoranza in materia di religioni, nostre e altrui, è tale e tanta che siamo letteralmente disposti a credere a qualunque cosa. E siccome, ammantandoci della nostra cultura laica, siamo pure convinti che la materia sia irrilevante e quindi semplice, crediamo davvero in perfetta buona fede che basti leggere un paio di frasi sul web o rispolverare qualche antica memoria catechistica per essere informati e consapevoli. “L’ignoranza è un’arma di cui avere molta paura”, scrive la giornalista dell’articolo linkato sopra e io non potrei essere più d’accordo.

5. Men che meno voglio entrare qui sul tema migrazioni. Solo un idiota potrebbe pensare che chi arriva oggi in Europa, magari su un barcone in avaria, sia parte di un complotto per islamizzare l’Europa (eppure si dice, si scrive e quel che è peggio si pensa). Osservo solo che questo tema delle cosiddette seconde generazioni (anche questo termine ha i suoi detrattori) è anch’esso fortemente strumentalizzato. La mancata integrazione (e la politica folle e miope in materia di migrazioni che stiamo portando avanti come Italia e come Europa da almeno 15 anni) è certamente uno strumento potentissimo in mano alle organizzazioni terroristiche. Ma mi colpisce la facilità con cui le nostre società che pretendono di essere libere e laiche si ridividano fulmineamente in maggioranze e minoranze, come se un velo si squarciasse. Dal 1907 al 1913 Roma ebbe un sindaco ebreo, Ernesto Nathan. Tra il 1901 e il 1904 il ghetto di Roma fu praticamente distrutto (più rimosso che ristrutturato) e venne costruita una sinagoga monumentale. Meno di una generazione dopo, le leggi razziali. Non era certo per una mancata integrazione che fu così ridicolmente facile privare di tutti i diritti, inclusa la vita, cittadini in vista, stimati, persino potenti e ricchi.

Non concludo, ma vi esorto a cercare sempre di aggiustare la prospettiva che ci sembra l’unica possibile, ma che quando pretendiamo di parlare di questioni che riguardano tutta l’umanità è spesso deformante. Capisco che le carte geografiche che utilizziamo non ci aiutano, ma non siamo il centro del pianeta. Non siamo speciali. Non siamo più civili per nascita. Non siamo più colti per nascita. Siamo quello che ci riveliamo essere con le nostre parole, le nostre azioni e le nostre scelte. Lo stesso vale per un cittadino del Cameroun, dell’Indonesia, del Guatemala o del Brasile. Questi morti contano quanto i nostri. Così come tutti i morti nel mare delle nostre vacanze, nel deserto controllato dalla tecnologia di Finmeccanica e tutte le vittime innocenti dei muri che, anacronisticamente, continuiamo a costruire spendendo le nostre risorse economiche (alla faccia della crisi).