Che dire?


Ieri ho scritto una decina di bozze di post di commento di questi risultati elettorali. Stanotte meditavo di spostare il discorso su un altro tema, più alto (Dio solo sa quanto bisogno di altezza sento in questi giorni). Però sono anche arrivata alla conclusione che io oggi sono troppo …. (non saprei, completate voi: arrabbiata? depressa? delusa? ci vorrebbe una parola molto più forte, che le comprenda tutte) per pensare e scrivere qualcosa di alto.

E allora me la cavo con una citazione lunga. E’ un testo del 1995. L’ho leggermente sintetizzato, eliminando qualche passaggio tecnico. Ovviamente, essendo un documento di gesuiti per gesuiti, non lo condivido al 100% in alcuni passaggi. Ma se ci fosse un partito che ha questo testo come programma, lo voterei con molti meno sospiri di quanto non abbia fatto domenica scorsa.

Buona lettura.

La lotta per la giustizia ha un carattere storico progressivo, che si manifesta gradualmente nell’impatto con i bisogni mutevoli di culture, epoche e popoli particolari. Le Congregazioni precedenti hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di lavorare per il cambiamento delle strutture in campo socioeconomico e politico , quale dimensione importante della promozione della giustizia. Esse ci hanno inoltre impegnati a lavorare per la pace e per la riconciliazione attraverso la non violenza; a lavorare per abolire ogni discriminazione contro le persone, basata sulla razza, la religione, il sesso, l’appartenenza etnica o la classe sociale; a lavorare contro la povertà e la fame crescenti, mentre la prosperità materiale si concentra sempre più nelle mani di pochi

In tempi recenti ci siamo resi sempre più conto di altre dimensioni della lotta per la giustizia . Il rispetto per la dignità della persona umana sta al fondo della crescente presa di coscienza internazionale dell’ampia gamma dei diritti umani. Questi includono: diritti economici e sociali, quanto alle necessità di base per una vita in condizioni degne; diritti personali, quali la libertà di coscienza e di espressione, e il diritto di praticare e di condividere la propria fede; diritti civili e politici a partecipare pienamente e in libertà al processo della vita nella società; diritti allo sviluppo, alla pace e a un ambiente naturale sano. Essendo le persone e le comunità strettamente in rapporto tra loro , importanti analogie sussistono tra i diritti delle persone e quelli che vengono talvolta chiamati i “diritti dei popoli”, come l’integrità e la salvaguardia culturale, il controllo del proprio destino e delle proprie risorse.

Nel nostro tempo vi è una crescente coscienza della interdipendenza di tutti i popoli circa una comune eredità. La globalizzazione dell’economia mondiale e della società avanza a grandi passi, alimentata dagli sviluppi tecnologici, dalle comunicazioni e dagli affari. Benché tale fatto possa apportare molti benefici, può comportare però anche un massiccio accrescimento di ingiustizie. Per esempio: programmi di aggiustamenti economici e forze di mercato che non si curano affatto delle loro ripercussioni sociali, soprattutto sui più poveri; la “modernizzazione” omogenea di culture in modi che distruggono queste e i valori tradizionali; una disuguaglianza crescente tra nazioni e, nelle stesse nazioni, tra ricchi e poveri, tra potenti e marginalizzati. Con giustizia, noi dobbiamo contrastare tutto ciò, lavorando alla costruzione di un ordine mondiale di vera solidarietà, in cui tutti possano avere, come è loro diritto, un posto al banchetto del Regno .

La vita umana, dono di Dio, deve essere rispettata dai suoi inizi sino alla propria fine naturale. Noi ci troviamo sempre più di fronte ad una “cultura di morte”, che spinge all’aborto, al suicidio e all’eutanasia, alla guerra e al terrorismo, alla violenza e alla pena capitale come vie per risolvere i problemi, alla consumazione di droghe, prescindendo poi dal dramma umano della fame, dell’aids e della povertà. Dobbiamo invece incoraggiare una “cultura di vita”. Questo, se davvero ci si prova a farlo, comporta: promuovere soluzioni alternative – realistiche e moralmente accettabili – all’aborto e all’eutanasia; sviluppare con attenzione un contesto etico per la sperimentazione medica e l’ingegneria genetica; lavorare per distogliere le risorse dalla guerra e dal traffico internazionale di armi, a favore dei bisogni dei poveri; creare possibilità che aprano la vita delle persone alla significatività e alla capacità di impegno, anziché all’anomia e alla disperazione.

Il desiderio di preservare l’integrità della creazione è implicito nell’attenzione sempre maggiore verso l’ambiente naturale . L’equilibrio ecologico e un impiego ragionevole ed equo delle risorse del mondo sono elementi importanti di giustizia a favore di tutte le comunità del nostro “villaggio globale” odierno e concernono anche le generazioni future, che erediteranno quanto abbiamo loro lasciato. Lo sfruttamento senza scrupoli delle risorse naturali e dell’ambiente naturale degrada la qualità della vita, distrugge le culture e sprofonda i poveri nella miseria. È necessario, da parte nostra, promuovere atteggiamenti e linee di condotta che generino relazioni responsabili con l’ambiente naturale in cui viviamo e del quale non siamo che gli amministratori.

La nostra esperienza degli ultimi decenni ci ha dimostrato che il cambiamento sociale non consiste soltanto nella trasformazione delle strutture economiche e politiche, dato che tali strutture sono esse stesse radicate in valori e atteggiamenti socio-culturali. La piena liberazione umana, per il povero e per tutti noi, suppone lo sviluppo di comunità di solidarietà – sia di base e a livello non-governativo, sia a livello politico – in cui tutti si possa lavorare insieme per uno sviluppo umano integrale ; tutto ciò nel dinamismo di un accettabile e rispettoso rapporto tra i diversi popoli, le differenti culture, l’ambiente naturale e il Dio che vive in mezzo a noi.

Situazioni urgenti
La marginalizzazione dell’Africa nel “nuovo ordine mondiale” fa di questo intero continente il paradigma di tutti gli emarginati della terra. Trenta dei Paesi più poveri del mondo si trovano in Africa. I due terzi dei rifugiati del pianeta sono africani. La schiavitù, la colonizzazione e il neo-colonialismo, i problemi interni di rivalità etniche e la corruzione hanno creato in questo continente un “oceano di sventure”. C’è però anche molta vitalità e grande coraggio nel popolo africano, che lotta insieme per preparare un avvenire a coloro che arriveranno dopo.

La caduta recente dei sistemi totalitari nell’Europa dell’Est ha lasciato dietro di sé rovine in tutti i campi della vita umana e sociale. La gente è messa di fronte a compiti difficili di ricostruzione di un ordine sociale che permetta a tutti di vivere in una comunità autentica, lavorando per il bene comune e rendendosi responsabili del proprio destino. Nel passato, molte persone hanno dato una notevole testimonianza di solidarietà, fedeltà e resistenza. Ora essi hanno bisogno della cooperazione e dell’assistenza fraterna della comunità internazionale nella loro lotta per un avvenire di sicurezza e di pace. 

I popoli indigeni, in molte parti del mondo, isolati e relegati a ruoli marginali, vedono la loro identità, la loro eredità culturale e il loro ambiente naturale di vita minacciati. Altri gruppi sociali – come ad esempio i Dalits, considerati “intoccabili” in alcune zone dell’Asia meridionale – soffrono di una pesante discriminazione sociale, nella società civile e anche ecclesiale. 

In molte parti del mondo, anche nei Paesi più sviluppati, forze economiche e sociali escludono milioni di persone dai benefici della società. Disoccupati in permanenza, giovani senza alcuna possibilità di impiego, fanciulli sfruttati e abbandonati nelle strade, vecchi soli e senza protezione sociale, ex-carcerati, tossicomani e malati di AIDS: tutti costoro sono condannati a una vita di desolante povertà, marginalizzazione sociale e precarietà culturale. 

Al momento attuale ci sono nel nostro mondo più di 45 milioni di rifugiati e di profughi, di cui l’80% sono donne e bambini. Ospitati spesso nei paesi più poveri, essi devono affrontare un impoverimento crescente, la perdita del senso della vita e della cultura, con il venir meno della speranza, anzi, con la disperazione che ne consegue.

Il meno peggio (sempre peggio è)


Ancora una riunione, ancora una presentazione di una scuola nuova e noto con un filo di preoccupazione che ormai sono completamente in balia dello scetticismo e del disincanto. Due ore di religione e un’ora di inglese a settimana (e, forse, un’ora di ginnastica, ma la palestra è in comune con altri istituti e non sempre disponibile). Per le uscite, una volta sì, ora chissà. Si fa quel che si può. La continuità didattica è un ideale a cui tendere. Il primo step è ottenere che la scuola abbia dei recapiti telefonici effettivi. Sapete com’è, ci hanno accorpato. Questo, più che un istituto comprensivo, è un conglomerato eterogeneo di scuole, di edifici, di persone. Un giorno, magari, troveremo anche un senso. Oggi, sinceramente, si fa fatica.

La presentazione è abbastanza onesta, il pubblico si scalda sulle solite questioni, che non sono comunque all’ordine del giorno: l’insegnamento della religione (quantità e contenuti), l’alternativa (organizzata, come si può, caso per caso e anno per anno), l’insegnamento abbastanza improvvisato della lingua straniera, compiti sì compiti no, il partito del modulo contro il partito del tempo pieno. L’informatica come metodologia, solo per chi la sceglie e se la sostiene tutto da solo.

Io mantengo un certo distacco. Mi sono rassegnata. Religione per due ore a settimana sarà. Inglese, evidentemente, non sarà (e toccherà trovare qualche alternativa). Maestre di ruolo, chissà. Che altro posso inventarmi? L’entusiasmo eroico della prima infanzia di Meryem, quando sarei stata (in teoria) disposta a lanciarmi in nidi all’avanguardia alle pendici del Gianicolo, sembra più lontano che mai. Per fortuna non ci hanno mai preso, in quei luoghi meravigliosi. A stento sono sopravvissuta così, ottimizzando orari e spostamenti e convivendo con l’ansia perenne di fare tardi, di non riuscire, di non potere.

Soprattutto mi sono convinta dell’inutilità di ogni sforzo. Alla fine, dovunque mi volti, l’incertezza regna sovrana. Ammiro chi riesce a fare scelte convinte, consapevoli. Io da tempo mi sono persa dietro le chiacchiere incrociate del “dicono che” e ho alzato bandiera bianca. Facciamo che sono diventata fatalista. La mia anima razionale ha avuto solo un sussulto, quando ci è stato spiegato che la valutazione è in voti, in decimi “e ovviamente si parte da 6”. Perché ovviamente? “Ma ti pare che non si mette almeno sei? A un bambino di prima elementare?”, rincalza una mamma seduta accanto a me. Beh, ma la scala della valutazione è importante. Se parti da 6, 7 è un voto di cui preoccuparsi. Poi ritorno sulla terra. E non obietto nulla, mi limito a annuire distrattamente.

Sarà la stanchezza. Sarà che ogni volta che malauguratamente si ha bisogno di un servizio qualsiasi, è uno stillicidio di tentativi andati a vuoto e di rimandi infiniti. Mi sono fatta rifare due impegnative per visite specialistiche per Meryem: da settembre non sono riuscita a prenotarle. Il CUP non disponibile, il servizio non attivo, ma forse lì è meglio di no, aspetta che ti consiglio io. E poi si ricomincia il giro. Mi hanno clonato il bancomat, devo farmi rimborsare 250 euro. La carta è stato facile bloccarla, ma tutti gli altri numerosi passaggi sono faticosissimi. La denuncia oggi no, c’è un fermato. In banca c’è l’assemblea sindacale. La funzionaria si deve operare e la collega non conosce la pratica. Magari è meglio aspettare. “Tanto la cosa importante è bloccare la carta”, mi fa il poliziotto, per la terza volta in una settimana. Sì, ok. Ma prima o poi mi piacerebbe anche rivedere i miei soldi. La pediatra, dopo lunghi agguati telefonici, di fatto mi rimbalza. E’ una febbre virale, aspettiamo, passerà, vedrà che scende, ci risentiamo lunedì.

Non c’è niente di davvero tragico, in tutto ciò, ma giorno per giorno mi monta una strisciante esasperazione che mi corrode, dalle fondamenta, ogni fiducia. Non è bello. E, oserei dire, con questa stessa sensazione guardo l’avvicinarsi della data delle elezioni. Andrò a votare come sono andata al cosiddetto open day delle elementari, certa che non c’è nulla di cui entusiasmarsi. “La situazione sui territori è al collasso“, scrivono oggi ANCI, UPPI e Conferenza delle Regioni e Province Autonome. Si parla dell’Emergenza Nord Africa, ma vale per molte, troppe altre cose.

Non mi piace accontentarmi del meno peggio. Ma ho momentaneamente smarrito gli elementi utili a scegliere le mie battaglie. Quindi per ora non combatto e aspetto umori migliori.

Ma si sceglie davvero?


Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere (Tommaso Moro).

In ufficio, dal momento che aleggia la cicogna (due colleghe e un consulente in dolce attesa), mi è capitato di ascoltare, senza esserne parte, una animata conversazione in merito all’opportunità o meno delle vaccinazioni. Confesso che l’argomento, ad oggi, non mi appassiona molto, ma di riflesso mi è sorta spontanea una riflessione che, come ogni rimuginamento che si rispetti (e come il mio giro vita dopo le abbuffate festive), si è allargata in tutte le direzioni.

I neogenitori o futuri genitori spesso si accaniscono rispetto ad alcune scelte che influirebbero gravemente sul futuro dei figli: ad esempio ieri l’enfasi era appunto sulle vaccinazioni e sul battesimo. A prescindere dalle mie scelte in merito, mi colpisce come sempre la convinzione sincera con cui questi futuri genitori argomentano che non sarebbe legittimo fare scelte che condizionano la vita del figlio, che se si può è meglio rimandarle a quando potranno farle autonomamente, etc.  Quello che mi sorprende è che in realtà difficilmente il dibattito e i dubbi esistenziali dei genitori si appuntano su altri elementi, che se vogliamo ben di più condizionano il presente e il futuro dei nostri figli.

Facciamo un esempio? Dove viviamo. Il particolare non è irrilevante. Compulsiamo statistiche tra i presunti legami tra vaccinazioni e autismo e poi magari abitiamo in una delle regioni in cui le percentuali di tumori sono straordinariamente sopra la media (vedi Taranto e dintorni, giusto per fare un esempio). Penseremmo davvero di pianificare un trasferimento dell’intera famiglia su queste basi? Direi che solitamente nessuno ci pensa sul serio. Sarebbe irrealistico, insostenibile nella stragrande maggioranza dei casi. O magari ci facciamo mille problemi su battezzare o meno, su far frequentare l’ora di religione o meno, preoccupati di non influenzare la libera scelta dei nostri figli, e non pensiamo che li influenziamo eccome, con le nostre risposte alle domande (del cavolo o meno) che ci pongono, e più ancora con il nostro comportamento quotidiano. Senza voler sminuire una scelta formale (o, per chi ci crede, un sacramento), mi piacerebbe sapere come immaginiamo che i nostri figli possano svegliarsi un giorno “quando saranno grandi” e fare una scelta propria, indipendente da cosa abbiamo fatto o non fatto noi.

I genitori, si sa, non si scelgono. Lo abbiamo imparato tutti, a nostre spese. E ora che siamo genitori, noi alcune scelte possiamo sì farle (guai se così non fosse), ma tante altre no. Mettere le priorità è un compito non ovvio di ogni giorno, che richiede una visione d’insieme che non sempre abbiamo la lucidità di avere. Credo che l’aforisma con cui ho aperto il post dovrebbe essere incorniciato e dato in omaggio a tutti i genitori fin dal corso pre-parto. Credo che ogni tanto faccia anche bene chiedersi se le scelte che ci paiono tanto vitali da paralizzarci o da farci combattere aspre battaglie lo siano davvero. A volte è davvero così. Tante altre, onestamente, no. O meglio: non è davvero il benessere dei nostri figli a essere in gioco. E’ piuttosto la nostra necessità di tranquillizzarci, di affermarci, di conformarci o di distinguerci, o magari anche solo di provare a noi stessi che stiamo facendo del nostro meglio come genitori. Il che, intendiamoci, non è condannabile: quasi tutti, in un modo o nell’altro, lo facciamo. La domanda da porsi, semmai, è dove sta il confine tra quello di cui abbiamo bisogno noi e quello di cui hanno bisogno loro (e possibilmente anche il resto del mondo).

Ma sto un po’ divagando dall’idea originaria di questo post. A proposito di scelte, si avvicina il momento del voto. Qui sì che si è sopraffatti da una sconfortante sensazione di non poter scegliere. Tale sensazione è acuita dal disagio di vedere, qua e là sul web, le reazioni alle candidature che sono state decise in questi giorni. C’è chi è stato escluso e se ne lamenta, c’è chi è stato inserito, stappa lo spumante e riceve felicitazioni. Certo è che la maggior parte dei giochi per il futuro Parlamento sono stati fatti in questi giorni e dipendono abbastanza marginalmente dal voto degli elettori. Perdonatemi se sono impropria: la politica non è il mio campo, spero che qualcuno possa smentirmi. Ma certo che è questa l’impressione. E non è bello.

Se si volesse rincarare la dose, aggiungerei che nelle reazioni dei candidati (ormai forse fin troppo visibili, vista la presenza nei social) non traspare, come vorrei, il peso e l’urgenza di mettersi a servizio di un Paese che vive un momento delicato e difficile. Non si può fare di tutta l’erba un fascio, intendiamoci. Ma dalla prospettiva di noi modesti operatori del sociale c’è ben poco da stare allegri. In certi casi ci troviamo ad augurarci che candidati, pur abbastanza blindati, non riescano nell’intento, che li strapperebbe a un buon lavoro finora fatto e oggi non meno necessario. In altri, francamente, ci viene solo da sospirare amaramente. Ma forse, anche qui, sbagliamo prospettiva. Difficile non pensare che l’affermazione e, in un certo senso, il tornaconto personale abbiano un peso in alcune nuove candidature. Anche questo, intendiamoci, è legittimo – in un certo senso. Non mi sento davvero di biasimare qualcuno che, dopo una vita passata a sbattersi variamente con scarsa gratificazione, magari provi una via in cui tale sbattimento possa essere messo a profitto con serenità e molto minor fatica. Io stessa, quando ho provato fuori tempo massimo il concorso da ricercatore non sono stata estranea a tali ragionamenti (fatte, si intende, le debite proporzioni).

E anche lì, sono stata io a scegliere virtuosamente di restare una operatrice del sociale un po’ sfigata? No, andiamo, non è stata una scelta mia. Non solo. Un po’, come tutti, ho scelto, un po’ ha scelto il mio inconscio, molto sono state le circostanze a scegliere per me. Per cui, piuttosto che predicare, mi verrebbe da chiedere come posso contribuire, nel mio piccolo, a portare il mio Paese fuori da questo pantano di sconforto.

Storia delle Religioni – una teoria di genere


Disclaimer: il malumore io lo sfogo anche così. Prendete questo post per quel che è, un divertissement politicamente scorretto.

I betili sono tra le più antiche forme di culto attestate nella storia dell’umanità. Chiunque abbia letto Asterix ne conosce la forma: grosse pietre verticali ben piantate nel terreno (se non le trasporta Obelix, che però le chiama menhir). Lo sapete che vuol dire betilo, secondo l’etimologia? bet-il(i), “casa del dio”. Ora ci si chiederà: che cavolo di casa è un macigno piantato nella terra? Beh, è una casa adattissima allo spirito di un morto, che così resta ben chiuso dentro la terra, riceve tanto rispetto e onore e non rompe troppo le scatole a chi è rimasto vivo. Semplificando molto si può dire che siccome gli antichi spesso dei morti avevano una fifa blu, li veneravano. E così le divinità più antiche spesso erano immaginate come (spiriti di) morti da placare in vario modo.

Questa premessa colta ma non troppo serve a illustrarvi meglio il mio colpo di genio storico-religioso di stamani. Si dice (chissà quanto fondatamente) che le culture mediterranee molto antiche – lo so, è un po’ generico, ma passatemela – venerassero una grande divinità femminile, una sorta di Grande Madre, rappresentata spesso in forma di donna ben fornita di tette, pancia, cosce e sedere. “Ma è logico, è tutto chiaro!”, mi sono detta oggi. Cosa c’è di temibile quanto e più dello spirito di un morto? Una madre mediterranea, è chiaro. Onnipresente, onnipotente, dall’ira terribile e dalle manifestazioni d’affetto altrettanto temibili. Nell’immaginario di un antico uomo mediterraneo una figura simile doveva apparire oscura e minacciosa e non possiamo biasimarlo se attribuiva a lei anche le più disastrose calamità naturali. Una madre è meglio tenersela buona, si sarà detto anche il nostro povero uomo mediterraneo (come dicono del resto ancora oggi molti uomini, mediterranei e non). Se proprio non si può piazzarle un betilo in testa, almeno veneriamola.

Quindi, vedete, i culti della dea madre sono vistosamente il prodotto di una cultura di genere. Ma non testimoniano, come sostengono alcune ottimiste e candide antropologhe americane, un maggior protagonismo delle donne nella religione. Anzi. Oserei dire che rivelano una visione prettamente maschile (pur probabilmente condivisa da più di una nuora mediterranea).

Augh, ho detto.

Indignata


In una bozza precedente avevo scritto che stavo aspettando di sbollire per poter scrivere più lucidamente cosa penso del Messaggio per la Giornata della Pace 2013, il cui testo integrale trovate qui (non è mai buona norma reagire solo ai lanci di agenzia). Sono arrivata però alla conclusione che non sbollirò. E’ un paragrafo solo di un testo relativamente lungo, ma non mi andrà mai giù.

Marco, comprensibilmente, sul suo blog esprime il suo punto di vista di padre e marito omosessuale, nel suo stile e nei suoi registri (che chiaramente non sono i miei). Mi sento però di condividere pienamente la sostanza di questa frase: “se Mario sposa Gino, nel mondo non succede proprio nulla (a parte avere due persone felici in più), ma quando invece lui apre bocca e dice certe cose, da qualche parte là fuori, un bigotto col quoziente intellettivo di un mandarino si sente autorizzato nella sua omofobia, un pazzo impugna una spranga e va ad ammazzare il vicino di casa che pomicia col compagno sul terrazzino, una classe intera spinge un adolescente al suicidio attraverso il bullismo omofobico”.

Io, d’altra parte, non posso che notare che, come sempre, nei casi di difesa della vita non si citano i migranti respinti nel deserto, quelli morti in mare, quelli imprigionati e torturati per specifica decisione dei governi europei, meglio se in luoghi geograficamente lontani e attraverso una apparentemente pulita firma in calce a un accordo bilaterale con un Paese terzo. Vogliamo parlare ai morti di Lampedusa, ricordati incessantemente dal Sindaco dell’isola? La Chiesa Valdese di Milano ha mandato una lettera al Sindaco Nicolini rimarcando quanto una simile strage di sconosciuti innocenti interpelli come cittadini, ma anche come cristiani. Non potrò mai avere la stessa considerazione di chi si adopera per la salvezza e la dignità di figli e padri di famiglia, di madri e di bambini già nati e di chi invece si trincera dietro l’obiezione di coscienza per lavarsi le mani delle tragedie altrui e, magari, fare anche carriera. Eppure sono i secondi, non i primi, che il Papa ricorda nel Messaggio per la Pace.

Ma più di qualunque altra considerazione, non riesco davvero a digerire l’arroganza di questo paragrafo: “Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace.” Non so se una posizione del genere mi faccia più ridere, per la sua vistosa inadeguatezza e piccineria, o piuttosto indignare, perché trasuda volontà di potere da ogni congiunzione. Cioè, lo so. La seconda, senza dubbio.

Aprire un messaggio del genere con il ricordo dei 50 anni del Concilio Vaticano II suona come un deliberato insulto. Di una cosa sono certa. Queste affermazioni sono un lampante caso in cui si è nominato il nome di Dio invano.

Ci scusiamo per il disagio arrecato


Chi mi conosce sa che non guido. Da anni compro con relativa soddisfazione l’abbonamento annuale dell’ATAC, economicamente alquanto conveniente. Roma, ammettiamolo, non è la capitale del mezzo pubblico. Traffico caotico, poca metro (“come buchi trovi qualcosa”), pochi tram. Alla macchina rinunciano in pochi, la bici è un atto eroico e una prestazione sportiva estrema adatta a pochi spericolati. Io sono abbastanza fortunata: il tram 8, salvo imprevisti, è uno dei pochi mezzi su cui si può contare.

L’apertura del tratto della metro B1, tra guasti, disservizi e catastrofica riorganizzazione dei mezzi di superficie che pare aver scontentato proprio tutti (un record), già era scaduta nella farsa. Un disastro conclamato. Anche la tratta Roma-Ostia Lido non brilla, come si evince anche dai pur volenterosi tweet di @Infoatac. A un panorama già non roseo, si è aggiunta l’estate. Sabato io e Meryem abbiamo percorso la tratta Monteverde-Casalotti in circa due ore e mezzo, di cui una e mezzo abbondante di attesa del passaggio dei due autobus necessari a raggiungere la meta. Stamattina ho scoperto che anche noi fortunati utenti dell’8 per le prossime settimane dobbiamo stringere i denti.

Ci vorrebbe la penna di un poeta epico per descrivere la bolgia di piazzale Biondo questa mattina alle 8:20. C’erano più autobus che sampietrini, tutti aggrovigliati ruota contro ruota in un perverso tangram. “La navetta sostitutiva parte dal centro della piazza”, ci aveva sbrigativamente detto l’autista del tram che ci aveva scaricato dopo una sola fermata da casa mia. Più correttamente avrebbe dovuto dire: buttatevi nella mischia, vi sfido a uscirne vivi. Dopo una decina di minuti di atletiche corsette qua e là, individuata finalmente la navetta, abbiamo percorso, pressati come sardine, tutto viale Trastevere. Velocità media: 400m/h. Superato ponte Garibaldi, l’autobus accelera improvvisamente, giusto per superare senza fermarsi la fermata davanti al Ministero della Giustizia. “Scusi, ha saltato la fermata!”, azzardano un paio di ministeriali. “No”, è la sintetica risposta. “Ma come no?”. “Qui non c’è fermata” “Ma scendiamo qui da dieci anni tutte le mattine” “Beh, oggi no”.

Questo scambio di battute è stato il più garbato e rispettoso del cliente a cui abbia assistito negli ultimi tre giorni. A qualunque richiesta di spiegazione, anche garbata e composta, in merito all’anomalia del servizio, ho visto allibita alcuni autisti ricorrere al turpiloquio, anche assai pesante. Il tutto avviene poco tempo dopo un aumento del 50%del prezzo del biglietto.

Cara ATAC, permettimi un paio di osservazioni. Passi (anche se è surreale) che a Roma non si possa assicurare un trasporto pubblico degno di questo nome. Passi (ma non dovrebbe) che colossali lavori come quelli della metro portino, in fin dei conti, a un servizio persino peggiorato. Ma io, da cittadina e abbonata annuale, pretenderei due cose. In primo luogo, la trasparenza. Potete assicurare solo una corsa ogni ora? Dichiaratelo prima. Mettete l’orario d’arrivo ben stampato a ogni fermata. Aggiornate poi su appositi cartelloni i tempi reali di arrivo, che possono evidentemente variare un po’ in considerazione del traffico. Ma che io aspetti un autobus un’ora e mezza e poi ne veda arrivare un altro appiccicato a quello su cui sono salita, in assenza pressoché completa di traffico, non lo capisco e sei tu, ATAC, a dovermi spiegare perché succede (non tanto di rado, peraltro), altrimenti io sono autorizzata a immaginare (malevola) che i due autisti fossero impegnati in una sfida di briscola in baretto adiacente a qualche assolato capolinea. La risposta dell’autista da noi interpellato sabato pomeriggio in tale circostanza, che non riporto per decenza, non può valere – evidentemente – come spiegazione.

E qui veniamo al punto due. Io capisco che la responsabilità di questo disastro non sia del singolo autista, che è stressato, vessato, nervoso, accaldato e importunato da molti utenti inviperiti a torto o a ragione. Ma non si può tollerare che un autista insulti, più o meno salacemente, un passeggero. Non è il ristorante “Checco alla Parolaccia” (che peraltro non mi ha mai attirato): non si paga per non avere il servizio e farsi anche prendere a male parole (il cui significato mi tocca poi, massimo della beffa, spiegare alla mia bambina di cinque anni, le cui orecchie funzionano più che bene). Spesso anche il mio lavoro è faticoso e frustrante. Ciò non toglie che se io, all’ennesima telefonata di richieste assurde che non posso soddisfare, rispondessi “ma vaff…”, sarei con ogni probabilità licenziata. Un certo decoro, da un servizio pubblico, lo pretendo. Il turpiloquio e l’aggressività non fanno mai folklore. Sarebbe il caso che lo ricordaste al vostro personale. Gradirei di più che investiste in questo, piuttosto che mandare Raffaella Fico a distribuire schedine ai passeggeri, per beneficenza – e, incidentalmente, per far vedere al mondo che è incinta (credete che stia scherzando? nossignore).

Dopo di che, potreste andare un po’ oltre. I lavori previsti e le variazioni del servizio, almeno agli abbonati annuali, potreste comunicarli per mail, con un po’ di preavviso. E, soprattutto, avete mai pensato, quando scrivete criptici cartelli tipo “la fermata è soppressa” o “la navetta ferma al civico 2” (delizia di qualsiasi turista non italofono), di rispolverare un’espressione abusata, ma comunque appropriata, come “ci scusiamo per il disagio arrecato”?

Verso l’ignoto


Eccomi qui. Domani vado a Bangkok. Per una volta questo lavoro mi fa sentire quasi figa. Ovviamente sono in preda a tutto il catalogo di ansie, motivate e soprattutto immotivate. Però un pensiero mi colpisce più di altri: è la prima volta che vado in un posto di cui non sono in grado di decifrare, neanche minimamente, la scrittura. Lo so, non sono normale. E con l’inglese me la caverò in ogni caso. Però questa idea dello spaesamento grafico mi colpisce molto. Vi saprò dire se sarà reale o me lo sto solo immaginando.

Dopo lunga meditazione ho deciso che mi incollerò sia il cosiddetto portatile (che non si porta poi molto), sperando che capti senza troppi traumi qualche wifi in loco, che la fida Canon. Se ce ne sarà la possibilità, potrei azzardare anche qualche impressione in diretta. Non dico dei Bangkok diaries (sono pur sempre lì per lavorare), ma insomma, non credo di farcela a staccare nove giorni dalla rete.  Facciamo outing, ho sviluppato una preoccupante dipendenza.

Tornando a Bangkok, non è che avete delle dritte da darmi? Gironzolando per la rete ho trovato qualcosa, ma anche delle indicazioni agghiaccianti. Visto che questo mese si parla di femminile, stereotipi, etc, mi sento di condividere con voi un paragrafo estremamente istruttivo che ho trovato in bella vista sul sito di un tour operator.

Compagnia e massaggi particolari a Bangkok
Per un massaggio … particolare un po’ di tempo fa a Bangkok era famoso il Velunda, oggi sono molto noti anche i centri massaggi situati nell’area di Paya Thai road ma se chiedete ai taxisti ognuno vi potrà indirizzare in un posto diverso (a seconda di quanto gli viene in tasca). L’importante è che sia un posto di un certo livello [non vi accontenterete mica di una sveltina da quattro soldi! e che figura ci fate con gli amici?] e costo, in modo da essere al sicuro da eventuali imprevisti [trovo meraviglioso questo eufemismo]. Questi massaggi, definiti comunemente “body massages” non hanno nulla a che vedere con il massaggio tradizionale thailandese [meno male che ce lo precisi, dovessimo pensare che le donne thai sono puttane per tradizione]. Solitamente sono eseguiti da avvenenti “masseuses” che provvedono a massaggiare il vostro corpo con il loro, normalmente dopo un’abbondante bagno di schiuma. La tariffa non comprende prestazioni extra, ma non è insolito che, considerata anche l’intimità del luogo, i limiti “professionali” vengano abbondantemente superati. Per quanto riguarda una eventuale “assistenza” femminile [anche questo eufemismo non è male], sempre che non siate gia’ in dolce compagnia [e ci mancherebbe pure!!!!], non avrete problemi a trovarne in tutto il Paese (è più facile e preferibile nei posti di mare come Phuket o Pattaya soprattutto visto che il governo sta cercando di eliminare la brutta immagine che il commercio sessuale dà del Paese [che Governo repressivo, non trovate?]). Certo non sarà una compagnia molto disinteressata [ma non mi dire, non si innamorano?], ma calcolate gli eventuali e noti rischi e poi decidete autonomamente.

Ecco, forse sarò bacchettona, ma non mi pare di aver mai trovato un tour operator di viaggi su Roma che recensisca le location per il “puttan tour”. Mi pare indegno e indecoroso. Sappiate che comunque il paragrafo immediatamente successivo (sì, avete capito bene: successivo) è dedicato a “Andar per monumenti e siti d’arte”. E mi chiedo: anche questa organizzazione delle informazioni è dettato dalla domanda del turista italiano medio, così come la televisione e la pubblicità sarebbero decise dallo spettatore italiano medio? E non sarebbe il caso di indirizzarla un po’ meglio, ‘sta domanda (specialmente dove potrebbe comportare anche reati, ad esempio)?

Rabbia


Quando Meryem era piccola mi succedeva una cosa strana. Non mi limitavo a pensare alla possibilità che si verificasse qualche incidente (da quelli più idioti, come una ciotola che si rovescia, a quelli più gravi): li visualizzavo proprio. Mi vedevo davanti scene più o meno raccapriccianti, con frequenza direttamente proporzionale alla mia stanchezza e al mio sconforto. Fortunatamente solo una parte minime di quelle funeste possibilità si sono davvero concretizzate. Il tutto per dire che stasera mi sono sentita esplodere dentro una tale rabbia che, dopo molto tempo, ho avuto di nuovo una visione: me stessa che, armata di oggetto contundente, sfondavo i mobili di casa. Non solo non l’ho fatto, ma sono anche rimasta relativamente composta. Però con la cosa dell’occhio mi guardavo fare in mille pezzi la televisione e un po’ mi meravigliavo anche. In effetti la causa scatenante era infinitesimale rispetto alla reazione che mi stavo immaginando.

Però, a guardarla bene, anche la mia rabbia aveva le sue ragioni. Non certo Meryem che cincischia con il cibo, anche se oggi ha davvero superato ogni immaginazione. No, la frustrazione più grande mi veniva da un’imprevista quando deludente riunione del pomeriggio che, oltre a farmi fare tardi di un’ora e mezza rispetto alla prevista routine, mi ha fatto sbattere il muso con una certa violenza contro l’inamovibile irrazionalità del sistema pubblico italiano, e forse romano in particolare. Quel mix devastante di inconsapevole incompetenza, di arrendevolezza, di impicci e burocrazia che fanno naufragare in grandi sospiri qualunque opportunità. Non ne posso più di sospirare. Non ne posso più dei condizionali. Non ne posso più dei grandi progetti arroganti e presuntuosi che tanto non si devono mai misurare con nessuna operatività.

Ora che la mia altra me ha smesso di frantumare mobili Ikea, mi torna in mente a mo’ di antidoto un incontro di lavoro che risale a qualche giorno fa. Due operatori di uno sportello comunale mi hanno sbalordito per competenza, determinazione, attenzione, spirito di iniziativa. Uno dei due mi teorizzava che qualcosa dalla loro dirigenza l’hanno ottenuta perché “quelli si erano sentiti accerchiati”. Mi era parsa quantomeno bizzarra questa espressione da guerriglia riferita a determine e circolari. Oggi più che mai mi rendo conto che il loro modo di lavorare, che mette a frutto amici, contatti personali, conoscenze, interessi, tempo libero, per dare un senso al loro lavoro nonostante il contesto, è una faticosissima forma di resistenza. Altro che sfondare virtualmente salotti. Quella è fatica, non i sospiri di chi si sente sprecato e invece, sotto sotto, contribuisce attivamente ad alimentare la palude.