Nessuno


Ieri sera, a un seminario organizzato dal Centro Astalli, uno dei relatori ha fatto riferimento a un’esperienza purtroppo comunissima: un rifugiato va a uno sportello di orientamento al lavoro (o simili) e, visto che i suoi titoli di studio non sarebbero comunque spendibili in Italia (perché non ha con sé gli originali, perché sarebbe troppo complesso e costoso farli convalidare e, il più delle volte, non servirebbe comunque a nulla) si vede scrivere, alla voce “titolo di studio” un laconico “nessuno”.

Mi sono ricordata di C., una donna congolese che ho incontrato in ufficio. Ho ripensato alle sue parole che descrivevano quell’esperienza, così come l’aveva vissuta lei. Bisogna sapere che C. in Congo era un magistrato, figlia di un giudice. Una passione di famiglia, coltivata con anni di studio e molta determinazione. C. è una donna abituata a porsi grandi questioni e a sposare principi alti e complessi. Questo aveva ovviamente a che fare con le circostanze che l’hanno costretta alla fuga.

Quella signora allo sportello, in buona fede, credeva di svolgere coscienziosamente il suo lavoro. Da un certo punto di vista, quanto è spendibile una carriera di magistrato in Congo, una volta sbarcati a Roma? Semplicemente non vale nulla. C. nella sua nuova dimensione è semplicemente una donna africana come un’altra, che può aspirare a fare le pulizie, la badante o, se ha caparbia e fortuna a sufficienza, qualche altro mestiere di cura leggermente più qualificato. “Titolo di studio (sottinteso: di una qualche utilità): nessuno”. C. ha giustamente vissuto quella etichettatura impropria come una violenza. A lei come rifugiata, ma prima ancora a lei come donna e come essere umano. Non si deve sottovalutare il trauma del cambio di status sociale, sottolineava ancora il relatore di ieri (Marco Catarci, dell’università di Roma 3). Certo conta più quello dei sapori e persino più della lingua, che pure spesso vengono evocati per spiegare presunte “difficoltà di integrazione”.

Oggi che non sono più tanto giovane, immedesimarmi con queste donne e uomini che arrivano con storie lunghe alle spalle comincia ad essere meno difficile. Se si tratta di donne, in qualche modo la faccenda mi pare ancora più tragicamente ironica. Una donna rifugiata, solitamente, ha un bagaglio di ideali, determinazione e competenze acquisite sul campo che in una società come la nostra sarebbero più che mai necessarie. Una donna rifugiata, spesso, ha già molto combattuto. Come donna, come cittadina, come straniera. Eppure la prima cosa che chiediamo loro di imparare è annullarsi, sorridere, mostrarsi umili e, se per caso sono colte, nasconderlo accuratamente. Non avere pretese e andare ad occupare il cantuccio che, a certe condizioni, non è impossibile riservare loro ai margini della nostra società.

Il contesto non può non incidere, si diceva ancora ieri sera. Un contesto difficile per i giovani, per i lavoratori, per i bambini, per gli anziani, per i poveri… Ma certamente, in media, più violento per le donne, qualunque sia la loro storia.

Padre Nawras


Venerdì, a Milano, ho sentito citare queste frasi intense del Cardinal Martini, che tempo fa avevo a mia volta ricordato: “Intercedere vuol dire mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo.  Non è neppure semplicemente assumere la funzione di arbitro o di mediatore, cercando di convincere uno dei due che lui ha torto e che deve cedere, oppure invitando tutti e due a farsi qualche concessione reciproca, a giungere a un compromesso. Cosi facendo, saremmo ancora nel campo della politica e delle sue poche risorse. Chi si comporta in questo modo rimane estraneo al conflitto, se ne può andare in qualunque momento, magari lamentando di non essere stato ascoltato. Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione”. Non sapevo, però, in che occasione il Cardinale aveva pronunciato, per la prima volta, questo discorso. Era il 29 gennaio del 1991. La guerra in Iraq era appena cominciata. 

Con la cristallina sincerità che gli era propria, Martini non si accontentava di mormorare parole di circostanza. Aveva chiamato le cose con il loro nome, aveva menzionato i dubbi, uno a uno: “Io lo dico e ne do testimonianza: il mio cuore è turbato, la mia coscienza è lacerata, i miei pensieri si smarriscono. Tutti noi, senza fare eccezione tra credenti e non credenti possiamo ripetere: i nostri cuori sono turbati, le nostre coscienze: sono lacerate, i nostri pensieri si smarriscono, le nostre opinioni tendono a dividersi. Smarrimento e angoscia che non ci coinvolgono solo sul terreno del lutto per i morti, delle lacrime per tutti i feriti, del lamento doloroso per i profughi, per i senza tetto, per coloro che vivono nell’angoscia dei bombardamenti giorno e notte. Lo smarrimento e la divisione delle opinioni avvengono pure sul terreno delle riflessioni etico-politiche, che in questi giorni si succedono facendo balenare i più diversi giudizi. Vorrei dire molto di più: lo smarrimento e l’angoscia toccano persino l’ambito della fede e della preghiera, che è quello che ci riunisce questa sera, perché siamo qui per vegliare, digiunare, intercedere, facendo nostre le intercessioni e le grida di tutti gli uomini e le donne, di tutti i bambini, di tutti i vecchi in qualche modo coinvolti nel conflitto del Golfo, di qualunque parte essi siano” (trovate il testo completo di quella veglia che molti milanesi ricordano vividamente qui).

Perché se la riuscissimo a pensare davvero, la guerra, come potremmo parlarne freddamente, razionalmente, in termini statistici e strategici? Forse il punto è proprio questo. Noi la guerra non la pensiamo.

Mentre sentivo parlare di Martini in una bella e sobria sala milanese, pensavo al mio incontro del giorno prima. Padre Nawras è il direttore del JRS Medio Oriente. Siriano. Salvo piccoli viaggi all’estero, vive in Siria, ogni giorno. Ancora una volta sono rimasta spiazzata. Accoglie chiunque con un sorriso franco, aperto. Non si sente in dovere di mantenere un’aria grave, neanche quando parla di situazioni disperate. Ha la credibilità inconfutabile di chi ci sta, lì in mezzo. Di chi ogni giorno è in mezzo alla guerra, senza scampo, allargando le braccia (e dandosi incidentalmente molto da fare). “Il nostro business prospera”, scherza persino, quando viene sottolineata l’incessante crescita di servizi per rifugiati e sfollati interni nel patchwork di un territorio senza unità e senza sicurezza. “Tra un paio di settimane apriremo una piccola mensa nei dintorni di Damasco. E’ un progetto comune tra noi, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, la parrocchia ortodossa e i comitati di quartiere, musulmani”. Piccola, per la cronaca, significa che servirà 1500 pasti al giorno. Ad Aleppo ne distribuiscono 17.000.

“Che prospettive vede per la Siria?”. “Razionalmente, non si vede nessuna prospettiva. Ma noi siamo cristiani e non perdiamo la fede, no?”. Quello che più mi colpisce, di quest’uomo determinato e coinvolgente, è la sua serenità. Non vedo in lui nessuna traccia del disperato rancore che tanto spesso finisce per attecchire in chi vede ingiustizie e tragedie indicibili. Descrive i check-in, dove in cinque secondi il militare di turno ha il potere di decidere se vivrai o morirai. Una, cento, mille volte. Aggiunge che a volte agli anziani non vengono controllati i documenti: “Un giorno, il mese scorso, un ragazzino di vent’anni mi ha detto che non c’era bisogno che mostrassi il passaporto. ‘Va bene, va bene, zio’, mi ha detto. Mi sono davvero depresso”.

La sua posizione è chiara. Il problema in Siria non è chi e come armare. Il problema è disarmare. E anche in fretta. Fermare la corsa folle a chi distrugge di più, foraggiato da chi non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare.

Quasi mi vergognavo, dopo due riunioni in cui si era parlato di questioni gravi e urgenti, di consegnare di disegni per la Siria che mi erano arrivati da Salò. Ma lui si è illuminato. “Queste sono cose molto importanti. Meravigliose. Me ne sono arrivati anche dalla Germania. Sono segni di speranza molto importanti”. Tornando in autobus ho pensato che i veri santi sono questi. Quelli che non perdono la bussola in mezzo all’inferno e hanno uno sguardo e un’attenzione speciale per tutti. Che non negano di essere turbati (“La cosa più difficile, per me”, ha detto Nawras a un certo punto della conversazione “è continuare a vedere Dio in tutto questo”), ma non si crogiolano nel turbamento. Che non consentono mai alla divisione di prevalere (“noi non lavoriamo per i cristiani di Siria, ma per tutti i siriani, che soffrono ugualmente”). E io sono fortunata di averne incrociato, almeno uno, nella mia vita.

Mamma Alias


Lei ha otto mesi e lo sa benissimo chi è la sua mamma. Conosce il suo odore, il suo viso, le sue braccia. Eppure questo ai poliziotti italiani non è sufficiente. Perché la storia della sua mamma è una di quelle storie assurde, in cui la burocrazia concorre a rendere più drammatiche le tragedie della vita.

Pensate a una giovane donna. La chiameremo Awet, ma non è il suo nome. E’ una delle giovani eritree fuggite da un regime intollerabile, da un “servizio militare” che somiglia a una schiavitù a vita, in cui le donne devono “fare la loro parte” e non si tratta in genere di compiti strategici. E’ una delle sopravvissute alle odissee del nostro tempo: il Sahara, la Libia, il barcone per Lampedusa. E’ in Italia, è viva, chiede asilo e viene creduta. Ottiene la protezione sussidiaria, un permesso di soggiorno valido tre anni e… nient’altro. Niente soldi, una strada davanti.

Posso immaginare solo in parte il resto della storia. Awet si trova a vivere in quello che i giornali hanno chiamato Selam Palace, la casa della vergogna. Si trova incinta, senza lavoro, in quel contesto violento e malsano. Gli amici, i connazionali, raccontano che qualcuno è andato in Svizzera: lì sì che l’assistenza ai rifugiati è una cosa seria. Basta cambiare nome e tentare ancora la fortuna. Awet si decide, per se stessa e più ancora perché ormai è responsabile anche del futuro di qualcun altro. Va in Svizzera, chiede asilo di nuovo sotto altro nome, partorisce lì.

Ma in Europa ci sono delle regole. Le impronte digitali lo rivelano inequivocabilmente: quella donna asilo l’ha già chiesto e, nonostante le apparenze, lo ha già avuto. Quindi, qualche mese dopo la nascita della sua bimba, viene rimandata in Italia, il Paese che le ha promesso protezione. La protezione per Awet riassume la solita forma delle pareti scrostate del Selam Palace. Con un problema in più. Quando va a fare il permesso di soggiorno per la bambina le obiettano che il nome sull’atto di nascita non è il suo: è l’altro nome, quello falso, quello con cui aveva sperato di cominciare una nuova vita. E quelle stesse autorità che sono state così sicure della coincidenza delle due identità da rispedire la giovane in Italia ora che si tratta di riconoscerle la maternità della bimba non sanno più che lei e l’alias sono la stessa donna. Per uscirne, richiedono un test del DNA. Un test costoso, un test che Awet non sa come pagare, come tante altre cose che pure sarebbero tanto più necessarie.

Oggi questa madre stava seduta nell’ufficio accanto al mio, piangeva e si scusava perché sì, è vero, ha cercato di raggirare un regolamento europeo, non ha rispettato le regole. Ma io, che non invidiavo le mie colleghe che forse non potranno aiutarla, tra me pensavo: chi di noi non avrebbe fatto lo stesso? E, soprattutto: sono davvero moralmente più rispettabili uno Stato che lascia una rifugiata a vivere in uno stabile fatiscente e un altro, che la rimanda lì con una bambina di pochi mesi tra le braccia? E mi sono detta ancora (anche se qualcuno forse si scandalizzerà): dove sono, in questi casi gli zelanti sostenitori della vita a tutti i costi? Quanti funzionari e operatori in fondo (e neanche tanto in fondo) pensano che avrebbe fatto bene a abortire e restarsene buona  a Selam Palace, accontentandosi della soddisfazione di possedere un prezioso pezzo di carta che le permette di non essere “clandestina”?

 

 

Nuovo mondo


Stamattina, contravvenendo ai miei principi, ho condiviso su Facebook un articolo di Igiaba Scego che criticava assai severamente l’intervista di Lucia Annunziata al neo ministro per l’immigrazione Cécile Kyenge senza aver ascoltato il programma in questione. Non ne sono pentita, anche perché ne è nato un bello scambio tra alcune mie amiche. Ma mi metteva a disagio riportare l’opinione altrui senza essermene fatta una mia.

Stasera ho rimediato e potete stare tranquilli: condivido pienamente le critiche espresse da Igiaba. Ho ascoltato attentamente la terminologia usata dalla giornalista e davvero il linguaggio diceva tutto. Non sto a ribadire cose già dette efficacemente su Corriere Immigrazione. Ma condivido un dubbio ulteriore.

La Annunziata ha fatto ripetutamente riferimento a un “nuovo mondo”. Concetto quantomeno bizzarro, a cavallo tra lo sfasamento geografico e quello temporale. Ma cosa intendeva, di preciso? Dal “nuovo mondo” sembra, secondo la giornalista, venire la neoministra e, in quanto tale, è suo dovere chiarire i molti aspetti per cui, a suo dire, non sarebbe “in regola” e che dunque “possono esserle imputati”. Il nuovo mondo, in questa prima parte dell’intervista, parrebbe quel contesto straniero, estraneo e in qualche misura folkloristico (“intrigante”, è la parola usata) che si oppone alla nostra “regolare” realtà. Poligamia, politeismo, animismo… Di questo “nuovo mondo” parrebbe far parte in qualche misura anche il marito “calabrese” (nato e vissuto a Modena, peraltro, ma lo ius sanguinis, si sa, è una brutta bestia). Ci si chiede perché mai questo mondo sarebbe nuovo. Sospetto fortemente che il mondo sia sempre stato lì, a prescindere dalla nostra capacità di guardare al di là del nostro naso o meno.

Ma poi, nella seconda parte, sembra emergere un quadro diverso. Chiedendo ripetutamente a Davide Piccardo conto della sua fede religiosa (“musulmano PERO’ perfettamente italiano”), la Annunziata afferma con una certa enfasi: “Nel nuovo mondo dobbiamo cominciare a dare patenti molto specifiche su chi è chi”. C’è un nuovo mondo in vista, dunque. Questa di per sé non è una cattiva notizia, visto quello che ci troviamo tra le mani ora. Mi chiedo come e quando avverrà questa metamorfosi socio-politica. Resta però qualche ansia su queste patenti. Perché devono essere molto specifiche? E chi mai dovrebbe darle, o chiedere di esibirle?

La specificità della patente più che un fatto nuovo o un fatto vecchio mi pare una pretesa irrealizzabile. Chi mai, nella storia del mondo, ha posseduto una patente molto specifica? Solo i personaggi di fantasia. Sì, mi sono divertita a immaginare cosa scrivere sulla mia patente. Romana (dal luogo di nascita), o calabrese (origine di mia madre, sospetto che sia un carattere dominante), o friulana (mia padre) o addirittura slovena (mio nonno)? Cattolica (ma quanto cattolica? battezzata? sì, battezzata, cara signora Annunziata, quello è proprio il minimo sindacale mi sa), convivente con musulmano (ma quanto musulmano?). Madre di figlia unica e femmina o lavoratrice? Di sinistra? Blogger? Disordinata? Non so perché, ma tutto ciò mi suona molto poco specifico.

Fuor di celia, in quadro che emerge da questa mezzora di cosiddetto servizio pubblico è piuttosto desolante. La Annunziata dipinge politici e sindaci che “camminano sulle uova” quando si arriva a questioni che riguardano “la pelle (!), o la religione, o il cibo (?), o i soldi (?)”. Ma siamo davvero messi così male? Parrebbe davvero di sì.

Su una cosa la ministra Kyenge ha perfettamente ragione: la società civile urla perché si facciano i cambiamenti indispensabili o, almeno, li si riconosca quando sono già in atto da anni sul territorio. Se poi lei, con tutti i molti limiti del suo mandato, potrà fare qualcosa è presto per dirlo. Certo, se si iniziasse a fare del giornalismo decoroso e serio sarebbe già un contributo. A costo zero, peraltro. Perché allo stesso prezzo di un’intervista stupida e grondante razzismo e luoghi comuni se ne potrebbe realizzare una sensata. Non vi pare?

Cambiare si può


Avrete capito dal penultimo post che non attraverso un periodo di entusiastico ottimismo. Per fortuna il caso ogni tanto mi dà una mano. Oggi ero all’Istituto Federico Caffè, per una lezione sulla cittadinanza. Avevo pensato molto a questo intervento, che mi dava anche una certa preoccupazione: ho cercato e, per fortuna, anche trovato delle testimonianze (video e dal vivo) chiare, credibili, interessanti per una platea di un centinaio di ragazzi. Il risultato – e non per merito mio – ha superato di molto le mie aspettative.

Nonostante le preoccupazioni dei professori, abbiamo trovato un pubblico attento e coinvolto. Già da subito uno degli studenti ha chiesto di intervenire e con piacere l’ho inserito nella scaletta mentale che aggiornavo via via. Parto dunque con il trailer del documentario 18 Ius Soli, introduco un po’ il tema, faccio parlare Milena, educatrice del Centro di Aggregazione Giovanile Matemù, nata in Italia e non cittadina per burocrazia. Milena, figlia di genitori capoverdiani, non ha potuto usufruire della “finestra” prevista per i diciottenni nati in Italia a causa di un “buco” nella sua continuità di residenza (un mero disguido, lei è sempre vissuta qui): adesso si trova davanti a richieste assurde, tipo quella di far tradurre il suo atto di nascita (del Comune di Roma!) dall’Ambasciata di Capo Verde, perché quello rilasciato dall’anagrafe non avrebbe i requisiti necessari.

Qui  si inserisce l’intervento del primo studente: angolano, arrivato in Italia a 6 anni, rappresentante di istituto, molto desideroso di partecipare alla vita politica. Mi colpisce questo ragazzo, che dietro l’apparente spigliatezza, è in realtà molto emozionato, eppure ci tiene a parlare davanti a tutti, a far presente ai compagni che la vita di un immigrato è difficile, che spesso una casa e un lavoro fisso non li si ha, ci si arrangia come si può. “Io vorrei avere il diritto di votare, non per avere qualcosa di più degli altri, ma per eleggere persone che sento più vicine, che possano rappresentarmi”.

Questo ci dà il là per passare alla seconda parte dell’intervento, la cittadinanza per naturalizzazione e il tema dei diritti civili. Qui passo la parola a Isabel, rifugiata, in Italia da 13 anni e che da 3 anni sta tentando di ottenere la cittadinanza italiana: la pratica al momento è bloccata perché non ha un contratto di lavoro, uno della lista snervante di requisiti richiesti. Sono già moderatamente soddisfatta di come è andata, quando noto un bellissimo ragazzo di colore (ebbene sì, anche l’occhio vuole la sua parte) che si agita vistosamente sulla sedia, chiaramente ansioso di prendere la parola. Gli passo il microfono e non me ne pento.

Il secondo caso della scuola sembra il negativo del primo. Il ragazzo è figlio di cittadini della Guinea, è arrivato in Italia a due anni, ha sempre vissuto “nella stessa casa” e i requisiti per chiedere la cittadinanza li ha tutti. Però non la vuole. I genitori insistono, ma lui non la vuole proprio. Non gli interessa. Nonostante la vistosa cadenza romana, non si sente italiano. Niente di personale, eh? “Qui mi trattano bene, mi vogliono tutti bene”. Ma per la cittadinanza gli basta la Guinea. Concorsi pubblici? “Considerato come vado a scuola, dubito che comunque li passerei”, ribatte con un sorriso assassino. A Dio piacendo, “da grande” (dice proprio così, questo cristone di 17 anni che mi supera di una spanna) magari vivrà all’estero. Il senso della provocazione è chiaro, e viene raccolto con entusiasmo dai compagni (anzi, nello specifico, da due compagne: sarà l’innegabile fascino del non-cittadino?).

Le fanciulle sono infervorate, indignate, sparano a zero sulla politica italiana. Che senso ha questa legge? Non è giusto. E ancora: ci credo che lui non vuole essere italiano, visto questo schifo di leggi che ci troviamo. Ci siamo dimenticati la Bossi Fini? E tutte le connesse assurdità? Lo sfruttamento dei migranti eccetera eccetera? La passione, se si vuole un po’ ingenua, ma certamente sincera di queste ragazze fa bene al cuore. Rispondo come posso, faccio qualche sottolineatura e sento la mia voce dire: “Bisogna essere ottimisti, prima di tutto perché una scuola è un luogo in cui essere pessimisti è un delitto, un’assurdità. E’ importante che ognuno sia libero di scegliere la propria appartenenza e anche la propria cittadinanza. L’importante però è che non lasciate che tutto vi scivoli addosso. Pensateci, a che cosa significa per voi partecipare. Perché l’esercizio dei diritti civili è l’unica strada prevista e legittima per cambiare davvero le cose. Anche se ci pare, oggi, che la strada non ci sia, dobbiamo però continuare, impegnarci, non sottrarci”. Lo penso sul serio e essere in quell’aula magna mi aiuta molto a crederci. Ho provato un sentimento simile anche poco più di un anno fa, al Cattaneo, e lo sento ancora più chiaro oggi, vedendo questi ragazzi che, nonostante gli scrupoli della loro professoressa (“finiamo qualche minuto prima, il tempo di attenzione di questi nativi digitali è limitato”), non si scoraggiano e continuano a intervenire, facendo coraggio anche a qualche docente.

Torno in ufficio molto, molto più convinta di quando l’ho lasciato, venerdì sera. Nel pomeriggio leggo questa notizia, di cui mi era già arrivata qualche voce. In Vaticano tira un vento nuovo, decisamente. Penso a quante volte, sbagliando, ho detto e pensato: “Non cambierà mai”. Penso a quante volte questa frase mi è tornata in mente anche nelle ultime ore, e non senza qualche ragione. Scoraggiarsi si può, ci mancherebbe. Gli sfoghi servono, servono i paradossi, le invettive (venerdì mattina a un certo punto inveivo augurandomi un’invasione indiana dell’Italia, per dire). Serve anche leccarsi le ferite, per un tempo ragionevole. Ma solo se dopo ci si rialza e si ricomincia a sperare (senza dimenticare di rimboccarsi le maniche, per quel che si può).

 

Solo un dettaglio (e una proposta)


Una mattina ordinaria, in ufficio. Traduco, un po’ meccanicamente, gli aggiornamenti sulla crisi in Siria che arrivano dall’ufficio internazionale del JRS. Intanto penso alla presentazione che dovrò fare domani, ripercorro mentalmente le crisi internazionali: Siria, appunto, Mali, Repubblica Centrafricana. Fin qui il lavoro. Poi leggo: “il team del JRS Byblos”. E mi si apre una voragine mentale.

Byblos, Biblo. Mai vista, ma nominata – nella mia vita precedente – innumerevoli volte. Le punte di freccia iscritte, preme attestazioni di scrittura monoconsonantica; la misteriosa scrittura pseudogeroglifica, che il mio maestro crede di aver decifrato, ma chissà; il bellissimo sarcofago di Ahiram (o piuttosto Ahirom), con i suoi leoni accucciati e l’indimenticabile raffigurazione del re morto il trono con il fiore rivolto all’ingiù. Il tempio degli obelischi, la Signora di Biblo, Adone. Filone di Biblo e i suoi racconti misteriosi e frammentari. E, ancora, pescando indietro nei millenni: le lettere insistenti di Rib-Adda al faraone Akhenaton, conservate nell’argilla di El Amarna. Quanto abbiamo scherzato con gli amici su quei testi: “Ho scritto tanto, ma il mio Signore ancora non ha mandato le sue truppe in mio aiuto: forse la mia lettera è andata smarrita?”. Sembrava Snoopy che scrive all’editore. 60 ne ha scritte, di quelle lettere (almeno) e il grande re di Egitto se ne è, a quanto ci risulta, del tutto fregato.

Biblo, un mondo intera di orientalistica antica, moderna e contemporanea. Il mondo di immagini e scoperte che ho, forse indebitamente, sentito mio per anni e anni. Oggi quella Biblo è tornata Byblos. Gli operatori del JRS preparano pacchi di viveri per le famiglie rifugiate.

“La vita è dura per i rifugiati in Libano, dove devono pagare affitti alti per alloggi male arredati, sono spesso sfruttati per i lavori più umili e hanno difficoltà a mantenere le loro famiglie. I cesti di cibo del JRS sono essenziali per queste famiglie, ma i bambini non hanno solo fame di pane, ma hanno fame di istruzione. Per rispondere alla loro fame, il JRS presto inizierà il Programma di Apprendimento Accelerato (ALP) per bambini siriani che hanno bisogno di imparare rapidamente francese, inglese e elementi di matematica per accedere e integrarsi nel sistema scolastico libanese”. Così scrive il Direttore Internazionale del JRS.

Il “nostro” Medio Oriente da giovani orientalisti entusiasti era finto? Non credo. Sincera era la passione, la voglia di capire e, in qualche modo, la ricerca di verità che ci animava allora. Penso a quante parole e persino litigi sul tema della “decolonizzazione” dei nostri studi. Oggi, quello che mi resta, è un pensiero confuso: noi, più di altri, sappiamo quanto si debba andare fieri, come uomini, del contributo di queste terre alla civiltà di tutti. Che questo ci aiuti a non dimenticare, non solo ciò che è stato, ma ciò che sta avvenendo in queste ore.

Che possiamo fare? Chi ci crede, preghi. Cerchiamo di tenere alta l’attenzione, di informarci. Eventualmente, di sostenere chi è lì. Ma non si tratta solo di soldi. Lo sto pensando mentre lo scrivo. Non sarebbe bello fare arrivare il nostro sostegno ai bambini siriani che si preparano a tornare a scuola, in Libano, nei prossimi mesi? Vogliamo raccogliere un po’ di disegni dei nostri figli, letterine e simili, per far loro sentire che li pensiamo? Poi mi informo dai colleghi su come si fa a farglieli avere (al limite scannerizzandoli). Che ne pensate?

Voi mi provocate…


Lo avete visto, il manifestino di Obama che un’amica mi ha premurosamente condiviso su Facebook?

Ecco. Nel frattempo, in Italia…

Credo che chi frequenta questo blog (e la sua autrice) sappia bene cosa penso dell’attuale legge sulla cittadinanza. Quella per cui il nipote di un italiano emigrato in Australia decenni fa è tranquillamente cittadino e votante, anche se non spiccica una parola e non ha mai messo piede qui, perché è il sangue che scorre nelle sue vene ad assicurarne la piena italianità, mentre un immigrato che lavora e paga le tasse può chiedere la cittadinanza solo dieci anni di residenza continuativa e poi mettersi comodo e aspettare che qualcuno gli risponda. Esempio di vita vissuta: Nizam è per ora riuscito solo a chiedere di presentare la domanda, non a presentarla. Per far ciò (e quindi per iniziare la vera attesa dell’esito, che dura anni) gli è stato dato appuntamento tra un anno e mezzo.

La campagna L’Italia sono anch’io ha raccolto centinaia di migliaia di firme a sostegno di due proposte di legge di iniziativa popolare per riformare la legge sulla cittadinanza. Trovavo le proposte sobrie e persino caute e, infatti, largamente condivisibili e condivise. La campagna poneva molto l’accento sul più grande dei paradossi, i bambini nati in Italia o arrivati da piccolissimi (i compagni di scuola dei nostri figli) che attualmente accedono alla cittadinanza solo dopo il compimento della maggiore età. Ma non si parlava solo di quel tema. Si abbassava il periodo di soggiorno richiesto da dieci a cinque anni, in linea con altri Paesi europei. Si parlava di partecipazione e diritto al voto amministrativo, sempre in linea con le direttive europee. Pur prudenti, erano passi di civiltà importanti (e necessari).

La cittadinanza è stato l’unico pallido balenare dei temi a me cari nel dibattito per le Primarie del Centro Sinistra (ne parlavo qui, già sconsolata). Già allora, in effetti, Bersani parlava di bambini. E basta. Il 19 marzo la promessa proposta di legge è stata depositata, a firma di Bersani e di due neoeletti parlamentari,  Khalid Chaouki e Cécile Kyenge, che mi dispiace vedere definiti “i nuovi italiani portati in Parlamento dal Partito Democratico”, manco fossero pacchi (Khalid lo conosco personalmente e lo apprezzo, tanto per chiarire).

La proposta in questione ormai parla esclusivamente di minori ed è anche molto prodiga di cautele e distinguo. Tipo specificare che il minore deve essere nato in Italia o arrivato entro i dieci anni di età: “Il tetto dei dieci anni è stato individuato al fine di evitare che, nella prospettiva di poter ottenere la cittadinanza, minori stranieri, che abbiano un’età tale da consentir loro di affrontare il viaggio senza i genitori, siano inviati “clandestinamente” nel nostro Paese (dove vige la regola dell’inespellibilità dei minori stranieri non accompagnati), esponendoli in tal modo a rischi per la loro incolumità e per la loro crescita”. La preoccupazione quasi affannosa di prevenire obiezioni di questo genere, come pure la notazione rispetto all’accesso alla cittadinanza anche per i figli di stranieri non in regola con il soggiorno o soggiornanti da meno di cinque anni, dopo il compimento di un ciclo di studi (“In questo modo l’investimento nella loro istruzione non sarà ‘perduto’, perché sarà servito a creare dei nuovi italiani”), mi pare dicano chiaramente che a noi continua a parere normale che un tema come la cittadinanza continui in Italia essere argomento relativo alla pubblica sicurezza (da notare anche il termine clandestino/clandestinamente, sia pur virgolettato, che appare 3 volte in un documento di sei pagine).

E va bene il realismo, la prudenza, la ricerca del consenso trasversale, la strategia. Ma questo ulteriore arretramento che somiglia a una resa preventiva, questo giocarsi ormai solo il tema dei bambini che sono “pezzi de core” e omettere del tutto qualunque accenno a tutto il resto, personalmente mi lascia sconcertata, delusa, amareggiata. Meglio che niente, dirà qualcuno.

Ma basta! Fino a quando si deve continuare con il meglio che niente, che poi in genere somiglia molto al niente? Su, non è che pretendiamo Obama. Ma da questa palude di depressione usciamone, suvvia.

Se a qualcosa si crede sul serio, si cerca di sostenerla apertamente, con scelte e linguaggi semplici e diretti. Il che non significa essere refrattari alle mediazioni, a quella che Laura Boldrini ha definito “l’architettura” della politica. Ma per mediare una posizione di partenza esplicita deve pure esserci. Così viene il dubbio che a mancare siano proprio le idee, le convinzioni, la fiducia.

Eppure non è che occorra guardare agli Stati Uniti per capire che l’immigrazione è una risorsa immensa (e non parlo di badanti da strizzare ben bene e rimpatriare dopo l’uso, a nonno morto). Ne vogliamo parlare, per una volta, in termini seri? Economici? Demografici? Lasciando da parte i buonismi pelosi del “povero bambino, facciamo italiano anche lui” e il cinismo di chi comunque cerca braccia (meglio se “clandestine”) per raccogliere i pomodori?

Ma, per curiosità, voi come la vedete? Perché io immagino che la realtà quotidiana di tutti noi ci confronti con queste insufficienze che non sono solo burocratiche. Anzi, a volte si ha l’impressione che sono burocratiche e normative proprio perché sono insufficienze culturali. O no?

P.S. Mi casca ora l’occhio su un pertinentissimo editoriale del notiziario dell’Associazione Naga di Milano. Ve lo copio qui.

Seggi e migranti
Secondo il Censimento del 2011, sul quale si basa la distribuzione dei seggi delle recenti elezioni politiche, il totale della popolazione residente in Italia è di più di 59 milioni di individui, un dato che comprende 4 milioni di residenti stranieri di tutte le età (il 6,7% della popolazione), di cui quasi un milione nella sola Lombardia.
Mentre gli aventi diritto al voto sono soltanto gli italiani,  l’assegnazione del numero dei seggi alle circoscrizioni di Camera e Senato è data dal totale della popolazione residente – italiana e straniera – nelle singole circoscrizioni.
Nel Nord-ovest risiede il 35,4% degli stranieri, nel Nord-est il 27,1 %, nel Centro il 24 %, nel Mezzogiorno il 9,6% e nelle Isole il 3,9%. La sperequazione è evidente ed è aumentata notevolmente con la triplicazione della popolazione immigrata nel corso del decennio scorso. Le circoscrizioni con le più alte percentuali di residenti stranieri, come quelle della Lombardia, esercitano un peso territoriale abnorme per i seggi che ottengono rispetto alle circoscrizioni dove la presenza straniera è minore.
La popolazione straniera conferirebbe potenzialmente almeno 41 seggi alla Camera e 23 al Senato. Depredati del diritto di voto, i migranti dilatano e distorcono il potere elettorale degli italiani: una doppia ingiustizia.
Al ritmo delle circa 65mila nuove cittadinanze concesse nel 2010, occorrono più di sessant’anni per fare degli attuali migranti dei cittadini con diritto di voto.
Ferruccio Gambino

Dublinati


Al liceo, Dublino significava principalmente U2, Guinness e sogni adolescenziali. All’università la moda dell’Irlanda non faceva che crescere (ma ho anche sentito parlare per la prima volta della Grande Carestia) e ho persino azzardato qualche passo di danza. La città, quella vera, l’ho visitata solo molti anni dopo (scoprendola peraltro dimora stabile di famosi papiri). Ma intanto la parola nella mia mente si era sdoppiata: non più solo un luogo, ma anche un verbo. Dublino, io dublino, tu sei dublinato.

Il Regolamento Dublino II, già convenzione dell’Unione Europea, determina lo stato competente per l’esame delle domande d’asilo nell’UE e poi smista opportunamente i richiedenti stessi da un Paese all’altro, per prevenire la malaugurata ipotesi che questi ultimi possano avere una qualche voce in capitolo in merito alla terra a cui chiedere protezione. Sia mai che incappino in un luogo dove hanno qualche amico, parente o familiare. Sia mai che trovino uno stato di cui parlano la lingua o si sentano meno persi. Ti impacchetto, che tu lo voglia o no, e ti rimando al mittente. Anche varie volte di seguito, se necessario. Una regola così ottusa potrebbe trovare una qualche giustificazione in un’Unione Europea che presenti una assoluta uniformità rispetto a procedure d’asilo, esiti delle stesse e misure sociali previste. Nel marasma attuale, non posso immaginare che qualcuno, in buona fede, possa continuare a sostenerne la validità. Eppure.

I rifugiati più disperati e arrabbiati che io abbia mai conosciuto erano tutti dublinati (o dublinandi). Penso a Issa, che dopo due anni e mezzo in Norvegia si trovava sbattuto su una brandina a San Saba. A tanti ragazzi giovani, afghani anche loro, rimasti anni interi sospesi in un’attesa burocratica e incomprensibile: un “Dublino” stampato sul permesso di soggiorno e la spada di Damocle di essere rispediti in Grecia. Nizam stesso, a 19 anni, è stato trasportato in manette sull’aereo tra Amburgo e Roma, guardato poi a vista per tutto il viaggio da due poliziotti armati: il timore che un ragazzino si potesse opporre al Regolamento richiedeva evidentemente misure eccezionalmente severe. Laddove non c’è logica, ragionevolezza e senso, non si può che moltiplicare la forza. Per non parlare dei rifugiati incontrati a Malta, che cercano strenuamente di scappare da una protezione internazionale che ricorda un ergastolo: nel loro caso il Regolamento di Dublino è una condanna a vita che continua a colpire, come un pugile ottuso, anche quando l’avversario è ormai a terra. Penso anche a una famiglia che non ho mai incontrato, che ha preferito scappare alla cieca, di notte, in pieno inverno, con una bambina piccola e senza medicinali necessari, piuttosto che subire un altro trasferimento forzato.

Non mi stupisce molto che l’Unità Dublino in Italia non abbia un front office e che, anzi, il più delle volte dia l’impressione di essere del tutto deserta, visto la mancanza cronica di risposte a qualunque messaggio, ufficiale e ufficioso. Difficile rispondere, difficile rendere conto. Meglio l’anonimato di un meccanismo assurdo. Meglio non esaminare caso per caso tanta disperazione.

Domani questa perla della legislazione europea compie 10 anni. Giusto la settimana scorsa, a Fiumicino, una ragazzo ivoriano di 19 anni si è dato fuoco. Amsterdam ce l’aveva “dublinato”, noi – regolamenti alla mano – lo stavamo diligentemente rispedendo in patria. Intanto, in Germania, la Corte Europea dei Diritti Umani ha sospeso un altro reinvio ai sensi del regolamento di Dublino dalla Germania all’Italia: questa volta si tratta di una famiglia con tre bambini (uno di 2 anni e due gemelli di 10 mesi). I genitori hanno riferito che al loro arrivo a Lampedusa con il primogenito di pochi mesi sono stati alloggiati in un campo sprovvisto di cure sanitarie e alimenti per il neonato. Per giunta dopo circa un anno la famiglia è stata dimessa per scadenza dei termini, nonostante la signora si trovasse al settimo mese di gravidanza dei gemelli. Vista la situazione, si sono trasferiti in Germania, dove i bambini sono poi nati. Ora la Germania non vede motivo di non rimandare la famiglia in Italia: non riconosce loro alcuna particolare vulnerabilità, obietta che le condizioni di accoglienza dipendono da Paese a Paese e comunque non considera credibili i racconti degli interessati. Quindi, via, via. Applicare il regolamento. Per ora la Corte Europea è intervenuta. Ma come andrà a finire?

555


Fatico più del solito a raccontarvi questa storia. Si potrebbe partire da una barca, carica fino all’inverosimile. Il solito barcone in viaggio dalla Libia a Lampedusa. Si potrebbe cominciare da prima, da un Paese, il Niger, di cui non so praticamente nulla. Come pure nulla so di quelli che M. definisce, laconico, “problemi”. Problemi tali che lo hanno costretto a partire per non tornare mai più, lasciandosi alle spalle un pezzo di se stesso, la sua famiglia, di cui da allora (6 anni e mezzo) non ha più notizie. Ma si potrebbe anche partire da due giovani che fino a 15 mesi fa non avevano quasi nulla in comune. A. viene dalla Somalia, è spigliato e disinvolto, ha la mimica di un attore professionista e anche lui è fuggito senza guardarsi indietro. M. invece è composto, ha occhi profondi e pensosi, un atteggiamento riservato e un sorriso raro ma luminoso. Da 15 mesi il destino li ha uniti. “Noi due, una barca”.

Che domande stupide che facciamo noi, quando l’imbarazzo ci rende tecnici. “Quante persone viaggiavano in quel barcone?”. M. ci guarda con una certa incredulità. Non le ha contate, ci dice. Tante, troppe. Tutte pigiate sul fondo, senza poter respirare. C’erano degli uomini che battevano con dei bastoni chi cercava di salire a prendere aria. Il suo amico, partito con lui dal Niger, è morto così. Soffocato, accanto a lui. Poi qualcuno lo ha aiutato a tirarsi su e a respirare quell’ossigeno che fa la differenza tra la vita e la morte. M. a Lampedusa ci è arrivato. Su quella stessa barca viaggiava A., ma si incontreranno solo dopo, quando tutti i sopravvissuti a quella traversata saranno trasferiti, con una nave militare, da Lampedusa a un centro a Civitavecchia.

E qui inizia la parte della storia che mi fa davvero indignare. E’ sempre la stessa storia, che raccontavo qui e qui. Però applicata a M. e A. forse è di più immediata comprensione, nella sua crudezza. I due, prima da richiedenti asilo e poi da rifugiati, sono stati parcheggiati prima 3 mesi a Civitavecchia e poi, a seguire, in un analogo casermone alla periferia di Roma, dove potranno stare fino al prossimo marzo. Fortunati, direte voi. Almeno non sono finiti per strada. Non sono morti carbonizzati in un sottopassaggio, come è toccato a due rifugiati somali qualche giorno fa. Insomma, dico io. Perché si dà il caso che in tutti questi mesi (circa 15) i nostri amici non abbiamo potuto fare altro che mangiare, dormire e passare il tempo ammassati in una sala comune. Ma come?, abbiamo chiesto noi. E l’orientamento legale? Lo screening medico?Il supporto psicologico? E, più prosaicamente: i corsi di lingua? Le informazioni minime per orientarsi in un Paese in cui sono destinati a restare a tempo indeterminato?

A. mi guarda, sorride, poi prende un foglietto. Scrive un numero: 5 -5- 5. “Loro sono 3, ragazzi. Gentili, eh? Ma noi siamo 555. Che vuoi che facciano?”. M. e A. un corso di italiano, quello del Centro Astalli, se lo sono trovato da soli, alla fine dello scorso ottobre. Ne hanno sentito parlare da un ragazzo del Mali, a Stazione Termini. Arrivare è un viaggio (si parla di ore), loro non hanno neanche il biglietto dell’autobus. Ma da allora, dal lunedì al venerdì, tutti i giorni vengono a lezione per un’ora e mezza. Non mancano mai e i risultati, anche in così poco tempo (la scuola è stata anche chiusa per la vacanze di Natale) si vedono eccome.

Ma io sono sempre indignata. Perché? Intanto perché 555 moltiplicato per la diaria che viene corrisposta all’ente gestore del centro in questione è una bella cifra, che si suppone che sia stata spesa per mettere queste persone nella possibilità concreta di essere autonome sul territorio alla fine di marzo (è stata concessa un’ultima proroga rispetto alla scadenza del 31 dicembre perché fa freddo e allo stato attuale tutti i rifugiati sono destinati a finire sotto i ponti, letteralmente). La scuola che oggi frequentano è del Centro Astalli e non riceve alcun finanziamento: si basa sull’impegno dei volontari e sulle (relativamente poche) risorse che l’associazione investe per il tutor, l’affitto delle aule e la cancelleria. Pensate a che spreco di soldi: enti vengono lautamente pagati per offrire tutti i servizi necessari e si limitano a creare casermoni dormitorio, disattendendo a tutti i loro obblighi. Ma la cosa più grave, più ancora dell’uso dissennato di fondi pubblici in questo tempo di crisi, è il torto spaventoso fatto a M., a A. e a tutte le migliaia di persone come loro. Sono giovani, desiderosi di imparare, di lavorare, di impegnarsi. E fino a questo corso di italiano trovato per caso nessuno in Italia aveva dato loro mezza possibilità.

Anche così non basta, evidentemente. “Cosa farete quando dovrete lasciare il centro?”. M. e A. ci guardano per qualche istante in silenzio. E’ stato qui che il mio collega ha provato a domandare se tornare al Paese, o il Libia dove lavoravano, non sarebbe in qualche modo preferibile. M., con poche parole, spiega che l’alternativa non esiste. “Qui non ho paura”. In Libia aveva soldi, ma viveva nell’incubo quotidiano di essere imprigionato e rimandato in Niger, il che per lui equivale a una condanna a morte. M. ha ottenuto lo status di rifugiato dall’Italia perché ha bisogno di protezione. Indietro non si torna. E dunque? “Speriamo andrà bene. Inshallah. Io posso lavorare. Solo mi manca la lingua. Ma ora impariamo. Inshallah”. E ci sarebbe anche una gamba da curare, visto che qui nessuno ancora ha ancora risolto la cosa (non ho osato chiedere se ci è andato, da un medico). Ma per M. questi, rispetto alla possibilità di vivere, sono ancora dettagli. “Però…. la mia famiglia. Mi manca la mia famiglia.  Quando non ho niente da fare penso. Penso troppo”.

Di storie come questa, per lavoro, ne sento molte. Eppure ogni volta è diverso. Questa per me è più difficile da digerire. Specialmente perché sento i pochi che hanno responsabilità diretta di questi sperperi immorali insinuare anche che “certe popolazioni, si sa, non hanno voglia di integrarsi, non lavorano, sono tutti alcolizzati”. Immaginate vostro figlio, di 19 o 20 anni, in tutte le fasi della vicenda che vi ho descritto. E poi mangiatevi il fegato, come faccio io oggi.

Babele


“Qui non ho paura”. Tante volte mi capita di cercare di rispondere alla domanda: “Che vuol dire protezione internazionale?”. Eppure, a pensarci bene, è così semplice. Siamo seduti in una classe della scuola di italiano del Centro Astalli, dopo la fine delle lezioni. M. è un giovane uomo del Niger e ha accettato di rilasciare un’intervista sulla sua esperienza di “accoglienza” (le virgolette sono indispensabili) in Italia. Mi mancava, l’atmosfera della scuola. Mi mancava soprattutto quel clima di creatività linguistica che inizialmente ha sconcertato gli intervistatori ufficiali, due colleghi del JRS internazionale.

Avete presente quelle vecchie barzellette che iniziavano con “Ci sono un italiano, un francese…”? Beh, nel nostro caso eravamo un’italiana, un irlandese, una statunitense e un cittadino del Niger (come si dice?). Le informazioni in nostro possesso lo davano per – sia pur non perfettamente – francofono. Eravamo dunque pronti a sfoderare i nostri skills linguistici in tal senso (pochi, ma comunque esistenti). Ipotizzavamo una traduzione francese-inglese, con il supporto di un po’ di italiano-inglese alla bisogna. Però M., con il più largo dei suoi sorrisi, ci ha confessato che lui, il francese, lo sa più o meno come l’italiano che ha iniziato a studiare a novembre. Cioè, quasi per niente. La nostra efficiente pianificazione franava come un castello di carte. Ma niente paura, ci fa capire lui. Ho un amico che ci aiuta. Il mio amico A., che mi aspetta qui fuori. “Anche lui del Niger? E parla italiano?”, faccio io speranzosa. Viene fuori che l’amico è somalo e parla arabo.

Leggo del comprensibile sconcerto sulla faccia dei miei colleghi. E invece è vero, funziona. M. ha vissuto quattro anni in Libia, quindi parla arabo meglio di qualunque altra lingua veicolare. L’amico A. un po’ di inglese lo parla, lo mischia a tutto l’italiano che nel frattempo ha imparato e compensa le piccole lacune che restano con una mimica di tutto rispetto. Certo, è necessaria una piccola traduzione da inglese “vero” a inglese migrante. Ma a questa posso pensare io. L’amico A., alla prima domanda della collega americana, lo esplicita efficacemente: “You speak like British!”, protesta indignato. Come dire: così non vale! Ma ci arriviamo, ci arriviamo.

Ci arriviamo tanto che viene fuori una storia che ancora oggi, a due giorni abbondanti di distanza, non smette di risuonarmi in testa. Una storia tragica per molti versi, che racconta meglio di tante argomentazioni teoriche il disastro che è stato combinato dal nostro Paese nell’ultimo anno e mezzo rispetto alla cosiddetta emergenza Nord Africa. Ma anche una storia bellissima, di amicizia e di fiducia. La prossima volta dovrò proprio raccontarvela.