Too #BAD


A volte avere splendide expat come amiche aiuta a venire a sapere, seppure in corner, di iniziative interessanti e pertinenti come quella di oggi: il Blog Action Day 2013, dedicato addirittura ai diritti umani.

Ci sarebbe l’imbarazzo della scelta riguardo agli argomenti da affrontare. In questi ultimi giorni si è parlato soprattutto di diritti delle salme, da quella di Priebke a quelle, assai più numerose, delle vittime del naufragio del 3 ottobre scorso a Lampedusa. Non starò qui a sminuire l’importanza di una degna sepoltura, né a gettarmi in uno sterile dibattito rispetto alle valenze che essa può avere (per i vivi): rimando senz’altro i miei lettori a due classici senza tempo, l’Antigone di Sofocle e I sepolcri di Foscolo. Sono letture di gran lunga più arricchenti e stimolanti di tutti gli editoriali di dubbio gusto che tocca sorbirsi in queste occasioni, per tacere dei dibattiti televisivi.

Ma se si parla di diritti umani credo che sia in primo luogo di vivi che ci si debba interessare. E uno dei diritti che più mi sta a cuore, come cittadina (del mondo) e come genitore, è quello all’istruzione. Non ricordavo che uno degli Obiettivi di sviluppo del Millennio (che mi paiono spariti dai radar degli interessi politici, almeno qui nell’Italietta dei dibattiti sull’indulto e sulla legge elettorale) è raggiungere l’istruzione primaria universale entro il 2015.

Sì, vabbè. Secondo un recente rapporto di Unesco e Save the Children, nel mondo circa 50 milioni di bambini, dai 5 ai 15 anni, non vanno a scuola perché colpiti dagli scontri o arruolati nei corpi armati. Nel 2012, sono stati 3.600 gli attacchi di vario tipo per impedire ai bambini l’accesso all’educazione, tra i quali si contano violenze, bombardamenti di scuole, reclutamento dei minori in gruppi armati, torture e intimidazioni contro bambini e insegnanti sfociate in morti o ferimenti gravi. Inoltre, prosegue il rapporto, “resta scandalosamente bassa la quota di fondi destinati all’educazione nelle emergenze umanitarie, che è passata addirittura dal 2% del totale dei fondi umanitari in emergenza del 2011 all’1,4% del 2012”.

Ne ho parlato tante volte: purtroppo nelle emergenze si tende a considerare l’educazione come un accessorio di lusso, il cui acquisto è rimandabile. Per questo mi piace tanto come lavora il JRS. Chiudo questo post quindi con qualche bella storia di impegno concreto, di resistenza e anche qualche successo da alcuni Paesi del mondo in cui il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati opera. Sono storie che, anche se dolorose, fanno bene a tutti: condividiamole.

Kenya, un sogno diventato realtà

Congo: libri, non armi

Siria: un disastro senza fine

 

Almeno stavolta


Probabilmente saprete che oggi il mare d’Italia è pieno di cadaveri. Che a Lampedusa non sanno più, fisicamente, dove riporli. Oggi si è consumata una tragedia di proporzioni tali da costituire un’ottima occasione per farci capire che così non si può andare avanti. Mi dispiace dover citare continuamente Papa Francesco, ma è suo l’unico commento che mi sento di condividere del tutto: “Che vergogna”.

Non parliamo di catastrofi naturali, di malattie incurabili, di tragiche fatalità. Parliamo di precise politiche, nazionali, europee e mondiali, che non considerano le persone una priorità. Vale per l’immigrazione, ma anche per tante altre scelte politiche che riguardano noi, i nostri figli e milioni di altri genitori e figli come noi. Sono scelte che attivamente concorrono alla morte di centinaia di migliaia di persone per il profitto di alcuni privilegiati. Ne siamo responsabili, ciascuno al suo livello. Noi siamo gli elettori dei governi che fanno questo. I nostri Parlamenti votano distrattamente le misure che uccidono uomini, donne e bambini. E poi si animano dibattendo per giorni e giorni di meschinità imbarazzanti.

Si piange, ed è giusto. Ma piangere non basta.

Ho un sogno. Che almeno stavolta, quando la settimana prossima a Roma si organizzerà un momento di memoria di questi fatti terribili, ci sia un’adesione straordinaria. Che tanti ritengano fondamentale cancellare impegni presi per esserci fisicamente in tanti, in tantissimi. Per dire che siamo cittadini di Europa e vogliamo smettere di essere assassini.

Il Papa dalla mia sedia


Come prevedevo, un racconto articolato e meditato della visita di Papa Francesco al Centro Astalli non riesco proprio a proporvelo. Di alcuni aspetti hanno parlato le tv, i giornali. Specialmente di quel suo invito tagliente: cari religiosi, non trasformate i conventi vuoti in alberghi per fare soldi. “I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di cristo, per i rifugiati”. Dire una cosa così a Roma, capitale mondiale del turismo religioso (e gestito da religiosi) è certamente segno di grande coraggio e sicurezza.

Ma torniamo al mio punto di vista, parziale e condizionato dal fatto che io ero lì in primo luogo per essere funzionale. Non ho potuto quindi essere presente quando il Papa è sceso alla mensa, nel cuore del nostro servizio. Più tardi ho visto gli scatti della fotografa e ho pianto di commozione (una volta di più). Poi ho sentito il racconto di chi c’era e mi sono commossa di nuovo. Perché era evidente che il Papa si muoveva in quel corridoio del tutto a suo agio, come uno di noi, come uno “specialista” del sociale. Nessun imbarazzo, nessuna ritrosia. Non credo di aver visto nessun visitatore esterno (laico o religioso che fosse) scendere le scale buie della mensa con quella naturalezza. Io stessa ricordo bene la sensazione di straniamento provata nel corridoio di via degli Astalli, la prima volta che l’ho visto. Lui no, era tranquillo. Ha abbracciato le persone in fila, si è affacciato nelle stanze augurando buon appetito a chi mangiava, ha dato tempo a tutti, ha ascoltato rifugiati che hanno parlato all’orecchio a lui e solo a lui, in una vicinanza fisica e tangibile che davvero non è da tutti (resisto ancora una volta alla tentazione di fare paragoni). Questo non si simula. Non avevamo davanti una persona che ha deciso di far vedere che bisogna essere vicini ai poveri. Papa Francesco evidentemente si sente vicino ai poveri, senza strategie particolari, con la sicurezza e la normalità che viene dall’esperienza.

Papa Francesco ha una gestione del tempo molto particolare. Da un lato chi ha parlato con lui ha avuto l’impressione che avesse tutto il tempo nel mondo, che non andasse di fretta. Lo stesso si può dire del suo tragitto in chiesa: non c’erano né transenne né corde e tutti, proprio tutti, si sono avvicinati. Hanno fatto foto, hanno consegnato lettere e regali, si sono persino fatti fare autografi.  Eppure, allo stesso tempo, il suo ritmo è incalzante, asciutto, quasi brusco. Insieme alla tenerezza dei gesti ha anche una certa compostezza e severità che evidentemente non indulge agli sbrodolamenti e alla retorica. L’ho visto anche sabato sera alla veglia a San Pietro: è entrato e ha stroncato sul nascere i coretti con un secco “Nel nome del Padre…”. Quindi, come per magia, i tempi dell’incontro da noi sono stati rispettati al secondo. E’ stato come se fosse riuscito a dilatare il tempo in mezzo senza spostare i due estremi.

A proposito di tempo. Ho come la sensazione che questo Papa non voglia perderne. Come se pensasse di non averne molto. O, più semplicemente, che se ne deve fare un buon uso, senza per questo diventare frenetici o affrettati. E’ un tema su cui riflettere.

Il resto sono immagini, ricordi, istantanee. I volti di tanti amici che sorridevano, l’emozione dei rifugiati. Il regalo che si rompe e viene miracolosamente sostituito in tempo, ma anche il mantra di noi “lettori”, a cui le gambe e la voce tremavano all’idea di salire sull’ambone: è una festa, non è un esame. Quando Adam si è scusato per il suo italiano, il Papa ha sorriso e commentato in modo abbastanza percepibile: “E a me lo vieni a dire?”. Il Papa che, a sorpresa, si unisce alla famiglia egiziana che doveva deporre i fiori sulla tomba di Pedro Arrupe e si incammina con piglio deciso per la navata, lasciandomi basita sull’ambone a leggere la preghiera di Adolfo Nicolàs al posto suo, come da disposizioni immediate e indiscutibili di Giani, l’ombra di Papa Francesco, un uomo che deve avere una padronanza di sé e una prontezza di riflessi al di là dell’umano. E io, mentre leggevo a fatica dal testo corpo 8 dell’immaginetta (i fogli stampati grandi erano nella cartellina del Papa) e pregavo di non impappinarmi, sentivo il fruscio delle voci dell’assemblea recitare con me eprovavo una commozione indescrivibile. Come se quei due grandi Generali spagnoli della Compagnia di Gesù, Arrupe e Nicolàs, uno morto e uno vivissimo ma non presente (forse il mio unico piccolo rammarico), fossero in realtà lì con noi attraverso quelle parole bellissime. E ancora una volta il miracolo del tempo: senza che fosse stato previsto né pensato, per pura coincidenza, il testo è finito nel momento esatto in cui Papa Francesco si risiedeva sulla sua sedia modesta, davanti all’altare.

Sulle parole dette quel pomeriggio troverete tanti commenti più autorevoli del mio. Io so solo che, alle parole fatidiche sui conventi vuoti, mi sono girata d’istinto verso i colleghi accanto a me e ho visto che anche loro si spellavano le mani in un applauso liberatorio. Cambierà davvero qualcosa? Non ci illudiamo che non ci siano resistenze. Ma, per una volta, sentiamo che il Papa in persona, senza esitazioni o distinguo, è dalla nostra parte. Non è poco, dopo tanti anni di sorrisetti di superiorità raccolti a destra e a manca.

Vi lascio con questa intervista a Frank, che ha incontrato il Papa alla mensa e con il video della conferenza stampa dopo la visita, a cui non ho assistito perché ero intenta a caricare i materiali sul sito: senza togliere nulla alla mia collega Donatella, sentire la voce di padre Lombardi è sempre un’emozione. Una delle moltissime di questi giorni. Del primo giorno di prima elementare parliamo un’altra volta!

 

Chi sono i rifugiati?


Tante e tante volte ho cercato di rispondere a questa domanda, reale o retorica che fosse, nei più diversi contesti. Stamattina, in ufficio, “i rifugiati” hanno preso le sembianze di una bimba di circa tre anni. Fiocchetti rosa nei capelli, jeans scuri, sguardo serio. Saliva le scale, verso il bagno. I gradini sono ripidi, chi è stato nel mio ufficio lo sa. Ha rischiato di inciampare e sua mamma l’ha sorretta. Più tardi mi ha fatto ciao con la mano e mi ha anche sorriso rapidamente.

Anche lei, bambina esattamente uguale alla mia, è “rifugiati”.  Quando Papa Francesco, martedì 10 settembre, verrà ad incontrare i rifugiati, incontrerà anche lei. Ma ricordiamoci anche che quando si ripete la formula stantia (ma sempre attuale)  “mica si può accogliere tutti”, ci riferiamo anche a lei. Quando parliamo di “emergenza”, parliamo anche di lei.  Si dovrebbe sempre riflettere prima di parlare.

I ragazzi di Sankt Pauli. Una storia europea


Questa è una storia vera, ma mi prendo la libertà di raccontarla svestendo i miei panni professionali e cercando una prospettiva migliore, perché quella solita davvero non mi basta.

Amburgo, Germania. Sankt Pauli. Protagonisti: 300 turisti arrivati da varie città italiane. La notizia è che non se ne vogliono andare. Io lo so che voi, maliziosi, state pensando a liceali in gita scolastica, che si sono fumati gli ultimi neuroni nel quartiere a luci rosse. Nulla di tutto ciò. Vi dirò anzi che i nostri 300 dormono addirittura in una chiesa. Al di sopra di ogni sospetto, dunque. Eppure vi confesso anche che questi turisti appassionati della Germania del Nord rischiano seriamente di diventare fuorilegge. Presto, molto presto. Entro qualche settimana.

La storia comincia nel 2011, nella Libia di Gheddafi. Ah, ma allora ci propini la solita solfa, diranno i miei lettori ormai esasperati. La guerra, i barconi, i disperati in fuga attraverso il Mediterraneo, Lampedusa. Ebbene sì, pure Lampedusa. Perché i nostri turisti ad Amburgo prima di essere tali sono stati profughi. Accolti dall’Italia nel favoloso programma dell’Emergenza Nord Africa di cui in altre occasioni ho avuto modo di parlare. Con in mano un pezzo di carta e 500 euro, questi giovani (ghanesi, nigeriani, avoriani, togolesi) sono arrivati ad Amburgo vari mesi fa. Perché no? Grazie al permesso di soggiorno (temporaneo) rilasciato dalle autorità italiane avevano titolo ad entrare, ma (e qui inizia il paradosso) come dei turisti. Per un massimo di 90 giorni, senza diritto a lavorare o a essere presi in carico dai servizi sociali.

Per le autorità tedesche, a partire dal sindaco, il discorso è semplice. Finita la parentesi tedesca, è ora che tornino in Italia. Il discorso è chiuso e anzi non c’è neanche motivo di aprirlo. Ma loro, i 300, non la vedono così. Sono giovani, decisi, convinti e alcuni di loro non sono affatto sprovveduti. Non hanno nessuna intenzione di vivere passivamente gli effetti dell’attuale politica europea che li considera dei pacchi, da rimandare qua e là. E’ chiaro che gli Stati europei ragionano in termini di concessione: l’Italia ti ha concesso un permesso di soggiorno, ringrazia, torna là e bacia per terra, sperando che te lo rinnovi. Loro, i “turisti” raccontano un’altra storia. “Eravamo in Libia per lavorare pacificamente e mantenere le nostre famiglie. Noi, come altri 40mila africani che vivevano dell’indotto dell’economia libica. Arrivate voi della NATO, bombardate, combinate un casino spaventoso. Ci troviamo costretti a scappare come rifugiati. Certo, non è che la Libia fosse rose e fiori, prima. Ma ci permetteva di avere un reddito. L’avete vista la Libia, poi? Siamo dovuti scappare, molti sono morti: per i bombardamenti, per l’insicurezza, per la violenza generalizzata. Arriviamo in Europa attraversando il Mediterraneo e ora? Ci avete fatto perdere anni preziosi della nostra giovinezza. Ci avete detto, in Italia, di andare dove volevamo. Ci dite ora, in Germania, di tornare in Italia dove per noi non c’è nulla. Nessuna opportunità di lavoro, solo una vita per strada, forse addirittura la clandestinità. No, non ci stiamo. Non è giusto. Voi siete parte in causa. Voi siete responsabili. Non ci trattate dall’alto in basso. Non lavatevene le mani. Non ve la caverete con così poco”.

Non vogliono la carità, i giovani africani di Amburgo. Non se ne stanno in silenzio aspettando un piatto di minestra. Vogliono imparare il tedesco, studiare, ma soprattutto lavorare, guadagnarsi da vivere. Si fanno sentire. Montano una tenda al centro della città. Parlano apertamente, manifestano in tutte le lingue che conoscono. E qualcuno inizia a unirsi a loro. La popolazione, le ONG, le chiese. Perché è difficile dare torto a questi ragazzi. Le norme europee che difendono non si sa cosa e che permettono qualunque abuso sulla vita di queste persone cominciano a rivelarsi per quello che realmente sono: un meccanismo perverso, che nulla ha a che fare con il vero bene comune. Perché gli albergatori di Amburgo dicono che hanno bisogno di 300 lavoratori, urgentemente, e che se pure questi giovani non sono qualificati potrebbero diventarlo presto. La Germania ha bisogno di giovani, ha bisogno di lavoratori stranieri. Questi sono già lì e non chiedono altro che avere una possibilità di guadagnarsi da vivere onestamente, in dignità.

Impossibile, dicono le norme europee. Che imporrebbero, peraltro, di spendere da subito molti soldi: per la detenzione, per i trasferimenti, per i rimpatri. Per la sicurezza, insomma. Ma a Amburgo cominciano a essere in molti a non capire bene dove sarebbe il “pericolo”. E iniziano ad essere stanchi di questa politica cieca, assente, distratta, ignorante e cinica.

Qui inizia la mia (breve) fiction. 300, 500, 1000, 10.000. Ai ragazzi di Sankt Pauli, quelli che chiamano i rifugiati di Lampedusa, si uniscono gli europei veri. Quelli che guardano al futuro, quelli che sognano un mondo diverso, molto più libero. Negli occhi e nelle parole dei giovani africani trovano il coraggio per mettere da parte la rassegnazione e l’apatia. Perché – è bene che qualche volta ce lo ricordiamo – il futuro ci appartiene e ne siamo responsabili.

Per approfondire

Non sono abituata


Non sono abituata a essere così “mainstream”. Più precisamente, non sono abituata al fatto che quello che solitamente ci diciamo tra noi risuoni in bocca a un Papa. Tante, troppo parole vengono aggiunge in queste ore. Un po’ di silenzio non guasterebbe, adesso. Non facciamo come i giornalisti che conducono le dirette, che a ogni pausa si facevano prendere dall’horror vacui e inanellavano banalità alternate a sciocchezze.

Solo un paio di sottolineature però concedetemele, poi cercherò di tacermi anche io. Le letture scelte. Caino e Abele e poi la fuga in Egitto (la storia di quando Gesù e la sua famiglia sono stati rifugiati, quella stessa scena illustrata da un artista etiope rifugiato nella cappellina del centro Astalli) e la strage degli innocenti. L’omelia, tutta incentrata sulla responsabilità, che cita Lope De Vega e Manzoni. Parole forti, poco diplomatiche.

Un commentatore, su RaiNews24, sosteneva che il Papa starebbe evitando le questioni politicamente più sensibili per insistere sulle questioni sociali, di per sé più “trasversali”. Non potrei essere meno d’accordo. So per esperienza quanto politicamente sensibile siano quell’isola, quel molo, quei barconi, quei morti. Tanto politicamente sensibili che questa stessa diretta televisiva, appena quattro anni e spicci fa, trasmetteva le parole di un ministro che inneggiava ai respingimenti in Libia. Ve lo ricordate? Io ne ho parlato molte volte su questo blog (ad esempio qui).

Già nel discorso di insediamento della Boldrini alla Camera sentire menzionati i morti del Mediterraneo è stato per noi segno di speranza e di consolazione. Ma subito si è detto: beh, ne parla perché è stato il suo lavoro fino ad oggi, è un tratto personalistico, si poteva aspettarselo. Ora mi chiedo se questo gesto papale fortissimo, anche in termini di comunicazione, cambierà qualcosa. Voi che pensate?

Sul bagnato


Ci scatta uno strano meccanismo per cui, quelle volte che vediamo un rifugiato o una rifugiata che “ce l’ha fatta”, che vive qui cavandosela discretamente bene, che comincia a venirci a trovare per raccontarci di progetti e di prospettive e non solo di problemi e affanni, a quel punto – senza confessarlo apertamente – vorremmo, pretenderemmo che quella persona e i suoi cari fossero immuni da qualunque altra disgrazia. Hanno già dato, come si suol dire. E invece non è così, perché la vita non fa sconti a nessuno. A ogni lancio di dadi, si ricomincia da zero.

Lei la conosciamo da anni. Abbiamo apprezzato la sua tenacia, la sua determinazione. L’abbiamo vista testimoniare con dignità assoluta nelle scuole, tentare l’impossibile per tornare a fare l’infermiera, rialzarsi mille volte dopo una sequenza infinita di rifiuti e porte chiuse. Tornare a lottare da capo per altri suoi familiari che dovevano essere messi in salvo. Ma nel frattempo, anche, ricostruirsi e prendere sicurezza, fino ad arrivare a progettare una piccola attività di catering. La scorsa primavera, a un incontro pubblico organizzato dal Centro Astalli, ha spiegato in poche frasi – a me e a tanti altri – che cos’è un campo profughi.

Suo nipote, 15 anni, sabato scorso a Roma ha avuto un banale incidente in piscina. Pare che resterà paralizzato. Certo, può succedere a qualunque famiglia. Ma il fatto che sia successo proprio a questa continua a sembrarmi ancora più inconcepibile.

Uno solo


Stamattina guardavamo, in ufficio, lo spazio di trasmissione che Uno Mattina Estate ha dedicato alla Giornata Mondiale del Rifugiato: in un servizio esterno, il nostro collega Nabaz accompagnava una bionda giornalista alla mensa del Centro Astalli. A conclusione del servizio, in studio, a padre Giovanni (presidente del Centro Astalli) è stata posta questa domanda: “Quanti Nabaz ci sono, in Italia?”.

Lui ha dato la risposta corretta, ovviamente, evidenziando come storie simili siano molte, e troppo poche quelle che hanno esito positivo. Ma io avrei risposto: “Uno. Di Nabaz, in Italia e nel mondo, ce n’è uno solo, lui”. Non prendetela in senso letterale: ci saranno tantissime persone al mondo e certamente svariate anche in Italia che portano lo stesso nome. Ma in questo post veloce, in una giornata convulsa, ci tengo a dire una ovvietà: un rifugiato è prima di tutto una persona, e in quanto tale è unica, irripetibile.

I numeri contano, l’UNHCR oggi ne dà di impressionanti. Ogni 4,1 secondi una persona nel mondo diventa rifugiato o sfollato. Questa frase è molto efficace, ma ancora non ci permette di arrivare del tutto al punto. Proviamo in un altro modo: i rifugiati in Italia alla fine del 2012 erano 64.779. Quanti ne conoscete? Io non riesco a fare bene il conto: più della media, certamente, dato il lavoro che faccio. Ma comunque piuttosto pochi. Finché questo non cambierà radicalmente, la solidarietà civile verso chi fugge resterà necessariamente una cosa astratta.

Un rifugiato ha gli stessi diritti di un cittadino italiano. Raramente, però, ha le stesse opportunità. Non è facile quindi incontrare rifugiati all’università, in quartiere, nei nostri luoghi di lavoro (a parte me, ma sono un caso a parte). Nelle nostre città vivono molti rifugiati, separati da noi da una barriera invisibile eppure spesso invalicabile: quella dell’imbarazzo che molti provano rispetto alle differenze sociali. Non nascondiamocelo, i rifugiati vivono spesso – specialmente a Roma – in povertà estrema. Cominciamo a dirci che non è normale. Non è normale in primo luogo per loro, che prima di diventare inaspettatamente uomini e donne in fuga erano avvocati, insegnanti, giornalisti, proprietari terrieri o anche contadini, infermieri, ostetriche, guardie forestali, studenti universitari (e si potrebbe continuare, cito a caso pensando a chi conosco). Ma soprattutto non dovrebbe essere normale per noi, che riconosciamo loro un diritto di carta salvo poi voltarci dall’altra parte.

Di Nabaz ce n’è uno solo. Come c’è una sola Myrra, una sola Isabel, un solo Safet, un solo Abel, un solo Ali (salvo omonimie!). Le tante iniziative organizzate in varie città in questi giorni sono un’occasione per incontrarli. Non ve la lasciate sfuggire.

Santuario e Nutrimento


“Santuario”, in italiano, non ha tutta la ricchezza semantica dell’inglese “sanctuary”, in cui “luogo sacro” e “rifugio” sono due facce della stessa realtà. Per questo, quando ho visto il titolo della mostra che si inaugura domani, ho pensato che persino le parole, qui in Italia, non ci assistono per parlare di questi argomenti. 

E allora proviamo con le immagini. Per tre sere il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati vuole portarle sotto gli occhi di tutti: 200 fotografie che raccontano la vita di donne, uomini e bambini costretti alla fuga saranno proiettate sulla facciata della Chiesa del Gesù, al centro di Roma. Una bella scommessa, ma perché riesca davvero bisognerebbe che molti ci passino, per quella piazza, tra il 18 e il 20 giugno.

Per i romani, ecco il calendario della giornata:

ore 11, Sala Marconi – Radio Vaticana (Piazza Pia 3): conferenza stampa. Interverranno Peter Balleis sj (direttore dell’ufficio internazionale del JRS, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati), Danilo Giannese, operatore sociale e fotografo da poco tornato dal Congo, Giovanni La Manna sj, presidente del Centro Astalli (JRS Italia). Ci sarà anche la testimonianza di una rifugiata congolese che oggi vive a Roma.

ore 19, Chiesa del Gesù. Il Cardinale Antonio Maria Vegliò  presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti celebrerà una Messa per tutte le persone che nel mondo sono costrette alla fuga.

ore 20, Chiesa del Gesù (cortile). Concerto del gruppo musicale  “Vera Luz y Norte Musical” con il coro Les Antilopes d’Afrique. Diretto da Claudio Zonta SJ e formato da un gruppo di musicisti e rifugiati provenienti da diverse aree geografiche, il gruppo ci accompagnerà fino al calare del sole. Ci sarà anche un congruo rinfresco a cura del nostro kebabbaro di fiducia.

ore 21 circa, Chiesa del Gesù (facciata). La mostra inizia! Si inaugura la proiezione, che sarà visibile dalle 21 a tarda notte il 18, il 19 e il 20 giugno. E di giorno? All’interno della Chiesa saranno allestiti dei pannelli con alcuni degli scatti più significativi, che potranno essere visitati tra le 7:30 e le 19:45 (fino al 30 giugno).

Per i milanesi, le foto della mostra saranno proiettate il 20 giugno alle 18 durante la celebrazione ecumenica che sarà celebrata nella Chiesa di San Fedele in memoria delle molte e ignote vittime dei viaggi verso l’Europa.

Tutti gli altri possono seguire l’iniziativa attraverso i social network (su Facebook, attraverso la pagina ufficiale dell’evento, e su twitter utilizzando l’hashtag #rifugiatinpiazza).

Ringrazio Claudia e Laura, che hanno accolto con entusiasmo il mio invito e saranno con me, domani sera (la prima in spirito, la seconda in carne ed ossa). Spero che altre amiche riusciranno a unirsi a noi. Confido che chi è lontano ci penserà, ma soprattutto cercherà di mettersi per un momento nei panni dei genitori di 10 milioni di bambini che in Siria non vanno a scuola da un uno o due anni; delle ragazze congolesi che lottano per riconquistare il sorriso e la dignità; delle tante famiglie in Africa e in Medio Oriente che aprono le porte a chi fugge senza troppe remore, in nome di un’ospitalità che è ancora un valore forte, non riservato a pochi intimi.

La Giornata Mondiale del Rifugiato è, per sua natura, una celebrazione agrodolce. Non ha la finalità di farci travolgere da cupi pensieri o da sensi di colpa. Ma vuole essere un invito a informarsi su quello che troppo spesso resta del tutto fuori dai nostri media e a guardarsi intorno. Riflettiamo su quanto la nostra solidarietà scatti solo nei riguardi di chi è lontano, in modo asettico o anonimo. Lo dico spesso: i rifugiati vivono qui, dietro casa nostra. Hanno tanto da darci. Impariamo ad approfittarne.

Uno scatto #rifugiatinpiazza


Nei prossimi giorni, compatibilmente con il turbine di impegni, commissioni, imprevisti, varie ed eventuali che dovrò affrontare, mi piacerebbe condividere con voi qualche storia che ha a che fare con la mostra Santuario e Nutrimento, che sarà inaugurata il prossimo 18 giugno. Si tratta di un evento molto particolare, a cui i miei colleghi dell’ufficio internazionale si stanno dedicando anima e corpo. Il focus sarà su due crisi di straordinaria gravità, di cui si parla troppo poco: la Siria e il Congo.

Della Siria qualche volta vi ho parlato. Quindi mi piace partire dal Congo e, per farlo, prenderò spunto da uno degli scatti della mostra. Rappresenta una ragazzina giovane, molto giovane, che lavora un impasto. Ha sui capelli un foulard viola, indossa un vestito a fiorami e sotto si intravede una canottiera turchese, un po’ lucida. Questa foto, scattata come varie altre dal direttore internazionale del JRS, Peter Balleis sj, senza essere una foto di denuncia in senso stretto ha avuto il potere di farmi sentire, dritta nello stomaco, la tragedia delle donne in Congo.

Ho già confessato una volta che sentir parlare di Kivu Nord, di Goma e di altre località del Congo orientale mi dava una particolare sensazione di estraneità. Non riuscivo proprio a immaginarmele. Poi ho imparato, dai racconti dei colleghi, che non solo si tratta di un luogo di sconvolgente bellezza, ma anche di straordinaria ricchezza. Una regione troppo strategica e ricca di risorse minerarie per essere lasciata in pace. Da lì viene il coltan per i nostri cellulari e i nostri portatili. Da lì prendiamo i diamanti per i gioielli dei nostri sogni, il rame per le nostre case e le nostre macchine. Certamente anche per questo, quella terra non conosce pace.

Nel Congo orientale almeno il 40% delle donne hanno subito violenza sessuale. La giovanissima donna ritratta nella foto è una di loro. I suoi occhi hanno un’espressione che non riesco a descrivere. Una timida gioia, un dolore quieto, tanta tanta fragilità. Non oso immaginare la sua età. Temo che si avvicini molto a quella di mia nipote che fa gli anni oggi, ma la sola idea mi gela il sangue.

Aiutare queste donne, come fa il JRS, se si guarda la dimensione complessiva del fenomeno è una goccia nel mare. Una follia, un progetto di discutibile sostenibilità. Ma se si guarda singolarmente in ciascuna di queste coppie di occhi, credo che non ci possano essere dubbi. Non abbiamo il diritto di arrenderci.