Cinque cose che penso su Parigi (e sull’Italia)


Oggi tornavo da una piacevole gita in Maremma in pullman e inevitabilmente i miei vicini di posto commentavano i recenti fatti. Ho cercato di non sentire, ma non ci sono riuscita del tutto. Poi mi sono detta che non si può nemmeno prendersela con le persone, che in buona fede ripetono ciò che suppongono di avere imparato da giornalisti, opinionisti, vicini e conoscenti. Io pure da oggi sarei fiera di condividere le conoscenze acquisite alla riserva di Burano rispetto alle differenze di escrementi (“fatte”) di animali carnivori e erbivori e persino la storia, ben più stupefacente, delle anguille che vanno a riprodursi nel Mar dei Sargassi. Nei giorni scorsi indubbiamente tutti noi abbiamo sentito e letto di tutto: nessuna meraviglia che in una conversazione di condivida con gli amici ciò che ci è parso più convincente.

Ecco, allora proverò a smettere di mangiarmi il fegato e a fare così anche io. Mi limito a qualche punto di partenza per un ragionamento che probabilmente non sono nemmeno in grado di portare avanti fino in fondo, avendo competenze limitate. Ma per studio, lavoro e esperienza credo di avere qualcosa da dire anche io, e allora lo faccio.

1. Il terrorismo è una cosa molto diversa dalla reazione scomposta di un credente particolarmente pio o sensibile. Almeno cerchiamo di partire da questa considerazione. Abbiamo visto in azione dei killer a sangue freddo, non dei fedeli scandalizzati. Che infatti non si sono fatti alcuno scrupolo nell’uccidere altri musulmani. E qui vi dico che io non credo proprio che la satira del giornale francese sia la causa dell’attacco terroristico. E’ stato piuttosto la ragione della scelta di un obiettivo che causasse una reazione violenza, durevole, mediatica e capace di generare odio e reazioni scomposte, da una parte e dall’altra, in modo esponenziale. Massimizzare l’impatto.
Davvero crediamo che una vignetta francese, per quanto offensiva, abbia una rilevanza internazionale tale da organizzare un attentato su questa scala? Certo, la rilevanza la ha adesso: la diffusione globale della vignetta e di tante altre soffiano sul fuoco in tutto il mondo, velocissimamente.
Vi invito a leggere questo articolo di Michael Deacon (in inglese).

2. Se la reazione alle vignette non è la causa, qual è la causa? Qui mi sento solo di fare qualche ipotesi di respiro un po’ più geopolitico (mi si passi il termine, abusato in queste ore). Questo articolo di Donatella Della Ratta mi pare interessante. Aggiungo solo a margine che la nostra idea che l’Europa sia la pacifica culla della civiltà, al centro dell’universo e metro di tutte le cose, dovrebbe cominciare a suonarci un tantino fuori luogo. Viviamo in un continente che esercita sistematica violenza nei confronti di Paesi terzi: economicamente, con le bombe, con le mine, con le forze di polizia. Probabilmente è sempre stato così, ma forse sarebbe l’ora di deporre l’idea idilliaca che abbiamo di noi stessi come esportatori di arte, cultura e democrazia. Un esempio dell’ultim’ora? Non solo ci guardiamo bene dal creare canali umanitari per i milioni di vittime della guerra in Siria, ma cerchiamo a tutti i costi di tappare ogni via di accesso nel tentativo disperato (e costosissimo, sia detto incidentalmente) di scaricarli a qualcun altro o al limite di farli morire fuori dal nostro territorio (si veda questo ultimo articolo di Marta Bernardini e Francesco Piobbichi).

3. Una parolina sulla libertà di espressione, che secondo me non è la causa, ma certamente è stata presa a bersaglio perché simbolo potentissimo dei valori che qui in Europa ci arroghiamo come nostri. Si dice che la satira non ha vincoli di sorta, che questi “altri” devono accettare che da noi non esistono tabù di alcun genere perché siamo liberi e disinibiti. Mi limito ad osservare che non è davvero così. Anche noi abbiamo i nostri tabù. Non credo che si accetterebbero a cuor leggero vignette che scherzano sulla pedofilia oppure vignette pesantemente sessiste (nessuno organizzerebbe un attentato per questo, ovviamente: ma come ho già detto non è questo il caso nemmeno stavolta). Ricordo perfettamente i commenti che suscitò l’inserto di barzellette sui gay pubblicato da Visto. Mi colpì questa frase di Marco Platti (The Queen Father): “Chiedere ai gay di ‘farsi una risata’ e di far leva sulla propria autoironia di fronte ad un inserto in edicola che li deride, è un enorme schiaffo in faccia, perché se solo fossimo trattati con rispetto quando più ne abbiamo bisogno (adolescenza ed infanzia) e se la nostra dignità non venisse continuamente attaccata e sminuita da chi ci nega diritti, forse oggi saremmo in grado di riderci sopra come vorrebbe la Lucarelli e tutti quelli che pensano che la normalità passi attraverso l’esser messi alla gogna con tutti gli altri” (qui l’intero post). Ricordo che già allora pensai che la stessa cosa si potrebbe dire dei musulmani in Europa e dei migranti (specialmente non comunitari) in Italia, la cui dignità viene continuamente attaccata e sminuita da quello che qualcuno chiama violenza della burocrazia (e non solo). Con questo voglio solo precisare che nelle nostre società da sempre vengono rispettati i tabù di chi ha abbastanza potere (non necessariamente politico: economico, sociale, culturale) per imporsi sugli altri. Oltre al fatto che ogni libertà, come ci insegnavano da piccoli, ha come confine la libertà dell’altro (sempre che tutti gli uomini siano uguali, si intende).

4. Sull’Islam non voglio neanche entrare, tanto mi lasciano senza parole certe spudorate manifestazioni di razzismo in cui ci andiamo esibendo (ad esempio questa). Colgo solo l’occasione per farvi notare quanto sia profondamente offensiva l’espressione musulmano moderato (lo spiega bene Luisa Ciffolilli qui). Va da sé che questo è il punto su cui mi mangio il fegato maggiormente. Purtroppo la nostra ignoranza in materia di religioni, nostre e altrui, è tale e tanta che siamo letteralmente disposti a credere a qualunque cosa. E siccome, ammantandoci della nostra cultura laica, siamo pure convinti che la materia sia irrilevante e quindi semplice, crediamo davvero in perfetta buona fede che basti leggere un paio di frasi sul web o rispolverare qualche antica memoria catechistica per essere informati e consapevoli. “L’ignoranza è un’arma di cui avere molta paura”, scrive la giornalista dell’articolo linkato sopra e io non potrei essere più d’accordo.

5. Men che meno voglio entrare qui sul tema migrazioni. Solo un idiota potrebbe pensare che chi arriva oggi in Europa, magari su un barcone in avaria, sia parte di un complotto per islamizzare l’Europa (eppure si dice, si scrive e quel che è peggio si pensa). Osservo solo che questo tema delle cosiddette seconde generazioni (anche questo termine ha i suoi detrattori) è anch’esso fortemente strumentalizzato. La mancata integrazione (e la politica folle e miope in materia di migrazioni che stiamo portando avanti come Italia e come Europa da almeno 15 anni) è certamente uno strumento potentissimo in mano alle organizzazioni terroristiche. Ma mi colpisce la facilità con cui le nostre società che pretendono di essere libere e laiche si ridividano fulmineamente in maggioranze e minoranze, come se un velo si squarciasse. Dal 1907 al 1913 Roma ebbe un sindaco ebreo, Ernesto Nathan. Tra il 1901 e il 1904 il ghetto di Roma fu praticamente distrutto (più rimosso che ristrutturato) e venne costruita una sinagoga monumentale. Meno di una generazione dopo, le leggi razziali. Non era certo per una mancata integrazione che fu così ridicolmente facile privare di tutti i diritti, inclusa la vita, cittadini in vista, stimati, persino potenti e ricchi.

Non concludo, ma vi esorto a cercare sempre di aggiustare la prospettiva che ci sembra l’unica possibile, ma che quando pretendiamo di parlare di questioni che riguardano tutta l’umanità è spesso deformante. Capisco che le carte geografiche che utilizziamo non ci aiutano, ma non siamo il centro del pianeta. Non siamo speciali. Non siamo più civili per nascita. Non siamo più colti per nascita. Siamo quello che ci riveliamo essere con le nostre parole, le nostre azioni e le nostre scelte. Lo stesso vale per un cittadino del Cameroun, dell’Indonesia, del Guatemala o del Brasile. Questi morti contano quanto i nostri. Così come tutti i morti nel mare delle nostre vacanze, nel deserto controllato dalla tecnologia di Finmeccanica e tutte le vittime innocenti dei muri che, anacronisticamente, continuiamo a costruire spendendo le nostre risorse economiche (alla faccia della crisi).

Roma, il gioco si fa duro


Amo Roma, amo la sua complessità e il suo essere metropoli. Per giunta, lavoro nelle politiche sociali. Avete presente Mafia Capitale e compagnia bella? Ecco, noi ci mangiamo il fegato da moltissimi anni per quelle speculazioni efferate. Perché rubare su scala industriale a chi più ne ha bisogno anche quel poco che è previsto è proprio un crimine efferato, che ha un impatto spaventoso su tutti noi. Vi faccio un esempio: se io sono pagato dallo Stato per fare un servizio essenziale (smaltire i rifiuti, oppure offrire assistenza adeguata a un bambino che è scappato dalla guerra da solo o a una vittima di tortura, perché di questo parliamo) non solo sono disonesto perché prendo i soldi per non fare nulla, ma danneggio attivamente tutta la comunità, giorno dopo giorno, per anni. La danneggio con la stessa ottusità del mafioso che seppellisce i rifiuti tossici nella terra dove vivono i suoi parenti: faccio soldi nell’immediato, ma prima o poi ammazzo anche i bambini della mia famiglia. A Roma vediamo succedere da anni piccoli delitti sociali quotidiani e, come noi, li vedono tantissime persone disposte a guardare le cose con gli occhi aperti e e coscienze sveglie, come diceva il mio precedente capo gesuita. Finché le vittime sono “solo” rifugiati, stranieri, poveri o emarginati lo scandalo non fa tanto rumore.

Poi succede, ad esempio, che una persona arrivata su un barcone in preda a una vera e propria malattia mentale soggiorni per quasi un anno in un centro in cui dovrebbe esserci assistenza, anche medica, personalizzata (lo Stato paga per questo). Peccato che c’è chi non si fa scrupolo di intascare il pagamento senza erogare nessun servizio, perché gli immigrati, se li si tratta come merci, rendono più della droga. Quindi nessuno lo guarda in faccia per un anno quell’uomo, nessuno lo cura. E’ un po’ strano, sente le voci, ma è sempre una testa che porta reddito. Finito il periodo finisce a dormire per strada (sarebbe previsto altro ma si sa, le risorse sono poche, povera Italia… c’è chi ha il coraggio di usare ancora frasi così) e un giorno, in preda a una crisi, uccide delle persone innocenti, italiane. Una tragedia spaventosa. Il crudele assassino viene processato e messo alla gogna su tutti i giornali. Chi ha rubato quello che lo Stato ha pagato per assisterlo e curarlo non è mai menzionato in questa triste storia e probabilmente è tra quelli che ha fatto la voce più grossa contro questi stranieri che vengono a delinquere nel nostro bel Paese.

Ma torniamo a Roma. La logica è la stessa. Ammassare centinaia di persone in palazzoni costruiti dalla speculazione edilizia in aree prive di infrastrutture e di servizi (incidentalmente: speculazione fatta magari dagli stessi soggetti che ora “trattano immigrati”), in cui sono già precedentemente finiti a vivere quei cittadini che già sono considerati un po’ meno cittadini degli altri. Più i nuovi arrivati hanno bisogno di assistenza urgente, meglio è: lo Stato paga meglio, il profitto è maggiore. Se scoppia tutto, meglio ancora. Potrei continuare. Io parlo di immigrazione, ma lo stesso discorso vale per moltissimi altri settori vitali per la nostra città. Mi preme dunque dire due cose.

Uno. Le cose possono essere fatte diversamente. Un esempio concreto. Noi l’accoglienza ai rifugiati l’abbiamo sempre fatta con onestà e giustizia, non coprendoci d’oro e anzi spesso e volentieri rimettendoci, danneggiati dalle speculazioni degli altri sia per il continuo gioco al ribasso a cui eravamo chiamati, sia perché dovevamo anche cercare di coprire l’immenso vuoto di assistenza lasciato da chi rubava (non riuscendoci, evidentemente, ma mettendo qualche pezza dove arrivavamo). Qualcuno, che interferiva più direttamente, ha rimediato anche minacce mafiose. Noi no, ma è successo a nostri colleghi che lavorano in altri Paesi del mondo e contrastano gli interessi dei più potenti. Non tutti siamo chiamati a essere eroi, certo. Ma essere diversi, onesti, non conniventi si può. Spesso ci si trova in una posizione scomoda, ovviamente. Difficilmente si è considerati dei vincenti. Ma Roma pullula di realtà sane e competenti, che aspettano solo di essere messe in condizioni di incidere in modo più sostanziale.

Due. Qualcosa si muove. Non mi lancio in analisi politiche, per cui non sono competente. Non credo nel deus ex machina, non credo nei salvatori della patria con l’aureola e il cavallo bianco. Ma ci sono stati dei segnali forti e delle reazioni violentissime. La mia amica Silvia dice che la mafia fa gli attentati quando è in crisi. Certo che quando parliamo di immigrazione, rifiuti, bancarelle di piazza Navona e compagnia parliamo proprio di mafia in senso stretto e tutti lo sanno. In altri casi parliamo “solo” di interessi consolidati, di lobby, di malcostume fatto regola. Non ho le competenze per vagliare tutto quel che si dice, ma ho motivo di credere che la situazione non sia tanto lontana da quella dipinta qui. Non amo il complottismo, ma cercare di capire le cose è il dovere di chiunque abbia un cervello.

Papa Francesco si è guadagnato al stima di molti, me compresa, in questo suo primo anno di pontificato, anche e soprattutto perché ama chiamare le cose con il loro nome. Al Te Deum di fine anno ha parlato degli scandali di Roma in modo esplicito, ricordando che bisogna avere il «coraggio per dire che occorre difendere i poveri e non difendersi dai poveri, servire i deboli e non servirsi dei deboli». «Il nostro vivere a Roma», ha aggiunto, «significa abitare nella città eterna, far parte della Chiesa fondata sul martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo. Anche di questo ringraziamo il Signore, ma al tempo stesso questo rappresenta una grande responsabilità. Gesù ha detto: “a chiunque è stato dato molto molto verrà chiesto”. Domandiamoci, in questa città, in questa comunità ecclesiale, se siamo liberi o schiavi, se siamo sale e lievito, o se siamo spenti, ostili, sfiduciati, irrilevanti e stanchi».

Veniamo dunque a noi. Io, da romana e operatrice del sociale, mi sento in dovere di fare del mio meglio per essere sale e lievito, per dirla con il Papa. Non limitarmi a unirmi al mormorio qualunquista di chi dice che tutto farà schifo per sempre, ma cercare di chiamare le cose con il loro nome e, per quanto possibile, pensare con la mia testa e promuovere la giustizia. Il che non vuol dire non vedere i problemi. Al contrario. Piuttosto, essere consapevole che siamo in guerra e che il futuro di questa città dipende anche da quello che noi contribuiamo ad avallare con la nostra superficialità e la nostra pigrizia mentale. A me e ai tanti romani come me serve, come non mai, la vostra solidarietà e il vostro rispetto. Combattere per una Roma più pulita, in tutti i sensi, è interesse di tutti noi (e, più ancora, di tutti i nostri figli).

Analfabeti di speranza


Alcuni di voi mi chiedono di scrivere qualcosa su Tor Sapienza, sull’Infernetto, su questa assurda ondata di violenza e intolleranza che sembra dilagare ovunque e che, naturalmente, trova con facilità palcoscenici compiacenti nelle televisioni e nei giornali. Mi sopravvalutate, temo. Una cosa è certa: molte delle informazioni che circolano sul tema immigrazione e rifugiati in particolare sono, nella migliore delle ipotesi, non correttamente interpretate e spiegate (se non false del tutto). Non mi sento di farne del tutto una colpa ai singoli cittadini: se la stessa RAI manda in onda in prima serata trasmissioni che rimestano del torbido, non senza malizia, e se su uno dei principali quotidiani italiani si scrive che a Roma negli ultimi mesi sono stati aperti migliaia di nuovi posti di accoglienza per i rifugiati (il che è, semplicemente falso, visto che ci si è limitati a finanziare diversamente posti preesistenti), a questo punto viene la tentazione di considerare più attendibile il proverbiale “amico di mio cuGGino”, come si dice nella mia città natale.

Quegli stessi amici che, sapendo che lavoro faccio, mi chiedono di esprimermi sono certa che mi scuseranno se faccio un passo indietro e rispondo, più per me che per loro, a una domanda che in queste settimane mi tormenta: quando così evidente appare l’immensità del lavoro da fare e la sproporzione inquantificabile di mezzi tra chi mette zizzania (passatemi questa sottile analisi sociologica…) e chi avanza proposte diverse, che senso ha il nostro impegno?

Ieri poi, dopo quattro ore di formazione sulla geopolitica mondiale, il mio scoraggiamento aveva assunto una dimensione cosmica. Uno degli assunti nel nostro relatore era che certamente “a livello individuale” si possono fare tante buone cose. Ma il quadro generale che ne emergeva, tra strategie sul prezzo del petrolio e guerre stellari, era quello di un’enorme partita di Risiko che si svolge, attraverso un miscuglio diabolico di tecnologie avanzatissime e istinti animaleschi, ben al di sopra delle teste di tutti noi. Che senso ha, allora, il nostro lavoro?

E qui mi concedo una precisazione, che in fondo in fondo, contiene un po’ la risposta alle domande della me annichilita e scoraggiata. Noi non lavoriamo per fare del bene, nel nostro piccolo. Noi lavoriamo per cambiare il mondo.

“Parte essenziale della missione del JRS è affrontare le cause profonde delle migrazioni forzate. L’organizzazione si sforza di modificare le politiche ingiuste al livello più appropriato: localmente, a livello nazionale o internazionale”.

Di più: noi lavoriamo per promuovere la giustizia e “ricreare le giuste relazioni” a livello globale. Scusate se è poco.

Ecco, senza questa cornice davvero nessuno dei nostri sforzi ha senso. Essere idealisti non è un difetto, è obbligatorio. Mi spingo un po’ più in là. Bisogna anche sapere che la giustizia e la riconciliazione richiedono di tentare l’impossibile. Quindi, ciascuno faccia appello a quello che ha: la fede religiosa, la convinzione degli ideali, la fiducia nella magia o nei miracoli. I miracoli sono sottovalutati, specialmente quelli quotidiani.

Preciso che i miracoli quotidiani di cui siamo spettatori e che in misura maggiore o minore ci coinvolgono non sono “il nostro piccolo”. Sono lo spiraglio attraverso il quale ci rendiamo conto che il cambiamento che razionalmente è impossibile in realtà ci sarà e forse, in qualche misura, c’è già. «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te».

Ricordo sempre una frase del mio primo “capo gesuita”. I rifugiati insegnano la speranza a noi che siamo analfabeti di questa virtù. Se una persona che ha perso tutto, magari anche se stesso attraverso la tortura, è in grado di rimettersi in piedi, percorrere il deserto e il mare e immaginare qualcosa di nuovo, come possiamo noi essere cinici e rinunciatari?

Ecco, lo so che questo apparentemente non c’entra nulla con Tor Sapienza e con l’Infernetto. Ma prima ancora di parlare di questo avevo bisogno di ricordare a me stessa che ci faccio qui.

Tor Sapienza


La tentazione di non dire niente davanti a quello che sta accadendo in un quartiere della mia città è forte. E’ tutto molto più complicato di quello che raccontano i nostri media, che a volte sembrano semplicemente elettrizzati all’idea di avere anche qui in Italia le nostre banlieux, come se questo ci rendesse un po’ più europei à la page. La cosa più sensata, che condivido parola per parola, la trovate qui.

Ma oggi mi voglio concedere il lusso di un fermo immagine. Ci sono stati un certo numero di genitori italiani, padri e madri, che hanno ritenuto sensato e accettabile lanciare sassi e bombe carta contro un centro che ospita anche minori stranieri non accompagnati. Tradotto in parole non tecniche: ragazzini dell’età dei loro figli che hanno affrontato, da soli, viaggi che segnano a vita qualunque adulto.

Riparare il mondo


C’è un concetto della cultura ebraica che mi ha sempre colpito, pur nella mia conoscenza piuttosto superficiale (mi scuso fin d’ora per la mia approssimazione, magari qualcuno dei miei lettori nei commenti può integrare e correggere): il tiqqun ‘olam. L’idea, in parole fin troppo povere, è che la creazione del mondo non è esclusiva responsabilità del Creatore, ma che va in qualche misura completata dagli uomini, riparando quello che nel mondo, abbastanza vistosamente, non funziona.

Questa immagine ha sempre colpito la mia immaginazione, per diverse ragioni. E’ bella l’idea che quello che non va non sia una corruzione irrimediabile di una perfezione perduta, ma un non ancora su cui abbiamo voce in capitolo. Soprattutto mi piace il concetto che ciascuno possa e debba fare qualcosa per il bene collettivo, globale, senza per questo essere o sentirsi un supereroe.

Troppe volte, quando racconto sommariamente che lavoro faccio, mi trovo davanti a reazioni di ammirazione che mi imbarazzano molto. In primo luogo il mio è, appunto, un lavoro. Per la mia vita, ovviamente, non è solo un modo per guadagnarmi lo stipendio. Lo faccio con passione, con convinzione. Credo molto nella missione della mia organizzazione, il JRS, soprattutto perché non fa “carità”, ma promozione della giustizia (che poi è un modo cattolico di vedere il tiqqun ‘olam di cui sopra). Noi non ci spendiamo per i diritti dei rifugiati perché “siamo buoni”, ma perché crediamo che sia giusto.

Io, personalmente, credo che nello sfacelo che la mia vita è, da molti punti di vista, svolgere questo lavoro sia in questo momento il pezzettino che devo contribuire a rammendare per la riparazione del mondo. Qui mi ha portato la sorte, qui posso spendere le cose che so fare. Ma credo che non sia necessario lavorare in una ONG per fare questo. Credo che molte persone abbiano nel lavoro l’opportunità di fare giustizia, nel loro piccolo. Il pensiero corre agli insegnanti, ai giornalisti, ai medici, ma anche agli infermieri, agli operatori di sportello, agli impiegati… Fare con coscienza il nostro compito, rammendare il pezzo che è alla nostra portata, è alla fin fine niente di più e niente di meno che fare quello che ci è proprio, in quanto esseri umani. Gli eroi lasciamoli nei fumetti (e nei film americani).

Post scriptum
A proposito di tiqqun ‘olam: vi consiglio di leggere il romanzo di Myla Goldberg, Bee Season. La traduzione italiana non si trova e ne hanno tratto un film con Richard Gere e Juliette Binoche, Parole d’amore, che mi ha incuriosito e spinto a cercare il romanzo per leggerlo. Il romanzo è molto meglio, più complesso e interessante.

La storia


Say this city has ten million souls,
Some are living in mansions, some are living in holes:
Yet there’s no place for us, my dear, yet there’s no place for us.

Once we had a country and we thought it fair,
Look in the atlas and you’ll find it there:
We cannot go there now, my dear, we cannot go there now […]

Went to a committee; they offered me a chair;
Asked me politely to return next year:
But where shall we go today, my dear, but where shall we go today? 

Came to a public meeting; the speaker got up and said:
‎’If we let them in, they will steal our daily bread’;
He was talking of you and me, my dear, he was talking of you and me.

Questa poesia di Wystan Hugh Auden parla degli ebrei tedeschi al tempo della persecuzione nazista. Un tema abusato, mi direte. Ma leggendo queste parole non riesco a non pensare alle persone che da 14 anni a questa parte, mese più mese meno, ho cominciato a conoscere. Non a caso un documentario che parla dei rifugiati palestinesi in fuga dalla Siria, proiettato qualche giorno fa a Beirut, deve il suo titolo proprio a un verso di questa poesia.

Certe volte la sensazione di non andare avanti neanche di un passo è davvero incombente. “Perché fate questo lavoro? Credete davvero di poter cambiare qualcosa?”, mi ha chiesto ieri uno di quei rifugiati, perfettamente integrato, in apparenza (qualunque cosa ciò voglia dire). E invece ogni volta che parliamo, anche se non la nomina più da anni, sento vibrare in lui la paura dei confini attraversati a piedi, mista alla rabbia, alla delusione, alla frustrazione. Ricordo quei fogli grandi su cui scriveva, infinite volte, “sono solo”.

Cosa ho risposto? Che a volte un lavoro fatto con coscienza non può cambiare il mondo, ma può fare la differenza, anche piccola, almeno per qualcuno. Che è troppo facile abbandonarsi alla rabbia, alla disperazione, al senso di inutilità davanti all’enormità dell’ingiustizia (ad oggi l’Europa tutta intera ha accolto appena l’1% dei profughi in fuga dalla Siria) e all’ottusità arrogante di tanta gente intorno. E’ giusto arrabbiarsi, è giusto sconfortarsi. Ma non si è comunque giustificati, rimboccarsi le maniche serve comunque. Fosse solo per poter dire che abbiamo fatto di tutto per non essere complici. Per poter guardare mia figlia negli occhi e poterle raccontare che, con tutti i miei errori e le mie insufficienze, ho sempre saputo da che parte stavo, in questa storia. Che, lo ripeto sempre, a un certo punto sarà raccontata. E a quel punto, se saremo ancora vivi, ci chiederemo cosa stavamo facendo mentre tutte queste persone morivano ai confini della nostra Europa.

3 ottobre


Ci sono delle date che restano nella memoria e nell’esperienza. Una è l’11 settembre, quel momento in cui tutti ricordiamo dove ci trovavamo e cosa stavamo facendo quando è arrivata la notizia.

Per noi il 3 ottobre è un’altra di queste date. Con una differenza: quella tragedia, straordinaria per proporzioni, continua a ripetersi senza sosta, giorno dopo giorno.
Questo video dell’UNHCR lo spiega bene. Dal 3 ottobre 2013 a oggi sono morte almeno altre 3.000 persone nelle stesse modalità. Ed è un numero per difetto.

Non sono tragiche fatalità. E’ la precisa volontà di non voler nemmeno immaginare alternative per chi fugge dalla guerra e dalla disperazione. Questa volontà politica, basata sull’assunto che la nostra vita (e anche il nostro superfluo) valga intrinsecamente di più della vita di milioni di altri esseri umani, oggi più che mai mi fa orrore. “Un giorno ci faranno i film, e piangeremo“, ha scritto una volta la mia amica Anna Lo Piano.

L’ennesimo naufragio…


Ancora stamattina, sull’autobus, parlavo al telefono con un collega con parole che ormai per noi sono abituali: Mare Nostrum, Frontex Plus, Triton… Poi mi siedo alla scrivania e trovo sulla bacheca della mia amica Veronica il link a questo video.

Mi sono vergognata, perché anche noi, in realtà, ci siamo assuefatti a chiamare queste cose con un termine tecnico, a volte con una sigla. Anche noi, che pure i rifugiati li incontriamo tutti i giorni, abbiamo perso il conto dei naufragi e non riusciamo a piangere per ciascuna di queste persone.

Io vorrei davvero che tante persone, soprattutto quelle che dicono che queste operazioni di salvataggio non ce le possiamo permettere, guardassero questo video e seguissero i dieci episodi che Rai 3 trasmetterà in prima serata da lunedì 29 settembre (bravi!).

“Adesso le potete vedere per la prima volta, adesso possiamo capire cosa c’è dietro il titolo «Tragedia in mare, si ribalta gommone al largo delle coste italiane», così frequente e ripetuto da diventare facile pretesto per rifugiarsi nell’indifferenza dell’ineluttabile”.

http://video.corriere.it/video-embed/4213bf52-4356-11e4-9734-3f5cd619d2f5

Però arrestiamo tanti trafficanti. Sicuri?


Per quanto incredibile, l’Italia si trova spesso a doversi giustificare per l’operazione Mare Nostrum. Salvare decine di migliaia di vite umane non è evidentemente giustificazione sufficiente. La nostra missione è contrastare l’immigrazione clandestina per garantire la sicurezza, anche oggi che quasi tutti quelli che arrivano sono rifugiati. Ricordate? Ve lo ho già spiegato, qui.

Ma noi con Mare Nostrum contrastiamo l’immigrazione clandestina, risponde l’Italia. Arrestiamo un sacco di scafisti. Gli scafisti, i trafficanti di esseri umani, sono quegli uomini brutti e cattivi, che lucrano sulla pelle della gente, che accoltellano le persone sui barconi quando bisogna buttare giù zavorra. Ce li immaginiamo come i moderni negrieri e spesso i vividi racconti di chi arriva aggiungono conferme e dettagli al nostro immaginario. Sequestri nel deserto, ricatti, vendita di organi umani, stupri. Non c’è dubbio, sono loro i cattivi. E si fa certamente un’opera meritoria ad arrestarli.

Però. C’è un però. Dopo tanti anni non possiamo fare finta di non sapere come funziona il business del traffico di persone che non hanno alternative. E’ spiegato bene in un bel libro di Andrea De Nicola e Giampaolo Musumeci, Confessioni di un trafficante di uomini.

 

Il punto qui è che una parte minima di questo enorme business va alle persone che sono fisicamente sui barconi. Il grosso va a uomini d’affari dalla faccia pulita, che frequentano gli ambienti che contano. Quelli che acchiappiamo noi con tanta fatica sono sì, spesso, dei gran bastardi. Ma comunque pesci piccoli. A volte, drammaticamente, piccolissimi: anche per età.

Riassumendo. Spendiamo un sacco di soldi per tentare di arrestare la fuga dei rifugiati, che di per sé è inarrestabile e quindi sbattiamo in galera i pesci piccoli, ma riempiamo sempre più le tasche degli organizzatori (più i viaggi sono difficili, lunghi e pericolosi, più si paga). Causiamo la morte di un sacco di gente e facciamo prosperare l’economia criminale.

Come se ne uscirebbe? De Nicola e Musumeci nel video (fatto per il blog di Grillo, scusatemi, ma è l’unico che ho trovato) parlano di cooperazione, del solito “aiutiamoli a casa loro”, in buona sostanza.

Io dico che dobbiamo fare i conti con il fatto che ormai i flussi di arrivo sono ben poco misti: sono composti quasi esclusivamente da persone in fuga. Che, al momento, per salvarsi la vita devono per forza rivolgersi a queste organizzazioni. L’unico modo per dare un duro colpo al traffico di esseri umani sarebbe sottrarre la maggior parte della “merce” (e quindi del guadagno) creando dei canali legali per far arrivare in Europa chi cerca protezione. Questo è vero contrasto alla criminalità, con l’effetto collaterale di salvare molte più vite del soccorso in mare. Un rifugiato in mare a rischiare la vita non dovrebbe proprio mettercisi, men che meno pagando cifre esorbitanti a dei criminali senza scrupoli.

Impossibile? Tutt’altro. Se ne è iniziato, sia pur con grave ritardo, a parlare anche nel nostro Parlamento. Incrociamo le dita. Come per tutte le cose importanti, più che i soldi (che vengono comunque spesi) serve coraggio. Questa Europa mi pare particolarmente vigliacca. Spero di sbagliarmi.

Cosa stiamo facendo?


E’ già sparita dalle prime pagine dei quotidiani online la notizia di ieri, che ho letto solo oggi, su segnalazione di una collega. Confesso, anche io mi sono assuefatta alle notizie sui naufragi. Sono tutte uguali, scorro i titoli e sospiro. E invece no, ognuna dovrebbe colpirci come un pugno nello stomaco.

La notizia parlava delle testimonianze dei 561 profughi arrivati a Messina domenica scorsa dopo che il barcone su cui viaggiavano è stato soccorso da una petroliera. Racconti spaventosi, che parlano di persone chiuse a morire nella stiva (per aver pagato un prezzo inferiore degli altri  – un prezzo comunque superiore al prezzo di un viaggio in business class in aereo), ma anche di almeno una sessantina di persne scelte a caso, accoltellate e gettate in mare, forse per alleggerire l’imbarcazione. Infine decine di persone sarebbero annegate durante le operazioni di trasbordo tra barca e petroliera; tra queste un bambino siriano di due anni di cui i soccorritori hanno recuperato in mare il corpo.

Questo per lo stomaco. Accendiamo ora il cervello.

Leggo il rapporto 2014 di Frontex, agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne. Non è un’agenzia umanitaria, attenzione. La loro mission è contrastare la migrazione irregolare. Ai paragrafi relativi all’intercettazione di persone che tentavano di varcare il confine europea senza averne titolo (senza visto Schengen) troviamo numeri precisi.

Nel 2013 un quarto del totale delle persone sorprese ad attraversare irregolarmente il confine erano siriani. Seguono eritrei e somali. Guardate la tabella di p. 31, dove ci sono le nazionalità divise per rotte. Dovunque la stessa musica: Eritrea, Siria, Somalia, Afghanistan, Pakistan…

Questa non è migrazione irregolare: è fuga.

La domanda sorge spontanea: cosa esattamente stiamo cercando di contrastare con immenso dispiego di forze e di soldi? La fuga di rifugiati. Questo stiamo facendo. E non mi venite a dire che il tutto serve a qualche manciata di arresti di trafficanti. Il traffico di esseri umani si combatte solo creando canali umanitari per mettere in salvo chi ha diritto di essere protetto.

Quanto si spende per questo contrasto? La maggior parte delle risorse. Qualche numero su un istruttivo rapporto di Amnesty International, che fornisce informazioni sullo stanziamento di fondi europei per la gestione delle migrazioni destinati ad alcuni stati membri per il periodo 2007-2013.

L’Italia ha ricevuto 36.087.198,41 € per il Fondo Rifugiati (supporto alla procedura, accoglienza, integrazione) e 250.178.432,52 € per la difesa delle frontiere esterne. In Spagna la sproporzione è anche maggiore: 9 milioni e 300mila circa contro quasi 290 milioni. A Malta stiamo a 6 milioni e 600 contro 70 milioni e mezzo.

In generale, quasi metà del totale dei fondi europei per le migrazioni tra il 2007 e il 2013 (per la precisione 1.820 milioni di euro) è stato usato per il controllo delle frontiere, mentre solo il 17% del totale  (700 milioni di euro)
è stato utilizzato per aiutare gli Stati membri nell’accoglienza e integrazione dei rifugiati.

Cosa stiamo facendo? Finanziamo sistematicamente misure che tentano di fermare, a volte anche con pratiche assai discutibili (detenzione, respingimenti, anche violenza pura e semplice), l’arrivo di persone che continueranno ad arrivare comunque perché non hanno alternativa. Perché non hanno più una casa dove “aiutarli a casa loro”.

A me non pare un modo responsabile di usare i nostri soldi in tempo di crisi. E voi che dite?