5 cose che penso sui fatti di Colonia


Per qualche giorno non ho voluto nemmeno approfondire, per il fastidio massimo che mi provocava il tono delle notizie e sì, anche i fatti (per quello che se ne sa finora). Poi ho letto, a partire da quello che i miei amici più condividevano su Facebook. Poi ci ho pensato un po’ su, sperando che il tempo facesse sedimentare la confusione e mi permettesse di essere più incisiva. Beh, ci rinuncio. Però visto che alcuni di voi mi chiedono comunque di dire cosa ne penso, lo faccio.

  1. I fatti in sé, in realtà ancora a me non chiarissimi in alcuni aspetti, ma comunque gravissimi. Certo, anche i particolari fanno una certa differenza. Un esempio: nella fretta dei nostri media di divulgare e rapidamente interpretare inizialmente si parlava di decine se non centinaia di stupri, poi si è capito che Sexualdelikte vuol dire molestie, palpeggiamenti eccetera, il che rende più credibile – anche se comunque terribile – lo scenario della notte di Capodanno vicino alla cattedrale di Colonia. Ora, da un certo punto di vista – se vogliamo discutere dell’accaduto per quello che implica in termini di rispetto delle donne o di esperienza delle vittime – questa differenza può paradossalmente non contare granché: violenza è violenza, trauma è trauma e la mancanza di atto sessuale completo non lo rende certo tollerabile. Dal punto di vista penale, però, visto che qui subito di parla di leggi speciali per facilitare le espulsioni degli eventuali colpevoli, al momento non direi che palpeggiare e stuprare sia esattamente la stessa cosa. Tutto questo per dire che questa vaghezza e confusione non aiuta a impostare nessuna discussione nei termini corretti. Anche l’impotenza della polizia mi fa pensare: stiamo assistendo a uno spiegamento di mezzi senza precedenti rispetto all’allarme terrorismo, al limiti della militarizzazione, e la polizia presente non era in grado di intervenire per interrompere degli atti criminali? Questo significa che in situazioni di grande affollamento non si può fare comunque granché? Mi pare verosimile, ma forse sarebbe onesto dirlo comunque quando si sceglie di investire tutto sulla pubblica sicurezza. Si parla poi, un po’ a casaccio, di persone in stato di ubriachezza e di furti/borseggi: due cose che non mi paiono del tutto compatibili l’una con l’altra. Quello che emerge è che nel casino generale c’è chi se ne è approfittato in un modo chi in un altro. Era un’operazione “semi-militare”? Sinceramente a me pare un bruttissimo e estremo caso di violenza di branco, ma non mi ricorda l’attacco del Bataclan. Da nessun punto di vista.
  2. C’è stato imbarazzo perché tra i responsabili c’erano alcuni/molti/solo (non saprei quale scegliere, con le informazioni attualmente in mio possesso) rifugiati? Certamente sì. Secondo me qui c’è stata una somma di imbarazzi. L’imbarazzo della polizia che quella notte ha comunicato pubblicamente che non c’era nessun problema, pur essendo consapevole almeno in parte che non erano riusciti né a intervenire in corso d’opera né ad assistere adeguatamente le vittime; l’imbarazzo di chi ha temuto a ragione che un fatto di cronaca del genere potesse essere molto rilevante politicamente, se ben comunicato; l’imbarazzo di quelli come me che, come notava oggi la mia amica Lucrezia, vorremmo e in fondo ci aspettiamo che i rifugiati, specialmente in questo momento e con questo clima, siano bravi, irreprensibili, simpatici, eroici e ben comunicabili. Se ci si mettono pure a delinquere…

Vedo che entusiasticamente molti hanno condiviso un editoriale di Lucia Annunziata che francamente mi pare esemplare per assurdità. Non lo discuterò punto per punto, perché non ne vale la pena. Sottolineo solo un paio di concetti che sono dati per scontati e che a me invece paiono illazioni poco fondate.

3. Quello che è accaduto è stato il primo episodio di uno scontro di civiltà dei nuovi arrivati verso il nostro mondo. Quindi qui suggeriamo che tutti i nuovi arrivati (arabi, nordafricani, siriani, afgani, genericamente islamici o stranieri?) hanno una civiltà comune, che si scontra con la nostra. Che uno dei valori portanti che oppone la nostra alla loro è il rispetto della donna. Che quindi tutti gli appartenenti alla suddetta civiltà (a prescindere quindi di educazione, ceto sociale, religione – o forse sono tutti musulmani? -, età, ma soprattutto circostanze sociali in cui hanno vissuto e vivono) trovandosi sulla piazza di Colonia avrebbero minimo minimo palpeggiato se non stuprato le donne presenti, in quanto espressione della loro cultura. Mi pare che qui si spostino indebitamente i termini della questione.

4. Forse la domanda che dovremmo piuttosto farci è perché QUELLE persone si sono responsabili di atti così gravi. Perché erano musulmani? Direi di no e sinceramente non mi pare ci sia bisogno di argomentarlo. Al limite lo hanno fatto nonostante fossero musulmani (ad essere pignoli, un musulmano davvero osservante non dovrebbe essere ubriaco, né tantomeno strafatto di droghe. Quindi almeno qui le citazioni coraniche le possiamo lasciare stare, non credete?). Forse per darci una risposta dovremmo prima sapere esattamente chi sono, tanto per cominciare. Ammesso, si intende, che non ci interessi meramente strumentalizzare l’accaduto per utilizzarlo a meri fini argomentativi (i rifugiati sono pericolosi versus i rifugiati sono buoni). Direi che un problema sicuramente c’è, probabilmente più di uno.

Ma non mi accontento certo di una diagnosi come quella della Annunziata, che prelude peraltro a soluzioni creative quanto (per fortuna) impraticabili, tipo dare protezione subito a donne, bambini e anziani “per qualunque ragione arrivino” e essere molto più cauti e severi (“un percorso più lungo e approfondito”) con i giovani uomini. Mi pare che questa idea si commenti da sola. Del resto lo stesso articolo cita melodrammaticamente i fatti di Tor Sapienza – ” ricordate Tor Sapienza, la disperazione e la rabbia delle donne che raccontavano (inutilmente) le offese che subivano dai gruppi di giovani immigrati illegali parcheggiati in tutte le case di accoglienza?” – come parallelismo molto malamente scelto. Io lo ricordo benissimo cosa è successo a Tor Sapienza e anche chi lo ha organizzato. Curioso che non se lo ricordi anche la Annunziata, proprio nei giorni delle prime condanne del processo di Mafia Capitale. Insomma, se proprio ci si vuole lanciare in ampie analisi sociologiche, pretendo almeno un po’ di credibilità.

5. Quello che più mi preoccupa è che l’Europa politicamente continua a balbettare, a nascondere polvere sotto il tappeto, a alimentare degrado culturale e sociale, a investire in violenza. Non abbiamo al momento in Europa uno statista che sia in grado di (o sia interessato a) capire e interpretare le vere sfide del nostro tempo, dalle migrazioni (forzate e non) alla globalizzazione, dalle trasformazioni strutturali delle nostre società (dal punto di vista demografico, economico, sociale) alla sostenibilità ambientale. Io vedo un consiglio di Europa che si convoca e decide in base agli “umori” dell’elettorato (e agli interessi privati degli stakeholder principali, si intende) e un mondo dei media che più che informare solitamente agita emozioni (e più basse sono, più vendono). Non mi sento affatto al sicuro e non sono tranquilla per il futuro di mia figlia. Ma francamente non credo che il rischio più urgente e grave che corriamo sia essere palpeggiate da uno straniero ubriaco. Non dico che non sarebbe un’esperienza assai spiacevole, che è toccata a me più volte (soprattutto da parte di locali, in realtà) e che temo che la statistica dica che toccherà prima o poi anche a lei. Ma almeno non mi argomentate che basterebbe tenere fuori dall’Europa tutti gli stranieri per assicurarci uno splendido futuro e un’immediata crescita dei nostri diritti di donne. Questo davvero non sono disposta a berlo.

Un giorno rideremo di tutto questo


…ma quel giorno non è oggi.

Nizam soggiorna regolarmente in Italia da 14 (quattordici) anni. E’ titolare di un permesso di soggiorno CE per lungo soggiornanti, altrimenti detto carta di soggiorno, che ha validità illimitata. Lo ha per molte buone ragioni, una delle quali è che è padre di una cittadina italiana dal 2007 (mia figlia). Ma lo avrebbe comunque, visto che risiede regolarmente in Italia da ben più di 5 anni e ha a suo tempo dimostrato e poi (per ben due volte) ri-dimostrato di avere adeguato reddito e di pagare le dovute tasse. Incidentalmente, avrebbe diritto alla cittadinanza italiana. Peccato che tra quando ha maturato tale diritto (settembre 2012) e quando siamo faticosamente riusciti ad ottenere un appuntamento per presentare la documentazione (febbraio 2014) sia passato un anno e mezzo. E una domanda presentata quasi due anni fa ovviamente non è stata neanche presa in considerazione ancora, è troppo presto. Incidentalmente, in questa pratica il fatto che sia il padre di una cittadina italiana non conta nulla.

Oggi Nizam deve aggiornare la carta di soggiorno, ancora in corso di validità, perché i turchi gli hanno rinnovato il passaporto e il numero non corrisponde a quello indicato sulla carta di soggiorno. Finché ciò non si sistema, non può lasciare l’Italia. Andando un mese fa a chiedere che ciò venisse sistemato, Nizam ha scoperto le seguenti cose:

  • deve essere nuovamente fotosegnalato (????)
  • deve nuovamente dimostrare tutti i requisiti per il rilascio (e questo, mi sento di dire, è una richiesta assolutamente illegittima di per sé).

Oggi, presentandosi all’appuntamento munito di certificato di nascita di Meryem con indicate le generalità dei genitori per esteso (richiesto, a pagamento, in Municipio, visto che per la questura è complicato verificare che Meryem sia sua figlia, sebbene la medesima Meryem sia titolare di passaporto italiano su cui Nizam risulta genitore), ha scoperto un’altra cosa:

  • non bastano i documenti. Deve portare Meryem lì di persona, munita di passaporto.

Quindi io devo far saltare a mia figlia un giorno di scuola per mandarla a fare ore di fila in una questura all’estrema periferia della città, dove (parlo per esperienza diretta) vedrà suo padre trattato con sgarbo e disprezzo da svariati uomini in divisa, che gli danno del tu pur non avendolo mai visto prima. La interrogheranno pure? Chissà.

Tralasciamo il dettaglio che, se pure tutto va bene, di fare questo aggiornamento non se ne parla prima di svariati mesi.

Ma non trascurerei di riferire che, quando lui ha provato a chiedere se potevano dargli un appuntamento durante le vacanze di Natale per non far perdere la scuola alla bambina, gli è stato risposto: “L’appuntamento te lo do quando mi pare, così impari”.

Posso provare (potete leggere i post qui sotto) che io ho sempre cercato di vivere questa situazione con la massima ironia. La prima gita in quel posto l’abbiamo fatta tutti insieme quando Meryem aveva un mese. Ci siamo tornati quando Meryem aveva 3 anni. Ho cercato con tutta la buona volontà di prenderla a ridere.

Oggi no, non ci riesco. Non sopporto l’idea che il padre di mia figlia debba essere trattato in questo modo. Non viviamo più insieme (questo è parte del problema, pare, visto che lo stato di famiglia è inestricabilmente connesso alla residenza), ma non pensavo francamente di dover argomentare la nostra storia più privata a tutti i poliziotti che incontriamo. E’ una persona incensurata, titolare di una regolare attività, che non ha mai commesso nulla per meritarsi un trattamento del genere, stimabile da molti punti di vista e, soprattutto, rientra perfettamente nei requisiti previsti dalla legge per avere quel titolo di soggiorno. Perché deve passare un’altra mattinata come quella di stamattina, umiliato davanti a sua figlia?

Poi ci chiediamo perché le “seconde generazioni” provino questo rancore per gli stati europei di cui pure sono cittadini. Io credo che un’esperienza come quella che vivrà Meryem il prossimo mese – ammesso che non riesca prima di allora a trovare una soluzione a questa assurdità – conterà molto di più sulla sua formazione civica di tante belle parole che io o i suoi maestri possiamo spendere sulla partecipazione, sull’accoglienza e sull’intercultura.

Il pregresso
Noi e Ringhio, parte prima 
Noi e Ringhio, parte seconda
Surreale

Non sanno quello che fanno


E’ tutto il giorno che rimugino su come possa essere un modo semplice e efficace per far capire a tutti, anche ai non addetti ai lavori, cosa stia decidendo l’Europa rispetto alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” e quali conseguenze abbiano, in parole povere, tali decisioni. Ricordo che questi bei provvedimenti sono anche nostri, nel senso che sono frutto dell’accordo dei capi dei governi democraticamente eletti da tutti noi che abbiamo diritto di voto in Europa. Nessuno si senta escluso.

Sarebbe lungo entrare nei dettagli e questo è il mio blog, per cui sarò esplicita e selettiva.

  1. Arrivano troppe persone in Europa. Quindi, tanto per cominciare, paghiamo tre miliardi di euro alla Turchia perché si tengano lì il maggior numero possibile di rifugiati. Tre. Miliardi. Esatto. Così, sull’unghia. Incidentalmente, la Turchia al momento ha già più di due milioni di rifugiati presenti sul suo territorio, ovvero circa il doppio di quelli che arrivano in tutta Europa. Ammassarne un altro milione e mezzo lì è proprio la soluzione più logica, sì sì. E poi a noi il governo turco ispira tanta, tanta fiducia. Ma lo facciamo per loro, eh? Qui proprio non abbiamo le condizioni per accoglierli, non ce lo possiamo permettere, c’è la crisi (per questo paghiamo tre miliardi a scatola chiusa). Un bel campo profughi in Anatolia è più che adatto. E poi insomma, ci facciano un po’ quel che vogliono. L’importante è che non arrivino qui.
  2. Abbiamo messo a punto un sistema [delirante] di smistamento dei richiedenti asilo (ma non tutti, mi raccomando, solo quelli di serie A, quelli che si vendono meglio all’opinione pubblica) dall’Italia e dalla Grecia. Ma, surprise surprise, non funziona. Strano. Sarà forse perché era illogico, costoso e inefficace come ci dicevano dall’inizio alcuni enti di tutela? Ma no! E’ solo che i rifugiati non collaborano. In Italia, ad esempio, non arrivano quelli della nazionalità giusta. Abbiamo detto siriani ed eritrei e invece niente, arrivano afgani, congolesi, nigeriani, avoriani, camerunensi… Sono rifugiati anche loro, dite? Ma noi avevamo detto chiaramente che volevamo i rifugiati che abbiamo visto in tv, quelle belle famiglie siriane con i bambini con gli occhioni. E in Grecia? Al danno si unisce la beffa. Arrivano i siriani, i rifugiati buoni, i rifugiati vendibili e preferiscono decidere loro in che paese andare. Non capiscono che è molto più conveniente essere bloccati mesi all’addiaccio in attesa che i molti funzionari europei pagati per questo decidano se potranno accedere o no a un Paese a sorpresa, preso a caso tra tutti gli Stati membri, da cui poi non potranno più spostarsi pena la detenzione. Strano che non capiscano che splendida opportunità l’Europa ha predisposto per loro.
  3. E allora? Allora ci serve l’esercito. Una milizia europea a difesa dei confini. Perché la libertà di circolazione (nostra) è irrinunciabile e può essere garantita solo se riusciamo a tenere ben chiuse le frontiere esterne. Se gli Stati di frontiera si ostinano a non interpretare fino in fondo il loro ruolo di gendarmi, sarà Bruxelles a mandare una polizia apposita. Costi quel che costi (moltissimo, naturalmente).

Sì, sono arrabbiata. Sono arrabbiatissima. Continuano ad affogare bambini, ogni giorno. E i nostri capi di governo continuano a parlare di ingressi irregolari, come se ignorassero da cosa queste persone fuggono. Continuano a spendere cifre astronomiche per tenerli lontani dal nostro territorio, perché poi se entrano avrebbero diritto alla protezione. Non ci possiamo permettere di accoglierli, ma ci possiamo permettere costose misure per lasciarli morire (ingrossando le casse delle organizzazioni criminali, peraltro).

Io voglio credere che i nostri leader siano momentaneamente incapaci di intendere e di volere. Che non sappiano quello che fanno. Che non si rendano conto fino in fondo. Parlano di detenzione, misure coercitive, dissuasione. Parlano di strategie militari per combattere giovani disperati, donne sole, bambini. Facciamo parlare all’ONU una giovane donna sequestrata dall’ISIS e poi respingiamo in frontiera tutte le altre vittime dello stesso terrorismo.

Un esempio? La Nigeria. Secondo Amnesty International almeno 5500 civili uccisi sono stati uccisi da Boko Haram soltanto dall’inizio del 2014; altri 1500 i morti del 2015 in almeno 70 attacchi in villaggi e città del nord-est del paese. 2000 è il numero stimato delle donne e delle bambine rapite dall’inizio del 2014. Oltre 300 sono stati i raid e gli attacchi contro i civili dall’inizio del 2014. 3700 le strutture danneggiate o distrutte nella base militare Mnjtf (Multinational joint Task Force) di Baga e di 16 villaggi limitrofi, durante l’eccidio jihadista di circa 2000 civili tra il 3 e il 7 gennaio 2015, come documentato da immagini satellitari. 5900 sono le strutture, compreso un ospedale, danneggiate o distrutte a Bama nel marzo 2015 (il 70% dell’intera città), quando fu perpetrata anche la strage di decine di “spose schiave”. Ma i nigeriani, si sa, sono migranti economici. “Gli attentati li fanno pure da noi, che c’entra”, pare abbia commentato non una ragazzina al bar, ma una funzionaria che ha responsabilità in materia di asilo.

Ma a voi sta bene? Sapete? Vi rendete conto?

Per approfondire
Chi è oggi Erode?
Commento del Centro Astalli al vertice UE del 17 e 18 dicembre

 

Impostori, fino a prova contraria


In questi giorni cerco freneticamente di aggiornarmi e prepararmi sui rapidi cambiamenti che riguardano i rifugiati che sbarcano sulle nostre coste. Studio documenti ufficiali, ricevo aggiornamenti da amici e colleghi. Non mi diffondo in tecnicismi tediosi. Ma una cosa salta all’occhio, da tutti i documenti ufficiali: l’ossessione collettiva è quella del migrante-truffatore. Quello che simula di essere un rifugiato, ma in realtà è solo “un migrante in posizione irregolare”e che va etichettatato come tale tempestivamente. Subito. Già sulla barca che lo ha salvato dalle onde del Mediterraneo.

In queste settimane ho avuto modo di parlare di questo tema con persone interessate a titolo diverso da me. Esperti, consulenti, funzionari, persino un ministro. Ciascuno di loro descriveva i rifugiati come informati e scaltri, pronti ad attaccarsi a cavilli legali per prolungare indebitamente il loro soggiorno. Li si descriveva come poliglotti, sempre connessi a internet, con una meta già in mente. Un nemico furbo, contro cui è necessario mettere in campo procedure altrettanto “furbe”.

Io penso che una persona che si è messa in mare per disperazione, è sopravvissuta per miracolo e magari ha da poche ore gettato in mare il cadavere di suo figlio, su quella barca che la soccorre non pensi a come imbrogliare chicchessia. Con addosso ancora i vestiti bagnati, durante l’epilogo di un viaggio attraverso ogni genere di violenza e di abuso, davvero è onesto sottoporlo a un interrogatorio frettoloso da cui dipende la sua sorte? Io credo che Jacopo, uno studente di Milano, abbia capito meglio di tutti questi funzionari cosa passa per la testa di un migrante salvato da una motovedetta della Guardia di Finanza nel Canale di Sicilia. Lo ha scritto in un bel racconto, diventato video.

Ma voi, come vi sentireste, se i vigili del fuoco che vi hanno appena salvato da un edificio in fiamme in cui avete visto morire i vostri familiari, prima ancora di portarvi in ospedale a curare le ustioni vi sottoponessero a un interrogatorio? Forse vi verrebbe da dire: “Ok, ma prima lasciatemi realizzare che sono ancora vivo. Lasciatemi piangere. Lasciatemi ringraziare o maledire il mio dio. Lasciatemi il tempo per ritornare in me. Non pensate che i vostri moduli a risposta multipla possano aspettare?”.

Ma noi siamo noi, non è vero? Noi abbiamo il diritto di essere traumatizzati dopo un incidente, grave o non grave. Abbiamo diritto a capire e, se non capiamo, a farlo presente. A protestare, se qualcuno si permette di calpestare i diritti previsti dalla legge. Nessuno può trattenerci in strutture chiuse che ufficialmente ancora non esistono neanche. Queste cose accadono in Africa, non è vero? Non a Pozzallo, Sicilia.

Vale la pena?


Come si nota anche dal ritmo di pubblicazione dei post di questo blog, sono leggermente travolta. Il tempi del lavoro si dilatano, sgomitano, assumono forme anomale. Provvidenzialmente mi è stato regalato un tempo di pausa non riempito da tutto il resto, un fine settimana tra le montagne di Trento a fare “una cosa gesuita”, come ha detto uno dei partecipanti. Se avessi saputo di cosa si trattava sicuramente non sarei andata. L’avrei considerato un lusso che non potevo permettermi. Invece mi serviva proprio. Ne sono uscita un po’ scossa e in qualche modo riconciliata, soprattutto rispetto alla domanda che mi sono posta negli ultimi mesi: “Ma cosa ci sto a fare? Ne vale la pena? Magari è giunto il momento di cambiare strada? E’ arrivato il vento del nord di Mary Poppins?”.

In estrema sintesi, ne sono uscita rafforzata nella convinzione che vale la pena di fare il mio lavoro, oggi più che mai. Vale la pena perché c’è bisogno di capire, di pensare, di spiegare, di provare cose nuove e raccogliere nuove idee. Non sono ovviamente le uniche cose che faccio al lavoro, ma faccio anche questo. E’ innegabilmente un momento entusiasmante. Cambiano le carte in tavola, continuamente. Ci sono più che mai motivi di indignazione e di denuncia. In Italia in queste settimane si stanno verificando cose gravissime. Ieri sera un operatore umanitario in collegamento dal porto di Pozzallo ci raccontava di come la sua organizzazione, addetta al triage sanitario allo sbarco, può segnalare donne incinte anche ai primi mesi, persone con patologie varie che possono essere risparmiate dal respingimento immediato. A un certo punto ha parlato anche di un istituto religioso dove avevano proposto di ospitare per qualche giorno uno dei migranti colpiti da questi provvedimenti dati un po’ a casaccio. Il pensiero è corso agli ospedali che ricoveravano gli ebrei al tempo del rastrellamento nazista a Roma, ai conventi che nascondevano i bambini.

Fa impressione pensare che una similitudine che da tempo era venuta in mente ad alcuni (leggetevi questo bellissimo post di Anna di più di due anni fa) oggi sia ancora più calzante.

“Così muore la civiltà europea”. Muoiono innocenti, ogni giorno, e sembra che ci siamo abituati. Per questo, nonostante qualche fatica e qualche insoddisfazione, continuo a credere che questa sia la mia frontiera. A tratti, la mia trincea. Sono davvero grata a tutti quelli che si trovano qui con me. Alcuni per un pezzetto di strada, altri da 15 anni. Grazie per tutte le risate liberatorie che ci aiutano ad andare avanti, testardi e resilienti.

Ma perché tutti questi… ehm… africani?


Sono settimane che, immancabilmente, chi viene a visitare la mensa del Centro Astalli mi rivolge, in forma più o meno velata, questa domanda. Che poi si potrebbe tradurre in forma più esplicita in questi termini: dove sono le famiglie siriane? Le donne, i bambini, in fuga dal Medio Oriente? Insomma, tutti quei rifugiati-rifugiati che i media di tutto il mondo raccontano, fotografano, seguono, descrivono? Gli ingegneri, gli avvocati, gli attivisti dei diritti umani, i giornalisti, i professori in fuga dalle bombe e dall’ISIS?

Bene, ve lo rivelo. Nel 2015 in Italia ne sono arrivati proprio pochi. Dal 1 gennaio al 10 ottobre appena 7.147 su un totale di 136.432 persone sbarcate. (l’anno scorso ne erano sbarcati 42.323, proseguendo poi quasi tutti verso il nord Europa). Perché? Perché per i siriani adesso la rotta praticabile è quella del Mediterraneo Orientale: Grecia e poi, via terra, verso l’Europa continentale, attraverso i Balcani.

Altra peculiarità italiana: tra i richiedenti asilo nel nostro Paese, già nel 2014, la percentuale di donne e bambini era ridottissima rispetto al dato di altri Paesi europei: appena il 7,6% le prime, il 6,8% i secondi. Per darvi un termine di paragone, in Germania sono rispettivamente il 34,6% e il 31,6% del totale. In Francia il 38,2% e il 21,7%.

Quindi, con buona pace dei media e delle aspettative da loro ingenerate, di famiglie rifugiate – specialmente siriane – in Italia al momento ne arrivano pochine. Il “nostro” flusso arriva soprattutto da sud: Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan e tanti altri Paesi africani, a cui aggiungiamo l’Afghanistan e il Pakistan, sempre ben rappresentati.

Quindi i nostri sono meno rifugiati di quelli che vediamo nelle foto d’agenzia dai Balcani? Non direi proprio. Fate mente locale su cosa accade nei Paesi che vi ho nominato e lo capirete da soli. Il fatto che siano giovani uomini e non famiglie non li rende meno titolati alla protezione, né tanto meno all’accoglienza e alla solidarietà.

P.S. Ieri è stato pubblicato un rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia, commissionato dal Ministero dell’Interno. E’ una risorsa utile e importante. Dateci un’occhiata: Rapporto accoglienza PDF

Utopia e visioni. Conversazioni in un casale


Mai come in questo periodo sono coinvolta in corsi di formazione, in colloqui con visitatori, ricercatori, gruppi di ogni forma e dimensione. Forse troppo. Confesso che giorni fa, davanti all’ennesima sessione per i ragazzi del servizio civile, avrei preferito darmi alla macchia. Ho deciso di curare questa saturazione con l’omeopatia. Ieri, alla Città dell’Utopia, ho deciso di parlare di rifugiati come piace a me. Quasi senza limite di tempo, senza vincoli, senza contraddittorio. Lusso puro. C’era solo ci voleva, nessun registro e nessuna firma di presenza. Si è chiacchierato. Soprattutto io ho chiacchierato, a dirla tutta. Perché ne avevo bisogno.

Avevo bisogno di dire a me stessa che la questione rifugiati è complicata, ma che si può spiegare, un passaggio alla volta. Capire certo non cambia le cose, non subito almeno. Ma non capirle può facilmente peggiorarle.

Molti anni fa, quando mi sono iscritta all’Università, ho bruscamente cambiato programma e invece di iscrivermi a matematica ho deciso di studiare Vicino Oriente antico. La leggenda familiare narra che, al telefono con i miei ancora in vacanza, davanti al loro comprensibile stupore io abbia risposto: “Ma è praticamente la stessa cosa”. Probabilmente mi riferivo a quello sforzo di far lavorare il cervello verso quello che ancora non è noto, in quel misto a percentuale variabile di paziente applicazione di modelli, apporto di nuovi punti di vista e botte di culo. Ieri la mia amica Caterina, tra il serio e il faceto, mi faceva notare che la decifrazione dei sistemi di accoglienza in Italia richiama pericolosamente il livello di complessità della filologia biblica (preconcetti ideologici inclusi). Alla fine scoprirò che, nonostante le apparenze, da decenni continuo a fare la stessa cosa.

Un elemento comune a tutto resta certamente l’utopia. Utopico era il progetto degli Orientalisti, utopia pura era capirci qualcosa della storia della religione di Israele, utopia è certamente immaginare un cambiamento sensato per i rifugiati nel mondo. Al limite, utopia è anche la promozione della giustizia. Poi però ripenso a un libro letto un paio di anni fa e mi correggo: quelle mie attuali non sono utopie, devono essere visioni. No, non è la stessa cosa.

Alti e bassi


Giorni fa ero in fila al supermercato. La cassa si blocca, qualcuno spiritosamente commenta: “Tutta colpa di Marino!”. Altri fanno eco. Si sorride insieme, si apprezza l’ironia dei romani, ci congratuliamo con noi stessi perché, nonostante l’ora e la fretta, riusciamo a non prendercela. Condivido su Facebook la battuta, che viene giustamente apprezzata.

Però su Facebook ho peccato di omissione. Perché in quello stesso clima di spiritosa condivisione, un signore della fila allarga il discorso. E spiega alla signora dietro di lui (e giusto davanti a me) che i migranti che arrivano fanno parte di una precisa strategia per invadere l’Europa e separarci dalle nostre radici culturali. Che non è vero che muoiono di fame, sono tutti ben nutriti e con il cellulare. E soprattutto che lì, ai Paesi loro, in realtà tutti vivono benissimo, senza il minimo problema. Insomma, bisogna aprire gli occhi e tornare padroni in casa nostra. “Io con mia figlia faccio proprio un lavoro, sa? Mi accerto che fin da adesso che la bambina apprenda i valori corretti”.

Ora non è che a me in genere manchino le parole. In quel caso, vi assicuro, non mi mancava neanche l’indignazione e il raccapriccio per tante assurdità e falsità infilate nello stesso discorso. Con l’aggravante dell’impatto sulle future generazioni (non voglio neanche pensare a quali valori, esattamente, questo zelante padre si impegni a trasmettere). Ma in questi casi, in realtà, io mi trasformo di colpo in un’altra persona. Non argomento, non contesto, non arringo le folle. Mi viene da piangere. Letteralmente. Mi sento una tale tenaglia di sconforto e disperazione stringermi la gola che per un bel pezzo sono tecnicamente incapace di reagire.

Alla fine la cassa ha chiuso e le file si sono redistribuite tra le casse rimaste aperte. Io ho evitato accuratamente la fila scelta dal difensore delle radici culturali e mi sono accodata alla signora a cui il discorso di prima era stato rivolto. Solo allora, mentre aspettavamo ancora, mi sono sentita di dire a lei, garbatamente, che le migrazioni verso l’Europa non funzionano come le era stato appena spiegato. Che di tante cose non so nulla, ma di questa sì. Lei mi ha sorriso e mi ha detto che lo sospettava anche lei e che le mie parole la rafforzavano nella sua convinzione.

Non una prestazione di sensibilizzazione particolarmente eroica, lo confesso. Potevo magari risparmiarmela e basta.

“Ok, i bassi li abbiamo capiti. Ma gli alti?” si chiederanno a questo punto i miei lettori. Gli alti arrivano tutte le volte che mi rendo conto di quante persone, con entusiasmo, si stiano rimboccando le maniche per cambiare il volto di questa Europa tutta ripiegata in se stessa. Di quante piccole rivoluzioni succedano tutti i giorni. Gli alti arrivano quando qualcuno di voi che mi leggete, mi conoscete o comunque siete in contatto con me in qualche modo, sente la voglia di raccontarmele, quelle rivoluzioni. E allora da ieri penso alle donne ghanesi che battono le mani nell’appartamento che ha allestito per loro un parroco in Monferrato (ma spero comunque – Paola Maria non me ne voglia – che la bambina che nascerà presto non la chiamino davvero “Arancia”). Questa immagine batte cento file di supermercato.

Si fa presto a dire famiglia


In questi giorni, complice il nuovo sinodo, si fa un gran parlare di famiglia: tradizionale, allargata, mononucleare, arcobaleno e via discorrendo. Leggo post appassionati e mi pare che tutti abbiano le idee molto chiare sui diritti di tutte queste famiglie. Mi pare dunque logico che molti sappiano con certezza cosa è una famiglia e che rivendichino, giustamente, di essere considerati tale anche dall’autorità: dallo Stato, dalla Chiesa.

Ricordo benissimo quando questo valeva anche per me. Quando sapevo bene che famiglia volevo formare, quali caratteristiche avrebbe avuto, quali fossero le tappe fondanti e costitutive. E ora? Ora non so. Mi trovo fuori da ogni categoria e da ogni schema, senza per questo considerarmi particolarmente leggera, dissoluta o trasgressiva.

So che per la mia religione di riferimento sono inesorabilmente “out” da oltre 10 anni. Quanto ho vissuto dei valori che da sempre mi hanno insegnato ad associare al concetto di famiglia non è, ahimè, eleggibile. So che ogni 5 anni devo chiedere all’INPS l’autorizzazione a includere mia figlia nel mio nucleo familiare. Per lo Stato italiano, evidentemente, se non ti sei sposato hai l’intento di frodare il fisco.

Eppure giuro che a me la mia vita pare normale. Ordinaria. Non ho un gusto particolare a infrangere le regole, anzi.

Che significa famiglia per me, oggi? Alla fine torno sempre a Lilo e Stich: “Ohana significa famiglia e famiglia significa che nessuno è abbandonato o dimenticato”. Il che per me, lo confesso, non è facile per niente. Non è facile non abbandonare e non dimenticare e, più ancora, non è facile permettere che qualcuno non mi dimentichi e non mi abbandoni. Niente famiglia allargata per me, in questo momento.

P.S. Sì, lo so, dopo un mese di silenzio vi sareste aspettati qualcosa di diverso. Avete ragione.

Non amo gli angeli


In questi momenti in cui i media spalancano, tutti insieme, gli occhi sulla sofferenza immane nel mondo, bambini inclusi, il linguaggio ha una brusca sterzata natalizia.

Sono angeli i bambini morti che condividiamo sulla bacheca di Facebook. Però, da vivi, ai loro genitori nessuno ha rilasciato un visto. Non gli erano ancora spuntate le alucce.

Sono Madonne le madri che sostano straziate in frontiera, con i bambini in braccio. Ma questa aura di divinità non assicura loro quasi nulla. E comunque le Madonne continuiamo a preferirle chiare di pelle, come i pittori rinascimentali.

Sono angeli molti, moltissimi cittadini (volontari o operatori che siano, senza distinzione) che portano da mangiare e da bere. Sono angeli perché sono buoni. Ma io continuo a pensare che il dovere di ciascun essere umano in quanto tale abbia poco a vedere con la bontà.

Troppi sospiri, troppo sdegno teorico. Difficile però capire cosa davvero sia utile fare in questo frangente. Difficile persino capire cosa proporre.

Butto lì un paio di idee.

  1. Contribuire alla pulizia delle nostre menti e delle conversazioni. Il razzismo, implicito o esplicito, fa da padrone. Cerchiamo di non parlare senza pensare e di non lasciarci guidare solo dalla pancia. Se una conversazione a cui partecipiamo prende una piega che non ci piace, troviamo il coraggio di dire, con garbo e fermezza, che non la pensiamo così. E’ dolorosissimo, lo dico per esperienza.
  2. Facciamo la prova dell’empatia: davvero, in tutta onestà, consideriamo queste persone di cui si parla davvero pari a noi? Probabilmente no. Allora cerchiamo di fare dei progressi e di aiutare chi conosciamo a farne. Io temo che il modo sia solo uno: incontrare persone fisiche e tangibili. Farci degli amici rifugiati e cercare di vedere il mondo attraverso i loro occhi. Mettiamoci nei loro panni, come proviamo a fare con la nostra amica che ha perso il lavoro o con nostro fratello che si è lasciato con la moglie. Difficile, difficilissimo. Lo so.
  3. Non è una situazione facile. Coltiviamo la nostra intelligenza e ammettiamo che non sappiamo tutto. Vi pare poco? Non lo è, vi assicuro. Non vi accontentate degli slogan e delle teorie precostituite.
  4. Non ci arrendiamo allo scoramento generale, “tanto non ci si può fare niente, tanto vale…”. Non è vero. Ciascuno può fare qualcosa. Se non crediamo questo, restiamo intangibili e inscalfibili, anche se ci spunta la lacrimuccia davanti al cadavere sulla spiaggia.

Se angeli dobbiamo proprio essere, vorrei che riscoprissimo l’etimologia del nostro ruolo e lo prendessimo sul serio. Facciamoci “messaggeri” di questa umanità che patisce. Nel nostro piccolo, cerchiamo il modo di ascoltare con attenzione queste persone e raccontiamo quello che ci dicono, a chiunque ci ascolta. Attenzione però: un buon messaggero non inventa quello che deve dire in base alle sue, pur lodevoli, sensazioni. Prima deve ascoltare. Le foto, anche le più belle, si possono osservare e basta.