Come sempre


Vorrei scrivere tante cose, oggi. Avevo anche un po’ di idee per celebrare 12 anni di scrittura su questo blog disomogeneo, di nicchia, strampalato, ma che comunque è uno spazio che mi è caro più di qualunque casa fisica in cui sia vissuta.

Come sempre (o almeno spesso) accade, le circostanze hanno disposto diversamente. Paradossalmente il mio stato d’animo di oggi è assai vicino a quello dei primissimi post, praticamente privati, del 2004. Dunque, verrebbe da dire in prima battuta, a che è valsa tutta la strada fin qui?

Però c’è una cosa molto diversa da allora. Io so con certezza assoluta che alcune volte credevo di non farcela, in questi 12 anni, e invece ce l’ho fatta sempre. Per questo brindo, dunque. Per tutta la vita passata sotto i ponti, per il web luogo della mia curiosità e di tanti incontri inattesi, per tutte le cose belle che scoprirò quando questo momentaneo sconforto mi sarà passato. Passa sempre.

Un saluto speciale a quelli che mi leggono fedeli e silenziosi, che ci sono sempre e di cui qualche volta colpevolmente mi scordo, nel frastuono dei social. Grazie, di cuore.

Chi impara da chi


Il mio ufficio, nonostante i recenti lavori di ristrutturazione (ancora in corso, peraltro), non consente l’isolamento acustico di tutti gli uffici. Il mio, in particolare, è separato da quello accanto solo da una vetrata che non arriva fino al soffitto. Capita quindi che involontariamente io senta i colloqui delle mie colleghe con i rifugiati che si rivolgono a loro.

Oggi c’era una famiglia nigeriana di cui avevo già sentito parlare. Una situazione indubbiamente difficilissima. Lui – che in Nigeria ha frequentato quattro anni di politecnico ed era elettricista – è rimasto senza lavoro, lei ha dovuto smettere di lavorare perché ha tre bambini, l’ultima dei quali nata prematura e ancora in ospedale (alla nascita pesava 1 kg). Hanno perso la casa perché non sono più riusciti a pagare l’affitto e oggi sono ospiti di un’amica, ma la cosa non può durare a lungo per ovvie ragioni logistiche.

A un certo punto mi sono alzata e ho gettato uno sguardo al di là della vetrata. Erano bellissimi, pieni di amore, con due bimbi sorridenti e educatissimi. A vederli non traspare nulla del dramma che stanno vivendo. Avrei voluto scattare mille fotografie.

Ovviamente non l’ho fatto. Ho solo ammirato quanto può essere splendente una famiglia vera. E ho pensato, ancora una volta, che i rifugiati hanno molto da insegnarci.

L’ego della mamma è come l’acqua


Quando frequentavo con una parvenza di regolarità una palestra, millenni orsono, lo facevo principalmente perché ero incappata in un istruttore bravo, con cui mi trovavo. Un giorno lui, che faceva il personal trainer, raccontò una cosa che mi colpì: molte delle ragazze e signore seguite da lui erano convinte, assolutamente a torto, di soffrire di ritenzione idrica. “E invece sono disidratate. Non bevono abbastanza!”. Ora non so dirvi precisamente i termini scientifici della questione, ma il suo punto era che a furia di sentire parlare di ritenzione idrica in tutte le pubblicità e articoli di riviste, frotte di donne avevano falsamente individuato il proprio problema e lo combattevano con zelo come pareva loro meglio (quindi male).

Questo aneddoto mi è tornato in mente oggi leggendo questo bell’articolo di Silvia Tropea. E che ci azzecca?, vi chiederete voi. Ve lo spiego. Alle donne un po’ stagionate (over 40, su) i messaggi, sul web e sulle riviste, lasciano intendere che la nostra autostima abbia un gran bisogno di essere rafforzata. Perché noi valiamo, lo sanno tutti. E sembrerebbe che siamo noi le uniche a non saperlo, a non accorgerci del nostro proprio splendore. Quindi ci va detto. Andiamo incoraggiate a esporci, a credere in noi stesse, a osare, a volerci bene e a non vergognarci di dimostrarlo.

Quando poi arriviamo alla maternità, i messaggi si combinano in formule curiose. Dobbiamo essere attente, ma non abnegate. Dobbiamo essere creative, ma anche simpaticamente imperfette. Dobbiamo splendere, non solo in quanto donne, ma anche in quanto madri, in un giusto mix di tradizione e innovazione. E anche di quanto siamo straordinariamente uniche come madri non dobbiamo vergognarci. Dobbiamo mettercelo bene in testa, ripetercelo di continuo. Non sia mai che cediamo alla tentazione di metterci in ombra.

Ecco, leggendo l’articolo di Silvia mi sorge un dubbio. Ma siamo certe che il nostro problema (assumendo che ne abbiamo uno, si intende) di donne e di madri sia una mancanza di autostima? L’esperienza dentro e fuori dal web mi dice piuttosto il contrario. Vedo donne prese e comprese nel rappresentarsi come madri: madri lavoratrici, madri emancipate, madri tradizionali di ritorno, madri intellettuali e documentate, madri empatiche, madri consapevoli di se stesse come donne. Madri, madri, madri. C’è chi “lo fa per gioco, c’è chi lo sceglie di professione”. Ma alla fine la tentazione numero uno , qualunque sia il nostro stile genitoriale (io ho citato quelli che mi sono più consoni, naturalmente), resta la stessa: che il nostro ego, ben lungi dall’essere sminuito, cresca e si esprima a dismisura, anche e soprattutto a scapito dei figli.

Allora vi dirò una cosa. Noi valiamo. Noi dobbiamo volerci bene e apprezzarci. Ma l’amore per gli altri, a partire da quello per i figli, dovrebbe sempre restare nella lista delle nostre priorità e orientare le nostre scelte concrete. A costo di fare, almeno una volta ogni tanto, un discreto passo indietro.

Autorità (digressioni sul concetto di)


“In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”. Su questo versetto (o due) del Vangelo di Marco il professor Simonetti tenne un intero corso. Io ero giovane, diligente, prendevo appunti e ammiravo le sue interminabili citazioni a memoria in greco e/o in latino. Del corso, che trattava del concetto di autorità nel Cristianesimo antico, non ricordo granché. Ricordo però che, in sede d’esame, quel professore di cui avevo somma stima intellettuale commise un’ingiustizia o, piuttosto, una piccola meschinità ingiustificata. Mi precipitò di molto nella scala della considerazione (anche se naturalmente ciò non incideva sul giudizio, diciamo così, scientifico). Un episodio analogo, molto più grave, mi successe con il mio maestro. Rimase tale, per gratitudine, affetto e stima intellettuale: ma la mia ammirazione nei suoi confronti ne rimase evidentemente compromessa.

All’università ricordo che mi stupivo del fatto che alcuni miei compagni di corso avessero dei professori una soggezione che a me pareva esagerata. Io, nei limiti del dovuto rispetto, mi ci sono sempre rapportata “alla pari”, o quantomeno senza timori reverenziali. Forse, banalmente, di professori universitari a casa mia ne erano sempre circolati e il loro titolo accademico non assicurava loro, di per sé, una posizione privilegiata nella stima dei miei genitori. Ma l’autorità, quella dell’insegnamento, ad alcuni la riconoscevo a prescindere dalle bizzarrie caratteriali o da altre vistose umane debolezze.

Procedendo in ordine sparso, mi vengono in mente casi in cui il rifiuto del concetto stesso di autorità, o piuttosto la ritrosia estrema ad esercitarla da parte di chi avrebbe il compito di farlo, mi hanno dato fastidio. Ricordo discussioni, alcune solo pensate, altre esplicitate. Con il senno del poi ritengo che per me autorità non si accoppiasse necessariamente con potere, ma piuttosto con responsabilità. Nella mia giovinezza l’autorità per eccellenza era quella del maestro che non pontifica sterilmente, ma si mette alla prova davanti e insieme agli studenti, con la sicurezza del proprio valore e la responsabilità attiva di far progredire altri. L’autorità era quella di un parroco che, attraverso il suo essere presente giorno dopo giorno, guida la sua comunità senza bisogno di riconoscimenti e salamelecchi di sorta. Un autorità, dunque, che suscita rispetto, gratitudine e che io non ho mai avuto particolari problemi a riconoscere.

Crescendo, con l’inizio della mia vita professionale, mi sono più volte interrogata sulla mia personale sensibilità rispetto all’autorità (e, di conseguenza, all’obbedienza). Un lato della mia anima è rispettoso delle regole fino all’irragionevole. Ho fondamentalmente orrore all’idea di essere colta in fallo. Ma poi, nella sostanza, io l’autorità ho bisogno di riconoscerla come tale. E qui le cose mi si complicano molto.

Oggi, pensando anche alla mia piccola autorità di genitore, credo che l’autorità, più che a un astratto “valore”, per essere da me riconosciuta come tale deve accompagnarsi a reale responsabilità. E con reale intendo esigibile effettivamente, nell’immediato e nel concreto. Il resto sono chiacchiere e reciproche illusioni.

I rifugiati, l’Unione Europea e l’autista dell’Atac


Ieri la Commissione Europea ha spiegato in un documento che il modo in cui l’Europa gestisce l’arrivo e la presenza dei rifugiati non va bene, non funziona e non si può andare avanti così. E fin qui non posso che essere d’accordo. Peccato che poi, leggendo il documento, è evidente che la tesi di chi governa l’Europa è che la responsabilità di questa situazione incresciosa è dei rifugiati. Non dobbiamo distrarci quindi e dobbiamo agire tempestivamente contro il vero nemico, loro. Attenzione, non si parla più di alcuni “cattivi” che pregiudicano la legittima accoglienza degli altri, “buoni”. Questa visione che tante volte ho considerato inadeguata e superficiale è ormai del tutto superata. E’ il rifugiato in sé che, cercando di arrivare in Europa, dimostra in tutta evidenza la sua mala fede.

Non vi parlerò nel dettaglio delle misure intraprese e di quelle proposte. Alcune (in particolare quelle già applicate) sono anche talmente inverosimili che temo di passare per eccessivamente fantasiosa. Nizam, che di queste cose ha una certa esperienza diretta, mi chiedeva proprio ieri: “Ma perché mai bisognerebbe riportare i siriani in Turchia e per ogni siriano rimandato l’Europa dovrebbe prendersi un altro siriano? Se li rimandano indietro perché poi se li riprendono, non fanno prima a tenerseli?”. Questa e molte altre obiezioni del tutto ragionevoli cadono davanti alla costatazione che queste non sono soluzioni tecniche per gestire meglio la situazione, ma solo espedienti sempre più fantasiosi che mirano solo a smontare un diffuso pregiudizio (che purtroppo nel tempo ha portato anche alla ratifica di alcune fastidiose convenzioni internazionali), cioè che l’Europa sia tenuta a dare protezione a chi ne ha bisogno.

Per distrarmi credo vi racconterò un aneddoto. L’altro giorno mi trovavo su un autobus al centro di Roma, pieno ma non pienissimo, che percorreva Corso Rinascimento su apposita corsia preferenziale. A una fermata un uomo in sedia a rotelle, palesemente ubriaco e corredato di cartone di Tavernello, chiede a gran voce di salire in vettura. L’autista, come previsto dall’azienda, spegne il motore, cerca la chiave per aprire la pedana, si fa largo tra i passeggeri, cerca invano di attivare la pedana medesima. La chiave in dotazione non corrisponde alla serratura di sblocco. L’autista alza gli occhi al cielo, il potenziale passeggero (non del tutto lucido) lancia bestemmie e improperi, i passeggeri sbuffano. L’autista fa il gesto di caricare la sedia a rotelle a mano, ma da solo non ce la fa. Tutti i passeggeri uomini si dissolvono per magia, accartocciandosi in ogni anfratto possibile lontano dalla porta. Alla fine l’autista scende, spiega la situazione al collega della vettura nel frattempo sopraggiunta, si accerta che il rumoroso passeggero (che continua a inveire contro il primo autista) sia caricato sull’altro autobus non prima di aver verificato che anch’esso lo porti a destinazione (sono appena due fermate). Poi risale e riparte.

Il capannello di passeggeri inizia il commento. “Insomma, i vigili bisognava chiamare! E poi, pure se saliva, ubriaco com’era come si reggeva? E’ una vergogna!”, tuona uno. Il giovane autista, senza perdere le staffe risponde punto su punto: “Guido autobus da 18 anni, se la pedana funzionava la carrozzina poteva essere fissata nell’apposito spazio. Le assicuro che regge. E’ un meccanismo fatto per quello. E poi chiamare i vigili perché? Perché un disabile voleva fare due fermate?”. “Ma questi barboni neanche vogliono essere aiutati, lei è troppo buono”, chioccia una vecchietta. “Signora, ma lei esattamente come sa chi era quella persona? Come io non mi permetto di giudicare la vita sua, perché non l’ho mai vista prima di oggi, così mi pare che non abbiamo elementi per giudicare. Io questo so: c’era una persona in sedia a rotelle e in un intero autobus nessuno ha ritenuto il caso di aiutarmi a caricarlo”. “Ma le pare! Era ubriaco, molesto, sporco! Insultava anche lei!”. A questo punto il giovane autista ha preso fiato e ha detto lentamente, con calma e determinazione: “Quella persona non toglieva nulla a nessuno se saliva per due fermate. Certo, è una persona con vistosi problemi e io sono un autista, non un assistente sociale. Non ho la pretesa di risolverli io, quei problemi. Ma le persone, anche quando hanno tanti problemi, restano persone. E io osservo solo che è davvero triste se noi, invece che protestare con chi ci mette in condizione di lavorare o di vivere in queste condizioni, senza strumenti efficaci e anzi con tanti impacci, non troviamo di meglio che prendercela gli uni con gli altri.”

Che c’entra questo con l’Unione Europea? Secondo me c’entra. E alle parole dell’autista continuo a pensare, anche a due giorni di distanza.

 

Maglietta verde


Tram 8, pomeriggio di venerdì. Rimugino su me stessa, sul mio destino, sulla mia vita, su quello che è successo e quello che non è successo. Penso a una frase sentita ieri sera: la felicità dipende per il 50% da predisposizione genetica, per il 10% da quello che accade e per il 40% dal nostro impegno e consapevole lavoro per essere felici.

Davanti a me, su due sedili affiancati, il mio sguardo viene catturato da un gruppo familiare. Mamma africana, una bambina seduta a fianco, un bambino in braccio, la piccolina legata sulla schiena della donna. Gli occhioni spalancati della figlia minore hanno stregato un certo numero di passeggeri. Una filiforme signora bionda sta giocherellando con lei, consentendole di acchiapparle vigorosamente il dito inanellato (e ogni volta la faccina della piccola si illumina in un sorriso furbetto). Vari passeggeri in piedi, me compresa, sorridono inebetiti. La bambina è in effetti di una bellezza e vivacità straordinarie.

Comincio a guardare anche gli altri due bambini. La grande, forse poco più piccola di Meryem, siede composta e seria con in grembo la cartella rosa. Il maschietto è spalmato sul petto della madre e ogni tanto pencola in direzione della sorella maggiore.

Tanti pensieri mi si accavallano in testa (e sospendo prontamente i bilanci esistenziali) mentre passo ad osservare la madre. Probabilmente abbastanza giovane, con i capelli neri ben pettinati e legati in una sobria coda di cavallo. Testa prima china sulle mani, appoggiata al sedile davanti. Poi, sentendo la piccola che si agita, alza uno sguardo pieno di apprensione, che poi si rilassa al vedere che la figlia non sta disturbando nessuno, ma anzi si è conquistata la simpatia di molti. Sorride, e una dolcezza stanca illumina il viso largo. Non so nulla di lei, anche se sono portata a immaginare molte cose, chissà quanto fondate.

Certo è che arrivata a Stazione Trastevere si alza, raccoglie senza apparente sforzo i suoi bambini e scende. La guardo allontanarsi dignitosa e composta, la sua maglietta verde scompare tra la folla. Si parla molto di famiglia, di questi tempi. E anche di parità di genere. Però poi alla fine mi chiedo quanti dei discorsi di principio che a molti sembrano così irrinunciabili siano concretamente di sostegno alla famiglia che ho incontrato oggi sul tram.

Com’è un rifugiato?


“Sì, i bambini si sono inseriti bene. Il maggiore frequenta il liceo scientifico. Il minore va in seconda media, è già il primo della sua classe. Io ho trovato lavoro in una radio, sono in prova. Ma credo che ci siano buone speranze per me”. Sfoggia un italiano forbito, con lieve accento settentrionale. A suo tempo ha frequentato il politecnico qui in Italia. Poi ha lavorato per anni a Damasco, come guida turistica. Ora è qui, con la sua moglie fine ed elegante, ancora nel circuito dell’accoglienza, ma con una prospettiva che cerca di restare saldamente ancorata a un’autorappresentazione di famiglia normale: “Quando possiamo vedere l’appartamento? Ci sarà spazio per lo studio dei ragazzi?”. Quest’uomo e la sua famiglia sembrano l’incarnazione del rifugiato colto e facilmente integrabile, quello che fino a ieri molti Paesi europei si contendevano (oggi non più). Il loro percorso in Italia è stato caratterizzato da questo. Ma, del resto, chi di noi potrebbe dire che la propria esperienza non sia il prodotto di quello che si è e di come gli altri si pongono nei nostri confronti?

Un’altra famiglia è arrivata in Italia con un visto, ha trovato ospitalità gratuita in un istituto religioso. Ma la loro storia è molto diversa. Il capofamiglia è una donna, una donna che al suo Paese occupava una posizione di prestigio ed era ammessa senza particolari difficoltà a colloquio con il Presidente di quello Stato. Eppure. I contatti l’hanno aiutata a risparmiare a se stessa e ai suoi figli il Sahara e il barcone. Ma arrivata qui, il suo sguardo si è svuotato. La strada resta tutta in salita. La figlia minore quasi non ricorda la vita precedente, in Kenya. Per questo lei va avanti più spedita. Per sua madre sarà tutto un altro percorso. Niente posto in radio per lei. Un lavoro umile, portato avanti con la fatica di chi prima pagava chi queste cose le facesse per lei, mentre correva da una riunione all’altra.

Le mie colleghe faticano non poco a interagire con una coppia bizzarra. Sono palesemente barboni, fanno fatica a argomentare, parlano poco la lingua. Eppure, scoprirò poi con un certo sconcerto, è stata loro riconosciuta la protezione internazionale più di cinque anni fa. Oggi vivono nel tunnel dell’aeroporto di Fiumicino. Ci vorrà moltissimo lavoro per sbrogliare il groviglio di esclusione che si è stratificato intorno a queste due persone. Forse le mie colleghe hanno individuato il bandolo della matassa. Speriamo.

Rifugiato è il giovane kossovaro che quando è arrivato era bambino e oggi è chef. Oggi è passato dallo stato di migrante a quello di expat, oltre i confini italiani, in virtù della cittadinanza finalmente ottenuta e anche della posizione sociale conquistata con il suo sorriso strafottente e il suo impegno.

Rifugiata è la ragazza sudanese, anch’essa arrivata bambina, che gioca a pallavolo in una squadra trentina e sogna la convocazione in nazionale (probabilmente senza aver nemmeno conosciuto Mimi Ayuara).

Rifugiato è il ragazzo afgano che ancora non parla dieci parole di italiano e non mi aveva mai visto prima, ma vedendomi passeggiare nervosamente per il corridoio del Centro Astalli mi ha portato un bicchiere di tè e dei grissini.

Com’è un rifugiato? Disquisiamo di narrazione sui rifugiati, in Italia e in Europa. Ma l’unica narrazione onesta sarebbe composta da più di sessanta milioni di singole biografie.

Amicizia


“Gli olandesi fanno di questi scherzi. Nel bel mezzo di una festa uno si alza, fa un discorso ed ecco che piangono tutti”. In effetti è andata esattamente così. Garbatella, casale che sembra ancora una sezione del PCI anni ’70, invitati assortiti per età, paese di origine, cultura nel senso più pieno e vario del termine. Cibo verace, musica dal vivo (senegalese, per lo più). Ed ecco, si alza una signora olandese minuta, che io qualificavo genericamente come parente della festeggiata, e inizia a leggere diligentemente un discorso, in italiano accurato.

Vorrei avere il testo originale. Ricordo però che iniziava con due bambine di 4 anni che andavano a scuola, mano nella mano. E proseguiva con due liceali, e poi con due donne separate dalle distanze ma riunite dal fatto che una delle due, in un momento cruciale della sua vita, aveva trovato assolutamente naturale telefonare all’altra per confidarsi. L’altra, la sua amica del cuore. Ancora oggi. Da 66 anni.

L’espressione amica del cuore mi ha spesso suscitato un sorrisetto di superiorità. Non ho amiche del cuore, io. Oggi di colpo realizzo che non è una cosa di cui vantarsi. 66 anni di amicizia, 66 anni di fedeltà. 66 di disponibilità ad aprire il cuore con garbo e pazienza a un altro essere umano. Io, semplicemente, non sarei capace. Non sono stata capace, forse non lo sarò mai.

Vero è che Marielou, che oggi incredibilmente fa 70 anni, è stata capace di essere amica persino mia. Nonostante le mie spigolosità, i miei silenzi, la mia fretta, i miei impegni veri e presunti, la mia scarsa generosità di tempo e di attenzione.

L’arte dell’amicizia mi è fondamentalmente sconosciuta. Ma oggi, guardando due donne olandesi diverse eppure ancora così vicine, mi si è manifestata in tutta la sua potenza. Ho pianto anche io, insieme a molti altri (anche insospettabili). E ho provato profondo rispetto e ammirazione.

Stop


Ci sono momenti imprevedibili e apparentemente inspiegabili in cui mi sento come ferma a un semaforo e improvvisamente mi assale il dubbio: dove sto andando? “Like a river that don’t know where it’s flowing / I got a wrong turn and I just kept going…” Oggi questa esitazione si è accompagnata a un mix di malinconia e scoraggiamento. Un bello schifo, insomma. Ho pensato a un post di Polly che ora cito a memoria perché sono dal cellulare e per giunta in una stanzetta di una specie di pensionato di Bruxelles: lei si guardava dallo specchietto retrovisore e tutto sommato si stimava per aver fatto della strada. Io nello specchietto retrovisore, nonostante una certa spavalderia che ostento qua e là, cerco ancora di non guardare troppo. Non mi fa impazzire quello che ci vedo. Alla fine cerco di concentrarmi sul paesaggio che varia dietro il finestrino e magari mi sforzo pure di prendere qualche variazione lungo il tragitto per continuare a non annoiarmi.
In sere come questa cerco di respirare e di fare pace con la mia anima che ringhia e piagnucola. E mi dico che per fortuna, nonostante questa metafora, non sono io a guidare.

Cosa possono portarci i rifugiati


Scrivo meno di prima, in questo periodo. Sono travolta da una specie di turbine, soprattutto lavorativo, che mi risucchia anche i pensieri dalla testa. Ma voglio raccontarvi una conversazione che curiosamente mi ha dato una risposta che in qualche modo, inconsapevolmente cercavo.

La riunione di progetto a cui ho partecipato, a Bruxelles, volge al termine. Ci troviamo su un taxi insieme, io e una bionda collega berlinese. Si chiacchiera. Lei è da poco rientrata in Germania, ha lavorato sette anni a Istanbul. Chiedo così, con leggerezza: “Com’è vivere a Istanbul?”. Il discorso si fa improvvisamente serio e appassionato. Mi parla di una città difficile, faticosa, di un clima politico in costante deterioramento. Ma subito aggiunge, con aria grave: “Ma poi la guardi e ti toglie il fiato. Quanto è bella. Io ancora oggi non riesco a farne a meno. Da quando sono tornata ci sono riscappata due volte. L’ultima volta quando c’è stato l’attentato. In fondo è lì che mi sento a casa”. Poi si sente in dovere di spiegare che non è solo la città, è il modo di vivere. Quell’uscire per le strade con tutta la famiglia. “In Germania certe volte mi pare che tutti siano rintanati dietro porte chiuse”. Sospira. Fa un attimo silenzio, ma poi aggiunge: “Anche questa riunione, se l’avessimo fatta lì sarebbe stata tutta diversa, non trovi? Guarda come ci siamo salutati, dopo due giorni di lavoro: ciao, ciao, al limite una stretta di mano. In Turchia ci saremmo baciati, la sera prima avremmo bevuto tè insieme fino a tardi e adesso qualcuno ci starebbe accompagnando all’aeroporto. Non trovi?”.

Trovo. Rincaro un po’ la dose, raccontando di quando per un disguido all’arrivo non avevo potuto avere la mia camera nel posto dove si teneva il convegno e sì, mi hanno pagato un albergo, ma nessuno mi ha aperto una porta neanche per dieci minuti, nessuno mi ha offerto qualcosa di caldo prima di depositarmi in una hall. “Ma secondo te fanno così perché sono gesuiti o perché sono belgi?”, mi chiede sgranando gli occhioni.

Mia cara collega giovane, fanno così perché in una larga fetta di Europa è così che si fa. Perché gli spazi privati sono inviolabili, o per violarli serve programmazione attenta e estrema cautela. Perché gli slanci e il calore di cui parli tu spesso, su al nord, non sono capiti, e/o sono temuti come la peste. La rassicuro: in Sicilia nulla di tutto ciò che le gela il cuore potrebbe accadere. Il tasso medio di affettività nei confronti dell’ospite magari non raggiunge i livelli turchi, ma certamente si impenna verso l’alto.

E poi ho pensato: ci salvano le migrazioni. Ci salva il calabrese che resta tale, almeno un po’, pure se vive a Glasgow. Ci salvano i movimenti interni all’Italia, quelli attraverso l’Europa e magari ancora di più potranno scaldare il cuore dell’Europa questi rifugiati che oggi vediamo solo come pacchi da smistare e scocciature da delegare. Ho pensato a quanti caffè e tè in questi 15 anni mi sono stati offerti da persone che non avevano neppure una casa. A quante cene etiopi mi sono state cucinate da famiglie che avevano solo una stanza e un fornelletto a gas. A quel desiderio di farti accomodare, da ospite, persino in assenza di sedie, divani, letti. Davvero i rifugiati potrebbero ricordarci cos’è l’ospitalità, perché a volte perdiamo di vista le cose importanti.