Avvicinarsi a Pasolini


Nel lungo elenco di cose che per qualche motivo non ho finora conosciuto c’è la figura di Pasolini. Non ho letto i suoi romanzi, non ho visto i suoi film. Non ne ho mai saputo granché. Lo so che detto così suona eccessivo e che c’è un sottofondo di informazioni che una persona della mia età e vissuta negli ambienti che ho frequentato si ritrova comunque da qualche parte nella testa. Però in sostanza è così: a Pasolini non avevo mai pensato.

Sono andata allo spettacolo Sono Pasolini di Giovanna Marini soprattutto perché ci cantava mio cognato. E’ stata l’occasione per cominciare a capire qualcosa di più. Gli spettacoli di Giovanna Marini sono abbastanza didascalici e questo non faceva eccezione. Il pregio principale forse è stato di cominciare a raccontarmi Pasolini a partire dal Friuli, terra di mio padre e ciò nonostante a me ignota come e quanto l’artista in questione. Eppure alla fine i frammenti noti di due cose ignote hanno in qualche misura iniziato a combaciare, a suggerirmi pensieri, associazioni.

E poi la lettura di questo testo terribile, che inframezza i quadri dello spettacolo. Una lettura che suscita in me allo stesso tempo fascino intellettuale e consapevolezza che no, non è così, non è vero. Cioè, è un testo profondamente giusto e acuto politicamente e allo stesso tempo profondamente stonato dal punto di vista della relazione. Forse la cosa si spiega, tra l’altro, con il fatto che l’autore non è mai stato padre. Sarà una banalità e non mi riferisco meramente a una condizione biologica e/o anagrafica. Ma certo essere padre nello spirito non è esattamente la stessa cosa di essere genitore nella carne e nella quotidianità. Essere “padre quotidiano”, quotidiano come il pane per cui gli uomini pregano, con quella stessa spietatezza del “per sempre” di uno dei più bei versi di De André (“femmina un giorno e poi madre per sempre”) è diverso – non per forza di più o di meno, ma certo molto diverso – da essere educatore, ispiratore, mentore.

Eppure quella condanna della civiltà dei consumi, di quella “accettazione — tanto più colpevole quanto più inconsapevole — della violenza degradante e dei veri, immensi genocidi del nuovo fascismo”, mi colpisce in tutta la sua acutezza e fondatezza, ogni giorno di più. Oggi, in un’intervista, monsignor Tomasi parla di “soggettivismo esasperato” di cui l’Europa sta dando prova. Una cosa è sicura: questo tipo di connivente complicità e promozione di stragi oggi è di dimensioni sbalorditive soprattutto in quei Paesi in cui la qualità della vita è più alta.

Ieri sera, celebrando inconsapevolmente la vigilia dell’anniversario della morte, mi sono guardata su Netflix Pasolini, un delitto italiano. E ora comincio ad essere pronta ad avvicinarmi un po’ più direttamente alla sua opera.

P.S. Intanto mi sono letta anche questo.

Annaspando


Lo so, è molto che non scrivo. In realtà non solo ho troppo da fare e spesso sono anche in trasferta: è che mi sentivo in dovere di scrivere un post importante, significativo. Però nulla, nemmeno stasera riesco a mettere in ordine  i miei pensieri, a dare priorità ad alcuni rispetto ad altri.

Oggi curiosamente, incontrando una persona in ufficio per la prima volta, mi è scappato detto che il mio non è un lavoro. E’ la mia vita, una militanza, certamente qualcosa che va oltre, molto oltre qualunque contratto. Non è stato molto professionale spiattellarlo così. Ma capitemi almeno voi che leggete. Sono talmente travolta da bugie, calunnie e propaganda di bassa lega sui rifugiati che certe volte mi pare di vivere in un brutto sogno. Spegni la tv, direte voi. Ecco, l’ho fatto. L’ho fatto ancora una volta pochi minuti fa. Peccato che il collegamento, in diretta, fosse con il mio quartiere, Monteverde. Da un marciapiede di fronte al nostro centro di accoglienza, alla nostra scuola di italiano. Peccato che le vicende che hanno dato la stura a questa ulteriore ondata di xenofobia becera siano già state tempestivamente commentate su Facebook da miei conoscenti e forse persino miei amici, che naturalmente non hanno nulla contro ma…. Ma. Il “ma” è quello che conta e che apre un rubinetto in cui il flusso di inesattezze, bugie e vere e proprie calunnie dette in malafede da qualcuno sono ormai indistinguibili. Ci sguazzano i media, nella pozza sporca che si crea. Ci sguazziamo anche noi, spruzzandola un po’ in giro sui social.

C’è di peggio. I discorsi melliflui, apparentemente composti e razionali, dei politici.Non parlo di Salvini, evidentemente. Parlo di ministri della Repubblica: Alfano, Orlando. Se si deve dare l’idea di controllare la situazione, un prezzo va pagato. O piuttosto, va fatto pagare a qualcuno. Si sa, va così. Bisogna guardare alla sostenibilità generale, non tanto al caso singolo. Ai numeri, ai flussi, ai fenomeni, meglio se ai macrofenomeni. Tutto, pur di guardare le persone negli occhi. E’ la situazione che lo richiede.

Ma c’è un ultimo punto, che personalmente mi fa più male. Davanti a una situazione di sempre più palese scollamento tra prassi e garanzie costituzionali (altro che riforma e referendum: qui si parla proprio dell’abc dei principi fondamentali), sui giornali a cui si guardava per le critiche più nette, per i reportage più coraggiosi, appaiono articoli sottili, documentati, filosofici e visionari. In qualche modo, in un mondo diverso da questo, anche condivisibili. Ma maledettamente ambigui, come questo. Perché anche se gli intenti sono evidentemente antitetici rispetto a quelli dell’autore, temo che quanto è scritto sarebbe condiviso dal Ministro Alfano. Che ne trarrebbe, si intende, conclusioni assai diverse. Ma il disagio resta. Alla fine, come si diceva all’ultimo staff di Astalli, noi Mafia Capitale la stiamo pagando adesso. E non perché ne siamo stati toccati in alcun modo, ci mancherebbe pure. Ma per la mancanza di fiducia sempre più tangibile di chi su questi temi cerca di fare ragionamento e cultura: in fondo noi facciamo accoglienza, quindi siamo potenzialmente interessati, sospetti, comunque non affidabili. Questa per noi, che ci sporchiamo le mani da tanti anni gomito a gomito con i rifugiati, pur con tutte le nostre mancanze e insufficienze, davvero (senza retorica) piangendo e ridendo con loro e talora mandandoci al diavolo, è probabilmente la beffa più grande.

 

Sulla Turchia


“Ma perché Erdogan ha tanti sostenitori? Li paga? Sono figuranti? Sostiene la classe media?”. Durante il weekend del fallito golpe in Turchia, oltre a tirare tutti i sospiri di sollievo possibili per aver a suo tempo deciso che Meryem una settimana di vacanza con il padre non l’avrebbe fatta proprio ora (“Secondo me se Meryem era qui con me tu saresti impazzita. Non mi stupirebbe se avessi noleggiato un aereo per venirla a prendere”, ha commentato il curdo, che un po’ mi conosce), ho ricevuto molti messaggi, telefonate e mail in cui mi si chiedeva un parere. Vi ringrazio di avermi promosso a opinionista, la cosa mi lusinga. Non ne ho le competenze, ma certo, incoraggiata dal livello di quel che si vede in TV, qualcosa mi sento di dirla anche io, magari con qualche link di consiglio.

  • La situazione è preoccupante? 
    Certamente. Lo è da molti punti di vista e lo era anche prima del tentato golpe. In estrema sintesi, la prossimità della guerra in Siria e le pressioni dei vari attori internazionali coinvolti (non ultima l’Unione Europea, pronta a tutto pur di tener chiuso il “rubinetto dei migranti” – ma che espressione deliziosa, vero? L’ho sentita usare almeno tre volte in dieci minuti in tv), stanno complicando a dismisura un passaggio politico già di suo estremamente complesso. Ricordate sempre, tipo mantra: la Turchia è grande, popolosa, complicata, con una storia pesante e conflittuale già al suo interno. Per giunta è storicamente e geograficamente in una posizione di confine tra Asia e Europa, sul suo territorio ci sono le sorgenti dei due fiumi che dissetano il Medio Oriente più i passaggi di tutti i possibili canali di rifornimento di gas, petrolio e chi più ne ha più ne metta, per non parlare della base NATO. Come ha ben scritto Michela Murgia, “se niente sembra semplice in Turchia è perché non lo è”.
    Il rischio più grave in questo momento per tutti, a partire dai cittadini turchi, è la guerra civile. Come dicono alcuni amici turchi, provate a immaginare se la situazione in Turchia diventasse come quella in Siria.
  • Come ce la stanno raccontando i media?
    Beh, almeno quelli italiani piuttosto male. Ricordo che già dall’elezione di Erdogan sui giornali italiani si parlava di islamizzazione, estremamente a sproposito peraltro. Per noi, o per i nostri giornalisti, pare che l’islam sia il maggiore se non unico problema della Turchia. Questa nostra fissa, accentuata dalle recenti questioni (ISIS, terrorismo, etc) ci ha portato in varie occasioni, non ultima questa, a augurare ai turchi un bel golpe militare come un tempo. Un golpe pulito, elegante, efficace, che ci assicuri la laicità. Qui mi sento di farvi una rivelazione: la percentuale di turchi che si augura un regime militare, laico o no, è attualmente piuttosto esigua. Mi pare che lo abbiano peraltro dimostrato in ogni modo: tutti i partiti politici, inclusi quelli di opposizione (anche piuttosto dura) a Erdogan, si sono immediatamente e pubblicamente espressi contro il colpo di stato. Da giorni le piazze della Turchia sono piene di gente che manifesta con lo slogan Hakimiyet milletindir “la sovranità appartiene alla Nazione”. [Da leggere anche questa seconda nota di Michela Murgia].
    Certamente è in corso una dura e preoccupante repressione, peraltro perfettamente in linea con il trend dettato da tempo da Erdogan. Il quale, per inciso, è il Presidente della Repubblica e non il Capo del Governo: sta però mettendo in atto nei fatti già da tempo il regime pienamente presidenziale che vuole ratificare modificando la costituzione, come mostrano le recenti dimissioni del premier Davutoglu. Però certamente anche fatti preoccupanti in sé vengono riportati sempre con una sfumatura palesemente islamofobica: le sospette torture, che certamente vanno denunciate come tali (ci mancherebbe!), nel rimbalzo sui social diventano curiosamente “fustigazioni” e addirittura “decapitazioni”, con un immaginario tutto ISIS. Per non parlare della bufala della pedofilia legale, condivisa anche dai miei amici più attenti alla verosimiglianza delle fonti. [Aggiornamento: su questo punto in particolare però oltre all’episodio di gennaio riportato da Wired è successo anche altro e, per la precisione, una decisione assai discutibile della corte costituzionale turca che non rende legale la pedofilia, evidentemente, ma certo desta molta preoccupazione perché ammetterebbe la possibilità che un atto sessuale che coinvolge un minore tra 12 e 15 possa essere considerato consensuale. La decisione, che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo 23 dicembre, è giustamente oggetto di denunce e contestazioni. Alla luce del fatto che i matrimoni combinati in alcune zone della Turchia sono ancora oggi tutt’altro che rari e che io stessa conosco persone che si sono sposate a 14 anni è evidente che il possibile impatto di una modifica del genere è assolutamente rilevante. Ringrazio la mia amica Chiara per la segnalazione. Ulteriore approfondimenti su una questione comunque controversa li trovate qui http://www.butac.it/annullato-reato-pedofilia-turchia/%5D.
  • Sulla sospensione della Carta Europea dei Diritti Umani
    Questo è assolutamente vero e allarmante: giorni fa il governo turco ha decretato lo stato di emergenza, poi approvato ieri dal Parlamento (voti dell’Akp e del partito nazionalista Mhp); in più, è stata decisa la sospensione temporanea della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Però credo che anche questa allarmante notizia vada inquadrata correttamente. Si tratta (ancora) di una misura che avviene nella legalità. Lo stato di emergenza è una misura temporanea – della durata di 3 mesi – prevista dalla costituzione turca qualora approvata dal parlamento; la sospensione della convenzione europea per i diritti dell’uomo, poi, è prevista dalla convenzione stessa, ovviamente entro certi limiti. L’art. 15 della convenzione, relativo alla “Deroga in caso di stato d’urgenza”, prevede infatti che “in caso di guerra o in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione, ogni Alta Parte contraente può adottare delle misure in deroga agli obblighi previsti dalla presente Convenzione, nella stretta misura in cui la situazione lo richieda e a condizione che tali misure non siano in conflitto con gli altri obblighi derivanti dal diritto internazionale”. Questo, come ha prontamente ricordato Erdogan, ha fatto la Francia dopo gli attentati di Parigi. Va da sé dunque che tale sospensione, per essere veramente legale, non deve comportare deroghe rispetto al diritto alla vita (art. 2 “salvo il caso di decesso causato da legittimi atti di guerra”), alla proibizione della tortura (art. 3), alla proibizione della schiavitù e del lavoro forzato (art. 4) e al rispetto dell’art. 7 (“Nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale. Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al momento in cui il reato è stato commesso”). Se si verificassero o si fossero già verificate violazioni in tal senso, va da sé che la difesa di Erdogan rispetto alla legittimità del provvedimento sarebbe assolutamente ingiustificata. La cosa resta comunque preoccupante, anche se applicata nei limiti della legge, in Turchia, così come in Francia o altrove.
  • Perché Erdogan ha tanto seguito?
    Iniziamo col dire che ce l’ha davvero. Chiunque viaggi in Turchia, fuori da alcune strettissime cerchie di Istanbul, si renderà conto che i suoi non sono milioni di figuranti pagati dal regime. Alle ultime elezioni c’è stato oltre l’87% di affluenza alle urne (in un Paese di quasi 75 milioni di abitanti) e il suo partito ha superato il 50%. Io su uno dei possibili motivi mi sono fatta un’idea. Avete vissuto mai in un Paese dove la moneta si svaluta ogni giorno? Dove le condizioni economiche sono così disastrose che il potere di acquisto del tuo stipendio ogni mese si riduce praticamente della metà? La Turchia negli anni ’90 era così. Io da turista, che arrivavo con i dollari, diventavo più ricca ogni giorno. I miei amici che avevano la borsa di studio del Ministero turco, stanziata l’anno precedente, il giorno dell’arrivo andavano a ritirare i soldi previsti per due mesi e ci facevano a stento una cena dal kebabbaro. I prezzi erano espressi in milioni. La situazione di oggi è assai diversa. Ieri un commentatore in tv ha detto: “”Scendono in piazza a difendere il loro benessere e non i loro diritti. E non se ne rendono conto”. Credo che sia assolutamente corretto. Ma temo anche che questo è quello che ormai avviene in tutto in mondo. Tutti ormai troviamo normale difendere il nostro bene privato anche a scapito del bene comune. E se poi il bene privato di molte migliaia di persone coincide, il gioco è fatto.
  • “… e non se ne rendono conto”
    Ecco, forse questa è la chiave. L’aspetto davvero preoccupante in Turchia, secondo me, molto più dell’islamizzazione vera o presunta, è la mancanza di libertà di pensiero, di opinione, di stampa. Una mancanza di libertà che si accompagna a un populismo davvero preoccupante, che fa sì che la censura sociale in molti contesti scatti anche prima di quella, pur efficientissima, dello Stato.

A suo tempo


Mi capita, qualche volta, di incrociare di nuovo persone perse di vista da tempo. Mi è successo ieri, per lavoro. Una telefonata formale, ma un nome che abbinavo a un volto preciso. Non un mio amico direttamente, ma un amico del mio fidanzato dell’epoca. Una persona che mi aveva colpito. Rivisto quindi ieri, in una sala riunioni con affaccio sul Cupolone. Diverso il contesto, diversi i nostri rispettivi ruoli. Diversissime, evidentemente, le scelte che abbiamo fatto in questi anni, anche se per qualche tempo il percorso, almeno di studi, un po’ si somigliava.

La sua capa a un certo punto ha fatto un riferimento al mio curriculum. La cosa mi ha un po’ spiazzato. Forse voleva solo farmi vedere che prima della riunione lei o uno dei suoi collaboratori si era preso il disturbo di guardare chi fossi. Magari neanche l’aveva fatto davvero, chissà. Ma in un discorso in cui i collaboratori suddetti erano stati presentati sulla base della loro capacità di “attirare fatturato” il riferimento mi ha fatto impressione. “Un curriculum che parla da solo”, ha detto più o meno quella donna elegante. “Eppure…”, non sono riuscita a trattenermi dal rispondere io con un sorriso. Chissà se ha capito cosa intendevo. Chissà se io ho realizzato davvero pienamente cosa intendevo con quella risposta. Certo l’ho realizzato mezz’ora dopo, uscendo da quella sala riunioni. Non era rimpianto il mio, sebbene per forza me lo sia dovuta chiedere. Tante cose certamente avrei potuto scegliere meglio, nella mia vita lavorativa. Ma in tutta onestà, qualunque svolta io avessi potuto prendere nella mia vita precedente, sono abbastanza certa che in nessun caso, alla fine, mi sarei trovata a sedere dall’altra parte del tavolo, in quella sala riunioni.

Più tardi sono andata alla presentazione di un libro, questo. Come ho già scritto su Facebook, è un libretto illuminante e necessario, una boccata di pensiero onesto e pulito. Una lettura che consiglio caldamente a tutti, ma in particolare a: noi che nel tema siamo impelagati fino al collo e oltre, politici, aspiranti cittadini pensanti, persone che vorrebbero tanto dirsi di sinistra ma non sanno più bene che significa, professori (specialmente di scuole superiori), giovani votanti e non votanti, persone convinte che dell’immigrazione si debbano occupare solo gli addetti ai lavori e i leghisti. Al di là di questa recensione per inciso, ieri sera partecipando a questo rito ormai desueto della presentazione di un libro da Feltrinelli mi tornava in mente la mattinata trascorsa. E mi rafforzavo nel pensiero che a un certo punto, in effetti solitamente abbastanza presto, si finisce per scegliere da che parte stare, magari non del tutto consapevolmente. Mi ha colpito leggere che per Filippo Miraglia questo momento sia legato al fastidio nel vedere il diverso trattamento che in famiglia aveva sua sorella che, in quanto femmina, “aveva tutti gli occhi addosso”. E per me, mi sono chiesta in autobus tornando, quando è stato questo momento? Non saprei dirlo. Certo incontrare i rifugiati mi ha cambiato molto, ma certamente qualche fondamento precedente c’era.

Uno dei relatori di ieri, Oliviero Forti di Caritas Italiana, scherzando ha detto che un altro libro si potrebbe scrivere sul motivo per cui i principali oppositori i Papa Francesco sono assolutamente convinti di essere pienamente cristiani e cattolici, magari più dello stesso Bergoglio. Questo mi ha fatto pensare al fatto che i miei genitori, abbastanza impliciti nella trasmissione di valori, una cosa mi hanno sempre passato come assolutamente fondante e imprescindibile nelle loro scelte: il Concilio Vaticano II. Alla fine forse questa è la corrente che più mi ha trascinato, in questi anni, a prescindere dalle formali appartenenze. Alcuni dei temi fondanti di quel Concilio li ho ritrovati, a suo tempo, nell’apostolato sociale dei gesuiti. Quei concetti formano il patrimonio intellettuale che più sento mio e più mi rappresenta.

Come andrò avanti? Sempre più spesso me lo chiedo. Però certamente ieri mi è stato chiaro che fino ad ora una direzione c’è stata, anche se non sempre mi è parso di sceglierla del tutto. Dove andrò da adesso in poi lo scoprirò a suo tempo.

Orizzonti e cultura


Ho finito stamattina sull’autobus un libro che ci stava proprio bene con i miei pensieri degli ultimi giorni, questo. Una roba astrusa e inintelligibile, direte voi. Per nulla, vi rispondo io. Questo libro per me non è solo una cara memoria della passata passione accademica (l’autore, che me lo ha addirittura regalato – lasciate che me ne vanti – “con ammirazione e amicizia”, è praticamente l’incarnazione dello studioso che avrei voluto essere, se avessi avuto il talento e l’opportunità), ma è soprattutto una chiave di lettura per l’attualità. Cerco di spiegarvi perché.

Questa raccolta di studi non parla di oggetti, di lettere, di grammatiche, di fiumi o di montagne (come pure potrebbe parere a prima vista): parla di persone o, più precisamente, di persone che si incontrano, si parlano, si raccontano, spiegano e insegnano cose da decine e decine di secoli. Una parte di quelle persone, quelle che vivono ai nostri giorni, sono citate dall’autore, spesso in nota: “La Sig.ra Semra Karabulut, di Torino, mi ha gentilmente comunicato che un buon keşkül ha come ingredienti….”, “Ringrazio Rainer Voigt, di Berlino, per avermi suggerito questa seconda ipotesi”; “Sono grato al giornalista moscovita Jurij Vjaceslavovic Klicenko (Klitsenko) per avermi segnalato la figura e l’opera di M.B. Satilov”; “Apprendo dal mio informante Ayad Al ‘Abbar che beygan è anche un vocabolo dialettale iracheno…”. Ma ovviamente la maggior parte degli incontri che il libro comunica sono avvenuti nel corso di un tempo lungo, attraverso crocevia di ogni sorta: città, biblioteche, strade di montagna, porti, locande, monasteri, università, piazze di villaggi.

Azerbagiàn persiano, Antiochia, Rodi, Malta, Gibilterra: “è questo l’asse della strada maestra su cui da sempre, almeno dall’inizio del neolitico, si sono rincorse da est a ovest e a ritroso, per poi diffondersi a nord e a sud, tutte le nuove acquisizioni dell’ingegno umano, dalla tecniche per assicurarsi la sopravvivenza, alle idee e ai modelli per garantire una convivenza più civile e socialmente allargata”. Accostate queste parole a quelle dell’Amaca di Michele Serra di ieri: ” Noi che siamo, ci piaccia o no, la modernità, abbiamo l’urgenza di far sapere agli imam, anche a quelli amichevoli e civili, che non è sulla base del timor di Dio, ma su quella del rispetto degli uomini che non uccidiamo”. Non entro nel merito della tesi di Serra, ma una cosa è certa: lui quando guarda fuori dall’Europa non vede le stesse cose che vede Pennacchietti. Ma non solo perché con ogni probabilità conosce meno di lui la prospettiva storica antica. Non solo perché quasi certamente parla e legge meno lingue di lui. Ma soprattutto perché in fondo è convinto, secondo me, che fuori dalla “nostra” cultura (nostra di chi, esattamente? europea? occidentale, qualunque cosa ciò voglia dire? laica, qualunque cosa ciò voglia dire?) non ci sia nulla che valga davvero la pena di conoscere, nulla di più di qualche curioso esotismo. Nulla che costituisca davvero un tassello di cultura, nulla che possa contribuire a definire un modello di convivenza civile.

Se ci si pensa bene, questo punto di vista è il primo presupposto per sostenere che il nostro continente o la nostra nazione bastano a se stesse, almeno dal punto di vista ideale/intellettuale. La migrazione si tollera (quando si tollera) per ragioni demografiche, economiche, per carità cristiana o per principio ideale. Ma in fondo l’assunto è che chi arriva nulla ci possa insegnare, nulla aggiunga alla “nostra modernità”. Che venendo qui sia lui (o lei) ad avere tutto da guadagnare, almeno da quel punto di vista. Ecco, io penso che il cuore della nostra povertà culturale consista precisamente in questo. Chiamiamolo colonialismo, chiamiamolo provincialismo. Chiamiamola, semplicemente, ignoranza collettiva. Una cosa è certa: chi non ne è colpito, riesce a stringere relazioni umane più significative. E di solito non si sente superiore per principio, per nascita, per lingua, per religione, per colore di pelle o per qualunque altra caratteristica rispetto a un altro essere umano, specialmente se non gli ha mai rivolto la parola.

Al mio futuro sindaco


Caro futuro sindaco di Roma, ti scrivo deliberatamente oggi, senza avere ancora la certezza della tua identità (anche se è probabile che tu sia una donna), proprio per sottolineare che quello che vorrei dirti te lo direi a prescindere da chi sei. Ieri tornavo in taxi a casa con mia figlia Meryem, che tra qualche giorno compie 9 anni. Avevamo ancora gli occhi pieni dello splendore del mare del Cilento e il cuore traboccante della gioia del viaggio, che ci accomuna. Passavamo accanto a Teatro Marcello e mi sono sentita di dirle che siamo incredibilmente fortunate, che viviamo in una città straordinaria. Che nessun viaggio sarebbe tale se non avessimo un posto da chiamare casa e che per noi questo posto è una città che trabocca ricchezza, culture, incontri e meraviglie di ogni genere. Una città che con tutti i suoi limiti e le sue ferite accoglie da secoli moltitudini di persone, di storie, di dolori. Una città che merita tutto il nostro rispetto.

Per questo siamo passate al seggio, prima di rientrare a casa. Come ci ha detto il ragazzo della pizzeria al taglio, non ci dobbiamo permettere di disprezzare la possibilità di votare, per cui tanti hanno lottato e dato la vita. A Roma ogni angolo permette di fare memoria: la costituzione della Repubblica Romana sul Gianicolo, le pietre di inciampo davanti alle case dei nostri quartieri, Forte Bravetta. Si potrebbe continuare. Ma più delle pietre, contano le persone e quello che danno, ogni giorno.

Per questo, futuro sindaco, mi sento di raccomandare una sola cosa, dal mio modesto punto di vista: non essere arrogante. Cerca di sentire, al di là degli slogan e dei mugugni di chi sgomita per essere notato, la voce più sommessa dei tanti che ogni giorno fanno con coscienza e onestà il loro lavoro, ma non dimenticano mai di essere solidali con chi è in difficoltà. Ne ho incontrati tanti in questi anni: tassisti, autisti dell’autobus, insegnanti, infermieri, negozianti, pensionati.  Sono loro la vera risorsa di Roma, che la rendono ancora una città aperta e resistente. Una città che riesce ad essere plurale e che una soluzione finora l’ha sempre trovata, nonostante tutto. Sii generoso, sindaco. Ma soprattutto, sii modesto e serio, almeno quanto quelle persone.

Genitori italiani


Ieri Filippo Miraglia ha scritto per Huffington Post un articolo che cercava di sottolineare la reale entità della tragedia che ormai ogni giorno si consuma nel Mediterraneo, facendo riferimento in particolare al racconto di alcuni superstiti, che hanno descritto come le madri disperate tentassero di tenere in alto i figli per non farli affogare nella stiva di una nave che sta imbarcando acqua.

Vi incollo qui, senza aggiungere altro, alcuni dei commenti pubblicati sotto l’articolo, da persone che in alcuni casi sottolineano di essere genitori. Per la maggior parte, donne.

“Se una madre italiana nata in Italia da genitori italiani facesse correre ai suoi figli un rischio anche di un decimo di gravità di quello che viene fatto subire a questi innocenti, allora interverrebbero subito i giudici e i servizi sociali e la signora rischierebbe seriamente di vedersi sottratto il figlio per essere affidato altrui. Però dato che queste sono madri africane, senza documenti, di ignoto stato civile e cittadinanza, che tentano di entrare clandestinamente in Italia dopo aver pagato svariate mafie africane, allora loro viene tutto perdonato e concesso”.

” Lo fanno a cuor leggero [di far salire i figli su un barcone] come a cuor leggero ne mettono al mondo 10 e passa sapendo di non poterli sfamare. Semplicemente non hanno il nostro concetto di importanza dei figli, è inutile girarci intorno. Attratti dalle lucciole della vita facile (che poi le donne a far le lucciole ci finiscono veramente) invece che darsi da fare per migliorare i loro stati vengono qui e fanno o i mantenuti a nostro carico o la manovalanza per i criminali locali (ivi inclusi caporali e imprenditori) facendo concorrenza sleale ai nostri lavoratori e abbassando le condizioni di vita per tutti.”

“E’ la loro cultura! Preferisco tenermi stretta la mia. Ma con l’arrivo di tutte queste persone i diritti naturalmente non saranno più quelli di prima, per nessuno.”

“Io ho un figlio (pillola ,spirale) perché non potevo seguirne bene di più avendo sempre lavorato per collaborare al mantenimento della famiglia. Avrei fatto bene ad averne 12? Se me lo avessero mantenuto (ho avuto gli assegni famigliari per 6 mesi nella mia vita,poi hanno deciso che ho superato il reddito,un folle reddito pinguissimo da insegnante!),penso ne avrei avuto un altro, al massimo.”

“Secondo Lei i più sfortunati hanno il “diritto” di entrare illegalmente in Italia.Bene:io rivendico il diritto di respingerli, per difendere quel poco di benessere e quel tanto di civiltà che ancora ci rimane. La “cultura maschilista”( che io chiamo barbarie),che verrebbe importata accogliendo i milioni di disagiati del terzo mondo (come Lei sembra auspicare) si imporrebbe sulla nostra cultura per la forza dei numeri. Le ricordo che la civiltà romana fu annientata dalle invasioni dei barbari, e ci furono, dopo, MILLE ANNI DI BUIO.”

Non credo che questi commenti vengano da uno sparuto gruppo di ragazzini esagitati. Una delle commentatrici sottolinea di avere 70 anni, un’altra è insegnante. Non voglio attribuire importanza eccessiva a un gruppetto di commenti, che sono pur sempre numericamente limitati. Ma sono pur sempre le opinioni di alcuni genitori italiani. Legittime opinioni?

Sarà troppo?


Ancora naufragi, ancora famiglie spezzate, ancora lutti e disperazione. Noi stiamo di qua a guardare. Al limite contiamo: tanti morti, tanti salvati. Se i salvati sono tanti festeggiamo. Siamo bravi a salvare, noi.

Avete mai provato a leggere le notizie dal punto di vista di chi su quella barca aveva un marito o un figlio? Non è retorica, davvero. Non è così inimmaginabile. Quando ero a Gerusalemme e c’è stato l’attentato all’autobus 18a, i telefoni del campus erano intasati di voci di genitori che chiamavano a casaccio, cercando di capire se eravamo vivi (non era epoca di cellulari). Pensate a Facebook che in caso di attentato attiva il security check. E’ umano, no? Lo vogliamo sapere se i nostri amici a Bruxelles o a Parigi stanno bene. Figuriamoci i nostri figli o il padre dei nostri figli.

Non dissimile è lo stato d’animo di chi ha un congiunto in partenza dalla Libia. Solo che non si sa quando, non si sa dove, spesso le notizie non sono precise, a volte semplicemente la certezza non la si avrà mai, né in un senso né nell’altro. E’ vivo, è morto? E’ sparito in un carcere, libico o europeo? O è semplicemente in fondo al mare?

Io credo che adesso qualcuno starà pensando che però per loro è diverso. Loro ci sono abituati. Loro di figli ne hanno tanti. Loro sono fatalisti per cultura. Loro, loro, loro. Una cosa ho imparato, in questi anni. Le lacrime dei rifugiati sono salate come le nostre.

L’assuefazione davanti alle stragi quotidiane mi fa paura. Ma ancora più paura me la fanno i ragionamenti sofisticati degli esperti. “Non vorrei sembrare cinico, ma…”. Se stiamo formulando questa frase forse siamo già oltre.

Un esercizio per quando mi sento così (o per quando un mio interlocutore si sente così) è cercare di esplicitare i non detti. Non possiamo permetterci di proteggere “chiunque”. Migrare è un diritto, ma solo per noi. Noi siamo diversi. Noi valiamo di più. Noi non siamo chiunque. E se soffriamo, in patria così come all’estero, proteggerci dovrebbe essere la priorità evidente del resto del mondo.

C’è un gran bisogno di essere lucidi, di pensare, di analizzare, di farsi venire idee. Ma più ancora c’è bisogno, io ho bisogno, di guardare in faccia le persone che a queste vicende sono sopravvissute e ci fanno i conti, anche qui, giorno dopo giorno. E spesso sono meno ripiegate su se stesse di quanto non lo siamo mediamente noi, che nella migliore delle ipotesi guardiamo e rimuginiamo.

 

Soddisfazione


“Questa cosa dell’università tu non l’hai del tutto digerita”, mi dice la collega che non a caso mi frequenta tutti i santi giorni da una quindicina di anni.  Ha ragione, ovviamente. E comincio a pensare che forse quel pezzo di vita che ancora oggi riesce a tenermi sveglia la notte non possa e non debba essere digerito. Qui e là vi ho raccontato del mio passato accademico e di quello che ha significato per me. Forse se dovessi sintetizzare i racconti in due post citerei questo e questo (e mettiamoci pure questo, via).

Certamente sarei una persona molto diversa, da molti punti di vista, se a un certo punto della mia giovinezza non avessi incontrato Giovanni Garbini. Al di là di tutto quello che è successo e non successo in questi anni, al di là di ogni contenuto e di ogni scelta umana e professionale, se ho avuto un maestro è stato lui.

Ieri, al termine di un percorso lungo e non privo di dubbi ed esitazioni, ho contribuito a offrirgli la sua Festschrift, quella che non aveva mai voluto e forse continuerebbe a non volere, se glielo avessimo chiesto. Però non glielo abbiamo chiesto, ci siamo dimenticati delle regole non scritte (essere fuori dall’accademia è anche una grande libertà!) e abbiamo fatto di testa nostra.

L’incontro di ieri al Pontificio Istituto Biblico è stato superiore alle nostre aspettative, grazie alla gentilezza e generosità di molti. Ma soprattutto è stato come lo volevamo (senza averlo davvero messo a fuoco): sgombro di ogni incrostazione di calcolo e formalità. Un grazie prima di tutto a una persona che, con tutti i suoi tanti limiti, ha dato con generosità quello che più a lui pareva importante. Un doveroso apprezzamento per uno studioso che ha contribuito molto a scrivere una parte della storia degli studi in alcune discipline. Non siamo qui per calcolare chi ha vinto o chi ha perso, alla fine. La possibilità di trovarsi insieme dopo oltre vent’anni senza imbarazzi e senza rimpianti è già una vittoria.

Onestà intellettuale


Una cosa che mi piace sempre, dopo un evento pubblico di Astalli, è quel momento di rilassato commento a cose fatte che mi concedo con chi ha condiviso con me le fatiche dell’ideazione, dell’organizzazione e della realizzazione. Quello di ieri, una conversazione con Nando Sigona e Marino Sinibaldi, è stato uno di quei momenti di godimento che ristorano lo spirito e di cui ultimamente sento crescente bisogno. Mi ha colpito che la mia collega, che non lo conosceva, abbia definito Nando “intellettualmente onesto”. Definizione magari un po’ inusuale, ma certamente azzeccata. Le sue parole mi hanno fatto pensare, a distanza di diverse ore, a altre situazioni della mia vita, passata e presente e a quanto l’onestà intellettuale per me sia determinante, decisiva, anche nella selezione delle mie affinità e amicizie.

In passato mi rendo conto di avere ecceduto in severità o in assolutismo, esattamente rispetto a questo valore che prima di ora non avevo mai chiamato così. Ricordo una situazione specifica, tipicamente para-accademica, in cui mi rendevo conto che sarebbe stato sufficiente prendere pubblicamente le distanze dalla mia precedente affiliazione per avere discrete chance di entrare in un’altra cerchia, potenzialmente più promettente in termini di prospettive. Ero ancora relativamente giovane, arrabbiatissima per un’ingiustizia subita di fresco e traboccavo rancore. Ma no, non me la sono sentita. Per fedeltà a un maestro che a modo suo mi aveva dato molto? Forse. Ma soprattutto, in quel momento, perché non mi pareva intellettualmente onesto. Perché facendo così mi pareva in primo luogo di tradire me stessa.

Giusto? Sbagliato? Ingenuo? Arrogante? Poco conta ormai. In fondo è storia di una serata che magari non mi avrebbe portato da nessuna parte comunque. Più grave, forse, è stato incrinare e alla lunga interrompere rapporti perché altri, amici cari, non intendevano come me questa sorta di coerenza granitica al principio. Oggi vedo, con l’occhio della maturità, che la vita è fatta di sfumature molto più di quanto credessi io a 23 o 26 anni.

Ma ancora oggi che sono attempata provo dispiacere quando rivedo nella vita privata, nelle relazioni e nei rapporti le stesse logiche di gruppo che all’università mi hanno sempre fatto orrore: questo è con noi, questo è contro di noi. Ricordo che una volta (ero matricola) uno che non a caso oggi è professore associato e che mi rivolgeva la parola per la prima volta mi chiese: “E tu, di chi sei?”. Perché era chiaro, in quel corridoio come in molti altri, che era l’ordinario a determinare gli amici e i nemici, chi stimare e chi criticare e poi, crescendo, a chi scrivere recensioni positive a chi scrivere recensioni negative.

Questa obbedienza e sospensione di autonomo giudizio a me non è stata mai chiesta e, magari, non sarei mai stata in grado di darla. Faccio fatica a chinare la testa anche quando è necessario e auspicabile, figuriamoci per conto terzi. Vedo però, oggi sulle bacheche come allora per i dipartimenti, che invece tanti si prestano e probabilmente non ci trovano neanche nulla di strano o di sbagliato.