Il Papa dalla mia sedia


Come prevedevo, un racconto articolato e meditato della visita di Papa Francesco al Centro Astalli non riesco proprio a proporvelo. Di alcuni aspetti hanno parlato le tv, i giornali. Specialmente di quel suo invito tagliente: cari religiosi, non trasformate i conventi vuoti in alberghi per fare soldi. “I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di cristo, per i rifugiati”. Dire una cosa così a Roma, capitale mondiale del turismo religioso (e gestito da religiosi) è certamente segno di grande coraggio e sicurezza.

Ma torniamo al mio punto di vista, parziale e condizionato dal fatto che io ero lì in primo luogo per essere funzionale. Non ho potuto quindi essere presente quando il Papa è sceso alla mensa, nel cuore del nostro servizio. Più tardi ho visto gli scatti della fotografa e ho pianto di commozione (una volta di più). Poi ho sentito il racconto di chi c’era e mi sono commossa di nuovo. Perché era evidente che il Papa si muoveva in quel corridoio del tutto a suo agio, come uno di noi, come uno “specialista” del sociale. Nessun imbarazzo, nessuna ritrosia. Non credo di aver visto nessun visitatore esterno (laico o religioso che fosse) scendere le scale buie della mensa con quella naturalezza. Io stessa ricordo bene la sensazione di straniamento provata nel corridoio di via degli Astalli, la prima volta che l’ho visto. Lui no, era tranquillo. Ha abbracciato le persone in fila, si è affacciato nelle stanze augurando buon appetito a chi mangiava, ha dato tempo a tutti, ha ascoltato rifugiati che hanno parlato all’orecchio a lui e solo a lui, in una vicinanza fisica e tangibile che davvero non è da tutti (resisto ancora una volta alla tentazione di fare paragoni). Questo non si simula. Non avevamo davanti una persona che ha deciso di far vedere che bisogna essere vicini ai poveri. Papa Francesco evidentemente si sente vicino ai poveri, senza strategie particolari, con la sicurezza e la normalità che viene dall’esperienza.

Papa Francesco ha una gestione del tempo molto particolare. Da un lato chi ha parlato con lui ha avuto l’impressione che avesse tutto il tempo nel mondo, che non andasse di fretta. Lo stesso si può dire del suo tragitto in chiesa: non c’erano né transenne né corde e tutti, proprio tutti, si sono avvicinati. Hanno fatto foto, hanno consegnato lettere e regali, si sono persino fatti fare autografi.  Eppure, allo stesso tempo, il suo ritmo è incalzante, asciutto, quasi brusco. Insieme alla tenerezza dei gesti ha anche una certa compostezza e severità che evidentemente non indulge agli sbrodolamenti e alla retorica. L’ho visto anche sabato sera alla veglia a San Pietro: è entrato e ha stroncato sul nascere i coretti con un secco “Nel nome del Padre…”. Quindi, come per magia, i tempi dell’incontro da noi sono stati rispettati al secondo. E’ stato come se fosse riuscito a dilatare il tempo in mezzo senza spostare i due estremi.

A proposito di tempo. Ho come la sensazione che questo Papa non voglia perderne. Come se pensasse di non averne molto. O, più semplicemente, che se ne deve fare un buon uso, senza per questo diventare frenetici o affrettati. E’ un tema su cui riflettere.

Il resto sono immagini, ricordi, istantanee. I volti di tanti amici che sorridevano, l’emozione dei rifugiati. Il regalo che si rompe e viene miracolosamente sostituito in tempo, ma anche il mantra di noi “lettori”, a cui le gambe e la voce tremavano all’idea di salire sull’ambone: è una festa, non è un esame. Quando Adam si è scusato per il suo italiano, il Papa ha sorriso e commentato in modo abbastanza percepibile: “E a me lo vieni a dire?”. Il Papa che, a sorpresa, si unisce alla famiglia egiziana che doveva deporre i fiori sulla tomba di Pedro Arrupe e si incammina con piglio deciso per la navata, lasciandomi basita sull’ambone a leggere la preghiera di Adolfo Nicolàs al posto suo, come da disposizioni immediate e indiscutibili di Giani, l’ombra di Papa Francesco, un uomo che deve avere una padronanza di sé e una prontezza di riflessi al di là dell’umano. E io, mentre leggevo a fatica dal testo corpo 8 dell’immaginetta (i fogli stampati grandi erano nella cartellina del Papa) e pregavo di non impappinarmi, sentivo il fruscio delle voci dell’assemblea recitare con me eprovavo una commozione indescrivibile. Come se quei due grandi Generali spagnoli della Compagnia di Gesù, Arrupe e Nicolàs, uno morto e uno vivissimo ma non presente (forse il mio unico piccolo rammarico), fossero in realtà lì con noi attraverso quelle parole bellissime. E ancora una volta il miracolo del tempo: senza che fosse stato previsto né pensato, per pura coincidenza, il testo è finito nel momento esatto in cui Papa Francesco si risiedeva sulla sua sedia modesta, davanti all’altare.

Sulle parole dette quel pomeriggio troverete tanti commenti più autorevoli del mio. Io so solo che, alle parole fatidiche sui conventi vuoti, mi sono girata d’istinto verso i colleghi accanto a me e ho visto che anche loro si spellavano le mani in un applauso liberatorio. Cambierà davvero qualcosa? Non ci illudiamo che non ci siano resistenze. Ma, per una volta, sentiamo che il Papa in persona, senza esitazioni o distinguo, è dalla nostra parte. Non è poco, dopo tanti anni di sorrisetti di superiorità raccolti a destra e a manca.

Vi lascio con questa intervista a Frank, che ha incontrato il Papa alla mensa e con il video della conferenza stampa dopo la visita, a cui non ho assistito perché ero intenta a caricare i materiali sul sito: senza togliere nulla alla mia collega Donatella, sentire la voce di padre Lombardi è sempre un’emozione. Una delle moltissime di questi giorni. Del primo giorno di prima elementare parliamo un’altra volta!

 

Chi sono i rifugiati?


Tante e tante volte ho cercato di rispondere a questa domanda, reale o retorica che fosse, nei più diversi contesti. Stamattina, in ufficio, “i rifugiati” hanno preso le sembianze di una bimba di circa tre anni. Fiocchetti rosa nei capelli, jeans scuri, sguardo serio. Saliva le scale, verso il bagno. I gradini sono ripidi, chi è stato nel mio ufficio lo sa. Ha rischiato di inciampare e sua mamma l’ha sorretta. Più tardi mi ha fatto ciao con la mano e mi ha anche sorriso rapidamente.

Anche lei, bambina esattamente uguale alla mia, è “rifugiati”.  Quando Papa Francesco, martedì 10 settembre, verrà ad incontrare i rifugiati, incontrerà anche lei. Ma ricordiamoci anche che quando si ripete la formula stantia (ma sempre attuale)  “mica si può accogliere tutti”, ci riferiamo anche a lei. Quando parliamo di “emergenza”, parliamo anche di lei.  Si dovrebbe sempre riflettere prima di parlare.

Con che diritto…


Con che diritto parliamo di guerra (e di pace) noi che non l’abbiamo mai vista, mai vissuta, mai davvero neanche immaginata?

Così riflettevamo stamattina con una mia collega. Lei aveva ascoltato a lungo una famiglia siriana arrivata da poco. La rabbia e lo sdegno, l’esasperazione di chi arriva e non si capacita che tutto possa essere così sproporzionato rispetto alle aspettative (e al diritto). Io, contemporaneamente, stavo leggendo una biografia di Igino Giordani, che a voi sembrerà che non centri niente, ma invece vi assicuro che qualcosa c’entra.

L’esperienza diretta della guerra è qualcosa che cambia il corso di una vita, esteriormente e interiormente. C’è chi riesce a sublimarla in un grande progetto: penso a Giordani, che ha portato per una vita negli occhi, nel cuore e nel corpo l’esperienza della trincea della Prima Guerra Mondiale, o a Pedro Arrupe, testimone del bombardamento di Hiroshima. Altri, probabilmente i più, cercano vie più umane, meno ambiziose e meno appariscenti per fare i conti con l’indicibile. Spesso, semplicemente, non parlarne. Così come hanno fatto, il più delle volte, i nostri nonni (o genitori).

Oggi, alla vigilia dell’entrata europea nella sanguinosa guerra di Siria, voglio riportare qui un passo dell’intervento di Giordani alla Camera dei Deputati a proposito del Patto Atlantico (16 marzo 1949):

Noi siamo vittime di una politica che non si esprime che facendo la guerra; quindi, politica pazza e criminale. Ho detto che l’assassinio in guerra è omicidio, Ma noi sappiamo che è qualcosa di più, è un deicidio perché nell’uomo sui uccide l’immagine di Dio. Ed è anche un suicidio perché, attraverso qualunque guerra, è il corpo sociale, il corpo di tutta l’umanità che si svena. Che la guerra si combatta in Indonesia e in Cina, che si combatta in Italia o in Germania è sempre l’unico organismo sociale che si dissangua stupidamente. E’ come quando si ferisce una parte del corpo: non è solamente quella parte che si dissangua, ma è tutto l’organismo.

Ancora oggi la politica non si esprime che facendo la guerra.  E nel nostro Parlamento questi discorsi, magari un po’ retorici, ma almeno scaturiti dalla buona fede di chi ha vissuto sulla propria pelle il dramma di dover sparare a un fratello (in senso spirituale, per Giordani; ma qui penso al mio amico sudanese che, in tempi più recenti, si è trovato davvero suo fratello in senso letterale sul fronte opposto al suo), questi discorsi, dicevo, non si sentono più.

Che ne penso?


Mentre i ricordi della vacanza appena trascorsa si sedimentano nella testa e nella memoria, richiamo qui a me stessa (e a voi) che ci sono questioni importanti su cui sarebbe opportuno avere un’opinione.

Iniziamo dalla Siria. Cosa ne penso immagino che non ci sia neanche bisogno di spiegarlo, ho avuto modo di parlarne più volte in questi ultimi due anni. Eppure mi sono sorpresa, ieri, in un attimo di distrazione, a non esserne più sicura neanche io. Potenza dei media? Sta di fatto che per il breve spazio di qualche minuto mi sono trovata a trovare logico e normale l’intervento militare. Qualcosa bisogna fare. Questa indifferenza è intollerabile. Poi mi sono riscossa e ho pensato all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia. Tutti quei luoghi dove le nostre bombe intelligenti hanno portato tutto tranne pace, stabilità, democrazia, diritto.

Certo che qualcosa bisogna fare, ma non altra guerra. Peccato che ormai le armi paiano l’unico strumento che abbiamo per rapportarci con il resto del mondo. La diplomazia, le Nazioni Unite, sono termini che suscitano ormai solo sorrisini di compatimento e alzate di spalle.

E allora mi è tornata in mente una frase di Mariangela Gritta Grainer che ho letto ieri sul web, a proposito della 19°edizione del premio Ilaria Alpi: “Per ora hanno vinto loro”. Per ora. Curiosa espressione per indicare 19 anni di battaglia per la verità, che ha visto soccombere buona parte dei suoi protagonisti.

Non ricordo più come sono incappata nella vicenda dell’esecuzione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, delle navi dei veleni e della falsa cooperazione italiana. Ho letto, mi pare, due o tre libri ben scritti e ben documentati. Certo è che davanti a fatti del genere si avverte con piena consapevolezza quanto poco noi cittadini abbiamo davvero voglia di sapere. “Che cos’è la verità?” (diceva Ponzio Pilato). Certamente qualcosa che non permette di vivere tranquilli. Tanto che anche quando qualcuno la racconta troviamo il modo di aggrottare le ciglia, di sospirare e poi continuare come se nulla fosse stato.

Che c’entra questo con la Siria? C’entra. In questi ultimi mesi i colleghi dell’ufficio internazionale mi hanno fatto riflettere molto sulla “narrazione” sottesa alle notizie sul conflitto. Tutto pareva finalizzato a dipingere un quadro in bianco e nero. Buoni contro cattivi. Al limite cattivi contro cattivi. E adesso i buoni per eccellenza si preparano a intervenire per liberare i buoni di serie B dal cattivo di turno. Come si fa a non trovare insultante questa lettura?

Resto dell’idea che questa presa di distanze non deve essere una scusa per disinteressarci della cosa. Ci deve piuttosto far riflettere: davvero non esistono altri strumenti, altri canali? Chi lo dice? E, soprattutto, chi lo dice è autorevole? Affidabile? Disinteressato?

“Per ora”, dunque, sembriamo felicemente incanalati in un copione che renderà la nostra responsabilità alle stragi del Medio Oriente ancora più esplicita e diretta. Tutto vorrebbe farci credere che questo, come tanti altri “per ora”, sia una condizione destinata a durare in eterno. Però io credo che noi, come cittadini e ancor più come genitori, abbiamo l’obbligo morale di credere che “per ora” non voglia dire “per sempre”.

Ieri sera, presa consapevolezza del momentaneo black-out del mio cervello, mi sono chiesta: se sentire raccontare falsità o mezze verità strumentali, ben condite di immagini strappacore, rincoglionisce persino me, che per lavoro ho molti strumenti di comprensione in più rispetto all’uomo della strada, quanto è grave avere abdicato del tutto a un’informazione decente e con un barlume di indipendenza?

Mi rispondo con un’ovvietà: è molto grave. Si deve fare qualcosa perché questo cambi. Come dico sempre (forse con la realistica consapevolezza che di più al momento non mi è dato fare), iniziamo per esempio a parlarne. Almeno nel nostro personale giro di conoscenze e informazione, cerchiamo di non arrenderci alle opinioni preconfezionate.

Avrete sentito che Rai 1 ha in cantiere un reality sui rifugiati il cui titolo è tutto un programma: The Mission. Anche su questo ho la mia opinione, come immaginerete. Ne vogliamo parlare? Voi avete una vostra opinione in merito? Ho rinunciato a suo tempo a scrivere uno sproloquio di facile ironia sui protagonisti della futura trasmissione e sulle varie imbarazzate e imbarazzanti dichiarazioni rese alla stampa dalle persone coinvolte. Ma penso che varrebbe la pena di capire meglio (se e) perché questo programma è una pessima idea. Vi va?

Papa Francesco e i tramonti


Mattina presto alla Chiesa del Gesù, a Roma. Oggi il Papa celebra con i gesuiti la festività di S.Ignazio. Un’occasione anche per noi collaboratori della Compagnia. Non proprio un incontro per pochi intimi, ma comunque relativamente ristretto. Il pensiero ci ha emozionato e divertito le scorse settimane. Tra il serio e il faceto ci siamo interrogate sul look e sul dress code (indovinate chi ha risolto i miei dubbi? Vabbè, lo so, divento monotona). Tutti i partecipanti erano carichi di attese, si aspettavano il Papa spumeggiante che intrattiene i giornalisti sul volo dal Brasile a Roma. Persino padre Libanori, “padrone di casa”, ha fatto riferimento all’esuberanza del Papa: non sono previsti saluti particolari, ma hai visto mai.

Anche in questo, Papa Francesco ci ha stupito. Il registro oggi era tutt’altro. Forse era stanco, forse era sofferente. Forse, semplicemente, l’occasione oggi era molto diversa. “Tu pensi come un gesuita”, gli ha detto scherzando padre Adolfo Nicolàs, il Padre Generale (sì, dandogli del tu). Già, ma come pensa un gesuita? Forse pensa che c’è un tempo per l’entusiasmo e uno per il raccoglimento.

La predica è stata piana, pacata, anche se piena di linguaggio gesuitico (ovviamente). Ha insistito sulla modestia, sullo sforzo di non mettere se stessi e le proprie idee al centro. Questa immagine di essere sempre “spostati”, decentrati, radicati nella Chiesa (“non esistono cammini paralleli o isolati: cammini di ricerca, cammini creativi sì. Per andare verso le periferie ci vuole creatività”) suonava quasi un “errata corrige”, pronunciata sotto lo splendore aureo e trionfale della Chiesa del Gesù.

Secondo me il tema portante di questo discorso di Papa Francesco, il vero filo conduttore, è stata la fatica, la stanchezza, la sofferenza, lo scoraggiamento della “sequela quotidiana”. Non la disperazione, naturalmente. La vergogna di non essere all’altezza, che è addirittura una grazia da richiedere, in un quadro di “continuo colloquio di misericordia” con Dio. Un’immagine forte: trovare “l’armonia del nostro cuore nelle lacrime”. E ancora, l’umiltà: “siamo come vasi di argilla fragili e insufficienti, con dentro un tesoro immenso”, quello della grazia del Signore che opera attraverso di noi, se lo consentiamo.

Poi Papa Francesco diventa più intenso. Parla di tramonti, di tramonti della vita, e lo fa attraverso quelle che definisce “due icone”, S. Francesco Saverio e Pedro Arrupe. Il Santo nobile, amico di Ignazio, arrivato alla fine, “senza niente”, davanti al Signore. Pedro Arrupe, l’ultimo colloquio pubblico in un campo profughi, l’invito a pregare: poi l’ictus, sul volo del ritorno, e il suo “lungo tramonto esemplare”. “Chiediamo la grazia”, ha detto il Papa “che il nostro tramonto sia come il loro”. Per un attimo pare (non so se solo a me) che pensi soprattutto al suo.

Chi si aspettava una celebrazione festosa dei successi della Compagnia sarà rimasto deluso. La sensazione era quello di una sorta di capovolgimento di registri. Anche le due “icone” citate sono personaggi che, agli occhi del mondo, più vistosamente di altri, sono stati dei perdenti.  Mi veniva continuamente in mente la frase di San Paolo: “E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani.”

Ho pensato alla prima volta che ho letto, tanto tempo fa, lo “slogan” dei gesuiti: ad maiorem Dei gloriam (sono state anche le ultime parole dell’omelia di oggi). L’equivoco è sempre dietro l’angolo. Quella gloriam, per giunta maiorem, fa pensare a noi ignoranti alla magnificenza, agli ori barocchi, alle vittorie. Ma la gloria di Dio non è la gloria degli uomini. Quale che fosse il motivo di questo “tono minore” di Papa Francesco oggi, credo che fosse molto intonato alla ragione che io avevo di essere lì. Con fatica e tanti scivoloni dolorosi, cerco di andare avanti, restando sempre dalla parte dei perdenti.

 

Il testo dell’omelia

Madre ribelle


Ci sono mille piccoli episodi quotidiani di cui, come madre e come persona, non vado particolarmente fiera. Quello di ieri, però, che direi possa serenamente rientrare nella categoria “sbrocco di fine giornata afosa”, mi continua però a far pensare e con questa scusa  ve lo propino  lo condivido con voi [su, lo sapete che d’estate anche le menti più creative perdono colpi, siate indulgenti].

Ieri sera, mentre stava finendo il suo piatto di spaghetti, fagiolini e uovo sodo artisticamente composti in forma di margherita, la Guerrigliera capisce che ero al telefono con suo padre e se lo fa passare. Fin qui, tutto ok. Dopo pochi istanti mi chiede di farle continuare la conversazione in privato: anche questo mi sta bene, anche perché frattanto ero intenta a fare altre due/tre cose, la maggior parte delle quali mi portavano, in effetti, in un’altra stanza.

Qui mi chiedo: rosicavo già a questo passaggio? Può essere. Nizam la sera a quell’ora spesso deve servire i clienti e chiude le telefonate bruscamente. Giusto un paio di giorni fa la tendenza di Meryem a monopolizzare le comunicazioni mi aveva impedito di farne una, relativamente importante, io. Ma forse qui sto aggiungendo inutilmente carne al fuoco.

Più tardi, al momento di andare a letto, chiedo (forse sbagliando) a Meryem cosa si erano detto con suo padre e lei, forse riferendo fedelmente o forse improvvisando là per là, sghignazzando inizia a dirmi che parlavano di me e inizia a fare una sorta di catalogo di tutti i miei difetti, veri e presunti.

Inaspettatamente, scopro che la cosa mi punge sul vivo e non riesco minimamente a trattenermi. Le dico che non è bello che io debba sentire solo critiche. Che se parlassi di lei con un’altra persona e menzionassi solo le cose che non mi piacciono del suo carattere e del suo comportamento anche lei si sentirebbe ferita. Le auguro la buona notte e me ne vado nell’altra stanza, senza riuscire affatto a nascondere un risentimento forse eccessivo, considerata la situazione.

Da un lato, oggi, mi dico che la mia reazione era esagerata e fuori luogo. Sono sotto pressione, stanca, di malumore e delusa, ma certo non è Meryem che mi prende in giro il motivo della mia strisciante frustrazione. La cosa è stata superata, ovviamente, ma confesso che arrivata al momento di scusarmi (cosa che in questi casi di solito faccio) qualcosa si è inceppato. La reazione era esagerata, eppure in qualche modo anche legittima. Perché devo fare finta che essere presa in giro, in quel momento, non mi abbia ferito? Mi ha ferito. Magari in un altro momento non mi avrebbe ferito. Non mi considero una persona particolarmente permalosa. Però resta il fatto che in quel momento ci sono rimasta malissimo.

Sono arrivata alla conclusione che, finché non diventerò una persona migliore, mi atterrò al meno peggio, cioè la sincerità. Non sono (ancora) una persona migliore e sospetto che mia figlia lo sappia già piuttosto bene. E quindi, ancora una volta, so di aver fatto male, ma se avessi fatto diversamente avrei fatto male lo stesso. Delizie della genitorialità.

Fiori


Chi mi conosce un po’, sobbalzerà per questo titolo. Io e i fiori abbiamo decisamente poco in comune. La mia ignoranza botanica è completa e totale. Al primo pranzo dalla mia futura (ex) suocera – che poi sarebbe la madre di quello che sarebbe diventato prima mio marito e poi il mio ex marito, tanto perché possiate raccapezzarvi – mi presentai, in perfetta buona fede, con un mazzo di crisantemi. Li trovavo belli e lo erano. Tra l’altro con il senno del poi si sarebbero rivelati anche adeguati all’occasione. Ma non divaghiamo.

Oggi se penso fiori penso a Paola (e non vedo l’ora di leggere il suo libro). E la cosa mi evoca un complesso di sensazioni a cui non sono solita dare spazio: grazia, colore, eleganza, in un certo senso femminilità. Non a caso mia figlia Meryem è assai più sensibile a tutte queste cose, fiori compresi, forse perché non l’ho ancora soffocata con troppo altro, o forse perché lei è diversa da me e basta. Però oggi, seguendo il filo dei ricordi e dei pensieri, ho provato a ripescare un po’ di fiori e di persone fiorite dalla mia memoria.

Vado più o meno in ordine cronologico. I fiorellini del giardino della villa di zia Maria ad Ardore Marina. Ricordo che li schiacciavamo per farci pozioni di streghe. Chissà che fiori erano. Pallocchere di piccoli petali gialli e arancioni, dal colore carico.  Sono stati i fiori della mia infanzia, delle estati lunghe e nel complesso solitarie, della penombra delle camere da letto del piano di sopra.

I gigli di S.Antonio sul terrazzo della cucina di casa dei miei. Quelli ci sono ancora, puntuali (anche se ora le stagioni anomale li fanno fiorire più inaspettatamente). E il ricordo va di pari passo con i rami di fiori di pesco che mia sorella Vittoria regala a mia madre appena cominciano a trovarsi. Questi sono i fiori della mia mamma, i fiori dei caffè presi insieme in cucina, del rapporto da adulte per cui non finirò mai di essere riconoscente.

Poi penso alla mamma del mio amico Pietro e al suo giardino bellissimo. A Marielou e al suo modo di guardare con occhio clinico i fiori di ogni bancarella (e alla giacaranda in fiore sulla piscina del suo condominio): la immagino da hostess nascondere piccole piantine clandestine sotto il sedile dell’aereo e riesco quasi a visualizzare che giardino avrebbe se non fosse per i cani, la tartaruga e l’amore per le persone che finiscono per avere la meglio sulla sua passione. Ma anche a Nizam, che un bel fiore non trascura mai di fotografarlo con il cellulare.

Come ultimo ricordo aggiungo i fiorellini quasi invisibili che ho visto, tanti anni fa, nel deserto del Negev. Allora ho trovato incredibile il fatto che piante che faticano anche ad esistere si permettano il lusso di avere dei fiori. In qualche modo ho ritrovato questo pensiero negli anni, nel mio lavoro. Un’azione sociale dovrebbe consistere anche nel condividere la bellezza. Ciò che si fa e si manda avanti con poche risorse non deve essere per forza brutto. Per quanto possa sembrare assurdo, ho visto impiattare con cura un piatto servito a mensa. Non sempre si riesce, io poi per queste cose sono in genere negata. Ma sono particolari importanti, che non si dovrebbero trascurare.

Di tanto in tanto mi trovo a ricordare a me stessa questo concetto anche nella mia vita quotidiana, quando le frustrazioni e l’ansia mi fanno soffrire. Il pensiero di non poter dare abbastanza a mia figlia è un dolore ricorrente. E allora mi aiuta pensare che molta bellezza è gratis: basta spalancare gli occhi per goderne.

I ragazzi di Sankt Pauli. Una storia europea


Questa è una storia vera, ma mi prendo la libertà di raccontarla svestendo i miei panni professionali e cercando una prospettiva migliore, perché quella solita davvero non mi basta.

Amburgo, Germania. Sankt Pauli. Protagonisti: 300 turisti arrivati da varie città italiane. La notizia è che non se ne vogliono andare. Io lo so che voi, maliziosi, state pensando a liceali in gita scolastica, che si sono fumati gli ultimi neuroni nel quartiere a luci rosse. Nulla di tutto ciò. Vi dirò anzi che i nostri 300 dormono addirittura in una chiesa. Al di sopra di ogni sospetto, dunque. Eppure vi confesso anche che questi turisti appassionati della Germania del Nord rischiano seriamente di diventare fuorilegge. Presto, molto presto. Entro qualche settimana.

La storia comincia nel 2011, nella Libia di Gheddafi. Ah, ma allora ci propini la solita solfa, diranno i miei lettori ormai esasperati. La guerra, i barconi, i disperati in fuga attraverso il Mediterraneo, Lampedusa. Ebbene sì, pure Lampedusa. Perché i nostri turisti ad Amburgo prima di essere tali sono stati profughi. Accolti dall’Italia nel favoloso programma dell’Emergenza Nord Africa di cui in altre occasioni ho avuto modo di parlare. Con in mano un pezzo di carta e 500 euro, questi giovani (ghanesi, nigeriani, avoriani, togolesi) sono arrivati ad Amburgo vari mesi fa. Perché no? Grazie al permesso di soggiorno (temporaneo) rilasciato dalle autorità italiane avevano titolo ad entrare, ma (e qui inizia il paradosso) come dei turisti. Per un massimo di 90 giorni, senza diritto a lavorare o a essere presi in carico dai servizi sociali.

Per le autorità tedesche, a partire dal sindaco, il discorso è semplice. Finita la parentesi tedesca, è ora che tornino in Italia. Il discorso è chiuso e anzi non c’è neanche motivo di aprirlo. Ma loro, i 300, non la vedono così. Sono giovani, decisi, convinti e alcuni di loro non sono affatto sprovveduti. Non hanno nessuna intenzione di vivere passivamente gli effetti dell’attuale politica europea che li considera dei pacchi, da rimandare qua e là. E’ chiaro che gli Stati europei ragionano in termini di concessione: l’Italia ti ha concesso un permesso di soggiorno, ringrazia, torna là e bacia per terra, sperando che te lo rinnovi. Loro, i “turisti” raccontano un’altra storia. “Eravamo in Libia per lavorare pacificamente e mantenere le nostre famiglie. Noi, come altri 40mila africani che vivevano dell’indotto dell’economia libica. Arrivate voi della NATO, bombardate, combinate un casino spaventoso. Ci troviamo costretti a scappare come rifugiati. Certo, non è che la Libia fosse rose e fiori, prima. Ma ci permetteva di avere un reddito. L’avete vista la Libia, poi? Siamo dovuti scappare, molti sono morti: per i bombardamenti, per l’insicurezza, per la violenza generalizzata. Arriviamo in Europa attraversando il Mediterraneo e ora? Ci avete fatto perdere anni preziosi della nostra giovinezza. Ci avete detto, in Italia, di andare dove volevamo. Ci dite ora, in Germania, di tornare in Italia dove per noi non c’è nulla. Nessuna opportunità di lavoro, solo una vita per strada, forse addirittura la clandestinità. No, non ci stiamo. Non è giusto. Voi siete parte in causa. Voi siete responsabili. Non ci trattate dall’alto in basso. Non lavatevene le mani. Non ve la caverete con così poco”.

Non vogliono la carità, i giovani africani di Amburgo. Non se ne stanno in silenzio aspettando un piatto di minestra. Vogliono imparare il tedesco, studiare, ma soprattutto lavorare, guadagnarsi da vivere. Si fanno sentire. Montano una tenda al centro della città. Parlano apertamente, manifestano in tutte le lingue che conoscono. E qualcuno inizia a unirsi a loro. La popolazione, le ONG, le chiese. Perché è difficile dare torto a questi ragazzi. Le norme europee che difendono non si sa cosa e che permettono qualunque abuso sulla vita di queste persone cominciano a rivelarsi per quello che realmente sono: un meccanismo perverso, che nulla ha a che fare con il vero bene comune. Perché gli albergatori di Amburgo dicono che hanno bisogno di 300 lavoratori, urgentemente, e che se pure questi giovani non sono qualificati potrebbero diventarlo presto. La Germania ha bisogno di giovani, ha bisogno di lavoratori stranieri. Questi sono già lì e non chiedono altro che avere una possibilità di guadagnarsi da vivere onestamente, in dignità.

Impossibile, dicono le norme europee. Che imporrebbero, peraltro, di spendere da subito molti soldi: per la detenzione, per i trasferimenti, per i rimpatri. Per la sicurezza, insomma. Ma a Amburgo cominciano a essere in molti a non capire bene dove sarebbe il “pericolo”. E iniziano ad essere stanchi di questa politica cieca, assente, distratta, ignorante e cinica.

Qui inizia la mia (breve) fiction. 300, 500, 1000, 10.000. Ai ragazzi di Sankt Pauli, quelli che chiamano i rifugiati di Lampedusa, si uniscono gli europei veri. Quelli che guardano al futuro, quelli che sognano un mondo diverso, molto più libero. Negli occhi e nelle parole dei giovani africani trovano il coraggio per mettere da parte la rassegnazione e l’apatia. Perché – è bene che qualche volta ce lo ricordiamo – il futuro ci appartiene e ne siamo responsabili.

Per approfondire

Non sono abituata


Non sono abituata a essere così “mainstream”. Più precisamente, non sono abituata al fatto che quello che solitamente ci diciamo tra noi risuoni in bocca a un Papa. Tante, troppo parole vengono aggiunge in queste ore. Un po’ di silenzio non guasterebbe, adesso. Non facciamo come i giornalisti che conducono le dirette, che a ogni pausa si facevano prendere dall’horror vacui e inanellavano banalità alternate a sciocchezze.

Solo un paio di sottolineature però concedetemele, poi cercherò di tacermi anche io. Le letture scelte. Caino e Abele e poi la fuga in Egitto (la storia di quando Gesù e la sua famiglia sono stati rifugiati, quella stessa scena illustrata da un artista etiope rifugiato nella cappellina del centro Astalli) e la strage degli innocenti. L’omelia, tutta incentrata sulla responsabilità, che cita Lope De Vega e Manzoni. Parole forti, poco diplomatiche.

Un commentatore, su RaiNews24, sosteneva che il Papa starebbe evitando le questioni politicamente più sensibili per insistere sulle questioni sociali, di per sé più “trasversali”. Non potrei essere meno d’accordo. So per esperienza quanto politicamente sensibile siano quell’isola, quel molo, quei barconi, quei morti. Tanto politicamente sensibili che questa stessa diretta televisiva, appena quattro anni e spicci fa, trasmetteva le parole di un ministro che inneggiava ai respingimenti in Libia. Ve lo ricordate? Io ne ho parlato molte volte su questo blog (ad esempio qui).

Già nel discorso di insediamento della Boldrini alla Camera sentire menzionati i morti del Mediterraneo è stato per noi segno di speranza e di consolazione. Ma subito si è detto: beh, ne parla perché è stato il suo lavoro fino ad oggi, è un tratto personalistico, si poteva aspettarselo. Ora mi chiedo se questo gesto papale fortissimo, anche in termini di comunicazione, cambierà qualcosa. Voi che pensate?

Quel che è mio


Stamattina leggo questo post di Anna e mi scopro a pensare un’ovvietà, proprio da frase di Gibran trita e ritrita, gettonatissima a battesimi e matrimoni: i figli non sono nostri. Per me questa è stata una delle poche certezze della maternità, tanto che mi imbarazzo persino quando mi fanno i complimenti per lei (mica è merito mio se è bella!) o quando, da piccolina, mi chiedevano a chi somigliasse. A me pareva infatti che somigliasse a se stessa e a nessun altro.

Altra cosa, chiaramente, è la responsabilità. Io mi sento responsabile di quasi tutto quello che riguarda Meryem e, in particolare, di tutti i suoi “non ancora” (pochi, a dire il vero). Ad esempio non nuota ancora con sicurezza senza braccioli: non va in piscina e i nostri soggiorni al mare non sono mai stati degni di questo nome. Stamattina mi è sembrata improvvisamente una mancanza grave e mi sono sentita in colpa. So che è stupido, e comunque è una divagazione rispetto a quello che volevo dire. Lascio le paturnie materne e riprendo il filo.

Ieri pomeriggio ho partecipato a un’iniziativa per la Giornata del Rifugiato alla Biblioteca Nicolini, a Corviale. A un certo punto sono arrivate delle persone che curano il gruppo di lettura della biblioteca: avevano in mano le due raccolte di storie di rifugiati curate dal Centro Astalli, La notte della fuga e Terre senza promesse. Hanno raccontato le loro impressioni di lettura e ho subito avuto una successione di emozioni velocissime.

1. Sono loro! Sono i nostri libri! Li ho scritti io! (Ok, anche io. Ma insomma, sono un po’ figli miei).
2. Mica è tanto vero. Chiara, ricomponiti. Il punto di forza di questi libri sono le storie e quelle mica le abbiamo inventate noi. Le storie sono di chi le ha vissute (uno di loro era presente) e ce le ha regalate.
3. Sai una cosa, Chiara? Questi libri non sono più tuoi, dei rifugiati, del Centro Astalli, di tutte le persone che hanno scritto, pensato, corretto le bozze. Sono di tutti. Sono in svariate biblioteche d’Italia. Sono e saranno letti da molte persone, che non conosco e non incontrerò mai.

Come dice Barbara Summa, “le storie sono per chi le ascolta”. Anzi, forse le storie sono proprio di chi le ascolta, le legge, le pensa e le ripensa, le ricorda. Non è emozionante? E improvvisamente realizzo che anche i figli sono di chi li incontra, di chi ci parla, di chi li ama, di chi li educa, di chi impara da loro, di chi ci litiga, di chi li stupisce: una quantità immensa di persone, che solo in parte conoscerò. Questo è davvero emozionante e stamattina, anche qui in fondo al sottoscala dove lavoro, mi toglie il fiato.