Quei bambini che piangono


Oggi su Facebook è nata una discussione costruttiva a partire da un video che avevo postato come esempio negativo di comunicazione sociale: si tratta di uno spot, non tanto recente di Save the Children e, in particolare, questo. La questione non è banale come sembra. Io oggi mi volevo limitare a condividere il fastidio e l’irritazione per uno stile di comunicazione che non apprezzo, poi Floriana mi ha stimolato a pensarci meglio. Guardando con attenzione i discorsi in ballo sono più di uno. Cerco di estrapolarli ordinatamente.

Lo spot in effetti non si può definire di comunicazione sociale. E’ uno spot di fundraising, un messaggio fondamentalmente – passatemi il termine – commerciale. Qui mi pare pertinente l’obiezione di Floriana: “Le varie declinazioni nazionali [di una ONG internazionale] scelgono un po’ gli spot come meglio credono per la audience del luogo (e l’audience italiana la conosciamo bene)”. Vero, troppo vero. Il bambino in pubblicità funziona. Il bambino in comunicazione funziona. “Bisogna parlare alla pancia degli italiani”, ci ripetono allo sfinimento i giornalisti con cui interagiamo. Save the Children, come l’Unicef, hanno come mission i bambini, in particolare quelli che abitano a una certa distanza di sicurezza dal donatore. Partono bene, insomma.

Ok, usi i bambini. Può avere senso. Ma questi bambini, banalizzando un po’, devono piangere o devono ridere? Beh, dipende. Se facciamo un discorso di mero fundraising, dipende dal tuo target. Il tuo target è una persona che si vuole sentire efficiente, attiva, che vuole vivere la gratificazione del sostegno a distanza senza essere troppo aggredita da immagini disturbanti? In altre parole, è una persona già sensibile e ben disposta, che non ha bisogno di forzature per fare una donazione e al limite ne è disturbata, anche parecchio (come nel caso dei miei amici Barbara e Nestore)? In quel caso, immagini positive, che mostrino – come dice l’anglosassone Floriana – un achievement, sono certamente le più adatte. Ma se invece puntiamo al grande pubblico? A quello che fa zapping, che parla per lo più di gossip e di calcio, e che comunque è molto ben focalizzato sugli affari propri? Qui con l’achievement ci fai la birra. Serve un’immagine forte, che parli dritto alla pancia, meglio se accompagnato da un’istruzione immediata: un sms solidale, un clic su un sito, qualcosa che si possa fare subito, travolti dall’emozione del momento (perché probabilmente a quel bambino in lacrime, che geograficamente non sa nemmeno bene come collocare, il donatore non ripenserà mai più – o almeno fino al prossimo spot).

E se tu, ONG o organizzazione internazionale,  non ti occupi solo di bambini? Pigliamo ad esempio l’UNHCR, l’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i Rifugiati. Quest’estate l’agenzia è stata oggetto di critiche abbastanza precise per il suo stile di comunicazione: addirittura si è parlato di “pubblicità ingannevole”. In poche parole, si notava che sul sito e negli spot UNHCR i rifugiati erano per lo più africani (e in buona misura anche bambini), quando a rigore il numero maggiore dei rifugiati proviene, attualmente, da Afghanistan, Cina e Russia. Ma l’africano bisognoso funziona meglio e consente una comunicazione più chiara: quanti abbinerebbero il concetto di rifugiato a un cinese? Il donatore poi, idealmente, deve essere soggetto agli stessi stimoli di pancia, per cui pochi uomini, abbondanza di donne indifese e pargoli sotto le tende blu, con il logo UNHCR chiaramente leggibile in ogni scatto. La finalità sono le donazioni, no?

Ecco, qui entro io e la mia irritazione. Vedete, le ragioni del marketing e del fundraising le conosco e le capisco pure. Il problema è che secondo me nessuna di queste ONG, Agenzie ONU o simili (mettendo dentro anche noi del Centro Astalli) può avere come unico obiettivo il fundraising quando fa comunicazione. Tutti noi abbiamo anche dei chiari obiettivi di advocacy e di sensibilizzazione nelle nostre mission. Quindi non si può fare uno spot in un certo stile solo perché funziona, disinteressandosi delle ricadute che ha in termini di messaggio indiretto e di immagine delle persone coinvolte. Non si può limitarsi a difendere i diritti delle persone in sede istituzionale, con ricerche, rapporti e iniziative politiche e poi, per sollecitare le donazioni, lavorare disinvoltamente con gli stessi stereotipi che in altre occasioni sosteniamo di voler scardinare.

Noi di Astalli, ne scherzavo in varie occasioni con alcuni di voi, abbiamo un prodotto assai difficile da vendere. Rifugiati, spesso adulti, in buona parte mediorientali e discretamente malridotti, che hanno per giunta il torto di vivere in Italia, nelle nostre città. Qui dove con 50 euro non si ottengono” achievements” spettacolosi, ma una decina di pasti a mensa o al limite un paio di occhiali per una persona che faticosamente cerca di imparare una lingua ignota dopo una dolorosa cesura esistenziale e magari, tra le altre cose, è anche miope. Essere miopi non ha niente di eroico, ma può essere un impedimento sufficiente per molte cose, quando non si ha nulla per vivere. Noi per giunta siamo convinti che sostenere queste persone non abbia a che fare con la bontà, ma con la giustizia. Persino, reggiamoci forte, che spesso siano i rifugiati che possono aiutare noi italiani, qui, in questo Paese. E non tanto perché “ci pagano le pensioni” oppure perché “fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare”. Purtroppo anche queste due cose, al momento, sono verissime. Ma noi pensiamo piuttosto ai valori che portano: combattere per un ideale; pagare un prezzo alto per la propria integrità; avere il coraggio di superare prove indicibili, nonostante tutto; la resilienza; la speranza.

Leggevo, sempre su Facebook, in un’altra discussione che avrei volentieri fatto dal vivo (si parlava di “diritto alla maternità”), una frase che mi ha colpito: “ Dove si mangia in 3 si mangia in 4 per me non esiste. Non esiste tanto Dio vede e provvede.” Chiaramente qui la decontestualizzo per amore di argomentazione, ma forse il punto è anche questo. Siamo davvero di essere tanto sicuri di aver ragione noi? Io tutte le volte che mi sono trovata a vivere, nei fatti, quelle frasi tanto vituperate, ho sperimentato una grande gioia. Una sensazione di liberazione e di grazia. Ma, come al solito, quando penso all’esperienza con i rifugiati, la testa se ne va per conto suo. Se potessi, forse sarebbe questo che vorrei comunicare: non sapete cosa ci perdiamo, rendendo la vita impossibile a queste persone. E poi, ancora: ma vi pare normale che con la nostra ignoranza e indifferenza facciamo morire tutta questa gente? Questo, va da sé, non sollecita le donazioni.

Tante cose che dico, che diciamo, non sollecitano le donazioni. Dei cari amici che non sono tanto imparziali perché spesso e volentieri sono nostri alleati diretti (e loro sì che ci capiscono di comunicazione) oggi hanno scritto sulla mia bacheca che noi di Astalli comunichiamo ” per contribuire alla costruzione di un mondo dove le persone abbiamo voglia di rimboccarsi le maniche per le ingiustizie”. C’è del vero, sicuramente. Ma ho la sensazione che così facendo parliamo assai poco alla pancia (e al portafoglio).

Finisco con una domanda. E il fantomatico reality Mission,  che a fine anno la RAI manderà in onda, come si collocherà rispetto a quanto detto sopra? Per chi non ha seguito il dibattito agostano in merito, vi riassumo brevemente che si tratta di una trasmissione  in alcuni volti noti televisivi italiani affiancheranno gli operatori umanitari di due importanti organizzazioni umanitarie, l’ong italiana Intersos e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), nel lavoro di assistenza ai rifugiati in campi profughi in Africa e in Medio Oriente. L’ennesima spettacolarizzazione del dolore o un progetto innovativo di “social TV”? Il dibattito è destinato a restare aperto, almeno fino alla prima puntata (qui uno status quaestionis).

Too #BAD


A volte avere splendide expat come amiche aiuta a venire a sapere, seppure in corner, di iniziative interessanti e pertinenti come quella di oggi: il Blog Action Day 2013, dedicato addirittura ai diritti umani.

Ci sarebbe l’imbarazzo della scelta riguardo agli argomenti da affrontare. In questi ultimi giorni si è parlato soprattutto di diritti delle salme, da quella di Priebke a quelle, assai più numerose, delle vittime del naufragio del 3 ottobre scorso a Lampedusa. Non starò qui a sminuire l’importanza di una degna sepoltura, né a gettarmi in uno sterile dibattito rispetto alle valenze che essa può avere (per i vivi): rimando senz’altro i miei lettori a due classici senza tempo, l’Antigone di Sofocle e I sepolcri di Foscolo. Sono letture di gran lunga più arricchenti e stimolanti di tutti gli editoriali di dubbio gusto che tocca sorbirsi in queste occasioni, per tacere dei dibattiti televisivi.

Ma se si parla di diritti umani credo che sia in primo luogo di vivi che ci si debba interessare. E uno dei diritti che più mi sta a cuore, come cittadina (del mondo) e come genitore, è quello all’istruzione. Non ricordavo che uno degli Obiettivi di sviluppo del Millennio (che mi paiono spariti dai radar degli interessi politici, almeno qui nell’Italietta dei dibattiti sull’indulto e sulla legge elettorale) è raggiungere l’istruzione primaria universale entro il 2015.

Sì, vabbè. Secondo un recente rapporto di Unesco e Save the Children, nel mondo circa 50 milioni di bambini, dai 5 ai 15 anni, non vanno a scuola perché colpiti dagli scontri o arruolati nei corpi armati. Nel 2012, sono stati 3.600 gli attacchi di vario tipo per impedire ai bambini l’accesso all’educazione, tra i quali si contano violenze, bombardamenti di scuole, reclutamento dei minori in gruppi armati, torture e intimidazioni contro bambini e insegnanti sfociate in morti o ferimenti gravi. Inoltre, prosegue il rapporto, “resta scandalosamente bassa la quota di fondi destinati all’educazione nelle emergenze umanitarie, che è passata addirittura dal 2% del totale dei fondi umanitari in emergenza del 2011 all’1,4% del 2012”.

Ne ho parlato tante volte: purtroppo nelle emergenze si tende a considerare l’educazione come un accessorio di lusso, il cui acquisto è rimandabile. Per questo mi piace tanto come lavora il JRS. Chiudo questo post quindi con qualche bella storia di impegno concreto, di resistenza e anche qualche successo da alcuni Paesi del mondo in cui il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati opera. Sono storie che, anche se dolorose, fanno bene a tutti: condividiamole.

Kenya, un sogno diventato realtà

Congo: libri, non armi

Siria: un disastro senza fine

 

Non conoscevo Ada


Tra gli altri vantaggi di volare Tap Airlines, oltre ad avere un volo diretto Roma-Lisbona e essermi goduta un video di norme di sicurezza decisamente originale, posso annoverare la scoperta di una figura femminile di cui non sapevo nulla, Ada Rogato.

Condivido per voi quello che ricordo di ciò che si leggeva sulla rivista della linea aerea, rinforzato dalla voce della Wikipedia portoghese.

Ada era l’unica figlia di Mariarosa Greco e Guglielmo Rogato, due calabresi immigrati in Brasile. Fin da piccola desiderava imparare a volare e non abbandonò il suo sogno neppure quando i suoi si separarono e lei dovette dedicarsi a lavori piuttosto umili per mantenersi. Riuscì anzi anche a risparmiare abbastanza per pagarsi le lezioni di volo e a diventare, nel 1936, a 24 anni, la prima donna pilota e paracadutista del Brasile.

Era una donna solitaria, non aveva figli. Per mantenersi lavorava come segretaria dell’Istituto Biologico del Ministero dell’Agricoltura. Non smise mai di volare e di compiere imprese sempre più ambiziose: è stata la prima pilota brasiliana a attraversare le Ande; l’unica pilota al mondi a coprire 51.064 km in volo solitario attraverso le tre Americhe, fino all’Alaska (l’impresa durò circa 6 mesi); prima pilota ad atterrare a La Paz, in Bolivia; primo pilota in assoluto a sorvolare con un piccolo aereo senza radio, dotato appena di una bussola, la Foresta Amazzonica. Incidentalmente, è stata anche la prima donna al mondo a paracadutarsi da un elicottero (e poi ci deve aver preso gusto, perché ha realizzato 105 lanci).

E’ morta di cancro, a 76 anni. La rivista ipotizzava che si fosse ammalata a causa di un’impresa a cui aveva partecipato nel 1948, mettendo a disposizione del suo lavoro “normale” le competenze inusuali di pilota: aveva salvato le piantagioni di caffè dall’attacco di tarli, spargendo pesticidi da un aereo.

Mi sono stupita che di una donna così notevole, per giunta di origine italiana, non avessi mai sentito parlare prima. Grazie dunque alla Tap per avere offerto tanto materiale alle mie fantasticherie future.

Viziatemi


Del poco che ho visto (e sentito) di Lisbona vi parlerò un’altra volta. Stasera volevo condividere il bizzarro pensiero che mi ha colto ieri, percorrendo il vialetto condominiale con una pesante busta del duty free e una valigia rossa. Credo che nascesse da una sorta di principio di recriminazione. Ero stanca, molto stanca e, come sempre, non mi era neanche sfiorato il pensiero di chiedere a qualcuno di venirmi a prendere a Fiumicino.  Forse non volevo sentirmi rispondere un no. Forse, semplicemente, sono il tipo di donna che prende il trenino da sola, anche di sera.

Che c’entra l’essere donna? Mah, secondo me un po’ c’entra. O quantomeno c’entrava nei miei pensieri di ieri. Vi risparmio tutti i passaggi in cui ho ripercorso tutte le gentilezze, gli atti di cavalleria e financo i regali e le sorprese più clamorose della mia intera carriera. Il tutto è durato la lunghezza di un vialetto condominiale, per cui regolatevi. Aprendo il portone mi sono detta che tutte quelle cose mirabolanti che avevo rievocato le avevo in realtà scontate ampiamente, fino all’ultimo istante del weekend a sorpresa a Londra, per intenderci. Oggi guardo il conto, per dir così, in parità e credo che mi vada bene così.

Salendo l’ultima rampa di scale però mi sono detta che forse non sarò più viziata da un uomo, ma certamente negli ultimi anni mi hanno viziato gli amici e le amiche. La prima immagine che mi è venuta in mente è stata una Sacher torte cucinata per il mio compleanno e, a seguire, un concerto a San Siro. Quindi questa sera colgo l’occasione per ringraziarvi tutti (molti in effetti leggono questo blog, che è stata una via per trovarci e ritrovarci) e per dirvi che adoro essere viziata. Fatelo ancora.

Almeno stavolta


Probabilmente saprete che oggi il mare d’Italia è pieno di cadaveri. Che a Lampedusa non sanno più, fisicamente, dove riporli. Oggi si è consumata una tragedia di proporzioni tali da costituire un’ottima occasione per farci capire che così non si può andare avanti. Mi dispiace dover citare continuamente Papa Francesco, ma è suo l’unico commento che mi sento di condividere del tutto: “Che vergogna”.

Non parliamo di catastrofi naturali, di malattie incurabili, di tragiche fatalità. Parliamo di precise politiche, nazionali, europee e mondiali, che non considerano le persone una priorità. Vale per l’immigrazione, ma anche per tante altre scelte politiche che riguardano noi, i nostri figli e milioni di altri genitori e figli come noi. Sono scelte che attivamente concorrono alla morte di centinaia di migliaia di persone per il profitto di alcuni privilegiati. Ne siamo responsabili, ciascuno al suo livello. Noi siamo gli elettori dei governi che fanno questo. I nostri Parlamenti votano distrattamente le misure che uccidono uomini, donne e bambini. E poi si animano dibattendo per giorni e giorni di meschinità imbarazzanti.

Si piange, ed è giusto. Ma piangere non basta.

Ho un sogno. Che almeno stavolta, quando la settimana prossima a Roma si organizzerà un momento di memoria di questi fatti terribili, ci sia un’adesione straordinaria. Che tanti ritengano fondamentale cancellare impegni presi per esserci fisicamente in tanti, in tantissimi. Per dire che siamo cittadini di Europa e vogliamo smettere di essere assassini.

Biancaneve non ha solo morso la mela


Per non pensare alle nubi nere che si addensano sulla mia attuale visione dell’anno scolastico in corso, registro qui una interessante richiesta di Meryem. “Mamma, quando io ti racconto una cosa, tu devi fare come il maestro, devi chiedermi tutta la storia”. Cioè, Guerrigliera? Lei scuote la testa con una certa commiserazione, poi mi spiega con aria saputa. “Se io ti racconto la favola di Biancaneve e ti racconto solo che ha morso la mela ed è morta, non ti ho raccontato tutto, no? Tu solo da quello non puoi capire”. Giusto. “E quindi se io ti dico solo una cosa e non tutto, tu non capisci cosa è successo. Hai capito, ora?”. Credo di sì. Quindi ribatto: “Ah, ok. Quindi quando mi hai detto che l’amichetta K. ti ha spinto, non mi hai detto tutta la storia”.

Incredibile. Ci ho preso. La Guerrigliera annuisce vigorosamente e si lancia in una dettagliata descrizione di una missione di spie, di un tamponamento involontario e del suo ruolo eroico: “Mi faceva terribilmente male, ma non ho detto niente, perché non volevo che K. fosse sgridata. Allora, visto che soffrivo, l’amichetta C. mi ha medicato con un fazzoletto bagnato”.

Contesto, si chiama contesto. Allora qualcosa la impara, a scuola. Voglio essere paurosamente ottimista: forse qualcosa la impareremo anche noi genitori.

Assedio


Non so voi, ma a me la parola assedio rimanda a immagini e storie di altri tempi. I bassorilievi assiri, i colori brillanti dei manoscritti medievali. Alessandro Magno e l’assedio di Tiro e l’assedio di Mozia raccontato da Diodoro Siculo. E Troia, dove la lasciamo? Insomma, alla fine – con qualche variante – eroi, principesse, catapulte, ponti levatoi e olio bollente.

Poi leggo questo. Un messaggio di una persona che oggi vive assediata. Non in senso metaforico. In senso fisico, reale e quotidiano. Che non può muoversi in un raggio superiore a un chilometro. Che sta consumando le ultime scorte di cibo. Che va incontro all’inverno con porte e finestre rotte, consapevole che patirà il freddo, la fame, la mancanza d’acqua e di medicinali essenziali. E noi lo sappiamo. Riceviamo i suoi messaggi. Sappiamo il suo nome, sappiamo dove vive, sappiamo anche – in una certa misura – cosa pensa.

A me ha fatto effetto. Non conosco personalmente padre Frans, ma gli sono grata. “In genere non permettiamo a noi stessi di lasciarci sopraffare dalla tristezza e dalla disperazione. Eppure sentiamo che questi sentimenti sono sempre in agguato”. Da quando l’ho letta, questa frase mi torna in mente in modo ricorrente.

Una volta di più, mi rendo conto che ogni volta che si guarda con un minimo di attenzione, la conclusione è sempre la stessa: noi non ci rendiamo conto di cosa sia la guerra. Eppure, a leggere dai giornali, sembrerebbe che siamo noi (o gente come noi) a decidere quali sono le priorità, le linee da non oltrepassare, le strategie migliori. Siamo come i tifosi italiani che guardano le partite e che si sentono tutti, dal primo all’ultimo, allenatori. Però abbiamo certamente più potere dei diretti interessati. Ecco, immaginate che la campagna acquisti del Milan sia determinata dalle chiacchiere di nonno Peppino al bar di Sciacca. A volte ho il tremendo sospetto che la politica internazionale vada un po’ così.

 

Rappresentare


Giuro che pensavo a questo post prima che il tema delle elezioni tornasse di attualità così scottante per tutto il Paese. Però, inevitabilmente, la mia riflessione micro si rispecchia nel macro del caos che continua a circondarci in ogni direzione. Meryem quest’anno ha cominciato la prima elementare e io, come genitore, ho fatto il mio debutto in un Istituto Comprensivo. Nel giro di due settimane scarse, le mie poche (relative) sicurezze si sono sciolte in un pozzo di dubbi. Mi piacerebbe dunque confrontarmi con chi mi legge sul tema della democrazia rappresentativa a scuola. La situazione di partenza (inizio anno scolastico in una scuola italiana) credo che sia abbastanza chiara. Ci è stato spiegato che in un giorno ics la nostra classe è chiamata ad eleggere un rappresentante. Abbiamo dunque un gruppo di circa quarantasei capocce (escludendo i nonni e supponendo coppie di due genitori) che da qui a un paio di settimane, senza aver davvero avuto modo di realizzare che qualcosa le accomuna, devono democraticamente eleggere chi è deputato/a a parlare a nome di tutti. Già a questo livello si registra qualche difficoltà. Si è iniziato a comunicare per mail, in aggiunta (presumo) alle chiacchiere più o meno episodiche sui marciapiedi, a cui io non partecipo per poca disponibilità di tempo. Subito si è manifestato un fenomeno comune. Ciascuno parla, prevalentemente, con chi già conosce e, come per magia, trova piena approvazione. Ne deduce che tutti la pensino allo stesso modo. Salvo poi rendersi contro che un altro, di idee piuttosto diverse, ne è altrettanto convinto. Che fare? Si andrà alle urne alla data fissata, un rappresentante sarà nominato, ma non è prevista verifica di fiducia in nessuna fase. Sospetto peraltro che l’afflusso ai seggi sarà ridottissimo, quindi mi chiedo: cosa ne verrà fuori? Mi pare che il bivio che ci si para davanti sia, tragicamente, il disinteresse o l’interessamento. La seconda via è già irta di rogne e di screzi.

Salendo di un livello, ho partecipato a una riunione del comitato dei genitori, assemblea di confronto di tutti i genitori dell’Istituto comprensivo (una scuola dell’infanzia, una scuola elementare, due scuole medie). Era presente una quindicina di persone. Tutte si conoscevano già, a parte i pochi nuovi arrivati, e detenevano cariche che non ci sono state del tutto illustrate. Uno dei presenti rappresenta attualmente i genitori, tutti i genitori, al Consiglio di Istituto, unico organo che potrebbe, in certa misura, passare dalla lamentela sterile alla proposta di cambiamento concreto. Qui la mia perplessità è stata ancora maggiore. Ma i genitori, parecchie centinaia, che vengono così rappresentati, lo sanno? Forse sì, forse no. Sta di fatto che sembrano disinteressarsene completamente. Quindi, almeno nella mia scuola, via via che ci si avvicina a spazi deputati a lavorare per un bene comune appena un po’ più ampio della singola classe del singolo figlio, il fuggi fuggi pare totale, percentualmente. Peccato che il rappresentante di classe può certo svolgere un servizio prezioso e facilitare l’esperienza di tutti (o anche il contrario), ma può cambiare ben poco delle famose “cose che non vanno”. Già la rappresentanza ai genitori al Consiglio di Istituto, se ragionevolmente organizzata, può avere un impatto maggiore e più duraturo.

Va detto che già a questi livelli minimi di partecipazione civica si profilano, sia pure a livello embrionale, i meccanismi che tanto scoraggiano il cittadino medio da assumere un ruolo attivo nella vita politica, in primis la sensazione prepotente di scontrarsi con gruppi chiusi, poco permeabili, e che tali gruppi abbiano già chiaro cosa sia bene pensare, fare e, soprattutto, non fare. Il clima che si respira non è di entusiastica propositività, ma di rassegnazione e torpore, ravvivati occasionalmente da polemiche sterili. Senza aver fatto ancora nulla, mi sono sorpresa già un paio di volte a pensare “Ma chi me lo fa fare?”. Non è bello e sono fermamente intenzionata ad andare oltre, se mi sarà possibile.

Per onestà però mi dico che me lo riprometto ciclicamente, anche per il macro, e alla fine non sono mai riuscita a trovare una parvenza di bandolo da cui valga la pena partire. E voi? Come vivete la democrazia scolastica? Ci credete? (E qui mi fermo, perché se allarghiamo il discorso sarebbe fin troppo facile esprimere scetticismi).

Il mio cuore è a Oriente


Questa domenica è iniziata in salita. Ho dovuto fare pesantemente i conti con una violenta collisione della “me semplice” con la “me genitore”. La me semplice infatti si era fatta, come al solito, un film in testa. Oggi si celebravano i tre anni dalla scomparsa di Padre Fortino e io avevo deciso che era giunto il momento di iniziare la Guerrigliera a quel bell’inestricabile groviglio, che solo in minima parte ha a che fare con la religione, e che cercavo di raccontarvi qui. “Ora è abbastanza grande”, mi sono detta. E dunque ho iniziato a raccontarle di come mio padre mi portava nel posto dove saremmo andate, del fatto che la zia avrebbe cantato e che alla fine ci sarebbe stato anche un piccolo dolce. “Quando eri piccola ti lasciavo dalla nonna, ma oggi mi piacerebbe fare questa cosa insieme a te”. Già mi compiacevo della bellezza e della poeticità del mio discorsetto.

“E non potrei andare dalla nonna anche oggi? Mi pare un po’ noioso”, ha subito ribattuto la Guerrigliera, spezzando il cuore della me semplice. “Sai, potresti fare qualche foto con il telefono. Così poi me lo fai vedere”, ha aggiunto conciliante, vedendo la mia faccia. Lo ammetto, per me è stato un brutto colpo. Ci sono rimasta proprio male. Poi, per fortuna, è intervenuta la me genitore e ha fatto notare alla me semplice che l’obiezione era ragionevole (un’ora e mezza di liturgia bizantina, così dal nulla? e perché mai?), sensata (anche la nonna sarebbe stata felicissima di passare un po’ di tempo con la nipotina) e assolutamente legittima. Soprattutto legittima: i ricordi legati alla Chiesa di S.Atanasio e alle melodie della liturgia bizantina sono, appunto, i miei ricordi, la mia storia. Ci sono dentro il rapporto con mio padre, le vacanze della mia infanzia, alcune parti costitutive della mia mappa emotiva. Meryem non eredita questo con il sangue e non sono io che posso rendere credibile, di seconda mano, la pregnanza di queste cose.  Lei avrà le sue e chissà se e quanto io le conoscerò. Dopo essermi arrabbiata, quindi, le ho dato ragione e sono andata senza di lei.

Me lo sono goduto, con consapevolezza, il tuffo nel passato fondante di tante mie fissazioni. Oggi, guardando i tappeti, mi sono detta che – chissà quanto consapevolmente – con quelle liturgie cantate mio padre mi ha davvero iniziato all’Oriente, un Oriente anche più orientale di quello che conosceva lui. I tappeti delle moschee, le melodie che sanno di spezie e di Mediterraneo, più vicine ai canti sefarditi di Evelina che al Gregoriano. Davvero mi sono resa conta che la bislacca scelta di studi universitari, che la mia aneddotica personale attribuisce a una sorta di folgorazione avvenuta a Londra l’estate successiva alla maturità, aveva invece radici assai più profonde.

L’immagine potente della Morte sconfitta, con gran fragore di porte e chiavistelli rotti, la solenne rappresentazione della notte di Pasqua (come dimenticare quel bussare del celebrante alle porte del Collegio Greco, che per l’occasione incarnavano le porte degli Inferi?) l’ho poi inseguita nei testi antichi, indietro fino a Ugarit e ritorno. Giona, anche lui legato a un ricordo liturgico preciso (le foglie bagnate d’acqua santa che Padre Fortino lanciava per la chiesa il sabato santo, al mattino), ancora oggi è il genio ispiratore di quel che resta dei miei studi biblici. Stamattina, poi, l’ultimo tocco: il dolce che avevo ventilato a Meryem per attirarla era in realtà contenuto in un bicchierino. Grano, chicchi di melograno e cannella. In quella dolcezza ctonia ho rigustato tutto il Mediterraneo antico, da Osiride a Demetra, passando per i fenici, che ho sempre immaginato mentre ridono delle teorie di noi studiosi con uno scintillio negli occhi, del tutto simile a quello di Padre Fortino.

Non sono un Papa Boy


La precisazione è d’obbligo, vista la densità di post dedicati a questo nuovo vescovo di Roma che sta stregando il mondo e di cui tutti siamo infatuati. Mi stavo censurando, però – anche se vado molto di corsa – volevo segnalare a chi non l’avesse vista la lunga intervista che ha rilasciato questa estate a padre Antonio Spadaro per tutte le riviste dei gesuiti. Fanno la ruota come i pavoni, i gesuiti, in questo periodo. Io però tendo ad essere indulgente, specialmente con alcuni di loro (quelli, per intenderci, che dal Vaticano negli ultimi anni sono stati abituati a vedere più alzate di sopracciglio che incoraggiamenti).

L’intervista è lunga, a tratti direi tecnica. I giornali ne hanno ripreso (semplificando molto) alcuni aspetti, ma a me pare un peccato che i più si perdano altri passaggi, ugualmente se non più importanti. Quelli relativi propriamente alla Chiesa li lascio ad altri, che meglio di me li sapranno evidenziare. Qui volevo condividere quelli che più hanno colpito me come persona e, anche, come genitore.

Il primo è quello che ho notato anche io: questo Papa – a differenza di Giovanni Paolo II, con cui pure viene accostato, per l’abilità di comunicazione – non è a suo agio con le folle. «Io riesco a guardare le singole persone, una alla volta, a entrare in contatto in maniera personale con chi ho davanti. Non sono abituato alle masse». Spadaro, da bravo esperto, lo rassicura: ci pensa la televisione a portare la sua immagine a tutti, lei continui pure a cercare il contatto visivo, funziona lo stesso (se non di più).

Poi mi sono gustata la parte relativa alla descrizione di se stesso e dei suoi gusti artistici. Il fatto che ne parli con questa tranquillità e scelga di condividere con tutti questi aspetti di normale conoscenza di lui come persona secondo me è in linea con il suo farsi chiamare “vescovo di Roma”. Il suo ruolo è importante, ma è un ruolo. Non è un piedistallo, tanto meno una trasfigurazione. Questo è realmente un presupposto necessario per la collegialità, l’ecumenismo e il dialogo.

“Posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”. La spiegazione di questo concetto, che è legato anche al suo motto (Miserando atque eligendo) è secondo me la parte più bella e poetica dell’intervista. Parte da uno splendido quadro di Caravaggio, la vocazione di S.Matteo, che noi romani conosciamo bene.

«Io non conosco Roma. Conosco poche cose. Conosco Santa Maria Maggiore, San Pietro… ma venendo a Roma ho sempre abitato in via della Scrofa. Da lì visitavo spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e lì andavo a contemplare il quadro della vocazione di san Matteo di Caravaggio. Quel dito di Gesù così… verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo. È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “no, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi. E questo è quel che ho detto quando mi hanno chiesto se accettavo la mia elezione a Pontefice».

Mi sono immaginata benissimo la scena. Quel quadro, con la sua luce tanto singolare, porta alla contemplazione anche il turista frettoloso. La spiegazione di un concetto spirituale con un’immagine, a me così familiare, mi pare straordinaria. E poi si ferma anche sulle parole e sulla intraducibilità delle stesse, superata dalla connessione all’opera d’arte: “il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando”.

Dopo la citazione della Turandot per spiegare la speranza come virtù teologale, padre Spadaro interroga il Papa sui riferimenti letterari, culturali, artistici. Forse la domanda avrebbe immaginato una risposta elaborata, di sintesi… Invece la risposta è colloquiale, dal tono simile a quella che ciascuno di noi darebbe. “Ho amato molto autori diversi tra loro. Amo moltissimo Dostoevskij e Hölderlin. Di Hölderlin voglio ricordare quella lirica per il compleanno di sua nonna che è di grande bellezza, e che a me ha fatto anche tanto bene spiritualmente. È quella che si chiude con il verso Che l’uomo mantenga quel che il fanciullo ha promesso. … Ho letto il libro I Promessi Sposi tre volte e ce l’ho adesso sul tavolo per rileggerlo. Manzoni mi ha dato tanto. Mia nonna, quando ero bambino, mi ha insegnato a memoria l’inizio di questo libro: Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti…. Anche Gerard Manley Hopkins mi è piaciuto tanto. In pittura ammiro Caravaggio: le sue tele mi parlano. Ma anche Chagall con la sua Crocifissione bianca… ”

“In musica amo Mozart, ovviamente. Quell’Et Incarnatus est della sua Missa in Do è insuperabile: ti porta a Dio! Amo Mozart eseguito da Clara Haskil​. Mozart mi riempie: non posso pensarlo, devo sentirlo. Beethoven mi piace ascoltarlo, ma prometeicamente. E l’interprete più prometeico per me è Furtwängler. E poi le Passioni di Bach. Il brano di Bach che amo tanto è l’Erbarme Dich, il pianto di Pietro della Passione secondo Matteo. Sublime. Poi, a un livello diverso, non intimo allo stesso modo, amo Wagner. Mi piace ascoltarlo, ma non sempre. La Tetralogia dell’Anello eseguita da Furtwängler alla Scala nel ’50 è la cosa per me migliore. Ma anche il Parsifal eseguito nel ’62 da Knappertsbusch”.

“Dovremmo anche parlare del cinema. La strada di Fellini è il film che forse ho amato di più. Mi identifico con quel film, nel quale c’è un implicito riferimento a san Francesco. Credo poi di aver visto tutti i film con Anna Magnani e Aldo Fabrizi quando avevo tra i 10 e 12 anni. Un altro film che ho molto amato è Roma città aperta. Devo la mia cultura cinematografica soprattutto ai miei genitori che ci portavano spesso al cinema”.

Poi il Papa parla della sua esperienza di docente di letteratura. “Dovevo fare in modo che i miei alunni studiassero El Cid. Ma ai ragazzi non piaceva. Chiedevano di leggere García Lorca. Allora ho deciso che avrebbero studiato El Cid a casa, e durante le lezioni io avrei trattato gli autori che piacevano di più ai ragazzi. Ovviamente i giovani volevano leggere le opere letterarie più “piccanti”, contemporanee come La casada infiel, o classiche come La Celestina di Fernando de Rojas. Ma leggendo queste cose che li attiravano sul momento, prendevano gusto più in generale alla letteratura, alla poesia, e passavano ad altri autori. E per me è stata una grande esperienza. Ho completato il programma, ma in maniera destrutturata, cioè non ordinata secondo ciò che era previsto, ma secondo un ordine che veniva naturale nella lettura degli autori. E questa modalità mi corrispondeva molto: non amavo fare una programmazione rigida, ma semmai sapere dove arrivare più o meno. Allora ho cominciato anche a farli scrivere. Alla fine ho deciso di far leggere a Borges due racconti scritti dai miei ragazzi. Conoscevo la sua segretaria, che era stata la mia professoressa di pianoforte. A Borges piacquero moltissimo. E allora lui propose di scrivere l’introduzione a una raccolta”.

“Allora, Padre Santo”, chiede a questo punto l’intervistatore “per la vita di una persona la creatività è importante?”. Lui ride e risponde: “Per un gesuita è estremamente importante! Un gesuita deve essere creativo”.

Qui non ho potuto fare a meno di pensare all’indimenticabile discorso sulla creatività e l’educazione fatto dal Padre Generale dei gesuiti, Adolfo Nicolàs quando è venuto al Centro Astalli, anni fa:

“L’educazione è un problema molto serio. Gli studi sullo sviluppo del cervello umano ci dicono che al bambino bisogna lasciar sviluppare tutte le possibilità. Non abbiamo una sola parte di cervello, ne abbiamo cinque diverse. La crescita intellettuale matura in epoche diverse della vita e sono diverse le facoltà che si sviluppano: dopo i trent’anni il processo è completo. Il sistema di educazione attuale forse non sviluppa tutte le parti del cervello: dà priorità a quelle che operano nel lobo sinistro, che è più logico, ideologico, che normalmente va verso la produzione scientifica. Si lascia meno spazio all’immaginazione, alla creatività, all’integrazione delle cose: queste parti sono forse coltivate maggiormente nella cultura indiana e dell’Asia orientale. Secondo me, l’educazione consiste proprio nell’aprire tutte le finestre nella mente di un bambino, di un ragazzo e di una ragazza che crescono e hanno il diritto di diventare sensibili a tutte le realtà umane e naturali del mondo”.

“Aprire, comunicare abiti mentali, del cuore e culturali all’insegna della varietà: così potremo educare persone flessibili, aperte, che non si spaventano per qualcosa di nuovo, di diverso, ma sono pronte ad apprezzare tutte le possibilità umane. Credo che questo lavoro di aprire le finestre della personalità, della mente, del cuore sia essenziale. Credo che dobbiamo arrivare a far sì che i nostri studenti italiani, spagnoli, tedeschi, siano fieri della cultura cinese, o della cultura indiana o africana, per il solo fatto che esse sono una produzione dell’umanità. Non dovremmo più considerarle “cultura degli altri”. Essere fieri di una cultura piccola e ridotta ci ha fatto molto male: credo che sia frutto di un’educazione troppo limitante. C’è decisamente bisogno di una riflessione ad alto e medio livello da parte delle università e di altri gruppi religiosi e umanisti per restituire ai bambini la libertà di immaginare e di crescere, di essere quei “maghi” che dicevo prima, capaci di creare”.

“Quando ero bambino, non avevamo niente, i giocattoli li costruivamo noi. La strada era una grande palestra e apparteneva a tutti. Oggi con tanti giochi elettronici c’è meno la possibilità di partecipare, di scambiare e di creare. Forse abbiamo reso tutto troppo facile ai nostri bambini. E come educare una memoria mondiale? Come portarli a essere fieri degli indiani e dei cinesi – non tristi, ma fieri perché è l’umanità che ha creato questo? Dobbiamo essere fieri degli altri e, di conseguenza, fieri di noi stessi, ma sempre nel contesto degli altri, per crescere insieme con gli altri. Secondo me, questo è un problema di educazione, che necessita di una seria riflessione. Bisogna ricreare l’educazione come un’opportunità per i bambini di crescere come persone, non dipendenti da una tecnologia particolare, ma libere di creare. Ci sarà tempo per diventare tecnici: prima di tutto è urgente aprire la mente e il cuore alle infinite possibilità della vita umana.”

E qui mi fermo e mi dico: cosa posso fare io, nella mia limitatezza, davanti a questo immenso problema educativo? Sospiro. Se la Chiesa è un ospedale da campo, la scuola pubblica cos’è?