In corner (e pure moralista)


Condivido con qualcun altro il disagio di scrivere qualcosa in occasione della giornata contro la violenza sulle donne. Quando si tratta di violenza le parole di circostanza sono particolarmente inappropriate. Mi associo a Claudia e Silvia: forse l’unica cosa che mi sento di sottolineare è l’importanza dell’educazione, al di sopra di simboli, flashmob e loghi vari.

Educazione è esempio, competenza, risposte coerenti. Ma anche modelli. Già, modelli. Sempre su Genitori Crescono oggi si rifletteva sui modelli di bellezza imposti e autoimposti alle donne. Io stamattina, leggendo qua e là, facevo ancora i conti con la rabbia accumulata grazie alla visione di Non ti muovere, ieri sera. Qui ci va un…

Disclaimer: questa non è una recensione lucida, colta e oggettiva del film diretto e interpretato da Castellitto. Tanto meno è una recensione del romanzo di Margaret Mazzantini, che non ho letto e probabilmente non leggerò mai. Devo riconoscere che una visione che ha avuto il potere di risultarmi tanto sgradevole ha in qualche modo raggiunto un suo obiettivo artistico. Un’opera d’arte deve essere educativa? Forse no, ed è ingiusto misurarla con il metro dei valori. Ieri mi sono sentita moralista nel più letterale senso del termine. Mi sono giustificata ai miei stessi occhi argomentando che l’argomento del film mi tocca sul vivo. Ma poi ho fatto pace con me stessa e solo questo mi riprometto: spiegarvi perché questo film mi è risultato odioso e a tratti insopportabile.

Vado dritta al punto. Io, con il protagonista, non riesco proprio a empatizzare. Ho idea che la vicenda lo richiederebbe, dato che me lo presenta nel momento di massimo strazio per un genitore, quello che lo vede a fianco di un figlio in bilico tra la vita e la morte. Ma per ogni tratto della vicenda narrata, che non starò qui a ripercorrere, io di un uomo così nutro una forte disistima, per usare un eufemismo. Ancora più odioso mi è risultato il tentativo di giustificarlo con un breve flashback in cui si dipinge un’infanzia segnata dall’abbandono paterno. Troppo facile. E, per venire più precisamente all’argomento di oggi, non ho capito bene in che senso episodi di violenza anche sessuale pura e semplice possano essere presentati come elementi di un rapporto in qualche modo “romantico”. Di più. La violenza nei rapporti con le donne, accoppiata a una insopportabile mancanza di coraggio, lealtà e responsabilità, sembra essere la caratteristica precipua del personaggio in questione.

Odio vedere questo modello di maschio tormentato e sospirante affacciarsi in tanta letteratura e cinematografia del nostro Paese. Perché lui, “poverino”, ha la moglie fredda e distaccata. Perché lui, “poverino”, ha avuto un’infanzia difficile. Perché lui, “poverino”, è stato penalizzato dalle circostanze. Mi pare che costruire un personaggio così significhi costruirne uno speculare e complementare, quello della donna vittima, autoflagellante, intenta a punirsi da sola nelle forme più efferate e, a tratti, crocerossina. E’ questo, il grande amore? Quello che vede lui sospirare sul cadavere della donna che ha torturato con sistematica vigliaccheria, salvo poi fare un paio di gesti eclatanti (e lesivi di altre persone) volti a tentare di salvarle la vita invano?

Mi dico, anche da sola, che l’arte dipinge la vita. Che magari raffigurare con spietato realismo la piccineria equivale a una denuncia. Non so. Io non sono convinta. La scena del medico che si porta l’amante al congresso di colleghi con cui lavora ogni giorno, in spregio di tutto, amante compresa, non smette di irritarmi. Ed è una fra tante.

Quanto alle donne crocerossine, modello insuperato della nostra educazione sentimentale, hanno fatto più danni loro di generazioni di padri padroni. Grazie anche a Candy Candy, probabilmente.

Stress e resilienza


Il blogstorming del sito Genitori Crescono, per novembre, è dedicato allo stress. Sono un paio di settimane che mi trattengo dallo scrivere questo post, perché temo di sembrare saccente. Lo conosco anche io, lo stress quotidiano del genitore. Vivo a Roma, mi sposto con i mezzi pubblici. Corro, metto toppe, improvviso, come brillantemente descritto dalla fiction Una mamma imperfetta. Ma non c’è niente da fare, quando sento la parola stress a me viene ormai in mente tutt’altro. Mi viene in mente una sigla, sconosciuta e anche un po’ contestata da alcuni specialisti: PTSD, Post Traumatic Stress Disorder, Disturbo Post Traumatico da Stress.

E’ già un sottoinsieme molto particolare del grande mondo dello stress, mi rendo conto. Per giunta io penso a una specifica casistica del PTSD, quella che riguarda i rifugiati. Non frequentavo psichiatri quando io stessa, nel mio piccolo, ho assistito a un attentato, a Gerusalemme. Non frequentavo psichiatri quando ho iniziato la mia esperienza al Centro Astalli e la scoperta di questo mondo mi ha travolto come un tir in corsa. Magari avrei saputo dare il nome a tanti giorni dolorosi, ma non credo che la traiettoria della mia vita sarebbe cambiata sostanzialmente. Anche oggi, a tanti anni di distanza, non penso che etichettare qualcosa la risolva. Dare un nome alle cose rassicura. Ma mi sono convinta che non è tanto dare un nome all’effetto che contribuisce a farci progredire, ma piuttosto dare nome alle cause dello “stress”.

Devo al mio amico Giancarlo Santone la riflessione sui tre grandi “cassetti” in cui classificare le esperienze che i rifugiati che arrivano da noi ci raccontano: traumi pre-migratori, traumi migratori (le peripezie del viaggio, chiamiamole così), traumi post-migratori (quelli che arrivano in Italia, a causa delle difficoltà oggettive, delle porte in faccia, ma a volte anche solo una apparentemente innocua telefonata a casa).

Ma non sono le loro storie di cui vorrei parlare in questo post. Qui mi interessa condividere quello che ho scoperto ascoltandole e che mi aiuta anche nelle mie personali odissee quotidiane. Non certo, badate bene, che i miei problemi sono piccoli rispetto a quelli, sbalorditivi, di tanti altri. Nessuno si conforta pensando a disgrazie maggiori, così nessuno si sazia pensando che al mondo c’è chi ha più fame, o addirittura muore di fame. Le classifiche aiutano poco in generale e sono, in questo caso specifico, particolarmente irritanti. Un dolore è un dolore. Tra l’altro uno dei pochi elementi più o meno chiari che mi pare di aver capito, nel ginepraio di definizioni del PTSD, è che “non colpisce le persone più deboli o fragili: spesso persone apparentemente fragili riescono ad attraversare senza conseguenze eventi traumatici abbastanza importanti, mentre persone solide si trovano in difficoltà dopo eventi che hanno un significato personale o simbolico particolarmente difficile da elaborare”. Mi permetto di aggiungere, alla luce della mia esperienza personale, che a volte anche la stessa persona può superare con straordinaria facilità tragedie immani e poi schiantarsi davanti a un intoppo “minore”.

Tuttavia certamente il mio lavoro mi ha aiutato a riconoscere un meccanismo straordinario che entra in gioco in questi casi. La chiamano “resilienza”. Ci sono tante definizioni, ma io la visualizzo pensando a tanti straordinari processi della natura: una ferita che si rimargina, la coda della lucertola che ricresce, le radici nuove che si formano da un rametto spezzato (le talee di Pietro e Paola Maria). Ciò che accomuna molte delle definizioni di “resilienza” che si trovano qua e là, applicate ai campi più diversi, è la parola “inaspettato”. Perché no, non ce l’aspettiamo che si possa davvero ricominciare a vivere.

Chiunque ha vissuto un grande dolore, uno sconforto profondo lo sa: in quel momento pensiamo con tutta la nostra anima e con tutta la nostra mente che nulla sarà più come prima. A volte fa fatica anche il pensiero di respirare. Però, mi dico sempre, per fortuna sono tante le cose che non dipendono dalla nostra volontà. In quel libretto sorprendente che è il Piccolo Principe riscopro una frase tremendamente vera: “E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me”.

Ci si consola sempre. Solo che spesso non abbiamo abbastanza fede in questa verità in qualche modo biologica. Non ci rassegniamo. E allora sì che rischiamo di perdere tutto davvero.

P.S. Questo post mi sa che non partecipa al blogstorming, però. E’ davvero finito un po’ troppo lontano dal punto di partenza.

La radura dei progetti non realizzati


Oggi pensavo a quante idee ho avuto in questi anni, a quante mi parevano eccellenti, e poi sono finite in niente. Dove sono finite, esattamente? Mi piace credere che siano in un posto dove al momento non si vedono più, ma da cui forse, a un certo punto, si faranno largo di nuovo verso la realizzazione, o – quando il caso – verso una nuova realizzazione, migliorata. Forse è l’immaginario disneyano di Bambi (penso a un libro che avevo, non al film), ma mi è venuta in mente una radura piena di erba verde e soffice, ma circondata da un fitto bosco impenetrabile. In quella radura brulicano creature, alcune belle complesse, già formate e sicure (tipo mammiferi), altre ancora allo stadio unicellulare, materia grezza per future metamorfosi.

Molte di queste idee sono, o volevano essere, di natura libresca. Racconti, romanzi, saggi, articoli, studi scientifici, esperimenti letterari di varia natura, addirittura sceneggiature. Altre sono progetti grandiosi di impatto rivoluzionario, della categoria cambiamo il mondo. Imprese, più che idee. Qualcuna, in passato, si è anche tradotta in qualcosa di concreto. La maggior parte no.

Cosa è mancato, a quelle idee, per continuare il loro percorso ordinario nel mondo delle cose reali? In alcuni casi, forse, la concretezza. Il più delle volte la pazienza e, negli anni, anche lo spessore per sopravvivere al vaglio delle priorità che comincio a praticare, se non consapevolmente nei fatti, quando devo distribuire il mio tempo effettivo.

Però io, se penso alla mia radura, non riesco a provare rammarico. Ho bisogno di immaginare nuovi progetti, anche se poi li abbandono a loro stessi. Non più tardi di ieri, per strada, immaginavo un dialogo tra me e me una persona (una persona concreta, non di fantasia) che mi offriva un certo lavoro. Mi descriveva le condizioni, la retribuzione, le mansioni. E io ponderavo e forse, chissà, alla fine accettavo pure. A voi non capita mai di giocare a “facciamo finta che”? Non con i vostri figli, ma proprio così, in solitaria. A me sì. E’ per questo che quando cammino da sola, per le strade di Roma, a volte ridacchio da sola. Questa vecchia sognatrice in fondo mi è abbastanza simpatica.

Un bel libro. Punto


Questo titolo è un omaggio a una mia conoscente di Facebook, che è solita esprimere giudizi lapidari su qualsiasi questione, dalla migliore marca di carta igienica alla filosofia ermeneutica, facendoli regolarmente seguire dalla simpatica espressione “.Punto”, probabilmente per segnalare che apprezza molto il confronto dialettico e l’apporto dell’altrui punto di vista. Mi sono domandata se nel fastidio alla bocca dello stomaco che provo nel leggere i suoi status non si celi una strisciante invidia. Io, più vado avanti, meno riesco a dare giudizi netti e universalmente validi. Sarà il bianco e nero della giovinezza che cede il passo alle sfumature di grigio dell’età più matura? Credo, più semplicemente, di essermi col tempo resa conto che almeno alcune delle mie convinzioni si basavano su visioni assai parziali, quando non semplicemente su pregiudizi.

Decostruire, dunque. Questo me lo hanno insegnato assai bene, anche negli anni dell’università. Il problema però è che, una volta decostruito, rimontare si rivela assai meno facile di quel che si immagini. Quando abbandono un’idea, di solito, non è che la sostituisco con una nuova di zecca e scintillante di certezza. Nella migliore delle ipotesi, so cosa non penso più. Ma cosa poi penso è tutta un’altra faccenda.

Una delle due questioni su cui ho avuto modo di rimuginare in questo fine settimana è la genitorialità omosessuale. La prima volta che tra le mie conoscenze c’è stato un caso di maternità surrogata, la mia posizione è stata profondamente influenzata da alcuni elementi esterni: conoscevo la coppia di padri per interposta persona (e la persona in questione era molto contraria alla cosa) e uno dei due aveva l’aggravante di essermi discretamente antipatico. Non ho mai dedicato all’argomento un’attenta considerazione – non mi è del resto mai capitata l’occasione – ma in generale avrei optato per un “per me è no”. Mi corre l’obbligo di precisare, visto che in passato mi è capitato anche di essere accusata di omofobia, che la riserva per me non è mai stata relativa alla “legittimità” del rapporto di coppia omosessuale, che credo di poter dire di aver sempre considerato senza alcuna remora una delle forme dell’essere coppia.

Mi sono imbattuta in Marco e nella sua famiglia tramite web. Abbiamo avuto poi occasione di incontrarci, dal vivo, un paio di volte. Tante cose rendono Marco una persona profondamente diversa da me: lo stile di vita, le scelte professionali, persino la forma mentis, oserei dire. Ma ciò che abbiamo decisamente in comune è la genitorialità. Che dunque ovviamente per me è diventata un dato di fatto, qualcosa su cui mi pare non sia più il momento di dissertare se debba esistere o meno, per il semplice fatto che esiste. Che poi, a guardare la realtà con un briciolo di attenzione, forse in Italia i casi di maternità surrogata non sono molti, ma certamente sono assai di più i casi di figli di genitori divorziati che vivono situazioni variegate di “famiglie arcobaleno” (madri con nuove compagne, padri con nuovi compagni) come dimensione quotidiana.

“Famiglia”, persino in un Paese formalista e tradizionalista come l’Italia, è – non da ieri – molte cose diverse. Genitorialità è molte cose diverse. Cosa è meglio? Ma è davvero questa la domanda da porre? Esiste qualcuno che può rispondere a una domanda così a prescindere dalle persone coinvolte? Io credo di no. Che poi un legislatore, laico o religioso che sia, debba dare delle indicazioni di principio forse è anche vero. Ma per fortuna non sono io quel legislatore. Io non incontro genitorialità, paternità, maternità “naturali” o surrogate: io incontro uomini e donne e, sempre più spesso, genitori. Con alcuni scatta simpatia e affinità, con altri meno. Una cosa è certa: conoscere situazioni concrete nella loro singolarità mi rende sempre più restia a esprimere un’opinione definitiva, a mettere punti dopo frasi lapidarie.

Ma allora, mi chiedo anche da sola, la maternità surrogata la supporteresti senza riserve? Non so. C’è ancora qualcosa, che non saprei ben definire, che mi mette a disagio con questa idea. Forse i costi esorbitanti, forse l’aspetto di trattazione commerciale, forse la fase della selezione della donatrice… Non so. Confesso che non saprei mettere a fuoco questa riserva con chiarezza. Per mettere un punto anche io in questo post difficile direi che allo stato attuale alla domanda “Può un omosessuale essere genitore?”, risponderei “certo che sì”. Sul come, sinceramente, ancora non saprei pronunciarmi. Ma, ripeto, nessuno probabilmente me lo verrà a chiedere.

E il libro a cui faccio riferimento nel titolo? E’ “Sei come sei” di Melania Mazzucco. Un grande romanzo, che tratta questo tema (e quello dell’adolescenza, affatto secondario) con una profondità e una sobrietà da grande scrittrice qual è. Raccomandato, assolutamente.

Far pace


Sulla bacheca di Claudia leggo queste “regole”, che chissà in quante migliaia di varianti avrete ricevuto, via mail o via Facebook, anche voi. La prima mi colpisce: “Fai pace con il tuo passato”.

Quanto è vero che per vivere meglio è indispensabile fare pace con se stessi. Ma oggi realizzo che non basta. Per me è stato più facile arrivare a una specie di armistizio con quella che sono che fare pace con il passato. Sia esso remoto, recente o anche recentissimo, il mio passato è lì, fastidioso come un sassolino appuntito in una scarpa. Per motivi diversi, in una gamma variabile di gravità. ma certamente il mio punto debole, il mio tallone d’Achille, è questo: con il mio passato non riesco a far pace, a volta neanche ad aprire un tavolo di onesta trattativa.

Guardandomi indietro riconosco che, più di prima, sono capace di rimuoverlo, di non rimuginarci troppo. A tratti sono persino riuscita a non farmi condizionare eccessivamente. Ma da qui a farci pace, la strada è ancora lunghissima.

Per giunta non passa giorno senza che un altro pezzetto di passato mal digerito si vada ad accumulare sul precedente. Ci sono momenti in cui la cosa mi provoca una certa angoscia. Riflettendoci un po’, oggi, in seguito all’ennesima sollecitazione, credo che il mio passato più indigesto sia quello che mi determina come “status”. Sono divorziata, per dirne una. Sono… boh, cos’altro sono? Sono ex-un-sacco-di-altre-cose.

Chi ha detto “meglio avere rimorsi che rimpianti”? Io riesco ad avere un ottimo assortimento di tutti e due. Ma ora che ci penso, credo di aver dato a tutti loro troppa importanza.

Glocale


Il mulinello è vietato! Questa frase, urlata mille volte nell’oratorio di Donna Olimpia, mi è tornata in mente all’improvviso guardando Meryem giocare a biliardino con la sua compagna di scuola Clarissa e la sua mamma, una giovane signora peruviana solitamente schiva e riservata, ma che ieri mi ha svelato una discreta grinta nel gioco e una certa misurata eleganza nello scuotimento per fare uscire le palline incastrate.

L’altro giorno, in piazzetta, ci sfreccia accanto un ragazzino in bicicletta e urla: “Ciao, Meryem!”. Sempre più spesso vedo bambini di ogni forma e dimensione fare ciao ciao dai finestrini o fermarsi per strada a fare due chiacchiere con mia figlia. Realizzo che ormai, tra materna, elementari, coro, punti di aggregazione vari, abbiamo tessuto una rete di contatti. Viviamo il quartiere, Meryem molto più di me.

Se penso a tutte le diatribe sulla composizione delle classi, all’inizio dell’anno scolastico, mi viene da sorridere. Se penso anche alle mie preoccupazioni rispetto al fatto che Meryem potesse “legarsi troppo” a una amichetta o all’altra, trascurando nuove conoscenze, mi faccio tenerezza da sola. Ormai i bambini fanno gruppo, sono un gruppo, ben al di là del sottoinsieme classe. Che tra l’altro mi pare che funzioni e sia discretamente affiatata.

Questo post sembrerebbe in contraddizione con il precedente: Meryem la voglio cittadina del mondo o monteverdina (uso a bella posta questa parola, che istintivamente mi riempie di orrore)? Come ho cercato di spiegare oggi in un contributo per quel bellissimo sito che è Zebuk, senza la dimensione concreta della quotidianità, l’apertura agli infiniti mondi possibili diventerebbe esotismo. Vorrei essere, con Meryem, una viaggiatrice che ha un posto dove tornare.

Non era una rivincita


Un ragazzo mi chiede un’informazione. Chissà se crede che sia una professoressa. Cammino per il viale che mi ha visto prima ragazza e poi giovane, con addosso la giacca della laurea (“Che tristezza”, ha commentato Nizam). Procedo a grandi passi verso quello che una volta era il mio luogo naturale. Ricordo che un giorno entravo da quel cancello di piazzale Aldo Moro con mio cugino, ingegnere. E gli ho detto: “Io qui, solo qui, mi sento al mio posto. A casa”.

Con un certo gusto indugio sulle fontane su cui mi sedevo con il fidanzato dell’epoca a mangiare uno yogurt per pranzo (una brevissima stagione in cui vivevamo d’aria e di baci), guardo il piazzale dei telefoni a scheda adesso vuoto, rimando leggermente l’ingresso in facoltà.

Ieri tornavo all’Università La Sapienza da relatrice. Non era la prima volta che mi sedevo da quella parte del tavolo. Ma era la prima volta che lo facevo senza avere la sensazione di fare un passo indietro. Per anni ho oscillato come un pendolo tra la “vecchia vita” accademica e la vita attuale. Anni in cui mi sentivo un po’ supereroe e un po’ in difetto. Perché poi il tempo ti frega e la vita vecchia non camminava più (e ogni volta che mi ci rituffavo, per brevi incursioni lampo, sapevo di essere inadeguata), mentre la nuova corre al punto che a un certo punto non sei più quella di prima.

Negli stessi locali in cui entravo ieri in tarda mattinata ho preso l’ultima porta in faccia della mia carriera accademica, la più difficile di tutte, anche se in un certo senso la più ovvia. Durante la pausa pranzo sono andata in pellegrinaggio lungo il “mio” corridoio. Ho guardato la finestra su cui ero seduta quando ho risposto, impertinente e spavalda, a quello che forse sapevo già che sarebbe stato il mio maestro. Ho guardato gli scaffali polverosi, accarezzati e amati per tanti anni da studente, da studiosa, da borsista della biblioteca. Ho letto i cartelli affissi sulle porte delle aule, registrato metodicamente tutti i cambiamenti, antichi e recenti. I lutti, per quanto li si elabori, restano sempre lì, parte della tua anima. Questo, sicuramente, mi ha reso più forte.

“Dovevi andare, è stata una rivincita”, mi ha scritto una mia amica a proposito dell’invito di ieri. No, non è stata una rivincita. Non erano certo gli ex colleghi che mi hanno invitato su cui avrei dovuto “rivalermi”, ammesso e non concesso che un torto mi sia stato fatto. Certo che ieri, mentre parlavo del JRS e del Centro Astalli al tipico consesso accademico, mi veniva in mente il mio maestro e una delle sue frasi più infelici. Avevo finito il dottorato, lavoravo già al Centro Astalli e in un altro centro di accoglienza (attaccando alle prime luci dell’alba). Nonostante ciò, insistevo a mantenere il part-time per continuare “a esserci”. Aiutavo con gli esami, consigliavo laureandi, facevo presenza per la cattedra e per la gloria del Vicino Oriente Antico. E lui, una mattina, mi disse: “Hai finito il dottorato già da qualche mese, sarebbe ora che la piantassi di startene in vacanza”. Vacanza. Ha detto proprio così. Perché tutta la fatica, fisica e emotiva, di imparare da capo un mestiere diverso, nei sui radar non entrava affatto. In un certo senso, era in buona fede. Ma io ero già lontana, lontanissima, e ancora non lo sapevo. Ecco, forse dal dolore di quella frase, ieri, mi sono riscattata.

In quelle mura di lettere ho avuto stima, tonnellate di stima e di riconoscimenti. Spesso, ingrata e arrogante, non sapevo che farmene. Li davo per scontati. Ho avuto le prime frustrazioni importanti e definitive. Ho imparato a mie spese, ho giudicato di impulso, ho fatto scelte di cui potrei pentirmi oggi se non appartenessero a un’altra dimensione. Ho vissuto pienamente la giovinezza e l’ingenuità di cambiare il mondo a suon di storia antica. Ho imparato quello che adesso è parte di me. L’abilità più cara, che ancora mi è preziosa, è il gusto, il piacere e l’arte di parlare in pubblico. Ma anche il trasporto di fare lezione con tutta me stessa.

Scusate questo excursus, che parla più a me stessa che a voi. Oggi faccio altro e in parte sono altro. Però della passione, nella vita lavorativa, non riesco a fare a meno. Oggi so (non l’avrei mai immaginato) che è anche un limite, ma preferisco pensare che sia un punto di forza.

Avanti piano


Quante volte ho percorso il tratto di corridoio che separa la camera di Meryem dal salone? Non saprei contarle. Quando era molto piccola ricordo che quanto mi sembrava che dormisse iniziavo a contare silenziosamente fino a cinquanta. La mia regola era che se non si muoveva per tutto quel tempo potevo andarmene.

Oggi la andavo a prendere a casa di Silvana. Domenica pomeriggio. Il quartiere sonnecchiava. Qualcuno portava a spasso il cane in silenzio. Mi sono tornate in mente le lunghe passeggiate con Belqis, senza meta, a rincorrere i pensieri. Specialmente di domenica. Se mi guardo indietro, oggi, capisco che potevo usare meglio il tempo. Bella forza. Del senno del poi sono piene le fosse.

Qualche volta cerco di calcolare quanto tempo è trascorso dall’ultima volta che ho perso le staffe. Ma mi confondo, non ho una cognizione realistica del tempo. Ora mi viene in mente che una settimana fa, circa, ho detto una parolaccia a Meryem. Mi sono stupita mentre la pronunciavo. Non è da me. “Il maestro dice che anche quando si è molto arrabbiati le parolacce non si devono dire”, ha ribadito mia figlia molte ore dopo. Il maestro ha ragione e anche io, qualche volta. Non in quel caso, evidentemente. Stasera anche mi sono spazientita. Stavo per saltare la favola serale. Poi l’ho guardata, ho respirato lentamente. Lei aveva abbassato gli occhi e si aspettava la punizione.  Allora ho recuperato, ho messo da parte quella ripicca poco importante e le ho letto la storia di Giasone dal libro che ha voluto comprare qualche settimana fa.

“Medea è troppo crudele per amare davvero”. Così finiva la storia. Meryem già dormiva e io ci sono rimasta male. Spesso mi sono identificata con Medea, durante la mia giovinezza. La Medea di Euripide, si intende. Non so se, adesso che ho una figlia, potrei davvero difendere quella madre che uccide i suoi figli per vendicarsi di loro padre. Ma almeno le attenuanti gliele darei a lei, moglie straniera.

Anche stasera ho percorso quello stesso tratto di corridoio, con la sensazione che la vita, se la guardi da vicino, non va poi tanto veloce. Sera dopo sera, mattina dopo mattina. Avanti piano.

Vi sfido


Continuo a rimuginare sul post di ieri, con l’idea che forse non è efficace come avrei voluto. Allora mi è venuta un’idea, un esercizio per rendere il concetto più chiaro. Una sfida che vi lancio, per capire meglio quello che volevo dire rispetto alla profonda contraddizione che esiste tra usare per il fundraising quegli stessi stereotipi e deformazioni che sono strettamente intrecciate alle cause più profonde dei problemi che si vogliono affrontare.

Vi propongo dunque questo esercizio. Immaginate di dover pensare a una campagna di fundraising per finanziare un centro antiviolenza per donne a rischio qui, in Italia, nella vostra città. E immaginate di fare lo stesso tipo di ragionamenti che si fanno per i progetti di cooperazione. Mi pare abbastanza evidente che il pubblico italiano è sensibile alle campagne sessiste. Provate con me a immaginare una bella campagna per finanziare un centro antiviolenza che faccia leva su una delle seguenti immagini:

1. una bella donna discinta e ammiccante. Cattura l’attenzione, senza dubbio. E potremmo persino dire che se una donna che ha subito una violenza adesso è sorridente e disinibita vuol dire che ha acquistato fiducia in se stessa. E’ un achievement.

2. una poverina con gli occhi bassi e lo sguardo supplichevole, accompagnata da uno slogan tipo: “Come farebbe la povera Mariolina senza il vostro aiuto?”

3. un uomo dall’aria efficiente e paterna e,sullo sfondo, un gruppo anonimo di donne vestite in modo provocante. Slogan: “Aiutaci a difenderle da se stesse”.

Sono sicura che la vostra fervida fantasia vi suggerirà esempi anche più efficaci. Capite quello che voglio dire quando affermo che secondo me, almeno qualche volta, il fine non giustifica i mezzi?

P.S. A un primo sguardo, tutte le campagne dei centri antiviolenza sono al contrario attentissime a difendere l’immagine della donna: volti rigorosamente coperti, disegni poetici, simboli e slogan attentamente ponderati.

 

Quei bambini che piangono


Oggi su Facebook è nata una discussione costruttiva a partire da un video che avevo postato come esempio negativo di comunicazione sociale: si tratta di uno spot, non tanto recente di Save the Children e, in particolare, questo. La questione non è banale come sembra. Io oggi mi volevo limitare a condividere il fastidio e l’irritazione per uno stile di comunicazione che non apprezzo, poi Floriana mi ha stimolato a pensarci meglio. Guardando con attenzione i discorsi in ballo sono più di uno. Cerco di estrapolarli ordinatamente.

Lo spot in effetti non si può definire di comunicazione sociale. E’ uno spot di fundraising, un messaggio fondamentalmente – passatemi il termine – commerciale. Qui mi pare pertinente l’obiezione di Floriana: “Le varie declinazioni nazionali [di una ONG internazionale] scelgono un po’ gli spot come meglio credono per la audience del luogo (e l’audience italiana la conosciamo bene)”. Vero, troppo vero. Il bambino in pubblicità funziona. Il bambino in comunicazione funziona. “Bisogna parlare alla pancia degli italiani”, ci ripetono allo sfinimento i giornalisti con cui interagiamo. Save the Children, come l’Unicef, hanno come mission i bambini, in particolare quelli che abitano a una certa distanza di sicurezza dal donatore. Partono bene, insomma.

Ok, usi i bambini. Può avere senso. Ma questi bambini, banalizzando un po’, devono piangere o devono ridere? Beh, dipende. Se facciamo un discorso di mero fundraising, dipende dal tuo target. Il tuo target è una persona che si vuole sentire efficiente, attiva, che vuole vivere la gratificazione del sostegno a distanza senza essere troppo aggredita da immagini disturbanti? In altre parole, è una persona già sensibile e ben disposta, che non ha bisogno di forzature per fare una donazione e al limite ne è disturbata, anche parecchio (come nel caso dei miei amici Barbara e Nestore)? In quel caso, immagini positive, che mostrino – come dice l’anglosassone Floriana – un achievement, sono certamente le più adatte. Ma se invece puntiamo al grande pubblico? A quello che fa zapping, che parla per lo più di gossip e di calcio, e che comunque è molto ben focalizzato sugli affari propri? Qui con l’achievement ci fai la birra. Serve un’immagine forte, che parli dritto alla pancia, meglio se accompagnato da un’istruzione immediata: un sms solidale, un clic su un sito, qualcosa che si possa fare subito, travolti dall’emozione del momento (perché probabilmente a quel bambino in lacrime, che geograficamente non sa nemmeno bene come collocare, il donatore non ripenserà mai più – o almeno fino al prossimo spot).

E se tu, ONG o organizzazione internazionale,  non ti occupi solo di bambini? Pigliamo ad esempio l’UNHCR, l’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i Rifugiati. Quest’estate l’agenzia è stata oggetto di critiche abbastanza precise per il suo stile di comunicazione: addirittura si è parlato di “pubblicità ingannevole”. In poche parole, si notava che sul sito e negli spot UNHCR i rifugiati erano per lo più africani (e in buona misura anche bambini), quando a rigore il numero maggiore dei rifugiati proviene, attualmente, da Afghanistan, Cina e Russia. Ma l’africano bisognoso funziona meglio e consente una comunicazione più chiara: quanti abbinerebbero il concetto di rifugiato a un cinese? Il donatore poi, idealmente, deve essere soggetto agli stessi stimoli di pancia, per cui pochi uomini, abbondanza di donne indifese e pargoli sotto le tende blu, con il logo UNHCR chiaramente leggibile in ogni scatto. La finalità sono le donazioni, no?

Ecco, qui entro io e la mia irritazione. Vedete, le ragioni del marketing e del fundraising le conosco e le capisco pure. Il problema è che secondo me nessuna di queste ONG, Agenzie ONU o simili (mettendo dentro anche noi del Centro Astalli) può avere come unico obiettivo il fundraising quando fa comunicazione. Tutti noi abbiamo anche dei chiari obiettivi di advocacy e di sensibilizzazione nelle nostre mission. Quindi non si può fare uno spot in un certo stile solo perché funziona, disinteressandosi delle ricadute che ha in termini di messaggio indiretto e di immagine delle persone coinvolte. Non si può limitarsi a difendere i diritti delle persone in sede istituzionale, con ricerche, rapporti e iniziative politiche e poi, per sollecitare le donazioni, lavorare disinvoltamente con gli stessi stereotipi che in altre occasioni sosteniamo di voler scardinare.

Noi di Astalli, ne scherzavo in varie occasioni con alcuni di voi, abbiamo un prodotto assai difficile da vendere. Rifugiati, spesso adulti, in buona parte mediorientali e discretamente malridotti, che hanno per giunta il torto di vivere in Italia, nelle nostre città. Qui dove con 50 euro non si ottengono” achievements” spettacolosi, ma una decina di pasti a mensa o al limite un paio di occhiali per una persona che faticosamente cerca di imparare una lingua ignota dopo una dolorosa cesura esistenziale e magari, tra le altre cose, è anche miope. Essere miopi non ha niente di eroico, ma può essere un impedimento sufficiente per molte cose, quando non si ha nulla per vivere. Noi per giunta siamo convinti che sostenere queste persone non abbia a che fare con la bontà, ma con la giustizia. Persino, reggiamoci forte, che spesso siano i rifugiati che possono aiutare noi italiani, qui, in questo Paese. E non tanto perché “ci pagano le pensioni” oppure perché “fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare”. Purtroppo anche queste due cose, al momento, sono verissime. Ma noi pensiamo piuttosto ai valori che portano: combattere per un ideale; pagare un prezzo alto per la propria integrità; avere il coraggio di superare prove indicibili, nonostante tutto; la resilienza; la speranza.

Leggevo, sempre su Facebook, in un’altra discussione che avrei volentieri fatto dal vivo (si parlava di “diritto alla maternità”), una frase che mi ha colpito: “ Dove si mangia in 3 si mangia in 4 per me non esiste. Non esiste tanto Dio vede e provvede.” Chiaramente qui la decontestualizzo per amore di argomentazione, ma forse il punto è anche questo. Siamo davvero di essere tanto sicuri di aver ragione noi? Io tutte le volte che mi sono trovata a vivere, nei fatti, quelle frasi tanto vituperate, ho sperimentato una grande gioia. Una sensazione di liberazione e di grazia. Ma, come al solito, quando penso all’esperienza con i rifugiati, la testa se ne va per conto suo. Se potessi, forse sarebbe questo che vorrei comunicare: non sapete cosa ci perdiamo, rendendo la vita impossibile a queste persone. E poi, ancora: ma vi pare normale che con la nostra ignoranza e indifferenza facciamo morire tutta questa gente? Questo, va da sé, non sollecita le donazioni.

Tante cose che dico, che diciamo, non sollecitano le donazioni. Dei cari amici che non sono tanto imparziali perché spesso e volentieri sono nostri alleati diretti (e loro sì che ci capiscono di comunicazione) oggi hanno scritto sulla mia bacheca che noi di Astalli comunichiamo ” per contribuire alla costruzione di un mondo dove le persone abbiamo voglia di rimboccarsi le maniche per le ingiustizie”. C’è del vero, sicuramente. Ma ho la sensazione che così facendo parliamo assai poco alla pancia (e al portafoglio).

Finisco con una domanda. E il fantomatico reality Mission,  che a fine anno la RAI manderà in onda, come si collocherà rispetto a quanto detto sopra? Per chi non ha seguito il dibattito agostano in merito, vi riassumo brevemente che si tratta di una trasmissione  in alcuni volti noti televisivi italiani affiancheranno gli operatori umanitari di due importanti organizzazioni umanitarie, l’ong italiana Intersos e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), nel lavoro di assistenza ai rifugiati in campi profughi in Africa e in Medio Oriente. L’ennesima spettacolarizzazione del dolore o un progetto innovativo di “social TV”? Il dibattito è destinato a restare aperto, almeno fino alla prima puntata (qui uno status quaestionis).