Too #BAD


A volte avere splendide expat come amiche aiuta a venire a sapere, seppure in corner, di iniziative interessanti e pertinenti come quella di oggi: il Blog Action Day 2013, dedicato addirittura ai diritti umani.

Ci sarebbe l’imbarazzo della scelta riguardo agli argomenti da affrontare. In questi ultimi giorni si è parlato soprattutto di diritti delle salme, da quella di Priebke a quelle, assai più numerose, delle vittime del naufragio del 3 ottobre scorso a Lampedusa. Non starò qui a sminuire l’importanza di una degna sepoltura, né a gettarmi in uno sterile dibattito rispetto alle valenze che essa può avere (per i vivi): rimando senz’altro i miei lettori a due classici senza tempo, l’Antigone di Sofocle e I sepolcri di Foscolo. Sono letture di gran lunga più arricchenti e stimolanti di tutti gli editoriali di dubbio gusto che tocca sorbirsi in queste occasioni, per tacere dei dibattiti televisivi.

Ma se si parla di diritti umani credo che sia in primo luogo di vivi che ci si debba interessare. E uno dei diritti che più mi sta a cuore, come cittadina (del mondo) e come genitore, è quello all’istruzione. Non ricordavo che uno degli Obiettivi di sviluppo del Millennio (che mi paiono spariti dai radar degli interessi politici, almeno qui nell’Italietta dei dibattiti sull’indulto e sulla legge elettorale) è raggiungere l’istruzione primaria universale entro il 2015.

Sì, vabbè. Secondo un recente rapporto di Unesco e Save the Children, nel mondo circa 50 milioni di bambini, dai 5 ai 15 anni, non vanno a scuola perché colpiti dagli scontri o arruolati nei corpi armati. Nel 2012, sono stati 3.600 gli attacchi di vario tipo per impedire ai bambini l’accesso all’educazione, tra i quali si contano violenze, bombardamenti di scuole, reclutamento dei minori in gruppi armati, torture e intimidazioni contro bambini e insegnanti sfociate in morti o ferimenti gravi. Inoltre, prosegue il rapporto, “resta scandalosamente bassa la quota di fondi destinati all’educazione nelle emergenze umanitarie, che è passata addirittura dal 2% del totale dei fondi umanitari in emergenza del 2011 all’1,4% del 2012”.

Ne ho parlato tante volte: purtroppo nelle emergenze si tende a considerare l’educazione come un accessorio di lusso, il cui acquisto è rimandabile. Per questo mi piace tanto come lavora il JRS. Chiudo questo post quindi con qualche bella storia di impegno concreto, di resistenza e anche qualche successo da alcuni Paesi del mondo in cui il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati opera. Sono storie che, anche se dolorose, fanno bene a tutti: condividiamole.

Kenya, un sogno diventato realtà

Congo: libri, non armi

Siria: un disastro senza fine

 

Biancaneve non ha solo morso la mela


Per non pensare alle nubi nere che si addensano sulla mia attuale visione dell’anno scolastico in corso, registro qui una interessante richiesta di Meryem. “Mamma, quando io ti racconto una cosa, tu devi fare come il maestro, devi chiedermi tutta la storia”. Cioè, Guerrigliera? Lei scuote la testa con una certa commiserazione, poi mi spiega con aria saputa. “Se io ti racconto la favola di Biancaneve e ti racconto solo che ha morso la mela ed è morta, non ti ho raccontato tutto, no? Tu solo da quello non puoi capire”. Giusto. “E quindi se io ti dico solo una cosa e non tutto, tu non capisci cosa è successo. Hai capito, ora?”. Credo di sì. Quindi ribatto: “Ah, ok. Quindi quando mi hai detto che l’amichetta K. ti ha spinto, non mi hai detto tutta la storia”.

Incredibile. Ci ho preso. La Guerrigliera annuisce vigorosamente e si lancia in una dettagliata descrizione di una missione di spie, di un tamponamento involontario e del suo ruolo eroico: “Mi faceva terribilmente male, ma non ho detto niente, perché non volevo che K. fosse sgridata. Allora, visto che soffrivo, l’amichetta C. mi ha medicato con un fazzoletto bagnato”.

Contesto, si chiama contesto. Allora qualcosa la impara, a scuola. Voglio essere paurosamente ottimista: forse qualcosa la impareremo anche noi genitori.

Rappresentare


Giuro che pensavo a questo post prima che il tema delle elezioni tornasse di attualità così scottante per tutto il Paese. Però, inevitabilmente, la mia riflessione micro si rispecchia nel macro del caos che continua a circondarci in ogni direzione. Meryem quest’anno ha cominciato la prima elementare e io, come genitore, ho fatto il mio debutto in un Istituto Comprensivo. Nel giro di due settimane scarse, le mie poche (relative) sicurezze si sono sciolte in un pozzo di dubbi. Mi piacerebbe dunque confrontarmi con chi mi legge sul tema della democrazia rappresentativa a scuola. La situazione di partenza (inizio anno scolastico in una scuola italiana) credo che sia abbastanza chiara. Ci è stato spiegato che in un giorno ics la nostra classe è chiamata ad eleggere un rappresentante. Abbiamo dunque un gruppo di circa quarantasei capocce (escludendo i nonni e supponendo coppie di due genitori) che da qui a un paio di settimane, senza aver davvero avuto modo di realizzare che qualcosa le accomuna, devono democraticamente eleggere chi è deputato/a a parlare a nome di tutti. Già a questo livello si registra qualche difficoltà. Si è iniziato a comunicare per mail, in aggiunta (presumo) alle chiacchiere più o meno episodiche sui marciapiedi, a cui io non partecipo per poca disponibilità di tempo. Subito si è manifestato un fenomeno comune. Ciascuno parla, prevalentemente, con chi già conosce e, come per magia, trova piena approvazione. Ne deduce che tutti la pensino allo stesso modo. Salvo poi rendersi contro che un altro, di idee piuttosto diverse, ne è altrettanto convinto. Che fare? Si andrà alle urne alla data fissata, un rappresentante sarà nominato, ma non è prevista verifica di fiducia in nessuna fase. Sospetto peraltro che l’afflusso ai seggi sarà ridottissimo, quindi mi chiedo: cosa ne verrà fuori? Mi pare che il bivio che ci si para davanti sia, tragicamente, il disinteresse o l’interessamento. La seconda via è già irta di rogne e di screzi.

Salendo di un livello, ho partecipato a una riunione del comitato dei genitori, assemblea di confronto di tutti i genitori dell’Istituto comprensivo (una scuola dell’infanzia, una scuola elementare, due scuole medie). Era presente una quindicina di persone. Tutte si conoscevano già, a parte i pochi nuovi arrivati, e detenevano cariche che non ci sono state del tutto illustrate. Uno dei presenti rappresenta attualmente i genitori, tutti i genitori, al Consiglio di Istituto, unico organo che potrebbe, in certa misura, passare dalla lamentela sterile alla proposta di cambiamento concreto. Qui la mia perplessità è stata ancora maggiore. Ma i genitori, parecchie centinaia, che vengono così rappresentati, lo sanno? Forse sì, forse no. Sta di fatto che sembrano disinteressarsene completamente. Quindi, almeno nella mia scuola, via via che ci si avvicina a spazi deputati a lavorare per un bene comune appena un po’ più ampio della singola classe del singolo figlio, il fuggi fuggi pare totale, percentualmente. Peccato che il rappresentante di classe può certo svolgere un servizio prezioso e facilitare l’esperienza di tutti (o anche il contrario), ma può cambiare ben poco delle famose “cose che non vanno”. Già la rappresentanza ai genitori al Consiglio di Istituto, se ragionevolmente organizzata, può avere un impatto maggiore e più duraturo.

Va detto che già a questi livelli minimi di partecipazione civica si profilano, sia pure a livello embrionale, i meccanismi che tanto scoraggiano il cittadino medio da assumere un ruolo attivo nella vita politica, in primis la sensazione prepotente di scontrarsi con gruppi chiusi, poco permeabili, e che tali gruppi abbiano già chiaro cosa sia bene pensare, fare e, soprattutto, non fare. Il clima che si respira non è di entusiastica propositività, ma di rassegnazione e torpore, ravvivati occasionalmente da polemiche sterili. Senza aver fatto ancora nulla, mi sono sorpresa già un paio di volte a pensare “Ma chi me lo fa fare?”. Non è bello e sono fermamente intenzionata ad andare oltre, se mi sarà possibile.

Per onestà però mi dico che me lo riprometto ciclicamente, anche per il macro, e alla fine non sono mai riuscita a trovare una parvenza di bandolo da cui valga la pena partire. E voi? Come vivete la democrazia scolastica? Ci credete? (E qui mi fermo, perché se allarghiamo il discorso sarebbe fin troppo facile esprimere scetticismi).

Siamo nel turbine


Cari maestri della Guerrigliera,

avete appena vinto mia figlia come alunna della vostra nuova prima. Sono solo uno dei genitori di questi piccoli-ma-anche-grandini. Siamo carichi di aspettative e di paure, alcune razionali, altre meno. Io ostento una certa disinvoltura, ma sappiate che ho messo un biglietto con tutti i nostri numeri di telefono nella tasca superiore della cartella glitterata di Trilli. Così, nel caso che nella confusione che regna non vi trovaste i recapiti necessari.

Il primo giorno io e Meryem avevamo ancora negli occhi lo scintillio di Papa Francesco. Io, personalmente, camminavo a qualche metro dal terreno. Il che mi ha aiutato a sopravvivere alla ressa indicibile del cortile. Ho visto anche in voi la mia stessa delusione davanti alla sciatteria, ai disguidi inspiegabili, ai piccoli pasticcetti meschini che si potevano evitare con un briciolo di buon senso in quel giorno speciale. Quindi non vi scrivo per lagnarmi. Ho visto anche i bigliettini con i nomi disegnati e preparati con cura (e se qualcuno ne mancava questo non era imputabile a voi), il tentativo di far accogliere i nostri figli dagli alunni delle quinte. Ho visto la buona volontà.

Io sono uno di quei genitori che non conoscono già la scuola, che non hanno canali preferenziali, che non sapevano in anticipo la composizione vera o presunta delle classi. Come me ce ne sono moltissimi, anche se gli altri si notano di più perché si mettono in prima fila, salutano tutti, bisbigliano tra loro. Noi siamo quelli che abbiamo creduto, o fatto finta di credere, che fosse impossibile affiggere gli elenchi qualche giorno prima per motivi tecnici. Non siamo del tutto idioti, beninteso. Ma capiamo che era già pesante gestire le proteste di chi nonostante le regole sapeva, figuriamoci che seccatura sarebbe stata ampliare la platea dei potenziali insoddisfatti. Ma anche questo chi di voi lavora da tempo in questa scuola, lo sa bene.  Non vi scrivo né per denunciare, né per protestare.

In questa prima settimana di scuola sono stata una madre un po’ appannata. Distratta, preoccupata da questioni di lavoro, poco presente e poco paziente. Confesso. Chiedo venia. Vi dirò di più: succederà ancora. Abbiate pazienza con me. Però non vi ho scritto nemmeno per giustificarmi.

Vi ho scritto per augurarvi un buon anno scolastico. Per dirvi coraggio, perché ne avete bisogno voi come ne ho bisogno io. Per manifestare il mio impegno a stare dalla stessa parte in questa battaglia difficilissima per tenere in piedi la scuola pubblica, almeno nell’angolino che ci compete. So che conservare questa buona volontà non sarà facile e che il mugugno e la critica selvaggia sono nel corredo genetico del genitore italico, me compresa. Che dirvi? Eccoci qui, ancora alla linea di partenza. Io cercherò di guardare con entusiasmo al pezzo di strada che correremo insieme. Così spero di voi.

 

La toppa più grande dell’anno: le vacanze


Essere genitori, mettere toppe. Anche io, come molti, sono rimasta colpita dalla metafora proposta da Genitori Crescono. La prima, più clamorosa toppa che mi viene in mente è quella delle vacanze estive. Una premessa: sarò io che non so cucire, sarà lo sbrego (si dice, “sbrego”? mi sa che è un po’ veneto, ma rende l’idea più di “strappo”, solo a dirlo pare che si allarghi…) che è immenso ed eccede, per superficie, la stoffa che ho a disposizione, ma la toppa delle vacanze estive è di gran lunga la più insufficiente e insoddisfacente della mia carriera di genitore.

Non vi ammorbo di lamentazioni, ma – tanto per capirci: niente nonni fungibili (solo una nonna ottantottenne che resta a Roma), niente case al mare, in campagna o in montagna, tre settimane di ferie mie da giocarsi rigorosamente in agosto e un padre kebabbaro, che giusto stamattina mi comunica che no, boh, non lo sa se e quando riesce a liberarsi, ma più probabilmente non ci riesce affatto. E anche fosse, lo saprebbe il giorno prima.

Aggiungete le risorse economiche assai limitate e il gioco è fatto. Altro che mamma imperfetta. Mi sento la madre peggiore del pianeta. Già adesso, che sto organizzando la festa per il compleanno di Meryem (16 giugno), si inizia a sentire il ritornello: “No, sai, la/o mandiamo dai nonni al mare all’inizio di giugno, come si fa a tenere i bimbi in questa città così afosa e inquinata/come si fa a mandarli a scuola in quel forno di classi fino alla fine del mese/eccetera eccetera”. Già, come si fa? E se mi azzardassi a confessare che io Meryem in  città la tengo tutto giugno, tutto luglio e anche qualche settimana di agosto? Mi denuncerebbero ai servizi sociali? Insomma, lo so che non è colpa degli altri, che hanno più possibilità di me. Potendo, me ne avvarrei anche io. E quindi scatta – in realtà è già scattata – la ricerca del campo estivo.

Solo che non c’è ricerca di mercato peggiore di quella condizionata da svariati vincoli logistici e alimentata dal senso di colpa crescente. Che io faccia pessime scelte è quasi matematico. Quest’anno poi, alla luce delle esperienze degli anni precedenti, sono pericolosamente propensa a soluzioni al di sopra delle mie possibilità, nella speranza che Meryem non passi tutto il tempo parcheggiata davanti a dvd a prendersi i pidocchi.  Per onestà devo ammettere che lei non è mai rimasta traumatizzata dalle esperienze in questione. Il problema è tutto mio. Però lo vedo enorme, insormontabile e angoscioso.

Un pensiero mi frulla in testa: abbiamo un bell’appellarci alla scuola pubblica, ma se la scuola per un terzo dell’anno chiude, col cavolo che i bambini hanno tutti le stesse opportunità. Per quanto lo ricacci, mi continua a tormentare. E sotto la costosissima toppa, lo strappo si allarga.

Ora vi lascio: vado a staccare un altro assegno per mettere una toppa su un altro paio di settimane di luglio.

 

Cambiare si può


Avrete capito dal penultimo post che non attraverso un periodo di entusiastico ottimismo. Per fortuna il caso ogni tanto mi dà una mano. Oggi ero all’Istituto Federico Caffè, per una lezione sulla cittadinanza. Avevo pensato molto a questo intervento, che mi dava anche una certa preoccupazione: ho cercato e, per fortuna, anche trovato delle testimonianze (video e dal vivo) chiare, credibili, interessanti per una platea di un centinaio di ragazzi. Il risultato – e non per merito mio – ha superato di molto le mie aspettative.

Nonostante le preoccupazioni dei professori, abbiamo trovato un pubblico attento e coinvolto. Già da subito uno degli studenti ha chiesto di intervenire e con piacere l’ho inserito nella scaletta mentale che aggiornavo via via. Parto dunque con il trailer del documentario 18 Ius Soli, introduco un po’ il tema, faccio parlare Milena, educatrice del Centro di Aggregazione Giovanile Matemù, nata in Italia e non cittadina per burocrazia. Milena, figlia di genitori capoverdiani, non ha potuto usufruire della “finestra” prevista per i diciottenni nati in Italia a causa di un “buco” nella sua continuità di residenza (un mero disguido, lei è sempre vissuta qui): adesso si trova davanti a richieste assurde, tipo quella di far tradurre il suo atto di nascita (del Comune di Roma!) dall’Ambasciata di Capo Verde, perché quello rilasciato dall’anagrafe non avrebbe i requisiti necessari.

Qui  si inserisce l’intervento del primo studente: angolano, arrivato in Italia a 6 anni, rappresentante di istituto, molto desideroso di partecipare alla vita politica. Mi colpisce questo ragazzo, che dietro l’apparente spigliatezza, è in realtà molto emozionato, eppure ci tiene a parlare davanti a tutti, a far presente ai compagni che la vita di un immigrato è difficile, che spesso una casa e un lavoro fisso non li si ha, ci si arrangia come si può. “Io vorrei avere il diritto di votare, non per avere qualcosa di più degli altri, ma per eleggere persone che sento più vicine, che possano rappresentarmi”.

Questo ci dà il là per passare alla seconda parte dell’intervento, la cittadinanza per naturalizzazione e il tema dei diritti civili. Qui passo la parola a Isabel, rifugiata, in Italia da 13 anni e che da 3 anni sta tentando di ottenere la cittadinanza italiana: la pratica al momento è bloccata perché non ha un contratto di lavoro, uno della lista snervante di requisiti richiesti. Sono già moderatamente soddisfatta di come è andata, quando noto un bellissimo ragazzo di colore (ebbene sì, anche l’occhio vuole la sua parte) che si agita vistosamente sulla sedia, chiaramente ansioso di prendere la parola. Gli passo il microfono e non me ne pento.

Il secondo caso della scuola sembra il negativo del primo. Il ragazzo è figlio di cittadini della Guinea, è arrivato in Italia a due anni, ha sempre vissuto “nella stessa casa” e i requisiti per chiedere la cittadinanza li ha tutti. Però non la vuole. I genitori insistono, ma lui non la vuole proprio. Non gli interessa. Nonostante la vistosa cadenza romana, non si sente italiano. Niente di personale, eh? “Qui mi trattano bene, mi vogliono tutti bene”. Ma per la cittadinanza gli basta la Guinea. Concorsi pubblici? “Considerato come vado a scuola, dubito che comunque li passerei”, ribatte con un sorriso assassino. A Dio piacendo, “da grande” (dice proprio così, questo cristone di 17 anni che mi supera di una spanna) magari vivrà all’estero. Il senso della provocazione è chiaro, e viene raccolto con entusiasmo dai compagni (anzi, nello specifico, da due compagne: sarà l’innegabile fascino del non-cittadino?).

Le fanciulle sono infervorate, indignate, sparano a zero sulla politica italiana. Che senso ha questa legge? Non è giusto. E ancora: ci credo che lui non vuole essere italiano, visto questo schifo di leggi che ci troviamo. Ci siamo dimenticati la Bossi Fini? E tutte le connesse assurdità? Lo sfruttamento dei migranti eccetera eccetera? La passione, se si vuole un po’ ingenua, ma certamente sincera di queste ragazze fa bene al cuore. Rispondo come posso, faccio qualche sottolineatura e sento la mia voce dire: “Bisogna essere ottimisti, prima di tutto perché una scuola è un luogo in cui essere pessimisti è un delitto, un’assurdità. E’ importante che ognuno sia libero di scegliere la propria appartenenza e anche la propria cittadinanza. L’importante però è che non lasciate che tutto vi scivoli addosso. Pensateci, a che cosa significa per voi partecipare. Perché l’esercizio dei diritti civili è l’unica strada prevista e legittima per cambiare davvero le cose. Anche se ci pare, oggi, che la strada non ci sia, dobbiamo però continuare, impegnarci, non sottrarci”. Lo penso sul serio e essere in quell’aula magna mi aiuta molto a crederci. Ho provato un sentimento simile anche poco più di un anno fa, al Cattaneo, e lo sento ancora più chiaro oggi, vedendo questi ragazzi che, nonostante gli scrupoli della loro professoressa (“finiamo qualche minuto prima, il tempo di attenzione di questi nativi digitali è limitato”), non si scoraggiano e continuano a intervenire, facendo coraggio anche a qualche docente.

Torno in ufficio molto, molto più convinta di quando l’ho lasciato, venerdì sera. Nel pomeriggio leggo questa notizia, di cui mi era già arrivata qualche voce. In Vaticano tira un vento nuovo, decisamente. Penso a quante volte, sbagliando, ho detto e pensato: “Non cambierà mai”. Penso a quante volte questa frase mi è tornata in mente anche nelle ultime ore, e non senza qualche ragione. Scoraggiarsi si può, ci mancherebbe. Gli sfoghi servono, servono i paradossi, le invettive (venerdì mattina a un certo punto inveivo augurandomi un’invasione indiana dell’Italia, per dire). Serve anche leccarsi le ferite, per un tempo ragionevole. Ma solo se dopo ci si rialza e si ricomincia a sperare (senza dimenticare di rimboccarsi le maniche, per quel che si può).

 

Mica facile


Annunciare un post è un errore fatale. Specialmente se poi uno scopre che mica è tanto facile parlare di visioni e della loro costruzione. Il giorno dopo la presentazione del libro di Emilio Vergani (Costruire visioni. Fare il mondo come dovrebbe essere, Exòrma) raccontavo alla mia collega quanto mi avesse colpito la presentazione. “Bello, e di che parla?”. Gasp. Ho arrancato penosamente. Lei, per educazione, annuiva. Ma non sono riuscita ad articolare granché. E lì ho cominciato a capire che questo post non sarebbe stato una passeggiata.

Per fortuna ho preso appunti. Quelli analogici, con la biro sul quaderno. E’ un’abitudine che non riesco a perdere e mi ha salvato in molte occasioni. La presentazione, si diceva. Ricordo che, non molto tempo fa, si diceva con qualcuno che le presentazioni di libri “non funzionano più”. Non ricordo se fossi d’accordo o meno. Forse sì. Oggi direi, forse più banalmente, che dipende dalla presentazione. Certo, nessuno ha più voglia di muoversi in giro per la città, specialmente qui a Roma, per assistere a uno spot pubblicitario dal vivo. Ma se la “presentazione” diventa un’occasione di avere qualcos’altro, il discorso potenzialmente cambia. La presentazione organizzata da Exòrma mi ha permesso, per parafrasare un’espressione cara al libro, di “abitare” questo volume prima ancora di leggerlo. Credo che sia importante, per il fatto che il libro di Emilio Vergani sembra fatto per essere inserito in un dialogo. E’ in forma di dialogo l’ultimo dei capitoli, forse il più efficace di tutti. Ma anche il resto bisogna immaginarselo nello stesso contesto.

Ma insomma, di che parla questo libro? Credo sia stato molto azzeccato partire da una citazione, questa:

“Io penso che il senso del possibile in qualche modo sia presente in tutti noi proprio perché tutti noi siamo creature di senso – e non solamente di fatto. Però in molte persone il possibile viene come spento – forse perché ritenuto inutile alla vita quotidiana, al lavoro, ai rapporti sociali – al punto che, in breve, se ne perde coscienza e abilità. Quando però non si perde ma rimane attivo alcuni riescono a ricavarne un esito non scontato. Quell’esito è la visione. In altre parole, la visione è il risultato creativo del senso del possibile messo al lavoro”. 

Giovanni Anversa ha definito questo volume “un libro atteso”. Nel senso che magari uno a priori non lo sa, ma poi – una volta letto – capisce che c’era proprio bisogno di fermarsi a pensare su come dare carne alle visioni e su perché oggi sembra più che mai difficile farlo. La visione non è un’utopia, non è un sogno. Che le persone abbiano bisogno di sogni è un assunto incalzante di una certa politica, che ci assilla con una sorta di “coazione onirica” (cito, mischiandoli, i relatori della presentazione). Ma la visione, soprattutto, non è l’elenco delle cose che ci pare giusto fare: insieme (o invece dei?) sogni, la politica ha scoperto gli elenchi. Otto punti, dieci punti. Concreti, pragmatici. Del tutto privi di orizzonte, intrinsecamente sterili. Non si vive solo di “to do list”, per quanto esse possano rivelarsi utili.

Cominciate a capire? Non si tratta solo di politica. All’inizio del ‘900 la visione nutriva molto le scienze: quelle sociali, quelle politiche, ma anche le cosiddette scienze dure (buttiamo lì qualche nome, a cui si fa riferimento nel libro: Basaglia, don Milani, Olivetti, i padri costituenti, Einstein…). Provate a riflettere su queste affermazioni di Vergani: oggi la letteratura ha chiuso i battenti, ci resta la narrativa; il cinema è ridotto a intrattenimento. L’ultimo visionario dei nostri tempi pare Steve Jobs. Cosa manca, cosa manca a noi, alle nostre vite e alla nostra cultura? La capacità di vedere quello che non c’è (ancora). La capacità di tracciare un’esperienza di senso, di alzare lo sguardo su un orizzonte. Condiviso.

Questo vale prima di tutto per il nostro stile di vita, che finisce per essere orientato verso beni di consumo, più che verso beni relazionali. Anche sul nostro modo di essere genitori. Negli ultimi due decenni non si è fatto che parlare di società del rischio, di insicurezza, di liquidità. Oggi ci troviamo nella società dell’eccesso di protezione, della ricerca della sicurezza a tutti i costi. Ci fanno paura cose che non sappiamo neanche bene cosa significhino. Passiamo la vita a erigere recinti protettivi. Non ci chiediamo più cosa e quanto perdiamo (noi, e più ancora i nostri figli) in questo zelante abbassare lo sguardo nel piccolo raggio di ciò che crediamo di controllare.

Altro spunto interessante. Un’altra reazione comune è quella delle visioni individualistiche, monotematiche, assolutizzanti, esclusive. Le monovisioni portano a leggere tutto in una chiave unica, a cercarsi e riconoscersi in etichette ristrette: quella di genere, quella di un certo tipo di alimentazione, quella di una specifica scelta educativa e via così. Sembra si faccia difficoltà, o addirittura si eviti, di cercare una visione più grande in cui comporre i nostri singoli pezzetti. Guardo il mio, assolutizzo il mio, mi riconosco solo in chi è esattamente come me (e se posso consolidare le mie sicurezze attaccando chi è diverso, funziona meglio). Penso a certe discussioni, anche sul web, e mi pare maledettamente e tristemente vero.

Dove coltivare il senso del possibile? Al momento pare proprio che non ci sia proprio lo spazio fisico. La politica, esangue, è l’ombra di se stessa. La scuola? La famiglia? Quel che si vede non pare promettente. Questo rattrappimento del senso del possibile va a braccetto con la paura, di cui ci nutriamo quotidianamente (e, questo aspetto mi fa davvero pensare, in cui per forza di cose immergiamo i nostri figli fin dalla nascita). La paura si supera solo con uno slancio in avanti. Uno slancio per cui fatichiamo a trovare una motivazione.

Viviamo immersi in questa mancanza di visione, a partire dal linguaggio. Il linguaggio ci fa dire cose di cui neanche siamo consapevoli. Lavorare sull’etica del linguaggio, anche attraverso la narrazione, ci aiuta a tornare consapevoli, a evitare di ritrovarci in una realtà che non ci appartiene, ma da cui siamo detti. Ma come ritrovare uno spazio pubblico del racconto di sé? Come fare il passaggio di condivisione di orizzonte che permette di costruire una storia diversa?

Questa è un’altra di quelle occasioni in cui mi piacerebbe parlare con voi non solo per iscritto. Mettersi tutti insieme in un luogo fisico e vedere dove ci porta la discussione. Intanto me lo dite se ci sono riuscita a passarvi un pezzetto di questa matassa di idee che mi si è aggrovigliata in testa?

Vi lascio con un video delizioso, che racconta la presentazione di Roma. Vi raccomando soprattutto la ricetta di Giovanni Anversa, nella parte centrale del video.

Solo un dettaglio (e una proposta)


Una mattina ordinaria, in ufficio. Traduco, un po’ meccanicamente, gli aggiornamenti sulla crisi in Siria che arrivano dall’ufficio internazionale del JRS. Intanto penso alla presentazione che dovrò fare domani, ripercorro mentalmente le crisi internazionali: Siria, appunto, Mali, Repubblica Centrafricana. Fin qui il lavoro. Poi leggo: “il team del JRS Byblos”. E mi si apre una voragine mentale.

Byblos, Biblo. Mai vista, ma nominata – nella mia vita precedente – innumerevoli volte. Le punte di freccia iscritte, preme attestazioni di scrittura monoconsonantica; la misteriosa scrittura pseudogeroglifica, che il mio maestro crede di aver decifrato, ma chissà; il bellissimo sarcofago di Ahiram (o piuttosto Ahirom), con i suoi leoni accucciati e l’indimenticabile raffigurazione del re morto il trono con il fiore rivolto all’ingiù. Il tempio degli obelischi, la Signora di Biblo, Adone. Filone di Biblo e i suoi racconti misteriosi e frammentari. E, ancora, pescando indietro nei millenni: le lettere insistenti di Rib-Adda al faraone Akhenaton, conservate nell’argilla di El Amarna. Quanto abbiamo scherzato con gli amici su quei testi: “Ho scritto tanto, ma il mio Signore ancora non ha mandato le sue truppe in mio aiuto: forse la mia lettera è andata smarrita?”. Sembrava Snoopy che scrive all’editore. 60 ne ha scritte, di quelle lettere (almeno) e il grande re di Egitto se ne è, a quanto ci risulta, del tutto fregato.

Biblo, un mondo intera di orientalistica antica, moderna e contemporanea. Il mondo di immagini e scoperte che ho, forse indebitamente, sentito mio per anni e anni. Oggi quella Biblo è tornata Byblos. Gli operatori del JRS preparano pacchi di viveri per le famiglie rifugiate.

“La vita è dura per i rifugiati in Libano, dove devono pagare affitti alti per alloggi male arredati, sono spesso sfruttati per i lavori più umili e hanno difficoltà a mantenere le loro famiglie. I cesti di cibo del JRS sono essenziali per queste famiglie, ma i bambini non hanno solo fame di pane, ma hanno fame di istruzione. Per rispondere alla loro fame, il JRS presto inizierà il Programma di Apprendimento Accelerato (ALP) per bambini siriani che hanno bisogno di imparare rapidamente francese, inglese e elementi di matematica per accedere e integrarsi nel sistema scolastico libanese”. Così scrive il Direttore Internazionale del JRS.

Il “nostro” Medio Oriente da giovani orientalisti entusiasti era finto? Non credo. Sincera era la passione, la voglia di capire e, in qualche modo, la ricerca di verità che ci animava allora. Penso a quante parole e persino litigi sul tema della “decolonizzazione” dei nostri studi. Oggi, quello che mi resta, è un pensiero confuso: noi, più di altri, sappiamo quanto si debba andare fieri, come uomini, del contributo di queste terre alla civiltà di tutti. Che questo ci aiuti a non dimenticare, non solo ciò che è stato, ma ciò che sta avvenendo in queste ore.

Che possiamo fare? Chi ci crede, preghi. Cerchiamo di tenere alta l’attenzione, di informarci. Eventualmente, di sostenere chi è lì. Ma non si tratta solo di soldi. Lo sto pensando mentre lo scrivo. Non sarebbe bello fare arrivare il nostro sostegno ai bambini siriani che si preparano a tornare a scuola, in Libano, nei prossimi mesi? Vogliamo raccogliere un po’ di disegni dei nostri figli, letterine e simili, per far loro sentire che li pensiamo? Poi mi informo dai colleghi su come si fa a farglieli avere (al limite scannerizzandoli). Che ne pensate?

Forse non tutti sanno che


Come fanno le formiche uscite da un formicaio a ritrovare la strada di casa?

Qual è la differenza di alimentazione tra un picchio rosso e un picchio muratore?

Come avviene, nel dettaglio, l’accoppiamento delle libellule?

Come marcano il territorio le volpi?

Queste e molte, molte altre fondamentali nozioni erano contenute ne Il tuo primo libro della foresta, primo libro portato a casa da Meryem dalla biblioteca scolastica. Il progetto vuole che i bambini portino a casa il libro il venerdì e lo rendano il lunedì successivo. Ho mostrato molto entusiasmo per l’iniziativa, che mia figlia del resto pare aver preso molto seriamente. Avrei forse immaginato, però, una bella favola, tanto per cominciare.

La lettura integrale del volume è stata fatta in cinque intense sessioni. Ci siamo diligentemente sottoposte ai test di verifica alla fine di ciascun capitolo, in cui abbiamo dimostrato una discreta padronanza nel distinguere la cacca del coniglio da quella dell’arvicola. Abbiamo familiarizzato con insetti i cui nomi, confesso, continuano a sfuggirmi (e che spero ardentemente di non incontrare mai). Ho la coscienza di madre a posto.

Però. Non mi sono sentita di caldeggiare la realizzazione dell’attività pratica suggerita in fondo a uno dei capitoli: mettere strati di terra e sabbia alternati in un barattolo di vetro, coprire con foglie marce e introdurre nel contenitore “alcuni lombrichi” onde poter osservare come scavano i tunnel. Glielo facessero fare in classe, se lo ritengono indispensabile per la sua formazione di cittadina.

Lezioni di educazione civica (il tassista serio e la preside sopraffatta)


Stamattina per seguire la mia tabella di marcia mi servivano i superpoteri e, in particolare, il teletrasporto. Non essendo un candidato delle primarie del PD, ho optato per un taxi [OT: vi prego, siete ancora in tempo per dirmi che la home del Partito Democratico è opera di un hacker burlone]. Non è molto da me, ma c’è qualcosa nella faccia del giovane tassista che mi ispira e attacco bottone sull’argomento per eccellenza: funzionamento e disservizi del 3570, questione delle nuove licenze e l’eterno mistero: come mai ora che ci sono più taxi è quasi impossibile trovarne uno, quando ti serve? Il mio interlocutore dirotta il discorso su un tema lievemente diversa: l’etica professionale del bravo tassinaro.

Si parte da una banalità. “Io in effetti il supplemento per le corse in partenza da Stazione Termini non lo faccio mai pagare. Ma le sembra logico? Uno sta lì, in fila ad aspettare, e poi dovrebbe anche pagare di più? Io mi vergogno. E i bagagli? Posso stare lì col metro a misurarli? Per la seconda valigia si dovrebbe far pagare il supplemento, ma io non lo faccio. Dove dovrebbe lasciarla, la seconda valigia, il cliente? Alla stazione? Su, è ridicolo. Ma a dirla tutta, io a Termini mica ci vado volentieri. Non mi piacciono i colleghi che sgomitano per fregarti la corsa più ghiotta. Per non parlare degli abusivi. Io non sono un prepotente. Ma sono dell’idea che quello che ti tocca ti tocca: la corsa da 5 euro o quella da 40. Ci sono delle regole, vanno rispettate. E poi”, aggiunge in un sussurro, “la sa che ieri, che c’era il derby, tanti colleghi hanno aspettato la fine della partita per iniziare a lavorare? Io no, non lo trovo mica giusto. Se uno sta sotto padrone può forse dire ‘Arrivo tra due ore che prima c’è la partita?’. Molti dicono che il lavoro è roba nostra, ma mica è vero: le licenze sono una concessione del comune, noi siamo un servizio della città. Mica possiamo fare come ci pare. Quindi io ieri ho sofferto, ma il derby non l’ho seguito. No, neanche alla radio. Io sono contrario a tenere la radio accesa in macchina. Magari al cliente dà fastidio: durante il viaggio vuole starsene in pace, farsi le sue telefonate. Il cliente prima di tutto. Quindi, tra una corsa e l’altra, accendevo un minutino. Che poi, per come è andata, non valeva manco la pena…”.

Sono rimasta colpita dalla serietà di questo giovane, subentrato a un parente prematuramente scomparso, con due figli e una moglie a carico (“Quando non ci hanno preso il bambino all’asilo, lei è rimasta a casa. Aveva un lavoro precario, guadagnava quanto la retta del nido privato. Non valeva la pena. Certo, se avesse avuto un posto fisso era tutta un’altra storia…”). All’arrivo gli ho detto: “Grazie e buon lavoro. Certe volte mi pare di essere l’unica fessa che lavora con scrupolo, e invece…”. Lui ha sorriso: “No, no. Bisogna vivere da persone serie”. Vero, quanto è vero.

Dopo una lezione a giovani virgulti, futuri assistenti sociali (ancora lontani mille miglia dal percepire in che razza di trincea sanguinosa stanno per sprofondare, se lavoreranno), ho attraversato la città per andare a proporre un partenariato in un progetto a una dirigente scolastica di fresca nomina. Me l’avevano descritta come “un po’ burocratica”, severa e rigida. Quando l’ho vista sulla soglia, un po’ rannicchiata su se stessa, il body language suggeriva in effetti una certa ritrosia e diffidenza. Mi ci è voluto pochissimo per solidarizzare con lei. Mi ha dipinto un accorpamento di istituti scolastici al di là di ogni immaginazione. Lei è di fatto diventata imperatrice di una galassia surreale di istituti disparati, sparpagliata sul territorio, che include anche il carcere minorile e la prigione storica di Roma, Regina Coeli. “Sono arrivata il 1 settembre: non sono neanche riuscita fisicamente a leggere le circolari. Non amo dare il mio numero di cellulare, ma con due linee soltanto chi mi cerca non mi troverebbe mai. Non riusciamo neanche a renderci conto della consistenza patrimoniale di questo nuovo agglomerato di istituti, a chiudere il bilancio. Sto cercando di capire meglio cosa si è fatto e cosa fa, ma prima di poter delegare devo anche sapere chi sono i miei collaboratori, conoscerli, fidarmi”. E poi parte con una descrizione vividissima del lavoro nelle carceri, una roba che fa impallidire persino quello con i rifugiati. Passi il carcere minorile, dove si mantiene una parvenza di decenza: aule ampie, adeguate, persino colorate. Ma l’altro. L’altro non si immagina. “Ho un organico di quattro docenti, ne posso far lavorare due perché non ci sono fisicamente gli spazi per fare scuola. Non abbiamo aule, ci danno dei buchi, sporchi oltre ogni dire. Più di otto persone non ci vanno dentro. Ogni tanto ce ne tolgono uno, perché devono arrangiarci dentro una cella, con il sovraffollamento che c’è. E le misure di sicurezza, una follia, un’esasperazione. Sanno che la situazione è esplosiva, quindi reagiscono in modo isterico. Anche portare dentro un libro è un problema. Per non parlare di un computer. Ma che senso ha?”.

Già, che senso ha? Eppure questa donna, come tanti altri, come il tassista di stamattina, ce la mette tutta. Fa del suo meglio. Peccato che fare quel lavoro, con quei numeri e quelle condizioni, sia comunque impossibile. Andandocene, con il collega della Caritas ci siamo guardati e ci siamo detti: “Per quanto incredibile, a noi va meglio”. Pur nella stessa povertà di risorse, almeno siamo circondati di gente motivata, decisa, pronta a resistere. A scuola non è mica detto. E nelle carceri deve essere anche più dura. Però non si può cedere allo scoraggiamento e lavarsene le mani. Bisogna vivere da persone serie.