Immagini di un viaggio clandestino


E’ successo di nuovo. Come già nell’ottobre 2013 Meryem, oggi più grande, mi fa domande precise sui morti di Lampedusa (o piuttosto, del Mediterraneo). Mi chiede perché partono, se molti muoiono. Perché non aspettano il bel tempo, almeno. Spiego, aiutandomi con le persone concrete, che lei conosce. Ricordi Adam, Meryem? Lui è arrivato proprio a Lampedusa, su un barcone. “E ha avuto paura?”. Certo, una paura pazzesca. Non sapeva neanche nuotare. Ma anche il deserto, fa paura, sai? Tantissima paura. “Ma allora quelli che arrivano sono degli eroi. Dovremmo aspettarli quando arrivano a fargli una festa”. Vero, quanto è vero.

Poi arriva suo padre e allora anche lui, come quella sera di ottobre, le racconta il suo viaggio verso l’Europa. Una storia lunga, che lui cerca di sintetizzare in immagini precise.

La strada in montagna, tra la Slovenia e Gorizia. Il cammino di notte, al freddo. La paura. La voce troppo squillante del compagno di viaggio e i tentativi bruschi di farlo stare zitto. E lui che fa ridere tutti con una battuta: “Scusate, da piccolo ho ingoiato un microfono”. Sono ragazzi di 18 anni, comunque, anche se magari da lontano non sembra.

La cella del commissariato di Gorizia. I sudanesi alti e grossi, che all’arrivo del gruppetto di curdi, si stringono in un angolo, spaventati. “Noi a vederli così grossi e neri avevamo avuto paura. Mica eravamo abituati a vedere persone così diverse da noi. Ma poi abbiamo capito che loro avevano più paura di noi”. Un lungo silenzio imbarazzato, poi uno del gruppo di curdi azzarda un saluto in arabo. “Siete musulmani?”. Stupore, sollievo, sigarette condivise.

Ancora quella cella, con le pareti coperte di scritte in tutte le lingue. Finalmente ne scoprono alcune in turco. “Europa, dopo tanti tentativi questa volta sono arrivato”. E poi: “Non vi preoccupate, tra poche ore vi lasciano andare”. Rassicurati dal messaggio di uno sconosciuto, le ore di prigionia passano più leggere.

Ventimiglia, o su per giù. Si aspetta di passare il confine con la Francia. Si tenterà anche di passarlo, quel confine, in un tir dove i 200 passeggeri hanno rischiato seriamente di morire soffocati. Salvati dai controlli di frontiera. Si ritorna a piedi in Italia, in fila indiana, ma cantando e felici di essere vivi. Perché la morte, quella volta, è stata davvero vicina. Si aspetta ancora. Nizam va spesso su un ponte a guardare i grossi pesci che nuotano nel mare sottostante. Gli piacerebbe tornarci in quel posto, pieno di grotte che all’epoca pullulavano di stranieri in attesa di andare oltre, alla tappa successiva. I ragazzi si rasano la prima barba nel mare, con un rasoio di plastica comprato in una botteguccia del paese. Forse la stessa dove Nizam comprava il necessario per un picnic: insalata, pomodori, pane e… come si dirà “sale”? Gesticola, non riesce a spiegarsi. “Insomma, sual!”, sbotta lui in zaza. Magia del sostrato comune indoeuropeo, il negoziante capisce.

Il treno da Parigi a Amsterdam. Su consiglio di un parente, Nizam non si siede con gli altri stranieri a fare casino e fumare. Compra un inverosimile giornale francese e si siede davanti a una vecchietta. A un certo punto fa per alzarsi, ma vede arrivare la polizia. Si risiede e finge di addormentarsi sul colpo. Il poliziotto cerca di svegliarlo, lui continua a fingere di dormire, mugugna, allunga il biglietto. Se la cava così. La vecchietta non lo tradisce. Quando riapre gli occhi la vede sorridere e portarsi un dito sulle labbra: “Ssssh”.

Ultimo flash. Casa del fratello in Olanda, finalmente una doccia. Quando ne esce vede che il fratello ha preso i suoi vestiti, comprati nuovi dieci giorni prima per partire per l’Europa, una camicia e dei pantaloni eleganti, e li ha buttati senza pietà nella spazzatura. Lui corre a ripescarli. “Ma sei matto? Li lavo!”. Ma poi si rende conto anche lui. Li ha addosso da allora. Lavarli non basterebbe.

La storia continua, diventa per un tratto anche la mia storia, la nostra storia. Meryem ascolta, immagina, ride, si spaventa e cerca di capire. Perché la prigione, la polizia, la fuga? Cerchiamo di spiegare. Ma la verità è che, se devo essere del tutto onesta, una spiegazione convincente non esiste. E’ solo vita. Di molti. In questo caso anche sua, nostra.

Documento


Lo so che non dovrei. Che queste cose vanno ignorate, dimenticate al più presto, mai citate. Ma oggi un quotidiano del mio Paese pubblica un articolo intitolato “Male Nostrum” in cui si afferma, tra l’altro:

All`opposto, secondo un principio di legittimo interesse nazionale e di salvaguardia legalitaria, esiste la possibilità di una chiusura ermetica che riduca i costi materiali diretti e abbandoni ad altri – a cominciare dai responsabili delle ondate migratorie africane, e cioè i terroristi islamici, per poi toccare i loro distratti metronomi occidentali – la responsabilità indiretta dei costi umani. In poche parole – ripetersi è sempre meglio che dissimulare – l`alternativa non è cambiata, se vogliamo difenderci dalle vittime e dai sensi di colpa dobbiamo scegliere tra un`apertura indiscriminata delle frontiere euro-mediterranee (fornendo documenti a chiunque) e una forma spietata di autodifesa, meglio se aggressiva fino ai limiti dello sconfinamento in acque straniere. La linea mediana, si chiami Mare nostrum o no, ha dimostrato di non funzionare.

Soprassediamo (ma perché, poi?) sul fatto che dare accesso al diritto d’asilo non significa fornire documenti a chiunque. Pensiamo solo a come stiamo definendo la strage quotidiana di famiglie innocenti: “costi umani”, di cui noi abbandoneremmo anche la “responsabilità indiretta”, ricorrendo a un’ipotetica “chiusura ermetica” (del Mediterraneo? Ammesso che si possa anche solo provarci, costerebbe uno sproposito quasi incalcolabile, altro che riduzione dei “costi materiali diretti”).

Possibile che pubblicare idiozie infondate e immorali come questa sia legale? Io credo che questo abbia tutti i requisiti per diventare un documento sui libri di storia. La nostra storia. Una storia di barbarie sconfinata.

P.S. L’autore di queste parole (forse in un barlume di autoconsapevolezza o di pudore?) non si firma. L’articolo è attribuito all’intera Redazione.

La teoria. E poi noi, io.


In queste ultime settimane ho fatto almeno due letture che avrebbero dovuto accrescere le mie competenze di genitore e di educatore di fatto. La prima, che potrei definire la pars construens, era I bambini pensano grande, di Franco Lorenzoni. In realtà sono state pagine dense e stimolanti, che mi hanno aperto interrogativi più che sostenermi nelle esitazioni quotidiane. Avevo in mente di parlarne più diffusamente, ma alla fine vedo che i tempi si allungano e rischio di non parlarne affatto, quindi mi tolgo il pensiero qui (riservandomi di tornarci poi). La domanda principale è un po’ il dubbio che mi assale ogni volta che incappo in un educatore pensante (dal vivo o dalle pagine di un libro) e che richiama in qualche modo il principio di indeterminazione di Heisenberg: quando lo strumento di misurazione (il maestro, in questo caso – passatemi il parallelismo approssimativo) va così a fondo, è abbastanza evidente che “il misurato” (ovvero gli alunni) non potranno che esserne influenzati. Il che va benissimo, eh. L’insegnamento mica ha l’obiettivo dell’oggettività. Però alla fine mi chiedo dove sia il confine tra un percorso di ricerca tutto personale dell’educatore e il “servizio” che l’educatore stesso è chiamato a offrire a ciascuno di quei bambini. Pippe mentali, insomma, lo capite da soli. Sempre di compromessi si tratta. E per giunta io finisco per chiedermelo con insistenza soprattutto quando l’educatore in questione esce dalla routine idiota e ci mette del suo, cioè quando si assume almeno la responsabilità più ovvia del suo lavoro. Insomma, non capisco cosa sia questo tarlo che mi impedisce di essere pienamente entusiasta.

Finito quel libro, mi sono data alla lettura di Lei così amata, di Melania Mazzucco. Peggio che andar di notte. A un certo punto di una lettura già di suo piuttosto angosciosa mi è saltato all’occhio un paragrafo terrificante.

“I nostri figli dipendono da noi – assorbono ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni elogio e ogni divieto. Siamo il loro esempio, e ciò che odiano di più. Siamo responsabili dei nostri figli. Essi diventano ciò che siamo e a volte non sappiamo neanche di essere. Sono le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio di noi”.

Vi risparmio, ma forse potrete intuire, che sequela di rimuginamenti mi abbiano scatenato queste poche righe. Si tratta, evidentemente, di una formulazione piuttosto efficace di qualcosa che sento essere vero, anche alla luce della mia esperienza personale. Ma ciò non toglie che mi fa paura da matti. Diventano ciò che a volte non sappiamo neanche di essere. Le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio. Io un po’ me lo immagino, il mio peggio e il mio meglio. So altrettanto bene che la parte di peggio che non so di essere, o che cerco di ignorare di essere, pure non sarà risparmiata a mia figlia. So anche, per carità, che bisogna avere fiducia in lei e nella straordinaria capacità dell’essere umano di reagire alle avversità, in primo luogo ai propri genitori.

Sta di fatto che mai come in questo momento mi sento persa in un viaggio senza mappe e senza bussole, impelagata in un’impresa per cui ogni manuale, dotto o sdrammatizzante, appare puerile. Per dirla con Pedro Arrupe, uno dei miei modelli gesuiti: “Pregare. Pregare molto. Gli sforzi umani non risolvono tali problemi”. Lui parlava di rifugiati, ma credo che si adatti benissimo anche ai genitori. E ai figli, soprattutto ai figli.

Limiti


Ritengo perciò che sia quanto mai vitale approfondire oggi una cultura dei diritti umani che possa sapientemente legare la dimensione individuale, o, meglio, personale, a quella del bene comune, a quel “noi-tutti” formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Infatti, se il diritto di ciascuno non è armonicamente ordinato al bene più grande, finisce per concepirsi senza limitazioni e dunque per diventare sorgente di conflitti e di violenze.” (Dal discorso di Papa Francesco al Parlamento europeo)

In questi giorni sono un po’ ombrosa e storta. Fastidi minori finiscono per combinarsi tra loro e il rimuginìo (si dice?) è alle stelle. Ieri, a un convegno a cui sono riuscita a fare solo una capatina piuttosto fugace, si discuteva un po’ sommariamente (peccato) di temi importanti. A un certo punto, dal cloud acustico di una relazione, si è stagliata un’espressione che mi ha risvegliato: “il senso del limite”.

Ho capito di colpo che la chiave che accomuna alcuni dei miei malesseri di questo momento è proprio questa, il superamento dei limiti.

Istintivamente, per carattere e per lavoro, diffido dei limiti e dei confini. Sono poco tollerante rispetto alla limitatezza, mia e altrui. Guardo continuamente a confini che uccidono e a limiti fisici e ideologici che tolgono dignità. Eppure il limite ha una sua importanza, persino una sua sacralità. E’ esattamente il limite (il dio Terminus, per gli antichi romani) ciò che tutela ogni diritto e di ogni impegno. Creare, in molte mitologie antiche inclusa quella biblica, è esattamente il gesto di separare e mettere dei limiti, senza i quali tutto sarebbe sterile caos, nulla.

Oggi, leggendo un bel post di Veronica sui vaccini, mi trovavo ancora davanti il limite, in forma di dubbio: “dove finisce la libertà di un genitore di decidere se vaccinare o no i propri figli senza nuocere alla collettività?”. E in fondo non è analoga la questione che ci siamo posti, nello choc che ha seguito i fatti di Parigi, rispetto all’eventualità che anche la libertà di espressione debba porsi dei limiti, a tutela delle libertà e dignità di tutti? Giusto ieri, al convegno, si osservava che anche giuridicamente esiste il concetto di abuso del diritto (l’articolo 17 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo è una specie di scioglilingua e ve lo risparmio). In alcuni casi la Corte Europea si è pronunciata in merito all’abuso della libertà di espressione: ad esempio rigettando il ricorso di alcuni svedesi che avevano divulgato volantini contro l’omosessualità in una scuola e avevano rivendicato il loro diritto alla libertà di espressione, oppure condannando il negazionismo (con qualche contraddizione anche recente, però).

Il senso del limite implica consapevolezza e rispetto. Dovrebbe essere il fondamento di tutte le relazioni tra persone, prima che fra gruppi. La facilità di interazione porta, a volte, a superare i limiti. Ancora una volta, c’è una dimensione positiva della permeabilità del limite, della possibilità di superare barriere e ostacoli, di scoprirci più vicini di quanto si creda. Sono la prima sostenitrice di questa specie di magia della comunicazione web. Ma ogni contatto implica una responsabilità. Anche quando si misurano nell’ordine delle centinaia, o delle migliaia.

Negli ultimi tempi, complice certamente un momento di stress particolare, mi sono spesso sentita ignorata, talora persino offesa o ferita dalla trascuratezza altrui. E certamente altrettante reazioni avrò provocato, nella rapidità un po’ superficiale dello scorrere di una timeline o di una conversazione frettolosa con la mente rivolta ad altro. Sempre più spesso mi confronto con esortazioni a mettere al centro se stessi, a ripartire da sé, a valorizzarsi e promuoversi. Ho la sgradevole sensazione che questo punto di vista porti a perdere di vista i limiti che ciascuno di noi dovrebbe porre ai propri desideri, sogni, aspirazioni e esigenze perché ci sia effettivamente uno spazio reale, e non teorico, per l’interlocuzione con gli altri.

E se fosse proprio il senso del limite che dobbiamo tutti riscoprire?

 

La Meraviglia


L’attrazione di Meryem per la magia si è manifestata grazie a una trasmissione televisiva inglese, il cui titolo era tradotto malamente in italiano con “Ti faccio una magia” (in realtà era “Help! My Supply Teacher’s Magic”). Io lo trovavo noiosetto, lei straordinario. Da allora c’è tra noi una specie di promessa: quando a Roma ci sono spettacoli di magia, noi cerchiamo di andarci. Ieri quindi era ovvio che fossimo al Teatro Olimpico, in compagnia dell’amichetto storico Adriano, per quello che si è rivelato non uno spettacolo, ma uno spettacolone: il Supermagic 2015. Il biglietto non era economico, per cui abbiamo ripiegato sulla galleria. Ma a conti fatti, valeva assolutamente in prezzo. Lo spettacolo durava due ore abbondanti e comprendeva diverse esibizioni, estremamente varie e coinvolgenti.

I miei preferiti in assoluto sono stati Carlo Truzzi e Simona, dei veri magi delle ombre cinesi. Ma ho apprezzato anche numeri più “metallari” e incalzanti, tipo Enzo Wayne e Ottavio Belli. Il numero con gli uccelli, forse il più scenografico, realizzato magistralmente da Joseph Gabriel, mi ha tuttavia lasciato un filo d’angoscia al pensiero dello stress a cui presumo saranno stati sottoposti i poveri pennuti. Meryem ha amato moltissimo anche il più poetico di tutti, il mago cinese Po Cheng Lai. Insomma, un successone.

La conduzione di Sergio Bustric inseriva poi, in modo un po’ incongruo, delle note di assurdo, di poesia, persino di riflessione. Ci vuole un tempo per lo stupore. Più che giusto. E che vogliamo dire dello spot, anch’esso poeticissimo?

Non posso che raccomandarvelo caldamente. Sarà al Teatro Olimpico di Roma fino all’8 febbraio.

 

Glory days


A volte va così. Si fanno strategie di comunicazione e alla fine basta una circostanza favorevole per portare il progetto Incontri in prima pagina su La Repubblica. Circostanza favorevole e tanto lavoro ben fatto, ovviamente. Lavoro di squadra di tutto il Centro Astalli, non da ieri. Ma stasera mi concedo il lusso di qualche pensiero e ricordo, rispetto al percorso frastagliato che mi ha fatto dire con sicurezza, oggi, alla giornalista che mi intervistava che sono “responsabile per il dialogo Interreligioso del Centro Astalli”. Per una volta ho una qualifica pertinente.

Non ho inventato io il progetto Incontri, ma l’ho visto nascere e camminare, talora faticosamente. Negli anni però mi è stato sempre più chiaro che quel tentativo artigianale di dialogo dal basso era importante, molto importante. Che aveva attinenza con la missione del JRS, che non era un lusso, un divertimento intellettuale, ma una modalità, uno stile, una pratica da coltivare con pazienza. Dal basso.

La religioni negli ambienti accademici le ho frequentate e non riuscivo a trovarci quello che invece ho adesso: la vita, la quotidianità, le relazioni. Ricordo sempre il mio primo sabato in compagnia di ebrei a Gerusalemme: anni di studio dell’ebraico e tanto dotto studio etimologico mi avevano lasciato analfabeta rispetto a cosa dovevo aspettarmi. Fissavo il sale, il vino e mi chiedevo chi me l’avesse fatto fare. Ero persa. Tanto ebraico, nemmeno un amico ebreo. Il seder di Pesah l’avrei gustato solo molti anni dopo. E ancora quella sensazione prepotente di non aver mai colto l’essenziale.

Una volta ho sentito un professore ordinario di lingua e letteratura ebraica dire: “Non si può ragionare con gli arabi. Sono un popolo rozzo”. Era una battuta in corridoio, non un articolo scientifico. Ma mi sono chiesta cosa potesse cogliere, quel professore, di quell’ antigiudaismo medievale di cui lo si ritiene esperto. Discriminazione, pregiudizio, razzismo, stigmatizzazione: ne disquisiva, ma allo stesso tempo continuava a praticare tutto, senza averne la minima consapevolezza. Studiare non serve? Serve, certo. Ma non è sufficiente. Se scienza e vita percorrono strade parallele, tutto resta teorico. Si pensa, si scrive, si parla, si argomenta e non si vede niente al di fuori delle proprie costruzioni.

Molti anni dopo, sono entrata in un tempio induista a Bangkok. Un’esperienza intensa, anche emotivamente, una tappa di un percorso solitario di osservazione di un popolo in preghiera, di forme di relazione con il divino che parlano ai sensi in modo più complesso e articolato di quelle che conoscevo io. E un pensiero, strambo e allo stesso tempo familiare: un santuario fenicio certo somigliava di più a quel tempio che ai disegnini freddi ricavati diligentemente dalle piantine da archeologi scientificamente solidi. Offerte di cibo,  profumi, colori, simbologie intrecciate, musica. Vita. Per associazione di idee, penso a quello che mi è stato spiegato una volta sulla medicina occidentale: nasce dall’anatomia, dallo studio del corpo morto. Precisa, accurata molto più di altre per la chirurgia. Ma l’energia? Il magnetismo? Tutte le altre componenti che concorrono alla vita non meno del funzionamento meccanico degli organi? Ecco, le religioni che ho studiato all’università mi hanno dato un’infarinata di conoscenza anatomica. Il resto ho iniziato a viverlo con il canto dei muezzin di Istanbul e poi, esponenzialmente, al Centro Astalli.

Il dialogo è possibile? Oggi Papa Francesco ha detto che nessun dialogo autentico è possibile senza conversione. Io forse direi che questa esperienza comporta la disponibilità a rivoluzionare almeno un po’ i propri schemi mentali. A essere pronti ad accogliere logiche diverse. A praticare il pensiero laterale. In altre parole: a sforzarsi di accettare i propri limiti e di andare anche oltre, come si riesce, senza paura. Fidandosi.

Roma plurale


Plurale. Roma è soprattutto così. Ma non ordinatamente multietnica, ben assortita, coloratamente presentabile. Affatto. Roma è caos, contraddizioni, rabbia, spudoratezza. A volte persino becera violenza. Eppure il suo fascino più seducente resta la sua infinita vertigine di varietà.

Improvvisamente mi viene in mente un parallelo calzante: la basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ricordo di esserne stata rapita al primo sguardo. Ma non per la tomba vuota di Cristo, né per il Golgota, comodamente collocato a pochi gradini di distanza ad uso dei pellegrini di tutte le epoche. Piuttosto per quel mosaico ricchissimo e tormentato di riti, di architetture, di comunità. Quella disarmonica accozzaglia che resta tuttavia un luogo unico al mondo, magnetico, intriso di una magia potente.
Roma è così. Però per vederla in questa luce bisogna smettere di guardarla con i parametri razionali di chi giudica e perdersi, farsi fregare, saper guardare nel profondo delle sue contraddizioni. Da quando poi mi capita, sempre più spesso, di visitare comunità religiose straniere la mia visione si è fatta quasi caleidoscopica. Roma è anche le orgogliose piastrelle tunisine della moschea Al-Huda, già garage e oggi sede di progetti culturali e architettonici di respiro internazionale. Roma è la stanzetta in cui la comunità indù di Torpignattara si riunisce in semplicità, per meditare, purificare l’anima e condividere la prashada, l’offerta di cibo, con chiunque ne abbia voglia o bisogno, senza distinzioni. Un singolare miscuglio di understatement e opulenza di immagini, ori e gestualità.
“Dove c’è amore c’è Dio”, mi ha detto inaspettatamente Anup Kumar, che in quel tempio mi ha invitato. “Siamo tutti esseri umani e il mondo ci appartiene”.
Anche nella più nuova delle moschee di Torpignattara di programmi sono a un tempo semplici e ambiziosi. Esserci, prima di tutto. Farsi conoscere per quello che si è. “I vicini erano preoccupati quando abbiamo aperto, dicevano che avremmo fatto casino”, mi raccontano a via Della Rocca. “Ma qui non è mica una discoteca! Per pregare ci vuole silenzio, no? Hanno cambiato idea”. Sono orgogliosi di questi piccoli trionfi, i musulmani di Torpignattara. E sognano attività culturali, convegni, corsi, dialogo interreligioso.
“Il dialogo non è solo possibile. È doveroso”, chiosa con gravità Mohamed Ben Mohamed, della moschea di Centocelle. Mi hanno sempre colpito i suoi occhi pieni di saggezza, leggermente ironici. Le comunità devono avvicinarsi per ritessere un tessuto sociale che rischia dolorose lacerazioni. Parla della necessità di spazi comuni di pensiero e di progettazione.
Penso a lui e a Anup, penso alla loro Roma. Sono qui da più di 20 anni. Parlano dei loro quartieri con passione, con trasporto. Quanti arrivi e quante partenze, loro e altrui. Famiglie, figli, lavoro, comunità intere in transito o stanziali. Progetti di vita, progetti politici, battaglie, lutti. Tutto con Roma come sfondo. Ma sfondo forse è riduttivo. Tutte queste storie, loro, mie, di tutti, sono nel “core di ‘sta città”, quello di cui parla la canzone. Un cuore immenso, infinito, composito e contraddittorio. Perché il mondo è tutto qui, a guardare Roma dall’angolatura giusta. “Siamo tutti esseri umani e il mondo è nostro”. Anup ha proprio ragione.

Noi chi?


“A Roma non abbiamo più niente, hanno tutto loro”. Un commento di una sconosciuta, nulla a cui dare particolare rilievo. “Loro” nel contesto erano i rom. Potevano essere gli immigrati, i musulmani o, perché no, gli ebrei. Non riesco a fare a meno di notare che uscite del genere sembrano moltiplicarsi. Noi, loro. Mi torna alla mente la voce pacata di Antoine Courban, due sere fa. Il professore di Beirut parlava dei cristiani in Medio Oriente, ponendo un problema di identità: identità individuale o collettiva, magari eco di una realtà esterna? La tentazione storica di consuderarsi (per timore) non cittadini, ma minoranza, millet. Un “loro”, per quanto privilegiato, che infatti prima o poi vedrà comparire un difensore esterno, non disinteressato, come ha efficacemente raccontato Lorenzo Trombetta. Quanti finti drammi epistemologici ci ponevamo, da giovani orientalisti. Credevamo sinceramente che quella intellettuale fosse la violenza più grande che noi, eredi del colonialismo, facevamo a quelle terre. Non conoscevamo se non confusamente le vittime odierne.
Noi, loro. Si è parlato della disgregazione degli imperi, degli stati nazionali, persino delle singole vallate e dei villaggi, l’altra sera. Quando le differenze appaiono improvvisamente come ostacoli insormontabili alla reciproca fiducia. Lo raccontava bene un leader indù della comunità bengalese che abbiamo intervistato a Tor Pignattara: da ragazzi, con i connazionali musulmani, ci si frequentava. Ora no, sarebbe inconcepibile. “C’è stato l’11 settembre e loro sono diventati fondamentalisti”, semplifica lui. Insomma, sono successe altrove cose fatte da altri. E due ragazzi non sono andati più in discoteca insieme e oggi due uomini e due comunità si evitano “perché io li conosco, queli là”. Ancora una volta: siamo noi o siamo eco di realtà esterne alla nostra vita e alla nostra esperienza?
L’ho scritto nel post precedente: questo meccanismo per cui un vicino, un collega, un amico diventa un “loro” da evitare o persino da denunciare dovrebbe esserci familiare, grazie a tanti celebrati film e romanzi. Così come quello per cui una persona può diventare illegale con la sua sola esistenza in un luogo. “Se ne tornino a casa loro”. O ci restino. O se proprio non possono, se ne vadano a casa di qualcun altro, “loro”.
Apro una parentesi. Si dibatte del presunto riscatto pagato per la liberazione delle cooperanti italiane in Siria. Persino le menti più aperte si dolgono perché quei soldi, i nostri soldi, potrebbero essere utilizzati (ammesso che esistano) per uccidere altri uomini. Mi viene spontaneo precisare che nei budget dei nostri Stati, annualmente, sono stanziati molti più soldi per uccidere alle frontiere d’Europa e oltre, direttamente e indirettamente. Immagino che chi fa i conti sull’eventuale uso poco etico delle risorse ne tenga conto e si indigni in proporzione venti volte di più. O forse quelle vittime, per lo più ignote, non hanno lo stesso valore delle potenziali vittime nostre del terrorismo? Forse i morti alla frontiera hanno il torto di essere “loro”.
Sempre per restare all’attualità, arrivo a Papa Francesco. No, oggi non è il pugno a interessarmi. Penso invece alla sua vivida descrizione della convivenza e convivialità delle religioni in Sri Lanka. L’ho già scritto una volta qui nel blog: certe volte ci scopriamo vicini di casa e cambia tutto. Diventiamo io e te, non noi e loro. “Noi cristiani, noi musulmani”, spiegava ieri Felix Koerner alla Gregoriana “siamo in pellergrinaggio”. Non c’è noi e loro perché tutti siamo ugualmente stranieri in una terra non nostra. Nessuna terra è nostra, ce lo ricordano di continuo tutte le scienze umane e non solo la Bibbia.
Quando un uomo si specchia nel suo vicino sono sempre successe cose meravigliose: rivoluzioni, gesti eroici, epoche nuove. Non sarà per questo che tutto pare concorrere a riportare alla ribalta un noi contro un loro, o forse tanti noi, sempre più impauriti e arrabbiati, contro tanti loro oscuri, vagamente caratterizzati, che si fondono l’ uno nell’altro? Non sarà puro e semplice timore della trasformazione stupefacente che potrebbero fare milioni di vicini di casa se si guardassero direttamente negli occhi? Isolare, sigillare, creare muri, mettere distanza. Per sicurezza. Questo pare la priorità dei potenti del mondo, che non badano a spese. E quando la barriera non è, o non è ancora, fisica si coltiva la paura di “loro”. Cercandolo con tenacia un nemico prima o poi si decide a essere tale.

Cinque cose che penso su Parigi (e sull’Italia)


Oggi tornavo da una piacevole gita in Maremma in pullman e inevitabilmente i miei vicini di posto commentavano i recenti fatti. Ho cercato di non sentire, ma non ci sono riuscita del tutto. Poi mi sono detta che non si può nemmeno prendersela con le persone, che in buona fede ripetono ciò che suppongono di avere imparato da giornalisti, opinionisti, vicini e conoscenti. Io pure da oggi sarei fiera di condividere le conoscenze acquisite alla riserva di Burano rispetto alle differenze di escrementi (“fatte”) di animali carnivori e erbivori e persino la storia, ben più stupefacente, delle anguille che vanno a riprodursi nel Mar dei Sargassi. Nei giorni scorsi indubbiamente tutti noi abbiamo sentito e letto di tutto: nessuna meraviglia che in una conversazione di condivida con gli amici ciò che ci è parso più convincente.

Ecco, allora proverò a smettere di mangiarmi il fegato e a fare così anche io. Mi limito a qualche punto di partenza per un ragionamento che probabilmente non sono nemmeno in grado di portare avanti fino in fondo, avendo competenze limitate. Ma per studio, lavoro e esperienza credo di avere qualcosa da dire anche io, e allora lo faccio.

1. Il terrorismo è una cosa molto diversa dalla reazione scomposta di un credente particolarmente pio o sensibile. Almeno cerchiamo di partire da questa considerazione. Abbiamo visto in azione dei killer a sangue freddo, non dei fedeli scandalizzati. Che infatti non si sono fatti alcuno scrupolo nell’uccidere altri musulmani. E qui vi dico che io non credo proprio che la satira del giornale francese sia la causa dell’attacco terroristico. E’ stato piuttosto la ragione della scelta di un obiettivo che causasse una reazione violenza, durevole, mediatica e capace di generare odio e reazioni scomposte, da una parte e dall’altra, in modo esponenziale. Massimizzare l’impatto.
Davvero crediamo che una vignetta francese, per quanto offensiva, abbia una rilevanza internazionale tale da organizzare un attentato su questa scala? Certo, la rilevanza la ha adesso: la diffusione globale della vignetta e di tante altre soffiano sul fuoco in tutto il mondo, velocissimamente.
Vi invito a leggere questo articolo di Michael Deacon (in inglese).

2. Se la reazione alle vignette non è la causa, qual è la causa? Qui mi sento solo di fare qualche ipotesi di respiro un po’ più geopolitico (mi si passi il termine, abusato in queste ore). Questo articolo di Donatella Della Ratta mi pare interessante. Aggiungo solo a margine che la nostra idea che l’Europa sia la pacifica culla della civiltà, al centro dell’universo e metro di tutte le cose, dovrebbe cominciare a suonarci un tantino fuori luogo. Viviamo in un continente che esercita sistematica violenza nei confronti di Paesi terzi: economicamente, con le bombe, con le mine, con le forze di polizia. Probabilmente è sempre stato così, ma forse sarebbe l’ora di deporre l’idea idilliaca che abbiamo di noi stessi come esportatori di arte, cultura e democrazia. Un esempio dell’ultim’ora? Non solo ci guardiamo bene dal creare canali umanitari per i milioni di vittime della guerra in Siria, ma cerchiamo a tutti i costi di tappare ogni via di accesso nel tentativo disperato (e costosissimo, sia detto incidentalmente) di scaricarli a qualcun altro o al limite di farli morire fuori dal nostro territorio (si veda questo ultimo articolo di Marta Bernardini e Francesco Piobbichi).

3. Una parolina sulla libertà di espressione, che secondo me non è la causa, ma certamente è stata presa a bersaglio perché simbolo potentissimo dei valori che qui in Europa ci arroghiamo come nostri. Si dice che la satira non ha vincoli di sorta, che questi “altri” devono accettare che da noi non esistono tabù di alcun genere perché siamo liberi e disinibiti. Mi limito ad osservare che non è davvero così. Anche noi abbiamo i nostri tabù. Non credo che si accetterebbero a cuor leggero vignette che scherzano sulla pedofilia oppure vignette pesantemente sessiste (nessuno organizzerebbe un attentato per questo, ovviamente: ma come ho già detto non è questo il caso nemmeno stavolta). Ricordo perfettamente i commenti che suscitò l’inserto di barzellette sui gay pubblicato da Visto. Mi colpì questa frase di Marco Platti (The Queen Father): “Chiedere ai gay di ‘farsi una risata’ e di far leva sulla propria autoironia di fronte ad un inserto in edicola che li deride, è un enorme schiaffo in faccia, perché se solo fossimo trattati con rispetto quando più ne abbiamo bisogno (adolescenza ed infanzia) e se la nostra dignità non venisse continuamente attaccata e sminuita da chi ci nega diritti, forse oggi saremmo in grado di riderci sopra come vorrebbe la Lucarelli e tutti quelli che pensano che la normalità passi attraverso l’esser messi alla gogna con tutti gli altri” (qui l’intero post). Ricordo che già allora pensai che la stessa cosa si potrebbe dire dei musulmani in Europa e dei migranti (specialmente non comunitari) in Italia, la cui dignità viene continuamente attaccata e sminuita da quello che qualcuno chiama violenza della burocrazia (e non solo). Con questo voglio solo precisare che nelle nostre società da sempre vengono rispettati i tabù di chi ha abbastanza potere (non necessariamente politico: economico, sociale, culturale) per imporsi sugli altri. Oltre al fatto che ogni libertà, come ci insegnavano da piccoli, ha come confine la libertà dell’altro (sempre che tutti gli uomini siano uguali, si intende).

4. Sull’Islam non voglio neanche entrare, tanto mi lasciano senza parole certe spudorate manifestazioni di razzismo in cui ci andiamo esibendo (ad esempio questa). Colgo solo l’occasione per farvi notare quanto sia profondamente offensiva l’espressione musulmano moderato (lo spiega bene Luisa Ciffolilli qui). Va da sé che questo è il punto su cui mi mangio il fegato maggiormente. Purtroppo la nostra ignoranza in materia di religioni, nostre e altrui, è tale e tanta che siamo letteralmente disposti a credere a qualunque cosa. E siccome, ammantandoci della nostra cultura laica, siamo pure convinti che la materia sia irrilevante e quindi semplice, crediamo davvero in perfetta buona fede che basti leggere un paio di frasi sul web o rispolverare qualche antica memoria catechistica per essere informati e consapevoli. “L’ignoranza è un’arma di cui avere molta paura”, scrive la giornalista dell’articolo linkato sopra e io non potrei essere più d’accordo.

5. Men che meno voglio entrare qui sul tema migrazioni. Solo un idiota potrebbe pensare che chi arriva oggi in Europa, magari su un barcone in avaria, sia parte di un complotto per islamizzare l’Europa (eppure si dice, si scrive e quel che è peggio si pensa). Osservo solo che questo tema delle cosiddette seconde generazioni (anche questo termine ha i suoi detrattori) è anch’esso fortemente strumentalizzato. La mancata integrazione (e la politica folle e miope in materia di migrazioni che stiamo portando avanti come Italia e come Europa da almeno 15 anni) è certamente uno strumento potentissimo in mano alle organizzazioni terroristiche. Ma mi colpisce la facilità con cui le nostre società che pretendono di essere libere e laiche si ridividano fulmineamente in maggioranze e minoranze, come se un velo si squarciasse. Dal 1907 al 1913 Roma ebbe un sindaco ebreo, Ernesto Nathan. Tra il 1901 e il 1904 il ghetto di Roma fu praticamente distrutto (più rimosso che ristrutturato) e venne costruita una sinagoga monumentale. Meno di una generazione dopo, le leggi razziali. Non era certo per una mancata integrazione che fu così ridicolmente facile privare di tutti i diritti, inclusa la vita, cittadini in vista, stimati, persino potenti e ricchi.

Non concludo, ma vi esorto a cercare sempre di aggiustare la prospettiva che ci sembra l’unica possibile, ma che quando pretendiamo di parlare di questioni che riguardano tutta l’umanità è spesso deformante. Capisco che le carte geografiche che utilizziamo non ci aiutano, ma non siamo il centro del pianeta. Non siamo speciali. Non siamo più civili per nascita. Non siamo più colti per nascita. Siamo quello che ci riveliamo essere con le nostre parole, le nostre azioni e le nostre scelte. Lo stesso vale per un cittadino del Cameroun, dell’Indonesia, del Guatemala o del Brasile. Questi morti contano quanto i nostri. Così come tutti i morti nel mare delle nostre vacanze, nel deserto controllato dalla tecnologia di Finmeccanica e tutte le vittime innocenti dei muri che, anacronisticamente, continuiamo a costruire spendendo le nostre risorse economiche (alla faccia della crisi).

Natale ucraino a Roma


Premessa: Questo post ha necessariamente un tono molto diverso da quello che immaginavo ieri sera e stamattina e mi rendo conto che persino l’immagine che ho scelto per illustrarlo, a questo punto, potrebbe sembrare involontariamente sinistra. No, non sono qui per dire che la religione ha un lato oscuro. Volevo condividere con voi la gioia di una scoperta e il privilegio di essere stata invitata alla celebrazione tradizionale del Natale presso la chiesa cattolica ucraina di Roma. E questo voglio che resti: un post di riconoscenza e di ammirazione per la ricchezza delle tradizioni del mondo su cui, qui a Roma, abbiamo l’opportunità di affacciarci.

Alla liturgia di rito orientale ero preparata da un’antica consuetudine con quella bizantina. Diversa la lingua e la melodia, ma uguale la struttura e identica la sensazione di essere immersi in una sorta di ipnotica armonia avvolgente, in cui le note del canto si fondono con il profumo degli incensi e sembrano brillare di luce propria come i paramenti colorati dei celebranti. Ero quindi lì, al mio post in prima fila nella chiesa di Santa Maria ai Monti (a cui manca l’iconostasi, che c’è invece nella chiesetta dei Santi Sergio e Bacco, a pochi metri di distanza: ma per le celebrazioni con grande afflusso bisogna arrangiarsi così), intenta a farmi goffi segni della croce quando mi pareva il caso e a godermi la sensazione di non capire una parola una, a parte il classico Signore pietà orecchiato nei canti di Taizé.

Ripensavo alla mia infanzia alla chiesa di S. Atanasio, a padre Fortino e ai canti arbreshe, al diacono che tuonava dal centro della navata perché nessuno sbagliasse il Credo (“e procede dal Padre.” PUNTO. Dal Figlio no). Riconoscevo persino il vezzo di scattare qualche foto anche dall’altare nei momenti salienti della cerimonia, compito affidato a un giovane diacono biondino dall’aria timida. E mentre stavo lì trasognata, immersa nella suggestione della liturgia, ecco che il registro di colpo cambia. Senza troppi complimenti, il tavolino con i panini consacrati viene spostato da un lato e fanno la loro comparsa una serie di personaggi in costume. Davanti dei pastori, uno dei quali porta una vistosissima stella sbrilluccicante. Poi i tre Re Magi (uno è una ragazza, ma siamo ancora nella tradizione). Due angei dai lunghi boccoli biondi, tutto secondo tradizione. Ma poi arriva una specie di Charlotte con bombetta nera e farfallino dorato, accompagnato da una ragazza dall’atteggiamento decisamente comico. Segue il re Erode, cattivo cattivissimo, una specie di soldato romano e niente di meno che il diavolo (una pepata ragazza mora e pienotta, con ciocche rosse, coda e corna) e, dulcis in fundo, la morte, con maschera di Scream e falce.

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“Un presepe vivente”, ce lo aveva preannunciato il seminarista che ci aveva accolto. Oddio. Passino i Magi, i pastori, Erode e financo il centurione. Ma la coppia di strampalati ladruncoli intenti in gag di vario genere ci spiazzava non poco. La recitazione era in rima, l’interpretazione sentitissima e noi, naturalmente, capivamo poco o nulla. Però il finale ci è stato chiaro ed era un chiaro trionfo del bene: il malvagio Erode veniva trascinato via dalla Morte, mentre il diavolo lo punzecchiava con la sua coda. Tra le ovazioni degli astanti, il diavolo e i due manigoldi giravano quindi tra gli spettatori raccogliendo offerte.

Finito lo spettacolo abbiamo provato a chiedere ulteriori lumi e abbiamo appreso che questa rappresentazione in Ucraina si usa fare casa per casa: un gruppo di ragazzi in maschera bussa alle porte e, sia pur più sinteticamente, mette in scena l’episodio (che racconta più o meno l’arrivo dei Magi alla corte di Erode e la disposizione da parte di lui della strage degli innocenti, con conseguente immediata e apocrifa punizione).

Una ricerca sul web mi ha oggi rivelato che ieri, nel rione Monti a Roma, ho assistito a un classico vertep, manifestazione tipica del folklore ucraino di cui ignoravo del tutto l’esistenza e che ha indubbiamente molti risvolti affascinanti per il mio animo di storica della religioni e antropologa mancata. Allo spettacolino è seguita l’unzione, la distribuzione dei panini consacrati e “timbrati” con apposito stampo e poi festa a base di dolci di vario genere nel cortile, con canti tradizionali.

Nonostante la nostra assoluta incapacità linguistica, ci siamo sentiti molto ben accolti. Natale in realtà sarebbe oggi, ma per forza di cose la celebrazione deve essere anticipata al 6 perché la maggior parte dei numerosissimi partecipanti lavora. Questa ultima nota ci ha dato un po’ di tristezza, unita alla considerazione di quanto deve essere difficile per tante madri – che lavorano nelle nostre case come colf, badanti e babysitter – trascorrere questa festività lontane dai loro bambini, che hanno tra l’altro un posto specialissimo in queste celebrazioni.

Tornando a casa, ho rivolto un pensiero a Roma, questa metropoli cosmopolita, sorprendente, millenaria e capace di accogliere tanti dolori silenziosi. Mi è tornata in mente una frase (forse di Amos Oz?) che mi pare si riferisse a Tel Aviv, città dove di giorno si ride in ebraico e di notte si piange in tutte le lingue del mondo.

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Qualche altra foto, qui.