Natale ucraino a Roma


Premessa: Questo post ha necessariamente un tono molto diverso da quello che immaginavo ieri sera e stamattina e mi rendo conto che persino l’immagine che ho scelto per illustrarlo, a questo punto, potrebbe sembrare involontariamente sinistra. No, non sono qui per dire che la religione ha un lato oscuro. Volevo condividere con voi la gioia di una scoperta e il privilegio di essere stata invitata alla celebrazione tradizionale del Natale presso la chiesa cattolica ucraina di Roma. E questo voglio che resti: un post di riconoscenza e di ammirazione per la ricchezza delle tradizioni del mondo su cui, qui a Roma, abbiamo l’opportunità di affacciarci.

Alla liturgia di rito orientale ero preparata da un’antica consuetudine con quella bizantina. Diversa la lingua e la melodia, ma uguale la struttura e identica la sensazione di essere immersi in una sorta di ipnotica armonia avvolgente, in cui le note del canto si fondono con il profumo degli incensi e sembrano brillare di luce propria come i paramenti colorati dei celebranti. Ero quindi lì, al mio post in prima fila nella chiesa di Santa Maria ai Monti (a cui manca l’iconostasi, che c’è invece nella chiesetta dei Santi Sergio e Bacco, a pochi metri di distanza: ma per le celebrazioni con grande afflusso bisogna arrangiarsi così), intenta a farmi goffi segni della croce quando mi pareva il caso e a godermi la sensazione di non capire una parola una, a parte il classico Signore pietà orecchiato nei canti di Taizé.

Ripensavo alla mia infanzia alla chiesa di S. Atanasio, a padre Fortino e ai canti arbreshe, al diacono che tuonava dal centro della navata perché nessuno sbagliasse il Credo (“e procede dal Padre.” PUNTO. Dal Figlio no). Riconoscevo persino il vezzo di scattare qualche foto anche dall’altare nei momenti salienti della cerimonia, compito affidato a un giovane diacono biondino dall’aria timida. E mentre stavo lì trasognata, immersa nella suggestione della liturgia, ecco che il registro di colpo cambia. Senza troppi complimenti, il tavolino con i panini consacrati viene spostato da un lato e fanno la loro comparsa una serie di personaggi in costume. Davanti dei pastori, uno dei quali porta una vistosissima stella sbrilluccicante. Poi i tre Re Magi (uno è una ragazza, ma siamo ancora nella tradizione). Due angei dai lunghi boccoli biondi, tutto secondo tradizione. Ma poi arriva una specie di Charlotte con bombetta nera e farfallino dorato, accompagnato da una ragazza dall’atteggiamento decisamente comico. Segue il re Erode, cattivo cattivissimo, una specie di soldato romano e niente di meno che il diavolo (una pepata ragazza mora e pienotta, con ciocche rosse, coda e corna) e, dulcis in fundo, la morte, con maschera di Scream e falce.

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“Un presepe vivente”, ce lo aveva preannunciato il seminarista che ci aveva accolto. Oddio. Passino i Magi, i pastori, Erode e financo il centurione. Ma la coppia di strampalati ladruncoli intenti in gag di vario genere ci spiazzava non poco. La recitazione era in rima, l’interpretazione sentitissima e noi, naturalmente, capivamo poco o nulla. Però il finale ci è stato chiaro ed era un chiaro trionfo del bene: il malvagio Erode veniva trascinato via dalla Morte, mentre il diavolo lo punzecchiava con la sua coda. Tra le ovazioni degli astanti, il diavolo e i due manigoldi giravano quindi tra gli spettatori raccogliendo offerte.

Finito lo spettacolo abbiamo provato a chiedere ulteriori lumi e abbiamo appreso che questa rappresentazione in Ucraina si usa fare casa per casa: un gruppo di ragazzi in maschera bussa alle porte e, sia pur più sinteticamente, mette in scena l’episodio (che racconta più o meno l’arrivo dei Magi alla corte di Erode e la disposizione da parte di lui della strage degli innocenti, con conseguente immediata e apocrifa punizione).

Una ricerca sul web mi ha oggi rivelato che ieri, nel rione Monti a Roma, ho assistito a un classico vertep, manifestazione tipica del folklore ucraino di cui ignoravo del tutto l’esistenza e che ha indubbiamente molti risvolti affascinanti per il mio animo di storica della religioni e antropologa mancata. Allo spettacolino è seguita l’unzione, la distribuzione dei panini consacrati e “timbrati” con apposito stampo e poi festa a base di dolci di vario genere nel cortile, con canti tradizionali.

Nonostante la nostra assoluta incapacità linguistica, ci siamo sentiti molto ben accolti. Natale in realtà sarebbe oggi, ma per forza di cose la celebrazione deve essere anticipata al 6 perché la maggior parte dei numerosissimi partecipanti lavora. Questa ultima nota ci ha dato un po’ di tristezza, unita alla considerazione di quanto deve essere difficile per tante madri – che lavorano nelle nostre case come colf, badanti e babysitter – trascorrere questa festività lontane dai loro bambini, che hanno tra l’altro un posto specialissimo in queste celebrazioni.

Tornando a casa, ho rivolto un pensiero a Roma, questa metropoli cosmopolita, sorprendente, millenaria e capace di accogliere tanti dolori silenziosi. Mi è tornata in mente una frase (forse di Amos Oz?) che mi pare si riferisse a Tel Aviv, città dove di giorno si ride in ebraico e di notte si piange in tutte le lingue del mondo.

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Qualche altra foto, qui.

Roma, il gioco si fa duro


Amo Roma, amo la sua complessità e il suo essere metropoli. Per giunta, lavoro nelle politiche sociali. Avete presente Mafia Capitale e compagnia bella? Ecco, noi ci mangiamo il fegato da moltissimi anni per quelle speculazioni efferate. Perché rubare su scala industriale a chi più ne ha bisogno anche quel poco che è previsto è proprio un crimine efferato, che ha un impatto spaventoso su tutti noi. Vi faccio un esempio: se io sono pagato dallo Stato per fare un servizio essenziale (smaltire i rifiuti, oppure offrire assistenza adeguata a un bambino che è scappato dalla guerra da solo o a una vittima di tortura, perché di questo parliamo) non solo sono disonesto perché prendo i soldi per non fare nulla, ma danneggio attivamente tutta la comunità, giorno dopo giorno, per anni. La danneggio con la stessa ottusità del mafioso che seppellisce i rifiuti tossici nella terra dove vivono i suoi parenti: faccio soldi nell’immediato, ma prima o poi ammazzo anche i bambini della mia famiglia. A Roma vediamo succedere da anni piccoli delitti sociali quotidiani e, come noi, li vedono tantissime persone disposte a guardare le cose con gli occhi aperti e e coscienze sveglie, come diceva il mio precedente capo gesuita. Finché le vittime sono “solo” rifugiati, stranieri, poveri o emarginati lo scandalo non fa tanto rumore.

Poi succede, ad esempio, che una persona arrivata su un barcone in preda a una vera e propria malattia mentale soggiorni per quasi un anno in un centro in cui dovrebbe esserci assistenza, anche medica, personalizzata (lo Stato paga per questo). Peccato che c’è chi non si fa scrupolo di intascare il pagamento senza erogare nessun servizio, perché gli immigrati, se li si tratta come merci, rendono più della droga. Quindi nessuno lo guarda in faccia per un anno quell’uomo, nessuno lo cura. E’ un po’ strano, sente le voci, ma è sempre una testa che porta reddito. Finito il periodo finisce a dormire per strada (sarebbe previsto altro ma si sa, le risorse sono poche, povera Italia… c’è chi ha il coraggio di usare ancora frasi così) e un giorno, in preda a una crisi, uccide delle persone innocenti, italiane. Una tragedia spaventosa. Il crudele assassino viene processato e messo alla gogna su tutti i giornali. Chi ha rubato quello che lo Stato ha pagato per assisterlo e curarlo non è mai menzionato in questa triste storia e probabilmente è tra quelli che ha fatto la voce più grossa contro questi stranieri che vengono a delinquere nel nostro bel Paese.

Ma torniamo a Roma. La logica è la stessa. Ammassare centinaia di persone in palazzoni costruiti dalla speculazione edilizia in aree prive di infrastrutture e di servizi (incidentalmente: speculazione fatta magari dagli stessi soggetti che ora “trattano immigrati”), in cui sono già precedentemente finiti a vivere quei cittadini che già sono considerati un po’ meno cittadini degli altri. Più i nuovi arrivati hanno bisogno di assistenza urgente, meglio è: lo Stato paga meglio, il profitto è maggiore. Se scoppia tutto, meglio ancora. Potrei continuare. Io parlo di immigrazione, ma lo stesso discorso vale per moltissimi altri settori vitali per la nostra città. Mi preme dunque dire due cose.

Uno. Le cose possono essere fatte diversamente. Un esempio concreto. Noi l’accoglienza ai rifugiati l’abbiamo sempre fatta con onestà e giustizia, non coprendoci d’oro e anzi spesso e volentieri rimettendoci, danneggiati dalle speculazioni degli altri sia per il continuo gioco al ribasso a cui eravamo chiamati, sia perché dovevamo anche cercare di coprire l’immenso vuoto di assistenza lasciato da chi rubava (non riuscendoci, evidentemente, ma mettendo qualche pezza dove arrivavamo). Qualcuno, che interferiva più direttamente, ha rimediato anche minacce mafiose. Noi no, ma è successo a nostri colleghi che lavorano in altri Paesi del mondo e contrastano gli interessi dei più potenti. Non tutti siamo chiamati a essere eroi, certo. Ma essere diversi, onesti, non conniventi si può. Spesso ci si trova in una posizione scomoda, ovviamente. Difficilmente si è considerati dei vincenti. Ma Roma pullula di realtà sane e competenti, che aspettano solo di essere messe in condizioni di incidere in modo più sostanziale.

Due. Qualcosa si muove. Non mi lancio in analisi politiche, per cui non sono competente. Non credo nel deus ex machina, non credo nei salvatori della patria con l’aureola e il cavallo bianco. Ma ci sono stati dei segnali forti e delle reazioni violentissime. La mia amica Silvia dice che la mafia fa gli attentati quando è in crisi. Certo che quando parliamo di immigrazione, rifiuti, bancarelle di piazza Navona e compagnia parliamo proprio di mafia in senso stretto e tutti lo sanno. In altri casi parliamo “solo” di interessi consolidati, di lobby, di malcostume fatto regola. Non ho le competenze per vagliare tutto quel che si dice, ma ho motivo di credere che la situazione non sia tanto lontana da quella dipinta qui. Non amo il complottismo, ma cercare di capire le cose è il dovere di chiunque abbia un cervello.

Papa Francesco si è guadagnato al stima di molti, me compresa, in questo suo primo anno di pontificato, anche e soprattutto perché ama chiamare le cose con il loro nome. Al Te Deum di fine anno ha parlato degli scandali di Roma in modo esplicito, ricordando che bisogna avere il «coraggio per dire che occorre difendere i poveri e non difendersi dai poveri, servire i deboli e non servirsi dei deboli». «Il nostro vivere a Roma», ha aggiunto, «significa abitare nella città eterna, far parte della Chiesa fondata sul martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo. Anche di questo ringraziamo il Signore, ma al tempo stesso questo rappresenta una grande responsabilità. Gesù ha detto: “a chiunque è stato dato molto molto verrà chiesto”. Domandiamoci, in questa città, in questa comunità ecclesiale, se siamo liberi o schiavi, se siamo sale e lievito, o se siamo spenti, ostili, sfiduciati, irrilevanti e stanchi».

Veniamo dunque a noi. Io, da romana e operatrice del sociale, mi sento in dovere di fare del mio meglio per essere sale e lievito, per dirla con il Papa. Non limitarmi a unirmi al mormorio qualunquista di chi dice che tutto farà schifo per sempre, ma cercare di chiamare le cose con il loro nome e, per quanto possibile, pensare con la mia testa e promuovere la giustizia. Il che non vuol dire non vedere i problemi. Al contrario. Piuttosto, essere consapevole che siamo in guerra e che il futuro di questa città dipende anche da quello che noi contribuiamo ad avallare con la nostra superficialità e la nostra pigrizia mentale. A me e ai tanti romani come me serve, come non mai, la vostra solidarietà e il vostro rispetto. Combattere per una Roma più pulita, in tutti i sensi, è interesse di tutti noi (e, più ancora, di tutti i nostri figli).

Il figlio dell’altra


In questo periodo natalizio si recupera: il sonno (mai quanto servirebbe), le letture (spero, prima o poi), le visioni di film. Questo qui aspettava da più di un anno, ma meglio tardi che mai.

Nei giorni che sono trascorsi dalla visione gli ho trovato, qua e là, qualche debolezza. Ma il fatto stesso che mi sia tornato in mente più volte la dice lunga, specie nel confronto rispetto a tante pellicole inconsistenti, viste una volta e poi dimenticate per sempre. La mia prima impressione comunque è stata del tutto positiva: non è il solito film di identità scambiate. In primo luogo credo che, nella sua sobrietà, dia una visione abbastanza equa della tragedia palestinese, pur conservando un punto di vista onestamente israeliano. Questo fa sì che non si scivoli in irritanti caricature e/o santini.

Ma quello che soprattutto mi ha colpito è il fatto che non parla solo del conflitto in Israele/Palestina. E’ prima ancora e forse soprattutto un film sull’adolescenza. Ha una portata, in qualche misura, universale. Chi sono? Che rapporto ho con la storia della mia famiglia? Come mi pongo rispetto alle contraddizioni apparentemente insanabili in cui sono immerso e, prima di me, i miei genitori? L’estate dei diciotto anni segna in misura forte il passaggio dalla visione della propria famiglia semplificata e in qualche misura monodimensionale dell’infanzia a quella a tutto tondo, del rapporto tra adulti

Oso aggiungere che, sia pure in un modo piuttosto sui generis, è anche un film su quelle che su Genitori Crescono chiamano “famiglie scomposte“. Scomposte e ricomposte, in nuovi equilibri che possono sembrare irragionevoli, ma la cui autenticità in fin dei conti è data solo dall’onestà intellettuale ed emotiva dei componenti.

Una bella storia per tutti, insomma.

Una piccola magia di Natale


Sono passati molti anni da quando vi ho parlato di Y., rifugiato etiope senza tetto. Non era una storia allegra e, con il tempo, la situazione è parecchio peggiorata. Y. è arrivato a perdere quasi tutto, a tratti anche quella dignità minima che ci aspettiamo di trovare in tutti i nostri simili. Ma non ha perso la strada di via degli Astalli, nemmeno nei momenti più difficili. E qui devo tributare un elogio pubblico ai miei colleghi che non solo fanno ogni giorno, con professionalità e pazienza un lavoro difficile, ma hanno la capacità di vedere oltre, di avere i guizzi, di non disperare. A un certo punto, grazie alla tenacia e all’insistenza di medici volontari e operatori, si è riuscito a ricoverare Y. Lo andavano a trovare tutti i giorni, come e più di un familiare. Non so darvi i dettagli clinici, ma il recupero è stato vistosissimo. Y. è tornato dignitosissimo, pulito, presentabile. La sua mente vaga sempre, ma il suo corpo si è rialzato. Al punto che ha trovato un’ospitalità (temporanea, ma è qualcosa) presso un istituto di suore.

Una volta a settimana, puntualissimo, torna a via degli Astalli. L’ultima volta ha solennemente portato un’ambasciata. Anzi, un invito. Sabato scorso le suore avevano organizzato una festa di Natale. E lui, Y., avrebbe suonato. Sì, perché una cosa non ve l’avevo raccontata, perché non la sapevo. Y. suona bene il piano. Persino nei momenti di nebbia più fitta non ha mai perso questa abilità, che ci dice moltissimo dello stile di vita che aveva, in quel prima per sempre perduto.

I miei colleghi, sabato, erano a quella festa. E oggi, alla riunione di staff, ci hanno raccontato la gioia e la soddisfazione di aver visto Y., elegantissimo, protagonista alla tastiera. Io avevo già guardato il piccolo video che avevano condiviso su Facebook e che aveva suscitato reazioni incredule: “Ma veramente è lui?”.

Non è un miracolo, certo. Non abbiamo nessun lieto fine stupefacente. I problemi ci sono e restano. Ma il sentimento che lega Y. a quelli che nel tempo sono diventati i suoi amici è, a suo modo, una piccola magia. Mi piace pensare che quello che commuove tanto tutti noi abbia un senso e una bellezza anche per lui.

Questo post partecipa al blogstorming

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Attaccamento


Sento il bisogno di sdrammatizzare una mattina di formazione un po’ ansiogena, in cui tra me e me mi chiedevo se sono stata e sono in grado di dare a mia figlia quell'”attaccamento sano” da cui, a sentire psicologi e psichiatri, pare che dipenda in larga misura la sua stabilità futura. Per associazione di idee, uno di quei salti logici (forse da evitamento, chi può dirlo) che alla fine ti salvano la vita, mi è subito dopo venuto in mente a un attaccamento diverso, su cui rifletto da un po’. Avrete forse notato anche voi che spesso oggetti significativi, preziosi o anche solo emotivamente rilevanti manifestano una fatale attitudine a rompersi, perdersi, essere rubati. Sono certa che ciascuno di noi potrà facilmente condividere due o tre di questi piccoli (o grandi) lutti: l’anello della nonna caduto nel tombino, la prima scarpetta della bambina masticata dal cane di casa, il fazzoletto con cui lui si è soffiato il naso alla prima uscita dilaniato dalla lavatrice. E così via, di evento improbabile in evento improbabile.

Ma c’è un rovescio della medaglia. Gli oggetti più brutti, più insignificanti, quelli che segretamente speriamo che si dissolvano da sé dimenticati su una mensola, sono quelli che si attaccano tenacemente alla nostra vita, tanto da diventare testimoni durevoli della nostra esistenza. Non si rompono, non si perdono, nessuno ce li ruba e nessuno li prende nemmeno in prestito. Nel mio caso, questi oggetti sono sopravvissuti senza batter ciglio ai miei più profondi sconvolgimenti esistenziali nell’unico modo a loro possibile, in qualità di oggetti inanimati: fregandosene bellamente.

Con gli anni si sono persino guadagnati il mio rispetto. Penso ad esempio a una zuccheriera con la scritta “Ricordo di Sant’Agata dei Goti”. E’ in ceramica, viene usata quotidianamente, è dotata persino di un coperchio che potrebbe cadere separatamente e spezzarsi. Invece nulla, resiste strenuamente. Il ricordo della circostanza in cui mi è stata regalata (dalla mia ex suocera) è ormai sbiadito al punto da essere a stento riconoscibile e comunque irrilevante. Lei però mi guarda muta ogni mattina e ogni volta che mi viene voglia di bere un tè.

Lo stesso vale per due grossi barattoli da cucina in cui tengo il sale (o, piuttosto, in uno dei due tengo il sale fino; l’altro, destinato a quello grosso, resta solitamente vuoto e quindi ancora più inutile). Me li regalò per il mio matrimonio un compagno di liceo che, se non erro, neppure ci venne. Ancora oggi i contatti con lui, giornalista di fama, sono men che sporadici. Non saprei neppure dire se quei barattoli siano stati all’epoca scelti davvero da lui, o piuttosto da sua madre, in virtù della partecipazione ricevuta. Fatto sta che lì sono, sopravvissuti a traslochi e a risistemazioni sentimentali e esistenziali. Come abbiano fatto i bellissimi bicchieri di plastica verdi, regalati da una cara amica in occasione della nascita di Meryem proprio in quanto potenzialmente indistruttibili (“Diventano Velociraptor, crescendo, dammi retta. Questo ti serve, altro che trine!” – e aveva assolutamente ragione), a dissolversi quasi tutti nel nulla resta un mistero che contraddice le più elementari leggi della fisica. Ma i barattoloni ingombranti e inutili restano lì, a memoria eterna di se stessi e forse anche di una me ormai in parte superata.

Potrei continuare, naturalmente. Se vi va, fatelo voi.

Un mostro, una mamma, un bambino


Non è una favola, ma tutti possiamo contribuire a costruire un lieto fine. Vi ho già parlato tempo fa della storia della mia amica Janette e del suo bambino, Iñaki. Iñaki ha 4 anni e soffre della sindrome di Sanfilippo, una malattia rara per cui al momento non c’è alcuna cura.

La ricerca sta procedendo e c’è una terapia, la terapia genica, che sta dando risultati incoraggianti negli USA. Pare che funzioni e che sia possibile, per bambini piccoli, far regredire i danni che la malattia ha già fatto. Se la sperimentazione fosse attiva in Spagna, Iñaki avrebbe ottime possibilità di essere incluso e forse curato. Avrebbe, in pratica, una possibilità concreta di sopravvivere. Però in Spagna la sperimentazione è stata sospesa per mancanza di fondi. L’associazione di genitori di cui Janette è presidente ha ottenuto la disponibilità dei ricercatori americani a collaborare con un ospedale a Bilbao per portare avanti parallelamente il protocollo. L’ospedale ha accettato e ora è solo una questione di soldi. Tantissimi soldi.

Il tempo si va esaurendo e Janette, come è ovvio, non si arrende. Per questo ha girato un video bellissimo per farvi conoscere il suo splendido bambino. Per dare un sostegno a questa causa, potete cliccare qui. Se potete, passate parola.

In monastero con la Guerrigliera


Ormai mia figlia Meryem è una compagna di viaggio rodata. Per questo mi sono decisa, per il ponte dell’Immacolata, a proporle una gita di tre giorni, stavolta in gruppo. In torpedone. Con ampie parti del programma dedicate a visite culturali. Con pernottamento in monastero. In condizioni meteo che non si prestavano particolarmente a passeggiare nei boschi. Tutti elementi che avrebbero scoraggiato più di un genitore sano di mente. Cominciamo subito dal lieto fine: è stato un successone. Un po’ si deve alla fortuna: ha piovuto un po’, ma non ha mai diluviato e quindi le due gite previste, all’anello basso e all’anello alto de La Verna, si sono svolte regolarmente. Un po’ si deve al carattere sostanzialmente socievole e adattabile della Guerrigliera, che ha mugugnato appena un pochino all’inizio, ma poi si è inserita perfettamente e si è persino esibita in un assolo di spiritual in pullman. Un (bel) po’ si deve agli organizzatori (DdG, in gergo Giovane Montagna) che, al netto di qualche piccolo imprevisto, hanno ideato un programma ricco, vario e con apporti di guide e amici locali che hanno fatto la differenza. Un ultimo contributo al successo si deve agli standard bassi a cui è abituata mia figlia, che ha trovato confortevolissima l’accoglienza in monastero (“La doccia migliore che abbia mai fatto!”) e il cibo favoloso. C’era del vero, intendiamoci, ma il confronto con la nostra quotidianità sgarrupata aiuta. Abbiamo iniziato con un pranzo luculliano ad Arezzo (qui) preceduto da una breve passeggiata libera durante la quale ho colto l’occasione di prendere un lussuoso aperitivo analcolico con un’amica di web e figliola. Nel pomeriggio abbiamo passeggiato tre ore guidati da Serena, una guida efficientissima e appassionata, che personalmente ho trovato particolarmente illuminante. Abbiamo gustato Piero della Francesca, cogliendone appieno l’innovatività (ai frati committenti deve essere preso un coccolone: avevano assoldato un posato pittore gotico e si sono trovati un murales con veri tramonti e sederi di cavalli in primo piano. Praticamente un murales) e ci siamo immersi nella storia medievale e contemporanea in una prospettiva tutta aretina. In serata, sotto una pioggia battente, abbiamo guadagnato il monastero. La mattina successiva, in uno scenario degno di Tolkien, abbiamo percorso i tre km e mezzo dell’anello basso. Si tratta dei cosiddetti sentieri Frassati, che hanno costituito sicuramente l’attrattiva principale della gita. Molto fango, ma anche molta magia. 18   La giornata, poi proseguita nel pomeriggio con la visita di Camaldoli, non sarebbe stata la stessa senza la guita entusiasta e appassionata di Andrea, segretario della Sottosezione P.G. Frassati della Giovane Montagna. La visita di Camaldoli è stata abbastanza veloce e in gran parte occupata dalla cioccolata calda al bar. Ma, come ha osservato giustamente la nostra guida, è servita a scaldarci e, visto il clima fuori, la cosa aveva la sua importanza. Sul ritorno, Meryem sostiene di aver intravisto una volpe dal finestrino. Io non posso testimoniare personalmente rispetto alla veridicità dell’avvistamento, ma altri membri della spedizione hanno visto invece cinghiali e anche un cervo (pare). Il terzo e ultimo giorno è stato dedicato a una visita veloce del santuario francescano e al completamento del sentiero, con l’anello alto e la vetta del Monte Penna. Ancora una volta il percorso, breve e non eccessivamente impegnativo, era assolutamente alla portata di Meryem (e mia!). Da un momento all’altro mi aspettavo di veder comparire la casetta di Hansel e Gretel. Il percorso, mi dicono, sarebbe molto panoramico con condizioni meteo diverse (il modo condizionale, si sa, è stato inventato in montagna…). Ma la nebbia aveva il suo indubbio fascino. 13 19 Finisco per raccomandarvi caldamente un soggiorno a La Verna e le due escursioni che abbiamo fatto noi. La natura è meravigliosa, l’alloggio economico e confortevole. Noi certamente ci torneremo.

Cinque chicche editoriali


Uno dei miei autoregali di compleanno era una lunga e lenta passeggiata in giorno feriale a Più libri più liberi. Senza minori annoiaiati al seguito. Poi, come è naturale che fosse, una parte dei miei acquisti è stata dedicata a Meryem e una fetta rilevante della mia attenzione è stata catturata dall’editoria per bambini e ragazzi, che offre delle verie e proprie eccellenze (vi segnalo soprattutto i miei preferiti: Orecchio Acerbo, Lapis, Sinnos, Topi Pittori e una menzione speciale, meritatissima, ai giochi di CreativaMente). Ma oggi, essendo ancora in mood di attenzione per me stessa, vorrei parlarvi di qualche bella idea per un pubblico adulto, magari anche in vista del vostro shopping natalizio a budget contenuto (la fiera dura fino a lunedì compreso, ma molti editori vendono anche online).

1. La collana “i Quaderni” di Kellermann. Difficile descrivere la bellezza di questi libretti, interamente scritti in elegante corsivo. Gli argomenti sono talmente vari che ne troverete certamente uno, o più probabilmente più di uno, che è perfetto da regalare a qualcuno. O anche a voi stessi, eventualmente. Eccoli qui. Prezzo a prova di crisi, magia garantita.

2. Amici lontani? Per soli 5 euro ci sono “I pacchetti”, un’idea dell’editore L’Orma, che si distingue peraltro per un delizioso catalogo piegato in forma di areoplanino di carta. Si tratta di raccolte ragionate di lettere di artisti e filosofi, pronti per essere affrancati e spediti. Una variante leggermente più costosa (8 euro) sono i “Pacchetti dei luoghi (non comuni)”, piccole monografie dedicate a luoghi simbolo di città europee (per ora, Torre Eiffel e Muro di Berlino). Anche in questo caso, originalità e cura per il particolare sono ciò che colpisce.

3. Per i frequentatori sofferenti di social network, raccomando il nuovo noir di Exorma, intitolato La strage dei congiuntivi (di Massimo Roscia). In fiera era in vendita anche una simpatica maglietta abbinata, con la scritta “Ignoranza, esci da questo corpo”. Sempre utile, da indossare e da regalare a chi ne ha bisogno.

4. Moltissime ottime idee (“Fresche idee per pedalare liberi”, per la precisione) si trovano nel catalogo di Ediciclo.  Io, che pedalo pochino ma vado spesso e volentieri a spasso per l’Italia senz’auto, sono rimasta affascinata e incuriosita da L’arte del viaggiare lento, di Paolo Merlino.

Cosa ho comprato per me? In realtà quasi nulla di tutto questo. Perché, salendo in coda al mio giro, al piano superiore sono incappata in Paolo Izzo e nel suo stand della Stamperia del Valentino. Mi sono sparata lì tutto il mio budget comparndo questo, questo e questo. Il Sarchiapone, che pure mi tentava, l’ho lasciato lì per la prossima volta. Chi mi conosce capirà. Forse. Ho i miei punti deboli, decisamente.

Quella che… parla di cose improbabili


Di ritorno dal Mammacheblog Creativo, vi regalo questo piccolo aneddoto. Una nota influencer, che scambiava due chiacchiere causuali con me nei pressi della ciabatta con le prese di corrente (postazione più frequentata del tavolo dove veniva offerto il caffè Vergnano), in risposta alle mie reiterate dichiarazioni di estraneità al contesto, mi ha chiesto: “Me ce l’hai un blog, almeno?”. Sì, ce l’ho. Dal titolo improponibile, ma ce l’ho. Forse avrei anche potuto dirle (anche se probabilmente lei non ne ha alcuna memoria): “Sai, sono quella che ha avuto una piccola divergenza di vedute con te a distanza in materia di rifugiati”.

Oggi, neanche a farlo a posta, leggo questo post di un’altra nota influencer e realizzo (oltre al fatto che se mi definisco “quella che” magari dovrei riconoscerle dei credits) che in fondo il quid che mi caratterizza ormai da un certo numero di anni in questo ambiente variegato che mi trovo a frequentare è proprio questo: la mia esperienza con i rifugiati. “Che problema risolvi, tu?”, chiedeva una volta Luigi Centenaro a una sessione sul personal branding. “Io semmai ne creo”, ricordo di essermi risposta. Fatto sta che già nel 2011 al Mammacheblog (che allora si chiamava Momcamp) avevo cercato, non so con quanto successo, di raccontare alla platea chi fossi io, in rete e fuori.

Ieri sera, tornando in treno da Milano, ho riflettuto sul fatto che, di tanto in tanto, chi tra i miei contatti web aveva avuto bisogno di chiedere qualcosa sui rifugiati si era, in effetti, rivolto a me. E i post più letti di questo blog di questo parlano. Il primo blog che ho aperto, su splinder, all’inizio del 2004, si chiamava “Rifugiati”. Molto più agevole da ricordare e da digitare. Peccato che, come era ovvio, non lo leggesse nessuno. E alla fine Yenibelqis, che era l’esperimento privato, si è animato di vita propria, nonostante la sua impronunciabilità.

Insomma, questo post sconclusionato è per dirvi che continuerò a scrivere, come sempre, di quello che mi interessa e che forse riassumerei così: rifugiati, maternità (cioè educazione, esperienze, cose interessanti da fare con mia figlia), religioni, Roma. Ma se vi va che vi risponda a un dubbio o una domanda sulla mia “specialità”, scrivetemi. Non sarete molti, posso immaginare. Ma è anche vero che di migrazioni forzate si inizia a parlare molto più di un tempo. Insomma, sapete dove trovarmi.

Dicembre è il più magico dei mesi (#Ptitzelda2014)


Stamattina un pensiero mi ha folgorato: ma la settimana prossima è il mio compleanno! E, soprattutto, la settimana prossima inizia dicembre. Il mese di dicembre ha qualcosa di speciale, non trovate? No, non parlo di glitter natalizio, di cenoni, di stress da regali e dei Babbi Natale panciuti che mi è toccato stampare per Meryem. E tanto meno dei lavoretti, da cui ingenuamente pensavo di essermi liberata per sempre e invece, in seconda elementare, a sorpresa, ricicciano. No, parlo di quei piccoli bagliori dell’anno che finisce, di un ciclo che si chiude con la promessa delle novità dell’anno nuovo. Lo so che ormai siamo abituati a ragionare per anni scolastici. Ma l’anno tradizionale ha pur sempre il suo fascino.

Il tutto per dire che l’anno scorso ho, per caso, incrociato Camilla  in una boutique milanese (oddio, quanto fa figo dire così: pare che io faccia shopping abitualmente, e per giunta in città diverse dalla mia). A essere onesti non è che abbiamo avuto poi modo di approfondire particolarmente la nostra conoscenza. Sono contenta di rivederla domani al Mammacheblog, a Milano, ma soprattutto ho iniziato a seguire di più il suo blog e, per farvela breve, sono rimasta incantata dalla sua proposta: per tutto il mese di dicembre fissare, con uno scatto al giorno, quel “qualcosa di folgorante e piccolo che ti attraversa un giorno come tanti e che ti svolta la giornata”. Una bella sfida, per certi versi simile al giochino della gratitudine (elenca tre cose di cui essere grato oggi) che è girato a lungo su Facebook. Ma anche una sorta di calendario dell’avvento che dura fino a Capodanno.

I suo scatti sono fantastici, ma l’esercizio è interessante anche per chi – come me – è un fotografo mediocre. Quindi anche quest’anno, su Instagram, parteciperò al PtitZelda2014. Tutte le istruzioni in questo post.