Est modus in rebus


Se mi conoscete un po’, saprete che non sono una madre esemplare. Meryem talora gioca col tablet, mangia wurstel e varie cose poco genuine e, soprattutto, guarda la tv. In particolare, dato che in questa fase adora Doraemon, guarda Boing Tv. Non siamo usciti indenni, dunque, dalla campagna pubblicitaria che annunciava la presenza de La casa di Boing qui a Roma, nella sede dell’Archivio di Stato all’EUR, ieri e oggi. Ho acconsentito a portarcela. Mi pareva equo. Talora le chiedo di partecipare a eventi non dissimili per mie piccole collaborazioni lavorative. Ieri abbiamo attraversato la città intera, sotto la pioggia e con i mezzi, perché ci tenevo a partecipare alla terza edizione di “Alice nel paese della Marranella”. Che Boing Tv fosse, dunque.

L’evento in sé era come me lo aspettavo. Attività standard, abbastanza folla, genitori equamente divisi tra civili e maleducati. Un classico. Meryem ha diligentemente svolto tutto ciò che era previsto, collezionando gadget. Doraemon non era presente di persona, per precedenti impegni in un’altra città. In compenso, a un certo punto, è arrivata Barbie. Meryem si precipita dunque sotto il palco, dove fino a quel momento non avevamo sostato un granché. Il format prevedeva che i bambini facessero a Barbie delle domande e che poi la bella bionda si recasse nell’angolo predisposto per scattare foto ricordo e firmare autografi.

In primo luogo, Barbie in realtà NON rispondeva alle domande. Si limitava a sorridere a annuire. Alle domande rispondeva l’animatore-presentatore. Ho poi notato che tutti i personaggi che ho visto intervenire erano muti “perché fuori dalla tv non possono parlare”, come spiegava il ragazzo. Fatto sta che la conversazione ha preso la piega di cui vi darò qui alcuni esempi.

Bambina: “Perché sei così bella?”
Animatore: “Deve essere bella, perché ha un bel fidanzato! E lo sapete come fa a restare bella? Ve lo dico io! Si spalma ogni giorno un sacco di crema di bellezza. Anzi, ora che ci penso, una domanda la faccio io, a Barbie: chi ti spalma la crema? Aaaah, il tuo fidanzato… che fortunato!”

Bambina: “Che bel vestito che hai!”
Animatore: “Eh sì! Tutto pieno di diamanti. Costa tanto, sapete? Vale come mezza Roma!”

Intermezzo. L’animatore finge di scattarsi un selfie con Barbie. “Che bello, un selfie con te, è quello che ho sempre sognato! Peccato che ho le mani occupate…”.

Bambino: “Dove li hai presi i diamanti del vestito?”
Animatore: “Glieli spediscono per posta gli ammiratori. Tutti i maschi regalano un diamante a Barbie. Anche tu, quando crescerai un po’ e avrai 18 anni dovrai comprargliene uno, sai? Ma non devi mica spenderci 10 euro, eh? Devi spendere tanti soldi!”

Bambina: “Dove li prendi i vestiti?”
Animatore: “Nei negozi di tutto il mondo. Sapete, lei ha una grande villa solo per i vestiti, una solo per le scarpe e poi una grande casa piena di specchi, perché a lei piace guardarsi!”

L’intervento si è concluso con una mamma che ha chiesto un bacio a Barbie “per conto del marito”. L’animatore ha chiuso lo spettacolino raccomandando: “Vabbè, ora però lo tenga d’occhio perché Barbie girerà qui per tutto il giorno!”.

Credo che questo saggio sia sufficiente.

Due osservazioni conclusive. Non amo i film di Barbie, ma ne ho guardati molti e mi pare ovvio precisare che i messaggi che contengono sono ben lontani, da tutti i punti di vista, dai contenuti dello sketch a cui abbiamo assistito. In questi anni ho avuto l’impressione che i contenuti dei cartoni siano in genere piuttosto educativi e positivi, con punte di moralismo eccessivo (ricordo che avrei spiaccicato al muro il saccente e perfetto Coniglietto Milo!). Quindi non è Barbie il problema e forse neppure Boing Tv.

Il punto credo che sia che, come ben sanno i genitori che organizzano e subiscono feste di compleanno, gli animatori non sono tutti uguali. E gli animatori dozzinali sul mercato abbondano, e anzi sono la maggioranza. Con l’aggravante che sono anche molto popolari e apprezzati. E allora? Allora quando si organizza un evento, specialmente poi se è un evento vetrina per un marchio, si deve scegliere da che parte stare. Kinder per la caccia alle uova per quel ruolo ha scelto Giovanni Muciaccia. Vedete voi.

Sulla scuola


Giorni fa, sulla mia bacheca di Facebook, dicevo che ormai nella mia testa la confusione sulla scuola è massima. Non so più come la penso, non sono neanche più sicura degli argomenti di cui si discute e di quali, più propriamente, sarebbe importante confrontarsi (raramente le due cose coincidono).

“Tu non puoi capire”, mi suggeriscono – in sostanza – alcuni professori che conosco, chi con più, chi con meno garbo. In effetti logicamente capisco che, come essersi rotti un braccio non rende ortopedici, così aver frequentato una scuola e/o avere figli che la frequentano non rende esperti di didattica, né tanto meno, di gestione e valutazione di programmi di istruzione nazionali.

Guardo i dibattiti sulle bacheche altrui sul tema rifugiati, leggo tali e tante inesattezze, ingenuità, errori di prospettiva – per considerare solo chi parla in buona fede – che la frustrazione degli “addetti ai lavori” la capisco, almeno un po’.

Poi ieri, inaspettatamente, a una bellissima iniziativa nel mio quartiere, ho ascoltato di nuovo una poesia che avevo dimenticato. Interpretata, peraltro, da un gruppo variegatissimo di adulti che stanno imparando l’italiano come seconda lingua.

C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri, professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.
Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così cosi.
Ci si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.
Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno può fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.
Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.
Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso.

(Gianni Rodari)

E che c’entra questo con gli invalsi, le assunzioni dei precari, gli sgravi fiscali per chi manda i figli alle scuole private, le chiusure estive abnormi e via discorrendo? Secondo me un po’ c’entra e cerco di spiegarvi perché lo credo. (Sì, lo ammetto: il mio lavoro mi condiziona pesantemente. Ma non è così per tutti?)

La scuola non è un mondo a parte. A volte, con metodi, idee e intenti diversi e persino opposti, intravedo nella scuola la tendenza a costituirsi come insieme chiuso, come isola (felice o no, questo dipende), come luogo a sé. Proteggere uno spazio per l’apprendimento è giusto, a volte persino necessario e urgente. Ma proteggere non significa isolare.

“Quel che non si sa è sempre più importante di quel che si sa già”. Questo vale per tutti, anche nella scuola. Deve valere per gli studenti, che hanno diritto di imparare molto (anche – ma non solo! – nozioni, tecniche, abilità); per gli insegnanti, che non dovrebbero mai perdere la flessibilità anche quando hanno forti e radicate convinzioni, ricordando che sono le sentinelle della società che cambia; per i genitori, educatori e studenti di fatto, anno dopo anno, giorno dopo giorno.

Ma soprattutto, il mondo è grande. Non dimentichiamoci mai di aprire gli occhi e tenerli aperti.

La biblioteca


L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un
numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con
vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse
ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e
inferiori, interminabilmente….

Lo conoscete il racconto “La biblioteca di Babele” di J.L.Borges? Se non lo conoscete lo trovate qui. Mi torna in mente oggi perché è forse uno dei più calzanti esempi di come la biblioteca possa essere metafora dell’universo intero, parabola di come funzionano le cose. Un altro lo ho avuto ieri, all’ultima riunione di interclasse dell’anno scolastico della scuola di mia figlia.

La questione biblioteca ha fatto capolino a intervalli regolari in tutte le riunioni dell’anno. I punti affrontati sono stati, sostanzialmente i seguenti.

Questione 1. Rivestimento degli scaffali in metallo della allestenda biblioteca con fumetti riciclati, secondo la tecnica del découpage. Animati dibattiti sulla modalità di stesura della colla vinilica, sulla supposta  tenuta della decorazione, sulle divergenze rispetto alla modalità di incollamento e di asciugatura tra le  diverse componenti del corpo insegnante.

Questione 2. Acquisto mobilio e, in particolare, apparente impossibilità da parte della segreteria della scuola di utilizzare i fondi stanziati e disponibili per l’acquisto di mobili Ikea come da preventivo. Ikea non accetterebbe bonifici. Questo intoppo è rimasto tale da settembre ad oggi senza essere superato in alcuna maniera. Ingegnose soluzioni creative prevedono di arredare la biblioteca senza gli arredi, utilizzando materassi e tappetoni della sala di psicomotricità non utilizzata.

Comunque ieri è stato trionfalmente annunciato che si è cominciato a tirare fuori i libri dagli scatoloni per selezionare quelli che si possono ancora utilizzare. “E poi forse bisognerà catalogarli”, chiosa una delle maestre promotrici del progetto.

Non vorrei, ma mi scappa una domanda. “Ma c’è un bibliotecario? Qualcuno che si occuperà della biblioteca [e che magari capisce qualcosa rispetto a un suo eventuale funzionamento, ma questo non lo dico]?”. Sguardo interrogativo. Ovviamente se ne occuperanno i maestri, che sanno sì che ci sono “diversi programmi”, ma pensavano di fare una cosa semplice tipo un elenco in excel.

Il nervoso rispetto all’inettitudine amministrativa svanisce come d’incanto. Va da sé che la biblioteca, come molti altri progetti, è destinata a non essere mai in funzione. Più che una previsione è una constatazione.

Perché dico che è una metafora del funzionamento della scuola italiana? Perché si spreca tempo, soldi, parole sui dettagli del come. Peccato che nessuno sembri avere la minima idea del cosa.

Perché non sono fatta per la politica. Ovvero: Io e l’Invalsi


Disclaimer: questo non è un post sulle prove Invalsi. Ne trovate tanti in rete, qualcuno pro e qualcuno contro, e non si sente il bisogno di aggiungerne un altro. Questo è un post su di me in qualità (più o meno nell’ordine) di persona, di rappresentante di classe e di madre.

Arrivare in seconda elementare con un maestro poeta e obiettore è nel 99,9% dei casi una gran fortuna, per i bambini e per i di loro genitori. Mi è stato proposto di essere rappresentante di classe in gran parte per quello 0,1% dei casi, ovvero per il momento – che oggi si conclude – in cui ci saremmo trovati di fronte al dilemma: “Invalsi, che fare?”. Sintetizzando i termini della questione all’estremo: lui sappiamo come la pensa, ma l’altra maestra? E noi, come la pensiamo? Questa terza domanda certe volte mi viene il sospetto che per molti abbia meno rilevanza delle prime due, ma io non solo me la pongo, ma me ne pongo pure una quarta: quello che scelgo di fare o non fare come interagisce con quello che mia figlia capisce e pensa? Per farvela breve, io studio, rimugino, dubito e ripenso fin dall’anno scorso. E, ve lo dico subito, credo di essermi fatta un’idea piuttosto precisa di come la penso. Peccato però che questa mia posizione sia di una forma e di una dimensione che non si adatta alle scatole ad oggi disponibili in commercio, ovvero all’adesione o alla protesta. Il mio problema è che quando mi faccio un’opinione io alla scatola in cui confezionarla non ci penso. E per certi versi faccio male, perché poi mi tocca tenermela per me (o condividerla con pochi intimi), perché non posso spedirla a nessuno, non posso metterla in pila con quella di altri come me, non posso servirmene per costruire qualcosa. Oggi credo che molti staranno pensando di me che non mi sono posta il problema, che non mi voglio esporre, che non me ne frega nulla della scuola italiana in genere e della vita scolastica di mia figlia in particolare. Il che, ve lo dico con il cuore in mano, non è vero. Se mi conoscete un po’, capirete che è persino un po’ inverosimile. Però una cosa è certa: ho mandato mia figlia a scuola, sia ieri che oggi e non ho scritto diffide o documenti di alcun genere. In parole povere, non ho fatto niente. Riassumo dunque qui, più per promemoria che per altro, il punto a cui sono arrivate le tre me attualmente coinvolte nella questione.

Io come persona. Non ce la faccio davvero a sottoscrivere una modalità di protesta che non condivido fino in fondo. Sono convinta, convintissima che il sistema Invalsi così come è oggi sia inefficace, inutile quando non dannoso, costoso e a tratti pure incoerente (tipo quando fa media nell’esame di terza media). Però ci sono alcuni assunti, detti e non detti, nella protesta che non mi trovano altrettanto convinta. Ne esemplifico uno per tutti, che è probabilmente il principale, facendo riferimento a questo comunicato dei Cobas (punto 5): “Le prove non misurano la buona didattica né il buon insegnante: un buon insegnante è colui che, rispettando i tempi e le attitudini dei suoi allievi, riesce ad appassionarli alla sua materia, riesce a coinvolgerli e a motivarli nello studio; tutto questo non si misura“. E niente, io questo grassetto non ce la faccio davvero a condividerlo così com’è. Potrei dire “tutto questo non si misura facilmente”, persino “tutto questo non si misura in questo modo, cioè con questo sistema così com’è stato immaginato e soprattutto applicato”. Ma “tutto questo non si misura” no, non ce la faccio a condividerlo. La buona didattica si deve poter misurare e i buoni insegnanti dovrebbero porsi il problema di come farlo. Il motivo per cui lo penso nasce precisamente dalla mia esperienza. Prima di iniziare a fare il lavoro che faccio io avrei affermato convintamente l’immisurabilità di quasi tutto. Ora sono altrettanto convinta che la misurazione è una delle cose più importanti, complesse e delicate che esistano. Una buona misurazione aiuta a migliorare, a non inventare l’acqua calda ogni volta, a individuare meglio – al di là degli scoramenti e delle sensazioni, che sono pur sempre componenti fondamentali della vita – cosa non funziona e cosa invece funziona. A usare le risorse, soprattutto quelle umane (intese come gli sforzi, la fatica, la fantasia, la pazienza) nel migliore dei modi. Una misurazione pensata e fatta male è inutile e persino dannosa, su questo concordo pienamente. Ma non è una buona scusa per rinunciare a farla. Specie in un servizio come la scuola pubblica la misurazione è un’urgenza e una tutela e se – come è evidente – questo sistema di misurazione e valutazione presenta vistose criticità, bisogna trovare il modo di correggerlo. Ma non posso, per la mia storia e per tutto quello in cui credo, argomentare che “tutto questo non si misura”. Potrei continuare il pippone, ma mi astengo.

Io come rappresentante di classe. Mi trovo davanti una situazione spinosa. Una minoranza molto minoritaria di sostenitori dell’Invalsi. Un gruppo nutrito di aderenti alla protesta, per motivi diversi. Un gruppo, quasi altrettanto nutrito, di incerti, potenzialmente indirizzabili, ma tendenzialmente tiepidini. Alla fine ho scelto, e lo rifarei, di diffondere le corrette informazioni logistiche (correggendo voci inesatte che di tanto e tanto si diffondevano) e non proporre una linea comune. Non mi sarei sentita a posto con la mia coscienza a fare in altro modo. Così sono io. Come rappresentante faccio tutto quello che posso per promuovere un clima cordiale tra noi (che c’è già spontaneamente, di suo), per evitare i drammi e le enfatizzazioni (ritengo, forse a torto, che siamo tutti usciti dall’adolescenza e abbiamo già vite abbastanza complicate di loro, senza necessità di aggiungere pathos). Ma più in là non vado.

Io come genitore. Alla fine Meryem ha fatto le prove dei test, probabilmente non i test in sé (lo saprò tra qualche ora). Ma quando mi ha raccontato di queste prove mi sono limitata a ascoltare, senza commentare. Non le ho sminuite o ridicolizzate, non le ho enfatizzate in alcun modo. Lei sapeva che il maestro le brucerebbe, ed è giusto che lo sappia. Sapeva che la maestra, pur non essendo probabilmente una fan, gliele ha fatte provare e che, pur essendo un pochino difficili, non c’era nulla che lei non fosse in grado di fare. Niente alone di mistero, dunque, e niente paura. Oggi a scuola una sua amichetta aveva in mano la copia della diffida che sua madre aveva depositato in segreteria. “Cos’è?”, mi ha chiesto ovviamente Meryem. L’amichetta non sapeva rispondere e allora io le ho detto la prima che mi è venuta, non troppo lontana dal vero: “Lo sciopero dei genitori”. Alcuni insegnanti scioperano, alcuni no. Alcuni insegnanti scioperano alcune volte e altre no. Così i genitori. Se mi chiederà perché stavolta io no, cercherò di spiegarglielo. Me la immagino, Meryem, che mi chiede: “Ma quindi tu non pensi come il maestro?”. E qui dovrò spiegarle la cosa più difficile. Che si può apprezzare profondamente qualcuno, rispettarlo, persino amarlo e lo stesso non essere d’accordo con lui su una, due, tre cose o mille cose. Anche se quel qualcuno è un maestro meraviglioso. Anche se quel qualcuno è mio fratello, mia sorella, la mia migliore amica, il mio compagno. Anche se quel qualcuno è la mia mamma. Anche se quel qualcuno è mia figlia, per cui sarei comunque disposta a fare qualsiasi cosa. La libertà è una cosa più complicata di quello che sembra.

Idrovore e piante pioniere


Il futuro è tutto da costruire, potrà essere anche peggiore ma ci sono due certezze: nulla resta immutato, il presente non è per sempre, e molto dipenderà da noi, dal nostro impegno, dalla nostra forza di non arrenderci, dalla nostra creatività e dal nostro coraggio. Leggevo ieri queste parole di Mario Calabresi su La Stampa e immediatamente ho pensato ai giorni che ho trascorso con Meryem e la Giovane Montagna nel Polesine. Una gita di tutto riposo dal punto di vista dell’impegno fisico (l’unico dislivello era quello che ci separava dagli argini del fiume e si aggirava sui due metri e mezzo), ma straordinariamente intensa. Il Polesine non l’abbiamo solo visto, ma ce l’hanno raccontato, con passione e competenza, le guide a cui ci eravamo affidati. Questo per me ha fatto davvero la differenza. Natura e uomo insieme, nemici e alleati. Fatica, pazienza, ingegno, coraggio. Quella di questo territorio è una storia bellissima e anche una potente metafora. Abbiamo iniziato a capirlo già il pomeriggio che siamo arrivati, al Museo della Bonifica. Se mi avessero detto che mi sarei commossa davanti a un’idrovora, non ci avrei creduto. E anzi, vi dirò: se fossi stata io a scegliere magari non ci sarei andata affatto, preferendo qualche vetrina di museo di antichità molto mono significativo. Avrei commesso un errore madornale. Davanti a quelle pompe stupefacenti, la nostra guida Sandro ha iniziato a spiegarci davvero dove ci trovavamo. Ci ha fatto notare come “i pesci nuotano più in alto di dove volano gli uccelli”, poiché il fiume scorre vari metri più in alto del livello delle campagne e incombe, letteralmente, sulle colture. Ci ha descritto la povertà vera di chi vive di nulla e con nulla. L’emigrazione che ha portato via tanti dal Veneto e da qui in particolare. E poi quell’impianto solenne, capace di riportare l’acqua in eccesso su al fiume e bonificare i terreni. Ci ha detto di quando suo nonno li portava, da bambini, a guardarlo, perché era quella macchina straordinaria che dava la possibilità ai suoi figli di continuare a vivere dove erano nati. Mi ha colpito l’eleganza del soffitto liberty, le targhe che tradivano la fierezza di chi aveva costruito quell’impianto con la consapevolezza che non era una macchina come un’altra. “Ca’ Vendramin parla”, ci diceva Sandro. Verissimo. Parla persino a me, che di pompe e caldaie non capisco nulla. Ma anche la natura, con il suo fascino discreto, ha fatto e fa la sua parte. Al giardino botanico di Porto Caleri, oltre ad aver conosciuto la salicornia – una pianta che avrei giurato fosse un parto della fantasia della Rowling e invece esiste, e ho avuto persino il coraggio di masticare una bacca (salata!!!!) – abbiamo visto con i nostri oggi come dalla sabbia le piante pioniere avviino un processo lento ma inesorabile che di fatto trasforma il terreno profondamente, fino a renderlo adatto agli arbusti prima e al bosco vero e proprio poi. Se non fosse stato per le zanzare, che lì prosperano come nel paradiso terrestre e raggiungono dimensioni e ingordigia ben al di fuori della media stagionale romana, anche quell’itinerario sarebbe stato perfetto. Natura, uomo, uomo, natura. La mattina dopo navigavamo sul Po di Venezia in motonave e il pensiero correva alle capanne di canne in cui si viveva prima, quando le alternative erano scarse o inesistenti. Quando possedere una bicicletta era segno di ricchezza e una scintilla di troppo poteva mandare in fumo tutto in un momento (per quello si sono inventati i camini a dado). Il faro, su cui immaginavo Montale e la moglie (“la talpa”) che salgono le scale un po’ a fatica e poi fissano lo sguardo su quella linea dell’orizzonte dove l’acqua cambia colore e diventa mare. E mi veniva anche da sorridere, ripensando a quando, il giorno precedente, Meryem armata di binocolo avvistava garzette e volpoche. L’avete visto Un anno da leoni? Comunque lei ha rischiato seriamente di odiarmi perché ho avvistato una nutria e un fagiano e lei no. Il birdwatching induce alla competizione, evidentemente (sì, la nutria non è un uccello, ma non state a guardare il capello).

Un lago a forma di Y


“…la y di Meryem!”. Così mi spiegava animatamente mia figlia, di ritorno dalla nostra gita sul lago di Como. Forse io, a questo giro (il secondo in pochi mesi), ho capito la storia del ramo del lago suddetto, dopo averlo nominato a sproposito diverse volte. Pensavo, rientrando da questa mini vacanza al nord, che io e Meryem ancora non abbiamo viaggiato molto all’estero, ma l’Italia iniziamo a averla percorsa in misura abbastanza soddisfacente. Mi piace l’idea che Meryem abbini dei nomi geografici che per me sono rimasti privi di reale significato per buona parte della vita a volti di amici, ricordi, aneddoti. Così il lago di Como ci ricorda le splendide camelie di Bellagio, ma anche il volo della poana Linda e il gatto Bri con i suoi padroni umani; il lago di Garda è legato al guado avventuroso di due estati fa e ai voli spettacolari dei kitesurfer; Verona alla Madama Butterfly, prima indimenticabile opera a cui abbiamo assistito insieme. E così via.

In programma, nei prossimi frenetici mesi abbiamo almeno il delta del Po e il Museo Egizio di Torino. E per l’estate, chissà. Sogno la Sardegna fenicio-punica, in una versione corretta alla palermitana. Ma chi può dirlo. Mi limito a dire, a rischio di sembrarvi monotona, che l’Italia è meravigliosa e ricca di sorprese. Non finisco di stupirmi di quanto poco io la conosca e di quanto sia varia e diversa, da ogni punto di vista.

Finisco questo rapido post con qualche notazione pratica per la gita ai giardini di Villa Melzi a Bellagio, che vi raccomando assolutamente. Sono aperti dal 29 marzo al 1 ottobre, l’ingresso costa 6,50 ed è gratuito per i bambini sotto i 12 anni (attenzione: solo contanti!). Noi abbiamo l’abbiamo raggiunta in battello da Varenna e la traversata, pure breve e relativamente cara, è assolutamente parte del divertimento. Ad averci un po’ più di tempo e fantasia, con il biglietto giornaliero familiare del battello si sarebbe potuto fare un giro un po’ più lungo.

Il giardino di per sé è un godimento dei sensi. Curatissimo, spazioso, vario, noi con due bambine al seguito ce lo siamo goduto semplicemente passeggiando qua e là. C’erano camelie spettacolari esposte, ma anche tanti angoli sorprendenti e spettacolari. Le piccole pesti a tratti hanno mostrato segni di irrequietezza per il fatto di non poter correre sui prati, ma gli ampi viali hanno ovviato egregiamente, consentendo corse ed esplorazioni individuali. Le briciole del picnic sono state condivise con le folaghe (i “paperotti neri”).

Chiudo con i doverosi ringraziamenti a chi ci ha accolto, anche questa volta (grazie, Linda e Ivano!) e anche a chi contribuisce quotidianamente a mantenere accesa la curiosità di mia figlia. E’ un dono prezioso, che spero riusciamo a coltivare tutti insieme nel migliore dei modi.

Ciaspole


Vi ho già raccontato qualche mese fa il nostro primo weekend con la Giovane Montagna. Fatti arditi da quell’esperienza e da due o tre escursioni ulteriori, qualche settimana fa ci siamo lanciate addirittura in un weekend sulla Majella, comprensivo di ciaspolata.

Dovete sapere che per me la neve è un’esperienza davvero esotica. Non ho mai fatto una settimana bianca, non so sciare e le mie episodiche sortite domenicali risalivano al tempo delle elementari. Ero del tutto priva di equipaggiamento, nonché della capacità di prevedere cosa potesse servirci. Lo stesso termine ciaspola mi era estraneo. Nelle settimane precedenti all’uscita e, in particolare, negli ultimi giorni, l’agitazione e l’ansia crescevano. Alla fine ho rimediato tutto. Non perfetto e non di meno con qualche spesa imprevista (le ciaspole viola per Meryem, di cui siamo orgogliosi proprietari), ma ce la siamo cavata.

Sono sempre più convinta che queste uscite in gruppo siano molto adatte a noi, in questa fase. Ci danno l’occasione di scoprire posti che non conosciamo, appoggiandoci allesperienza di persone del posto (in questo caso la cooperativa Majambiente, che vi raccomando caldamente per competenza, simpatia e cura del dettaglio) e facendoci contagiare dall’entusiasmo di chi li ama (sentire Eugenio parlare del “nostro Appennino” con un orgoglio schivo e privo di retorica mi ha commosso, lo confesso. Mi sono scoperta una certa qual invidia delle radici). Permettono a Meryem, figlia unica, di sperimentare i ritmi condivisi e allenare lo spirito di adattamento necessario a viaggiare e vivere con gli altri. Permettono a me di godermi il bello della natura e dell’arte in compagnia di altri adulti, che tra l’altro spesso e volentieri si improvvisano nonni di adozione per la Guerrigliera.

Di questo fine settimana in Majella mi è rimasto nel cuore il bivacco, con il fuoco acceso per aspettarci. Credo che un simbolo più efficace dell’accoglienza e dell’ospitalità non potrei immaginarlo. Non un punto di ristoro professionale, con tutti i confort dei rifugi alpini. Piuttosto un posto essenziale, che per essere pronto richiede sforzo, impegno, fatica da parte di chi deve affrettare il passo, con le vettovaglie in spalla, per essere lì in tempo. Mentre scendevamo scivolando per la via più breve, sotto la pioggia che alla fine è arrivata, con la sagoma di mia figlia in lontananza accanto agli altri bambini, pensavo che l’ospitalità la fanno le persone e non il posto fisico.

Ripensando alle radici, non credo che arriverò mai a rammaricarmi di appartenere a una metropoli che, proprio in quanto tale, è di nessuno e di ciascuno allo stesso tempo. Ma con tutto ciò credo l’amore per una montagna, un torrente, una valle, un bosco – condiviso con un manipolo e non con milioni di altri esseri umani – possa essere una ricchezza per lo spirito che è bello respirare nella vita degli altri. Grazie a chi ci ha permesso generosamente di farlo.

Immagini di un viaggio clandestino


E’ successo di nuovo. Come già nell’ottobre 2013 Meryem, oggi più grande, mi fa domande precise sui morti di Lampedusa (o piuttosto, del Mediterraneo). Mi chiede perché partono, se molti muoiono. Perché non aspettano il bel tempo, almeno. Spiego, aiutandomi con le persone concrete, che lei conosce. Ricordi Adam, Meryem? Lui è arrivato proprio a Lampedusa, su un barcone. “E ha avuto paura?”. Certo, una paura pazzesca. Non sapeva neanche nuotare. Ma anche il deserto, fa paura, sai? Tantissima paura. “Ma allora quelli che arrivano sono degli eroi. Dovremmo aspettarli quando arrivano a fargli una festa”. Vero, quanto è vero.

Poi arriva suo padre e allora anche lui, come quella sera di ottobre, le racconta il suo viaggio verso l’Europa. Una storia lunga, che lui cerca di sintetizzare in immagini precise.

La strada in montagna, tra la Slovenia e Gorizia. Il cammino di notte, al freddo. La paura. La voce troppo squillante del compagno di viaggio e i tentativi bruschi di farlo stare zitto. E lui che fa ridere tutti con una battuta: “Scusate, da piccolo ho ingoiato un microfono”. Sono ragazzi di 18 anni, comunque, anche se magari da lontano non sembra.

La cella del commissariato di Gorizia. I sudanesi alti e grossi, che all’arrivo del gruppetto di curdi, si stringono in un angolo, spaventati. “Noi a vederli così grossi e neri avevamo avuto paura. Mica eravamo abituati a vedere persone così diverse da noi. Ma poi abbiamo capito che loro avevano più paura di noi”. Un lungo silenzio imbarazzato, poi uno del gruppo di curdi azzarda un saluto in arabo. “Siete musulmani?”. Stupore, sollievo, sigarette condivise.

Ancora quella cella, con le pareti coperte di scritte in tutte le lingue. Finalmente ne scoprono alcune in turco. “Europa, dopo tanti tentativi questa volta sono arrivato”. E poi: “Non vi preoccupate, tra poche ore vi lasciano andare”. Rassicurati dal messaggio di uno sconosciuto, le ore di prigionia passano più leggere.

Ventimiglia, o su per giù. Si aspetta di passare il confine con la Francia. Si tenterà anche di passarlo, quel confine, in un tir dove i 200 passeggeri hanno rischiato seriamente di morire soffocati. Salvati dai controlli di frontiera. Si ritorna a piedi in Italia, in fila indiana, ma cantando e felici di essere vivi. Perché la morte, quella volta, è stata davvero vicina. Si aspetta ancora. Nizam va spesso su un ponte a guardare i grossi pesci che nuotano nel mare sottostante. Gli piacerebbe tornarci in quel posto, pieno di grotte che all’epoca pullulavano di stranieri in attesa di andare oltre, alla tappa successiva. I ragazzi si rasano la prima barba nel mare, con un rasoio di plastica comprato in una botteguccia del paese. Forse la stessa dove Nizam comprava il necessario per un picnic: insalata, pomodori, pane e… come si dirà “sale”? Gesticola, non riesce a spiegarsi. “Insomma, sual!”, sbotta lui in zaza. Magia del sostrato comune indoeuropeo, il negoziante capisce.

Il treno da Parigi a Amsterdam. Su consiglio di un parente, Nizam non si siede con gli altri stranieri a fare casino e fumare. Compra un inverosimile giornale francese e si siede davanti a una vecchietta. A un certo punto fa per alzarsi, ma vede arrivare la polizia. Si risiede e finge di addormentarsi sul colpo. Il poliziotto cerca di svegliarlo, lui continua a fingere di dormire, mugugna, allunga il biglietto. Se la cava così. La vecchietta non lo tradisce. Quando riapre gli occhi la vede sorridere e portarsi un dito sulle labbra: “Ssssh”.

Ultimo flash. Casa del fratello in Olanda, finalmente una doccia. Quando ne esce vede che il fratello ha preso i suoi vestiti, comprati nuovi dieci giorni prima per partire per l’Europa, una camicia e dei pantaloni eleganti, e li ha buttati senza pietà nella spazzatura. Lui corre a ripescarli. “Ma sei matto? Li lavo!”. Ma poi si rende conto anche lui. Li ha addosso da allora. Lavarli non basterebbe.

La storia continua, diventa per un tratto anche la mia storia, la nostra storia. Meryem ascolta, immagina, ride, si spaventa e cerca di capire. Perché la prigione, la polizia, la fuga? Cerchiamo di spiegare. Ma la verità è che, se devo essere del tutto onesta, una spiegazione convincente non esiste. E’ solo vita. Di molti. In questo caso anche sua, nostra.

La teoria. E poi noi, io.


In queste ultime settimane ho fatto almeno due letture che avrebbero dovuto accrescere le mie competenze di genitore e di educatore di fatto. La prima, che potrei definire la pars construens, era I bambini pensano grande, di Franco Lorenzoni. In realtà sono state pagine dense e stimolanti, che mi hanno aperto interrogativi più che sostenermi nelle esitazioni quotidiane. Avevo in mente di parlarne più diffusamente, ma alla fine vedo che i tempi si allungano e rischio di non parlarne affatto, quindi mi tolgo il pensiero qui (riservandomi di tornarci poi). La domanda principale è un po’ il dubbio che mi assale ogni volta che incappo in un educatore pensante (dal vivo o dalle pagine di un libro) e che richiama in qualche modo il principio di indeterminazione di Heisenberg: quando lo strumento di misurazione (il maestro, in questo caso – passatemi il parallelismo approssimativo) va così a fondo, è abbastanza evidente che “il misurato” (ovvero gli alunni) non potranno che esserne influenzati. Il che va benissimo, eh. L’insegnamento mica ha l’obiettivo dell’oggettività. Però alla fine mi chiedo dove sia il confine tra un percorso di ricerca tutto personale dell’educatore e il “servizio” che l’educatore stesso è chiamato a offrire a ciascuno di quei bambini. Pippe mentali, insomma, lo capite da soli. Sempre di compromessi si tratta. E per giunta io finisco per chiedermelo con insistenza soprattutto quando l’educatore in questione esce dalla routine idiota e ci mette del suo, cioè quando si assume almeno la responsabilità più ovvia del suo lavoro. Insomma, non capisco cosa sia questo tarlo che mi impedisce di essere pienamente entusiasta.

Finito quel libro, mi sono data alla lettura di Lei così amata, di Melania Mazzucco. Peggio che andar di notte. A un certo punto di una lettura già di suo piuttosto angosciosa mi è saltato all’occhio un paragrafo terrificante.

“I nostri figli dipendono da noi – assorbono ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni elogio e ogni divieto. Siamo il loro esempio, e ciò che odiano di più. Siamo responsabili dei nostri figli. Essi diventano ciò che siamo e a volte non sappiamo neanche di essere. Sono le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio di noi”.

Vi risparmio, ma forse potrete intuire, che sequela di rimuginamenti mi abbiano scatenato queste poche righe. Si tratta, evidentemente, di una formulazione piuttosto efficace di qualcosa che sento essere vero, anche alla luce della mia esperienza personale. Ma ciò non toglie che mi fa paura da matti. Diventano ciò che a volte non sappiamo neanche di essere. Le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio. Io un po’ me lo immagino, il mio peggio e il mio meglio. So altrettanto bene che la parte di peggio che non so di essere, o che cerco di ignorare di essere, pure non sarà risparmiata a mia figlia. So anche, per carità, che bisogna avere fiducia in lei e nella straordinaria capacità dell’essere umano di reagire alle avversità, in primo luogo ai propri genitori.

Sta di fatto che mai come in questo momento mi sento persa in un viaggio senza mappe e senza bussole, impelagata in un’impresa per cui ogni manuale, dotto o sdrammatizzante, appare puerile. Per dirla con Pedro Arrupe, uno dei miei modelli gesuiti: “Pregare. Pregare molto. Gli sforzi umani non risolvono tali problemi”. Lui parlava di rifugiati, ma credo che si adatti benissimo anche ai genitori. E ai figli, soprattutto ai figli.

La Meraviglia


L’attrazione di Meryem per la magia si è manifestata grazie a una trasmissione televisiva inglese, il cui titolo era tradotto malamente in italiano con “Ti faccio una magia” (in realtà era “Help! My Supply Teacher’s Magic”). Io lo trovavo noiosetto, lei straordinario. Da allora c’è tra noi una specie di promessa: quando a Roma ci sono spettacoli di magia, noi cerchiamo di andarci. Ieri quindi era ovvio che fossimo al Teatro Olimpico, in compagnia dell’amichetto storico Adriano, per quello che si è rivelato non uno spettacolo, ma uno spettacolone: il Supermagic 2015. Il biglietto non era economico, per cui abbiamo ripiegato sulla galleria. Ma a conti fatti, valeva assolutamente in prezzo. Lo spettacolo durava due ore abbondanti e comprendeva diverse esibizioni, estremamente varie e coinvolgenti.

I miei preferiti in assoluto sono stati Carlo Truzzi e Simona, dei veri magi delle ombre cinesi. Ma ho apprezzato anche numeri più “metallari” e incalzanti, tipo Enzo Wayne e Ottavio Belli. Il numero con gli uccelli, forse il più scenografico, realizzato magistralmente da Joseph Gabriel, mi ha tuttavia lasciato un filo d’angoscia al pensiero dello stress a cui presumo saranno stati sottoposti i poveri pennuti. Meryem ha amato moltissimo anche il più poetico di tutti, il mago cinese Po Cheng Lai. Insomma, un successone.

La conduzione di Sergio Bustric inseriva poi, in modo un po’ incongruo, delle note di assurdo, di poesia, persino di riflessione. Ci vuole un tempo per lo stupore. Più che giusto. E che vogliamo dire dello spot, anch’esso poeticissimo?

Non posso che raccomandarvelo caldamente. Sarà al Teatro Olimpico di Roma fino all’8 febbraio.