Roma plurale


Plurale. Roma è soprattutto così. Ma non ordinatamente multietnica, ben assortita, coloratamente presentabile. Affatto. Roma è caos, contraddizioni, rabbia, spudoratezza. A volte persino becera violenza. Eppure il suo fascino più seducente resta la sua infinita vertigine di varietà.

Improvvisamente mi viene in mente un parallelo calzante: la basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ricordo di esserne stata rapita al primo sguardo. Ma non per la tomba vuota di Cristo, né per il Golgota, comodamente collocato a pochi gradini di distanza ad uso dei pellegrini di tutte le epoche. Piuttosto per quel mosaico ricchissimo e tormentato di riti, di architetture, di comunità. Quella disarmonica accozzaglia che resta tuttavia un luogo unico al mondo, magnetico, intriso di una magia potente.
Roma è così. Però per vederla in questa luce bisogna smettere di guardarla con i parametri razionali di chi giudica e perdersi, farsi fregare, saper guardare nel profondo delle sue contraddizioni. Da quando poi mi capita, sempre più spesso, di visitare comunità religiose straniere la mia visione si è fatta quasi caleidoscopica. Roma è anche le orgogliose piastrelle tunisine della moschea Al-Huda, già garage e oggi sede di progetti culturali e architettonici di respiro internazionale. Roma è la stanzetta in cui la comunità indù di Torpignattara si riunisce in semplicità, per meditare, purificare l’anima e condividere la prashada, l’offerta di cibo, con chiunque ne abbia voglia o bisogno, senza distinzioni. Un singolare miscuglio di understatement e opulenza di immagini, ori e gestualità.
“Dove c’è amore c’è Dio”, mi ha detto inaspettatamente Anup Kumar, che in quel tempio mi ha invitato. “Siamo tutti esseri umani e il mondo ci appartiene”.
Anche nella più nuova delle moschee di Torpignattara di programmi sono a un tempo semplici e ambiziosi. Esserci, prima di tutto. Farsi conoscere per quello che si è. “I vicini erano preoccupati quando abbiamo aperto, dicevano che avremmo fatto casino”, mi raccontano a via Della Rocca. “Ma qui non è mica una discoteca! Per pregare ci vuole silenzio, no? Hanno cambiato idea”. Sono orgogliosi di questi piccoli trionfi, i musulmani di Torpignattara. E sognano attività culturali, convegni, corsi, dialogo interreligioso.
“Il dialogo non è solo possibile. È doveroso”, chiosa con gravità Mohamed Ben Mohamed, della moschea di Centocelle. Mi hanno sempre colpito i suoi occhi pieni di saggezza, leggermente ironici. Le comunità devono avvicinarsi per ritessere un tessuto sociale che rischia dolorose lacerazioni. Parla della necessità di spazi comuni di pensiero e di progettazione.
Penso a lui e a Anup, penso alla loro Roma. Sono qui da più di 20 anni. Parlano dei loro quartieri con passione, con trasporto. Quanti arrivi e quante partenze, loro e altrui. Famiglie, figli, lavoro, comunità intere in transito o stanziali. Progetti di vita, progetti politici, battaglie, lutti. Tutto con Roma come sfondo. Ma sfondo forse è riduttivo. Tutte queste storie, loro, mie, di tutti, sono nel “core di ‘sta città”, quello di cui parla la canzone. Un cuore immenso, infinito, composito e contraddittorio. Perché il mondo è tutto qui, a guardare Roma dall’angolatura giusta. “Siamo tutti esseri umani e il mondo è nostro”. Anup ha proprio ragione.

Natale ucraino a Roma


Premessa: Questo post ha necessariamente un tono molto diverso da quello che immaginavo ieri sera e stamattina e mi rendo conto che persino l’immagine che ho scelto per illustrarlo, a questo punto, potrebbe sembrare involontariamente sinistra. No, non sono qui per dire che la religione ha un lato oscuro. Volevo condividere con voi la gioia di una scoperta e il privilegio di essere stata invitata alla celebrazione tradizionale del Natale presso la chiesa cattolica ucraina di Roma. E questo voglio che resti: un post di riconoscenza e di ammirazione per la ricchezza delle tradizioni del mondo su cui, qui a Roma, abbiamo l’opportunità di affacciarci.

Alla liturgia di rito orientale ero preparata da un’antica consuetudine con quella bizantina. Diversa la lingua e la melodia, ma uguale la struttura e identica la sensazione di essere immersi in una sorta di ipnotica armonia avvolgente, in cui le note del canto si fondono con il profumo degli incensi e sembrano brillare di luce propria come i paramenti colorati dei celebranti. Ero quindi lì, al mio post in prima fila nella chiesa di Santa Maria ai Monti (a cui manca l’iconostasi, che c’è invece nella chiesetta dei Santi Sergio e Bacco, a pochi metri di distanza: ma per le celebrazioni con grande afflusso bisogna arrangiarsi così), intenta a farmi goffi segni della croce quando mi pareva il caso e a godermi la sensazione di non capire una parola una, a parte il classico Signore pietà orecchiato nei canti di Taizé.

Ripensavo alla mia infanzia alla chiesa di S. Atanasio, a padre Fortino e ai canti arbreshe, al diacono che tuonava dal centro della navata perché nessuno sbagliasse il Credo (“e procede dal Padre.” PUNTO. Dal Figlio no). Riconoscevo persino il vezzo di scattare qualche foto anche dall’altare nei momenti salienti della cerimonia, compito affidato a un giovane diacono biondino dall’aria timida. E mentre stavo lì trasognata, immersa nella suggestione della liturgia, ecco che il registro di colpo cambia. Senza troppi complimenti, il tavolino con i panini consacrati viene spostato da un lato e fanno la loro comparsa una serie di personaggi in costume. Davanti dei pastori, uno dei quali porta una vistosissima stella sbrilluccicante. Poi i tre Re Magi (uno è una ragazza, ma siamo ancora nella tradizione). Due angei dai lunghi boccoli biondi, tutto secondo tradizione. Ma poi arriva una specie di Charlotte con bombetta nera e farfallino dorato, accompagnato da una ragazza dall’atteggiamento decisamente comico. Segue il re Erode, cattivo cattivissimo, una specie di soldato romano e niente di meno che il diavolo (una pepata ragazza mora e pienotta, con ciocche rosse, coda e corna) e, dulcis in fundo, la morte, con maschera di Scream e falce.

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“Un presepe vivente”, ce lo aveva preannunciato il seminarista che ci aveva accolto. Oddio. Passino i Magi, i pastori, Erode e financo il centurione. Ma la coppia di strampalati ladruncoli intenti in gag di vario genere ci spiazzava non poco. La recitazione era in rima, l’interpretazione sentitissima e noi, naturalmente, capivamo poco o nulla. Però il finale ci è stato chiaro ed era un chiaro trionfo del bene: il malvagio Erode veniva trascinato via dalla Morte, mentre il diavolo lo punzecchiava con la sua coda. Tra le ovazioni degli astanti, il diavolo e i due manigoldi giravano quindi tra gli spettatori raccogliendo offerte.

Finito lo spettacolo abbiamo provato a chiedere ulteriori lumi e abbiamo appreso che questa rappresentazione in Ucraina si usa fare casa per casa: un gruppo di ragazzi in maschera bussa alle porte e, sia pur più sinteticamente, mette in scena l’episodio (che racconta più o meno l’arrivo dei Magi alla corte di Erode e la disposizione da parte di lui della strage degli innocenti, con conseguente immediata e apocrifa punizione).

Una ricerca sul web mi ha oggi rivelato che ieri, nel rione Monti a Roma, ho assistito a un classico vertep, manifestazione tipica del folklore ucraino di cui ignoravo del tutto l’esistenza e che ha indubbiamente molti risvolti affascinanti per il mio animo di storica della religioni e antropologa mancata. Allo spettacolino è seguita l’unzione, la distribuzione dei panini consacrati e “timbrati” con apposito stampo e poi festa a base di dolci di vario genere nel cortile, con canti tradizionali.

Nonostante la nostra assoluta incapacità linguistica, ci siamo sentiti molto ben accolti. Natale in realtà sarebbe oggi, ma per forza di cose la celebrazione deve essere anticipata al 6 perché la maggior parte dei numerosissimi partecipanti lavora. Questa ultima nota ci ha dato un po’ di tristezza, unita alla considerazione di quanto deve essere difficile per tante madri – che lavorano nelle nostre case come colf, badanti e babysitter – trascorrere questa festività lontane dai loro bambini, che hanno tra l’altro un posto specialissimo in queste celebrazioni.

Tornando a casa, ho rivolto un pensiero a Roma, questa metropoli cosmopolita, sorprendente, millenaria e capace di accogliere tanti dolori silenziosi. Mi è tornata in mente una frase (forse di Amos Oz?) che mi pare si riferisse a Tel Aviv, città dove di giorno si ride in ebraico e di notte si piange in tutte le lingue del mondo.

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Qualche altra foto, qui.

Roma, il gioco si fa duro


Amo Roma, amo la sua complessità e il suo essere metropoli. Per giunta, lavoro nelle politiche sociali. Avete presente Mafia Capitale e compagnia bella? Ecco, noi ci mangiamo il fegato da moltissimi anni per quelle speculazioni efferate. Perché rubare su scala industriale a chi più ne ha bisogno anche quel poco che è previsto è proprio un crimine efferato, che ha un impatto spaventoso su tutti noi. Vi faccio un esempio: se io sono pagato dallo Stato per fare un servizio essenziale (smaltire i rifiuti, oppure offrire assistenza adeguata a un bambino che è scappato dalla guerra da solo o a una vittima di tortura, perché di questo parliamo) non solo sono disonesto perché prendo i soldi per non fare nulla, ma danneggio attivamente tutta la comunità, giorno dopo giorno, per anni. La danneggio con la stessa ottusità del mafioso che seppellisce i rifiuti tossici nella terra dove vivono i suoi parenti: faccio soldi nell’immediato, ma prima o poi ammazzo anche i bambini della mia famiglia. A Roma vediamo succedere da anni piccoli delitti sociali quotidiani e, come noi, li vedono tantissime persone disposte a guardare le cose con gli occhi aperti e e coscienze sveglie, come diceva il mio precedente capo gesuita. Finché le vittime sono “solo” rifugiati, stranieri, poveri o emarginati lo scandalo non fa tanto rumore.

Poi succede, ad esempio, che una persona arrivata su un barcone in preda a una vera e propria malattia mentale soggiorni per quasi un anno in un centro in cui dovrebbe esserci assistenza, anche medica, personalizzata (lo Stato paga per questo). Peccato che c’è chi non si fa scrupolo di intascare il pagamento senza erogare nessun servizio, perché gli immigrati, se li si tratta come merci, rendono più della droga. Quindi nessuno lo guarda in faccia per un anno quell’uomo, nessuno lo cura. E’ un po’ strano, sente le voci, ma è sempre una testa che porta reddito. Finito il periodo finisce a dormire per strada (sarebbe previsto altro ma si sa, le risorse sono poche, povera Italia… c’è chi ha il coraggio di usare ancora frasi così) e un giorno, in preda a una crisi, uccide delle persone innocenti, italiane. Una tragedia spaventosa. Il crudele assassino viene processato e messo alla gogna su tutti i giornali. Chi ha rubato quello che lo Stato ha pagato per assisterlo e curarlo non è mai menzionato in questa triste storia e probabilmente è tra quelli che ha fatto la voce più grossa contro questi stranieri che vengono a delinquere nel nostro bel Paese.

Ma torniamo a Roma. La logica è la stessa. Ammassare centinaia di persone in palazzoni costruiti dalla speculazione edilizia in aree prive di infrastrutture e di servizi (incidentalmente: speculazione fatta magari dagli stessi soggetti che ora “trattano immigrati”), in cui sono già precedentemente finiti a vivere quei cittadini che già sono considerati un po’ meno cittadini degli altri. Più i nuovi arrivati hanno bisogno di assistenza urgente, meglio è: lo Stato paga meglio, il profitto è maggiore. Se scoppia tutto, meglio ancora. Potrei continuare. Io parlo di immigrazione, ma lo stesso discorso vale per moltissimi altri settori vitali per la nostra città. Mi preme dunque dire due cose.

Uno. Le cose possono essere fatte diversamente. Un esempio concreto. Noi l’accoglienza ai rifugiati l’abbiamo sempre fatta con onestà e giustizia, non coprendoci d’oro e anzi spesso e volentieri rimettendoci, danneggiati dalle speculazioni degli altri sia per il continuo gioco al ribasso a cui eravamo chiamati, sia perché dovevamo anche cercare di coprire l’immenso vuoto di assistenza lasciato da chi rubava (non riuscendoci, evidentemente, ma mettendo qualche pezza dove arrivavamo). Qualcuno, che interferiva più direttamente, ha rimediato anche minacce mafiose. Noi no, ma è successo a nostri colleghi che lavorano in altri Paesi del mondo e contrastano gli interessi dei più potenti. Non tutti siamo chiamati a essere eroi, certo. Ma essere diversi, onesti, non conniventi si può. Spesso ci si trova in una posizione scomoda, ovviamente. Difficilmente si è considerati dei vincenti. Ma Roma pullula di realtà sane e competenti, che aspettano solo di essere messe in condizioni di incidere in modo più sostanziale.

Due. Qualcosa si muove. Non mi lancio in analisi politiche, per cui non sono competente. Non credo nel deus ex machina, non credo nei salvatori della patria con l’aureola e il cavallo bianco. Ma ci sono stati dei segnali forti e delle reazioni violentissime. La mia amica Silvia dice che la mafia fa gli attentati quando è in crisi. Certo che quando parliamo di immigrazione, rifiuti, bancarelle di piazza Navona e compagnia parliamo proprio di mafia in senso stretto e tutti lo sanno. In altri casi parliamo “solo” di interessi consolidati, di lobby, di malcostume fatto regola. Non ho le competenze per vagliare tutto quel che si dice, ma ho motivo di credere che la situazione non sia tanto lontana da quella dipinta qui. Non amo il complottismo, ma cercare di capire le cose è il dovere di chiunque abbia un cervello.

Papa Francesco si è guadagnato al stima di molti, me compresa, in questo suo primo anno di pontificato, anche e soprattutto perché ama chiamare le cose con il loro nome. Al Te Deum di fine anno ha parlato degli scandali di Roma in modo esplicito, ricordando che bisogna avere il «coraggio per dire che occorre difendere i poveri e non difendersi dai poveri, servire i deboli e non servirsi dei deboli». «Il nostro vivere a Roma», ha aggiunto, «significa abitare nella città eterna, far parte della Chiesa fondata sul martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo. Anche di questo ringraziamo il Signore, ma al tempo stesso questo rappresenta una grande responsabilità. Gesù ha detto: “a chiunque è stato dato molto molto verrà chiesto”. Domandiamoci, in questa città, in questa comunità ecclesiale, se siamo liberi o schiavi, se siamo sale e lievito, o se siamo spenti, ostili, sfiduciati, irrilevanti e stanchi».

Veniamo dunque a noi. Io, da romana e operatrice del sociale, mi sento in dovere di fare del mio meglio per essere sale e lievito, per dirla con il Papa. Non limitarmi a unirmi al mormorio qualunquista di chi dice che tutto farà schifo per sempre, ma cercare di chiamare le cose con il loro nome e, per quanto possibile, pensare con la mia testa e promuovere la giustizia. Il che non vuol dire non vedere i problemi. Al contrario. Piuttosto, essere consapevole che siamo in guerra e che il futuro di questa città dipende anche da quello che noi contribuiamo ad avallare con la nostra superficialità e la nostra pigrizia mentale. A me e ai tanti romani come me serve, come non mai, la vostra solidarietà e il vostro rispetto. Combattere per una Roma più pulita, in tutti i sensi, è interesse di tutti noi (e, più ancora, di tutti i nostri figli).

Tor Sapienza


La tentazione di non dire niente davanti a quello che sta accadendo in un quartiere della mia città è forte. E’ tutto molto più complicato di quello che raccontano i nostri media, che a volte sembrano semplicemente elettrizzati all’idea di avere anche qui in Italia le nostre banlieux, come se questo ci rendesse un po’ più europei à la page. La cosa più sensata, che condivido parola per parola, la trovate qui.

Ma oggi mi voglio concedere il lusso di un fermo immagine. Ci sono stati un certo numero di genitori italiani, padri e madri, che hanno ritenuto sensato e accettabile lanciare sassi e bombe carta contro un centro che ospita anche minori stranieri non accompagnati. Tradotto in parole non tecniche: ragazzini dell’età dei loro figli che hanno affrontato, da soli, viaggi che segnano a vita qualunque adulto.

Regina viarum: Appia Antica con i bambini


La destinazione della nostra gita domenicale era tutt’altra: la sagra dei marroni in qualche paesino in provincia di Roma. Composti gli equipaggi, studiato l’itinerario, la compagnia è partita dal punto convenuto con appena 20 minuti di ritardo sulla tabella di marcia. Poi è successo che l’Ardeatina era interrotta. Inversione, rapida consultazione tra gli autisti… ma poi lo sguardo ci è caduto sulla Villa di Massenzio, il verde sfacciato della campagna che scintillava al sole, il cielo perfetto. Nei bagagliai avevamo provviste sufficienti a un picnic soddisfacente per cinque adulti e quattro bambini. Ma alla fine, chi ce lo fa fare di allontanarci più di così? Detto fatto, abbiamo aggiornato la meta della nostra gita: Appia Antica. Per giunta ieri, prima domenica del mese, tutti i siti archeologici erano a ingresso gratuito.

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Alla prima tappa, un volontario del Touring Club ci ha guidati all’interno del Mausoleo di Massenzio, dove i bambini sono rimasti molto colpiti soprattutto dall’impronta di cagnolino romano visibile sul pavimento. Poi ci siamo goduti l’erba del circo, in piena luce. I bambini hanno corso su e giù, raccolto margherite, posato per foto ricordo.

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Poi ci siamo fermati alla tomba di Cecilia Metella. Anche questa visita veloce ha soddisfatto grandi e piccini. Io sono rimasta soprattutto soddisfatta del piccolo opuscolo sull’Appia Antica che ci hanno distribuito in biglietteria. So cosa state pensando. Una romana dovrebbe essere consapevole della bellezza del museo a cielo aperto che abbiamo la fortuna di avere a due passi dal centro. Non era nemmeno la prima volta che ci andavo, con Meryem. Ma questa volta non eravamo lì per un evento o una manifestazione particolare: passeggiavamo e basta. Meryem e i suoi amichetti saltellavano da un basolo all’altro, noi genitori chiacchieravamo sbrirciando al di là dei cancelli delle ville e godendoci l’aria fresca e la (relativa) quiete – eravamo pur sempre accompagnati da una truppa di minorenni. E’ stata davvero un’esperienza nuova e sorprendente, nella sua semplicità.

La terza e ultima visita culturale è stato il sito di Capo di Bove, un’oasi deliziosa, dove archeologia e arte contemporanea si alternano sapientemente. La custode ci ha tenuto a precisare che qui l’ingresso è sempre gratuito e che è possibile utilizzare i tavolini del giardino per un picnic. In questa sede, adattissima a mostre e convegni, è conservato anche l’archivio di Antonio Cederna, di cui non sapevo nulla (male!) e al cui impegno i romani e tutti gli uomini, in generale, devono molto. Per la tutela del patrimonio dell’Appia certo resta ancora molto da fare, ma di quanta bellezza godiamo già oggi…

10578788_10152365591760047_1364601168_n In realtà i bambini  cominciavano a soffrire  un po’  per le regole dei musei (“Ma  non possiamo toccare  niente???”, sbuffava ormai la  Guerrigliera), quindi per la  pausa pranzo abbiamo optato  per un prato a margine della  consolare. Qui il contatto con  la natura era assicurato: i  nostri figli non hanno tardato a  rinvenire un bel cadavere di  riccio, che li ha entusiasmati  moltissimo (noi mamme  eravano meno entusiaste, a dir  la verità).

Sulla via del ritorno  siamo stati  poi sorpresi da un  gregge di  pecore, per la gioia  dei  bambini. Ancora una volta abbiamo avuto modo di renderci conto di quante cose qui a Roma sono lì, a portata di tutti. A volte serve solo la buona volontà di ricordarsene.

Impatti


Uno dei motivi per cui il blog è più moscio del solito è il fatto che il mio lavoro ha subìto un sensibile aumento di ritmo. Ci sono sempre stati periodi di follia, ma quello che mi pare mancare adesso sono i momenti di normalità. In realtà, tra l’altro, sto coordinando un progetto a qui tengo moltissimo, questo. Ed è esattamente di questa esperienza che vorrei raccontarvi qualcosa.

Quando abbiamo ideato questa architettura di attività sapevamo che, per molti versi, sarebbe stata un’esperienza nuova. Ma sottovalutavamo probabilmente la capacità del progetto di animarsi di vita propria. “Non so quale sarà l’impatto sul territorio, ma l’impatto sulla vita di tutti noi è certamente considerevole”, abbiamo convenuto ieri in una delle innumerevoli riunioni d’équipe. La sensazione è quella di aver scoperchiato una sorta di vaso di Pandora, probabilmente pieno di idee, scoperte, punti di vista interessanti… Ma al momento il caos domina, apparentemente incontrastato.

Un paio di settimane fa, scendeva la sera e io mi trovavo in un teatro parrocchiale ai confini di Tor Pignattara. “Cerca lo spettacolo?”, mi chiede gentile una signora sulla soglia. Boh. No, a rigore no. Cerco la festa di Durga Puja, ma faccio finta che sia la stessa cosa – anche perché francamente non so esattamente cosa sia, questo Durga Puja. Del resto si sta mettendo a piovere. Sono circa le 18:00.

Risalirò quella scalinata tre ora e mezzo più tardi, satolla di spezzatino di tofu al curry e con la curiosa sensazione di scendere da un volo intercontinentale. La sala, a lungo vuota (il concetto di orario effettivo ancora non lo abbiamo chiaro), si era frattanto riempita come un uovo di famiglie vestite a festa: donne avvolte in sete sgargianti, bambine con fiocchi in testa e paillettes sulle scarpette lustre, adolescenti dinoccolati, neonati in carrozzine spinte da padri amorevoli (e apparentemente non turbati, bimbi e genitori, dal volume sempre crescente dello “spettacolo”). Durga, in forma di statua policroma venuta direttamente dall’India, troneggia al centro del palco e sembrava guardare divertita quel brulichio di umanità multicolore.

Una cosa è certa: sono tante le cose che avvengono in questa città e che non non immaginiamo minimamente. La mia ambizione, in questi mesi, è di raccontarne un pezzetto, sperabilmente sopravvivendo agli adempimenti burocratici che un progetto europeo comporta.

Dress code


Cara turista ultrasettantenne,
ti basterà un’occhiata per essere certa che non sono qualificata per dare lezioni di stile. Non ti scrivo per parlarti di moda, ci mancherebbe.  Avrai notato anche che la mia forma fisica è quel che è.  A 18 anni ero meglio di così, ma neanche tanto. Tu invece, probabilmente, da giovane eri una bionda strafiga. Hai tutto il mio rispetto per questo.
Però se ti scrivo, oggi, è perché non ci siamo incrociate sulla spiaggia di Ostia, ma in pieno centro di Roma. Tra il Pantheon e Fontana di Trevi, dietro l’angolo di Montecitorio. Sotto i nostri piedi, forse lo sai, si estende invisibile ciò che resta dell’Iseo Campense. Tu sfoggiavi una microtutina a pois, senza maniche né spalline, ma con generose balze sulla scollatura.
Fa caldo, mi rendo conto. Ma ti pare questa la tenuta adatta a presentarsi al cospetto dei capolavori dell’arte che avrai certamente visitato oggi? Forse in alcune chiese, a causa degli shorts, non ti avranno fatto entrare.  Magari avrai pensato che gli italiani sono bigotti e moralisti. Personalmente credo che a Dio importi poco dei centimetri di pelle scoperti. Eppure mi solleva pensare che non hai sostato davanti alla Vocazione di S. Matteo di Caravaggio vestita così. Mi piacerebbe credere che anche per entrare ai Musei Capitolini ti abbiamo chiesto di cambiarti (so che non è così).
Andresti in microtutina con balze al matrimonio di tua figlia? Alla laurea dei tuoi nipoti? A una cena con un’autorità del tuo Paese, quale che esso sia?
Presumo di no. Ecco, pensaci. Visitare Roma non richiede meno rispetto delle occasioni che ti ho menzionato. Il vestito è una pura formalità, dirai tu, che magari sei un’esperta raffinata di pittura barocca e apprezzi più di me questo patrimonio mozzafiato.  Hai ragione. Ma l’educazione, tua e di tutti, passa anche attraverso questi particolari. Specialmente se apprezzi, contribuisci alla causa. Non farti vedere davanti alla cupola di S. Ivo alla Sapienza con la stessa mise che usi per berti una limonata sul divano di casa.
Mi obietterai che fanno tutti come te. Che posso dire? È vero. Però è un peccato. Si può essere freschi e comodi senza perdere la consapevolezza che visitare questo posto è un’occasione unica e richiede, se non eleganza (che non è alla portata di tutti, me per prima), almeno sobrietà.

Il fascino discreto delle consolari


Ieri, incamminandomi sulla Casilina, riflettevo sul fatto che c’è una differenza sostanziale tra la visione di Roma che ha un guidatore da quella di chi, come me, non usa la macchina: chi guida non può prescindere dal Grande Raccordo Anulare (per gli amici, GRA). Il GRA è stato eternato da opere artistiche di indubbio valore, sia musicali  che cinematografiche. Ma ciò che mi interessa qui è quella raggiera di vie, le consolari, che dalla prospettiva del GRA finiscono per ridursi a “uscite”, ordinatamente numerate a partire dall’Aurelia.

Chi si muove con i mezzi, come me, impara a conoscere le consolari da un altro punto di vista: dall’imbocco, che in molti casi corrisponde a una porta, ovvero dal tratto che è ancora ben interno alla città. Ciò che va oltre il GRA è, per l’utente ATAC, solitamente l‘hic sunt leones,  quel territorio in cui gli autobus diventano corriere e dove sarebbe saggio non avventurarsi a piedi. L’esplorazione progressiva delle consolari è stata una tappa obbligata della mia conoscenza del territorio e anche oggi, che abbiamo imparato a conoscerci, continuano a riservarmi qualche sorpresa.

Hanno la loro personalità, le consolari. Sono diverse l’una dall’altra. Alcune sono dense, brulicanti, appesantite di cemento. Altre regalano ancora scorci di tempi lontani, specialmente nelle parti “antiche” o semplicemente “vecchie”. Ancora oggi Ponte Nomentano, lasciato un po’ da parte dal traffico ordinario, permette di toccare con mano la presenza dell’Aniene, l’altro fiume di Roma, protagonista scenografico a Tivoli che nell’Urbe è ridotto a comprimario.

L’Aurelia sa di pic nic a Villa Pamphili e di mare, la Cassia è la più snob, l’Ostiense la più romana de Roma. La Casilina per me è la via dell’immigrazione, dei centri di accoglienza e di Torpigna, solcata dalla ferrovia Roma Pantano e eroicamente percorsa dal 105, l’autobus di Babele. La Prenestina è l’alternativa, dal Pigneto all’ex SNIA. La Tiburtina è la via dell’università proletaria, di San Lorenzo e delle passeggiate al Verano; la Nomentana quella dei filosofi e delle ragazze medie di lingue. L’Appia parte dalla rotonda di piazza Re di Roma e poi si snoda nella storia, a colpi di campagne verdi, pecore e acquedotti. Cosa dimentico? La Salaria, che secoli fa abbiamo percorso tutta tutta, fino all’Adriatico, la Tuscolana – per me ancora oggi la meno battuta – e la Flaminia, che nella mia memoria resta legata all’Opera Massaruti, alle ancore di marmo del Ministero dell’Areonautica e allo IALS, dove sono stata sempre sul punto di andare a ballare danze israeliane ma poi non si è più combinato.

Ho un debole per le porte urbiche, in particolare per Porta Maggiore, dove fino a pochi anni fa si trovava ancora qualche vecchietta che, salendo sul trenino, chiedeva: “Va verso Roma?”. Come se Roma fosse ancora tutta lì, racchiusa da quelle mura di biscotto. Invece la Roma vera, quella che non è lottizzata dalle guide turistiche, lì non finisce ma inizia.

 

Non sono una turista


Tante volte mi sono sorpresa a invidiare chi viene a Roma da turista. La meraviglia, la piena disponibilità di tempo per vedere, gustare, catturare ricordi di una città straordinaria. Chissà perché poi ho sempre pensato che il visitatore occasionale di Roma possa gustare solo il meglio, libero com’è dal trantran della routine lavorativa e familiare. A volte, davanti al Pantheon, ho persino guardato con desiderio le finestre di un certo albergo dove, nella mia fantasticheria, avrei soggiornato nella mia vita parallela di ricca turista che esplora per la prima volta la Città eterna.

Qualche giorno fa, dopo una breve pausa a casa, tornavo all’ospedale dove era ricoverata mia figlia. Il tragitto, a piedi, faceva parte della pausa. Sono arrivata sulla terrazza del Gianicolo e mi sono fermata un minuto a respirare davanti al panorama. E allora ho capito, con chiarezza, che sono contenta di non essere una turista. Perché non mi ero fermata lì per guardare per la prima volta un paesaggio da cartolina, ma per farmi consolare da quella bellezza straordinaria e familiare.

Ho pensato alla recensione de La Grande Bellezza che ha scritto la mia amica Silvia: “Ecco perché è ambientato in una Roma metaforica: perché Roma è ESATTAMENTE così. E’ la scenografia perfetta, perché non è solo sfondo, ma è una delle attrici protagoniste”. E ho capito che per me Roma è più che una città. La vivo, la camino, la respiro e la maledico ogni giorno. La vedo la mattina appena si sveglia, come una moglie che si stiracchia e fa una smorfia sul cuscino (dovrei dire un marito? No, perdonatemi: Roma è femmina). Sono con lei giorno dopo giorno, nei momenti memorabili e in quelli che dimentico un attimo dopo averli vissuti.

Mettere un ospedale pediatrico sul Gianicolo mi è improvvisamente parsa una decisione sensata. Ho ripensato al 2007 e ai pensieri che, proprio per quello stesso viale alberato, avevo formulato.  Credo che nei momenti in cui il turbamento è stato tale da non riuscire a condividerlo nemmeno con amici e familiari, Roma mi ha sempre capito al volo.

Millenni d’esperienza serviranno pure a qualcosa.

Guida all’uso dei mezzi pubblici a Roma


Utilizzare i mezzi pubblici a Roma non è da tutti. Da abbonata annuale e fedelissima utente, mi permetto di dire che è un’arte. Perché a lamentarsi sono capaci tutti, ma non molti sono in grado di interpretarne al meglio le potenzialità. E io, modestamente, mi annovero tra quei non molti.

Per questa ragione, ho deciso di sintetizzare qui, a beneficio dei lettori, una agile guida in cinque punti che potremmo intitolare “Come usare i mezzi pubblici a Roma, sopravvivere e diventare anche una persona migliore“.

1. Serve preparazione. No, non basta farsi dire il numero dell’autobus da un amico. La preparazione deve essere accurata, olistica e multimediale. Il sito dell’Atac dà risposte diverse a seconda di come lo si interroga, come le migliori opere sapienziali dall’antichità ad oggi. Individuato un primo tragitto, bisogna passarlo al vaglio della conoscenza del territorio e dell’esperienza (se turisti, consultare un indigeno o due). Munirsi di almeno due o tre alternative da memorizzare diligentemente.

2. Cercate la giusta prospettiva. Non siate rigidi come i guidatori regolari di mezzo privato o come gli utenti di un servizio pubblico ordinario, italiano o estero. Voi non siete utenti, siete viaggiatori. Non andate dal punto A al punto B, state attraversando Roma Capitale. Bisogna essere proattivi, creativi, flessibili. Non dovete aspettarvi di salire su un mezzo, sedervi e scendere alla meta. Dovete trovare il vostro percorso individuale saltellando in una rete di possibilità, senza dare nulla per scontato. E’ un po’ come surfare nel web. Il fatto che la direzione della corsa, ben visibile sul fronte dei mezzi, sia spesso sbagliata aiuta a non abbrutirsi: Roma non merita utenti pigri e passivi. Tip: gli itinerari migliori sono quelli che prevedono dei tratti a piedi, meglio se non all’inizio o alla fine del percorso, ma in mezzo, per sperimentare link inediti e a volte risolutivi.

3. La tecnologia aiuta, ma non ne siate schiavi. Le palette con i tempi di attesa esistono, ma non a tutte le fermate. Supplisco con la app Muoversi a Roma (per Android o IPhone), direte voi. Ottimo (e diffidate dalle altre app, apocrife, in circolazione). Ma tenete presente che alcuni autobus non sono monitorati e che a volte spariscono dai radar come gli aerei sul triangolo delle Bermuda. Twitter? @InfoAtac è un servizio a suo modo efficiente, ma ha soprattutto la funzione di confortare il passeggero e di offrire solidarietà a distanza. E’ bello non sentirsi soli. Sapere, almeno in certi casi, i motivi della scomparsa del tuo autobus (corteo, macchina privata parcheggiata irregolarmente, malore di un passeggero…) può aiutare a elaborare meglio il lutto. Ma spesso non cambia sostanzialmente le cose. La morale è: fate uso di tutto ciò che può facilitarvi, ma non dimenticate mai l’imprevedibile, l’irrazionale, l’inatteso.

4. Carpe diem. Cogli l’attimo. La necessaria preparazione non deve impedirti di improvvisare. Anzi. Un autobus vuoto che passa davanti a te è un segno del destino. Considera, molto rapidamente, se è il caso di cambiare radicalmente itinerario, o al limite destinazione. No, è inutile che sbuffate, amici nordici: anche le incombenze lavorative possono essere programmate in successione diversa. Non bisogna essere necessariamente dei pelandroni perdigiorno per approfittare di una deviazione imprevista. Lo diceva anche Colombo: buscar el Levante por el Poniente, no?

5. Goditi l’esperienza. Parafrasando Shakespeare, il mezzo pubblico è un palcoscenico sul quale ciascuno recita la propria parte. Anche tu, che ne sia consapevole o meno, fai parte dello spettacolo. E allora tanto vale che ti gusti questo privilegio. Sui mezzi pubblici è concesso, e anzi consigliato:

  • origliare le conversazioni altrui e al limite divenirne parte;
  • socializzare con il conducente;
  • farsi spettatore di performance di arte varia, dalle più classiche esibizioni musicali alle più imprevedibili conferenze del “matto colto”, figura tipica del mezzo pubblico romano;
  • partecipare a sessioni di costruzione del pensiero collettivo, solitamente di impronta satirica.

Vedete dunque che magari i mezzi di Roma non rispondono del tutto all’obiettivo effimero di trasportare l’utente rapidamente e comodamente da un capo all’altro di un itinerario, ma questo è dovuto al fatto che rispondono a molti altri obiettivi, se vogliamo più importanti e durevoli: potenziare gli skills organizzativi, sviluppare il pensiero laterale, allenare la mente meglio della Settimana Enigmistica, tessere relazioni, incoraggiare il contatto fisico (anche estremo) tra le persone, ricordare a tutti la fragilità umana. Scenderete insomma dal vostro autobus (o tram, o metro, o treno, o più verosimilmente una combinazione di tutti i precedenti) probabilmente in ritardo e ammaccati, ma anche un po’ più saggi.