Amicizia


“Gli olandesi fanno di questi scherzi. Nel bel mezzo di una festa uno si alza, fa un discorso ed ecco che piangono tutti”. In effetti è andata esattamente così. Garbatella, casale che sembra ancora una sezione del PCI anni ’70, invitati assortiti per età, paese di origine, cultura nel senso più pieno e vario del termine. Cibo verace, musica dal vivo (senegalese, per lo più). Ed ecco, si alza una signora olandese minuta, che io qualificavo genericamente come parente della festeggiata, e inizia a leggere diligentemente un discorso, in italiano accurato.

Vorrei avere il testo originale. Ricordo però che iniziava con due bambine di 4 anni che andavano a scuola, mano nella mano. E proseguiva con due liceali, e poi con due donne separate dalle distanze ma riunite dal fatto che una delle due, in un momento cruciale della sua vita, aveva trovato assolutamente naturale telefonare all’altra per confidarsi. L’altra, la sua amica del cuore. Ancora oggi. Da 66 anni.

L’espressione amica del cuore mi ha spesso suscitato un sorrisetto di superiorità. Non ho amiche del cuore, io. Oggi di colpo realizzo che non è una cosa di cui vantarsi. 66 anni di amicizia, 66 anni di fedeltà. 66 di disponibilità ad aprire il cuore con garbo e pazienza a un altro essere umano. Io, semplicemente, non sarei capace. Non sono stata capace, forse non lo sarò mai.

Vero è che Marielou, che oggi incredibilmente fa 70 anni, è stata capace di essere amica persino mia. Nonostante le mie spigolosità, i miei silenzi, la mia fretta, i miei impegni veri e presunti, la mia scarsa generosità di tempo e di attenzione.

L’arte dell’amicizia mi è fondamentalmente sconosciuta. Ma oggi, guardando due donne olandesi diverse eppure ancora così vicine, mi si è manifestata in tutta la sua potenza. Ho pianto anche io, insieme a molti altri (anche insospettabili). E ho provato profondo rispetto e ammirazione.

Stop


Ci sono momenti imprevedibili e apparentemente inspiegabili in cui mi sento come ferma a un semaforo e improvvisamente mi assale il dubbio: dove sto andando? “Like a river that don’t know where it’s flowing / I got a wrong turn and I just kept going…” Oggi questa esitazione si è accompagnata a un mix di malinconia e scoraggiamento. Un bello schifo, insomma. Ho pensato a un post di Polly che ora cito a memoria perché sono dal cellulare e per giunta in una stanzetta di una specie di pensionato di Bruxelles: lei si guardava dallo specchietto retrovisore e tutto sommato si stimava per aver fatto della strada. Io nello specchietto retrovisore, nonostante una certa spavalderia che ostento qua e là, cerco ancora di non guardare troppo. Non mi fa impazzire quello che ci vedo. Alla fine cerco di concentrarmi sul paesaggio che varia dietro il finestrino e magari mi sforzo pure di prendere qualche variazione lungo il tragitto per continuare a non annoiarmi.
In sere come questa cerco di respirare e di fare pace con la mia anima che ringhia e piagnucola. E mi dico che per fortuna, nonostante questa metafora, non sono io a guidare.

Un giorno rideremo di tutto questo


…ma quel giorno non è oggi.

Nizam soggiorna regolarmente in Italia da 14 (quattordici) anni. E’ titolare di un permesso di soggiorno CE per lungo soggiornanti, altrimenti detto carta di soggiorno, che ha validità illimitata. Lo ha per molte buone ragioni, una delle quali è che è padre di una cittadina italiana dal 2007 (mia figlia). Ma lo avrebbe comunque, visto che risiede regolarmente in Italia da ben più di 5 anni e ha a suo tempo dimostrato e poi (per ben due volte) ri-dimostrato di avere adeguato reddito e di pagare le dovute tasse. Incidentalmente, avrebbe diritto alla cittadinanza italiana. Peccato che tra quando ha maturato tale diritto (settembre 2012) e quando siamo faticosamente riusciti ad ottenere un appuntamento per presentare la documentazione (febbraio 2014) sia passato un anno e mezzo. E una domanda presentata quasi due anni fa ovviamente non è stata neanche presa in considerazione ancora, è troppo presto. Incidentalmente, in questa pratica il fatto che sia il padre di una cittadina italiana non conta nulla.

Oggi Nizam deve aggiornare la carta di soggiorno, ancora in corso di validità, perché i turchi gli hanno rinnovato il passaporto e il numero non corrisponde a quello indicato sulla carta di soggiorno. Finché ciò non si sistema, non può lasciare l’Italia. Andando un mese fa a chiedere che ciò venisse sistemato, Nizam ha scoperto le seguenti cose:

  • deve essere nuovamente fotosegnalato (????)
  • deve nuovamente dimostrare tutti i requisiti per il rilascio (e questo, mi sento di dire, è una richiesta assolutamente illegittima di per sé).

Oggi, presentandosi all’appuntamento munito di certificato di nascita di Meryem con indicate le generalità dei genitori per esteso (richiesto, a pagamento, in Municipio, visto che per la questura è complicato verificare che Meryem sia sua figlia, sebbene la medesima Meryem sia titolare di passaporto italiano su cui Nizam risulta genitore), ha scoperto un’altra cosa:

  • non bastano i documenti. Deve portare Meryem lì di persona, munita di passaporto.

Quindi io devo far saltare a mia figlia un giorno di scuola per mandarla a fare ore di fila in una questura all’estrema periferia della città, dove (parlo per esperienza diretta) vedrà suo padre trattato con sgarbo e disprezzo da svariati uomini in divisa, che gli danno del tu pur non avendolo mai visto prima. La interrogheranno pure? Chissà.

Tralasciamo il dettaglio che, se pure tutto va bene, di fare questo aggiornamento non se ne parla prima di svariati mesi.

Ma non trascurerei di riferire che, quando lui ha provato a chiedere se potevano dargli un appuntamento durante le vacanze di Natale per non far perdere la scuola alla bambina, gli è stato risposto: “L’appuntamento te lo do quando mi pare, così impari”.

Posso provare (potete leggere i post qui sotto) che io ho sempre cercato di vivere questa situazione con la massima ironia. La prima gita in quel posto l’abbiamo fatta tutti insieme quando Meryem aveva un mese. Ci siamo tornati quando Meryem aveva 3 anni. Ho cercato con tutta la buona volontà di prenderla a ridere.

Oggi no, non ci riesco. Non sopporto l’idea che il padre di mia figlia debba essere trattato in questo modo. Non viviamo più insieme (questo è parte del problema, pare, visto che lo stato di famiglia è inestricabilmente connesso alla residenza), ma non pensavo francamente di dover argomentare la nostra storia più privata a tutti i poliziotti che incontriamo. E’ una persona incensurata, titolare di una regolare attività, che non ha mai commesso nulla per meritarsi un trattamento del genere, stimabile da molti punti di vista e, soprattutto, rientra perfettamente nei requisiti previsti dalla legge per avere quel titolo di soggiorno. Perché deve passare un’altra mattinata come quella di stamattina, umiliato davanti a sua figlia?

Poi ci chiediamo perché le “seconde generazioni” provino questo rancore per gli stati europei di cui pure sono cittadini. Io credo che un’esperienza come quella che vivrà Meryem il prossimo mese – ammesso che non riesca prima di allora a trovare una soluzione a questa assurdità – conterà molto di più sulla sua formazione civica di tante belle parole che io o i suoi maestri possiamo spendere sulla partecipazione, sull’accoglienza e sull’intercultura.

Il pregresso
Noi e Ringhio, parte prima 
Noi e Ringhio, parte seconda
Surreale

SPQS-Sono Pazzi Questi Statunitensi


Li avevo incrociati talora sul lavoro (ricordate?), ma ultimamente i miei contatti con i cittadini degli States sono cominciati a diventare molto, molto più frequenti. Ne ho avuti 18 come alunni per un intero semestre (che come tutti i semestri accademici in realtà dura tre mesi). Devo rapportarmi dunque a loro anche in forma di datori di lavoro e colleghi. In qualche caso persino amici. Mai mi è apparso così palese: sono diversi. Culturalmente diversi. Io sembro strana a loro, loro sembrano strani a me. Certe volte il malinteso culturale è fastidioso, dannoso e finanche imbarazzante.

Cerco di ovviare tenendo a mente i punti più critici, che potrei riassumere in tre, principalmente.

  1. Il loro modo di celebrare e autocelebrarsi mi mette a disagio. Di più. Mi imbarazza a morte. Quando a una conferenza ti presentano snocciolando i tuoi titoli e riconoscimenti pubblici e sperticandosi in apprezzamenti su quanto sia “outstanding” la tua competenza, io comincio ad agitarmi sulla sedia. Se poi mi trovo a leggere le loro lettere di candidatura l’imbarazzo arriva alle stelle. Ci credono e lo dicono. Sono perfetti per qual ruolo. Sono persone meravigliose. Hanno delle competenze incredibili e tanti amici pronti a giurarlo. Se non te ne accorgi il fesso sei tu. Oddio, ma è proprio necessario? Non puoi lasciarmi giudicare dal CV?
  2. Forse connesso al punto 1, in parte. Esplicitano tutto. Ma proprio tutto. Sono i maghi delle istruzioni. Nel libretto della messa non ci mettono solo le letture: ti spiegano chi e quando può fare la comunione, qual è il gesto convenuto per segnalare che sei celiaco, in che direzione si avvierà la processione di uscita. Se ti spiegano come arrivare a casa loro, specificano ogni particolare, descrivendoti la successione di negozi che incontrerai sul tuo cammino fino al numero esatto dei gradini che separano il marciapiede dal loro portone. Non mi stupirei se iniziassero il messaggio suggerendoti di uscire di casa tua, per prima cosa. A me questo eccesso di dettagli crea confusione totale e una certa ansia. Loro in compenso, se provvisti solo delle indicazioni che io ritengo essenziali, si perdono.
  3. Hanno la pericolosa tendenza a intendere in senso strettamente letterale qualunque cosa io dica. E quando dico qualunque, intendo proprio qualunque.

Fuori lista, devo aggiungere un’ulteriore perplessità, valida in particolare per gli studenti: l’abbigliamento. Lungi da me assurgere ad arbiter elegantiarum. Non mi scandalizzerei di vedere a lezione studenti in tuta da ginnastica. In salopette. In bermuda. Ma perché sempre nudi, anche a dicembre? Shorts che sfidano simultaneamente il buon gusto e il buon senso. Minigonne delle dimensioni di microparei da spiaggia, del tutto sproporzionate rispetto alle circonferenze a stento contenute. Ma il pezzo forte sono le calzature: rigorosamente infradito, uomini e donne. Effetto campus, direte voi: il fatto che dormano e frequentino le lezioni nello stesso edificio li confonde. Macché. Anche quando si lanciano sui bus romani per raggiungere le sedi del loro service-learning non cambiano nulla del loro look. Ho dovuto specificare in apposita mail che vestirsi da spiaggia alla mensa del Centro Astalli non è opportuno per varie ragioni, a partire dalla banale considerazione che lavorare a piedi nudi in una cucina non è esattamente un’idea furba. Per non parlare del fatto che poi le stesse fanciulle sono sensibilissime al rischio di essere guardate con troppa insistenza da chicchessia (specie se straniero). Ora, chi mi conosce sa che non ritengo un abbigliamento provocante una scusa per ricevere attenzioni non richieste. Ma è pur vero che, a prescindere da ogni possibile rischio, un minimo di senso dell’opportunità non guasterebbe.

 

Il calendario dell’avvento io lo compro


E’ iniziato dicembre! Come può essere successo? Stamattina ho spalancato gli occhi e mi hanno trafitto, in contemporanea, diversi pensieri.

  1. Ho promesso un articolo per la fine di dicembre. Quando l’ho fatto la data sembrava lontanissima. Non mi pareva neanche detto che arrivasse davvero. E invece.
  2. Questa scadenza è superata nettamente da tutte le altre, ben più vicine, tipo quella di domani, di dopodomani e così via. Uff.
  3. Non ho il calendario dell’avvento, che mia madre mi aveva espressamente commissionato. (Forse ricordate cosa pensa mia madre dei calendari dell’avvento, ve lo raccontavo qui). Immagini di brave madri crafter mi si materializzano in una nebbiolina d’oro, lontane e irraggiungibili più che mai.
  4. Oddio, oggi lo zelante fanciullino della palestra pretende di fare il “controllo”, pesandomi e misurarmi. Toccherà rivelargli che, alla mia età e con il mio fisico, due capatine in palestra a settimana in un mesetto non hanno avuto alcun effetto miracoloso?
  5. La carta da regalo che Meryem aveva portato a scuola per il lavoretto natalizio (e che ero fierissima di essermi ricordata di comprare, sabato) è stata giudicata non sufficientemente natalizia (rossa con foglie oro) e andava pertanto rimpiazzata in corsa.

Respiro. Pausa. Potrei continuare. Mi sento inadeguata. Mai come questo primo dicembre mi sento inadeguata. Come lavoratrice, come madre, come essere umano (non necessariamente in quest’ordine). Mi pare di essere quella che cerca di tappare con le dita delle mani e dei piedi le falle di una diga.

Mentre mando avanti le procedure mattutine con il pilota automatico, mi chiedo se Meryem avrà danni permanenti per tutte queste mie insufficienze e, ancor più, per la rabbia e il dolore che mi provocano. “Il maestro mi ha detto che gli sembro triste”, commenta lei, come rispondendo ai miei dubbi inespressi. Ecco. “Ma non è vero!”, ribatte lei scocciata quando cerco di approfondire. Boh. Chissà. Vedremo.

Che fare? Non so. Vi dico cosa ho fatto io. Approfittando di una riunione a cui dovevo andare, ho fatto una bella passeggiata per il centro di Roma. Mi sono fermata a guardare i balconi, le facciate, le cupole, le bifore. Ho fatto qualche foto, ne ho scelta una per un bel progetto che vorrei seguire anche quest’anno. Ho aperto la finestrella del calendario dell’avvento virtuale per genitori, una bella idea di Genitori Crescono. E poi sono entrata in cartoleria e ne ho comprato uno, di carta, per Meryem.

Spiegare Parigi alla figlia di un musulmano


Meryem ieri era a dormire da un’amichetta e io comunque non l’ho vista per tutto il giorno perché ero fuori casa per lavoro. Solo oggi quindi ho preso il coraggio a quattro mani e le ho raccontato i fatti di Parigi.
Avevo fatto in tempo (non in quest’ordine) a piangere, a indignarmi, a abbracciare un amico somalo, a farmi il sangue amaro in ogni modo possibile online e offline,  a sfogarmi con i colleghi di sempre, a sapere che mio nipote a Parigi era incolume, a sentire parole importanti da padre Camillo (il mio capo) e da Giovanni Maria Flick.
Ho detto più o meno così.
Meryem, tu sai che c’è la guerra in molti paesi del mondo. Di solito diciamo che la guerra è lontano da qui. Però c’è una guerra un po’ speciale, che si chiama terrorismo. Lo sai cos’è? Bene. Ecco dei terroristi ieri hanno ucciso a Parigi tante persone, a caso, senza sapere neanche chi erano. Perché? Perché questo fanno i terroristi: mettono paura. Queste persone dicono di averlo fatto perché sono musulmane. Dicevano Allah-hu Akbar. Allah vuol dire Dio, sì. Lo dice sempre papà. Però sai anche che una persona che uccide non è un vero musulmano.
Vedi queste due candele? Le ho messe alla finestra ieri sera. Sono per tutti quelli che sono morti a Parigi, ma anche per tutti quelli che muoiono, in tutto il mondo, per la guerra e per il terrorismo. Esatto, proprio come i bambini siriani per cui abbiamo acceso le candele l’anno scorso. Sì, piango, perché questa cosa è molto triste. E siccome, come dice la tua maestra, figli e mamme sono collegati, non è strano se viene da piangere un po’ anche a te. Ma quello che spero, amore mio, è che tu e i bambini come te siate capaci di rendere migliore questo mondo. Tutti insieme, compresi i tuoi tanti cuginetti musulmani.

Vale la pena?


Come si nota anche dal ritmo di pubblicazione dei post di questo blog, sono leggermente travolta. Il tempi del lavoro si dilatano, sgomitano, assumono forme anomale. Provvidenzialmente mi è stato regalato un tempo di pausa non riempito da tutto il resto, un fine settimana tra le montagne di Trento a fare “una cosa gesuita”, come ha detto uno dei partecipanti. Se avessi saputo di cosa si trattava sicuramente non sarei andata. L’avrei considerato un lusso che non potevo permettermi. Invece mi serviva proprio. Ne sono uscita un po’ scossa e in qualche modo riconciliata, soprattutto rispetto alla domanda che mi sono posta negli ultimi mesi: “Ma cosa ci sto a fare? Ne vale la pena? Magari è giunto il momento di cambiare strada? E’ arrivato il vento del nord di Mary Poppins?”.

In estrema sintesi, ne sono uscita rafforzata nella convinzione che vale la pena di fare il mio lavoro, oggi più che mai. Vale la pena perché c’è bisogno di capire, di pensare, di spiegare, di provare cose nuove e raccogliere nuove idee. Non sono ovviamente le uniche cose che faccio al lavoro, ma faccio anche questo. E’ innegabilmente un momento entusiasmante. Cambiano le carte in tavola, continuamente. Ci sono più che mai motivi di indignazione e di denuncia. In Italia in queste settimane si stanno verificando cose gravissime. Ieri sera un operatore umanitario in collegamento dal porto di Pozzallo ci raccontava di come la sua organizzazione, addetta al triage sanitario allo sbarco, può segnalare donne incinte anche ai primi mesi, persone con patologie varie che possono essere risparmiate dal respingimento immediato. A un certo punto ha parlato anche di un istituto religioso dove avevano proposto di ospitare per qualche giorno uno dei migranti colpiti da questi provvedimenti dati un po’ a casaccio. Il pensiero è corso agli ospedali che ricoveravano gli ebrei al tempo del rastrellamento nazista a Roma, ai conventi che nascondevano i bambini.

Fa impressione pensare che una similitudine che da tempo era venuta in mente ad alcuni (leggetevi questo bellissimo post di Anna di più di due anni fa) oggi sia ancora più calzante.

“Così muore la civiltà europea”. Muoiono innocenti, ogni giorno, e sembra che ci siamo abituati. Per questo, nonostante qualche fatica e qualche insoddisfazione, continuo a credere che questa sia la mia frontiera. A tratti, la mia trincea. Sono davvero grata a tutti quelli che si trovano qui con me. Alcuni per un pezzetto di strada, altri da 15 anni. Grazie per tutte le risate liberatorie che ci aiutano ad andare avanti, testardi e resilienti.

Si fa presto a dire famiglia


In questi giorni, complice il nuovo sinodo, si fa un gran parlare di famiglia: tradizionale, allargata, mononucleare, arcobaleno e via discorrendo. Leggo post appassionati e mi pare che tutti abbiano le idee molto chiare sui diritti di tutte queste famiglie. Mi pare dunque logico che molti sappiano con certezza cosa è una famiglia e che rivendichino, giustamente, di essere considerati tale anche dall’autorità: dallo Stato, dalla Chiesa.

Ricordo benissimo quando questo valeva anche per me. Quando sapevo bene che famiglia volevo formare, quali caratteristiche avrebbe avuto, quali fossero le tappe fondanti e costitutive. E ora? Ora non so. Mi trovo fuori da ogni categoria e da ogni schema, senza per questo considerarmi particolarmente leggera, dissoluta o trasgressiva.

So che per la mia religione di riferimento sono inesorabilmente “out” da oltre 10 anni. Quanto ho vissuto dei valori che da sempre mi hanno insegnato ad associare al concetto di famiglia non è, ahimè, eleggibile. So che ogni 5 anni devo chiedere all’INPS l’autorizzazione a includere mia figlia nel mio nucleo familiare. Per lo Stato italiano, evidentemente, se non ti sei sposato hai l’intento di frodare il fisco.

Eppure giuro che a me la mia vita pare normale. Ordinaria. Non ho un gusto particolare a infrangere le regole, anzi.

Che significa famiglia per me, oggi? Alla fine torno sempre a Lilo e Stich: “Ohana significa famiglia e famiglia significa che nessuno è abbandonato o dimenticato”. Il che per me, lo confesso, non è facile per niente. Non è facile non abbandonare e non dimenticare e, più ancora, non è facile permettere che qualcuno non mi dimentichi e non mi abbandoni. Niente famiglia allargata per me, in questo momento.

P.S. Sì, lo so, dopo un mese di silenzio vi sareste aspettati qualcosa di diverso. Avete ragione.

Ciao, fondi Solid!


Giugno, mese di eroiche prestazioni ai limiti del sovrumano, si è chiuso ieri. L’anno scorso mi ripromettevo, se ne fossi uscita viva, di regalarmi la targa di eroe dei nostri tempi. Quest’anno la targa l’ho anche avuta (non proprio personale, dài: è quella di questo progetto, ma per impatto e importanza sulla mia vita lavorativa e quotidiana in genere fa lo stesso). Oggi, primo luglio, mi guardo incredula e mi dico che:

a) sono viva

b) non mi pare esattamente l’inizio di un periodo tranquillo.

Del resto, si sa, se non ho troppe cose in testa e per le mani mi annoio. E quando mi annoio, le conseguenze sono pessime. Lunedì scorso (a Roma era festa) mi sono ridotta a tentare di montare un ghepardo in carta regalato a Meryem per il compleanno. Le istruzioni promettevano che si trattava di operazione facilissima, che non richiedeva né forbici né colla. Alla trentesima volta che la maledetta zampa anteriore sinistra, piegata più volte in fogge diverse e evidentemente nessuna corrispondente alla laconica freccetta rossa del disegnino, si è staccata dal fragile tronco deforme del potenziale animale, ho lanciato tutti i componenti ai quattro angoli della stanza, chiarendo cosa pensassi dei sofisticati progettisti francesi che avevano ideato l’oggetto. Che poi, uno cosa se ne dovrebbe fare di un ghepardo di carta fragile come una bolla di sapone? Loro allegavano un filo per appenderlo al soffitto. Avrei dovuto capire tutto da quel particolare.

Ma sto divagando. Quello che volevo celebrare in questo post è la fine ufficiale dei fondi Solid, i FER e i FEI che hanno segnato la mia vita professionale negli ultimi… parecchi anni. Abbiamo ancora parecchie scartoffie da smaltire, ma un’era si è chiusa, con ieri. Non voglio qui commentare su quanto nuova/migliore possa essere l’era che si aprirà nei prossimi mesi, rispetto ai finanziamenti europei in materia di migrazioni. Sarebbe un ragionamento molto poco estivo e anche un po’ amaro. Solo piacevolezza, oggi.

Qui, in questo blog in cui la mia me lavorativa sgomita sempre più prepotentemente per uscire, voglio ricordare solo la crescita di questi anni di duro lavoro. Dalla prima volta in cui tentai, invano, di compilare una application per il FEI, sono arrivata ad oggi, in cui bene o male sono stata in grado non solo di framene finanziare, ma anche di coordinarne uno tutto mio. E’ un pezzo importante di quello che ho imparato in 15 anni di lavoro qui. Non era l’aspetto che mi attraesse di più, né quello che mi è più congeniale. Eppure l’ho imparato e ne ho persino, a tratti, apprezzato la bellezza.

Oggi mi voglio dire brava da sola per questo. Non è stato facile, per una persona orgogliosa come me, accettare il fatto che ho fatto, faccio e farò un sacco di errori. Che non sarò la migliore progettista sulla piazza, né la migliore coordinatrice di progetto. Ma è qualcosa che oggi so fare in modo accettabile e solo io so quanto mi sia costato. Quindi mi dico brava.

Però devo dire anche una marea di grazie, troppi per scriverli tutti qui. Concedetemene solo due. A Berardino (Guarino), per la pazienza e la tenacia con cui mi forma e mi sopporta (in tante occasioni assai superiori alle mie). E a Le Quyen: ancora oggi non riesco a immaginare fino in fondo un progetto europeo senza di lei.

La giustizia


Io sinceramente neanche so cos’è, la “giustizia” 🙂

Così ha scritto, tra il serio e il faceto, una persona che frequento su Facebook. Si parlava di economia e, nello specifico, della reazione dei mercati al risultato delle elezioni in Turchia. Credo che intendesse (e mi correggerà se sbaglio) che quando si tratta dell’economia, la “giustizia”, qualunque cosa sia, non c’entra nulla. E’ da allora che ci penso su. Perché forse è il mio lavoro e soprattutto dove lo faccio che mi condizione, ma per me il concetto di giustizia è tutt’altro che vago e evanescente. Aggiungerei che dovrebbe essere il metro di riferimento specialmente nelle questioni di maggior impatto e rilievo, quali la politica, l’economia e tutto ciò che ha impatto sulla vita di un numero rilevante di persone.

Promuovere la giustizia. Questa espressione me l’hanno insegnata i gesuiti e, più precisamente, alcuni bellissimi documenti della Compagnia di Gesù (specialmente questo, da cui trarrò alcune citazioni) e la pratica creativa e appassionata di alcuni gesuiti che ho conosciuto.  “Se questo mondo così com’è non ci piace (e non può piacerci) – diceva spesso padre Giovanni Lamanna – dobbiamo fare il possibile per cambiarlo”. E non si parla solo di piccole cose private. E’ necessario “lavorare per il cambiamento delle strutture in campo socioeconomico e politico, quale dimensione importante della promozione della giustizia”.

Vogliamo essere più specifici? Bisogna “lavorare per la pace e per la riconciliazione attraverso la non violenza; a lavorare per abolire ogni discriminazione contro le persone, basata sulla razza, la religione, il sesso, l’appartenenza etnica o la classe sociale; a lavorare contro la povertà e la fame crescenti, mentre la prosperità materiale si concentra sempre più nelle mani di pochi”.

Il primo punto, non opzionale, è il pieno rispetto e la tutela dei diritti umani.

“Questi includono: diritti economici e sociali, quanto alle necessità di base per una vita in condizioni degne; diritti personali, quali la libertà di coscienza e di espressione, e il diritto di praticare e di condividere la propria fede; diritti civili e politici a partecipare pienamente e in libertà al processo della vita nella società; diritti allo sviluppo, alla pace e a un ambiente naturale sano”.

“La globalizzazione dell’economia mondiale e della società avanza a grandi passi, alimentata dagli sviluppi tecnologici, dalle comunicazioni e dagli affari. Benché tale fatto possa apportare molti benefici, può comportare però anche un massiccio accrescimento di ingiustizie. Per esempio: programmi di aggiustamenti economici e forze di mercato che non si curano affatto delle loro ripercussioni sociali, soprattutto sui più poveri; la “modernizzazione” omogenea di culture in modi che distruggono queste e i valori tradizionali; una disuguaglianza crescente tra nazioni e, nelle stesse nazioni, tra ricchi e poveri, tra potenti e marginalizzati. Con giustizia, noi dobbiamo contrastare tutto ciò, lavorando alla costruzione di un ordine mondiale di vera solidarietà, in cui tutti possano avere, come è loro diritto, un posto al banchetto del Regno”.

Rispetto al metodo, sottolineerei questo: “La nostra esperienza degli ultimi decenni ci ha dimostrato che il cambiamento sociale non consiste soltanto nella trasformazione delle strutture economiche e politiche, dato che tali strutture sono esse stesse radicate in valori e atteggiamenti socio-culturali. La piena liberazione umana, per il povero e per tutti noi, suppone lo sviluppo di comunità di solidarietà – sia di base e a livello non-governativo, sia a livello politico – in cui tutti si possa lavorare insieme per uno sviluppo umano integrale ; tutto ciò nel dinamismo di un accettabile e rispettoso rapporto tra i diversi popoli, le differenti culture, l’ambiente naturale e il Dio che vive in mezzo a noi”.

Mi paiono evidenti due cose:

1. non c’è nulla di vago in tutto ciò;

2. direi che sono stata profondamente influenzata da questi concetti.