Sulla scuola


Giorni fa, sulla mia bacheca di Facebook, dicevo che ormai nella mia testa la confusione sulla scuola è massima. Non so più come la penso, non sono neanche più sicura degli argomenti di cui si discute e di quali, più propriamente, sarebbe importante confrontarsi (raramente le due cose coincidono).

“Tu non puoi capire”, mi suggeriscono – in sostanza – alcuni professori che conosco, chi con più, chi con meno garbo. In effetti logicamente capisco che, come essersi rotti un braccio non rende ortopedici, così aver frequentato una scuola e/o avere figli che la frequentano non rende esperti di didattica, né tanto meno, di gestione e valutazione di programmi di istruzione nazionali.

Guardo i dibattiti sulle bacheche altrui sul tema rifugiati, leggo tali e tante inesattezze, ingenuità, errori di prospettiva – per considerare solo chi parla in buona fede – che la frustrazione degli “addetti ai lavori” la capisco, almeno un po’.

Poi ieri, inaspettatamente, a una bellissima iniziativa nel mio quartiere, ho ascoltato di nuovo una poesia che avevo dimenticato. Interpretata, peraltro, da un gruppo variegatissimo di adulti che stanno imparando l’italiano come seconda lingua.

C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri, professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.
Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così cosi.
Ci si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.
Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno può fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.
Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.
Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso.

(Gianni Rodari)

E che c’entra questo con gli invalsi, le assunzioni dei precari, gli sgravi fiscali per chi manda i figli alle scuole private, le chiusure estive abnormi e via discorrendo? Secondo me un po’ c’entra e cerco di spiegarvi perché lo credo. (Sì, lo ammetto: il mio lavoro mi condiziona pesantemente. Ma non è così per tutti?)

La scuola non è un mondo a parte. A volte, con metodi, idee e intenti diversi e persino opposti, intravedo nella scuola la tendenza a costituirsi come insieme chiuso, come isola (felice o no, questo dipende), come luogo a sé. Proteggere uno spazio per l’apprendimento è giusto, a volte persino necessario e urgente. Ma proteggere non significa isolare.

“Quel che non si sa è sempre più importante di quel che si sa già”. Questo vale per tutti, anche nella scuola. Deve valere per gli studenti, che hanno diritto di imparare molto (anche – ma non solo! – nozioni, tecniche, abilità); per gli insegnanti, che non dovrebbero mai perdere la flessibilità anche quando hanno forti e radicate convinzioni, ricordando che sono le sentinelle della società che cambia; per i genitori, educatori e studenti di fatto, anno dopo anno, giorno dopo giorno.

Ma soprattutto, il mondo è grande. Non dimentichiamoci mai di aprire gli occhi e tenerli aperti.

10 più uno – Celebriamo YB!


Ultimamente Facebook ci regala squarci inattesi (e non richiesti) del nostro passato attraverso la fuzione “Accadde oggi”, che a me ricorda fortemente la rubrica “Domani avvenne” dell’Almanacco del giorno dopo (chi se lo ricorda? questo è davvero un ricordo che mi data…). Per questo ho notato che alcuni anni fa (4, per la precisione) avevo lanciato un giveaway in occasione del compleanno di questo blog. All’epoca era il settimo compleanno, oggi inizio il conto alla rovescia per l’undicesimo.

Dieci anni più uno, insomma. Non pochi. Il primo post di Yenibelqis è datato 16 maggio 2004. I dieci anni non mi è venuto in mente di festeggiarli, ma almeno i dieci più uno meritano che si organizzi qualcosina, non vi pare? Visto che siamo in vena di revival, quello che vi chiederei stavolta è di regalarmi un ricordo.

Regalatemi, nei commenti qui o sui social, un ricordo vostro che coinvolga anche me, come blogger (un post che ricordate, un argomento che vi ha ispirato delle riflessioni) o come persona (se ci conosciamo personalmente). Buttiamo tutti i nostri ricordi in questo pensatoio virtuale.

Per partecipare avete tempo dieci giorni, ovvero fino al 16 maggio alle 24:00.

E poi che ne faremo, di tutti questi ricordi? Come sempre, ancora non lo so. Una cosa è certa: non si vince niente. Credo che non si possa più nemmeno per legge. Ma intanto facciamo questo brainstorming di memorie, come una festa in cui ognuno porta qualcosa. Qualcosa di carino ne verrà fuori certamente.

Idrovore e piante pioniere


Il futuro è tutto da costruire, potrà essere anche peggiore ma ci sono due certezze: nulla resta immutato, il presente non è per sempre, e molto dipenderà da noi, dal nostro impegno, dalla nostra forza di non arrenderci, dalla nostra creatività e dal nostro coraggio. Leggevo ieri queste parole di Mario Calabresi su La Stampa e immediatamente ho pensato ai giorni che ho trascorso con Meryem e la Giovane Montagna nel Polesine. Una gita di tutto riposo dal punto di vista dell’impegno fisico (l’unico dislivello era quello che ci separava dagli argini del fiume e si aggirava sui due metri e mezzo), ma straordinariamente intensa. Il Polesine non l’abbiamo solo visto, ma ce l’hanno raccontato, con passione e competenza, le guide a cui ci eravamo affidati. Questo per me ha fatto davvero la differenza. Natura e uomo insieme, nemici e alleati. Fatica, pazienza, ingegno, coraggio. Quella di questo territorio è una storia bellissima e anche una potente metafora. Abbiamo iniziato a capirlo già il pomeriggio che siamo arrivati, al Museo della Bonifica. Se mi avessero detto che mi sarei commossa davanti a un’idrovora, non ci avrei creduto. E anzi, vi dirò: se fossi stata io a scegliere magari non ci sarei andata affatto, preferendo qualche vetrina di museo di antichità molto mono significativo. Avrei commesso un errore madornale. Davanti a quelle pompe stupefacenti, la nostra guida Sandro ha iniziato a spiegarci davvero dove ci trovavamo. Ci ha fatto notare come “i pesci nuotano più in alto di dove volano gli uccelli”, poiché il fiume scorre vari metri più in alto del livello delle campagne e incombe, letteralmente, sulle colture. Ci ha descritto la povertà vera di chi vive di nulla e con nulla. L’emigrazione che ha portato via tanti dal Veneto e da qui in particolare. E poi quell’impianto solenne, capace di riportare l’acqua in eccesso su al fiume e bonificare i terreni. Ci ha detto di quando suo nonno li portava, da bambini, a guardarlo, perché era quella macchina straordinaria che dava la possibilità ai suoi figli di continuare a vivere dove erano nati. Mi ha colpito l’eleganza del soffitto liberty, le targhe che tradivano la fierezza di chi aveva costruito quell’impianto con la consapevolezza che non era una macchina come un’altra. “Ca’ Vendramin parla”, ci diceva Sandro. Verissimo. Parla persino a me, che di pompe e caldaie non capisco nulla. Ma anche la natura, con il suo fascino discreto, ha fatto e fa la sua parte. Al giardino botanico di Porto Caleri, oltre ad aver conosciuto la salicornia – una pianta che avrei giurato fosse un parto della fantasia della Rowling e invece esiste, e ho avuto persino il coraggio di masticare una bacca (salata!!!!) – abbiamo visto con i nostri oggi come dalla sabbia le piante pioniere avviino un processo lento ma inesorabile che di fatto trasforma il terreno profondamente, fino a renderlo adatto agli arbusti prima e al bosco vero e proprio poi. Se non fosse stato per le zanzare, che lì prosperano come nel paradiso terrestre e raggiungono dimensioni e ingordigia ben al di fuori della media stagionale romana, anche quell’itinerario sarebbe stato perfetto. Natura, uomo, uomo, natura. La mattina dopo navigavamo sul Po di Venezia in motonave e il pensiero correva alle capanne di canne in cui si viveva prima, quando le alternative erano scarse o inesistenti. Quando possedere una bicicletta era segno di ricchezza e una scintilla di troppo poteva mandare in fumo tutto in un momento (per quello si sono inventati i camini a dado). Il faro, su cui immaginavo Montale e la moglie (“la talpa”) che salgono le scale un po’ a fatica e poi fissano lo sguardo su quella linea dell’orizzonte dove l’acqua cambia colore e diventa mare. E mi veniva anche da sorridere, ripensando a quando, il giorno precedente, Meryem armata di binocolo avvistava garzette e volpoche. L’avete visto Un anno da leoni? Comunque lei ha rischiato seriamente di odiarmi perché ho avvistato una nutria e un fagiano e lei no. Il birdwatching induce alla competizione, evidentemente (sì, la nutria non è un uccello, ma non state a guardare il capello).

Ordinazione di famiglia


Sabato scorso ho partecipato all’ordinazione presbiteriale (chirotonia, per essere precisi) di un amico di famiglia, che per 35 anni è stato presbitero nella chiesa di S. Atanasio dei Greci. Vi ho parlato più di una volta della mia frequentazione di questo luogo un po’ speciale, a due passi da piazza del Popolo, ad esempio qui e qui. Come la comunità ucraina che ho conosciuto lo scorso Natale, la comunità di S. Atanasio è cattolica.

Perché si fa presto a dire cattolico. Apriamo una parentesi didascalica.

La Chiesa cattolica, sia in Occidente che in Oriente, ha un’ampia gamma di riti.

Ci sono quattro “tronchi” principali:

1.- In Occidente: il rito latino.

2.- In Oriente:
a).- il rito antiocheno (siriaco)
b).- il rito bizantino, nato da un gruppo di riti provenienti dal rito antiocheno sotto l’influenza di San Basilio e San Giovanni Crisostomo
c).- il rito alessandrino (Egitto).

In questi quattro “tronchi” si raggruppano tutti i riti: 29, per essere esatti. E il rito non è solo, come ero portata a pensare io, la lingua della funzione, che canti si cantano, che letture si fanno. Il rito scandisce tutta la vita concreta della comunità, comprese le date delle festività e, appunto, la questione delle ordinazioni.

Il mio amico Luigi è già nonno. In tutti i riti orientali della chiesa cattolica, infatti, si può essere ordinati diaconi e anche presbiteri anche se si è sposati (ma dopo l’ordinazione non si può sposarsi). Il celibato è richiesto solo per i vescovi, ma dubito che Luigi abbia questa ambizione. Alla sua ordinazione c’erano tutti i suoi familiari e hanno avuto un posto d’onore anche nei ringraziamenti, nelle preghiere e nella cerimonia: la “sposa”, i figli, i nipotini (che hanno partecipato alla processione con aria compitissima, facendo capolino tra i paramenti scintillanti dei molti concelebranti) e persino i consuoceri.

Posso dire che ho trovato questo sacramento di famiglia molto bello? Se devo essere onesta del tutto, il valore aggiunto del celibato per i sacedoti non sono mai riuscita a coglierlo pienamente, specialmente se è un requisito obbligatorio. Posso capire che possa essere per alcuni una dimensione liberamente scelta di vivere la propria vocazione. Ma l’argomento che una famiglia osterebbe o limiterebbe molto la funzione sacerdotale mi pare debole, molto debole. Specialmente oggi che frequento pastori di chiese non cattoliche (e, come abbiamo visto, anche cattoliche di rito diverso da quello latino) che molto praticamente e semplicemente dimostrano che essere padri di  famiglia nulla toglie alla loro vocazione, anzi.

Il Papa anche oggi, come succede spesso, cerca di volgere al positivo i punti più critici del dibattito, laddove altri sentono il bisogno di irrigidirsi e arroccarsi su posizioni “non negoziabili”. Invita a riflettere, Papa Francesco, sul fatto che molti giovani sembrano non aver fiducia nella famiglia: pochi matrimoni, molti divorzi, meno figli. Io credo che la famiglia intesa in senso ampio come nucleo costitutivo di un amore che si fa impegno preciso tra alcune persone e che da questo legame trae motivazione per estendersi generosamente all’esterno possa essere un punto di forza per rinnovare la qualità della nostra vita sociale. Ma allora non sarebbe opportuno aprirsi con convinzione alla possibilità che il sacramento del sacerdozio possa essere accolto più che adeguatamente anche in un contesto familiare?

Se penso alle persone che ho incontrato che si sono trovate a lasciare il sacerdozio non senza dolore solo a causa del requisito del celibato, non posso che pensare alle molte occasioni sprecate di avere sacerdoti convinti, felici e ricchi affettivamente e spiritualmente.

Migliorarsi

rimuginare, cose serie


Se avessi trent’anni e un lavoro che ti paga generosamente per trascorrere il tempo con le mani in mano, senza particolari incombenze, facendo beatamente i casi tuoi, saresti felice?
Mi faccio questa domanda, dettata da un aneddoto che mi è stato raccontato oggi e non credo di essere ipocrita a rispondermi che no, non sarei felice. Non dico che mai e poi mai lo accetterei, intendiamoci. So che a volte una scelta in questo senso è obbligata e anche fortunata, rispetto a lavori pesanti e mal pagati. Ma felice, no. Specialmente a trent’anni. Ma anche ora. Mi sembrerebbe di essere privata di un diritto, del sacrosanto diritto che abbiamo tutti (e o giovani ancor di più) di migliorarci, sfidarci, progredire.
Non parlo di carriera, ovviamente. Io, tanto per fare un caso personale, platealmente non ho fatto carriera e non la farò mai. Ma se mi guardo indietro, professionalmente ho imparato moltissimo e continuo costantemente ad avere occasione di sbattere il muso contro aspetti in cui ho ampi margini di miglioramento.
Il mio lavoro è l’opposto di quanto descritto sopra. Mal pagato e frenetico, pieno di cose diversissime tra loro. Ma è il mio lavoro, parla di me. Mi dà tanto e adesso posso dire che, almeno qualche volta, porta la mia impronta: un progetto pensato, voluto, scritto e ora – faticosamente – gestito; un evento riuscito; un rapporto annuale, quello che presenteremo la prossima settimana, che mi/ci soddisfa fino in fondo. Potrei continuare a elencare le opportunità che ho lavorando a Astalli, ma oggi il punto che mi preme è un altro.
Non è male essere ben pagati per il proprio lavoro. Beato chi lo è. Ma il lavoro deve dare qualcosa oltre allo stipendio. Passiamo al lavoro una parte importante della vita. Un lavoro che non chiede nulla si può sopportare, per necessità. Ma che un giovane ne sia felice mi rattrista e insieme mi allarma.
Sono esagerata?

P.S. A proposito di miglioramenti. Ho fatto il proposito di migliorare un po’ anche questo blog. Chissà se terrò fede a questa buona intenzione…

Rinuncia


Circa un mese fa (si era nel periodo del capodanno cinese) una mia collega ha accompagnato una classe di studenti romani a visitare il tempio buddhista. Le monache (che in realtà preferiscono essere chiamate maestri) hanno invitato studenti e professori a pescare un bigliettino con un consiglio, un invito o un presagio per l’anno entrante. Hanno chiesto alla mia collega di pescarne uno anche per me, che non ero presente, e lei diligentemente lo ha pescato e se lo è fatto tradurre, per potermi trasmettere in messaggio.

Il mio bigliettino recitava, mi dicono, un invito semplice ma corredato di punto esclamativo: “Rinuncia!”. “E a che mai devi rinunciare, tu?”, è stato il commento stupito della mia collega (evidentemente sono nota per una certa, diciamo, essenzialità di vita). Io avevo un sospetto, in effetti, che mi è stato poi confermato da una seconda monaca buddhista che ho incontrato, casualmente, quella sera stessa: “Rinuncia per noi non è privazione. Significa staccarsi da qualcosa che ci procura sofferenza”.

Ho meditato a tratti su questo bizzarro messaggio, che mi è stato così rocambolescamente recapitato dal destino. Qualche sera fa ho avuto una conversazione che mi ha aiutato a mettere a fuoco un po’ meglio cosa penso significhi per me. Vediamo se riesco a metterlo nero su bianco, in una specie di parafrasi.

“Cara Chiara,

forse dopo tanti anni passati a cercare di far combaciare la tua vita, il tuo aspetto e la tua quotidianità con quelle che ritenevi essere le tue aspettative ti sarai resa conto che il risultato non è granché. Non assomigli neanche lontanamente alla persona che fin dalla terza media sogni di essere. Non assomigli alla sottile biondina che si è messa e tuttora è sposata al tizio che eri convinta che ti amasse per la tua superiorità intellettuale (e, con senno del poi, diciamocelo: meno male che non era così!). Non assomigli alle donne in carriera che non sai nemmeno bene come siano fatte. Non assomigli alle tue longilinee colleghe poliglotte dell’ufficio internazionale, tanto meno a un funzionario delle Nazioni Unite. Non assomigli nemmeno a tutte quelle serene donne felicemente sposate, con diversi figli graziosi, che sfoggiano il solitario ricevuto per l’anniversario del matrimonio e che almeno una volta hanno fatto un weekend romantico a Parigi.

Non hai viaggiato molto, non sei una ricercatrice universitaria, né una romanziera, né una fotografa. A un certo punto ti è stato abbastanza chiaro che, nonostante le ferme convinzioni di tuo padre, non solo non sei un genio, ma ci sono moltissime cose che non sei capace di fare. Non continuiamo, non era mia intenzione deprimerti.

Al contrario. Ho una fantastica notizia per te. Non sei male per niente. Se sei onesta del tutto, a tratti ti sorprendi ad apprezzarti. E allora sai che ti dico? Rinuncia! Non ci provare nemmeno a corrispondere a quell’idea di felicità, di realizzazione, di successo. Smetti serenamente di misurarti con quel metro lì. Guarda la tua vita, persino quel tuo passato di cui non sei fiera, per quello che è. Sei peggio di cinque e meglio di dieci. Sei tu, semplicemente. Datti una pacca sulla spalla, sorriditi e cammina. Buona strada, vecchia mia”.

Cosa muove il cuore


Da quando ho scritto lo scorso post mi gira in testa un pensiero, che non riuscivo a tradurre in parole. Poi ieri sono andata alla presentazione di un libro molto speciale, di cui forse vi parlerò più diffusamente e forse no (per ora lo vedete nell’immagine qui a fianco) e padre Giovanni Ladiana ha tradoto quel pensiero confuso in una frase precisa e tagliente.

“Se mi chiedo cosa devo fare, finisco per cercare la risposta nelle urgenze. Piuttosto mi devo chiedere cosa muove il mio cuore nelle cose che vedo, che penso, che scelgo e anche che faccio. Cosa mi consente di non cedere alla tentazione di far dettare la mia vita dalla paura, dalla rabbia, dalla ndrangheta. In mano a chi ho messo la mia coscienza. Cosa, pur nella tenebra fitta, continua a far luce dentro di me”.

Mi sono ricordata di cosa ha scritto una mia collega del JRS in Siria:

Spesso mi chiedono se non trovo deprimente lavorare per il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) in questo contesto. Per certi aspetti, se io lo permetto, lo può essere. Il contesto in cui lavoriamo è tutto meno che spensierato. E’ facile sentirsi sopraffatti da un senso di fallimento, dolore e lutto per ciò che abbiamo perso, come comunità mondiale, per come abbiamo deluso il popolo siriano.

Di solito quando mi sento così, succede qualcosa – una conversazione, una mail, un incontro casuale – che mi ricorda che ho il privilegio di lavorare con persone che sfidano ogni giorno questa follia. Loro mi ispirano, anche dopo quattro anni della stessa violenza insensata. In tutta la regione, i miei colleghi stanno lavorando senza sosta per distribuire aiuti umanitari essenziali, istruzione, supporto emotivo, assistenza e soprattutto speranza a chi soffre ed è minacciato quotidianamente dalla banalità della morte.

Lo fanno senza lamentarsi, senza chiedere molto. Lo fanno perché credono che sia loro dovere di cittadini nei confronti di altri cittadini come loro. Anche se siamo tutti diversi per fede religiosa e nazionalità, condividiamo una profonda fede nella nostra comune umanità.

Padre Giovanni ieri parlava di Reggio Calabria come di un contesto in cui ogni possibilità al momento è chiusa, completamente. Padre Nawras, un altro gesuita straordinario di cui vi ho parlato qualche volta, oggi della Siria parla così:

In tutta onestà, è come se fossimo stati più vicini a una soluzione nel 2012/2013 di quanto non lo si sia adesso nel 2015. Sia l’inizio, sia la fine di questa follia sono due punti così distanti che ora come ora non vediamo altro davanti a noi se non oscurità senza fine.
Che speranza abbiamo?
Per i nostri figli – nessun futuro da offrire.
Per i nostri anziani – lapidi senza nome, case vuote, il dolore di seppellire i figli.
Per noi – solo esistenze distrutte.

(La sua lettera completa, da leggere per intero, lo trovate qui).

Ho letto poche pagine del libro di padre Giovanni. Nelle prime pagine lo si descrive su uno scoglio a picco sul mare, vicino Catania, intento a pensare, a ricomporsi, a permettersi di avere dubbi e anche paura. A ricordare a se stesso che se si hanno i piedi ben piantati a terra, come spesso le persone assennate esortano a fare, non si potrebbe muovere un passo. Si resterebbe inchiodati sempre nello stesso punto. Bisogna avere le mani a terra e i piedi in cielo.

Ieri Giovanni ha ricordato di quando, dopo il martirio dei gesuiti in Salvador, chiese a Pedro Arrupe di essere mandato là. Lui, come altri gesuiti entusiasti, che si sono riconosciuti sempre nei documenti coraggiosi di quella congregazione generale 32 che parlava di giustizia come parte irrinunciabile della missione di un gesuita e di un cristiano. Padre Arrupe rispose a quei giovani che si rallegrava che, mentre tanti chiedevano di lasciare la Compagnia, ci fossero altri che invece trovavano rinsaldata in quel martirio la loro vocazione e poi ricordava che si può dare la vita in un momento, ma anche dare la vita in ogni momento, tutta la vita.

Non tutti siamo chiamati ad essere eroi. Certamente tutti troviamo noi stessi, la nostra dignità e anche – ne sono convinta – la nostra felicità nell’essere uomini e donne che non abbassano la testa. Non si tratta necessariamente di chissà quale disobbedienza e obiezione di coscienza. Il più delle volte ci è chiesto solo di non tenere gli occhi bassi e fissi sulla nostra quotidianità, più o meno grigia, e di ricordarsi di guardare anche l’orizzonte.

Cosa muove il nostro cuore?

Parliamo di passione


Questi giorni mi hanno portato, ancora una volta, alla mia vita passata di ricercatrice, che però ormai vedo con lo sguardo del presente. Ne vedo la limitatezza, ma anche le potenzialità. Vedo quello che non sono, che non siamo riusciti a fare. Ma anche quanto di buono abbiamo fatto, o almeno quanto abbiamo intuito.
Questo post doveva essere una esposizione sobria delle mie critiche e della forma più evoluta delle mie recriminazioni, elaborate durante la mia ultima visita al CNR.
Ma poi ho cambiato idea. Penso che valga la pena capire cosa è davvero rilevante e cosa mi addolora vedere in ombra (perché no, non manca affatto, anche se non sono lì a parteciparne): la passione.
Passione non è il godimento solitario di rifugiarsi nella confort zone delle proprie elucubrazioni incompresibili ai più. Anche questo ho provato, nella mia vita accademica. È rassicurante, ma pericoloso e, a lungo andare, fatalmente sterile. Ho visto molte menti spettacolari, primo fra tutti il mio maestro, chiudersi ermeticamente in un mondo di studio isolato che degli anni gloriosi del passato non è che la caricatura.
Cosa ha reso incisivi e esaltanti gli anni della mia formazione? Probabilmente l’idea che ci fosse qualcosa di importante da fare, molte cose nuove da capire, ma anche metodi da cambiare, teorie da confutare, inganni da smascherare. E persone che, come me, erano pronte a lanciarsi nell’impresa. “Ci mangiavamo il mondo”, mi è venuto da dire pensando a quegli anni.
Vi parrà paradossale. Del mondo, si può ben dire, non sapevamo nulla o quasi. Col mondo mi confronto adesso, eppure non riesco a pensare che quello zelo fosse inutile. Perché la capacità di affinare il punto di vista, di mettere in discussione anche i vocabolari, di allenarsi a non prendere per buono a priori quasi nulla resta una competenza rara e essenziale che abbiamo praticato in una palestra d’eccezione.
Non so però se davvero siano stati i nostri maestri,  o piuttosto la memoria mitica della loro gioventù allora meno lontana, a portarci a pensare che si potevano cambiare le cose. Un’interpretazione, un libro di storia, l’università.
C’è chi ha vissuto gli anni della Pantera nella biblioteca di orientalistica. La biblioteca anche per me è stata per anni il simbolo dell’impegno a servizio del bene comune. Poi, anni dopo, i convegni autogestiti.
Non tutto ha funzionato, evidentemente. Ma siamo stati gentili e abbiamo avuto coraggio (sì, come la Cenerentola di Kenneth Brannagh).
Oggi ho saputo che uno dei nostri “maestri” ci ha lasciato. Venerdì ne ho visti altri, verso la pensione, non senza qualche sbandata celebrativa dei bei tempi andati.
Ma io penso ai tempi che devono venire e mi piacerebbe dire ai miei amici che quel mestiere lo fanno davvero (almeno una so che mi legge) che non bisogna arrendersi alla stanchezza e allo scoraggiamento. Forse il mio lavoro attuale non è poi tanto diverso dal loro. Bisogna essere costantemente animati dalla fede nelle imprese impossibili e da un pizzico di incoscienza. Soprattutto non smarrire il senso ultimo, anche delle attività meno straordinarie.
Perché il senso ultimo c’è, ed è esattamente quello che ci fa battere il cuore, ci fa discutere animatamente, ci fa piangere la sera da soli e qualche volta anche in pubblico.
È bastato un pomeriggio per ritrovarmi a pensare più del dovuto a Sid Addir e a Sardus Pater, con tutta l’impazienza e la prepotenza della me studiosa, di cui forse non mi libererò mai. Ma il momento più commovente è stato quel ricordo della Siria nelle parole di un’antichista. È vero, anche i periodi remoti in cui ci tuffiamo hanno avuto le loro stragi, i loro massacri per cui non possiamo provare pietà o empatia. Ma la tragedia di oggi ci ricorda chi siamo e qual è il senso ultimo di tutte le nostre missioni: promuovere insieme a altri la nostra umanità comune, in tutta la sua insondabile ricchezza di conoscenza, condivisione, comprensione e mistero.

Uno sguardo sulla blogsfera


Niente Mammacheblog per me, quest’anno. Ci avevo dovuto rinunciare anche l’anno scorso, ho recuperato idealmente con quello creativo in autunno. Ma a maggio, niente da fare. Ma, a essere onesti fino in fondo, quello che mi dispiace di perdere è più l’occasione di abbracciare dal vivo più amiche nello stesso momento che tutto il resto, pur sempre egregiamente organizzato.

Se guardo indietro alla mia storia di blogger (11 anni, mica pochi), non posso che provare stupore e gratitudine. Essere diventata mamma è stata un’occasione enorme di catapultarmi nelle reti della rete, sguazzandoci di gusto. Ho conosciuto moltissime persone, ho esercitato la mente sulle più svariate questioni. Mi sono confrontata sulla genitorialità, ho annusato con curiosità il mondo del marketing. Ho imparato un po’ di linguaggi, ho fatto cose improbabili, partecipato a eventi. Mi sono divertita e in qualche modo mi diverto ancora, quando incappo in qualcosa che stimola la mia curiosità. Ho provato a fare qalche timido esperimento di contaminazione tra il mio lavoro e la mia vita sul web. Tutto sommato non ho avuto i risultati che speravo, ma sono nate anche tante occasioni inaspettate. Il prodotto più mio di questi anni da blogger e frequentatrice appassionata di social network è sicuramente il friendsurfing, in due straordinarie edizioni (agosto 2013 e agosto 2014).

Continuo ad essere curiosa di tutto, ma forse oggi ho più chiaro cosa non mi interessa tanto e cosa mi ha proprio stancato e, per riflesso, cosa mi interesserebbe coltivare di più.

– Trovo un po’ noiosi, forse anche per raggiunti limiti d’età di mia figlia, tutti questi continui consigli su prodotti per mamme. Non ne faccio una questione morale sui post sponsorizzati, sia chiaro. Suonerei proprio come la volpe e l’uva, dal momento che qualcuno, di livello minimo, l’ho scritto anche io e all’occorrenza lo rifarei. E’ solo che non ci credo molto a questo assunto che se un blogger che leggo parla di un prodotto è un po’ come se me lo consigliasse un amico/ un’amica. Se un blogger che leggo parla di un prodotto prima vedo se è riuscito/a con arguzia, fantasia ed eleganza a scrivere comunque qualcosa di leggibile e poi, a seconda dei casi, mi rallegro perché è uscito/a vivo/a pure da questa prova oppure sospiro con indulgenza pensando “si deve pur campare”. Se voglio un consiglio da un amico/un’amica lo chiedo a un amico/un’amica, anche nel senso molto ampio del termine (amico sui social, ad esempio). Sondo le esperienze dei miei contatti, le valuto a seconda di quanto tendo a considerare affidabile quella specifica persona su quello specifico argomento. La comodità di Facebook è che non devo mettermi a fare cinquanta telefonate per questo. Se mi serve un parere (ma anche una cosa in prestito, una traduzione al volo, ecc), chiedo. E a questo livello temo che le aziende abbiano poco da inserirsi, almeno mi pare. Ma magari sbaglio.

– Mi sono un po’ stufata anche di quei post creati solo per suscitare un dibattito, tipo “prendiamo un tema di cui si parla, esprimiamo un’opinione di rottura e raccogliamo contatti”. Una volta ci sta, ma sistematicamente è noioso. Certo, si potrebbe creare un blog dedicato a “questioni da dibattere”. Ma almeno che sia dichiarato!

– Molto più interessanti da scrivere e da leggere sono le recensioni di eventi per bambini, attività, eventualmente corsi, laboratori. Quelle le scrivo (solitamente gratis) e le leggo molto volentieri. Quando vedo publicizzato uno spettacolo mi interessa molto avere elementi per giudicare se vale il prezzo del biglietto. Anche recensioni di film e libri sono gradite, ma per quelle ci sono siti autorevoli. Se un blogger, me compresa, scrive di un libro o di un film mi aspetto qualcosa di più di una scheda di presentazione che potrei trovare altrove.

– E veniamo a Facebook: usato con consapevolezza resta un bello strumento, utile per mantenere e rinsaldare rapporti, anche a distanza, attraverso interazioni frequenti, che nulla vieta che siano anche significative. I gruppi, specialmente di quelli segreti, hanno tanti aspetti comodi e intriganti (io stessa faccio parte di alcuni di essi), ma anche qualche controindicazione. Come tutti i club e le affiliazioni non dichiarate, vederne poi gli effetti nel mondo esterno (collaborazioni lavorative, endorsement, eccetera) mi provoca sempre qualche dubbio di ammissibilità, per dir così. Che poi succede di continuo, ovviamente, anche fuori di Facebook: alzi la mano chi, almeno una volta, non ha conosciuto quel papà tanto simpatico a bordo pista di pattinaggio e, scoprendo che è architetto, gli ha chiesto un parere professionale. Niente di male. Però quando il rapporto è di gruppo e alla fine equivale ad avere una tessera invisibile e spendibile in molti contesti… Mah. Per non parlare dei gruppi che so esistere e a cui non sono stata invitata! Ah, lì scatta proprio il magone da esclusione da studentella delle medie.

– I social sostituiranno i blog? Dipende. I social non potranno sostituire quei blog che esistono per i loro contenuti. Che siano contenuti autorevoli di informazione o di approfondimento, contenuti di sapore letterario (quelli, per intenderci, che prima o poi confluiscono in un libro “vero”….) o semplicemente racconti e sfoghi di respiro più ampio di qualche frase, il blog restanecessario. L’interazione, i commenti, la condivisione si sposta sui social. E dunque sempre più raro è il caso del blogger che leggo senza sapere proprio chi è: dai social finisco per chiedergli l’amicizia e poi, sperabilmente, prima o poi ci si incontra.

– Leggere è bello. Bisognerebbe farlo di più, anche sul web: oggi l’impressione è che tutti scrivano e nessuno legga. di più. Che nessuno abbia tempo di leggere perché deve scrivere, anzi, pardon, produrre contenuti. Lo dico in primo luogo a me stessa. Non importa il supporto o il device che utilizziamo: abbiamo tutti bisogno di leggere molto di più e di prenderci tutto il tempo che serve per farlo. Quando si legge poco si vede. In qualche caso dal linguaggio sciatto. Nella maggior parte dei casi dalla povertà e dalla scarsa originalità di quei “contenuti” che alcuni pretendono di “vendere” solo in virtù del fatto che provengano da quel certo autore. Questa è una deviazione del personal branding (concetto che mi fa comunque ancora oggi un po’ problema). Anche chi acquista prodotti di marca, a meno che non sia un imbecille, lo fa perché cerca la qualità, una qualità distintiva. Per quanto sia forte il vostro personal branding, se scrivete cose che non val la pena di leggere probabilmente continueranno a leggervi in molti lo stesso, ma voi finite per sminuirvi e impoverire la vostra anima.

Oh, lo sapevo che questo post inutile sarebbe finito a predica. Dovrei concluderlo con una sviolinata su Spinder e il web “ai tempi miei”. Ma no, questo è troppo anche per me. Lasciamolo così, un appunto che lascia il tempo che trova.

In apnea


Avrei voglia di scrivere un bel post sul dialogo interreligioso e sul  film, Timbuktù, che ho visto venerdì scorso. Ma per questo mi serve tempo, calma, riflessione. Pazienza, la pazienza che in questo momento non ho.

Ogni mattina, e questa mattina più di tutte le altre mattine, mi alzo presto e per mezzora, diligentemente, faccio ginnastica tentando di svuotare la testa dai pensieri, notturni e diurni. Leggo i sottotitoli enfatici del dvd americano – che seguo per quanto mi riesce – e registro meccanicamente quei messaggi positivi, incoraggianti, motivanti e in qualche modo avulsi da me e dalla mia esperienza.

Non è la motivazione che mi manca, secondo me, almeno per la parte più rilevante della mia vita e delle mie energie (la motivazione per fare ginnastica la mattina, sinceramente, non la prendo molto in considerazione, finché c’è). Sento anzi una certa gravità nelle mie motivazioni lavorative, in questo momento. Sento anche una certa responsabilità, più ancora che in passato.

E allora cosa mi manca? Fiato. Resistenza. Respiro. Mi manca quella boccata di aria fresca e leggera che arriva all’improvviso, inattesa, imprevista. Non è un brutto periodo, non fraintendetemi. Anzi. E’ più che mai un periodo denso. Però mi pare di essere sempre in apnea. Di trattenere la pipì per non perdere tempo. Di non fermarmi a bere alla fontanella anche se, pensandoci, ho una sete spaventosa. E allora forse a questo mi alleno, la mattina. A impormi qualche cedimento controllato, qua e là.

 

(L’immagine è Lovisa Ringborg – Holding breath, 2005)