Ingiustizie


Vedo Meryem che si rabbuia, con quel suo tipico aggrottare le sopracciglia che sembra concentrare nel suo sguardo tutte le nuvole temporalesche del mondo. Il libretto di Peppa Pig sull’alfabeto che ieri le ho regalato contiene una specie di puzzle a coppie di pezzi, dove va abbinata la lettera con la parola che inizia con quella lettera. Nell’edizione italiana sono andati al risparmio e, sebbene la cartolina riassuntiva dell’alfabeto (che ha solo disegni e quindi non è stata tradotta) comprende anche j, k, x, y e w (e lo stesso dicasi per il libro allegato), i pezzi del puzzle sono adattati a un alfabeto puramente italico, che ha consentito quindi di risparmiare ben dieci pezzetti di cartone stampato. “Non è giusto!”, sbotta furiosa.   Le fa rabbia che i pezzi da lei ricomposti non corrispondano alla sequenza della cartolina, ma le fa doppiamente rabbia il fatto che la y non è superflua: serve a scrivere il tuo nome (e qui bisogna sottolinearle che il suo nome non è italiano… ma se uno volesse scrivere xilofono?).

Oggi sono sensibile alle ingiustizie. Poche ore fa, infatti, mi pare di averne subita una, clamorosa. Ancora mi brucia, anche se non è poi una cosa di grande importanza, a ben guardare. Tra l’altro, ironia della sorte, ultimamente sto facendo un sacco di letture che girano intorno al concetto di giustizia.

Ma cos’è la giustizia e, per riflesso, cos’è l’ingiustizia? Il saggio che avevo in mano ieri sera argomentava lungamente che una definizione univoca di giustizia non esiste. Filosoficamente è vero. Ma abbandonando le dispute sofistiche, io temo che non sia la definizione il principale problema. Il problema è che, ahimè, un’ingiustizia, piccola o grande che sia, se subìta brucia. Questo lo ha chiarissimo già Meryem. Uno dei ricordi più vividi che ho risale alla mia prima visita in Israele. Avevo dormito a Betlemme, dove ero arrivata a piedi (ed ero stata sbranata da una specie di ferocissimi moschini urticanti per tutta la notte). Ero in compagnia di un tedesco, luterano. La mattina, prestissimo, passiamo davanti alla chiesa della Madonna del Latte (mi pare). Mi viene voglia di dire un’Ave Maria, lascio fuori un attimo il mio amico e scappo dentro. Avevo uno zainetto in spalla e forse questo ha suscitato le ire di uno scorbutico prete, che mi ha cacciato fuori urlando: “No turists!!!”. Sono rimasta molto ferita da quel fatto insignificante. Non è che mi capiti ogni dieci minuti, ma io avevo voglia di pregare e lui me l’ha impedito.

Ho pensato molto al racconto del mio collega siriano, che sottolineava molto il desiderio di giustizia della gente, che cresce davanti ai diffusi soprusi. L’Islam, al momento, è la struttura più attrezzata in loco dal punto di vista giuridico e quindi il consenso ai radicali cresce. La giustizia però non è solo un fatto di tribunali o, peggio, di sanzioni più o meno accettabili. Mi stupisce sempre che alla giustizia evangelica, che pure è un messaggio centrale del cristianesimo, si dia solitamente, nella migliore delle ipotesi, un senso meramente figurato. La promozione della giustizia è certamente uno dei valori dell’organizzazione per cui lavoro che mi sta più a cuore.

Cos’è la giustizia? Torno a chiedermelo. Una direzione, una opzione, ma soprattutto una ricerca. Non una ricerca intellettuale, evidentemente, ma il discrimine principale di tutte le scelte. “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose [cioè il mangiare, il vestire, la casa, il lavoro….] vi saranno date in aggiunta”. Se avessi fede anche solo per una delle cose che mi piacerebbe credere, vorrei fosse questa.

E voi? Che ingiustizie avete subìto? Che giustizia cercate, se la cercate?

Imprevedibile leggerezza


Una volta ho scritto che lo scoraggiamento risale a tradimento come l’umidità dalle scarpe bagnate. Altrettanto imprevisto, e solitamente (almeno in parte) immotivato, è il buon umore. Lo visualizzo come un cielo terso, di quel maestoso azzurro romano che tanto amo (anche se oggi piove, vabbè). Da ieri sera mi sento tutta ringalluzzita. Onestamente, per carità, un paio di cose sono andate per il verso giusto (o quanto meno non sono rotolate giù per la china sbagliata), ma tutti gli impicci e i rodimenti che mi tormentavano nelle scorse settimane sono ancora lì, ben saldi al loro posto. E allora? Allora niente. Come credo fermamente da quando mi conosco, è quasi sempre la mia assoluta irrazionalità a salvarmi.

Ammiro alcune amiche, in particolare Chiara e Isabella, che hanno la costanza di elencare settimanalmente le cose di cui essere felici. Mi fanno sempre pensare a un libro che aveva mia sorella: 14,000 things to be happy about. Lo sfogliavo e lo trovavo ogni volta geniale, in quell’alternanza di trivialità quotidiane (il gelato di crema con sopra il caramello) e di nobilissimi sentimenti (l’amicizia). In questi tempi di autoeducazione all’ottimismo, c’è anche l’hashtag su twitter #3cosebelle, che ho scoperto grazie ai mitici farmacisti genovesi 3.0 (che 2.0 non mi pare abbastanza) della Farmacia Serra (@farmaciaserrage). E’ in fondo la stessa disciplina quotidiana della felicità di cui parla la cara Barbara Damiano nel suo Manuale Pratico. Io la condivido con tutto il mio cervello questa filosofia. Ma mi rendo conto che tutto il mio caotico essere si ribella a questa paziente disciplina, ragionevole e metodica. Io sembro nata per lanciarmi a velocità incontrollata negli alti e bassi della vita.

Però ho provato un’ondata di sincera ammirazione verso un collega, con cui ho avuto un interessante scambio di prospettive su alcuni conflitti internazionali in corso, che ha vissuto a lungo negli Stati Uniti e si appresta a trasferirsi in Europa (ma non in Italia, a tanto ottimismo non arriva neanche lui). Incidentalmente, butta lì che no, non ce l’ha ancora un lavoro nella città dove si trasferisce. E, ciò nonostante, con moglie e figli al seguito, ha dato le sue dimissioni dall’attuale incarico. Avendo colto l’espressione sbalordita del coniglio che è in me (non avrei mai, mai, il coraggio di mollare le mie mensili piccole certezze, anche se vorrei tanto esserne capace), ha commentato garrulo, scherzando ma neanche troppo: “Ci occupiamo di questioni che non fanno che aggravarsi, in tutto il mondo: il lavoro non ci mancherà mai!”. Ecco, se questo non è vedere il bicchiere mezzo pieno…

Non bisogna rispondere sempre


Uno dei rimproveri che fanno infuriare mia figlia, ma che nonostante questo credo sia importante continuare a farle è: “Non rispondere!”. Non fraintendetemi. Non intendo privare la Guerrigliera della libertà di parola. Il mio intento non è zittirla per bieco esercizio di autoritarismo. Sono una sostenitrice del fatto che esporre il proprio punto di vista sia importante e abbiamo persino una nostra parola d’ordine segreta da usare quando sentiamo che stiamo per arrabbiarci, che significa: “Fermiamoci e parliamone. Io ti spiego come la vedo io e tu come la vedi tu”.

Però ci sono circostanze in cui un rimprovero va accettato con un momento di silenzio. Ribattere colpo su colpo, oltre che essere irritante per me (particolare che ha, non lo nego, la sua importanza), è spesso controproducente. Presi dalla foga della battuta pronta si finisce molto spesso per dire cose di cui ci si pente, ma soprattutto non si seleziona la qualità delle risposte. In altre parole, si fa solitamente la figura degli stupidi. Questo cerco tutte le volte di spiegare a Meryem e questo penso sempre più spesso in questi giorni di acredine politica.

Viva il sano dibattito, per carità. Ma non è questo il momento e, francamente, il tono degli scambi che intercetto è molto più basso delle recriminazioni di mia figlia (che ha la scusante di avere cinque anni e mezzo). Ho spiegato in apposito post e, qualche volta, anche su Facebook, cosa non mi convince del Movimento 5 Stelle. Fino ad ora non ho avuto elementi significativi che mi abbiamo portato a modificare la mia opinione. Sono rimasta, come molti miei amici, stupita e profondamente preoccupata dell’esito del voto. Non mi esalta quel poco che si sta vedendo e sentendo in questi giorni.

Però per ora credo sia opportuno fare una pausa. Non dico di “abbassare gli occhi e stare zitta”, come mi esortava a fare su Facebook – in quanto romana e votante Zingaretti – un sostenitore di M5S. Ma non credo serva a nessuno questa ondata polemica, che si rafforza giorno dopo giorno e sembra quasi alimentarsi della propria assoluta sterilità. Dobbiamo rassegnarci che, fino alla prossima mossa concreta, si può solo aspettare e magari riflettere. Vogliamo cogliere questa occasione per guardarci intorno, allungando un po’ lo sguardo anche sulle crisi internazionali – che hanno comunque un forte impatto anche sulla nostra economia nazionale, che a parole è la priorità di tutti? Ci informiamo un po’ sulla Siria, sul Mali, sulla Libia, sul Congo, piuttosto che dedicarci all’analisi filologica di terzo livello delle dieci parole di autopresentazione di ciascun parlamentare grillino?

Il momento è abbastanza drammatico e il futuro incerto. Io mi sento anche molto coinvolta: come scrive Giacomo Costa in un editoriale che vi esorto caldamente a leggere per intero e con attenzione, ” la partita del welfare sarà strategica nella prossima legislatura”. La questione mi tocca direttamente, come forse immaginerete, professionalmente e personalmente. Oggi più che mai, però, credo che sia necessario cercare riferimenti “alti”, orientamenti che emergano dalla fanghiglia della polemica e delle affermazioni personalistiche dell’uno o dell’altro.  Sono grata dunque a Giacomo Costa anche per aver richiamato, nel suo articolo i “consigli di giustizia” di Carlo Maria Martini.

1. «Lasciarsi inquietare dalle ingiustizie che sono nel mondo, vicine o lontane, ma sempre causa di inaudite sofferenze»

2. «Non dare mai per scontata una soluzione, come se fosse assolutamente giusta, e sottoporla sempre a critica»

3. «Diffidare del proprio egoismo, della propria comodità, del proprio punto di vista, e cercare il punto di vista dell’altro»

4. «Non cedere alle tentazioni di disfattismo (la giustizia è impossibile!), perché in tal caso ogni impegno viene tagliato alla radice».

Credo che io questo volume me lo procurerò al più presto: magari mi aiuta a superare questo momento di attesa forzata senza sconfortarmi del tutto.

Io e Spotify


Ho ciclicamente riflettuto sui miei strampalati gusti musicali, per arrivare a una conclusione un po’ imbarazzante. Temo di essere sprovvista di gusti musicali. Per me la musica è ciò che si appiccica, per sempre, a specifiche esperienze vissute. La cosa assurda che, a prescindere dal fatto che l’esperienza in sé abbia hai miei occhi una connotazione piacevole o meno, a prescindere dalle molte traversie della vita che magari ti portano a maledire una fase o un’altra del tuo vissuto, io le musiche me le continuo a portare dietro. Tutte. Inesorabilmente. Una sorta di condanna.

Con Spotify in questi giorni me le sono trovate scompaginate lì, nella loro inconciliabile diversità, esposte persino al pubblico ludibrio. Un bizzarro quadretto della mia storia passata, brani molto belli e musicaccia senza alcun merito se non quello di avere in qualche modo a che fare con me. Da un lato mi rallegro di aver frequentato, per un periodo di tempo considerevole, qualcuno che – anche se per ogni altro aspetto preferirei non fosse mai esistito o almeno non avesse mai incrociato la mia strada – aveva senza dubbio dei gusti musicali che possono essere definiti dignitosi. A questa fase si devono almeno i R.E.M. (ma l’album che ascolto è quello che ci sparavamo in Israele con la mia compagna di camera), i Nirvana, i Radiohead, Nick Cave (sui Cure ho qualche remora, a  parte una canzone). Sempre per specifici album, si intende (che consentono dunque di datare con una certa precisione, in molti casi, il momento in cui si sono introdotti nella mia playlist mentale).

L’unico artista che mi sento di aver apprezzato in più fasi della mia vita e in modo un po’ più elaborato da me stessa medesima è Bruce Springsteen. Devo l’incontro a mio cugino Andrea, che all’epoca (io ero ancora alle medie) giudicò che mi si addicesse, persino più dei suoi prediletti e per lui insuperati e insuperabili Rolling Stones (chissà se la pensa ancora così, sui RS). Non so se si sia trattato di un caso di  self-fulfilling prophecy. Fatto sta che il Boss sta lì, saldo, nella mia playlist, insieme ai ricordi dei suoi due concerti a cui sono andata, a cui aggiungerei anche quello di Zucchero in cui suonava Clarence Clemmons.

Poi ci sono le eredità di infanzia e familiari, che riassumerei nella triade De André, Guccini e Gaber (ma anche i cori liturgici bizantini, i canti di montagna e alcuni prodotti non particolarmente eccelsi del folklore greco moderno). A seguire, la deriva etnica. Su quello sono consapevole che pochi possono seguirmi pienamente. C’è stata una fase della mia vita in cui guardavo con cupidigia il catalogo della casa discografica Piranha (oltre al fatto che adoro il loro claim: “swimming among sharks since 1987”). Ha contato anche il mio incontro con l’ebraismo, con Israele (danze incluse) e con la Turchia (nella sua impressionante vastità geografica e musicale, dalle musiche tradizionali davvero per pochi fino al pop più trash, passando per cantautori del peso di Livaneli). Di questo blocco menzionerei senz’altro i Klezmatics e, per restare sul più facilino, Noah e Bregovich. Menzione speciale per Daniele Sepe, che rientra in qualche modo tra le felici eredità del mio ex (al punto che una volta che sono tornata a un concerto a Villa Ada mi è parso di fare qualcosa di inappropriato).

Un po’, confesso, mi dispiace di non riuscire ad amare davvero una musica se non è legata a un’esperienza precisa, a qualcuno che me l’ha fatta conoscere e apprezzare. Mi piacerebbe restare folgorata da una canzone alla radio (che sento troppo poco) e non dover sempre pescare nell’album dei ricordi. Mi piacerebbe riuscire a ascoltare la musica, piuttosto che riconoscerla come familiare. Chissà, magari in vecchiaia cambierò. Per ora mi becco i Pitura Freska (ci rendiamo conto?).

Se


Mi ricordo che molti anni fa mio padre mi chiamò in camera sua e mi chiese di comprargli in libreria un libro di poesie di Kipling con il testo a fronte. Lui non parlava l’inglese, ma mi spiegò che una poesia l’aveva colpito in modo particolare e quindi voleva trovarne anche l’originale. Comprai per lui un Oscar Mondadori. La poesia era questa, famosissima.

Mio padre mi ha dato pochi insegnamenti espliciti. Un tipo tanto professorale e potente nei giudizi, eppure sempre assai restio a codificare a noi figlie qualcosa, a rendere in parole chiare e univoche ciò che voleva che cogliessimo di quello che credeva importante. Scherzava sul fatto che se uno è intelligente capisce tutto quello che deve capire da quando ha cinque anni (oddio, Meryem ne ha cinque e mezzo); quindi è inutile perdere tempo a insegnare tanto. Ma sto divagando.

Quella lettura di “Se” sul lettone, accanto a lui, mi è rimasta scolpita nell’anima come una cosa fondamentale, che prima o poi mi sarebbe tornata utile. Forse questo momento è arrivato. Non casualmente, qualche giorno fa, dovendo scegliere una citazione per una pubblicazione del Centro Astalli, mi sono tornati alla mente quei versi.

Se riesci a tenere la testa a posto quando tutti intorno a te
L’hanno persa e danno la colpa a te,
Se puoi avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te,
Ma prendi in considerazione anche i loro dubbi.
Se sai aspettare senza stancarti dell’attesa,
O essendo calunniato, non ricambiare con calunnie,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio….

Ieri pomeriggio le parole di Kipling sono risuonate forti in me e ho pensato che mi stavo comportando in modo del tutto diverso. In un modo che non mi faceva bene e non mi faceva onore.

Ma stasera non posso fare a meno di pensare che dovrei declamare questa poesia, a voce alta, a intervalli regolari.

Se riesci a sopportare di sentire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi,
O guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori…

Mi torna in mente un’altra sera con mio padre. Tornavo da una delle mie prime esperienze da scrutatrice. Lui mi aspettava guardando la tv sul divano del salone. Io ero sconvolta per la prima vittoria di Berlusconi. Non ricordo cosa ci siamo detti. Mi ricordo però che in quel momento ho ripensato a un’altra sera, prima di un esame, in cui mi sentivo male e lui mi aveva fatto bere un sorso di Cointreau e mi aveva fatto sdraiare con lui sul divano, sotto la sua coperta. Ecco, la sera di quello scrutinio ho desiderato che facesse la stessa cosa, che mi consolasse.

Se puoi fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare dal principio
e non dire mai una parola sulla tua perdita.
Se sai costringere il tuo cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla

Tranne la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Cavolo, se ho perso tutto, nella mia vita. Almeno quattro volte, forse un po’ di più. Ma so costringere il mio cuore, i miei tendini e i miei nervi a tenere duro? No, in questo non sono tanto brava. Né per le cose piccole, né per quelle grandi. Il mio massimo successo è seppellire, tenere a bada, in un angolo oscuro del mio cuore.

Se non possono ferirti né i nemici né gli amici affettuosi,
Se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo….

Ecco, stasera questo è il verso più difficile. Sono pluriferita. E, ciò nonostante, credo profondamente che si debba “riempire ogni inesorabile minuto / Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi”. Forse questa è l’indicazione buona per trovare la strada in questo sconforto.

Che dire?


Ieri ho scritto una decina di bozze di post di commento di questi risultati elettorali. Stanotte meditavo di spostare il discorso su un altro tema, più alto (Dio solo sa quanto bisogno di altezza sento in questi giorni). Però sono anche arrivata alla conclusione che io oggi sono troppo …. (non saprei, completate voi: arrabbiata? depressa? delusa? ci vorrebbe una parola molto più forte, che le comprenda tutte) per pensare e scrivere qualcosa di alto.

E allora me la cavo con una citazione lunga. E’ un testo del 1995. L’ho leggermente sintetizzato, eliminando qualche passaggio tecnico. Ovviamente, essendo un documento di gesuiti per gesuiti, non lo condivido al 100% in alcuni passaggi. Ma se ci fosse un partito che ha questo testo come programma, lo voterei con molti meno sospiri di quanto non abbia fatto domenica scorsa.

Buona lettura.

La lotta per la giustizia ha un carattere storico progressivo, che si manifesta gradualmente nell’impatto con i bisogni mutevoli di culture, epoche e popoli particolari. Le Congregazioni precedenti hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di lavorare per il cambiamento delle strutture in campo socioeconomico e politico , quale dimensione importante della promozione della giustizia. Esse ci hanno inoltre impegnati a lavorare per la pace e per la riconciliazione attraverso la non violenza; a lavorare per abolire ogni discriminazione contro le persone, basata sulla razza, la religione, il sesso, l’appartenenza etnica o la classe sociale; a lavorare contro la povertà e la fame crescenti, mentre la prosperità materiale si concentra sempre più nelle mani di pochi

In tempi recenti ci siamo resi sempre più conto di altre dimensioni della lotta per la giustizia . Il rispetto per la dignità della persona umana sta al fondo della crescente presa di coscienza internazionale dell’ampia gamma dei diritti umani. Questi includono: diritti economici e sociali, quanto alle necessità di base per una vita in condizioni degne; diritti personali, quali la libertà di coscienza e di espressione, e il diritto di praticare e di condividere la propria fede; diritti civili e politici a partecipare pienamente e in libertà al processo della vita nella società; diritti allo sviluppo, alla pace e a un ambiente naturale sano. Essendo le persone e le comunità strettamente in rapporto tra loro , importanti analogie sussistono tra i diritti delle persone e quelli che vengono talvolta chiamati i “diritti dei popoli”, come l’integrità e la salvaguardia culturale, il controllo del proprio destino e delle proprie risorse.

Nel nostro tempo vi è una crescente coscienza della interdipendenza di tutti i popoli circa una comune eredità. La globalizzazione dell’economia mondiale e della società avanza a grandi passi, alimentata dagli sviluppi tecnologici, dalle comunicazioni e dagli affari. Benché tale fatto possa apportare molti benefici, può comportare però anche un massiccio accrescimento di ingiustizie. Per esempio: programmi di aggiustamenti economici e forze di mercato che non si curano affatto delle loro ripercussioni sociali, soprattutto sui più poveri; la “modernizzazione” omogenea di culture in modi che distruggono queste e i valori tradizionali; una disuguaglianza crescente tra nazioni e, nelle stesse nazioni, tra ricchi e poveri, tra potenti e marginalizzati. Con giustizia, noi dobbiamo contrastare tutto ciò, lavorando alla costruzione di un ordine mondiale di vera solidarietà, in cui tutti possano avere, come è loro diritto, un posto al banchetto del Regno .

La vita umana, dono di Dio, deve essere rispettata dai suoi inizi sino alla propria fine naturale. Noi ci troviamo sempre più di fronte ad una “cultura di morte”, che spinge all’aborto, al suicidio e all’eutanasia, alla guerra e al terrorismo, alla violenza e alla pena capitale come vie per risolvere i problemi, alla consumazione di droghe, prescindendo poi dal dramma umano della fame, dell’aids e della povertà. Dobbiamo invece incoraggiare una “cultura di vita”. Questo, se davvero ci si prova a farlo, comporta: promuovere soluzioni alternative – realistiche e moralmente accettabili – all’aborto e all’eutanasia; sviluppare con attenzione un contesto etico per la sperimentazione medica e l’ingegneria genetica; lavorare per distogliere le risorse dalla guerra e dal traffico internazionale di armi, a favore dei bisogni dei poveri; creare possibilità che aprano la vita delle persone alla significatività e alla capacità di impegno, anziché all’anomia e alla disperazione.

Il desiderio di preservare l’integrità della creazione è implicito nell’attenzione sempre maggiore verso l’ambiente naturale . L’equilibrio ecologico e un impiego ragionevole ed equo delle risorse del mondo sono elementi importanti di giustizia a favore di tutte le comunità del nostro “villaggio globale” odierno e concernono anche le generazioni future, che erediteranno quanto abbiamo loro lasciato. Lo sfruttamento senza scrupoli delle risorse naturali e dell’ambiente naturale degrada la qualità della vita, distrugge le culture e sprofonda i poveri nella miseria. È necessario, da parte nostra, promuovere atteggiamenti e linee di condotta che generino relazioni responsabili con l’ambiente naturale in cui viviamo e del quale non siamo che gli amministratori.

La nostra esperienza degli ultimi decenni ci ha dimostrato che il cambiamento sociale non consiste soltanto nella trasformazione delle strutture economiche e politiche, dato che tali strutture sono esse stesse radicate in valori e atteggiamenti socio-culturali. La piena liberazione umana, per il povero e per tutti noi, suppone lo sviluppo di comunità di solidarietà – sia di base e a livello non-governativo, sia a livello politico – in cui tutti si possa lavorare insieme per uno sviluppo umano integrale ; tutto ciò nel dinamismo di un accettabile e rispettoso rapporto tra i diversi popoli, le differenti culture, l’ambiente naturale e il Dio che vive in mezzo a noi.

Situazioni urgenti
La marginalizzazione dell’Africa nel “nuovo ordine mondiale” fa di questo intero continente il paradigma di tutti gli emarginati della terra. Trenta dei Paesi più poveri del mondo si trovano in Africa. I due terzi dei rifugiati del pianeta sono africani. La schiavitù, la colonizzazione e il neo-colonialismo, i problemi interni di rivalità etniche e la corruzione hanno creato in questo continente un “oceano di sventure”. C’è però anche molta vitalità e grande coraggio nel popolo africano, che lotta insieme per preparare un avvenire a coloro che arriveranno dopo.

La caduta recente dei sistemi totalitari nell’Europa dell’Est ha lasciato dietro di sé rovine in tutti i campi della vita umana e sociale. La gente è messa di fronte a compiti difficili di ricostruzione di un ordine sociale che permetta a tutti di vivere in una comunità autentica, lavorando per il bene comune e rendendosi responsabili del proprio destino. Nel passato, molte persone hanno dato una notevole testimonianza di solidarietà, fedeltà e resistenza. Ora essi hanno bisogno della cooperazione e dell’assistenza fraterna della comunità internazionale nella loro lotta per un avvenire di sicurezza e di pace. 

I popoli indigeni, in molte parti del mondo, isolati e relegati a ruoli marginali, vedono la loro identità, la loro eredità culturale e il loro ambiente naturale di vita minacciati. Altri gruppi sociali – come ad esempio i Dalits, considerati “intoccabili” in alcune zone dell’Asia meridionale – soffrono di una pesante discriminazione sociale, nella società civile e anche ecclesiale. 

In molte parti del mondo, anche nei Paesi più sviluppati, forze economiche e sociali escludono milioni di persone dai benefici della società. Disoccupati in permanenza, giovani senza alcuna possibilità di impiego, fanciulli sfruttati e abbandonati nelle strade, vecchi soli e senza protezione sociale, ex-carcerati, tossicomani e malati di AIDS: tutti costoro sono condannati a una vita di desolante povertà, marginalizzazione sociale e precarietà culturale. 

Al momento attuale ci sono nel nostro mondo più di 45 milioni di rifugiati e di profughi, di cui l’80% sono donne e bambini. Ospitati spesso nei paesi più poveri, essi devono affrontare un impoverimento crescente, la perdita del senso della vita e della cultura, con il venir meno della speranza, anzi, con la disperazione che ne consegue.

Paradossi sanitari


Ieri, con la febbre ancora alta, potevo avere il dubbio che non fosse accaduto sul serio. E invece eccomi qui, più presente a me stessa, per documentarvi l’ennesimo incontro surreale con il mio medico di famiglia. Nel mio caso, il medico di famiglia è proprio il medico della mia famiglia. Ha in cura la quasi totalità della famiglia Peri e questo ha i suoi vantaggi (qualcuno) e i suoi svantaggi (vari). Sarà che ci vado pochino assai (riceve in orario tarato sulle esigenze del pensionato monteverdino medio), ma ho sempre l’impressione di essere un’intrusa anche quando riesco a farmi ricevere. Ieri in effetti non mi è dispiaciuto essere scortata fin dentro la sala visite da mia sorella maggiore: mi pareva che, con i suoi contrappunti, avessimo un peso specifico maggiore.

Mi trascino (o piuttosto, vengo trascinata), più morta che viva, allo studio. Miracolosamente tocca a me in un tempo relativamente breve. Entro, anzi entriamo. Lui esce e mi pianta lì per un po’. Al ritorno dichiara candido che la signora arrivata ben dopo di me (e di altri), quella stessa che cinguettava in sala di attesa amenità su quanto sia affettuoso il suo labrador, “sa, aveva la febbre. Ho dovuto visitarla prima”. Ora non escluderei che la garrula tizia potesse avere qualche minima alterazione. Ma non credo di fosse bisogno di essere un medico per vedere a occhio nudo che io veleggiavo sui 38.5 da tre giorni abbondanti. Vabbè.

Mi visita. Mi ribadisce che ho l’influenza, nota con profonda sorpresa che ho la gola molto rossa, mi ammolla un antibiotico. Precisa che la febbre può durare anche molti giorni. “Lei non aveva fatto il vaccino, quest’anno, eh?”, mi fa con aria di bonario rimprovero. Veramente sì. “Ah, infatti”. E poi infierisce: “E si può anche prendere più di una volta, sa? Magari uno guarisce e dopo due o tre giorni ricomincia da capo, pari pari. Sono virus che si modificano molto velocemente”. Ottimo. Osservo che in effetti mia figlia è a casa da dieci giorni. Gli occhi gli risplendono di luce sinistra: “Aaaah…ecco come l’ha presa! E sa che poi capita che si continua a passarsela per tutto l’inverno? Cioè, magari ora la bambina guarisce e se la riprende da lei? E poi lei di nuovo dalla bambina? Un circolo vizioso”.

Ma grazie, dottore. A volte una parola buona fa più di mille medicinali…. Faccio i debiti scongiuri, cordialmente saluto e ringrazio. Magari, con un po’ di fortuna, ho contagiato anche lui.

Il meno peggio (sempre peggio è)


Ancora una riunione, ancora una presentazione di una scuola nuova e noto con un filo di preoccupazione che ormai sono completamente in balia dello scetticismo e del disincanto. Due ore di religione e un’ora di inglese a settimana (e, forse, un’ora di ginnastica, ma la palestra è in comune con altri istituti e non sempre disponibile). Per le uscite, una volta sì, ora chissà. Si fa quel che si può. La continuità didattica è un ideale a cui tendere. Il primo step è ottenere che la scuola abbia dei recapiti telefonici effettivi. Sapete com’è, ci hanno accorpato. Questo, più che un istituto comprensivo, è un conglomerato eterogeneo di scuole, di edifici, di persone. Un giorno, magari, troveremo anche un senso. Oggi, sinceramente, si fa fatica.

La presentazione è abbastanza onesta, il pubblico si scalda sulle solite questioni, che non sono comunque all’ordine del giorno: l’insegnamento della religione (quantità e contenuti), l’alternativa (organizzata, come si può, caso per caso e anno per anno), l’insegnamento abbastanza improvvisato della lingua straniera, compiti sì compiti no, il partito del modulo contro il partito del tempo pieno. L’informatica come metodologia, solo per chi la sceglie e se la sostiene tutto da solo.

Io mantengo un certo distacco. Mi sono rassegnata. Religione per due ore a settimana sarà. Inglese, evidentemente, non sarà (e toccherà trovare qualche alternativa). Maestre di ruolo, chissà. Che altro posso inventarmi? L’entusiasmo eroico della prima infanzia di Meryem, quando sarei stata (in teoria) disposta a lanciarmi in nidi all’avanguardia alle pendici del Gianicolo, sembra più lontano che mai. Per fortuna non ci hanno mai preso, in quei luoghi meravigliosi. A stento sono sopravvissuta così, ottimizzando orari e spostamenti e convivendo con l’ansia perenne di fare tardi, di non riuscire, di non potere.

Soprattutto mi sono convinta dell’inutilità di ogni sforzo. Alla fine, dovunque mi volti, l’incertezza regna sovrana. Ammiro chi riesce a fare scelte convinte, consapevoli. Io da tempo mi sono persa dietro le chiacchiere incrociate del “dicono che” e ho alzato bandiera bianca. Facciamo che sono diventata fatalista. La mia anima razionale ha avuto solo un sussulto, quando ci è stato spiegato che la valutazione è in voti, in decimi “e ovviamente si parte da 6”. Perché ovviamente? “Ma ti pare che non si mette almeno sei? A un bambino di prima elementare?”, rincalza una mamma seduta accanto a me. Beh, ma la scala della valutazione è importante. Se parti da 6, 7 è un voto di cui preoccuparsi. Poi ritorno sulla terra. E non obietto nulla, mi limito a annuire distrattamente.

Sarà la stanchezza. Sarà che ogni volta che malauguratamente si ha bisogno di un servizio qualsiasi, è uno stillicidio di tentativi andati a vuoto e di rimandi infiniti. Mi sono fatta rifare due impegnative per visite specialistiche per Meryem: da settembre non sono riuscita a prenotarle. Il CUP non disponibile, il servizio non attivo, ma forse lì è meglio di no, aspetta che ti consiglio io. E poi si ricomincia il giro. Mi hanno clonato il bancomat, devo farmi rimborsare 250 euro. La carta è stato facile bloccarla, ma tutti gli altri numerosi passaggi sono faticosissimi. La denuncia oggi no, c’è un fermato. In banca c’è l’assemblea sindacale. La funzionaria si deve operare e la collega non conosce la pratica. Magari è meglio aspettare. “Tanto la cosa importante è bloccare la carta”, mi fa il poliziotto, per la terza volta in una settimana. Sì, ok. Ma prima o poi mi piacerebbe anche rivedere i miei soldi. La pediatra, dopo lunghi agguati telefonici, di fatto mi rimbalza. E’ una febbre virale, aspettiamo, passerà, vedrà che scende, ci risentiamo lunedì.

Non c’è niente di davvero tragico, in tutto ciò, ma giorno per giorno mi monta una strisciante esasperazione che mi corrode, dalle fondamenta, ogni fiducia. Non è bello. E, oserei dire, con questa stessa sensazione guardo l’avvicinarsi della data delle elezioni. Andrò a votare come sono andata al cosiddetto open day delle elementari, certa che non c’è nulla di cui entusiasmarsi. “La situazione sui territori è al collasso“, scrivono oggi ANCI, UPPI e Conferenza delle Regioni e Province Autonome. Si parla dell’Emergenza Nord Africa, ma vale per molte, troppe altre cose.

Non mi piace accontentarmi del meno peggio. Ma ho momentaneamente smarrito gli elementi utili a scegliere le mie battaglie. Quindi per ora non combatto e aspetto umori migliori.

Pozzanghere


Arrivando in ufficio, oggi, ho scattato distrattamente questa foto. Più la guardo e più mi ci ritrovo. Già una volta, anni fa, ho scritto su questo blog che lo scoraggiamento assomiglia a quando ti si bagnano le scarpe e l’umidità inizia a risalirti attraverso le ossa. Per quanto tu ti copra, il danno è fatto. Stamattina già me la sentivo, quell’umidità metaforica nelle ossa. E gli eventi della giornata, inclusi i piccoli e simpatici virus di stagione, non hanno fatto che acuire quella sensazione.

Nessuno è mai morto per aver messo il piede in una pozzanghera, ne sono consapevole. Adesso mi ficco in un bagno caldo reale, aromatizzato con un campioncino che mi ricorda l’intenso ma soddisfacente weekend appena trascorso. Però continuo ad avere un gran bisogno di un bagno caldo metaforico, di un paio di calzini che mi coccolino i piedi nelle mattine di pioggia e possibilmente, prima o poi, di un bel paio di stivali robusti che mi corazzino meglio dall’umidità dell’anima.

Liberiamo una ricetta: le ricette dei ritardatari


Questa giornata straordinaria continua. Chissà se un giorno riusciremo a raccontarvela in tutti i suoi risvolti…. Inizio con una piccola riparazione: siccome alcune ricette del post precedente forse non hanno avuto la visibilità che meritavano, approfitto di un’altra ricetta, appena arrivata da Deborah, per ricordare che qui trovate anche il pollo della domenica di Maria Teresa e i “poacia” (panini turchi) di Silvia.

Ma ora, un bel dessert rinfrescante! La cucina a Deborah.

Ciao ecco la mia ricetta, ormai diventata di uso comune nella mia cucina, anche se mutuata dalla mia raccolta di ricette prese qua e là:

GHIACCIOLI di frutta
ingredienti:
250 g di fragole o altra frutta
100 g zucchero a velo
1 uovo
300 gr di yogurt bianco
8-9 bicchierini da caffè di plastica
e altrettante palette di plastica da caffè

Frullare metà della frutta con metà dello zucchero a velo. A parte sbattere un uovo con il resto dello zucchero, unire lo yogurt e mescolare metà circa di questo composto con il frullato di fragole; l’altra metà invece unirla alle restanti fragole. Tagliuzzate in piccoli pezzi.
A questo punto avremo due composti: yogurt e frullato e yogurt con fragole a pezzi.
Prendere i bicchierini da caffè e riempirli per un terzo del composto rosso e mettere in freezer per farli solidificare un po’. Dopo mezz’ora riempirli con il restante composto e rimetterli in freezer fino a definitivo congelamento. Voila il gioco è fatto!
Buon appetito.

“Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web”.

Magari altri si uniranno nei prossimi giorni…. Intanto ci vorrà una vita a provarle tutte!