Salotto al capolinea


Cinque e mezza. Mi trovo fuori dai soliti tragitti, ma sempre diretta verso casa. Una visita mi ha un po’ intristito. Cammino con gli occhi bassi verso il capolinea del 75 di via XX settembre. Forse è la prima volta, tra l’altro, che lo cerco nel posto giusto, questo capolinea. Il 75 era l’autobus dell’università. Lo prendevo per tutto il suo tragitto, appunto da un capolinea all’altro. Ho faticato non poco a realizzare che entrambi i capolinea non sono più dove erano allora. I piedi vanno automaticamente verso quelli vecchi. Ieri però, come dicevo, in un empito di consapevolezza rispetto alla definitiva passatezza del mio passato, ero andata nel posto giusto.

Due autobus fermi, entrambi aperti. “Quale parte?”. Fin qui siamo nella pura routine. Quel che da subito è apparso meno ordinario era l’autista che passeggiava nervosamente su e giù per il marciapiede, parlando all’auricolare. “Eh, magari lo sapessi”, sospira. In sintesi: lui era arrivato con una vettura, doveva partire con quella già presente al capolinea (lasciata lì dall’autista che aveva staccato prima di lui), ma per un incomprensibile buco del sistema, nessun autista era previsto per prendere in consegna l’autobus con cui lui era arrivato. E dunque? Niente. Si attendevano istruzioni.

Si crea un capannello variegato. E succede una cosa curiosa. Sarà forse stata la palese buona fede dell’autista e la sua visibile frustrazione. Sarà stato il fatto che anche il collega che aveva staccato non poteva essere indicato come responsabile del corto circuito. Sarà forse stata la piacevolezza del tardo pomeriggio romano e uno sprazzo di ragionevole rassegnazione davanti a  qualcosa che nessuno dei presenti poteva seriamente modificare. Fatto sta che ci siamo messi a fare salotto lì, sul marciapiede. Autista e aspiranti passeggeri. Certo, si è cominciato con qualche salace critica sui dirigenti neoassunti dell’ATAC, che pare non brillino né per qualifiche né per solerzia. Si è proseguito sul mancato rinnovo dei contratti degli autisti, che sono ancora quelli del 2006 (“ma dia retta a me, visto come hanno rinnovato quello del commercio si tenga stretto il suo!”). Si sono sfiorati altri noti temi di indignazione popolare, dai dipendenti statali che ci marciano fino alle raccomandazioni del politico di turno rispetto alle assunzioni.

Ma c’è subito stato spazio anche per le proposte creative per la riorganizzazione del servizio (“Ma voi autisti i numeri di telefono non ve li scambiate?” “Signò, siamo varie migliaia… e poi non è che mo’ chiamo l’amico mio che se lo porta a casa ‘sto autobus!”), alle manifestazioni di partecipazione (“Se vuole fino a Termini glielo guido io. Ce l’ho la patente, sa”), ai desideri estemporanei (“Ma lei che dice, a Monteverde una navetta non si potrebbe rimettere? Si ricorda, quando c’era il filobus? Era tanto più comodo… Ennò, non se lo può ricordare, lei è ggiovane… sigh…”).

Dopo quasi venti minuti eravamo una piccola comunità. “Ma che buon profumo che ha, signora! Cos’è?” “E’ ambra! Sa, dicono che fa anche bene alla salute…” “Proprio gradevole, complimenti”. Abbiamo preso infine posto su uno dei due autobus fermi e mancavano davvero solo il tè e i pasticcini. Quando l’autista è venuto a chiamarci per segnalarci che era arrivato un terzo 75 pronto a ripartire, quasi ci è dispiaciuto. “E lei?” “Io aspetto il collega che si prenda l’altro autobus”. “Ah, vabbè. Allora in bocca al lupo…”. E la vita è ricominciata a velocità normale. Mi è venuto in mente il racconto Filobus 75 di Rodari. Solo a Roma poteva essere ambientata una storia così. Ieri non era primavera, ma chissà. Magari un pizzico di libeccio è bastato per far scattare la magia.

Lezioni di educazione civica (e genitorialità): il tassista trasteverino


Stasera, verso le sette, uscivo da un prestigioso liceo privato del Centro Storico di Roma in preda a impulsi assassini. Avevo appena partecipato a un incontro per studenti e genitori in cui uno dei tre relatori previsti aveva sproloquiato per tre quarti del tempo, tramortendo il pubblico con lunghi pipponi autoreferenziali in linguaggio inutilmente tecnico. Delizie del sociale. Ma la c’è la Provvidenza!, come scrisse qualcuno.

Mi infilo in un taxi, grugnendo l’indirizzo di destinazione e afferro il Galaxy, ben decisa a NON fare conversazione. Povera ingenua. Ero incappata nel prototipo del maestro di affabulazione: il tassista trasteverino doc. Detto fatto, ancor prima di uscire dalla ZTL, ero calata in uno scambio di straordinario interesse, che cerco qui come posso di riportarvi.

Lo spunto decisivo è stata una Nissan Navara ferma al semaforo davanti a noi. “Ma questi nun ce l’hanno una moje che dice: ‘Se te compri ‘sta macchina così brutta te lascio oggi stesso?”. Ho dovuto convenire, sebbene non mi intenda molto di macchine, che il modello in questione, specialmente se visto da dietro, è di una bruttezza impressionante. Avuto l’attacco, viriamo sul classico: metereologia e dintorni. Impossibile non arrivare alla prevista neve a Roma. E qui cominciano le sorprese. “No, nun nevica. Me l’avrebbe detto la mia regazzina bielorussa. No, nun pensi male, eh?”. Mi spiega che lui e sua moglie, due volte l’anno (per le vacanze estive e a dicembre) ospitano da anni due ragazzine bielorusse, che sentono regolarmente su skype. Mi spiega che la più piccola (“che fa gli anni oggi, 13, appena arrivo a casa la chiamo”) l’anno scorso lo aveva avvertito in anteprima della nevicata avvalendosi delle straordinarie previsioni del tempo bielorusse. Poi, a nevicata avvenuta, si sbellicava dalle risa all’idea che a Roma con la neve i taxi non funzionassero. “Me sfotteva pure, capito? Ma io le ho detto che qui è Roma, mica er Paese suo dove, per inciso, solo la neve c’hanno. E la vodka. Glielo dico sempre: ma che te piace tanto della Bielorussia? La neve, che a primavera se scioje pure?”.

Prosegue dicendomi che entrambe le ragazzine sono molto sveglie e istruite. “Lì fino a 16 anni nun ce stanno santi. A scuola ce devi d’annà. Puntano tutto su quello. Alla prima vacanza chiamano subito i genitori. Sì, è vero, anche qui è obbligatorio. Ma a chi è che gliene frega qualcosa? Chi controlla? Lì è proprio una cosa seria”. Mi spiega che il governo è molto attento e appena i genitori danno segno di non prendersi cura a sufficienza dei figli, con relativa facilità questi ultimi vengono affidati ad altre famiglie che offrono maggiori garanzie. Le famiglie ospitanti ricevono un sussidio statale. La “sua” bielorussa più piccola ha infatti in casa una “sorellina” ospite, una sua coetanea con il padre in carcere e la madre dedita all’alcool.

Per provarmi la sagacia della piccola bielorussia, ci lanciamo in un aneddoto gustosissimo. Il nostro tassista per l’estate, quando vengono le ragazze, è solito prendere in affitto una casetta al mare, sul litorale laziale. Un giorno ritrova nel taxi un cellulare. Lo porta a casa un po’ perplesso, sperando che squilli. Ma non accade. Dopo poco la giovane bielorussa, allora undicenne, fa notare al nostro tassista che la custodia del cellulare ha una tasca nascosta, contenente una carta di credito americana e il bigliettino di un hotel di Roma. Detto fatto chiamano l’hotel, rintracciano il proprietario e riportano il tutto dopo poche ore dallo smarrimento. “Che poi io mi dico: quando doveva essere imbambolato ‘sto trentenne americano, che il giorno prima de parti’ per una crociera si perde la carta di credito? Ar collo, te la devi legà, gli ho detto io quando l’ho visto”.

Ma il bello doveva ancora venire. “Me ne stavo in spiaggia, la mattina dopo, e mia figlia mi chiama: ‘Corri, corri, c’è un funzionario dell’ambasciata americana al telefono’. Oddio, e mo’ che ho fatto? me so’ detto io”. In realtà nulla: il nostro tassista, piuttosto perplesso, riceve una marea di ringraziamenti e complimenti. “Ora, a parte il fatto che io che ce dovevo fa’ con una carta e un telefono che probabilmente erano già stati bloccati dal proprietario? Chiunque avrebbe fatto lo stesso, no? Ma quello che proprio non arrivavo a capi’ era: ma come mi hanno trovato?”. Presto detto. L’americano tonto non aveva chiesto il suo nome, ma si ricordavano che il taxi era una Golf, nuovo modello. Prima di sapere che lui avrebbe spontaneamente riportato il tutto in hotel, aveva chiamato la sua ambasciata e riferito l’unico particolare che sapeva. L’ambasciata aveva chiamato la sede centrale della Volkswagen Italia e si era fatta indicare i 6/7 taxi romani che corrispondevano a delle Golf nuovo modello. “Fatto sta che poi mi hanno chiamato pure quelli della Volkswagen, sempre rallegrandosi per il bel gesto. E io ho ringraziato pur’io ma li ho pregati che me facessero la gentilezza di nun chiamamme più, che magari me riusciva de famme un bagno a mare”. Ora, io non so se la vicenda sia vera o verosimile, ma vi posso assicurare che il talento narrativo giustificava comunque il racconto.

Virando nuovamente sui genitori, in Bielorussia e qui, il tassista osserva che anche in Italia un po’ di controllo in più mica guasterebbe. “Io rispetto tutti, sa, tutte le opinioni. Con il lavoro che faccio, poi. Sapesse quante ne vedo. Ma una cosa non mi va giù: quando raccatto i quattordicenni a notte fonda all’uscita del Piper. A 14 anni, già con i soldi per il taxi in mano. Quanto possono essere maturi, a quell’età? Li mandi in posti così con le tasche piene? Non so, magari so’ antiquato io. E invece ci sono artri che nun li lascerebbero mai, ‘sti fiji. Mia cognata, ad esempio. Si portava sempre in chiesa ‘sto regazzino di 5 anni. Ma che peccati vuoi che abbia fatto, a cinque anni? Ma fallo annà a gioca’ a pallone, no? Ma c’è una giustizia. Cosa ha ottenuto? Un tonto. Solo così può fini’ per i genitori che stanno troppo addosso a ‘sti bambini: o crescono tonti, o arriva il giorno che te menano. Io mi ricordo che portavo mio figlio a Villa Pamphili e, siccome che ero appassionato di fotografia, facevo i filmini. Con il sonoro. Ce le ho registrate quelle madri che dicono ai figli: “Non ti sporcare! Non sudare!”. A Villa Pamphili? E che ce li porti affà? Un giorno, ancora me lo ricordo, c’era un gruppo di ‘sti ragazzini, tutti con le tute nuove di zecca, immacolate. ‘Possiamo giocare anche noi?’, me fanno. ‘Eccerto che potete!’. Era piovuto da poco, il prato era tutto una pozza di fango. So’ tornati dalle madri che sembravano i carbonari der Sulcis. Avrei pagato pe’ vedè le loro facce!”.

E qui purtroppo siamo arrivati a destinazione. Chissà quante altre perle di saggezza avrei potuto condividere, altrimenti. Ve lo già detto che amo questa città? Amo la luce, i cieli, gli scorci, i panorami. Più di tutto amo il fatto che non sia tanto raro imbattersi in persone così.

Lettere da Gerusalemme 1 – Un quadro di insieme


Rimandando a altro momento un post serio su un libro di cui nel mio ambiente si inizia a discutere abbastanza, inizio il promesso special vintage da Gerusalemme con una lettera, datata 20.8.1995, che più di altre si presta a dare un quadro di insieme della condizione della sottoscritta, all’epoca borsista squattrinata della Hebrew University. La lettera è indirizzata a mia sorella Marina ed era evidentemente destinata, fin dalla scrittura, a una lettura collettiva. Mi accorgo solo ora, a posteriori, che è stata scritta il giorno immediatamente precedente all’attentato. Forse per questo, di tutte le lettere, è la più scanzonata.

Disclaimer: La lettura, pur non riservata a un pubblico strettamente femminile, presenta alcuni passaggi potenzialmente imbarazzanti che, per ragioni narrative, non possono essere espunti. Me ne scuso con i miei lettori maschi.

Caro Cucciolo (e cari tutti gli altri!),

ti scrivo dal dormitorio di Givat Ram, ribattezzato dagli americani Givat-Nam (per ovvia assonanza con Vietnam) a causa della piacevolezza dell’ambiente e dell’abbondanza di confort che lo contraddistinguono. Immagino che sia studiato per liberarci dai nostri turpi pregiudizi occidentali, quali ad esempio che sia necessario lavarsi la mattina (l’acqua manca sistematicamente) o addirittura tenere un tavolo più pulito di un pavimento (un numero indefinibile di gatti randagi usa indistintamente l’uno e l’altro per ogni sorta di attività). Nelle stanze la temperatura raggiunge facilmente i 40°, fuori cala rapidamente già nel pomeriggio e sugli autobus arriva intorno allo 0 a causa di una meravigliosa aria condizionata a cui gli israeliani non rinuncerebbero per nulla al mondo.

Sono arrivata alla conclusione, da vari indizi, che gli israeliani sono un popolo che assomma in sé tutte le nevrosi americane (è impossibile trovare del latte che abbia più del 1,5% di grassi e molto difficile trovare uno yogurt che salga sopra lo 0%) e tutte le inefficienze tipicamente mediterranee. Il risultato è che si corre freneticamente qua e là per le più svariate ragioni per ottenere, quasi sempre, nessun risultato. Ci hanno fatto memorizzare il nostro indirizzo fin dal primo giorno che siamo qui, dicendoci che era importante – anzi, VITALE – che le nostre famiglie sapessero subito dove scriverci e poi nessuno fino ad oggi è stato in grado di dirci DOVE arriva la posta (un telegramma spedito mercoledì mattina alla mia compagna di camera è stato misteriosamente trovato oggi, domenica, sotto la porta della nostra camera).

Cerchiamo comunque di sopravvivere. Da questa mattina sono felicemente proprietaria di un bancomat della Bank Discount di Gerusalemme (il nome è tutto un programma) e mi sento di toccare il cielo con un dito (se non è troppo blasfemo, qui non si sa mai). Ho preso parte ad alcune escursioni di un vantaggiosissimo package deal, per cui mi hanno scucito ben 260 dollaroni. Consistono in una specie di trekking (mai estenuante, finora) con l’unica differenza che il gruppo è aperto e chiuso da sorridenti ragazzoni armati di mitra (una semplice misura precauzionale, dicono). Del resto capita spesso di trovarsi sull’autobus un pistolone puntato sulla schiena perché un soldato viene spinto contro di te da una curva: è tutta una questione di nervi saldi e loro evidentemente li hanno, visto che giocherellano continuamente con i grilletti.

A parte questo, la gita lunga che ho fatto questo weekend è stata molto carina, pur con qualche pecca dal punto di vista culturale. Il titolo della gita era: “On the tracks of Nabateans” e l’unica volta che i poveri nabatei sono stati nominati è stata nella frase che riporto testualmente: “Questa cisterna è stata scavata da un popolo chiamato nabatei, ma il nome non importa, è un po’ difficile da ricordare”. Probabilmente i giovani americani pensano che sia il nome di un kibbuz. L’unico a gemere con me è stato un tedesco molto tedesco di nome Peter Stein che con la sua sistematicissima guida tedesca (un mattone di centinaia di pagine) stava controllando dettagliatamente tutti gli importantissimi siti archeologici accanto ai quali siamo passati prima di fermarci alla casa in mezzo al deserto dove Ben Gurion ha passato gli ultimi anni della sua vita.

Comunque abbiamo fatto una bella scarpinata nel deserto, in un parco naturale pieno di stambecchi (che non vivono solo sulle montagne innevate, come credevo io, ma stanno benissimo in mezzo al Negev), di falchi egiziani (enormi e bellissimi, con grandi ali bianche e nere) e pernici (e, di notte, pare che ci siano un sacco di volpi, leopardi e vipere cornute! Grazie a Dio solo di notte…). Abbiamo passato la notte in una specie di tenda beduina vicino Masada (l’unico sito archeologico che ci è stato concesso, in quanto grondante di ideologia giudaica e di eroismo nazionalista) e il giorno dopo – shabbat – erano previste tranquille attività ricreative in un posto chiamato Mizpe Ramon, per non turbare con viaggi il dovuto riposo del sabato.

Dopo aver assistito alle funzioni serali (gli unici tre infiltrati eravamo io, un’altra italiana – avventista – e il tedesco, luterano), abbiamo dormito il sonno del giusto e a me, durante la notte, sono giustamente venute le mestruazioni con qualche giorno di anticipo. Per il giorno seguente il programma prevedeva: piscina “OR” mountain bike nel deserto “OR” un misterioso “repelling to the crater”. Scartate le prime due opzioni con decisione, ho ripiegato sulla terza, pensando che si trattasse di una passeggiata (assumendo “repelling” come sinonimo di “hiking” per innocua variatio stilistica). Indipendentemente da me, anche il tedesco ha fatto lo stesso ragionamento e ci siamo trovati nello stesso gruppo.

Abbiamo a quel punto scoperto due cose: a) Le tre opzioni non erano alternative, ma successive. L’unica scelta era l’ordine in cui fare le cose; b) “repelling”, come forse tu con il tuo Proficiency saprai, consiste in questo:

20130117_203356cioè camminare all’indietro con i piedi aderenti alla roccia e il corpo più o meno proteso nel vuoto. Ebbene, ho fatto anche questo, oscillando a mo’ di pendolo un po’ a destra e un po’ a sinistra e con tremendi saltoni qua e là, ma arrivando felicemente in fondo alla scarpata di questa specie di canyon.

Quello che ho trovato atroce è stata la mountain bike nel deserto. Io non sono una gran ciclista e non so bene come abbia fatto a reggere un’ora, catapultandomi scoordinatamente su e giù dalla bici, prendendo TUTTI i sassi (dal brecciolino allo sperone roccioso) e ansimando come una vaporiera a ogni pendenza. Mi hanno dovuto aspettare una mezzoretta, ma ce l’ho fatta anch’io. Non so se riesci a immaginare come mi sia ridotta, anche in considerazione del mio stato e non so nemmeno se sia possibile prodursi lividi in alcune particolari parti del corpo, ma ancora oggi – a più di 24 ore di distanza – cammino a gambe larghe. Ho boicottato però almeno la piscina e sono andata a vedermi panorami in vari punti strategici (uno spettacolo effettivamente notevole).

Gerusalemme vecchia è pure molto bella, anche se il fatto che il sabato non ci siano autobus taglia un po’ le gambe ai nostri programmi. Il resto della città però non brilla per particolare piacevolezza e bisogna fare attenzione a non capitare per sbaglio nel quartiere ultraortodosso perché se sei una donna e indossi a) pantaloni; b) gonne corte; c) magliette a maniche corte; d) vestiti colorati (per non parlare di canottiere, pantaloncini e minigonne!) qualche simpatico chassid potrebbe tirarti dalla finestra una pentolata di acido, Comunque incontrare (e sono tanti!) questi, tutti addobbati come polacchi del ‘700 con grossi cappelloni di pelliccia nera e tuniche di seta, oppure quelli con cappelli neri a falde larghe, boccoloni e camicione nero è uno spettacolo piuttosto suggestivo. Anche tra gli studenti stranieri c’è qualche osservante con regolare kippah in testa. La mia compagna di camera, Antonella, il primo giorno a lezione sedeva accanto a uno di questi (un ragazzino francese) e le sono caduti gli assorbenti dallo zaino: il poverino ha fatto un balzo indietro e non le ha rivolto parola per 5 o 6 giorni. Poi, passato il periodo a rischio, ha ripreso a parlarle. 

Bene, mi sembra che il bollettino sia abbastanza aggiornato, per ora. Salutami tutti e scrivetemi, perché se un giorno troverò tutte le lettere che mi saranno arrivate sarà una vera pacchia….

Edipo,dove sei?


Ogni promessa è un debito: ecco a voi la seconda istantanea di casa Peri. Autrice: io in prima media. Il titolo, questa volta un po’ sibillino, è “Prendiamo lo spunto da…”. Ovviamente non saprei precisare da cosa mai abbia preso spunto. Ne è venuto fuori un ritratto decisamente poco ufficiale di quello che era un affermato, stimato e persino temuto studioso di storia del cristianesimo e delle chiese: mio padre. Avverto i curiosi che il personaggio si presta poco alle googlate: la bibliografia di un monsignore suo omonimo e poco più giovane di lui è inestricabilmente mischiata alla sua, persino nei cataloghi della Biblioteca Nazionale. Mi sento in dovere di precisare che mio padre non ha scritto mai nulla su San Francesco e Santa Rita. Di molti santi si è occupato, ma erano rigorosamente ignoti ai più (i più famosi, per dire, erano S.Cirillo e S.Metodio). Ma non perdiamoci in dettagli.

Padri, questo è un monito per voi. Per quanto stimati possiate essere nella vostra professione, sappiate che quelle iene dei vostri figli vi descriveranno così, distruggendo in poche paginette di quaderno la vostra reputazione.

Nella mia casa, tra tante donne, mio padre non è tenuto in grande considerazione e di solito noi sorelle ci rivolgiamo a mia madre. [Già l’incipit è tutto un programma]. Quando non è a lavorare, alla Biblioteca Vaticana, è la persona in casa che non aiuta mai disturbando tutti: comincia a leggere il giornale o a correggere le bozze, spargendo fogli e penne ovunque, magari dove è stato appena messo in ordine [e abbiamo sistemato anche le numerose produzioni scientifiche: cartacce ingombranti]. Dal suo divano o dal letto brontola e dice frasi come questa, che è rimasta celebre: “Aiutiamo la mamma, sparecchiate”. 

Ogni tanto cerca di rendersi utile [concediamoglielo] e in quelle poche ore pomeridiane che non sono occupate dal suo riposino o dal lavoro [in quest’ordine], si aggira nei pressi della cucina. Dopo aver cucinato cosine piuttosto buone [su, questo ammettiamolo], si ritira in poltrona a leggere il giornale, lasciando piatti sporchi, bicchieri e patacche sparsi per la cucina.

Quando dobbiamo viaggiare preferisce perdersi piuttosto che chiedere un’informazione ad un passante e quando gli facciamo notare che forse sarebbe meglio farci indicare la strada da qualcuno brontola che lui può trovarla da solo. Se deve partire aspetta l’ultimo momento, infatti se cerchiamo di farlo muovere prima dice che gli mettiamo fretta, ma all’ultimo momento inizia a gridare: “Marina! Il mio passaporto! Chiara! La macchina fotografica! Vittoria! Il mio fazzoletto! Muovetevi!”.

Un’altra delle sue teorie è che qualsiasi malattia, dal raffreddore al morbillo, derivi dal fatto che non portiamo il cappello. Quindi, ogni volta che tentiamo di uscire, ci rivolge queste parole: “Marina! Chiara! La berretta!”.

Comunquenonostante tutto questo, mio padre è spesso affettuoso e giocherellone [quanta magnanimità!]: riesce in particolare a conquistarsi la simpatia degli animali di ogni genere e dei bambini piccoli di qualsiasi nazionalità. Molti ricordi della mia infanzia hanno come protagonista la figura di mio padre, che veniva ogni sera a raccontarmi favole inventate da lui o a cantarmi canzoni di montagna.

Campagna elettorale – rimuginamenti


“Politica italiana: non lasciamoci scoraggiare”. Mi casca l’occhio sulla copertina rossa di Aggiornamenti Sociali di questo mese e non posso fare a meno di sfogliarlo. Perché sono scoraggiata, molto scoraggiata. Di più. Vivo con crescente fastidio la campagna elettorale che avanza sui social network. Evito accuratamente telegiornali e dibattiti televisivi. Ad ogni annuncio di candidatura del “mio” mondo (terzo settore e società civile, in genere) provo una fitta allo stomaco. Però sono anche consapevole che così non va mica bene: non è così, perseverando in questo evitamento codardo e snob, che ritengo giusto vivere.

Mi leggo dunque (e esorto anche voi a farlo, se vi interessa il tema) l’editoriale a firma di Giacomo Costa sj, intitolato, giustappunto, “Dov’è il nostro coraggio?”. Non è che sia stata illuminata sulla via di Damasco, intendiamoci. Però ho aggiunto qualche elemento ai vari rimuginamenti contrastanti che mi porto dietro in questi giorni. Provo, soprattutto per fare un po’ d’ordine, a condividere qui qualche punto. Spero che stavolta siate meno timidi del solito e contribuiate nei commenti a chiarirmi le idee.

1. “La nuova frontiera della politica è quella fra democrazia e populismo, che rimpiazza la vecchia opposizione tra destra e sinistra”. Questo mi convince abbastanza, anche se, sotto sotto, mi spaventa un po’. Mi spiego meglio. Costa sostiene che “la politica che sta tornando alla ribalta a questo proposito è probabilmente un po’ più chiara”, etichettando come “posizioni populiste” più o meno quegli stessi movimenti e partiti (vecchi e nuovi) che così definirei anche io. Il che però, francamente, non ci lascia con molte alternative. Se poi si considerano le necessarie coalizioni, la prospettiva futura non è tanto confortante. Il populismo al governo ce lo beccheremo matematicamente. Rispetto poi al venir meno di destra e sinistra, credo sia vero, ma non lo trovo confortante. Rimando alle considerazioni fatte sul Movimento 5 Stelle (confermate, peraltro, dai chiarimenti forniti dal Movimento stesso in base alla polemica relativa alle posizioni di Grillo su Casa Pound). Forse, anzi sicuramente, sono legata a vecchi schemi: ma un consenso basato solo su un programma, magari assai parziale e generico, non mi sembra sufficiente per esprimere una preferenza elettorale. Le scelte di Governo sono molto più complesse dei programmi. Mi piacerebbe sapere a chi sto dando la mia fiducia, al di là del programma che mi presenta. E non parlo di conoscenza dell’individuo: gli individui, ahimé, difficilmente possono essere davvero scelti dagli elettori. Per non parlare del fatto che le persone avranno un mandato non come singoli individui, ma come membri di Partiti e Movimenti. Non mi basta sapere che Tizio o Tizia sono onesti, carini, simpatici, alla mano, ammirevoli per la loro vita privata. Voglio sapere “chi è” l’organizzazione che li candida. In questo le ideologie, consentitemi la rozzezza, un po’ aiutavano. Ora sono un po’ persa.

2. Mi rendo conto che il mio lavoro distorce fortemente la mia valutazione politica. Il che probabilmente, come ogni particolarismo, è un male e non aiuta a non scoraggiarsi. Ho letto (e twittato) i documenti dell’ASGI e dell’UNHCR che richiamano le parti politiche a riforme urgenti in materia di immigrazione e asilo. Valuto positivamente il documento di lavoro del PD in materia. Resto però convinta che tali questioni dovrebbero essere affrontate in maniera trasversale e quindi non essere prerogativa di una o dell’altra parte politica. Eppure il fatto che alcune parti politiche dichiarino, almeno in teoria, di volere affrontare la questione e altre non lo dichiarino può essere un elemento di valutazione. O no?

3. Mi infastidisce moltissimo, da qualunque parte venga, tutta questa enfasi sulle candidature. Come spiegavo prima, questi fari accesi sui singoli non mi paiono utili a capire in che direzione si intende governare il Paese e con quali priorità. In particolare mi viene l’orticaria istantanea a sentire parlare di: candidature di “extracomunitari”; candidature di donne; candidature di personaggi (in quanto) visti in tv. Sono talebana, lo so. In qualche modo si deve pur comunicare, mi obietterete. Ma non trovate che ci sia una scollatura intollerabile tra il messaggio della campagna elettorale, in cui pare che tutto dipenda dal singolo, e la realtà del governo e del Parlamento, dove quelle persone tanto sponsorizzate magari non arrivano neanche o, se pure ci arrivano, hanno poca o nessuna possibilità su decisioni prese da altri e secondo fumosissime altre logiche? E con questo non voglio affatto dire che la politica sia troppo complicata per noi comuni mortali e che debba essere lasciata agli “specialisti”. Voglio proprio e solo dire che è poco trasparente.

Lettere dal mio passato


Ieri mi sono trovata sottomano le non moltissime lettere (6 in tutto) scritte ai miei da Gerusalemme, durante il mio soggiorno di due mesi per il quale usufruivo di una borsa di studio per lo studio dell’ebraico moderno. E’ stato un periodo molto intenso per me, un’esperienza davvero importante, a cui ripenso ancora oggi. Sere fa, con alcune amiche, ne ripercorrevo gli aspetti più comici, che certo non sono mancati. Questo mi ha spinto a ricercare le lettere. Va però detto che, a soli dieci giorni dal mio arrivo, è successo questo: io ero uno dei “summer students” menzionati nell’articolo e viaggiavo sull’autobus successivo della stessa linea, perché avevo trovato pieno il precedente. Le comunicazioni non erano quelle di oggi. Si telefonava con molta difficoltà e anche le lettere non arrivavano rapidamente. Niente web a disposizione, ovviamente.

Nelle lettere ai miei ho ritrovato aspetti di quel soggiorno che avevo dimenticato, o che ricordavo solo parzialmente. La testimonianza schiacciante che, per la prima e credo unica volta, contavo i giorni per tornare a casa. La fatica rispetto alla scomodità della logistica e la costante tensione che avvolgeva le nostre giornate. Il malcelato fastidio per lo stile generale, tutto ideologico, della didattica. A loro lo raccontavo in tono giustamente scanzonato e mi commuove anche il mio ingenuo modo di ringraziare i miei genitori per aver reagito in modo composto alla notizia dell’attentato (il mio fidanzato, appena ha saputo che non rientravo in Italia immediatamente ma continuavo il periodo di studio previsto, non ha più voluto avere contatti con me fino al mio rientro, offeso). Ma traspare anche la mia incertezza in un contesto di cui non sapevo molto, in un momento politico tra i più complicati (in quei giorni si firmavano gli accordi di Oslo 2 tra Arafat e Rabin, a novembre, poco dopo il mio rientro, hanno ucciso Rabin).

Vi racconto questo per dire che no, non vi propinerò l’intero epistolario. Estrapolerò i racconti più ironici e divertenti e forse qualche passo più serio qua e là. Rileggere, oltre ai miei scanzonati temi di prima media, anche queste testimonianze di ventiduenne mi aiuta a far pace con la giovane che sono stata, che non è stata in grado allora di fare alcune scelte che probabilmente avrebbero migliorato molto la sua (e mia) vita. Però faccio presto a dirlo io, disincantata quarantenne. La giovane studiosa un po’ arrogante ha fatto del suo meglio. L’ho rivista girare per il campus in cerca di una chitarra in prestito per ravvivare un po’ l’ambiente, o persino telefonare a perfetti sconosciuti (cosa che mi mette a disagio ancora oggi) anche per aiutare una nuova amica che aveva la prospettiva di rimanere un anno intero in quel luogo infame: e penso che in fondo fosse, a modo suo, molto più generosa di quanto ricordassi.

Ma si sceglie davvero?


Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere (Tommaso Moro).

In ufficio, dal momento che aleggia la cicogna (due colleghe e un consulente in dolce attesa), mi è capitato di ascoltare, senza esserne parte, una animata conversazione in merito all’opportunità o meno delle vaccinazioni. Confesso che l’argomento, ad oggi, non mi appassiona molto, ma di riflesso mi è sorta spontanea una riflessione che, come ogni rimuginamento che si rispetti (e come il mio giro vita dopo le abbuffate festive), si è allargata in tutte le direzioni.

I neogenitori o futuri genitori spesso si accaniscono rispetto ad alcune scelte che influirebbero gravemente sul futuro dei figli: ad esempio ieri l’enfasi era appunto sulle vaccinazioni e sul battesimo. A prescindere dalle mie scelte in merito, mi colpisce come sempre la convinzione sincera con cui questi futuri genitori argomentano che non sarebbe legittimo fare scelte che condizionano la vita del figlio, che se si può è meglio rimandarle a quando potranno farle autonomamente, etc.  Quello che mi sorprende è che in realtà difficilmente il dibattito e i dubbi esistenziali dei genitori si appuntano su altri elementi, che se vogliamo ben di più condizionano il presente e il futuro dei nostri figli.

Facciamo un esempio? Dove viviamo. Il particolare non è irrilevante. Compulsiamo statistiche tra i presunti legami tra vaccinazioni e autismo e poi magari abitiamo in una delle regioni in cui le percentuali di tumori sono straordinariamente sopra la media (vedi Taranto e dintorni, giusto per fare un esempio). Penseremmo davvero di pianificare un trasferimento dell’intera famiglia su queste basi? Direi che solitamente nessuno ci pensa sul serio. Sarebbe irrealistico, insostenibile nella stragrande maggioranza dei casi. O magari ci facciamo mille problemi su battezzare o meno, su far frequentare l’ora di religione o meno, preoccupati di non influenzare la libera scelta dei nostri figli, e non pensiamo che li influenziamo eccome, con le nostre risposte alle domande (del cavolo o meno) che ci pongono, e più ancora con il nostro comportamento quotidiano. Senza voler sminuire una scelta formale (o, per chi ci crede, un sacramento), mi piacerebbe sapere come immaginiamo che i nostri figli possano svegliarsi un giorno “quando saranno grandi” e fare una scelta propria, indipendente da cosa abbiamo fatto o non fatto noi.

I genitori, si sa, non si scelgono. Lo abbiamo imparato tutti, a nostre spese. E ora che siamo genitori, noi alcune scelte possiamo sì farle (guai se così non fosse), ma tante altre no. Mettere le priorità è un compito non ovvio di ogni giorno, che richiede una visione d’insieme che non sempre abbiamo la lucidità di avere. Credo che l’aforisma con cui ho aperto il post dovrebbe essere incorniciato e dato in omaggio a tutti i genitori fin dal corso pre-parto. Credo che ogni tanto faccia anche bene chiedersi se le scelte che ci paiono tanto vitali da paralizzarci o da farci combattere aspre battaglie lo siano davvero. A volte è davvero così. Tante altre, onestamente, no. O meglio: non è davvero il benessere dei nostri figli a essere in gioco. E’ piuttosto la nostra necessità di tranquillizzarci, di affermarci, di conformarci o di distinguerci, o magari anche solo di provare a noi stessi che stiamo facendo del nostro meglio come genitori. Il che, intendiamoci, non è condannabile: quasi tutti, in un modo o nell’altro, lo facciamo. La domanda da porsi, semmai, è dove sta il confine tra quello di cui abbiamo bisogno noi e quello di cui hanno bisogno loro (e possibilmente anche il resto del mondo).

Ma sto un po’ divagando dall’idea originaria di questo post. A proposito di scelte, si avvicina il momento del voto. Qui sì che si è sopraffatti da una sconfortante sensazione di non poter scegliere. Tale sensazione è acuita dal disagio di vedere, qua e là sul web, le reazioni alle candidature che sono state decise in questi giorni. C’è chi è stato escluso e se ne lamenta, c’è chi è stato inserito, stappa lo spumante e riceve felicitazioni. Certo è che la maggior parte dei giochi per il futuro Parlamento sono stati fatti in questi giorni e dipendono abbastanza marginalmente dal voto degli elettori. Perdonatemi se sono impropria: la politica non è il mio campo, spero che qualcuno possa smentirmi. Ma certo che è questa l’impressione. E non è bello.

Se si volesse rincarare la dose, aggiungerei che nelle reazioni dei candidati (ormai forse fin troppo visibili, vista la presenza nei social) non traspare, come vorrei, il peso e l’urgenza di mettersi a servizio di un Paese che vive un momento delicato e difficile. Non si può fare di tutta l’erba un fascio, intendiamoci. Ma dalla prospettiva di noi modesti operatori del sociale c’è ben poco da stare allegri. In certi casi ci troviamo ad augurarci che candidati, pur abbastanza blindati, non riescano nell’intento, che li strapperebbe a un buon lavoro finora fatto e oggi non meno necessario. In altri, francamente, ci viene solo da sospirare amaramente. Ma forse, anche qui, sbagliamo prospettiva. Difficile non pensare che l’affermazione e, in un certo senso, il tornaconto personale abbiano un peso in alcune nuove candidature. Anche questo, intendiamoci, è legittimo – in un certo senso. Non mi sento davvero di biasimare qualcuno che, dopo una vita passata a sbattersi variamente con scarsa gratificazione, magari provi una via in cui tale sbattimento possa essere messo a profitto con serenità e molto minor fatica. Io stessa, quando ho provato fuori tempo massimo il concorso da ricercatore non sono stata estranea a tali ragionamenti (fatte, si intende, le debite proporzioni).

E anche lì, sono stata io a scegliere virtuosamente di restare una operatrice del sociale un po’ sfigata? No, andiamo, non è stata una scelta mia. Non solo. Un po’, come tutti, ho scelto, un po’ ha scelto il mio inconscio, molto sono state le circostanze a scegliere per me. Per cui, piuttosto che predicare, mi verrebbe da chiedere come posso contribuire, nel mio piccolo, a portare il mio Paese fuori da questo pantano di sconforto.

Cosa bolle in pentola


“Dal letame nascono i fior”, recita un celebre verso di De André. Io cantavo sempre “Dalle tame nascono i fior” e mi chiedevo cosa mai fossero ‘ste tame. Ma non è questo il punto. Quello che invece volevo dire è che su internet, certe volte, nascono polemiche sterili e inutili e i pettegolezzi si espandono a macchia d’olio. Già, è la natura umana e la rete non ci rende migliori. Semmai ci amplifica un po’ (e si ricorda tutte, ma proprio tutte, le nostre intemperanze, più di un partner rancoroso). Però, nella mia esperienza, questi poco edificanti episodi sono assolutamente marginali e insignificanti rispetto alle ondate di allegria, creatività, amicizia e solidarietà con cui il web ha inondato molte mie giornate. Anzi, come ho notato in occasione del mio ultimo compleanno, più passa il tempo e più queste ondate virtuali diventano veri e propri tsunami (in senso buono, eh?) molto reali e concreti.

Un anno fa, in uno di quei tanti vituperati gruppi segreti di Facebook, ideammo un po’ per gioco una manifestazione a blog unificati che ci ha viste diventare, sparse per l’italia e oltre, foodblogger per caso. Quest’anno, nel ricordo di quanto c’eravamo divertiti, abbiamo voluto organizzare una seconda edizione. Finalmente uscita dalla clandestinità, il prossimo 31 gennaio la manifestazione “Libera una ricetta” è aperta a tutti. Ovunque. Anche ai lettori di questo blog, si intende.

Ecco le regole:

“Anche quest’anno vogliamo replicare la bella iniziativa dell’anno scorso. Lo facciamo così, solo per il gusto di farlo, a blog unificati. Il 31 gennaio sarà un giorno in cui cucineremo insieme, scambiandoci le nostre ricette e liberando la nostra amicizia in rete.

Le regole sono poche e semplici.

1. Pubblicare un post il 31 gennaio (possibilmente intorno alle 11, ma l’ora non è fondamentale) e chiamare il post “liberiamo una ricetta: (titolo della ricetta)”. Alla fine della ricetta si metterà la frase: “Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web”. Poi inserire il link del post qui: http://www.mammafelice.it/2013/01/14/liberiamo-una-ricetta-edizione-2013/.

2. Chi ha un profilo FB è caldamente invitato a mettere per quel giorno come immagine del profilo il logo dell’iniziativa: il Keep calm… su fondo rosso. La seconda parte – che dovrà comunque avere attinenza con il cucinare – è libera (qui il link ad una delle pagine che creano “keep calm” http://www.keepcalmstudio.com/)

3. Quest’anno vogliamo che l’iniziativa coinvolga più persone possibile. Pubblicizziamola, quindi, in anticipo sui nostri blog, su facebook, su twitter. Propongo gli hashtag #liberericette #freearecipe. Più gente aderisce, meglio è.

4. Non indicate in anticipo che ricetta posterete. Conserviamo l’effetto sorpresa!

5. Divertitevi!

FAQ
– E se non ho un blog?
Le cucine sono aperte. Chi ha un blog ospiterà chi non lo ha. Basta chiedere. Peraltro se qualcuno ha più piacere di cucinare sul blog di qualcun altro anziché sul proprio, può farlo.

– Come deve essere il post?
Il tema della ricetta è libero. Si suggerisce di arricchirlo almeno con una foto del piatto. Ma se non ce la fate non fa nulla.

Le istruzioni sono disponibili anche in lingua inglese e spagnola sulla pagina Facebook dell’evento.

E se non avete Facebook? Poco male. Potete aderire lo stesso, mandando a me (o a un altro dei blog che partecipano all’iniziativa) la vostra ricetta e una foto che la illustra. La mia cucina è la vostra cucina (anche se sotto sotto spero per voi che la vostra sia più grande e più ordinata)!

Ma qual è il senso di questa cosa? Ho letto una gran perplessità negli occhi di una mia collega a cui accennavo all’iniziativa. Cerco di spiegarlo meglio. Immaginate una grande casa piena di amici. Una giornata di quelle piene di chiacchiere in libertà, di giochi, di pensieri, di confidenze. E ognuno porta qualcosa. Quante volta lo avete fatto, con i vostri amici o con i vostri familiari? Ecco, l’idea è un po’ questa. Riempire la rete di calore e, si potrebbe dire, di prossimità. Non per simulare una confidenza che non c’è. Non per dire che siamo membri di un gruppo, o che la pensiamo tutti allo stesso modo, o che ci vogliamo tutti tanto bene. Ma solo per ottimismo, per fiducia. Per la convinzione che per un giorno si possa davvero, simbolicamente, sedere tutti alla stessa tavola in una festosa e pasticciata convivialità delle differenze.

Insomma, non è proprio la cavolata che sembra, non vi pare? Ma, detto ciò, è un’ottima scusa per cazzeggiare in buona compagnia!

Se qualcuno vuole ospitalità per il 31 gennaio, mi contatti per mail (chiara.peri@gmail.com). Vi chiederò tutto il materiale possibilmente entro lunedì 28.

Partecipate, invitate, diffondete!

Impulsi e proponimenti


Un anno iniziato senza veri propositi quasi non sembra nuovo. Eppure di fatto è andata così. Non sentivo alcun bisogno di enfasi o di promesse, nella mia vita attuale. Per certi versi, qualcosa di nuovo c’è. Avverto una pericolosa tendenza a cedere agli impulsi e alle frivolezze. Perciò oggi, armeggiando con le chiavi dell’ufficio, ho individuato per il 2013 alcune ferme intenzioni:

1) Andare a San Siro a vedere il Boss il prossimo 3 giugno. E qui la frittata ormai l’ho fatta: ho già il biglietto (in effetti anche due, ma questo si deve alla mia particolare storditezza dovuta a serata eccessivamente alcolica… rimedieremo). Non ho resistito. Il pensiero corre a una vita fa, alla E Street Band dal vivo al Filaforum da Assago. Io e la mitica Milic (qualcuno segue Radio Rock? Sì, proprio lei). Biglietti eroicamente procurati da mia sorella con lunga fila notturna a piazza Duomo. Entrata ordinata, posti splendidi. E, prima del concerto, un calice di prosecco porto da due sconosciuti. Così. Quelle magie che non si programmano.

2) Un weekend a Torino con Meryem. E’ giunta l’ora di tornare sul luogo dei miei sogni giovanili. Torino è questo per me, la città dei progetti e delle speranze. Anche inverosimili, chiaramente. Ripenso a una gita a Superga, in quei pellegrinaggi non propriamente miei, ma condivisi con sereno cameratismo. A una mansardina vista Mole che era per me la manifestazione tangibile della fortuna. A una caffetteria dove premiarsi con una fetta di torta. E, più di tutto, alle Alpi. Non c’è niente che catalizza i sogni come l’aria tersa delle Alpi.

3) Vacanze in compagnia. Questo è un impegno solenne. Bello godersi l’intimità con mia figlia, ma nel 2013 voglio socializzare. E lo farò, in un modo o nell’altro.

4) Dite che ci andrebbe anche qualche intendimento professionale? Non lo escludo, ma oggi l’unico proposito serio che ho a riguardo è di utilizzare proficuamente tutte le mie ferie. Ma no, in realtà non è del tutto vero. Mi piacerebbe essere così farfallona, ma l’anima della calvinista non muore mai. Per cui…

5) E’ un’idea ancora un po’ fumosa, ma vorrei sfruttare un po’ di più la via vita sui social per la causa dei rifugiati. Mi sembra una tappa abbastanza logica. Insomma, se da grande devo essere una influencer, che sia per una valida ragione. Anche perché se vi aspettate consigli sulle scarpe o sull’arte del ricevere sareste messi davvero male, non ne convenite?

6) In coda butto lì una intenzione che forse avrà bisogno di ancora più tempo per sedimentarsi davvero. Mi piacerebbe scrivere qualcosa e pubblicarlo. Non so ancora bene cosa, a dire il vero. Spero che l’ironia e l’autocritica mi salvino dagli sproloqui inutili e dalle sindromi del genio incompreso. Ma un progetto di scrittura, lo ammetto, mi divertirebbe.

Cartoline


Il sole che si riflette sui sampietrini e il cielo blu, in alto, dietro la colonna Traiana. Un indiano immobile in posizione del loto sopra un bastone, tenuto in mano da un compagno. Un gruppo di musicisti suona un tango che rimbalza argentino per tutti i Fori Imperiali. Biciclette, monopattini, tante ragazze in minigonna che si fanno la foto con il cellulare con lo sfondo del Colosseo. E io. In questa città dove sembra esserci almeno un posticino per tutto e per tutti, mi sento a casa. Penso a quante volte, con il pensiero e con il cuore, mi spingo lontano. Forse troppo lontano? Alla fine la mia vita è ed è sempre stata qui.

Un capodanno tra amici. Resto stupita della velocità con cui il tempo passa. Ripenso ai vari Capodanni in cui le lancette dell’orologio parevano perennemente inchiodate sulle 22:25. E mi dico che la faccio sempre troppo difficile. Non era poi così complicato fare la scema per una sera e smetterla di cercare perfezioni inesistenti. La vita non è perfetta.

E ancora una volta, come mi viene istintivo fare, penso: dove vorrei essere? Forse, alla fine, qui. Al mio posto. Senza correre dietro a nulla e a nessuno. Buon 2013 a me.