Storia delle Religioni – una teoria di genere


Disclaimer: il malumore io lo sfogo anche così. Prendete questo post per quel che è, un divertissement politicamente scorretto.

I betili sono tra le più antiche forme di culto attestate nella storia dell’umanità. Chiunque abbia letto Asterix ne conosce la forma: grosse pietre verticali ben piantate nel terreno (se non le trasporta Obelix, che però le chiama menhir). Lo sapete che vuol dire betilo, secondo l’etimologia? bet-il(i), “casa del dio”. Ora ci si chiederà: che cavolo di casa è un macigno piantato nella terra? Beh, è una casa adattissima allo spirito di un morto, che così resta ben chiuso dentro la terra, riceve tanto rispetto e onore e non rompe troppo le scatole a chi è rimasto vivo. Semplificando molto si può dire che siccome gli antichi spesso dei morti avevano una fifa blu, li veneravano. E così le divinità più antiche spesso erano immaginate come (spiriti di) morti da placare in vario modo.

Questa premessa colta ma non troppo serve a illustrarvi meglio il mio colpo di genio storico-religioso di stamani. Si dice (chissà quanto fondatamente) che le culture mediterranee molto antiche – lo so, è un po’ generico, ma passatemela – venerassero una grande divinità femminile, una sorta di Grande Madre, rappresentata spesso in forma di donna ben fornita di tette, pancia, cosce e sedere. “Ma è logico, è tutto chiaro!”, mi sono detta oggi. Cosa c’è di temibile quanto e più dello spirito di un morto? Una madre mediterranea, è chiaro. Onnipresente, onnipotente, dall’ira terribile e dalle manifestazioni d’affetto altrettanto temibili. Nell’immaginario di un antico uomo mediterraneo una figura simile doveva apparire oscura e minacciosa e non possiamo biasimarlo se attribuiva a lei anche le più disastrose calamità naturali. Una madre è meglio tenersela buona, si sarà detto anche il nostro povero uomo mediterraneo (come dicono del resto ancora oggi molti uomini, mediterranei e non). Se proprio non si può piazzarle un betilo in testa, almeno veneriamola.

Quindi, vedete, i culti della dea madre sono vistosamente il prodotto di una cultura di genere. Ma non testimoniano, come sostengono alcune ottimiste e candide antropologhe americane, un maggior protagonismo delle donne nella religione. Anzi. Oserei dire che rivelano una visione prettamente maschile (pur probabilmente condivisa da più di una nuora mediterranea).

Augh, ho detto.

Chiaroscuri


Il tempo va avanti, inesorabile, che tu sia pronta o meno. Pronta per cosa, poi? Ogni anno che passa ci sono pezzi che si perdono inesorabilmente, irrimediabilmente. Ma ce ne sono altri che ci si trova in mano senza averli cercati e altri ancora che sai che faresti bene a buttare, ma invece restano lì e alla fine non sai bene se rammaricartene o no.

Sempre più chiara è la sensazione, andando avanti, che un quadro preciso per tutti questi pezzi non lo possiedo più. Sono sempre troppi, o troppo pochi, per fermarsi in un incastro.

Si va avanti, comunque. Certe volte il cielo terso si porta via anche le più disperate disperazioni. Altre volte un pomeriggio sereno si schianta contro un malumore che non so e non voglio precisare. Chiari e scuri. Freddo e caldo. Anche quest’anno sta finendo e siamo ancora qui.

I film della memoria


Questo pirotecnico post della Piattins sulla filmografia della memoria mi punge sul vivo. La visione di film in famiglia a casa Peri era un’esperienza formativa a tutto tondo. Tv, chiaramente, molto più che cinema. Sebbene si vociferasse che mio padre fosse abbastanza appassionato del grande schermo (pare che avesse persino un carteggio con Fellini), alla fine – per motivi logistici e sospetto anche economici – le visioni familiari prediligevano decisamente quello piccolo. La formazione prevedeva mio padre sdraiato sul divano con la testa in grembo a mia madre, apposite coperte e eventualmente me appollaiata sulla pancia (finché le dimensioni lo hanno consentito). Tutte le altre variamente appollaiate tra poltrona, puff e eventuali sedie. Per la programmazione ci si affidava, fondamentalmente, a mamma RAI (e più tardi anche al Biscione).

Alcuni momenti sono rimasti memorabili. Come quando abbiamo lasciato mia padre e mia madre davanti a Nove settimane e mezzo e li abbiamo trovati che russavano davanti alla scena dello spogliarello. O quando, davanti ai Blues Brothers, la famiglia si è divisa in due schieramenti distinti: chi si scompisciava e chi proprio non capiva che ci fosse da ridere, fino all’uscita indimenticabile di mia sorella Serena: “A me questi film americani di inseguimenti non piacciono”. Ricordo un capodanno agghiacciante davanti a Drive In (mio padre andava pazzo per le comiche di Benny Hill) e svariate estati a guardare film dell’orrore improbabili, tipo Tremors Api assassine.

Ma veniamo ai classici, ai film della memoria.

1. Tutti insieme appassionatamente. Questo, decisamente, è IL film della memoria. Anche a Natale, a tutt’oggi, è una sicurezza. So a memoria quasi tutte le canzoni e quando alla visione era presente zia Maria (la calabra zia di mia madre che veniva a trascorrere le feste a Roma, rendendo indimenticabile ogni singolo giorno) eravamo invitati a intonarle tutte insieme a lei, a partire da una delle prime, quella in cui le monache cantavano “Che cosa ne faremo di Maria…” (e lei sogghignava, ancora fiera di essersi fatta cacciare da scuola dalle monache circa 75 anni prima, per aver nascosto una rana nel cassetto della maestra).

2. La principessa Sissi. Un’altra sicurezza. Qui entrava in gioco anche l’orgoglio austroungarico del padre goriziano. Si godeva della bellezza di Romi Schneider, si rubava l’intramontabile battuta “Ah, brava!” del padre dell’imperatore, sordo quando faceva comodo, si empatizzava per l’antipatia verso l’insopportabile “Maman” di Francesco Giuseppe, allenandoci nella femminea arte dell’odio della suocera. Una palestra di vita.

3. I soliti ignoti.  Intramontabile, indimenticabile. Un must. Per i miei genitori, le basi culturali di una romanità acquisita. Per noi figlie, l’iniziazione al cinema d’autore e agli uomini che meritano di essere guardati (tipo Gassman, pur balbuziente, e  Mastroianni).

4. Buddy Buddy e, più in generale, tutti i film della coppia Jack Lemmon-Walter Matthau. La critica dice che non è questo uno dei più riusciti, ma il killer Trabucco e la sua mimica facciale mi sono rimasti impressi tutta la vita. Aggiungerei sicuramente alla serie E’ ricca, la sposo, l’ammazzo, con l’indimenticabile personaggio di Enrichetta (che temo sia diventato incongruamente uno dei miei modelli adolescenziali… peccato che non ero ricca).

5. Il cowboy con il velo da sposa. Diffidare del remake: non è la stessa cosa. Classicone Disney, che da noi riscuoteva successo anche per la presenza in famiglia di due gemelle femmine.  La gita in montagna si è scolpita nel mio immaginario come qualcosa che un giorno avrei voluto organizzare anche io. Negli anni cambiava solo la persona ai danni della quale l’avrei organizzata.

6. Quattro bassotti per un danese, ma anche FBI Operazione GattoIl Fantasma del Pirata Barbanera, Herbie il maggiolino tutto matto… Dean Jones era una garanzia: magari non si trattava di film pirotecnici, ma facevano ridere, erano dei buoni prodotti, affidabili come un vecchio Maggiolino. Io li riguardo ancora con immutato piacere. Meryem finora non li ha molto apprezzati, a onor del vero.

Poi si cresce e i film di riferimento diventano altri. Anch’essi debitamente conditi di ricordi: i film di gruppo, con i compagni di scuola e di università; i film dei primi (ma anche dei secondi e dei terzi) sospiri; i film di godimento privato. Ma la memoria familiare, che  – ormai forse lo avrete capito – nel bene e nel male è parte costitutiva della mia essenza, resta legata al divano di casa, ai plaid scozzesi, al telefono (fisso) che squillava – con i relativi brontolii di chi aspettava un’altra chiamata. Alla fine, lo sapevo, finisce che mi commuovo.

Questo post partecipa al blogstorming

La serranda filosofica


Stamattina, immortalando con l’androide scrauso il palo protagonista del post precedente, mi è tornato in mente un precedente illustre di miei spiaccicamenti. Dato che è proprio il tipico aneddoto da famiglia Peri, debitamente impanato da decine e decine di racconti orali non solo miei, ho pensato di farvene omaggio, a mo’ strenna natalizia.

Dovete sapere che all’attico del palazzo dei miei genitori, ai tempi delle mie scuole superiori, viveva una famiglia con un grosso dobermann nero. Era femmina e rispondeva al nome di Golia (non facciamo commenti sulla cultura biblica dei padroni di casa. O forse, mi viene in mente solo ora, intendevano proprio la caramella, quella che chi non la mangiava era un ladro o una spia). Golia mi detestava cordialmente. Una volta che, anni dopo, ci comunicarono che l’animale stava male, io me la sono immaginata in fin di vita sulla sua trapunta imbottita e la padrona che scendeva a scampanellarci per chiedermi di salire al suo capezzale per esaudire l’ultimo desiderio della povera Golia: sbranarmi. Ma non divaghiamo.

Era autunno e io avevo da poco iniziato la prima liceo (classico). Tornavo verso casa assorta in profonde riflessioni sulla filosofia platonica. Talmente assorta che sono andata a stampare la parte alta della fronte (altezza attaccatura dei capelli) contro la serranda sporgente di una casa. Un male allucinante. Completamente tramortita, mi trascino fino a casa e chiamo l’ascensore. A quel punto mi affianca la sagoma nera di Golia, comprensiva di proprietaria inguainata in stivali di pelle scura, aggressivi quanto il dobermann. Aspettiamo in silenzio che l’ascensore arrivi. Salgo, salgono. Io a quel punto mi passo una mano sulla fronte e la ritiro grondante di sangue. Evidentemente la serranda mi era rimasta ben impressa nel cuoio capelluto.

Al dobermann brillano gli occhi e inizia a ringhiare. L’affabile proprietaria, forse non cogliendo esattamente la dinamica del tutto, riapre la porta dell’ascensore e mi fa: “Ti dispiace scendere? Sai, mi innervosisci il cane…”. Io obbedisco come un’idiota (che sono, ed ero già allora) e mi inerpico faticosamente per cinque piani di scale. Vengo a quel punto raccattata in lacrime da mia sorella, che mi porta al pronto soccorso. Non era una cosa grave: se lo fosse stata sarei morta dissanguata, visto che un medico mi ha dato un’occhiata di sfuggita solo sei o sette ore dopo. Antitetanica al volo e via.

Di Golia avevo rimosso ogni ricordo, così come dell’aneddoto surreale che vado ora a condividere con voi. Serviva un palo sul naso per rinfrescarmi la memoria. Converrete che sarebbe stato un peccato perdere nell’oblio una storia tanto edificante di buon vicinato.

Errata corrige

La sorella che ha aperto la porta mi fa giustamente notare che il dolce quadrupede non si chiamava Golia, ma Duca. Duca, femmina. Il che, vedete, non lascia ai proprietari neanche l’alibi della liquirizia. Golia pare che fosse un altro astuto cane che si è illustrato per essersi buttato giù dalla torre di un convento, ma io confesso che questa storia non la ricordo bene e magari un giorno ve la racconterà lei. Duca, sebbene odiasse me in particolare, si era illustrata anche con lei. Nella stessa area pre-ascensore che faceva da scenario a molti dei nostri incontri, il dobermann le era scivolato silenziosamente accanto aveva stretto un polso tra i denti. La simpatica padrona aveva osservato: “Vuole solo giocare. Basta però che non sposti il polso, altrimenti finisce che ti fai male”. No comment.

Impermanenza (con quel pizzico di sfiga)


“La stai prendendo anche troppo bene”, tenta di confortarmi la collega in pausa pranzo. Bene, stamattina, ho preso una sola cosa: un palo in faccia. Proprio in pieno. Avete presente quei bei pali di ferro dei segnali stradali, o magari che reggono un lampione o roba così? Solidi, robusti, ben piantati. Visibilissimi. A chi non sta giocherellando con il suo nuovo smartphone, desiderato e bramato per anni, per leggere l’ultimo commento al precedente post di questo blog (ah, la vanità…).

Stud. Craaaash. Tra le stelline che mi turbinavano davanti agli occhi per la botta al naso, vedo il mirabolante Samsung Galaxy S II, dono del kebabbaro per i miei 40 anni, spiaccicarsi rovinosamente sul sampietrino. Di faccia. Aggirando viscidamente la funzionale custodia paraurti in immacolato silicone, da me acquistata il primo giorno di utilizzo. “L’importante è che non si sia fatta male”, commenta una premurosa passante. Nooooo, vorrei urlare io. No, no, no. Era meglio se me lo rompevo, il naso. Ma ora che avevo Foursquare e pure Instagram (che vabbè, da oggi si venderebbe le mie foto, ma dubito ci si farebbe ricco), proprio ora che assaporavo il compiaciuto multitasking delle vere donne 2.0, mi tocca ritornare all’Androide primitivo, che si smonta da solo ogni volta che lo infilo in borsa?

Dopo una rapida visita a un punto assistenza Samsung (“Non lo siamo più da tre anni e comunque tanto vale che se lo ricompra. Garanzia? Macchè. Le pare che se le dò un cazzotto in faccia è coperta da garanzia?” – Grazie, scostante giovincello, spero che ti si sfracelli anche il tuo appena stacchi, e poi che cavolo di esempio è?) e una più confortante puntata in un negozio di cellulari (“Ma no, non è morto, vede che è illuminato? Eviti come la peste i punti di assistenza Samsung, non lo faccia toccare da nessuno e vada proprio al capannone Samsung, a via del Fosso della Magliana. A pagamento, ma vedrà che lo riparano”) ho deciso di prendere la cosa con filosofia e sono giunta ad alcune importanti conclusioni

1) Data la rarità dei regali del kebabbaro, avrei fatto meglio a mettere il telefono in una teca di cristallo per imperitura contemplazione. Tuttavia, dato che invece ho scelto di usarlo…

2) Io sono una donna che sbatte contro i pali. Devo farmene una ragione. Non è la prima volta che mi capita e non sarà l’ultima. E, nonostante la mia prima reazione, rompermi (anche) il naso non era meglio. Magari era l’occasione per rifarmelo e diventare strafiga, con quei 15-20 giorni di malattia necessari alla bisogna, ma magari no.

3) Sapevo che desiderare così ardentemente un bene superfluo avrebbe creato uno squilibrio nel mio karma. Il mio karma di persona sgarrupata non c’è proprio abituato. Cosa c’è di meglio di un pellegrinaggio in via del Fosso della Magliana per espiare (o, più probabilmente, più di uno, accompagnato da doloroso esborso pecuniario)? Osservo, per inciso, che vie dal nome così inquietante esistono solo nella città dove ho l’onore di vivere. Se la Samsung fosse stata in viale Leopardi, non avrebbe avuto lo stesso effetto catartico e quaresimale.

Il tutto per dirvi: se state tentando di telefonarmi o, peggio, mandarmi un sms, desistete fino a nuovo ordine.

Ci sono sere


Ci sono sere in cui anche la commediola americana su Canale 5 ti sembra straziante.

Ci sono sere in cui friggi le cipolle per dare sapore alla zuppa precotta e riesci solo a ungerla un po’.

Ci sono sere in cui pensi di finire il romanzo che hai iniziato sul Kindle e improvvisamente ti pare straziante anche quello (ma fino all’88% non ti era parso).

Ci sono sere in cui mandi un sms, uno solo, e te ne penti pure.

Ci sono sere in cui vorresti ricordare perché solo ieri ti sentivi entusiasta di molte cose.

Ci sono sere in cui lo sai che sei lamentosa, che al limite sei anche ingiusta, ma non ti importa affatto.

Ci sono sere in cui l’unica cosa che ti distoglierebbe dai cupi pensieri sono tutte le piccole cose che non hai. Che prese una per una non hanno alcuna importanza. Però sono le uniche che importano, adesso.

Ci sono sere che comunque finiscono sotto un piumone, con Meryem che respira tranquilla nella sua camera.

E,anche se adesso ti pare di non averne alcuna voglia, domani è un altro giorno. A quel punto avrai voglia di cancellare questo post e, chissà, magari per la prima volta della tua vita di blogger lo farai pure.

Più libri, più liberi: una recensione “a scrocco”


Ieri era proprio una giornata del cavolo. A volte mi capita di peccare di eccesso di pregustamento. Pregustavo da un paio di settimane la fiera della piccola e media editoria, croce e delizia degli appassionati di libri squattrinati e cordialmente detestata dalla Guerrigliera fin dalla più tenera età, con una coerenza degna di miglior causa. Stavolta, come due anni fa, si prevedeva incontro con celebrità del calibro di Mammamsterdam in occasione della presentazione di un’opera imprescindibile nella libreria di ogni desperate parent che si rispetti: La risposta del cavolo. Già, proprio come la giornata.

Era questo che vi stavo raccontando. Dormo male, mi sveglio febbricitante e di pessimo umore. Litigo con il mondo, a partire da me stessa. Ringhio, sbuffo, protesto, strascico i piedi. Eppure tutto concorre a esaudire ogni mio desiderio: improvviso cambio di programma di tata Silvana, che in collaborazione con la nonna si spupazza Meryem da ieri alle tre a stamattina compresa, togliendomi ogni pensiero di orario. Passaggio in macchina all’andata e al ritorno. Quasi nessuna fila in biglietteria. Regali di compleanno che continuano a piovere inattesi a oltre una settimana dal giorno deputato. Ma è stato solo versando il mio tradizionale obolo allo stand di Exòrma che sono tornata in me, o meglio nella parte di me meno antipatica, e ho fatto quello che in fondo mi viene piuttosto bene: ho condiviso.

Io in una grossa Fiera affollata ho lo stesso blocco che mi afferra nei supermercati troppo grandi: mi paralizzo. Rispetto ai libri per bambini, poi, il problema aumenta: guardo di qua e di là, sbavo a destra e a sinistra, ma alla fine non metto a fuoco come si deve e finisco per non comprare assolutamente nulla. Però, ieri come in altre occasioni, mi sono giocata la carta segreta: mia sorella Marina.  Lei sì che conosce il territorio. Parte alla caccia come un cane da tartufo. Quest’anno purtroppo ci siamo solo incrociate fugacemente, ma mi sono rivenduta con successo, in seguito, gli ultimi due stand che le ho visto visitare. Ed ecco qui le mie recensioni a scrocco di due piccole case editrici da sostenere, con forza, perché se lo meritano (oltre a Exòrma, naturalmente).

Iniziamo dalla prima chicca. Ho faticato a ritrovarla, perché il nome me lo ricordavo solo attraverso confuse associazioni, decisamente poco indicative: L’asino verde? La rana ubriaca? Alla fine era Orecchio acerbo. “Libri per ragazzi che non recano danno agli adulti / libri per adulti che non recano danno ai ragazzi”, li definiscono loro stessi. Noi abbiamo ancora la bocca spalancata. Dei gioielli di grafica, di idee, di fantasia. Facciamo un esempio? Guardatevi questo booktrailer… oppure questo, che testimonia la nascita di Hansel e Gretel illustrato nell’unico modo possibile per favola davvero spaventosa (“Non ho mai pensato che fosse per bambini, era piuttosto per me, per me quando ero un bambino”, confessa significativamente l’illustratore).

Seconda menzione per Edizioni Lapis. Segnalo in particolare la collana Arte tra le mani e, ancor più, la collana Staccattaccal’arte, albi davvero geniali in cui i bambini possono con degli stickers ricomporre o rimescolare opere di artisti come Klee, Mondrian o Kandinsky. A Meryem alla fine ho comprato questo, mentre zia Marina ha scelto, da Orecchio Acerbo, questo. Scaricatevi l’anteprima, ne vale la pena. E qualcosa mi dice che questo autore vada tenuto d’occhio…. anche il sito è bellissimo!

Incredibilmente vicino


Al momento cruciale della svolta a destra davanti ai secchioni, io e Luca (alias “il Mignolo”) eravamo intenti in una improvvisa quanto appassionata discussione sulle politiche migratorie. Così siamo finiti in cima, proprio in cima alla collina di Cosso. Un analogo impeto nella nostra conversazione (in merito questa volta al movimento No TAV) si è ripetuto soltanto, il giorno dopo, in prossimità del bivio per Casale (ebbene sì, lo abbiamo mancato).

La mattina, alla vigilia della partenza per l’evento, sono affondata fino al ginocchio nella terra umida delle Cascine Orsine. Però Meryem ha visto un sacco di mucche (e io non mi sono neanche rotta una gamba). Il giorno dopo mi sono stampata lo spigolo del portellone del portabagagli sul sopracciglio destro: ma vuoi non avere un ricordo di un weekend così speciale?

A parte queste piccole goffaggini, che rendono più reale il tutto, il festeggiamento del mio quarantesimo compleanno è stato semplicemente perfetto. Al di là di qualunque aspettativa. Avvolto in una specie di luce magica, in una sospensione che rendeva tutto possibile. L’ho già detto altre volte: non mi venite a parlare di amicizie virtuali. Nella Sacher dei miei 40 anni di virtuale non c’era neanche una briciola. Certamente il virtuale ci ha aiutato molto a organizzare rapidamente e fin nei dettagli questa specie di incontro di mondi che è stato il nostro fine settimana. Un’armonia di diversità apparentemente irriducibili, del tutto compatibile con i ritmi più o meno folli delle nostre vite quotidiane.

Si corre, si corre, eppure avvicinarsi per un weekend è stato possibile. Più facile di quanto pensassi. Guardando il panorama straordinario dalla veranda di Paola, gustando quel senso di familiarità con i particolari tante volte descritti da lei sul blog e ammirando tutti quelli che lei non ha sentito mai il bisogno di descrivere, ho pensato questo: a volte è più facile di quanto ci si aspetterebbe. Ci si stringe un po’, si fa un giro un po’ più lungo, si butta un po’ di pasta in più (diversi chili, in questo caso), si rimanda un impegno. Ognuno ha dato il suo contributo ed eccoci tutti lì, con la Tosca, Andy, Twenty Millions e gli altri personaggio del nostro immaginario un po’ da favola.

Il Monferrato è incredibilmente vicino, se ci si va con la giusta compagnia.

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 P.S. A proposito di vicinanza: oggi il Centro Astalli lancia la campagna di raccolta fondi “Io sostengo da vicino“. Come vedete, basta davvero poco per cambiare in meglio la vita di un rifugiato.

Trovate il banner nella colonna a destra. Se per caso volete sostenere questa causa, che come sapete mi sta molto a cuore, potete metterlo anche sul vostro sito/blog, copiando questo codice:

<a href=”http://www.centroastalli.it/index.php?id=526” target=”_blank” ><img src=”http://www.centroastalli.it/uploads/pics/banner_iosostengo_01.gif” width=”220″ height=”70″ border=”0″ alt=””></a>

 

L’ebbrezza della fuga


Ricordo distintamente un gesto della mia giovinezza: ho infilato l’anello del portachiavi con le mie chiavi di casa al tergicristallo della sua macchina parcheggiata. Poi ho raccolto da terra qualche busta di plastica e ho camminato verso il capolinea dell’autobus. Da piccoli sogniamo spesso di fuggire di casa. Magari ci proviamo pure, una volta o due. Ma io l’unica volta che sono fuggita da casa avevo 27 anni e ricordo ogni minuto di quella mattina d’estate. Mi sono sentita forte e fiera, anche se non ne avevo alcun motivo (e purtroppo il seguito della storia lo ha dimostrato abbondantemente). Ma alle mie chiavi rosse e blu che scintillavano al sole, incastrate al tergicristallo, ho ripensato mille volte nei tredici anni che sono seguiti a quel giorno.

Perché penso a questo, oggi? Perché non sono una persona coraggiosa e quel gesto è rimasto quasi unico nel mio curriculum. Ma, più ancora, perché in tutti gli altri giorni della vita – tranne quei due o tre che rimangono nella propria mitologia personale – non ci si può permettere di fuggire. Si finisce una giornata come quella di oggi, sbagliata senza un vero motivo. Si ingoiano due lacrime d’ufficio, per mera coerenza rispetto alle proprie paturnie. E poi si va a letto per svegliarsi di nuovo, sapendo che domani probabilmente non sarà cambiato nulla, ma sapremo di nuovo guardare nella direzione più costruttiva: in avanti.

Perché non mi convince il Movimento 5 Stelle


Ho avuto l’opportunità di incontrare Patrizia, blogger e ora convinta sostenitrice e attivista del Movimento 5 Stelle a Brescia. Pochi giorni fa, sul suo blog, patrizia ha dedicato un post di risposta alle critiche aspre mosse da Gad Lerner a Grillo sulla rivista Vanity Fair.

Non conosco a fondo Patrizia, ma la stimo per il suo impegno sincero e serio, per la sua palese buona fede e per la voglia, dimostrata più volte e anche in questa occasione, di non sottrarsi al dibattito. Per questo motivo credo che non me ne vorrà se traggo spunto dal suo post, ma soprattutto dalla discussione nata nei commenti, per mettere a fuoco cos’è che non mi convince affatto di un Movimento che può vantare certamente molte adesioni di valore sui territori.

Io non ho mai fatto mistero di non condividere affatto molti dei messaggi di Grillo, sia nei toni che nei contenuti. Ovviamente, facendo il mestiere che faccio, trovai particolarmente irritante nella sua arroganza il post sul suo blog in cui si argomentava lapidariamente che “La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali” (a commento della campagna L’Italia sono anch’io e della proposta di riforma della legge della cittadinanza, sottoscritta da centinaia di migliaia di cittadini). Ma più ancora non mi convince il livore come metodo di cambiamento. La violenza, che comincia dal linguaggio. Le parole sono importanti (me lo ricordava giusto oggi questa bellissima campagna di comunicazione).

Che ha a che fare questo con l’impegno di tante persone come Patrizia? “Le sparate di Grillo spesso ci mettono in difficoltà”, scrive anche lei. “Ma, con molta concretezza, ti dico e vi dico: è davvero fondamentale spaccarci adesso? O possiamo restare uniti per l’obiettivo comune? Stiamo provando una missione quasi impossibile….portare cittadini onesti nelle istituzioni. Possiamo focalizzarci sull’obiettivo? E’ più importante avere ragione e imporre la propria visione delle cose o raggiungere l’obiettivo?”

E, più precisamente: “se non fosse per Grillo che ci ha incoraggiato e dato uno strumento, il M5S non esisterebbe. Tanti consiglieri onesti non starebbero portando trasparenza nelle istituzioni. Nessuno avrebbe pensato a introdurre una legge che taglia fuori dal Parlamento i condannati. Io non amo i suoi modi. Non me ne sento affatto suddita. Ma sto nel suo Movimento, che lui ha finanziato e reso possibile, e di cui si è fatto garante”. E, a chi suggeriva che i movimenti di rappresentanza dei cittadini che sono nati su tanti territori dovrebbero iniziare a emanciparsi da un personaggio così ingombrante, risponde con un sano pragmatismo: “Bene. Lo paghi tu un portale di discussione da centinaia di milioni? Lo finanzi tu lo staff? Vai tu a fare gli spettacoli? Riempi tu le piazze? Va bene le proposte alternative, però concrete…”.

Ringrazio di cuore Patrizia, perché ha ragione. Credo che sia vero che nessuno degli esistenti partiti avrebbe dato la possibilità ai cittadini di esprimersi in una partecipazione diretta e attiva come quella del Movimento. Purtroppo. Eppure non riesco a non trovare molto pericolosa la dinamica per cui si è leali al buon padrone/mecenate, anche se non si condivide del tutto cosa dice e come lo dice, perché comunque permette di fare una bella e significativa esperienza politica. Siamo davvero sicuri che l’intento sia solo, puramente, lasciar spazio all’impegno spontaneo di cittadini che non trovavano adeguata rappresentanza? Io, istintivamente, diffido. E non perché difenda a spada tratta l’apparato esistente, che mi pare continui a fare una ben misera figura rispetto alle esigenze di governo di un Paese come l’Italia. Ma piuttosto perché non mi sembra che le scorciatoie possano davvero pagare. Se si deve ripartire dal basso, lo si dovrebbe fare con sobrietà, senza dipendere da un finanziatore privato unico. “Ma così non si partecipa nemmeno”, mi si dirà. Possibile. Ma io temo la fretta di costruire un partito di largo consenso senza un ragionamento serio sui contenuti condivisi, sul terreno comune positivo che aggrega le persone. Positivo, si badi bene: “questa politica ci fa schifo” è un contenuto efficace, ma non sufficiente.

Io l’argomento che quel che Grillo dice non è tanto rilevante lo accetto fino a un certo punto, finché è lui a pagare tutto. Specialmente se poi è soprattutto lui, il suo carisma, i suoi mezzi, a “riempire le piazze”. “A me più che la libertà degli individui di fare sempre e comunque quel cavolo che gli pare, preoccupano le figure di cacca che fa il Movimento e la perdita di consensi ogni volta che qualche pollo si fa lapidare in diretta”, aggiunge Patrizia a proposito del discusso caso della Salsi in tv. Io credo che sia normale che il Movimento possa peccare di ingenuità, proprio perché la costruzione di contenuti e competenze è stata, a mio avviso, forzatamente accelerata. Perché non costruire prima una competenza solida di politica amministrativa locale e solo poi lanciarsi nell’arena politica nazionale? Spero di sbagliarmi, ma non vorrei scoprire, di qui a qualche anno, che si è strumentalizzato l’impegno e la professionalità di tanti seri cittadini per finalità meramente personalistiche.