Lezioni di educazione civica (il tassista serio e la preside sopraffatta)


Stamattina per seguire la mia tabella di marcia mi servivano i superpoteri e, in particolare, il teletrasporto. Non essendo un candidato delle primarie del PD, ho optato per un taxi [OT: vi prego, siete ancora in tempo per dirmi che la home del Partito Democratico è opera di un hacker burlone]. Non è molto da me, ma c’è qualcosa nella faccia del giovane tassista che mi ispira e attacco bottone sull’argomento per eccellenza: funzionamento e disservizi del 3570, questione delle nuove licenze e l’eterno mistero: come mai ora che ci sono più taxi è quasi impossibile trovarne uno, quando ti serve? Il mio interlocutore dirotta il discorso su un tema lievemente diversa: l’etica professionale del bravo tassinaro.

Si parte da una banalità. “Io in effetti il supplemento per le corse in partenza da Stazione Termini non lo faccio mai pagare. Ma le sembra logico? Uno sta lì, in fila ad aspettare, e poi dovrebbe anche pagare di più? Io mi vergogno. E i bagagli? Posso stare lì col metro a misurarli? Per la seconda valigia si dovrebbe far pagare il supplemento, ma io non lo faccio. Dove dovrebbe lasciarla, la seconda valigia, il cliente? Alla stazione? Su, è ridicolo. Ma a dirla tutta, io a Termini mica ci vado volentieri. Non mi piacciono i colleghi che sgomitano per fregarti la corsa più ghiotta. Per non parlare degli abusivi. Io non sono un prepotente. Ma sono dell’idea che quello che ti tocca ti tocca: la corsa da 5 euro o quella da 40. Ci sono delle regole, vanno rispettate. E poi”, aggiunge in un sussurro, “la sa che ieri, che c’era il derby, tanti colleghi hanno aspettato la fine della partita per iniziare a lavorare? Io no, non lo trovo mica giusto. Se uno sta sotto padrone può forse dire ‘Arrivo tra due ore che prima c’è la partita?’. Molti dicono che il lavoro è roba nostra, ma mica è vero: le licenze sono una concessione del comune, noi siamo un servizio della città. Mica possiamo fare come ci pare. Quindi io ieri ho sofferto, ma il derby non l’ho seguito. No, neanche alla radio. Io sono contrario a tenere la radio accesa in macchina. Magari al cliente dà fastidio: durante il viaggio vuole starsene in pace, farsi le sue telefonate. Il cliente prima di tutto. Quindi, tra una corsa e l’altra, accendevo un minutino. Che poi, per come è andata, non valeva manco la pena…”.

Sono rimasta colpita dalla serietà di questo giovane, subentrato a un parente prematuramente scomparso, con due figli e una moglie a carico (“Quando non ci hanno preso il bambino all’asilo, lei è rimasta a casa. Aveva un lavoro precario, guadagnava quanto la retta del nido privato. Non valeva la pena. Certo, se avesse avuto un posto fisso era tutta un’altra storia…”). All’arrivo gli ho detto: “Grazie e buon lavoro. Certe volte mi pare di essere l’unica fessa che lavora con scrupolo, e invece…”. Lui ha sorriso: “No, no. Bisogna vivere da persone serie”. Vero, quanto è vero.

Dopo una lezione a giovani virgulti, futuri assistenti sociali (ancora lontani mille miglia dal percepire in che razza di trincea sanguinosa stanno per sprofondare, se lavoreranno), ho attraversato la città per andare a proporre un partenariato in un progetto a una dirigente scolastica di fresca nomina. Me l’avevano descritta come “un po’ burocratica”, severa e rigida. Quando l’ho vista sulla soglia, un po’ rannicchiata su se stessa, il body language suggeriva in effetti una certa ritrosia e diffidenza. Mi ci è voluto pochissimo per solidarizzare con lei. Mi ha dipinto un accorpamento di istituti scolastici al di là di ogni immaginazione. Lei è di fatto diventata imperatrice di una galassia surreale di istituti disparati, sparpagliata sul territorio, che include anche il carcere minorile e la prigione storica di Roma, Regina Coeli. “Sono arrivata il 1 settembre: non sono neanche riuscita fisicamente a leggere le circolari. Non amo dare il mio numero di cellulare, ma con due linee soltanto chi mi cerca non mi troverebbe mai. Non riusciamo neanche a renderci conto della consistenza patrimoniale di questo nuovo agglomerato di istituti, a chiudere il bilancio. Sto cercando di capire meglio cosa si è fatto e cosa fa, ma prima di poter delegare devo anche sapere chi sono i miei collaboratori, conoscerli, fidarmi”. E poi parte con una descrizione vividissima del lavoro nelle carceri, una roba che fa impallidire persino quello con i rifugiati. Passi il carcere minorile, dove si mantiene una parvenza di decenza: aule ampie, adeguate, persino colorate. Ma l’altro. L’altro non si immagina. “Ho un organico di quattro docenti, ne posso far lavorare due perché non ci sono fisicamente gli spazi per fare scuola. Non abbiamo aule, ci danno dei buchi, sporchi oltre ogni dire. Più di otto persone non ci vanno dentro. Ogni tanto ce ne tolgono uno, perché devono arrangiarci dentro una cella, con il sovraffollamento che c’è. E le misure di sicurezza, una follia, un’esasperazione. Sanno che la situazione è esplosiva, quindi reagiscono in modo isterico. Anche portare dentro un libro è un problema. Per non parlare di un computer. Ma che senso ha?”.

Già, che senso ha? Eppure questa donna, come tanti altri, come il tassista di stamattina, ce la mette tutta. Fa del suo meglio. Peccato che fare quel lavoro, con quei numeri e quelle condizioni, sia comunque impossibile. Andandocene, con il collega della Caritas ci siamo guardati e ci siamo detti: “Per quanto incredibile, a noi va meglio”. Pur nella stessa povertà di risorse, almeno siamo circondati di gente motivata, decisa, pronta a resistere. A scuola non è mica detto. E nelle carceri deve essere anche più dura. Però non si può cedere allo scoraggiamento e lavarsene le mani. Bisogna vivere da persone serie.

Taxi Blues


Oggi non è la giornata adatta per parlare di autostima, sebbene un autorevole sito inviti a farlo. Oggi non è la giornata adatta per molte altre cose, a dirla tutta. Ho le idee un po’ confuse e i postumi della lezione di yoga. Mi atterrò pertanto a un post di utilità sociale, relativo alla sopravvivenza quotidiana nella Città Eterna (e pertanto in qualche modo anche di interesse turistico).

Scena: serata di domenica piovosa. L’indefessa madre intelligente e moderna che è in me, pur sepolta dalle spire della madre cialtrona e fancazzista, era riuscita a organizzare una serata di musica di livello per me e alla Guerrigliera nel suggestivo scenario dell’Auditorium di Roma. Avete presente l’Auditorium? Quello che in qualunque punto della città voi vi troviate viene segnalato da eleganti cartelli (che tuttavia vi piantano poi bellamente a metà tragitto)? Quello là. Non mi ero lasciata scoraggiare dallo scetticismo del curdo (“Ma dove andate con ‘sto tempo? Dall’altra parte della città per sentire della musica?”) e neanche dai dubbi della fanciulla (“Ma non fanno qualcosa al Teatro Verde – che ci sta sotto casa?”). Avevo i miei biglietti, ho vestito Meryem decentemente (almeno lei) e siamo partite.

Il piano logistico prevedeva, a dire il vero, l’andata con i mezzi. Ma a ciò si è opposta una pennica strategica della Guerrigliera. Ok, che taxi sia. Usciamo comunque con congruo anticipo, onde mettere in atto l’estrema astuzia del pigliatore occasionale di taxi: andare alla colonnina e risparmiare gli euro della chiamata. L’anticipo si è rivelata una scelta saggia. La colonnina, no.

Arriviamo a Stazione Trastevere. Nessun taxi in vista. Aspettiamo pazientemente. Nada. Comincio a innervosirmi. Quand’ecco che mi casca l’occhio su un cartello sulla colonnina: “Chiamataxi 060609”. Ecco la soluzione. Vedi a dubitare dei servizi al cittadino? Mi serve appunto un taxi ed ecco lì la risposta. Senza indugio chiamo. Una vocina registrata mi chiede dove mi trovo. “Piazza Biondo”, rispondo pronta io. “Numero civico?”. Niente panico. Mi giro, colgo con l’occhio il numero su uno degli ingressi della stazione ferroviaria e rispondo sicura “19”. “Mi conferma che si trova a piazza Flavio Biondo 19?”, insiste la vocina. “Sì”. Ma non la convinco. “Mi conferma che si trova a piazza Flavio Biondo 19?” “SI’!!!!”. Ora si è convinta. Musichina.

Dopo una manciata di secondi mi dice, con voce suadente: “La stiamo mettendo in contatto con la colonnina di taxi più vicina”. Ah, quanta efficienza…. ma, un momento! Il dubbio che mi sorge viene immediatamente confermato: la colonnina a cui sono appoggiata inizia a trillare argentina, creando un simpatico effetto di eco nel piazzale ancora assolutamente deserto. A meno che non risponda io stessa, continuerà a farlo all’infinito. E infatti continua. Cade la linea. La vocina tenta di rassicurarmi: “Ora faremo un secondo tentativo…”. Ma qui la interrompo e metto giù.

Ora, caro Comune di Roma: il servizio è indubbiamente utile. Ma forse non lo pubblicizzerei proprio sulle colonnine dei taxi, sai? Anzi, oserei dire: lo pubblicizzerei, e con maggiore abbondanza, in qualunque altro luogo.

Che fine hanno fatto i morti?


Piove. La pista di pattinaggio è bagnata. Così decade l’ultimo baluardo che avevo eretto per declinare inviti a merende in stile “dolcetto o scherzetto” (“Sai, preferisco che non salti lo sport, ora che si va verso l’inverno…”). Non ho simpatia per Halloween. Tuttavia ci siamo dentro, la scuola di Meryem pullula di zucche di cartapesta e improbabili pipisterelli cosparsi di porporina. Stamattina, con l’arte dell’improvvisazione che caratterizza le madri sgarrupate, ho estratto dall’armadio una specie di mantello nero spiegazzato, ricavato l’anno scorso da una mia gonna a ruota. Il cappello non c’era, ma ho convinto Meryem che sarebbe stata una favolosa strega anche così. Ho rincarato la dose con un pipistrello disegnato sulla guancia e una passata di colore blu sulle labbra.

Per carità, non è che le rivisitazioni della festa in chiave cristiana fondamentalista (“travestitevi da santi”) mi stiano più simpatiche di streghe, vampiri e zombie. Se possibile mi fanno ancora più orrore. Sapete cosa mi manca, in questa festa? I morti. Quelli veri. Le memorie, il legame misterioso e anche un po’ pagano. Oggi, quando ho letto questo bel post di Veronica sono riuscita a mettere meglio a fuoco il fastidio che provo.

Secondo me non sarebbe affatto male rispolverare le molte tradizioni italiane della festa dei morti. Ricordo un bellissimo libretto comprato a Napoli, che illustrava le usanze locali, centrate sul concetto di nutrire i defunti. Ma anche e soprattutto questo bel volume, da cui si può scoprire e imparare moltissimo. Credo che sarebbe molto istruttivo, per i nostri bambini, ritornare al contenuto originario, ormai talmente trasfigurato da risultare irriconoscibile. Questa festa di passaggio in cui i morti tornano a visitare i vivi, o almeno i vivi vanno a visitare i morti, racconta di un senso di continuità tra passato e futuro. Accostare i più piccoli al mistero della morte, anche attraverso colori e sapori, era un’usanza piena di saggezza. La paura, inevitabile, si imparava a gestirla, a esorcizzarla di persona e collettivamente. Magari anche il dolore e la malinconia. Tutti questi valori educativi vengono meno, se ricorriamo direttamente al vampiro di gomma e al sangue finto. E poi ci troviamo in grandissima difficoltà davanti al primo funerale. Mi pare che per molti genitori la morte provochi più imbarazzo del sesso. Non è un argomento facile, evidentemente. Ma una festa istituzionalizzata dava una bella cornice, poetica, consolatoria e persino gioiosa, in cui affrontare, implicitamente o esplicitamente l’argomento.

Ho paura che cercare di riportare i morti veri nella festa sia una battaglia persa, purtroppo. Di questi tempi temo non siano molte le persone convinte del valore di una tradizione “paganeggiante” (più facile infatti è vedere parrocchie e oratori tentare di contrastare la tendenza con anatemi vari o con gli artifici di dubbio gusto a cui si faceva riferimento prima). Peccato. Però non posso che condividere la speranza di Veronica: “Ma sì, arriverà poi il giorno in cui ce ne andremo tutti insieme nella nebbia della Bassa, a mangiarci un piatto di cappelletti fumanti”. O il torrone dei morti a Napoli. O qualunque altra squisita ricetta si adatti ai luoghi stupendi di cui è ancora pieno questo nostro Paese bistrattato.

P.S. Se a qualcuno va di raccontare tradizioni a riguardo che ha vissuto o che conosce, mi fa molto piacere.

Dopo tanti anni…


Stasera ho avuto una illuminazione di autoconsapevolezza. Scusate se è poco. Tornavo da un incontro di quelli un po’ curiosi, inaspettati. Uno dei pochissimi lettori del mio libro storico-religioso serio, amico di amici, aveva insistentemente chiesto di conoscermi. Tornavo dunque da una piacevole chiacchierata con lui e sua moglie, a casa di questi amici comuni. Rivedendomi mentalmente in quella conversazione, ho finalmente messo a fuoco – per contrasto – una caratteristica di mia sorella Marina che per molto tempo le ho invidiato e che a tratti, forse per questo, ancora mi infastidisce. Il mio e il suo sono davvero di stili opposti di comunicazione, che ottengono comprensibilmente risultati diversissimi.

Mia sorella, fin da quando ho memoria di lei, seduce. Non fraintendetemi, è una rispettabilissima madre di famiglia. Ma è quello il suo stile. E lo applica praticamente in tutte le circostanze: seduce non solo gli amici, ma anche i negozianti, con cui spesso ha (o cerca) un rapporto privilegiato, i vigili urbani, i postini, i vicini, eccetera. Maschi o femmine che siano (anche se, a mio modesto parere, spesso le riesce meglio con i maschi). Con questo non voglio dire né che sempre ci riesca, né che lo faccia (sempre) intenzionalmente. Ma la disegnano così. E’ il suo stile.

Io non sono mai stata seducente, in nessun modo. Ora che mi sono riconciliata parecchio con me stessa, posso concepire che qualcuno mi trovi interessante, persino affascinante. Ma seducente proprio no. Io, anche e soprattutto quando sono a mio agio (come stasera), solitamente travolgo il povero interlocutore con l’ardore di un fiume in piena. Butto fuori tutto, faccio salti logici spaventosi, mi lancio in decine di argomenti e vorrei continuare all’infinito. Non è un trattamento a cui tutti reggono, evidentemente. Ma soprattutto questa modalità ha un grande difetto: per attivarsi, mi ci devo applicare. E per applicarmici, la persona deve rivestire per me una qualche forma di interesse. Il che, evidentemente, non si dà in tutte le occasioni e tanto meno può verificarsi con interlocutori funzionali come il tabaccaio, l’autista del tram e, ahimé, le attuali maestre di mia figlia. In tutti questi casi io, solitamente, finché posso taccio e basta. Apparendo il più delle volte, posso presumere, scontrosa e scostante.

La prova provata l’ho avuta con i vicini di casa. Abituati a mia sorella, che abitava in questa casa prima di me, credo abbiano avuto un vero e proprio trauma. Io saluto educatamente quando ci si incontra, mi è successo (in tempi abbastanza recenti, quindi dopo almeno otto anni dal mio ingresso in casa) di scambiare qualche chiacchiera su bambini e banalità, ma mi è sempre sfuggito profondamente cosa mai potremmo dirci. E quindi non lo dico. Non è per snobismo. Non sono proprio capace, mi imbarazza.

Al contrario, immagino che chi mi ha conosciuto con i giri “di web” difficilmente mi descriverebbe come una musona taciturna. Credo piuttosto di essere stata inquadrata come soggetto fin troppo loquace. E con questo torniamo alla mia tesi iniziale. Chi scelgo di frequentare, di persona o virtualmente, mi interessa. Chi mi interessa, deve scontarlo sopportando (anche) la mia espansività verbale e argomentativa.

 

Un tipo passionale


“Allora, come è andata?”. La maestra di yoga C. mi ha fatto da subito una certa simpatia. Alta, snella ma non magra, con un piglio da generale di armata e una solida concretezza che cozza con l’immagine della pratica tutta sospiri e visualizzazioni di onde del mare. L’ora e mezza che ho trascorso sotto la sua guida è stata sorprendente. Ho scoperto l’esistenza di punti del mio corpo che ignoravo totalmente. Ho scoperto che si può sudare disperatamente anche stando quasi fermi. Questo yoga è praticamente l’anti zumba. Silenzio, ma lavoro di precisione. E un calore sorprendente che sembra sprigionarsi da ogni giuntura.

Mi preoccupavo della mia incapacità di fare cose nebulose tipo “visualizzare il corso dei pensieri che scorrono”. Ma poi ho realizzato che non mi è stato richiesto nulla di tutto ciò, eppure per un’ora e mezza non mi sono distratta un attimo. Da cosa? Boh. Dal lavoro, direi. Un lavoro apparentemente impercettibile, ma non per questo meno intenso.

Com’è andata, allora? “Beh, molto diverso da quello che mi aspettavo”. Credevo (e mi ero anche un po’ pentita) di essermi adagiata su una roba soft da sessantenne, da rinunciataria. Grassona, sono le calorie che devi bruciare, altro che ohm! mi dicevo tra me stamattina. Invece stasera sono estenuata e soddisfatta, con i muscoli tutti, ma dico tutti, ben doloranti.  E la soddisfazione di essere persino servita come esempio. No, mica perché ero brava. Ma perché sono “un caso strano” e quindi didatticamente utile: nonostante una vita da incriccata, infatti, sono eccessivamente snodata in alcune articolazioni. “Tu devi lavorare sulla forza, invece, devi andare sempre al di sotto del movimento che ti viene spontaneo”, correggeva C. implacabile. Le mie braccia tremavano come ricotta fresca. Con pochi sapienti tocchi, infatti, gli esercizi dai nomi impronunciabili e indistinguibili diventano personalizzati: un cuscino sotto la testa di una, un mattone a fianco dell’anca dell’altra. Strano da spiegare. A ciascuno il suo.

“Insomma, credevo che fosse molto più soft”, ho confessato alla fine. “Eh, lui è un tipo passionale”, ha ribattuto C. come se fosse la cosa più naturale del mondo. “Lui” è, suppongo, il maestro iniziatore di questa specifico tipo di yoga, il metodo Iyengar. “Al resto ci si arriva così, colpendo duro”, insiste lei con un sorriso assassino. Non so se voglio sapere cos’è esattamente il resto. Però stasera mi sento da Dio. E’ un sollievo un po’ simile a quello del massaggio thailandese, che a suo tempo avevo accostato al parto: è talmente meraviglioso che sia finito che il corpo esulta in ogni cellula. Ma qui c’è anche la soddisfazione di essere sopravvissuta e anche tornata a casa sulle mie gambe. Anche se mi sento un po’ come se dei guizzanti energumeni indiani dal sorriso soave mi avessero preso a randellate sulle scapole e sui glutei. Pacatamente.

Metafora


C’è stato un pomeriggio di molti anni fa in cui sono stata scippata, nella via dove abitavo. Avevo una borsa che si portava in mano, con i manici, che mi piaceva moltissimo. Due persone sono arrivate alle mie spalle in motorino, sul marciapiede, e mi hanno strappato la borsa. Io l’ho tenuta, per un po’. Mi hanno trascinato sull’asfalto.

Quel pomeriggio era un pomeriggio di un periodo particolare. Mia sorella era ricoverata, in coma, all’ospedale di Perugia. Ho suonato alla porta, non avevo più le chiavi. Mi ha aperto mio padre, talmente stravolto che non si è accorto che ero in lacrime, sanguinante e con i pantaloni stracciati. Mia madre era in ospedale da mia sorella. Un’altra delle mie sorelle mi ha aiutato, mi ha accompagnato al pronto soccorso e poi a fare la denuncia. La mattina dopo io e mio padre dovevamo andare a Perugia, a dare il cambio. La medicazione me l’hanno cambiata lì.

Un dettaglio che non so collocare in un luogo preciso, ma che è legato a quella sera è che quando mi hanno medicato mi hanno fatto un male cane. Mi hanno spiegato che dovevano pulire la ferita in profondità e quindi hanno dovuto scartavetrare (non è il termine giusto, ma quello era l’effetto) la crosta che si era già formata.

Un dolore così l’ho provato stasera, guardando il film “Lo spazio bianco“. Non sono in grado di spiegarvi tutte le ragioni. Un po’ per pudore, un po’ perché non le capisco bene e fino in fondo neanche io. Certo è che in qualche modo esulavano dal film e andavano a pescare in qualche parte del mio passato che non dimentico, ma non rispolvero volentieri. Come la storia dello scippo, che pure mi ha lasciato una visibilissima cicatrice sul ginocchio.

Però (domani mi ripijo)


Certi giorni, tipo oggi, mi sento come se si fosse rotto qualcosa nel meccanismo che regola le mie giornate. Non riesco a smaltire le piccole delusioni, i contrattempi, le paturnie di poca importanza. Si accumulano. E con loro si accumulano anche le cose da fare che non riesco a gestire con efficienza. Senza una ragione precisa mi ritrovo a un certo punto ad avere smarrito anche il senso di quello che cerco di fare. Continuo ovviamente a farlo. E’ il mio lavoro. E’ anche il mio lavoro? Forse il problema sta in quell'”anche”. Sono abituata a trovarci di più, nelle mie giornate lavorative. Il di più che non può sempre esserci. Il di più che, obiettivamente, non può interessare a tutti. Il di più che a volte è solo troppo.

In tram, tornando a casa, mi ha assalito una specie di magone, che si è alzato come una nuvola di polvere dai miei passi. Cerco di distrarmi con telefonate “di servizio”. Una di queste evoca alla mente un’immagine precisa. Un uomo di mezza età, occhi chiari, passo deciso. Borbotta sempre tra sé. A volte addirittura impreca. Passa e ripassa, in questi anni, davanti al negozio di Nizam. Una volta, lo ricordo come ora, in piena estate Nizam rovesciava secchiate di acqua (pulita) sull’asfalto davanti all’ingresso per pulirlo e rinfrescarlo. Uno schizzo d’acqua arriva sui pantaloni di lui, che si sta avvicinando come sempre a gran velocità. Scenata violenta, parolacce, bestemmie. Poi si allontana. Ecco, oggi quest’uomo si è tolto la vita.

Torno a pensare che la sofferenza ci sta intorno e ci assedia. I miei amici a volte ritengono che io, per lavoro, ne intercetti di più. Non credo che sia poi così vero. Forse la differenza sta nel fatto che da noi le persone cercano di farsi ascoltare, il più delle volte. Nella vita normale, invece, la sofferenza vera si cerca di non dirla. E tanto meno di ascoltarla.

La rabbia più grande


Non so se questo post valga o meno, per il blogstorming di GenitoriCrescono. Perché, onestamente, la Guerrigliera si arrabbia, urla strepita, fa i capricci. Ma la rabbia, quella vera, è tutta mia. Se guardo indietro mi pare che la rabbia sia stata mia fedele compagna da sempre. Da piccola, quando mi raccontano che quando mi arrabbiavo varamente riuscivo anche svenire. Da ragazza, quando mi mordevo le mani quasi a sangue (a volte lo faccio ancora). E, devo ammetterlo, anche da adulta: con stupore ripenso ai mille episodi in cui, specialmente con i familiari, ho perso il lume della ragione. Ho urlato per ore, ho vomitato veleno qua e là, cercando di dimostrare che no, calmarsi non era possibile. Ieri sera però notavo un fatto. Da quando mi arrabbio con mia figlia, sono costretta ad affrontare la cosa in modo del tutto diverso. Le volte che con lei ho perso il controllo (ce ne sono state), mi sono talmente spaventata che adesso, istintivamente, cerco di controllarmi. Arrabbiata, furiosa quanto prima: ma cerco di non urlare, di non trascendere, di prendermi una pausa anche io prima che sia troppo tardi. Sarà questo allenamento, o forse l'età che avanza, che mi ha portato a modificare molto anche il mio atteggiamento con gli adulti, persino con i familiari. Non è che mi arrabbi meno, anzi. Ma cerco di esternarlo in modo più controllato. Al limite di evitare lo scontro. E' meglio? Non lo so. La rabbia di prima, certo, spaventava gli altri. Era inadeguata, imbarazzante, completamente ingiustificabile. Ma era liberatoria. Dopo una sfuriata riuscivo a non avere nessun rancore, davvero. Magari poi i rapporti si rompevano lo stesso e passavo giorni oscillando tra il rimorso e la paura. Ma non lasciava altri strascichi in me. Finite le urla, per me la questione era chiusa. Ora davvero non potrei dire che sia così. La rabbia trattenuta si trasforma in tristezza, e la tristezza in risentimento. Ho la sensazione che questa rabbia stemperata in evitamenti e in distanze sia molto più pericolosa dei miei sanguigni scoppi giovanili. Avete presente il duello tra Maga Magò e Mago Merlino ne La spada nella roccia? Non più draghi che sputano fuoco, ma piccoli microbi, molto più letali.

Questo post partecipa al blogstorming

Che dire?


Poi dicono che la gente non legge più i giornali. Quando uno degli argomenti è la telefonata in cui il Sottosegretario alla Difesa parla di un certo "testa di c." e un altro è la rivendicazione del medesimo Sottosegretario, che non si scusa perché lui parla così e usa tale affettuoso epiteto quotidianamente per chiamare suo figlio… Siamo oltre l'incredibile, o piuttosto sotto qualunque livello di credibilità e accettabilità. Ma perché non si dimette? si chiedono in molti, riferendosi all'attuale premier. Ma perché non si dimettono tutti, in massa? mi chiedo invece io. Come si può tollerare di continuare a sedere in un Parlamento che è decisamente parte in causa dello sfascio di questo Paese? Come si può tollerare di andare avanti come se nulla fosse, conteggiando voti di qua e di là, inventando soluzioni creative per mantenere lo status quo? Ci sarebbe davvero un gran bisogno di qualche gesto serio di dignità. L'Italia le risorse umane le ha, le avrebbe. Bisogna uscire da questo pantano. Come? Se io fossi un politico, di qualsivoglia parte politica, sentirei su di me, personalmente, l'onere di dimostrare che la democrazia ancora esiste, da qualche parte nel mondo, e che invece di esportarla a colpi di bombe forse è giunta l'ora di importarne un pochino. Dignità, serietà, professionalità. Ripeto, in questo Paese esiste tutto. Perché continuare a ignorarlo? Non ci credo più, non ci credo affatto alla responsabilità di uno solo. Credo però in tante responsabilità individuali, pesantissime, anche di chi non sarà mai chiamato a darne conto. E ora? Ora davvero non saprei. Speriamo che quanto di giusto esiste in Italia riesca a reggere a questa ennesima inondazione di vergogna. E a tutte le conseguenze, anche economiche, che ciò comporterà. 

Quando uno se le cerca


Conversazione mattutina tra Meryem e suo padre.

– Hai visto la mia foto truccata da principessa?
– Mmmmm….
– L'hai vista, papino???
– Sgrunt… mmmmm… sì. Ma non sembri tanto una principessa
– Come nooooo???
– Anzi, sai che ti dico? Lo sai che ti abbiamo trovata per strada?
Commento 1: non vedo il nesso. Capisco che stavi dormendo, ma puoi fare di meglio…
– Ma che dici? Io sono nata dalla pancia della mamma, non mi avete trovata per strada.
– E chi te l'ha detto?
– Mamma!
– E come ci saresti finita nella pancia della mamma?
Commento 2: ma che, sei impazzito????
– Mammaaaaaa… Come ci sono finita nella tua pancia?
Chiamata in causa, mi tocca intervenire. – Ehm, glom, ti ci ha messo papà. (Oddio, no, così è peggio. Cerchiamo di correggere il tiro). Cioè, hai presente quando si mette un semino nella terra? Ecco, c'era un semino nella pancia della mamma e tu sei cresciuta (Semplice, naturale, vago quanto basta. Ottimo lavoro).

Più tardi, a pranzo con mia madre. 
– Mamma, ma esattamente come ce l'ha messo papà il semino nella tua pancia?