Certe volte, anche a causa di certe mie troppo incoraggianti frequentazioni (vero, Natalia?), mi sembra quasi di essere in grado di cucinare pure io. E, regolarmente, arriva il momento in cui faccio il passo più lungo della gamba. Situazione tipo: sera, dopo cena, guardo quello che ho in dispensa. Ma sì, perché no? Metto insieme due tre cose, le mescolo bene, una mezza bustina di lievito… Facciamo un dolce per la colazione. Risultato, immancabilmente: frittatone crudo (o bruciacchiato) dal sapore improponibile.
Per fare una cosa lievitata, ma in genere una preparazione cotta in forno, l’estro paraculo che mi salva in tante occasioni non serve. Ci vuole almeno un minimo di competenza, un progetto definito – che consente poi, ma POI, variazioni sul tema – e i tempi giusti. Parlavo venerdì scorso con la ben nota Francesca Sanzo AKA Panzallaria, che ci raccontava come incasinare la preparazione dei dolci più elementari. Anche quello è un talento e, udite udite, non sempre è possibile rimediare con un po’ di fantasia. Anzi, come nel caso della sua torta yogurt e banane, ci sono delle circostanze in cui il guizzo di creatività è peggiore del male.
Perché vi racconto tutto questo? Perché con tristezza vedo il mio Paese in mano a cuochi dilettanti e presuntuosi, che ancora sono convinti (nonostante il successo planetario di Masterchef) che basti mescolare un paio di ingredienti insoliti e dare una veloce mescolata per sfornare un piatto succulento (o almeno degno di essere impiattato). A Roma siamo in piena campagna elettorale e volano guizzi creativi da tutte le parti, per non parlare di quelli sfoderati per l’elezione del Presidente della Repubblica.
A me pare che si sprechino un sacco di energie per rabberciare e improvvisare a destra e a manca. Il sociale, in questi casi, è una spezia da ritirare fuori dai cassetti, meglio se per caramellare una bella quota rosa (ingrediente irrinunciabile e di gran moda, come lo scalogno). Possibile che nessuno abbia pensato, a tempo debito, a svegliarsi presto, fare un salto al mercato, scegliere gli ingredienti, possibilmente non avariati e lavorarci il tempo necessario per potere ora, impiattare con un briciolo di onestà?
Un casale in mezzo alla città. Magico come un castello di principesse. Meryem scorrazza su e giù, con una sua più o meno coetanea. E’ la seconda volta in due giorni che la guardo, anche da una certa distanza. La vedo muoversi più sicura, più decisa (e non solo per il piede, che inizia a dimenticare il gesso).
Una festa colorata, di quartiere e internazionale allo stesso tempo. Un luogo che senza tetto era forse più eroico, ma ora che il tetto ce l’ha è un patrimonio comune (che fa di tutto per restare tale). E allora si saluta senza rimpianto l’età degli eroismi.
Meryem canta “A come armatura” con il papà della nuova amichetta. Io incontro amici, vecchi e nuovi. Ma riesco anche a passeggiare in silenzio e a scoprire dei fiori arancioni, la luce del sole sui gradini di marmo, il fumo della grigliata che sale sopra il glicine.
Nell’ufficio chiuso al pubblico, ma che mia figlia considera aperto “perché noi conosciamo chi lavora qui”, disegniamo insieme un cielo stellato. “Mamma, chi sono i rifugiati?”. Chissà se lo ha sentito da me, oggi o in un’altra occasione. O forse da qualcun altro. Le rispondo, tranquillamente. Annuisce. Oggi è primavera.
Nel post precedente mi sono limitata a mettere tutta la carne al fuoco, in ordine sparso. Ho cercato di raccontarvi un po’ di idee uscite durante la presentazione del libro Costruire visioni. Però sono molte le implicazioni di un discorso del genere, calato nella mia esperienza attuale.
Pur consapevole che è difficile così, per iscritto, contribuire a una conversazione davvero significativa, nei prossimi giorni intenderei sottolineare un paio di direzioni possibili di ragionamento, separandole in post dedicati. L’idea è quella, da manuale, di dividere l’elefante a pezzi per riuscire a masticarlo. Sono consapevole che questo genere di post, sia per il contenuto un po’ hard, sia per la forma poco brillante, interessano una porzione limitata dei miei non molti lettori. Cercherò quindi di diluirveli un po’ nel tempo, abbiate pazienza.
Si parla di visioni, dunque. Il primo posto a cui guardo, istintivamente, è il mio lavoro. Mi accorgo, dopo un paio di cancellature, che rischio di fare uno sproloquio lunghissimo e noioso. Cerco allora di fare ordine.
# Lavorare nel sociale significa avere una visione?
Non direi, non necessariamente. Anzi, mi pare di poter dire che il processo di “progettualizzazione” del lavoro sociale (tutto ormai funziona per progetti, che iniziano e finiscono, al ritmo sempre più incerto e macchinoso dei finanziamenti) lavora attivamente contro la costruzione di visioni sociali. Leggo oggi questo articolo di Bernardino Casadei, che mi pare assai pertinente: sarebbe il caso di “verificare se le organizzazioni che perseguono finalità d’utilità sociale sono consapevoli del loro ruolo e del loro impatto nella costruzione del bene comune”. Un altro problema è la questione dell’erogazione di servizi sociali per conto terzi (specialmente per conto dello Stato o dell’amministrazione locale): in principio, di per sé molto ricco e positivo, della sussidiarietà scivola ormai pericolosamente nel subappalto (ancora Casadei: ” le organizzazioni non profit devono certo liberarsi da quella mentalità di erogatori per conto terzi, per cui l’unico vero obiettivo è quello di produrre il servizio nel rispetto degli standard richiesti al minor costo possibile, per imparare a definire e a comunicare quale sia il loro vero impatto in termini di benefici non solo economici e sociali, ma anche morali e civili”).
E’ una degenerazione irreversibile? Ma certo che no. Però è una bella battaglia, che richiede che l’organizzazione no profit in questione abbia una bella solidità, e non solo economica. Deve avere, anche in questi tempi di crisi e di ristrettezze, una visione. Noi al Centro Astalli mi sento di poter dire che la visione la abbiamo, bella forte: è quella del JRS e, più in generale, dell’apostolato sociale della Compagnia di Gesù. Suona stantio? Vi assicuro che pochi testi sono rivoluzionari e, appunto, visionari quanto i documenti della Congregazione Generale 34° (1995), in particolare il decreto 3 (La nostra missione e la giustizia) e il decreto 5 (La nostra missione e il dialogo interreligioso). “Se, come Ignazio, immaginiamo di rivolgere il nostro sguardo alla terra insieme alla Trinità, mentre sta per iniziare il terzo millennio del cristianesimo, che cosa vedremmo?” Insomma, non si può dire che questi gesuiti pecchino di ristrettezza di orizzonti… Certo, da qui a tenere conto di tutta questa larghezza di pensiero anche nelle scelte contingenti di gestione dell’Associazione, per non parlare dei singoli impicci del lavoro quotidiano, ce ne corre. Ma almeno qualcosa abbiamo.
#Lavorare nel sociale aiuta a costruire visioni?
Anche qui, dipende. Il lavoro nel sociale può essere fortemente logorante e spesso ci si trova a farlo in condizioni obiettivamente deleterie per se stessi e per gli altri. Altro che visioni. E’ già tanto uscirne sani di mente. Però è pur vero che sono anche lavori che più facilmente di altri si fanno per passione (nel senso, anche, di “attraverso la” passione). Sono lavori privilegiati, che allenano più di altri a uscire dagli schemi e a cambiare punto di vista (sempre se accompagnati da sufficiente spazio per il pensiero, cosa non banale). Il libro di Emilio Vergani mi ha richiamato fortemente quello di Cesare Moreno e forse la cosa non è casuale. Più ancora mi è tornato in mente un densissimo incontro con Cesare, per cui sono ancora grata alla mia amica Rosaria.
Cito dagli appunti di quel giorno: “Il metodo che noi seguiamo è la riflessione. Facile, direte voi. Tutti riflettiamo. L’uomo è animale pensante e dunque riflettente. Dipende cosa si intende per riflettere. Qui vogliamo dire riflettere sull’esperienza e fare in modo che ciò che ci accade diventi patrimonio di pensiero. Apprendere dall’esperienza non solo non è ovvio, ma è anche particolarmente difficile. […] Noi non abbiamo alcuna fiducia nella capacità del singolo di vedere la realtà nella sua interezza, ma crediamo che il gruppo sia in grado di ricostruire un quadro attendibile”.
Sarà un caso che queste riflessioni, che paiono andare in direzioni simili, nascano da persone che hanno immerso la propria conoscenza teorica in contesti sociali molto reali e concreti, dove molti (anche addetti ai lavori) vedono solo un’emergenza indistinta? Non credo proprio.
Quindi, per rispondere alla mia domanda, secondo me lavorare nel sociale potenzialmente aiuta. O, piuttosto, si potrebbe dire che chi lavora nel sociale ha una responsabilità maggiore di condivisione in vista della costruzione del bene comune. C’è poco da adagiarsi sugli allori, dunque.
Annunciare un post è un errore fatale. Specialmente se poi uno scopre che mica è tanto facile parlare di visioni e della loro costruzione. Il giorno dopo la presentazione del libro di Emilio Vergani (Costruire visioni. Fare il mondo come dovrebbe essere, Exòrma) raccontavo alla mia collega quanto mi avesse colpito la presentazione. “Bello, e di che parla?”. Gasp. Ho arrancato penosamente. Lei, per educazione, annuiva. Ma non sono riuscita ad articolare granché. E lì ho cominciato a capire che questo post non sarebbe stato una passeggiata.
Per fortuna ho preso appunti. Quelli analogici, con la biro sul quaderno. E’ un’abitudine che non riesco a perdere e mi ha salvato in molte occasioni. La presentazione, si diceva. Ricordo che, non molto tempo fa, si diceva con qualcuno che le presentazioni di libri “non funzionano più”. Non ricordo se fossi d’accordo o meno. Forse sì. Oggi direi, forse più banalmente, che dipende dalla presentazione. Certo, nessuno ha più voglia di muoversi in giro per la città, specialmente qui a Roma, per assistere a uno spot pubblicitario dal vivo. Ma se la “presentazione” diventa un’occasione di avere qualcos’altro, il discorso potenzialmente cambia. La presentazione organizzata da Exòrma mi ha permesso, per parafrasare un’espressione cara al libro, di “abitare” questo volume prima ancora di leggerlo. Credo che sia importante, per il fatto che il libro di Emilio Vergani sembra fatto per essere inserito in un dialogo. E’ in forma di dialogo l’ultimo dei capitoli, forse il più efficace di tutti. Ma anche il resto bisogna immaginarselo nello stesso contesto.
Ma insomma, di che parla questo libro? Credo sia stato molto azzeccato partire da una citazione, questa:
“Io penso che il senso del possibile in qualche modo sia presente in tutti noi proprio perché tutti noi siamo creature di senso – e non solamente di fatto. Però in molte persone il possibile viene come spento – forse perché ritenuto inutile alla vita quotidiana, al lavoro, ai rapporti sociali – al punto che, in breve, se ne perde coscienza e abilità. Quando però non si perde ma rimane attivo alcuni riescono a ricavarne un esito non scontato. Quell’esito è la visione. In altre parole, la visione è il risultato creativo del senso del possibile messo al lavoro”.
Giovanni Anversa ha definito questo volume “un libro atteso”. Nel senso che magari uno a priori non lo sa, ma poi – una volta letto – capisce che c’era proprio bisogno di fermarsi a pensare su come dare carne alle visioni e su perché oggi sembra più che mai difficile farlo. La visione non è un’utopia, non è un sogno. Che le persone abbiano bisogno di sogni è un assunto incalzante di una certa politica, che ci assilla con una sorta di “coazione onirica” (cito, mischiandoli, i relatori della presentazione). Ma la visione, soprattutto, non è l’elenco delle cose che ci pare giusto fare: insieme (o invece dei?) sogni, la politica ha scoperto gli elenchi. Otto punti, dieci punti. Concreti, pragmatici. Del tutto privi di orizzonte, intrinsecamente sterili. Non si vive solo di “to do list”, per quanto esse possano rivelarsi utili.
Cominciate a capire? Non si tratta solo di politica. All’inizio del ‘900 la visione nutriva molto le scienze: quelle sociali, quelle politiche, ma anche le cosiddette scienze dure (buttiamo lì qualche nome, a cui si fa riferimento nel libro: Basaglia, don Milani, Olivetti, i padri costituenti, Einstein…). Provate a riflettere su queste affermazioni di Vergani: oggi la letteratura ha chiuso i battenti, ci resta la narrativa; il cinema è ridotto a intrattenimento. L’ultimo visionario dei nostri tempi pare Steve Jobs. Cosa manca, cosa manca a noi, alle nostre vite e alla nostra cultura? La capacità di vedere quello che non c’è (ancora). La capacità di tracciare un’esperienza di senso, di alzare lo sguardo su un orizzonte. Condiviso.
Questo vale prima di tutto per il nostro stile di vita, che finisce per essere orientato verso beni di consumo, più che verso beni relazionali. Anche sul nostro modo di essere genitori. Negli ultimi due decenni non si è fatto che parlare di società del rischio, di insicurezza, di liquidità. Oggi ci troviamo nella società dell’eccesso di protezione, della ricerca della sicurezza a tutti i costi. Ci fanno paura cose che non sappiamo neanche bene cosa significhino. Passiamo la vita a erigere recinti protettivi. Non ci chiediamo più cosa e quanto perdiamo (noi, e più ancora i nostri figli) in questo zelante abbassare lo sguardo nel piccolo raggio di ciò che crediamo di controllare.
Altro spunto interessante. Un’altra reazione comune è quella delle visioni individualistiche, monotematiche, assolutizzanti, esclusive. Le monovisioni portano a leggere tutto in una chiave unica, a cercarsi e riconoscersi in etichette ristrette: quella di genere, quella di un certo tipo di alimentazione, quella di una specifica scelta educativa e via così. Sembra si faccia difficoltà, o addirittura si eviti, di cercare una visione più grande in cui comporre i nostri singoli pezzetti. Guardo il mio, assolutizzo il mio, mi riconosco solo in chi è esattamente come me (e se posso consolidare le mie sicurezze attaccando chi è diverso, funziona meglio). Penso a certe discussioni, anche sul web, e mi pare maledettamente e tristemente vero.
Dove coltivare il senso del possibile? Al momento pare proprio che non ci sia proprio lo spazio fisico. La politica, esangue, è l’ombra di se stessa. La scuola? La famiglia? Quel che si vede non pare promettente. Questo rattrappimento del senso del possibile va a braccetto con la paura, di cui ci nutriamo quotidianamente (e, questo aspetto mi fa davvero pensare, in cui per forza di cose immergiamo i nostri figli fin dalla nascita). La paura si supera solo con uno slancio in avanti. Uno slancio per cui fatichiamo a trovare una motivazione.
Viviamo immersi in questa mancanza di visione, a partire dal linguaggio. Il linguaggio ci fa dire cose di cui neanche siamo consapevoli. Lavorare sull’etica del linguaggio, anche attraverso la narrazione, ci aiuta a tornare consapevoli, a evitare di ritrovarci in una realtà che non ci appartiene, ma da cui siamo detti. Ma come ritrovare uno spazio pubblico del racconto di sé? Come fare il passaggio di condivisione di orizzonte che permette di costruire una storia diversa?
Questa è un’altra di quelle occasioni in cui mi piacerebbe parlare con voi non solo per iscritto. Mettersi tutti insieme in un luogo fisico e vedere dove ci porta la discussione. Intanto me lo dite se ci sono riuscita a passarvi un pezzetto di questa matassa di idee che mi si è aggrovigliata in testa?
Vi lascio con un video delizioso, che racconta la presentazione di Roma. Vi raccomando soprattutto la ricetta di Giovanni Anversa, nella parte centrale del video.
In questi giorni, mentre mi applicavo a ottemperare – inizialmente a malincuore – agli impegni presi, mi è tornato in mente un aneddoto della mia famiglia talmente mitologico da avere ormai perso quasi ogni addentellato con i fatti reali, per diventare una sorta di paradigma. Saprete forse che mio padre, di lavoro, faceva lo studioso di cose astruse e antiche. Diciamo che un giorno torna a casa visibilmente sconvolto. Dopo mesi, forse anni, a imbastire una teoria rivoluzionaria sulla corretta interpretazione dello pseudocommentario dello pseudo Pincopallis, noto solo da frustolo di manoscritto scritto con la mano sinistra da amanuense ubriaco (roba forte, dalle pesanti ricadute sulla storia della scienza), gli era cascato l’occhio su una noticina bibliografica in carattere micropiccolo in calce a uno dei millemila studi specialistici consultati alla bisogna. Per scrupolo, per mero maledetto scrupolo, e non senza svariate difficoltà logistiche, aveva messo le mani su un tomo tedesco denso e documentato, scritto da tale Otto Krunz. Ed ecco lì esposta nei minimi dettagli la sua teoria. Già edita e argomentata, scompaginata ai dotti della materia fin nelle pieghe più riposte. Le sue ricerche degli ultimi anni potevano, in buona sostanza, essere condensate in un sintetico “cfr. Otto Kunz, op. cit.”.
Sono momenti in cui la tempra dello studioso è messa a dura prova. Tacere di Krunz? Chi mai si prenderà la briga di scovare proprio quella particolare opera? (Internet non c’era ancora). E poi è in tedesco. L’ignoranza linguistica avanza anche nel mondo scientifico. Infine, dall’oscuro tormento interiore, emerge il ricercatore puro. Che, superato lo smarrimento iniziale, capirà che ci sono due o tre argomenti di Krunz che non suonano del tutto convincenti. E li userà per lanciarsi in nuovi, inesplorati sentieri della filologia (o di quel che è).
Da qualche giorno, per l’ennesima volta, mi trovo a scoperchiare il mio lato oscuro, per scrivere quello che, ancora una volta, sono certa sarà il mio ultimo articolo scientifico. E, mannaggia a me, invece di una cauta passeggiata in un terreno noto e poco interessante, mi trovo risucchiata da un tunnel in caduta libera di tentazioni speculative. Devo cavarmela con poco, sia come tempo che come spazio. E invece eccomi lì, ancora una volta, a tirare filetti che si portano via un ordito intero. Il dottor Jekyll stavolta non avrà vita facile. Le potenzialità del web non fanno che dopare l’Hyde biblista, squadernandogli davanti uno dopo l’altro articoli astrusi che lui stesso credeva inaccessibili.
Per un attimo, da un titolo in bibliografia, ho creduto di essermi imbattuta subito subito nel mio Otto Krunz. E invece no, via via che delle domande a cui undici anni fa non avevo saputo dare risposta iniziano a chiarirsi nella mia testa, ancora mi pare che la mia idea sia mia e mia soltanto. Che poi probabilmente tale resterà, vista la sede di presunta pubblicazione. “Ma che soddisfazione ti dava scrivere libri/articoli che leggevano solo una decina di persone?”, mi ha chiesto qualche volta il mio attuale capo. Lui, evidentemente, non si porta un Mr Hyde assatanato di lingue morte chiuso a chiave nel doppio fondo del cervello. Di solito direi: Beato lui. Certamente la sua esistenza è più lineare. Ma in questi giorni, in queste ore, mi godo l’impazzimento (part time) del cane da caccia – nonché il supporto, il sostegno e la compagnia qualche vecchio bracco come me. Grazie a tutti (ma specialmente a Caterina, che sono sicura che mi capisce fino in fondo).
Lo avete visto, il manifestino di Obama che un’amica mi ha premurosamente condiviso su Facebook?
Ecco. Nel frattempo, in Italia…
Credo che chi frequenta questo blog (e la sua autrice) sappia bene cosa penso dell’attuale legge sulla cittadinanza. Quella per cui il nipote di un italiano emigrato in Australia decenni fa è tranquillamente cittadino e votante, anche se non spiccica una parola e non ha mai messo piede qui, perché è il sangue che scorre nelle sue vene ad assicurarne la piena italianità, mentre un immigrato che lavora e paga le tasse può chiedere la cittadinanza solo dieci anni di residenza continuativa e poi mettersi comodo e aspettare che qualcuno gli risponda. Esempio di vita vissuta: Nizam è per ora riuscito solo a chiedere di presentare la domanda, non a presentarla. Per far ciò (e quindi per iniziare la vera attesa dell’esito, che dura anni) gli è stato dato appuntamento tra un anno e mezzo.
La campagna L’Italia sono anch’io ha raccolto centinaia di migliaia di firme a sostegno di due proposte di legge di iniziativa popolare per riformare la legge sulla cittadinanza. Trovavo le proposte sobrie e persino caute e, infatti, largamente condivisibili e condivise. La campagna poneva molto l’accento sul più grande dei paradossi, i bambini nati in Italia o arrivati da piccolissimi (i compagni di scuola dei nostri figli) che attualmente accedono alla cittadinanza solo dopo il compimento della maggiore età. Ma non si parlava solo di quel tema. Si abbassava il periodo di soggiorno richiesto da dieci a cinque anni, in linea con altri Paesi europei. Si parlava di partecipazione e diritto al voto amministrativo, sempre in linea con le direttive europee. Pur prudenti, erano passi di civiltà importanti (e necessari).
La cittadinanza è stato l’unico pallido balenare dei temi a me cari nel dibattito per le Primarie del Centro Sinistra (ne parlavo qui, già sconsolata). Già allora, in effetti, Bersani parlava di bambini. E basta. Il 19 marzo la promessa proposta di legge è stata depositata, a firma di Bersani e di due neoeletti parlamentari, Khalid Chaouki e Cécile Kyenge, che mi dispiace vedere definiti “i nuovi italiani portati in Parlamento dal Partito Democratico”, manco fossero pacchi (Khalid lo conosco personalmente e lo apprezzo, tanto per chiarire).
La proposta in questione ormai parla esclusivamente di minori ed è anche molto prodiga di cautele e distinguo. Tipo specificare che il minore deve essere nato in Italia o arrivato entro i dieci anni di età: “Il tetto dei dieci anni è stato individuato al fine di evitare che, nella prospettiva di poter ottenere la cittadinanza, minori stranieri, che abbiano un’età tale da consentir loro di affrontare il viaggio senza i genitori, siano inviati “clandestinamente” nel nostro Paese (dove vige la regola dell’inespellibilità dei minori stranieri non accompagnati), esponendoli in tal modo a rischi per la loro incolumità e per la loro crescita”. La preoccupazione quasi affannosa di prevenire obiezioni di questo genere, come pure la notazione rispetto all’accesso alla cittadinanza anche per i figli di stranieri non in regola con il soggiorno o soggiornanti da meno di cinque anni, dopo il compimento di un ciclo di studi (“In questo modo l’investimento nella loro istruzione non sarà ‘perduto’, perché sarà servito a creare dei nuovi italiani”), mi pare dicano chiaramente che a noi continua a parere normale che un tema come la cittadinanza continui in Italia essere argomento relativo alla pubblica sicurezza (da notare anche il termine clandestino/clandestinamente, sia pur virgolettato, che appare 3 volte in un documento di sei pagine).
E va bene il realismo, la prudenza, la ricerca del consenso trasversale, la strategia. Ma questo ulteriore arretramento che somiglia a una resa preventiva, questo giocarsi ormai solo il tema dei bambini che sono “pezzi de core” e omettere del tutto qualunque accenno a tutto il resto, personalmente mi lascia sconcertata, delusa, amareggiata. Meglio che niente, dirà qualcuno.
Ma basta! Fino a quando si deve continuare con il meglio che niente, che poi in genere somiglia molto al niente? Su, non è che pretendiamo Obama. Ma da questa palude di depressione usciamone, suvvia.
Se a qualcosa si crede sul serio, si cerca di sostenerla apertamente, con scelte e linguaggi semplici e diretti. Il che non significa essere refrattari alle mediazioni, a quella che Laura Boldrini ha definito “l’architettura” della politica. Ma per mediare una posizione di partenza esplicita deve pure esserci. Così viene il dubbio che a mancare siano proprio le idee, le convinzioni, la fiducia.
Eppure non è che occorra guardare agli Stati Uniti per capire che l’immigrazione è una risorsa immensa (e non parlo di badanti da strizzare ben bene e rimpatriare dopo l’uso, a nonno morto). Ne vogliamo parlare, per una volta, in termini seri? Economici? Demografici? Lasciando da parte i buonismi pelosi del “povero bambino, facciamo italiano anche lui” e il cinismo di chi comunque cerca braccia (meglio se “clandestine”) per raccogliere i pomodori?
Ma, per curiosità, voi come la vedete? Perché io immagino che la realtà quotidiana di tutti noi ci confronti con queste insufficienze che non sono solo burocratiche. Anzi, a volte si ha l’impressione che sono burocratiche e normative proprio perché sono insufficienze culturali. O no?
P.S. Mi casca ora l’occhio su un pertinentissimo editoriale del notiziario dell’Associazione Naga di Milano. Ve lo copio qui.
Seggi e migranti
Secondo il Censimento del 2011, sul quale si basa la distribuzione dei seggi delle recenti elezioni politiche, il totale della popolazione residente in Italia è di più di 59 milioni di individui, un dato che comprende 4 milioni di residenti stranieri di tutte le età (il 6,7% della popolazione), di cui quasi un milione nella sola Lombardia.
Mentre gli aventi diritto al voto sono soltanto gli italiani, l’assegnazione del numero dei seggi alle circoscrizioni di Camera e Senato è data dal totale della popolazione residente – italiana e straniera – nelle singole circoscrizioni.
Nel Nord-ovest risiede il 35,4% degli stranieri, nel Nord-est il 27,1 %, nel Centro il 24 %, nel Mezzogiorno il 9,6% e nelle Isole il 3,9%. La sperequazione è evidente ed è aumentata notevolmente con la triplicazione della popolazione immigrata nel corso del decennio scorso. Le circoscrizioni con le più alte percentuali di residenti stranieri, come quelle della Lombardia, esercitano un peso territoriale abnorme per i seggi che ottengono rispetto alle circoscrizioni dove la presenza straniera è minore.
La popolazione straniera conferirebbe potenzialmente almeno 41 seggi alla Camera e 23 al Senato. Depredati del diritto di voto, i migranti dilatano e distorcono il potere elettorale degli italiani: una doppia ingiustizia.
Al ritmo delle circa 65mila nuove cittadinanze concesse nel 2010, occorrono più di sessant’anni per fare degli attuali migranti dei cittadini con diritto di voto.
Ferruccio Gambino
Non so se esiste qualcosa di più kitch della tazza che è arrivata a casa mia sabato scorso. E’ un mug a strisce bianche e nere, ha un muso di gatto in rilievo e, udite udite, miagola. Sì, miagola. Quando la si solleva. Quando si socchiude lo sportello dell’armadietto in cui è riposta. Quando si apre il rubinetto vicino allo scolapiatti dove è poggiata. Miagola sonoramente, tre volte di seguito.
Eppure è proprio questo raccapricciante oggetto che mi ha permesso di fermare alcuni pensieri luminosamente felici, che mi appunto per non dimenticare.
Questa tazza mi fa pensare a mia sorella maggiore, che l’ha maliziosamente regalata a Meryem. A quanto è divertente ridere insieme a lei (dovremmo farlo più spesso). A quante cose divertenti possiamo ricordare. Perché per carità, la nostra famiglia non è stata tutte rose e fiori, però si è riso parecchio. Penso agli scherzi surreali che ci siamo fatti, agli aneddoti ricordati mille e mille volte. E penso anche che sabato a pranzo, per un attimo, mi è parso che Roberto Palazzi fosse lì a ridere con noi. Quanti momenti felici abbiamo avuto. Mica è da tutti.
La mattina dopo la tazza è stata usata da Meryem per fare uno scherzo perfetto al padre che, alzatosi un po’ assonnato, ha fatto per bere il suo caffellatte e si è trovato sommerso di inaspettati miagolii. Non credo dimenticherò mai le loro espressioni. Un momento perfetto. Il giorno dopo ne ho immortalato un altro, al negozio di kebab. E oggi mi dico: invece di recriminare sul fatto che questi momenti siano così pochi, forse potrei essere felice del fatto che ci sono. Lo sono, in realtà.
Per associazione di idee, ho pensato a me stessa. E’ vero, tante cose non le avrò mai. Non avrò mai, soprattutto, quel “per sempre” a cui in fondo, nella mia ingenuità camuffata da disincanto, ho sempre ambito. Ma oggi, mentre dalla cucina arrivano i miagolii della tazza, non voglio pensare a quello che non avrò. Oggi vedo quello che ho avuto (“Grazie, mio Dio, per la mia buona vita e per tutto l’amore che ho ricevuto”, scriveva Agatha Christie nella sua indimenticabile autobiografia) e, perché no, quello che ho ancora. Una risata. Una coperta divisa. Le piccole cose di ogni giorno. E a ogni giorno basti il suo affanno.
“Le amicizie sono un reciproco custodirsi, nella confidenza, nel rispetto e nel bene”. Da quando le ho sentite pronunciare, queste parole del Papa non mi lasciano tranquilla. Rileggo il testo integrale di questa omelia così composta, eppure così piena di forza. Come si esercita, questa custodia? “Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende”.
Se devo essere del tutto onesta, non credo di essere stata una grande amica. Ho sempre pensato di avere pochi “amici con la A maiuscola” e ho vissuto questa mancanza come una sorta di ingiustizia nei miei confronti. Ora vedo con chiarezza cosa è mancato, specialmente nelle amicizie della mia giovinezza: la mia umiltà. E, forse ancora di più, la capacità di restare presente anche quando non comprendevo. A dirla tutta, non ho mai pensato di non capire, anzi. Ho sempre giudicato. Non per malignità, a dire il vero. Piuttosto per una malintesa forma di onestà, di rigore tutto intellettuale, che nascondeva forse quella “paura della tenerezza” a cui pure l’omelia fa riferimento.
Oggi il web mi ha restituito tante occasioni sprecate. Mi aiuta ad allenarmi a un’amicizia più autentica. Mi offre le occasioni. Il resto, credo, lo hanno fatto l’età e le batoste. E’ un dato di fatto, però, che in questi ultimi anni, con quegli imprevedibili guizzi di positiva condivisione che offre la rete, la mia vita si è addolcita e alleggerita moltissimo.
Per tutte queste ragioni, e altre che non sono capace ora di formulare, sento l’urgenza di fare, almeno, alcuni ringraziamenti.
Alle amiche e gli amici “nuovi”, incrociati e frequentati (anche) attraverso il web. Grazie perché mi stupite, mi ascoltate (o leggete) pazientemente, mi fate pensare a interessi e possibilità a cui non sapevo neanche dare un nome, mi spingete in iniziative e progetti improbabili in cui riconosco la vera me stessa.
Agli amici “vecchi”, fedeli, spesso silenziosi e discreti. Grazie perché (ancora) non vi siete fatti scoraggiare dal mio carattere complicato e dalle mie lunghissime assenze. Non ve lo dico, a volte per anni, ma mi commuovete sempre, profondamente. E vi ammiro, perché non so se io, al posto vostro, saprei essermi fedele.
Agli amici che magari neanche si considerano tali, che si sentono intimoriti da me, o addirittura respinti. Non vi scoraggiate. Ho la testa dura e sono molto disattenta, ma prima o poi mi renderò conto che vi sto facendo un torto e di tutto cuore vorrò riparare. Magari sarà tardi, ma grazie di averci provato.
Concludo questo post insolitamente commosso con un pensiero per mio padre. Mi piacerebbe aver ascoltato questa omelia con lui, dal divano di casa.
“Signò, le disgrazie so’ artre. Pensi se ce troviamo Berlusconi al governo! Ecco, vede? Che sarà mai un piccolo incidente?”. Per piccolo, l’incidente era piccolo. La Guerrigliera sabato pomeriggio saltellava sui gradini dell’Altare della Patria (“Ecco, lo sapevo che era colpa sua. La patria, di questi tempi? La prossima volta al mare, o almeno ai giardinetti dell’EUR!”), ha messo un piede in fallo e si è fatta male. Confesso: non avevo dato alla cosa particolare rilievo. Abbiamo continuato la serata e lei stessa pareva aver dimenticato l’infortunio.
Ma ieri mattina la Guerrigliera era troppo lagnosa per non avere un motivo. Dopo aver provato a sgridarla un pochino, mi sono arresa all’evidenza. Aveva qualcosa. Traccheggio fino alle undici, poi noto che la caviglia è effettivamente gonfia. Dopo un attento assessment logistico (vi ricordo che ieri c’era il primo Angelus di Papa Francesco, nonché la Maratona di Roma), mia sorella ci trasporta al CTO, adiacenze kebab (Nizam ci ha dato il via libera dopo il passaggio dell’ultimo maratoneta). Ci accoglie un enorme e vistoso striscione: “CTO occupato”. Per fortuna ciò non pare inficiare il servizio in modo particolare, almeno al pronto soccorso.
Nella lunga attesa mi faccio mangiare un euro dalla macchinetta delle bibite, somministro alla zoppetta due improbabili panini burro e uovo all’occhio di bue (gradisce) e muoio di fame. Però un pronto soccorso romano ha sempre il suo stile inconfondibile, bisogna riconoscerlo. Alla prima visita un paio di garruli infermieri intrattengono me e Meryem con battute tipo quelle di sopra. I radiografi hanno inscenato uno spettacolino degno di clown professionisti (Meryem a questo punto mi sussurra all’orecchio: “Mamma, ma questi hanno bevuto troppo vino?”) e l’infermiere che ha messo il gesso prima ha fatto finta di ingessarle per sbaglio la fronte e poi continuava a contarle le dita del piede, sostenendo di averne persa una.
Comunque, gesso è stato. Per venti giorni. E ho la sensazione che questa nuova condizione ci darà l’opportunità di scoprire nuovi inattesi aspetti della vita di quartiere. Ho provato a telefonare a scuola per informarmi su eventuali possibili soluzioni. Le maestre si sono rimpallate letteralmente la cornetta per poi deliberare che nessuno dei presenti sapeva o poteva dire nulla: l’unica autorizzata a parlare di tanto scabrosi argomenti è la coordinatrice in persona (domani).
Noi intanto ci barcameniamo con le inevitabili sfighe incrociate che in questi casi accorrono a frotte come vespe su un picnic. Ah, per la cronaca: diluvia.
Eccoci qui, con un papa nuovo, proclamato in orario di TG serale, a beneficio di tutte le famiglie italiane (e europee). Noi compresi. Meryem ha rinunciato malvolentieri al cartone del dopo cena, ma alla fine ha seguito con una certa partecipazione (insofferente per la lunga attesa tra la fumata e lo scioglimento della prognosi).
Meryem inizia a rimuginare molto su quello che ascolta, riproponendolo a volte a più riprese. Le sue domande dirette, direttissime, spiazzano qualunque strategia educativa, se pure ne avessi una. “Mamma, ma non puoi essere tu il papa? Oppure papà? O nonno, se c’era ancora?” Ricapitolo sommariamente: io sono donna, papà è musulmano, mio padre oltre che morto era sposato. “Non può essere sposato?”. No. Individua quindi come possibile candidato l’amichetto Federico, che non ha la fidanzata e non la vuole (in particolare mi par di capire che non voglia lei, che invece gli si propone ogni giorno. Ma questo non lo racconteremo al padre curdo). Pausa. “Ma il papa deve essere per forza vecchio?” Mannaggia, questa bambina va decisamente dritta al punto. E questa da dove gli viene? Ricostruisco che quando mi ha chiesto perché serviva un papa nuovo devo avere optato per la versione “era molto vecchio e stanco”. Mah, di solito sì.
L’attesa si protrae. Meryem ha drammaticamente tempo di elaborare nuove domande. “Mamma, ma tu sei sposata?”. Avrei potuto rispondere che la domanda non era pertinente. Avrei potuto rispondere semplicemente no, tecnicamente corretto dal punto di vista civilistico. Ma invece mi sento rispondere: “Ora no, ma lo sono stata”. Immagino che l’intento fosse chiarire che, ammesso che vengano a breve introdotte le papesse, io sarei comunque fuori dalla rosa dei candidati. Ma come me ne esco? Lei non pare sconvolta. “Ah, sì? E con chi?”. Concisamente rispondo. Registra. Tirerà certamente fuori il tutto nel più imbarazzante dei momenti. Ben mi sta.
Mi salva il balcone che finalmente si apre. Mi impressiona il silenzio assoluto dei giornalisti dopo la proclamazione. Qualcuno, come me, avrà detto: “Eeeeh? Cioè? Chi è questo?”. Qualcuno, più preparato, avrò fatto un salto sulla sedia. Meryem guarda Touran e chiede, legittimamente perplessa: “Ma sarebbe questo?”. No, ancora un attimo di suspence. Il neo Francesco a pelle ci è piaciuto. Meryem si è lanciata entusiasta nell’Ave Maria (unica preghiera che conosce) e mi ha zittito severissima quando, nel momento di silenzio, cercavo di spiegarle cosa significasse. Ha anche severamente criticato il fatto che armeggiassi con il cellulare in un momento così solenne (ma mica è colpa mia se mi arrivavano millemila notifiche, manco avessero fatto papa me). Valle a spiegare che la benedizione valeva esplicitamente anche per i fruitori delle nuove tecnologie.
Poi l’ho mandata a letto, rafforzando la mia posizione con la buona notte pontificia: lo vedi, Meryem, che lo dice anche lui che è tardi? Poi ho chiamato Nizam, beccandomi qualche improperio: alla fumata, mi aveva imposto di fare un nome, per una scommessa in extremis. Io, sufficientemente depressa, ma con un certo pudore scaramantico ad esplicitare il nome che funesto mi aleggiava in testa, me l’ero cavata con un poco convinto “Ravasi”. Toppando, naturalmente. Però Francesco I l’avevo azzeccato. Dopo poco mi arriva un sms: “forza cesuiti” (traslitterazione turca di gesuiti, Nizam ancora dopo tanti anni ancora fa confusione sulle poche consonanti che divergono).
Da allora, fioccano i messaggi e persino le congratulazioni. Qualcuno mi ha chiesto di scrivere che cosa penso, seriamente. Me lo risparmio, rimandandovi a questo articolo della Murgia. In sintesi: guardiamo il bicchiere mezzo pieno e, soprattutto, guardiamo avanti. Che sarebbe proprio l’ora, nella Chiesa e nel mondo. Condivido quello che ha detto padre Giovanni, il presidente del Centro Astalli: magari questo venire “dalla fine del mondo” aiuterà a rivedere le priorità, a cambiare punto di vista. Fa sempre bene, anche alle persone. Figuriamoci alle istituzioni millenarie.
P.S. Un’ultima notazione. Ho letto, in un florilegio di citazioni pubblicate dal Corriere, alcuni commenti sul libro di Giona. Mi ha fatto piacere. Giona, per tante ragioni, è “il mio” libro della Bibbia. Mi riprometto di approfondire come mai papa Francesco se ne è occupato.