L’ebbrezza della fuga


Ricordo distintamente un gesto della mia giovinezza: ho infilato l’anello del portachiavi con le mie chiavi di casa al tergicristallo della sua macchina parcheggiata. Poi ho raccolto da terra qualche busta di plastica e ho camminato verso il capolinea dell’autobus. Da piccoli sogniamo spesso di fuggire di casa. Magari ci proviamo pure, una volta o due. Ma io l’unica volta che sono fuggita da casa avevo 27 anni e ricordo ogni minuto di quella mattina d’estate. Mi sono sentita forte e fiera, anche se non ne avevo alcun motivo (e purtroppo il seguito della storia lo ha dimostrato abbondantemente). Ma alle mie chiavi rosse e blu che scintillavano al sole, incastrate al tergicristallo, ho ripensato mille volte nei tredici anni che sono seguiti a quel giorno.

Perché penso a questo, oggi? Perché non sono una persona coraggiosa e quel gesto è rimasto quasi unico nel mio curriculum. Ma, più ancora, perché in tutti gli altri giorni della vita – tranne quei due o tre che rimangono nella propria mitologia personale – non ci si può permettere di fuggire. Si finisce una giornata come quella di oggi, sbagliata senza un vero motivo. Si ingoiano due lacrime d’ufficio, per mera coerenza rispetto alle proprie paturnie. E poi si va a letto per svegliarsi di nuovo, sapendo che domani probabilmente non sarà cambiato nulla, ma sapremo di nuovo guardare nella direzione più costruttiva: in avanti.

Semplicemente non lo sappiamo


Se fino a ieri mi avessero chiesto, così su due piedi, di collocare Goma su una carta geografica avrei esitato molto (e probabilmente avrei sbagliato). Questa città del Nord Kivu, una regione del Congo orientale, è stata ieri occupata da un gruppo di ribelli. E’ uno degli episodi di un conflitto che dura da 15 anni, a cui non sono estranee le straordinarie ricchezze del sottosuolo della regione (tra cui il tantalio, un minerale di cui si fa largo uso per le moderne tecnologie, dai telefonini ai computer).

Da Goma, qualche giorno fa, è stato evacuato il mio collega Danilo, che  da tempo lavora per i progetti del JRS nella regione dei Grandi Laghi. I civili fuggono, ma bambini, anziani, disabili e malati restano drammaticamente indietro, abbandonati a loro stessi e in balia della violenza degli scontri.

Un particolare mi ha colpito, del racconto di Danilo (pubblicato integralmente sul sito del JRS): da quando la maggior parte del personale del JRS è evacuato dalle zone più instabili, i team non sono in grado di rispondere a domande sulla sorte di donne, uomini e bambini che non sono riusciti a fuggire. Sono i più deboli, i più fragili, gli anziani, i disabili, i malati. Proprio quelli che maggiormente avrebbero bisogno di essere protetti. E che invece, nella selezione spietata della disperazione, sono stati lasciati dov’erano.

“Sono sopravvissuti ai combattimenti di ieri? Hanno trovato un riparo per proteggersi dalle piogge tropicali che sono comuni nella regione in questa stagione? Hanno trovato qualcosa da mangiare e le medicine di cui hanno bisogno? È terribile, ma semplicemente non lo sappiamo”.

E’ un dettaglio piccolissimo di un quadro grande, mi rendo conto. Un quadro che coinvolge centinaia di migliaia di persone, che non hanno diritto a una menzione nei nostri telegiornali. Il Congo non è la Terra Santa di nessuno. Però io queste domande senza risposta oggi non riesco a togliermele dalla testa.

Il diritto di essere bambini


Avevo scritto prima un post che grondava così tanto moralismo che l’ho cancellato. Anche se non sembra, talora mi rileggo prima di pubblicare. Provo a riformulare.

Quando parliamo di diritti, oggi ad esempio di quelli dei bambini, tendiamo a pensare subito a quelle situazioni in cui essi sono palesemente violati. E, altrettanto palesemente, non da noi. Bambini soldato, bambini sotto i razzi, bambini sotto le bombe. E via così, di orrore in orrore.

C’è uno dei diritti del bambini che mi fa correre un brivido lungo la schiena. Perché sono io, o almeno anche io, che dovrei renderlo effettivo.

“I genitori (o i tutori legali) devono curare l’educazione e lo sviluppo del bambino. Lo Stato li deve aiutare rendendo più facile il loro compito”. E, ancora: “L’educazione del bambino deve: sviluppare tutte le sue capacità; rispettare i diritti umani e le libertà; rispettare i genitori, la lingua e la cultura del Paese in cui egli vive; preparare il bambino ad andare d’accordo con tutti; rispettare l’ambiente naturale”.

Scusate se è poco. Non basta mica mandarli a scuola (quello è un altro articolo – e anche un’altra storia). Se dovessi riassumere in una frase quello che è e sarà sempre la mia principale responsabilità, forse direi che io cerco di curare l’educazione e lo sviluppo di mia figlia soprattutto prendendola sul serio. E voi, cosa direste?

Forse non tutti sanno che


Come fanno le formiche uscite da un formicaio a ritrovare la strada di casa?

Qual è la differenza di alimentazione tra un picchio rosso e un picchio muratore?

Come avviene, nel dettaglio, l’accoppiamento delle libellule?

Come marcano il territorio le volpi?

Queste e molte, molte altre fondamentali nozioni erano contenute ne Il tuo primo libro della foresta, primo libro portato a casa da Meryem dalla biblioteca scolastica. Il progetto vuole che i bambini portino a casa il libro il venerdì e lo rendano il lunedì successivo. Ho mostrato molto entusiasmo per l’iniziativa, che mia figlia del resto pare aver preso molto seriamente. Avrei forse immaginato, però, una bella favola, tanto per cominciare.

La lettura integrale del volume è stata fatta in cinque intense sessioni. Ci siamo diligentemente sottoposte ai test di verifica alla fine di ciascun capitolo, in cui abbiamo dimostrato una discreta padronanza nel distinguere la cacca del coniglio da quella dell’arvicola. Abbiamo familiarizzato con insetti i cui nomi, confesso, continuano a sfuggirmi (e che spero ardentemente di non incontrare mai). Ho la coscienza di madre a posto.

Però. Non mi sono sentita di caldeggiare la realizzazione dell’attività pratica suggerita in fondo a uno dei capitoli: mettere strati di terra e sabbia alternati in un barattolo di vetro, coprire con foglie marce e introdurre nel contenitore “alcuni lombrichi” onde poter osservare come scavano i tunnel. Glielo facessero fare in classe, se lo ritengono indispensabile per la sua formazione di cittadina.

Quello che le madri immaginano


Quadro uno: interno, tardo pomeriggio. Cinque bambini compostamente seduti intorno a un tavolo, consumano la loro cena in un tempo congruo, autonomamente, intrattenendo una conversazione creativa ma a volume moderato. Frattanto la padrona di casa può dare gli ultimi ritocchi alla cena dei grandi. Musica jazz in sottofondo. Stesso interno, sera. I bambini prendono compostamente posto sul divano e gioiscono in silenzio della visione di un cartone animato di buon livello. Intanto i genitori consumano con calma la cena, immersi in intelligente conversazione.

Quadro due: interno, tardo pomeriggio. I bambini presenti si avvicendano al tavolo della cena, dove non sostano più di pochi istanti e mai in simultanea. Pretendono che venga tolto dal piatto, in sequenza mista: il pomodoro dalla pasta al ragù; la pelle dal pollo arrosto; la carne del pollo dal pollo arrosto rimanente: la pasta dalla pasta al ragù (frattanto nascosta sotto al tavolo). La padrona di casa si accerta rapidamente che il più piccolo dei cinque, momentaneamente scomparso dai radar, non sia finito nel forno. Stesso interno, sera. Il cartone gira a vuoto. Cinque bambini sono intenti a fare devastazione intorno a loro con grossi salti e urla belluine. Il caos viene interrotto solo dall’urgenza di manipolare alcune lumache sul terrazzo (dove piove). I genitori, accasciati sul tavolo, tracannano Corona e, a seguire, brandy.

Indovinate quale delle due scene è realmente accaduta.

Troppa grazia, Crayola


E’ un po’ che aspettavamo l’occasione di provare il Magic Activity Set che ci ha mandato Crayola ormai da diverse settimane. Il nostro è di Cars 2 e contiene 2 album, uno con delle scenette da colorare e l’altro bianco per disegnare, tempere e pennarelli magici. “La magia non esiste”, mi spiegava saputa Meryem proprio ieri. E oggi siamo state smentite. Comincio a pensare che questi colori siano magici sul serio, ma non esattamente per il motivo che credete.

Conoscete il principio, vero? Almeno i pennarelli che fanno apparire disegni in appositi album sono abbastanza inflazionati in tutte le edicole. Quindi li conoscevamo già. Sempre divertenti, sempre buoni per non sporcare vestiti, mani, tavolini (ottimi per il disegno al volo prima di uscire, ad esempio).

Ma le tempere, almeno le nostre, si sono rivelate davvero soprannaturali. Non le avevamo mai viste, non eravamo sicure di come usarle. Hanno una consistenza un po’ strana, un po’ collosa. Ma ben presto ci siamo impratichite. Però alla fine, quando volevamo usarle di nuovo, non siamo più riuscite a trovare il vasetto d’acqua e il pennello che avevamo usato fino a due minuti prima. Dopo un’ora di affannose ricerche, abbiamo stabilito che i colori magici, sciolti nell’acqua, hanno reso invisibili vasetto e pennello. Il materiale illustrativo non specifica se l’effetto sia permanente o temporaneo. Se un giorno gli oggetti scomparsi, di punto in bianco, ricompariranno (magari perché mettendo in tavola un piatto rovescerò il vasetto invisibile) ve lo farò sapere. Intanto noi abbiamo continuato con i pennarelli 🙂

San Saba


La sera, la porta verde, il tè nei bicchieri di plastica. I colloqui nella stanza del volontario, seduti su una branda. San Saba. Il primo centro di accoglienza del Centro Astalli a Roma (ma la parola giusta, allora, era dormitorio), il mio lavoro serale per molti anni. Penso alle mie relazioni mandate per fax a un ufficio dove probabilmente non le leggeva nessuno. Molti nomi, molte storie. Qualche emergenza. Io ero sempre in seconda linea, ero l’unica donna, quella che arrivava per parlare e poco altro. Mi fa impressione che molti nomi mi sono ormai sfuggiti e che ogni giorno mi pare di perdere un pezzo di quei ricordi. Se il mio ormai ex collega ex Riccardo fosse qui, saprebbe aiutarmi.

Issa, l’afgano arrabbiato dai grandi occhi chiari. Non voleva imparare una parola di italiano finché non fosse stato sicuro di restare qui. Stanco di essere mandato come un pacco su e giù per l’Europa. “Io l’ho imparato, il norvegese”, mi diceva attraverso l’interprete “e per uno che non è mai andato a scuola mica è uno scherzo. Dopo due anni, mi spediscono qui. Dovrei ricominciare da capo, dici? E se poi mi mandano da un’altra parte?” Gli è passata presto, l’arrabbiatura. Di Issa ricordo soprattutto i sorrisi.

Un giovane ivoriano di cui mi sfugge il nome. Un puledro nervoso. Giocava a calcio, sognava (come molti ragazzi) di sfondare diventando un professionista del pallone, una star. Ogni tanto esplodeva, urlava, spintonava qualcuno. Ma con due pacche sulla spalla di Riccardo si è sempre ricomposto.

Un kossovaro di mezza età. Muratore al nero, lavoratore instancabile. Silenzioso, rispettoso. Una sera ci ha detto che era il suo compleanno e che finalmente aveva raccolto abbastanza soldi per ricostruire la casa e il negozio che la guerra gli aveva distrutto. Tornava a casa. Ci ha fatto vedere le foto della moglie e dei figli. Ci ha ringraziato. Il giorno dopo è ripartito. E un altro kossovaro (neanche di lui ricordo il nome), giovane, bellissimo. Anche lui sempre in cantiere. Ha preso la TBC. E’ stata la prima volta che ho realizzato che quella malattia così demodé, che sembra uscita da un romanzo dell’Ottocento, è tornata d’attualità da tempo, a Roma.

Il velocista congolese, che aveva chiesto asilo durante i mondiali di atletica a Catania. Il ragazzino palestinese, mascotte del centro dal primo giorno: sveglio, vivace, curioso, saltellante come un cucciolo. Il giovane iracheno che voleva lasciarsi morire di fame: non ho mai visto occhi tanto sofferenti. Un giorno è ripartito per l’Iraq e non ne abbiamo saputo più nulla. Ho sempre davanti agli occhi il suo sorriso triste e la preoccupazione sui visi dei sui compagni, di ogni lingua, razza e religione.

Padri di famiglia, studenti, giovanotti fieri della forma fisica, poeti, religiosi ferventi di varie fedi. Le camerate spoglie di San Saba erano per tutti. Io più che un’operatrice ero un’ospite, una o due sere a settimana. Mi preparavano il tè, caldissimo e zuccherato. Si parlava. A volte formalmente, per quanto formale fosse lo spazio arrangiato di quella stanzetta in cima alle scale. Più spesso si chiacchierava seduti sulla soglia, si incrociavano lamentele e speranze, confidenze e battute.

Dopo tanti anni, San Saba è stato rimesso a nuovo. Tra una settimana vedrò cosa è diventato. Diverse sono le persone che ci lavorano, diverso (spero migliore) sarà lo spazio a disposizione degli ospiti. Simili, ma tutte diverse, sono le storie di chi ci vive e ci vivrà. A due passi da Piramide, proprio dietro la FAO: vicinissime, eppure ignote ai più. In gran parte, e di questo mi rammarico doppiamente, persino a me.

Perché non mi convince il Movimento 5 Stelle


Ho avuto l’opportunità di incontrare Patrizia, blogger e ora convinta sostenitrice e attivista del Movimento 5 Stelle a Brescia. Pochi giorni fa, sul suo blog, patrizia ha dedicato un post di risposta alle critiche aspre mosse da Gad Lerner a Grillo sulla rivista Vanity Fair.

Non conosco a fondo Patrizia, ma la stimo per il suo impegno sincero e serio, per la sua palese buona fede e per la voglia, dimostrata più volte e anche in questa occasione, di non sottrarsi al dibattito. Per questo motivo credo che non me ne vorrà se traggo spunto dal suo post, ma soprattutto dalla discussione nata nei commenti, per mettere a fuoco cos’è che non mi convince affatto di un Movimento che può vantare certamente molte adesioni di valore sui territori.

Io non ho mai fatto mistero di non condividere affatto molti dei messaggi di Grillo, sia nei toni che nei contenuti. Ovviamente, facendo il mestiere che faccio, trovai particolarmente irritante nella sua arroganza il post sul suo blog in cui si argomentava lapidariamente che “La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali” (a commento della campagna L’Italia sono anch’io e della proposta di riforma della legge della cittadinanza, sottoscritta da centinaia di migliaia di cittadini). Ma più ancora non mi convince il livore come metodo di cambiamento. La violenza, che comincia dal linguaggio. Le parole sono importanti (me lo ricordava giusto oggi questa bellissima campagna di comunicazione).

Che ha a che fare questo con l’impegno di tante persone come Patrizia? “Le sparate di Grillo spesso ci mettono in difficoltà”, scrive anche lei. “Ma, con molta concretezza, ti dico e vi dico: è davvero fondamentale spaccarci adesso? O possiamo restare uniti per l’obiettivo comune? Stiamo provando una missione quasi impossibile….portare cittadini onesti nelle istituzioni. Possiamo focalizzarci sull’obiettivo? E’ più importante avere ragione e imporre la propria visione delle cose o raggiungere l’obiettivo?”

E, più precisamente: “se non fosse per Grillo che ci ha incoraggiato e dato uno strumento, il M5S non esisterebbe. Tanti consiglieri onesti non starebbero portando trasparenza nelle istituzioni. Nessuno avrebbe pensato a introdurre una legge che taglia fuori dal Parlamento i condannati. Io non amo i suoi modi. Non me ne sento affatto suddita. Ma sto nel suo Movimento, che lui ha finanziato e reso possibile, e di cui si è fatto garante”. E, a chi suggeriva che i movimenti di rappresentanza dei cittadini che sono nati su tanti territori dovrebbero iniziare a emanciparsi da un personaggio così ingombrante, risponde con un sano pragmatismo: “Bene. Lo paghi tu un portale di discussione da centinaia di milioni? Lo finanzi tu lo staff? Vai tu a fare gli spettacoli? Riempi tu le piazze? Va bene le proposte alternative, però concrete…”.

Ringrazio di cuore Patrizia, perché ha ragione. Credo che sia vero che nessuno degli esistenti partiti avrebbe dato la possibilità ai cittadini di esprimersi in una partecipazione diretta e attiva come quella del Movimento. Purtroppo. Eppure non riesco a non trovare molto pericolosa la dinamica per cui si è leali al buon padrone/mecenate, anche se non si condivide del tutto cosa dice e come lo dice, perché comunque permette di fare una bella e significativa esperienza politica. Siamo davvero sicuri che l’intento sia solo, puramente, lasciar spazio all’impegno spontaneo di cittadini che non trovavano adeguata rappresentanza? Io, istintivamente, diffido. E non perché difenda a spada tratta l’apparato esistente, che mi pare continui a fare una ben misera figura rispetto alle esigenze di governo di un Paese come l’Italia. Ma piuttosto perché non mi sembra che le scorciatoie possano davvero pagare. Se si deve ripartire dal basso, lo si dovrebbe fare con sobrietà, senza dipendere da un finanziatore privato unico. “Ma così non si partecipa nemmeno”, mi si dirà. Possibile. Ma io temo la fretta di costruire un partito di largo consenso senza un ragionamento serio sui contenuti condivisi, sul terreno comune positivo che aggrega le persone. Positivo, si badi bene: “questa politica ci fa schifo” è un contenuto efficace, ma non sufficiente.

Io l’argomento che quel che Grillo dice non è tanto rilevante lo accetto fino a un certo punto, finché è lui a pagare tutto. Specialmente se poi è soprattutto lui, il suo carisma, i suoi mezzi, a “riempire le piazze”. “A me più che la libertà degli individui di fare sempre e comunque quel cavolo che gli pare, preoccupano le figure di cacca che fa il Movimento e la perdita di consensi ogni volta che qualche pollo si fa lapidare in diretta”, aggiunge Patrizia a proposito del discusso caso della Salsi in tv. Io credo che sia normale che il Movimento possa peccare di ingenuità, proprio perché la costruzione di contenuti e competenze è stata, a mio avviso, forzatamente accelerata. Perché non costruire prima una competenza solida di politica amministrativa locale e solo poi lanciarsi nell’arena politica nazionale? Spero di sbagliarmi, ma non vorrei scoprire, di qui a qualche anno, che si è strumentalizzato l’impegno e la professionalità di tanti seri cittadini per finalità meramente personalistiche.

Lezioni di educazione civica (il tassista serio e la preside sopraffatta)


Stamattina per seguire la mia tabella di marcia mi servivano i superpoteri e, in particolare, il teletrasporto. Non essendo un candidato delle primarie del PD, ho optato per un taxi [OT: vi prego, siete ancora in tempo per dirmi che la home del Partito Democratico è opera di un hacker burlone]. Non è molto da me, ma c’è qualcosa nella faccia del giovane tassista che mi ispira e attacco bottone sull’argomento per eccellenza: funzionamento e disservizi del 3570, questione delle nuove licenze e l’eterno mistero: come mai ora che ci sono più taxi è quasi impossibile trovarne uno, quando ti serve? Il mio interlocutore dirotta il discorso su un tema lievemente diversa: l’etica professionale del bravo tassinaro.

Si parte da una banalità. “Io in effetti il supplemento per le corse in partenza da Stazione Termini non lo faccio mai pagare. Ma le sembra logico? Uno sta lì, in fila ad aspettare, e poi dovrebbe anche pagare di più? Io mi vergogno. E i bagagli? Posso stare lì col metro a misurarli? Per la seconda valigia si dovrebbe far pagare il supplemento, ma io non lo faccio. Dove dovrebbe lasciarla, la seconda valigia, il cliente? Alla stazione? Su, è ridicolo. Ma a dirla tutta, io a Termini mica ci vado volentieri. Non mi piacciono i colleghi che sgomitano per fregarti la corsa più ghiotta. Per non parlare degli abusivi. Io non sono un prepotente. Ma sono dell’idea che quello che ti tocca ti tocca: la corsa da 5 euro o quella da 40. Ci sono delle regole, vanno rispettate. E poi”, aggiunge in un sussurro, “la sa che ieri, che c’era il derby, tanti colleghi hanno aspettato la fine della partita per iniziare a lavorare? Io no, non lo trovo mica giusto. Se uno sta sotto padrone può forse dire ‘Arrivo tra due ore che prima c’è la partita?’. Molti dicono che il lavoro è roba nostra, ma mica è vero: le licenze sono una concessione del comune, noi siamo un servizio della città. Mica possiamo fare come ci pare. Quindi io ieri ho sofferto, ma il derby non l’ho seguito. No, neanche alla radio. Io sono contrario a tenere la radio accesa in macchina. Magari al cliente dà fastidio: durante il viaggio vuole starsene in pace, farsi le sue telefonate. Il cliente prima di tutto. Quindi, tra una corsa e l’altra, accendevo un minutino. Che poi, per come è andata, non valeva manco la pena…”.

Sono rimasta colpita dalla serietà di questo giovane, subentrato a un parente prematuramente scomparso, con due figli e una moglie a carico (“Quando non ci hanno preso il bambino all’asilo, lei è rimasta a casa. Aveva un lavoro precario, guadagnava quanto la retta del nido privato. Non valeva la pena. Certo, se avesse avuto un posto fisso era tutta un’altra storia…”). All’arrivo gli ho detto: “Grazie e buon lavoro. Certe volte mi pare di essere l’unica fessa che lavora con scrupolo, e invece…”. Lui ha sorriso: “No, no. Bisogna vivere da persone serie”. Vero, quanto è vero.

Dopo una lezione a giovani virgulti, futuri assistenti sociali (ancora lontani mille miglia dal percepire in che razza di trincea sanguinosa stanno per sprofondare, se lavoreranno), ho attraversato la città per andare a proporre un partenariato in un progetto a una dirigente scolastica di fresca nomina. Me l’avevano descritta come “un po’ burocratica”, severa e rigida. Quando l’ho vista sulla soglia, un po’ rannicchiata su se stessa, il body language suggeriva in effetti una certa ritrosia e diffidenza. Mi ci è voluto pochissimo per solidarizzare con lei. Mi ha dipinto un accorpamento di istituti scolastici al di là di ogni immaginazione. Lei è di fatto diventata imperatrice di una galassia surreale di istituti disparati, sparpagliata sul territorio, che include anche il carcere minorile e la prigione storica di Roma, Regina Coeli. “Sono arrivata il 1 settembre: non sono neanche riuscita fisicamente a leggere le circolari. Non amo dare il mio numero di cellulare, ma con due linee soltanto chi mi cerca non mi troverebbe mai. Non riusciamo neanche a renderci conto della consistenza patrimoniale di questo nuovo agglomerato di istituti, a chiudere il bilancio. Sto cercando di capire meglio cosa si è fatto e cosa fa, ma prima di poter delegare devo anche sapere chi sono i miei collaboratori, conoscerli, fidarmi”. E poi parte con una descrizione vividissima del lavoro nelle carceri, una roba che fa impallidire persino quello con i rifugiati. Passi il carcere minorile, dove si mantiene una parvenza di decenza: aule ampie, adeguate, persino colorate. Ma l’altro. L’altro non si immagina. “Ho un organico di quattro docenti, ne posso far lavorare due perché non ci sono fisicamente gli spazi per fare scuola. Non abbiamo aule, ci danno dei buchi, sporchi oltre ogni dire. Più di otto persone non ci vanno dentro. Ogni tanto ce ne tolgono uno, perché devono arrangiarci dentro una cella, con il sovraffollamento che c’è. E le misure di sicurezza, una follia, un’esasperazione. Sanno che la situazione è esplosiva, quindi reagiscono in modo isterico. Anche portare dentro un libro è un problema. Per non parlare di un computer. Ma che senso ha?”.

Già, che senso ha? Eppure questa donna, come tanti altri, come il tassista di stamattina, ce la mette tutta. Fa del suo meglio. Peccato che fare quel lavoro, con quei numeri e quelle condizioni, sia comunque impossibile. Andandocene, con il collega della Caritas ci siamo guardati e ci siamo detti: “Per quanto incredibile, a noi va meglio”. Pur nella stessa povertà di risorse, almeno siamo circondati di gente motivata, decisa, pronta a resistere. A scuola non è mica detto. E nelle carceri deve essere anche più dura. Però non si può cedere allo scoraggiamento e lavarsene le mani. Bisogna vivere da persone serie.

Le cose che non fanno notizia


Non fa notizia una pizza nel mio forno che non ha lievitato come si deve.

Non fa notizia Meryem che sabato prossimo imparerà una canzone nuovo al coro.

Non fa notizia un ufficio pubblico che funziona bene, e spesso neanche un ufficio pubblico che funziona male.

Non fa notizia una guerra civile che dura da marzo 2011 in una Paese che per molti motivi è vicino al nostro.

Non fanno notizia centinaia di famiglie che si chiedono come sopravviveranno all’inverno.

Sembra uno scenario da favola ottocentesca, vero? I bambini non hanno scarpe, non hanno vestiti pesanti, non hanno nulla da mangiare. Eppure questo è lo scenario che i miei colleghi del JRS si trovano davanti nel loro lavoro quotidiano, in Siria e nei Paesi dove molti siriani si sono rifugiati (Giordania, Libano, Turchia).

Oggi ricordiamo la maggioranza silenziosa di cittadini siriani che aspira alla pace e la cui sorte pare non stare a cuore a nessuno.

Questo post aderisce a “Siria, I Care” blogging day.