Il contrappasso


Ho passato i miei primi anni da mamma cullandomi in poche, pochissime convinzioni. La prima era che non avrei mai ceduto all'attività extrascolastica prima delle elementari: che esagerazione! Troppo stress, inutile aggiungere movimento al moto perpetuo della Guerrigliera, ma dài, è ancora troppo piccola. La seconda convinzione era che avrei evitato con particolare cura le attività tipiche della mamma snob-radical-chic-fashon-intellettuale monteverdina tipica (per i non romani: Monteverde è il quartiere di Roma dove sono nata e continuo a vivere, grazioso ma funestato dal grottesco orgoglio monteverdino di una larga fetta dei suoi abitanti). Sul secondo punto avevo già rischiato lo scivolone, con l'iscrizione all'asilo super mega galattico che non mi sarei mai potuta permettere. Ma i figli so' pezzi de core e non me l'avevano presa alla scuola comunale. Per fortuna le circostanze mi hanno fatto rapidamente rinsavire. 

Il primo cedimento l'ho avuto con il pattinaggio. Domani la iscrivo, lei dopo una lezione pare entusiasta, la giovane allenatrice mi ha incoraggiato il giusto e poi alla fin fine mi commuoveva che facesse lo stesso sport che era stato il mio. Ma avevo l'attenuante di tata Silvana, che aveva fatto pressing e chi sono io per dire di no a tata Silvana? Quindi questi due pomerigi a settimana li abbiamo al momento impegnati (che poi, visto che la pista è scoperta, finirà con il piovere abbastanza spesso per rendere l'impegno un po' più lasco).

Però oggi mi sono fregata con le mie stesse mani. Ci hanno invitato a una lezione gratuita di gioco yoga, proprio a un passo da casa. In assenza della tata, tentata dal tragitto che potevo risparmiarmi per portarla al parco (domani pare che mi tolgano questi punti, sempre che all'Inail qualcuno mi si fili… ma dell'Inail e della surreale settimana della soddisfazione del cliente vi racconterò in un altro post), ho prospettato a Meryem come mera ipotesi la partecipazione una tantum a una roba così. Non l'avessi mai fatto. Esaltata. Come se le avessi prospettato una nuotata con i delfini, una gara di arrampicata con suo padre e una sessione di cucina a casa di Natalia Cattelani impastate insieme. Ho tentato di non dare troppo peso alla cosa. Che ne sa lei dello yoga? Beh, a essere onesti un po' ne sa. Avete presente quell'orrendo pseudo cartone simil Teletubbies in cui dei personaggi con gli occhioni fanno, appunto, una sorta di esercizi di yoga insieme a dei bambini veri? Lei è una fan, non tanto del cartone (che trova noiosissimo e non so davvero darle torto), ma degli esercizi. Mi costringe a farli insieme a lei tutte le volte. L'associazione è stata immediata. Per cui, pur avendo tardato di 40 minuti sui 50 previsti causa fila dalla pediatra, Meryem non si è lasciata scoraggiare e mi ha messo in croce finché non ce l'ho portata.

E' schizzata dentro e si è lanciata nell'attività con un entusiasmo che ha lasciato perplesse le due fanciulle che gestiscono la cosa. Mi hanno chiesto se aveva già praticato. Io, un po' imbarazzata, ho confessato l'unica e francamente discutibile fonte dell'entusiasmo di mia figlia per lo yoga. "Si vede che è tanto portata". Oddio. Ho faticato a portarla via e confesso peraltro che l'ambiente è molto accogliente e piacevole, davvero a un passo da casa. Ci fanno yoga per gestanti e questo gruppo, una volta a settimana, per bambini. Non costa lo sproposito che temevo. Si paga mese per mese o, al limite, a singola lezione. Mi sento proprio la matrigna cattiva a negarle di provare almeno per un po'. Lei si è sbaciucchiata le maestre con un trasporto che non le avevo mai visto (dieci, intensi minuti di conoscenza) e si è portata via il suo mandala da colorare a casa. Glom. Non ci credo che sto per incastrarmi un altro pomeriggio. Tata Silvana, informata da me per telefono con voce tremante, mi è parsa possibilista. "Che bello, sì, certo, se si diverte perché no?". E già, perché no? Perché con un certo sgomento ho provato una sorta di affinità con le altre mamme presenti, intente a compilare con qualche difficoltà le fitte agende dei loro bambini. 

Ma visto che l'unica cosa che ho imparato in questa maternità è che è assolutamente inutile procedere per principi astratti, ebbene, proviamo. Vediamo come va. Tra l'altro ho come la sensazione che un po' di fantasia, di inventiva, di magia sia particolarmente necessaria quest'anno, in cui la scuola sembra ripiegarsi su un grigiume che ancora non posso dire che mi preoccupi, ma certo non mi riempie di trasporto e fiducia. Ooooohm.

Decisamente splatter – In ospedale


A grande richiesta, lusingata dal successo del post precedente (letto addirittura in diretta radio), continuo il surreale racconto dell’episodio che mi è valso sul lavoro l’epiteto “piedino fatato”, da cui dubito mi affrancherò facilmente.  Prima, qualche doverosa precisazione. Mi avete lasciato, alla fine del post precedente, appena atterrata all’interno di un’ambulanza del 118. La frase relativa agli abbrancicamenti è stata pronunciata dal portantino, mica da me. Ma vi pare che, in via di dissanguamento, mi mettevo pure a fare avances a baffuti operatori sanitari, sia pur ammirevolmente ironici? Seconda precisazione: l’ostetrica passava per caso, mica me l’hanno mandata dall’ospedale. Vabbè che la sanità italiana è quella che è, ma non esageriamo. In questo caso, nonostante le pietose condizioni in cui versavo, non sono riuscita a trattenermi e le ho detto che, quando ho partorito, una sua collega mi è svenuta sulla pancia. Sicuramente non mi avrà preso sul serio e forse è meglio così.

Torniamo dunque all’avventura. A sirene spiegate guadagniamo il Policlinico. La ragazza dell’ambulanza, quella che mi aveva misurato la pressione giudicandomi poi priva di sensi, mi intrattiene raccontandomi le sue disavventure contrattuali, nonché le sue recenti vacanze, accertandosi frattanto, con discrezione, che io continui a respirare. All’arrivo, mi forniscono di una sedia a rotelle e mi parcheggiano in sala d’attesa. Il Paladino sopraggiunge di lì a poco, con la scarpa insanguinata in un sacchetto di plastica. Ci accomodiamo, preparandoci a una lunga attesa, come usa in questi casi. L’infortunato romano sa bene che, per il solo fatto che è cosciente e  consapevole del trascorrere del tempo, al Pronto Soccorso molti, quasi tutti, stanno peggio di lui e dunque passeranno avanti. Si dispone dunque all’attesa e cercherà, almeno per la prima mezzora, di adeguare la sua espressione facciale a una compunta e rispettosa serietà, come si conviene al luogo e alla circostanza. Mi hanno etichettata come “urgenza minore” e dunque io, il Paladino e la busta sanguinolenta abbiamo cercato una collocazione semipermanente, la sedia a rotelle parcheggiata accanto alla sediolina di plastica libera più vicina.

Disclaimer: lungi da me voler ridere delle disgrazie altrui. Pur tuttavia, sono una strenua sostenitrice della tesi che in tutte le situazioni ci sia del comico. Anche durante l’organizzazione del funerale di mio padre abbiamo colto alcuni elementi irresistibili (la bara che abbiamo scelto si chiamava Messalina, per dire. A chi può venire in mente di chiamare così un modello di bara?) e sono certa che lui stesso non se ne sia avuto a male. Le situazioni che vado a descrivere, nella loro maggiore o minore tragicità, erano anche comiche. A questo titolo ne parlo.

Il fulcro dell’attività della sala d’attesa è una barella su cui giace un signore anziano. Dà un po’ nell’occhio a causa della folla che si va assiepando intorno. Volenti o nolenti, presto siamo diventati parte di una saga familiare. Il signore, infatti, oltre che di moglie è ben dotato di figlie (tre, quattro) con relativi mariti, nipoti ambosessi di varie fasce d’età, parenti vari e amici di famiglia. Tutti (ma soprattutto tutte) prodighi di buone parole per il congiunto e ansiosi che le buone parole suddette superino ogni possibile impedimento uditivo dell’interessato. Una caciara pazzesca. Interessante, peraltro. Col proseguire della conversazione deduciamo che il patriarca si apprestava a celebrare il Capodanno ebraico con tutti, ma proprio tutti, i suoi parenti. Le fasi del rito ci vengono incidentalmente illustrate dagli intervenuti, in forma di esortazioni (“dài, che ora torniamo a casa e facciamo una bella berakà… domani ci mettiamo a fare un bel seder tutti insieme, come tutti gli anni…”).  La concomitanza ha dunque favorito la partecipazione di tutti i congiunti all’evento imprevisto.

Io seguo con un certo interesse storico-religioso, ma sono distratta da un altro vecchietto, che mi siede accanto. Prima sbuffa con discrezione, poi sbuffa con molta meno discrezione, infine sbotta: “Ma insomma, io vado dentro e fuori dall’ospedale e mia figlia, quella disgaziata, manco una telefonata!”. Ora, io capisco il suo disappunto, ma non colgo immediatamente il nesso. Incoraggiato dal mio sguardo interrogativo, il signore prosegue: “E queste, invece, tutte qui. Tutte a frignà. Manco fosse morto. E se moriva, che facevano?”. Imbarazzata, cerco di far cadere il discorso, ma a quanto pare il signore si è reso interprete e portavoce dei sentimenti di molti altri astanti. Favoriti dal fatto che il patriarca viene finalmente portato alla visita, tutti si scatenano. Un ragazzo dall’aria mansueta apostrofa il vecchietto da lui accompagnato: “A nonno, qui stiamo a sfigurà. Vuoi che chiamo qualcuno e ci mettiamo a fà un po’ di casino pure noi?”. Io a questo punto mi sento di rassicurare tutti sul fatto che l’imminente arrivo di mia sorella terrà alto il livello di intrattenimento per tutti. Magari cambiamo genere, ma non ci annoieremo.

Un’infermiera, che mi aveva chiamato mezzora prima e poi, rassicurata della mia esistenza in vita, era risparita, ricompare sulla porta. “Ah, ma lei sta qua?”. Essì. Nessuna evasione. Io e il Paladino siamo tipi ligi al dovere. “A signò, ma lo sa che è un po’ sfortunata lei?”. Non ci crederà, ma lo avevo sospettato. “Perché sa, urgenze minori è bloccata da un detenuto. Finché non se lo riprendono in consegna è tutto fermo”. E mentre noi immaginavamo scenari allarmanti (l’evaso con la bava alla bocca intento a incatenare tutti gli ortopedici del Policlinico uno a uno), risparisce per un’altra mezzoretta.

Ce l’abbiamo fatta, alla fine. Mi hanno visitato, smucinato per controllare i tendini, siringato, ricucito, non senza prendermi per il culo come si conveniva (“Signò, adesso urli. Ce la dia un po’ di soddisfazione. Non urla? Ma non geme nemmeno un pochino? Sì, gliela abbiamo fatta l’anestesia, ma che fa? Qui ci offendiamo se nun ce fa almeno un urletto. No, la sedia ce riserve. Ma sì che può camminà. Magari non appoggi tanto il piede. Tanto per zozzo era zozzo anche prima, sa? La scarpa nun ce l’ha? Beh, veda di recuperarla. Arrivederci, baci ai pupi”).

E ora vi lascio. Vado alla medicazione. Nuove avventure mi aspettano. Magari mi spezzo il naso contro il ramo di un platano.

Decisamente splatter – I primi soccorsi


Disclaimer: se siete impressionabili magari non leggete, oppure leggete a salti.  Io farei così.

Che non era giornata dovevo capirlo già dall’ora di pranzo. Tata Silvana mi chiama in ufficio solo per le emergenze. Eccone una, fresca di giornata. Suo marito, al paesello, è cascato da una scala. Pare che lo ricoverino in ospedale. In ogni caso, lei è in partenza. Ovvio. Bene, mi arrangerò. “Peri, ma vatti a fa’ benedi’”, mi dicono gioviali i colleghi. Con mia madre bloccata in casa per infortunio e le risorse umane familiari già sovraimpiegate, in effetti la ciliegina ci mancava. Ce la farò. Me ne vado a una riunione con il fermo proposito di farla finire all’ora opportuna per scapicollarmi a scuola, prima del tempo massimo oltre il quale, hanno precisato le maestre alla prima riunione, scatta la denuncia per abbandono di minore (tolleranza: 15 minuti).

Con un sereno stato d’animo dunque salto sulla moto di A., gentiluomo d’altri tempi e anche di questi, paladino dei diritti altrui e strapazzatore dei propri. Così riduciamo i tempi per i tragitti. Siamo efficientissimi. Arriviamo, interloquiamo con chi dovevamo interloquire, passiamo rapidamente in rassegna i massimi sistemi come si conviene a occasioni simili e alle 3 e 10, soddisfatti e decisi, ci congediamo. Il Paladino si offre di portarmi al tram, per facilitarmi la fuga. Quand’ecco che…

“Ma come hai fatto? Cioè, che movimento? Era proprio un movimento illogico, ecco”, ha commentato il Paladino poi, durante la lunga attesa al Pronto Soccorso. Ho aperto un grosso portone di ferro e il mio piede era lì sotto. Sguosh. Quel che è seguito è stato raccapricciante. Eccessivo. Ma quanto diamine può sanguinare un piede? Molto, molto di più. Un attimo di lucido sconforto: “E mo’?”. Il Paladino scatta all’interno a prendere la cassetta del Pronto Soccorso. Io mi accascio nell’androne. Il setting è degno di Dario Argento. Passa un primo condomino. Sbianca. “Ha bisogno di qualcosa?”. Ora, se voi vedeste una tizia esanime a terra in una pozza di sangue, cosa direste? Me lo sono chiesta. Forse quello che ha detto lui. Ma magari non vi aspettereste comerisposta: “No, grazie, non si preoccupi”. “Ma è sola?”, incalza lui. Cioè: ha proprio scelto di lasciarsi morire dissanguata nell’androne di casa mia, o magari ha un piano b? Lo rassicuro con un filo di voce.

Arrivano i rinforzi. Hanno già chiamato l’ambulanza, mi tamponano il buco, mi fanno bere. Arriva una ragazza dall’aria simpatica. “Sono un’ostetrica. Posso essere utile?”. No, grazie, ho già dato. A proposito. C***o, la bambina. L’ostetrica volenterosa vedo che mi agito. Il malefico Androide nuovo di pacca, che da lì a poco si sarebbe anche scaricato, non trovava il campo. Dovevo avvertire Nizam. “Ecco, chiama il mio compagno”, le dico mostrandole il numero e dandole per brevi cenni il quadro del problema. Il che si è tradotto nella seguente surreale telefonata: “Buon giorno, signor Nissan. Dovrebbe andare subito a prendere sua figlia a scuola. No, non può parlare, credo sia svenuta. No, eccola qui”, ha concluso passandomelo, vedendomi gesticolare vigorosamente. Forse la modalità un po’ estrema della comunicazione ha fatto sì che il curdo cogliesse l’urgenza del suo intervento. Mollato il negozio, ha portato la Guerrigliera a fare shopping e poi a stender piadine fnché non l’ho raccattata io, sei ore più tardi.

Arriva l’ambulanza, a sirene spiegate. Mi descrivono come “priva di conoscenza”, anche se ci tengo a precisare che ciò non è del tutto vero. Mentre mi medicano, viene pronunciata da qualcuno la frase storica: “Ma la scarpa te la svuoto?”. La fanciulla che l’ha pronunciata intendeva credo sapere se doveva frullarla nel cassonetto più vicino o se doveva in qualche modo industriarsi (anche svuotandola, sì) perché la calzatura fosse in ancora utilizzabile. Mi aiutano ad alzarmi, mi aggrappo al portantino (“vedi che me devo inventà per famme abbrancicà”), guadagno saltellando su un piede il mezzo. Mi concentro e con un solo balzo, che mi pareva agile, supero il gradino che mi separa dalla sediolina. “A signò, veda di nun fracassasse anche l’altra caviglia”. Il personale sanitario italiano (e romano in particolare) ha due doti fondamentali: il crudo realismo accompagnato da un apprezzabile senso dell’umorismo. Avrei avuto modo di apprezzarlo a fondo anche in seguito. Ma il resto, imperdibile, seguito (Titolo: Vigilia di Rosh ha-Shana in Pronto Soccorso) alla prossima puntata.

Momcamp, the day after


Come è andata? Bene, benissimo. Ma siccome il piacere di vedere o rivedere delle amiche real-virtuali, la sensazione della gita scolastica, la sorpresa di scoprire che Veronica è una speaker radiofonica nata e via elencando non sono comunque, alla fin fine, l'esclusivo motivo di un invesimento di tempo e di soldi, beh, diciamo anche altro. Diciamo che i contenuti volevo sentirli, e infatti c'erano. Alcuni mi sono più congeniali, altri leggermente più distanti, ma certo non mancavano. Idee, progetti, denunce, confessioni. Una galleria travolgente. Forse un po' troppo travolgente. 

Mi spiego meglio. La mia ammirazione per Iolanda & Co. sale ogni volta che la incontro. Tempi serrati, organizzazione adeguata, buffet ottimo e abbondante. Meglio di così, umanamente, non si può fare. Tuttavia sono certa che a noi blogger, ingolosite da tanta grazia di Dio, è mancata soprattutto la facoltà di commentare. O almeno di farlo seduta stante. Perché no, decisamente, noi non lurkiamo (come ho imparato a dire anche io). Le statistiche ci danno ragione: leggere, o sentire, non ci basta mica. E al Momcamp lo spazio per il dibattito proprio non c'è. E anche se ci fosse, non basterebbe mai e forse non sarebbe adeguato come modalità (alzare la mano, lì in pubblico, alzarsi in una platea da convegno…). E allora? E allora il bello comincia ora, secondo me. Parliamone dove ci viene meglio parlarne: qui in rete.

Immagino che il blog del Momcamp potrebbe servire ottimamente proprio a questo, ma io intanto io qualcosina sul mio intervento l'ho già scritta nello scorso post. Mi riprometto di scrivere ciò che penso anche su qualche altro intervento, così da avviare qualche conversazione. E se le aggregassimo poi in un bel blogstorming speciale, sempre che Genitori Crescono lo consenta? Ci sono tante cose che ci sono rimaste sulla punta della lingua, ne sono sicura. La mancanza di discussione è ciò che più ha ucciso i convegni accademici, rendendoli una sfilata grottesca di performance fini a se stesse. Ma per noi non è così. Noi siamo blogger, ragazze!

Domani, al Momcamp…


Cosa dirò domani, al Momcamp? No, non ho fatto le slide. Le slide le uso per presentare i progetti al lavoro, quando voglio incalzare chi ascolta, stare nei tempi e dare l'idea di essere efficiente. Nei tempi ci starò anche domani, ci mancherebbe. Ma non vado a presentare un progetto, quindi le slide non ci stanno bene. Vado piuttosto a condividere dei pensieri, delle riflessioni, che nascono dalle mie reazioni, come persona (donna, cittadina, mamma, etc) e come professionista, all'esperienza multiforme della rete. E no, il tempo non mi basterà. Ma io spero che sia solo un inizio di conversazione. Il problema,mi direte, sarà dire le cose "giuste". Selezionarle bene. Io una scaletta me la sono fatta, ma non mi fido molto: a volte divago, magari sarò deconcentrata, rimbecillita, gasata dalle 24 ore di libertà assoluta. Mi sento un po' come quando, libera e senza pensieri, me ne andavo ai convegni universitari (ve l'ho detto che divago).

E allora fermo qui alcuni punti, così poi sarà più facile tornarci sopra, dopo. Il titolo che ho scelto è "Mamme social e impegno sociale: possibili contaminazioni?". Ora, sulle mamme social, per quanto brutta sia la definizione, non temo equivoci o fraintendimenti di sorta. Sull'impegno sociale sì. Dovrò sprecare qualche battuta per dire cosa NON intendo per "impegno sociale" (arbitrariamente, si intende): non beneficenza, non adesione virtuale a una causa, niente che si esaurisca in un click o che possa essere delegato ad altri. 

Mi sembra che, rispetto ad altri temi presenti in rete, il sociale sia rimasto diversi passi indietro rispetto ad altri (come ad esempio le questioni legate all'educazione, o alla tutela dell'ambiente). Siamo ancora a un utilizzo puerile e primordiale delle potenzialità della rete in questo senso e a un'informazione approssimativa e poco esauriente. E perché questo dovrebbe interessare a delle mamme? Perché il futuro dei nostri figli ci riguarda. Ci riguarda la loro educazione. Ci riguarda molto da vicino lo sviluppo delle società dove vivranno. Ecco perché credo che un passo avanti in questo senso serva, molto. 

Mi interessano soprattutto tre dimensioni, intrecciate e interconnesse, su cui spero di riuscire a soffermarmi brevemente: la dimensione informativa, quella educativa, quella "attiva". Io mi occupo di tematiche legate ai diritti umani, all'immigrazione, alla protezione internazionale. Gli esempi che farò partono dalla mia ristretta esperienza, professionale e personale. Non pretendo di essere esaustiva. Ma spero che molti altri possano dire la loro, a Milano e altrove. 

Le attività extrascolastiche: cronaca di una guerra non dichiarata


Se l'anno scorso ero assolutamente sicura del fatto che ogni attività sportiva pomeridiana fosse superflua quanto insostenibile, quest'anno titubo. Meryem vede tutti gli amichetti impegnati qui a là; le mamme della classe esortano, la tata fa pressing. In fondo si potrebbe anche fare. Esclusa la piscina, poco raggiungibile e francamente un po' scomoda d'inverno, io avevo optato per una molto decantata lezione di "gioco-danza", ubicata in una scuola dei paraggi. Ci vanno alcuni amichetti, è una sola volta a settimana e non richiede attrezzatura. Mi ero lavorata un po' Meryem, a cui l'idea piaceva, e mi preparavo, con molta calma, a prendere informazioni in merito. Ma avevo fatto i conti senza tata Silvana. Anche lei si è fatta un'idea, nel frattempo. Presso una parrocchia oratorio dove spesso lei e Meryem vanno a socializzare con i bambini del quartiere, c'è un corso di pattinaggio. Stessa location in cui io, seienne, andavo a spazzolare la pista a culate. Ah, il revival. E poi quest'anno ci sono i maestri del CONI (???). Un'occasione d'oro. Insomma, Silvana tifa per i pattini a rotelle. Misteriosamente Meryem, che l'anno scorso aveva giudicato l'attività "un po' noiosa", oggi sembra convinta che abbia il suo appeal. "E poi vedi, mamma, nel pattinaggio si fa anche danza". Questa, cara Guerrigliera, non è farina del tuo sacco, mi sa. I contro sono palesi: minimo due volte a settimana, pattini da acquistare, temibili saggi e, Dio non voglia, in futuro, anche gare in luoghi improbabili. Certo però che, a essere onesti, c'è anche qualche pro: trattasi (se le piacesse) di sport, serio e piuttosto bello; per me è stato una grande palestra di vita, perché mi faceva affrontare i miei limiti, mi ha insegnato l'autovalutazione e, soprattutto, mi ha insegnato a perdere. Ma soprattutto, cavoli, era una goduria. La sensazione del vento nei capelli mentre prendevo velocità, la soddisfazione di un atterraggio riuscito, il vortice delle trottole… senza essere una grande atleta, mi ha lasciato delle belle sensazioni. Silvana sarebbe felice. E io? Mah. Ancora titubo. Ho detto di informarsi, poi decideremo. Voi che dite?

Hop! Iniziamo una nuova avventura…


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Eccoci qui. Quando ho ricevuto l’invito di Iolanda a partecipare a questa iniziativa della Universal Picture Italia, ho pensato che capitava al momento giusto. Meryem finora è andata al cinema solo due volte e non ha visto molti film in dvd. L’opportunità di ricevere in visione gratuitamente alcuni film di animazione mi avrebbe consentito, in un colpo solo, di fare un figurone con mia figlia e di iniziare a discutere di cinema con lei. Meryem solitamente non le manda a dire e mi tentava troppo l’idea di recensire qualche pellicola con il suo apporto. Cars II, uno dei due film che ha visto sul grande schermo, l’ha definito piuttosto noioso, per dire. Io poi posso anche tradurre questa presa di posizione un po’ netta in una frase del tipo “la trama è forse un po’ complessa per una bimba di 4 anni”. Ma la sostanza resta quella: non le è piaciuto granché.

Veniamo quindi al film con cui abbiamo iniziato le nostre visioni casalinghe, Hop. Vi dico subito che la Guerrigliera ha decretato che le è piaciuto, molto più di Cars II. Aveva qualche problema solo con “l’uccellino giallo” (=il pulcino Carlos): le è sembrato davvero molto antipatico e, francamente, non so darle torto (anche se io trovavo l’accento del piumato golpista semplicemente irresistibile). La fabbrica dei dolci di Pasqua l’ha conquistata assolutamente: ci tiene a far sapere che lei ci lavorerebbe volentieri in un posto così. Inizialmente mi diceva che avrebbe preferito un film interamente a cartoni animati, ma alla fine il povero protagonista doppiato da Luca Argentero si è conquistato la sua stima. E’ stato bravo, sostiene mia figlia. Quindi è scusato per il fatto di essere umano.

Ma la vera marcia in più del film è stata la musica. Ai titoli di coda Meryem aveva allestito una postazione di percussioni nel mio salone e le dispiaceva solo non riuscire a ballare come si conveniva e scatenarsi alla batteria nello stesso momento. Si alternava tra una attività e l’altra, facendo integrare a me quella che era costretta a sospendere per mancata ubiquità. E così mi sono assicurata anche una congrua dose di fitness!

Come adulto mi sento di aggiungere che si tratta di un buon film per un pomeriggio tranquillo. Il messaggio sul rapporto padre-figlio e sulle aspirazioni mi è piaciuto abbastanza e mi pare sia stato colto da mia figlia (4 anni). Il limite, ovviamente, è la scarsa familiarità di noi italiani con la tradizione del coniglio pasquale. Questo coniglio sembra fare un po’ il verso a Babbo Natale, il che da un lato aiuta, dall’altro sembra un po’ forzato. Va detto però che alla fine i bambini si fanno meno domande dei grandi. Meryem ha registrato che “coniglio pasquale” è una professione come un’altra – e da un certo punto di vista ilfilm non la smentiva particolarmente.

Scuola, ce la possiamo fare (forse)


Ci risiamo, la giostra è ripartita. Lotta impari contro l'orologio, la corsa a ostacoli degli imprevisti e probabilità della scuola (specie pubblica), la socializzazione semi-forzata con le altre mamme, le feste dei compagni, il fondo cassa. Dopo il primo giorno, oggi, sto cercando di non dare troppo peso a qualche piccolo incidente di percorso. Più d'uno, a dire il vero. Prima di tutto l'odioso scarto tra orario dichiarato (anche con appositi cartelli) e orario effettivo, più corto di un paio d'ore. Poi il mistero dei bagni, il cui uso sembra concesso con una parsimonia francamente eccessiva per dei bambini di 4-5 anni. Non riesco a liberarmi dalla spiacevole sensazione che si tenda al risparmio delle energie e dell'impegno, oltre che delle risorse economiche. Ma la cosa che più mi ha infastidito è stato uno scambio davvero poco felice con una delle due maestre, quella che ci conosce già da un anno (l'altra è cambiata). Si parlava del fatto che mia figlia, nonostante sia figlia di musulmano e comunque non battezzata, frequenta l'ora di religione. "Ah, ma allora il padre non è musulmano", commenta la maestra. Beh, veramente sì. "Che strano!!!", insiste lei. "E dire che loro sono così fanatici. Lui deve essere proprio l'eccezione". Ora. Soprassedendo sul fatto che se uno ha in mente un (pre)giudizio così sgradevole, potrebbe sempre tenerselo per sé, o almeno aspettare che mi allontani per spettegolarne con qualcun altra. Vogliamo parlare del fatto che questa maestra ci conosce da un anno? Che ha avuto modo di vedere con i suoi occhi che padre sia Nizam (unico aspetto che dovrebbe interessarle, per inciso)? Che caspita di frase è? Come le viene? Vabbè. Mi becco tutte le canzoncine interculturali del mondo e poi… 
Ma veniamo ad argomenti più frivoli. Mi preme segnalarvi come, del tutto involontariamente, ho acquistato diversi punti nella stima delle mamme monteverdine. Considerato quanti ne perdo durante l'anno scolastico, partire da un saldo positivo mi può solo avvantaggiare. Episodio 1: festa di compagna di scuola, Villa Pamphili. Una delle mamme, che scopro militante di sinistra, si adopera per raccogliere firme per il referendum. Va dichiarata la data di nascita. Scopro con una certa sorpresa che un buon gruppo di mamme è nata negli anni '60, sia pure verso la fine. "Eh, almeno la tua data di nascita inizia con il 7…", mi dice una. Non so come mi sia uscito, ma ho detto: "Per non parlare di Nizam, che ha una data di nascita che inizia per 8…". Siepe di sguardi, per dirla alla De André. Oooops. Il pensiero palpabile nell'aria era: "Ma come fa 'sta carampana, che dimostra molti anni più della sua età, ad aver acchiappato un giovinetto?". Ehm. Mi allontano con discrezione. Non mi ameranno più di prima, ma qualcuna scoprirà per me una sorta di rispetto. Oggi è seguito l'Episodio 2. Con l'entusiasmo alle stelle, dopo l'ufficio mi sono trascinata in palestra. Avrei preferito quasi qualunque cosa. Mentre pedalavo svogliatamente sulla cyclette mi casca l'occhio su una bambina che si aggira tra gli attrezzi. Mi sembra familiare. E infatti… "Ciao!", mi dice semisgomenta la mamma della bimba, compagna di Meryem. Fingo disinvoltura. Dovevo essere uno spettacolo raccapricciante, ma vabbè. Lei si sta informando per iscriversi. Mi assicura che mi chiamerà per chiedermi un parere. Si vedeva vistosamente che ero l'ultima persona che si aspettava di incontrare e non saprei darle torto. Ma ora sono diventata anche, nell'opinione delle mamme della classe, una che fa fitness. Ci rendiamo conto? Vi saprò dire se tutto ciò avrà una qualche influenza sulla mia vita sociale. 

Io odio il calcio


E' stata una mattinata molto impegnativa. Estenuante. Ho bisogno del vostro parere, illuminati lettori, perché istintivamente sarei portata a strangolare la mia dolce metà. Ma non anticipiamo le cose. Il risveglio è stato faticoso. Nizam è uscito all'alba per una visita medica, Meryem era di traverso, io un po' idrofoba al pensiero della festa dell'accoglienza a scuola e relativa socializzazione forzata della durata di tre ore. Mentre la Guerrigliera cincischia con la colazione, io carico la lavatrice. Sto per chiuderla, quando mi torna alla mente l'immagine di Nizam che, la sera prima, si sfila la camicia e me la porge, dicendo: "Tieni". No, niente di sexy, cara Giuliana. Tuttavia il gesto, a pensarci bene, era un po' enigmatico. Io l'ho interpretato come: "Tieni (la mia camicia zozza, tesoro, e mettila al lavare al più presto affinché io possa indossarla di nuovo, visto che ci tengo molto, avendomela donata tu)". Quindi, con affettuoso gesto, ho infilato nel cestello anche la camicia in questione.
Mentre sono a scuola, travolta da un parapiglia di frugoletti urlanti e genitori abbronzati, mi chiama Nizam. "Dove cavolo hai messo la mia camicia? Stamattina non l'ho trovata da nessuna parte". "A lavare, tesoro", cinguetto io, sicuro che lui apprezzerà il mio insolito zelo casalingo. Silenzio di tomba. Parolacce in turco. Altro silenzio. "Amore? Ci sei ancora?". "1.400 euro". "Eeeeh?". "1.400 euro. Nella tasca. Non l'hai svuotata?". "Ma credevo l'avessi fatto tu. Me l'avevi data in mano…". "Vabbè. Argh. Uff. Parolaccia turca. Ciao". Io, vinto l'impulso di svenire sul colpo, mi consulto e cerco solidarietà da chi conosco. Il padre del fidanzato di Meryem (praticamente mio genero) mi assicura che se si tratta di banconote non devo disperare. Basta stenderle alla Totò e c'è speranza di salvarle. Finito il festino, mi precipito a casa. Apro cautamente la lavatrice, individuo la camicia. Che non contiene, ahimè, banconote, ma una poltiglia biancastra informe. Comincio a intuire. Lo chiamo per conferma. Mi monta prima lo sconforto e poi la furia omicida. Trattavasi di schedina del calcio scommesse. Stanotte ha giocato una delle squadre su cui aveva scommesso e il suo pronostico (insieme a vari altri precedenti) si era rivelato azzeccato. Pur tuttavia, mancano ancora due partite. Potrebbe (o, viste le condizioni della schedina, avrebbe potuto) vincere 1.400 euro. Ma anche no. Magari le altre due squadre su cui ha puntato perdono e la schedina non varrà più nulla. Anzi, sapete che vi dico? Gufate tutti con me. Gr Furth, Galatasaray: nulla di personale, eh? Ma vedete almeno di pareggiare, per la salute del nostro fegato e del nostro rapporto di coppia.

Ascolto e conversazione


Disclaimer: Questa non è una vera recensione ed è un post molto ingarbugliato, scritto più per mettere ordine nelle mie idee in questo momento che per comunicare davvero un'idea. Tuttavia, se unite anche i vostri pensieri, magari mi aiutate a capire che penso. Conversiamone! 🙂

Oggi, mentre leggevo questo manualetto, mi sono fermata a pensare che il maggiore guadagno che ho avuto dalla frequentazione della rete sono state proprio le conversazioni e l'opportunità di rifletterci sopra, sia per i contenuti che per le modalità. Le conversazioni asincrone dei commenti sui blog, ma anche quelle dal vivo, gli incontri e le condivisioni di interessi. Di contro, mi sono resa conto che la mia vita a tratti è stata sorprendentemente povera di conversazioni. Nonostante l'apparente comunanza di interessi con chi frequentavo, i percorsi comuni, finiva che avevamo l'impressione di camminare sempre su strade già battute e ci dicevamo ben poco. L'unica sostanziale eccezione è stata l'esperienza degli Orientalisti, che almeno nei primi anni avrebbe avuto tutte le carte per diventare rivoluzionaria, creativa, produttiva. Poi però abbiamo fatto degli errori, io per prima. E sono stati in gran parte errori di comunicazione. Difetto di ascolto, pregiudizi, poca flessibilità. Se riguardo a quell'esperienza da una certa distanza,  con il celebre senno del poi, posso attribuire questi errori al mio temperamento e alla mia immaturità, ma forse – soprattutto – al fatto che eravamo ancora troppo dentro gli schemi stantii del mondo accademico italiano. Sebbene pensassimo di rivoluzionarli, eravamo ancora troppo coinvolti da quelle modalità di rapporti e da quelle aspirazioni piccole, schematiche e poco promettenti. Oggi ho certamente meno vita sociale di prima, da un certo punto di vista. Ma negli ultimi due anni le mie interazioni e le mie conversazioni sono migliorate molto. Questo mi porta inevitabilmente a notare che invece in alcuni contesti, specialmente in famiglia (mia madre esclusa, almeno per alcuni aspetti) mi sento ancora molto poco ascoltata e, di contro, non sono capace di ascoltare. E' strano, ma i vincoli di sangue restano i più difficili da affrontare. Essere razionali in queste cose scivola troppo facilmente nell'essere poco spontanei, affettati, falsi. La famiglia mi pare ancora un obiettivo troppo ambizioso per le mie modeste doti di conversatrice. Quasi lo stesso posso dire delle mie due ex relazioni più passionali. Il pensiero di affrontarle di nuovo, o anche solo di riconsiderarle, mi fa tremare le vene dei polsi. Forse tra l'altro non è necessario che io lo faccia. Quale sarebbe esattamente il mio obiettivo, se decidessi di farlo? Forse solo dimostrare a me stessa che sono in grado e non mi pare motivo sufficiente, soprattutto se non sono in grado. Ma continuerò a rifletterci sopra.