Non capisco


Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto. Come raccontare a una madre, a un padre, che la loro figlia di vent’anni è morta di cancrena per le botte ricevute da una Kapò? Come descrivere la pazzia di alcune di quelle ragazze a coloro che le amavano? Adesso molti dei genitori, dei fratelli, dei mariti, non ci sono più; le ferite non sono più così fresche. A quelli che restano spero di non fare troppo male. Ma adesso devo mantenere la promessa che ho fatto a quarantasette ragazze che sono morte ad Auschwitz, le mie compagne di lavoro. E a tutti gli altri milioni di morti dei Lager nazisti.

(Settimia Spizzichino, Gli anni rubati)

Ieri sono andata al Teatro Palladium, per uno spettacolo in occasione della Giornata della Memoria. Era dedicato al ricordo di Shlomo Venezia, scomparso pochi mesi fa. Sono stati letti alcuni brani tratti da questo libro, che penso che mi procurerò. Per i primi venti minuti, corrispondenti più o meno all’introduzione degli organizzatori o poco più, mi sono trovata a fare i conti con un pensiero che non mi è del tutto nuovo. Aveva a che fare con la testimonianza, e specificamente con la testimonianza dell'”indicibile”. Non posso fare a meno di pensare alle persone che arrivano, oggi, ora, in questo momento nella mia città e sono sopravvissuti alla tortura. Non a traumi, a violenze, a difficoltà, a violazioni dei diritti umani. Proprio alla tortura strutturata, organizzata, quella che fa riferimento a metodi specifici in tutto il mondo. Non posso fare a meno di pensare che ci sia un nesso tra queste testimonianze: quelle, ormai poche, della Shoah e quelle, per lo più non raccolte né ascoltate, di un numero piccolo ma non insignificante di uomini e donne delle più varie origini.

Un nesso ovviamente non vuol dire precisa corrispondenza o equivalenza. Già mi sento risuonare in mente le proteste, non necessarie, sull’unicità della Shoah e sulla sua irriducibilità a qualunque altra esperienza, sia essa personale o storica. E tuttavia mi colpiscono le parole della moglie di Shlomo Venezia, Marika, riguardo allo straordinario e devastante dolore che a suo marito dava quella testimonianza, necessaria. Il senso di colpa del sopravvissuto. L’immagine del campo che non ti lascia mai, in ogni istante della vita successiva. E visualizzo altri volti, molto diversi tra loro e da quello di Shlomo Venezia.

Credo che il lavoro sulla memoria della Shoah fatto in molte scuole italiane sia eccellente. Mi colpisce la volontà sincera di “passare il testimone” alle generazioni future, perché ciò che è accaduto non diventi mai un fatto storico qualunque, remoto, risolto, come le guerre puniche. Tuttavia credo anche che sarebbe importante riflettere su cosa rende profondamente urgente e importante fare questo. Non  solo l’esigenza di contrastare e arginare chi nega che ciò sia stato. Soprattutto, io credo, si tratta di spiegare a chi non l’ha vissuto che quello che è successo ha una valenza universale. Che riguarda ciascun uomo, in ogni periodo storico e in ogni luogo. E forse il modo più efficace per farlo sarebbe allungare lo sguardo anche alle vittime di oggi. Ai genocidi che non hanno una cultura millenaria capace di tradurne l’assurdo in parole, poesia, musica, danza. Ai familiari che non sono confortati da nessuno nel loro sostegno improbo a chi non è in grado di raccontare cosa gli è stato fatto da altri esseri umani. Intenzionalmente. Scientificamente.

Ma cos’è che non capisci, mi direte a questo punto voi? Non capisco come Evelina Meghnagi e l’Ashira Ensemble non siano in cima alle classifiche musicali di tutti i Paesi del mondo. Non capisco e non mi capacito del fatto che mi sia ancora possibile assistere ai loro spettacoli facilmente, a due passi da casa e spesso pure gratis, quando sarei disposta a comprare il biglietto su internet sei mesi prima. Non capisco perché chi mi sente nominarli pensa che sia la solita roba da nicchiona, non fruibile per i più.

Dicevo che gli aggrovigliati pensieri di questo post li ho fatti nei primi venti minuti. Per tutto il resto del tempo la musica mi ha portato via, fuori dalla sfera delle parole. Sentitela, la voce di Evelina. Sentite la luce che sprigiona, fatevi portare attraverso la pienezza e la complessità della vita nelle sue minime sfumature. Ma non cliccate su un video qualunque. Andateci, di persona. E poi ne riparliamo.

Lettere dal mio passato


Ieri mi sono trovata sottomano le non moltissime lettere (6 in tutto) scritte ai miei da Gerusalemme, durante il mio soggiorno di due mesi per il quale usufruivo di una borsa di studio per lo studio dell’ebraico moderno. E’ stato un periodo molto intenso per me, un’esperienza davvero importante, a cui ripenso ancora oggi. Sere fa, con alcune amiche, ne ripercorrevo gli aspetti più comici, che certo non sono mancati. Questo mi ha spinto a ricercare le lettere. Va però detto che, a soli dieci giorni dal mio arrivo, è successo questo: io ero uno dei “summer students” menzionati nell’articolo e viaggiavo sull’autobus successivo della stessa linea, perché avevo trovato pieno il precedente. Le comunicazioni non erano quelle di oggi. Si telefonava con molta difficoltà e anche le lettere non arrivavano rapidamente. Niente web a disposizione, ovviamente.

Nelle lettere ai miei ho ritrovato aspetti di quel soggiorno che avevo dimenticato, o che ricordavo solo parzialmente. La testimonianza schiacciante che, per la prima e credo unica volta, contavo i giorni per tornare a casa. La fatica rispetto alla scomodità della logistica e la costante tensione che avvolgeva le nostre giornate. Il malcelato fastidio per lo stile generale, tutto ideologico, della didattica. A loro lo raccontavo in tono giustamente scanzonato e mi commuove anche il mio ingenuo modo di ringraziare i miei genitori per aver reagito in modo composto alla notizia dell’attentato (il mio fidanzato, appena ha saputo che non rientravo in Italia immediatamente ma continuavo il periodo di studio previsto, non ha più voluto avere contatti con me fino al mio rientro, offeso). Ma traspare anche la mia incertezza in un contesto di cui non sapevo molto, in un momento politico tra i più complicati (in quei giorni si firmavano gli accordi di Oslo 2 tra Arafat e Rabin, a novembre, poco dopo il mio rientro, hanno ucciso Rabin).

Vi racconto questo per dire che no, non vi propinerò l’intero epistolario. Estrapolerò i racconti più ironici e divertenti e forse qualche passo più serio qua e là. Rileggere, oltre ai miei scanzonati temi di prima media, anche queste testimonianze di ventiduenne mi aiuta a far pace con la giovane che sono stata, che non è stata in grado allora di fare alcune scelte che probabilmente avrebbero migliorato molto la sua (e mia) vita. Però faccio presto a dirlo io, disincantata quarantenne. La giovane studiosa un po’ arrogante ha fatto del suo meglio. L’ho rivista girare per il campus in cerca di una chitarra in prestito per ravvivare un po’ l’ambiente, o persino telefonare a perfetti sconosciuti (cosa che mi mette a disagio ancora oggi) anche per aiutare una nuova amica che aveva la prospettiva di rimanere un anno intero in quel luogo infame: e penso che in fondo fosse, a modo suo, molto più generosa di quanto ricordassi.

E continua a bollire…


Vi raccontavo ieri come sta prendendo forma l’idea di una grande giornata di cucina collettiva per il prossimo 31 gennaio. Se è possibile, adesso l’idea mi piace ancora di più.

Su suggerimento di Anna Lo Piano (sul web piattinicinesi e, per chi ha letto Terre senza Promesse, l’autrice della splendida poesia che dà il titolo al libro), abbiamo voluto rendere questo bel momento di condivisione anche un’opportunità di mostrare la nostra solidarietà. Tutti i partecipanti alla cucinata collettiva sono invitati a donare l’equivalente del costo del piatto che cucineranno alla mensa del Centro AstalliSe il web può essere solidarietà, calore, amicizia, non vogliamo dimenticare tutti quelli che sono soli, invisibili, al margini delle nostre città. L’idea è che in questa nostra festa in cui ognuno porta qualcosa ci sia un certo numero di posti a tavola per far sedere anche chi si trova in un Paese straniero dopo essere fuggito dalla guerra e dalla persecuzione. Quanti? Vedremo. Dipenderà dalla generosità di tutti. Per darvi un’idea, un pasto alla mensa costa 5 euro.

Poi, dopo il 31 gennaio, chi lo vorrà potrà partecipare a un turno di volontariato alla mensa del Centro Astalli, oppure a un incontro per capire meglio la realtà dei rifugiati in Italia che organizzerò in primavera, secondo una formula già sperimentata.

Che altro dire? Sono stupita e commossa dell’entusiasmo con cui questa idea è stata accolta. Tutto inizia a prendere forma. Tanto che la prima ricetta che sarà ospitata nella mia cucina si è già materializzata, stamattina, sul tavolo del mio ufficio (e emana un profumo da svenimento). Perché non ci limitiamo mica al virtuale, noi.

Vi invito ancora, dunque, a partecipare numerosi.

Per fare le vostre donazioni, trovate le indicazioni qui.

 

Cosa bolle in pentola


“Dal letame nascono i fior”, recita un celebre verso di De André. Io cantavo sempre “Dalle tame nascono i fior” e mi chiedevo cosa mai fossero ‘ste tame. Ma non è questo il punto. Quello che invece volevo dire è che su internet, certe volte, nascono polemiche sterili e inutili e i pettegolezzi si espandono a macchia d’olio. Già, è la natura umana e la rete non ci rende migliori. Semmai ci amplifica un po’ (e si ricorda tutte, ma proprio tutte, le nostre intemperanze, più di un partner rancoroso). Però, nella mia esperienza, questi poco edificanti episodi sono assolutamente marginali e insignificanti rispetto alle ondate di allegria, creatività, amicizia e solidarietà con cui il web ha inondato molte mie giornate. Anzi, come ho notato in occasione del mio ultimo compleanno, più passa il tempo e più queste ondate virtuali diventano veri e propri tsunami (in senso buono, eh?) molto reali e concreti.

Un anno fa, in uno di quei tanti vituperati gruppi segreti di Facebook, ideammo un po’ per gioco una manifestazione a blog unificati che ci ha viste diventare, sparse per l’italia e oltre, foodblogger per caso. Quest’anno, nel ricordo di quanto c’eravamo divertiti, abbiamo voluto organizzare una seconda edizione. Finalmente uscita dalla clandestinità, il prossimo 31 gennaio la manifestazione “Libera una ricetta” è aperta a tutti. Ovunque. Anche ai lettori di questo blog, si intende.

Ecco le regole:

“Anche quest’anno vogliamo replicare la bella iniziativa dell’anno scorso. Lo facciamo così, solo per il gusto di farlo, a blog unificati. Il 31 gennaio sarà un giorno in cui cucineremo insieme, scambiandoci le nostre ricette e liberando la nostra amicizia in rete.

Le regole sono poche e semplici.

1. Pubblicare un post il 31 gennaio (possibilmente intorno alle 11, ma l’ora non è fondamentale) e chiamare il post “liberiamo una ricetta: (titolo della ricetta)”. Alla fine della ricetta si metterà la frase: “Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web”. Poi inserire il link del post qui: http://www.mammafelice.it/2013/01/14/liberiamo-una-ricetta-edizione-2013/.

2. Chi ha un profilo FB è caldamente invitato a mettere per quel giorno come immagine del profilo il logo dell’iniziativa: il Keep calm… su fondo rosso. La seconda parte – che dovrà comunque avere attinenza con il cucinare – è libera (qui il link ad una delle pagine che creano “keep calm” http://www.keepcalmstudio.com/)

3. Quest’anno vogliamo che l’iniziativa coinvolga più persone possibile. Pubblicizziamola, quindi, in anticipo sui nostri blog, su facebook, su twitter. Propongo gli hashtag #liberericette #freearecipe. Più gente aderisce, meglio è.

4. Non indicate in anticipo che ricetta posterete. Conserviamo l’effetto sorpresa!

5. Divertitevi!

FAQ
– E se non ho un blog?
Le cucine sono aperte. Chi ha un blog ospiterà chi non lo ha. Basta chiedere. Peraltro se qualcuno ha più piacere di cucinare sul blog di qualcun altro anziché sul proprio, può farlo.

– Come deve essere il post?
Il tema della ricetta è libero. Si suggerisce di arricchirlo almeno con una foto del piatto. Ma se non ce la fate non fa nulla.

Le istruzioni sono disponibili anche in lingua inglese e spagnola sulla pagina Facebook dell’evento.

E se non avete Facebook? Poco male. Potete aderire lo stesso, mandando a me (o a un altro dei blog che partecipano all’iniziativa) la vostra ricetta e una foto che la illustra. La mia cucina è la vostra cucina (anche se sotto sotto spero per voi che la vostra sia più grande e più ordinata)!

Ma qual è il senso di questa cosa? Ho letto una gran perplessità negli occhi di una mia collega a cui accennavo all’iniziativa. Cerco di spiegarlo meglio. Immaginate una grande casa piena di amici. Una giornata di quelle piene di chiacchiere in libertà, di giochi, di pensieri, di confidenze. E ognuno porta qualcosa. Quante volta lo avete fatto, con i vostri amici o con i vostri familiari? Ecco, l’idea è un po’ questa. Riempire la rete di calore e, si potrebbe dire, di prossimità. Non per simulare una confidenza che non c’è. Non per dire che siamo membri di un gruppo, o che la pensiamo tutti allo stesso modo, o che ci vogliamo tutti tanto bene. Ma solo per ottimismo, per fiducia. Per la convinzione che per un giorno si possa davvero, simbolicamente, sedere tutti alla stessa tavola in una festosa e pasticciata convivialità delle differenze.

Insomma, non è proprio la cavolata che sembra, non vi pare? Ma, detto ciò, è un’ottima scusa per cazzeggiare in buona compagnia!

Se qualcuno vuole ospitalità per il 31 gennaio, mi contatti per mail (chiara.peri@gmail.com). Vi chiederò tutto il materiale possibilmente entro lunedì 28.

Partecipate, invitate, diffondete!

Cartoline


Il sole che si riflette sui sampietrini e il cielo blu, in alto, dietro la colonna Traiana. Un indiano immobile in posizione del loto sopra un bastone, tenuto in mano da un compagno. Un gruppo di musicisti suona un tango che rimbalza argentino per tutti i Fori Imperiali. Biciclette, monopattini, tante ragazze in minigonna che si fanno la foto con il cellulare con lo sfondo del Colosseo. E io. In questa città dove sembra esserci almeno un posticino per tutto e per tutti, mi sento a casa. Penso a quante volte, con il pensiero e con il cuore, mi spingo lontano. Forse troppo lontano? Alla fine la mia vita è ed è sempre stata qui.

Un capodanno tra amici. Resto stupita della velocità con cui il tempo passa. Ripenso ai vari Capodanni in cui le lancette dell’orologio parevano perennemente inchiodate sulle 22:25. E mi dico che la faccio sempre troppo difficile. Non era poi così complicato fare la scema per una sera e smetterla di cercare perfezioni inesistenti. La vita non è perfetta.

E ancora una volta, come mi viene istintivo fare, penso: dove vorrei essere? Forse, alla fine, qui. Al mio posto. Senza correre dietro a nulla e a nessuno. Buon 2013 a me.

Incredibilmente vicino


Al momento cruciale della svolta a destra davanti ai secchioni, io e Luca (alias “il Mignolo”) eravamo intenti in una improvvisa quanto appassionata discussione sulle politiche migratorie. Così siamo finiti in cima, proprio in cima alla collina di Cosso. Un analogo impeto nella nostra conversazione (in merito questa volta al movimento No TAV) si è ripetuto soltanto, il giorno dopo, in prossimità del bivio per Casale (ebbene sì, lo abbiamo mancato).

La mattina, alla vigilia della partenza per l’evento, sono affondata fino al ginocchio nella terra umida delle Cascine Orsine. Però Meryem ha visto un sacco di mucche (e io non mi sono neanche rotta una gamba). Il giorno dopo mi sono stampata lo spigolo del portellone del portabagagli sul sopracciglio destro: ma vuoi non avere un ricordo di un weekend così speciale?

A parte queste piccole goffaggini, che rendono più reale il tutto, il festeggiamento del mio quarantesimo compleanno è stato semplicemente perfetto. Al di là di qualunque aspettativa. Avvolto in una specie di luce magica, in una sospensione che rendeva tutto possibile. L’ho già detto altre volte: non mi venite a parlare di amicizie virtuali. Nella Sacher dei miei 40 anni di virtuale non c’era neanche una briciola. Certamente il virtuale ci ha aiutato molto a organizzare rapidamente e fin nei dettagli questa specie di incontro di mondi che è stato il nostro fine settimana. Un’armonia di diversità apparentemente irriducibili, del tutto compatibile con i ritmi più o meno folli delle nostre vite quotidiane.

Si corre, si corre, eppure avvicinarsi per un weekend è stato possibile. Più facile di quanto pensassi. Guardando il panorama straordinario dalla veranda di Paola, gustando quel senso di familiarità con i particolari tante volte descritti da lei sul blog e ammirando tutti quelli che lei non ha sentito mai il bisogno di descrivere, ho pensato questo: a volte è più facile di quanto ci si aspetterebbe. Ci si stringe un po’, si fa un giro un po’ più lungo, si butta un po’ di pasta in più (diversi chili, in questo caso), si rimanda un impegno. Ognuno ha dato il suo contributo ed eccoci tutti lì, con la Tosca, Andy, Twenty Millions e gli altri personaggio del nostro immaginario un po’ da favola.

Il Monferrato è incredibilmente vicino, se ci si va con la giusta compagnia.

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 P.S. A proposito di vicinanza: oggi il Centro Astalli lancia la campagna di raccolta fondi “Io sostengo da vicino“. Come vedete, basta davvero poco per cambiare in meglio la vita di un rifugiato.

Trovate il banner nella colonna a destra. Se per caso volete sostenere questa causa, che come sapete mi sta molto a cuore, potete metterlo anche sul vostro sito/blog, copiando questo codice:

<a href=”http://www.centroastalli.it/index.php?id=526” target=”_blank” ><img src=”http://www.centroastalli.it/uploads/pics/banner_iosostengo_01.gif” width=”220″ height=”70″ border=”0″ alt=””></a>

 

Quello che le madri immaginano


Quadro uno: interno, tardo pomeriggio. Cinque bambini compostamente seduti intorno a un tavolo, consumano la loro cena in un tempo congruo, autonomamente, intrattenendo una conversazione creativa ma a volume moderato. Frattanto la padrona di casa può dare gli ultimi ritocchi alla cena dei grandi. Musica jazz in sottofondo. Stesso interno, sera. I bambini prendono compostamente posto sul divano e gioiscono in silenzio della visione di un cartone animato di buon livello. Intanto i genitori consumano con calma la cena, immersi in intelligente conversazione.

Quadro due: interno, tardo pomeriggio. I bambini presenti si avvicendano al tavolo della cena, dove non sostano più di pochi istanti e mai in simultanea. Pretendono che venga tolto dal piatto, in sequenza mista: il pomodoro dalla pasta al ragù; la pelle dal pollo arrosto; la carne del pollo dal pollo arrosto rimanente: la pasta dalla pasta al ragù (frattanto nascosta sotto al tavolo). La padrona di casa si accerta rapidamente che il più piccolo dei cinque, momentaneamente scomparso dai radar, non sia finito nel forno. Stesso interno, sera. Il cartone gira a vuoto. Cinque bambini sono intenti a fare devastazione intorno a loro con grossi salti e urla belluine. Il caos viene interrotto solo dall’urgenza di manipolare alcune lumache sul terrazzo (dove piove). I genitori, accasciati sul tavolo, tracannano Corona e, a seguire, brandy.

Indovinate quale delle due scene è realmente accaduta.

San Saba


La sera, la porta verde, il tè nei bicchieri di plastica. I colloqui nella stanza del volontario, seduti su una branda. San Saba. Il primo centro di accoglienza del Centro Astalli a Roma (ma la parola giusta, allora, era dormitorio), il mio lavoro serale per molti anni. Penso alle mie relazioni mandate per fax a un ufficio dove probabilmente non le leggeva nessuno. Molti nomi, molte storie. Qualche emergenza. Io ero sempre in seconda linea, ero l’unica donna, quella che arrivava per parlare e poco altro. Mi fa impressione che molti nomi mi sono ormai sfuggiti e che ogni giorno mi pare di perdere un pezzo di quei ricordi. Se il mio ormai ex collega ex Riccardo fosse qui, saprebbe aiutarmi.

Issa, l’afgano arrabbiato dai grandi occhi chiari. Non voleva imparare una parola di italiano finché non fosse stato sicuro di restare qui. Stanco di essere mandato come un pacco su e giù per l’Europa. “Io l’ho imparato, il norvegese”, mi diceva attraverso l’interprete “e per uno che non è mai andato a scuola mica è uno scherzo. Dopo due anni, mi spediscono qui. Dovrei ricominciare da capo, dici? E se poi mi mandano da un’altra parte?” Gli è passata presto, l’arrabbiatura. Di Issa ricordo soprattutto i sorrisi.

Un giovane ivoriano di cui mi sfugge il nome. Un puledro nervoso. Giocava a calcio, sognava (come molti ragazzi) di sfondare diventando un professionista del pallone, una star. Ogni tanto esplodeva, urlava, spintonava qualcuno. Ma con due pacche sulla spalla di Riccardo si è sempre ricomposto.

Un kossovaro di mezza età. Muratore al nero, lavoratore instancabile. Silenzioso, rispettoso. Una sera ci ha detto che era il suo compleanno e che finalmente aveva raccolto abbastanza soldi per ricostruire la casa e il negozio che la guerra gli aveva distrutto. Tornava a casa. Ci ha fatto vedere le foto della moglie e dei figli. Ci ha ringraziato. Il giorno dopo è ripartito. E un altro kossovaro (neanche di lui ricordo il nome), giovane, bellissimo. Anche lui sempre in cantiere. Ha preso la TBC. E’ stata la prima volta che ho realizzato che quella malattia così demodé, che sembra uscita da un romanzo dell’Ottocento, è tornata d’attualità da tempo, a Roma.

Il velocista congolese, che aveva chiesto asilo durante i mondiali di atletica a Catania. Il ragazzino palestinese, mascotte del centro dal primo giorno: sveglio, vivace, curioso, saltellante come un cucciolo. Il giovane iracheno che voleva lasciarsi morire di fame: non ho mai visto occhi tanto sofferenti. Un giorno è ripartito per l’Iraq e non ne abbiamo saputo più nulla. Ho sempre davanti agli occhi il suo sorriso triste e la preoccupazione sui visi dei sui compagni, di ogni lingua, razza e religione.

Padri di famiglia, studenti, giovanotti fieri della forma fisica, poeti, religiosi ferventi di varie fedi. Le camerate spoglie di San Saba erano per tutti. Io più che un’operatrice ero un’ospite, una o due sere a settimana. Mi preparavano il tè, caldissimo e zuccherato. Si parlava. A volte formalmente, per quanto formale fosse lo spazio arrangiato di quella stanzetta in cima alle scale. Più spesso si chiacchierava seduti sulla soglia, si incrociavano lamentele e speranze, confidenze e battute.

Dopo tanti anni, San Saba è stato rimesso a nuovo. Tra una settimana vedrò cosa è diventato. Diverse sono le persone che ci lavorano, diverso (spero migliore) sarà lo spazio a disposizione degli ospiti. Simili, ma tutte diverse, sono le storie di chi ci vive e ci vivrà. A due passi da Piramide, proprio dietro la FAO: vicinissime, eppure ignote ai più. In gran parte, e di questo mi rammarico doppiamente, persino a me.

Dopo tanti anni…


Stasera ho avuto una illuminazione di autoconsapevolezza. Scusate se è poco. Tornavo da un incontro di quelli un po’ curiosi, inaspettati. Uno dei pochissimi lettori del mio libro storico-religioso serio, amico di amici, aveva insistentemente chiesto di conoscermi. Tornavo dunque da una piacevole chiacchierata con lui e sua moglie, a casa di questi amici comuni. Rivedendomi mentalmente in quella conversazione, ho finalmente messo a fuoco – per contrasto – una caratteristica di mia sorella Marina che per molto tempo le ho invidiato e che a tratti, forse per questo, ancora mi infastidisce. Il mio e il suo sono davvero di stili opposti di comunicazione, che ottengono comprensibilmente risultati diversissimi.

Mia sorella, fin da quando ho memoria di lei, seduce. Non fraintendetemi, è una rispettabilissima madre di famiglia. Ma è quello il suo stile. E lo applica praticamente in tutte le circostanze: seduce non solo gli amici, ma anche i negozianti, con cui spesso ha (o cerca) un rapporto privilegiato, i vigili urbani, i postini, i vicini, eccetera. Maschi o femmine che siano (anche se, a mio modesto parere, spesso le riesce meglio con i maschi). Con questo non voglio dire né che sempre ci riesca, né che lo faccia (sempre) intenzionalmente. Ma la disegnano così. E’ il suo stile.

Io non sono mai stata seducente, in nessun modo. Ora che mi sono riconciliata parecchio con me stessa, posso concepire che qualcuno mi trovi interessante, persino affascinante. Ma seducente proprio no. Io, anche e soprattutto quando sono a mio agio (come stasera), solitamente travolgo il povero interlocutore con l’ardore di un fiume in piena. Butto fuori tutto, faccio salti logici spaventosi, mi lancio in decine di argomenti e vorrei continuare all’infinito. Non è un trattamento a cui tutti reggono, evidentemente. Ma soprattutto questa modalità ha un grande difetto: per attivarsi, mi ci devo applicare. E per applicarmici, la persona deve rivestire per me una qualche forma di interesse. Il che, evidentemente, non si dà in tutte le occasioni e tanto meno può verificarsi con interlocutori funzionali come il tabaccaio, l’autista del tram e, ahimé, le attuali maestre di mia figlia. In tutti questi casi io, solitamente, finché posso taccio e basta. Apparendo il più delle volte, posso presumere, scontrosa e scostante.

La prova provata l’ho avuta con i vicini di casa. Abituati a mia sorella, che abitava in questa casa prima di me, credo abbiano avuto un vero e proprio trauma. Io saluto educatamente quando ci si incontra, mi è successo (in tempi abbastanza recenti, quindi dopo almeno otto anni dal mio ingresso in casa) di scambiare qualche chiacchiera su bambini e banalità, ma mi è sempre sfuggito profondamente cosa mai potremmo dirci. E quindi non lo dico. Non è per snobismo. Non sono proprio capace, mi imbarazza.

Al contrario, immagino che chi mi ha conosciuto con i giri “di web” difficilmente mi descriverebbe come una musona taciturna. Credo piuttosto di essere stata inquadrata come soggetto fin troppo loquace. E con questo torniamo alla mia tesi iniziale. Chi scelgo di frequentare, di persona o virtualmente, mi interessa. Chi mi interessa, deve scontarlo sopportando (anche) la mia espansività verbale e argomentativa.

 

Un talento naturale (o è tutta questione di registri?)


Oggi riflettevo su alcuni episodi, passati e recenti, della mia biografia e arrivavo a questa conclusione: ci sono persone che hanno un talento naturale, addirittura acrobatico, per farmi saltare i nervi. Questo pensiero è nato, per dir così, “a specchio”: sentivo stamattina mia sorella lamentarsi per una arrabbiatura divenuta per lei, diciamo così, ciclica, ricorrente, ormai da alcuni decenni. E io: “Ma che ti arrabbi a fare?”. Eh, con gli altri siamo bravi tutti.

La verità è che io mi picco di essere equa e giusta nelle mie reazioni, mentre onestamente non lo sono affatto. Ci sono persone per cui passo sopra all’impossibile. Altre che, poverine, spiaccicherei volentieri al muro. Cioè, proprio poverine no: le occasioni ci sono sempre. Però non potrei davvero dire che alcuni comportamenti siano diversi o più gravi di altri.

Il fatto che alcune specifiche azioni ci facciano vedere rosso siamo, credo, tutti pronti ad ammetterlo: chi non ha mai confessato, con una certa fierezza, di non sopportare chi fa il furbo, o chi salta la fila dal droghiere, o chi parcheggia bloccando la macchina altrui? Quello che per me è più duro confessare è che ci sono persone che molto più facilmente di altre mi fanno imbizzarrire. Oggi, vai a capire perché, ripensavo a una “non partecipazione” ricevuta una vita fa. Una coppia di amici andava a convivere”in libero amore” e ne informava parenti e conoscenti in questo modo un po’ alternativo. Ricordo distintamente che la cosa mi ha dato sui nervi. Ma dovessi spiegare perché esattamente, non lo so. Non sono contraria alla convivenza (ho convissuto e convivo tuttora). Forse era perché ciò avveniva poco dopo (o poco prima? chi si ricorda) del mio matrimonio e ho letto una vena polemica in quella non partecipazione spiritosa? Me la sono sempre spiegata così. Più onestamente dovrei dire che il registro di quel gesto (o la percezione che io ne ho avuto) mi irritava.

Il registro di un’azione è un concetto che mi è difficile precisare ed è, va da sé, assolutamente soggettivo. Certe persone, secondo la mia personale teoria, tendono a scegliere registri inappropriati: per mettersi in mostra, per opportunismo, per scientifica o involontaria mancanza di considerazione per la sensibilità altrui. Certo è che l’esperienza empirica dimostra che alcuni soggetti tendono più di altri a scegliere registri per me stonati. Certe volte peraltro si tratta di azioni che non mi riguardano affatto: in quel caso il fastidio fisico che provo è simile al rumore delle unghie su una lavagna che, una volta finito, non lascia strascichi. Con l’eccezione (sperimentata, ahimè, di recente) del caso in cui il registro a me sgradito sia eternato nello scritto. A allora il rodimento – ingiustificato – si rinnovella a ogni lettura.

Altre volte, a torto o a ragione, mi sento chiamata direttamente in causa. E allora sono cavoli. “Ma perché te la prendi tanto?”, mi dirà allora qualcuno. E il cerchio si chiude, fino allo scricchiolio successivo.