Non sono abituata


Non sono abituata a essere così “mainstream”. Più precisamente, non sono abituata al fatto che quello che solitamente ci diciamo tra noi risuoni in bocca a un Papa. Tante, troppo parole vengono aggiunge in queste ore. Un po’ di silenzio non guasterebbe, adesso. Non facciamo come i giornalisti che conducono le dirette, che a ogni pausa si facevano prendere dall’horror vacui e inanellavano banalità alternate a sciocchezze.

Solo un paio di sottolineature però concedetemele, poi cercherò di tacermi anche io. Le letture scelte. Caino e Abele e poi la fuga in Egitto (la storia di quando Gesù e la sua famiglia sono stati rifugiati, quella stessa scena illustrata da un artista etiope rifugiato nella cappellina del centro Astalli) e la strage degli innocenti. L’omelia, tutta incentrata sulla responsabilità, che cita Lope De Vega e Manzoni. Parole forti, poco diplomatiche.

Un commentatore, su RaiNews24, sosteneva che il Papa starebbe evitando le questioni politicamente più sensibili per insistere sulle questioni sociali, di per sé più “trasversali”. Non potrei essere meno d’accordo. So per esperienza quanto politicamente sensibile siano quell’isola, quel molo, quei barconi, quei morti. Tanto politicamente sensibili che questa stessa diretta televisiva, appena quattro anni e spicci fa, trasmetteva le parole di un ministro che inneggiava ai respingimenti in Libia. Ve lo ricordate? Io ne ho parlato molte volte su questo blog (ad esempio qui).

Già nel discorso di insediamento della Boldrini alla Camera sentire menzionati i morti del Mediterraneo è stato per noi segno di speranza e di consolazione. Ma subito si è detto: beh, ne parla perché è stato il suo lavoro fino ad oggi, è un tratto personalistico, si poteva aspettarselo. Ora mi chiedo se questo gesto papale fortissimo, anche in termini di comunicazione, cambierà qualcosa. Voi che pensate?

Quel che è mio


Stamattina leggo questo post di Anna e mi scopro a pensare un’ovvietà, proprio da frase di Gibran trita e ritrita, gettonatissima a battesimi e matrimoni: i figli non sono nostri. Per me questa è stata una delle poche certezze della maternità, tanto che mi imbarazzo persino quando mi fanno i complimenti per lei (mica è merito mio se è bella!) o quando, da piccolina, mi chiedevano a chi somigliasse. A me pareva infatti che somigliasse a se stessa e a nessun altro.

Altra cosa, chiaramente, è la responsabilità. Io mi sento responsabile di quasi tutto quello che riguarda Meryem e, in particolare, di tutti i suoi “non ancora” (pochi, a dire il vero). Ad esempio non nuota ancora con sicurezza senza braccioli: non va in piscina e i nostri soggiorni al mare non sono mai stati degni di questo nome. Stamattina mi è sembrata improvvisamente una mancanza grave e mi sono sentita in colpa. So che è stupido, e comunque è una divagazione rispetto a quello che volevo dire. Lascio le paturnie materne e riprendo il filo.

Ieri pomeriggio ho partecipato a un’iniziativa per la Giornata del Rifugiato alla Biblioteca Nicolini, a Corviale. A un certo punto sono arrivate delle persone che curano il gruppo di lettura della biblioteca: avevano in mano le due raccolte di storie di rifugiati curate dal Centro Astalli, La notte della fuga e Terre senza promesse. Hanno raccontato le loro impressioni di lettura e ho subito avuto una successione di emozioni velocissime.

1. Sono loro! Sono i nostri libri! Li ho scritti io! (Ok, anche io. Ma insomma, sono un po’ figli miei).
2. Mica è tanto vero. Chiara, ricomponiti. Il punto di forza di questi libri sono le storie e quelle mica le abbiamo inventate noi. Le storie sono di chi le ha vissute (uno di loro era presente) e ce le ha regalate.
3. Sai una cosa, Chiara? Questi libri non sono più tuoi, dei rifugiati, del Centro Astalli, di tutte le persone che hanno scritto, pensato, corretto le bozze. Sono di tutti. Sono in svariate biblioteche d’Italia. Sono e saranno letti da molte persone, che non conosco e non incontrerò mai.

Come dice Barbara Summa, “le storie sono per chi le ascolta”. Anzi, forse le storie sono proprio di chi le ascolta, le legge, le pensa e le ripensa, le ricorda. Non è emozionante? E improvvisamente realizzo che anche i figli sono di chi li incontra, di chi ci parla, di chi li ama, di chi li educa, di chi impara da loro, di chi ci litiga, di chi li stupisce: una quantità immensa di persone, che solo in parte conoscerò. Questo è davvero emozionante e stamattina, anche qui in fondo al sottoscala dove lavoro, mi toglie il fiato.

Santuario e Nutrimento


“Santuario”, in italiano, non ha tutta la ricchezza semantica dell’inglese “sanctuary”, in cui “luogo sacro” e “rifugio” sono due facce della stessa realtà. Per questo, quando ho visto il titolo della mostra che si inaugura domani, ho pensato che persino le parole, qui in Italia, non ci assistono per parlare di questi argomenti. 

E allora proviamo con le immagini. Per tre sere il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati vuole portarle sotto gli occhi di tutti: 200 fotografie che raccontano la vita di donne, uomini e bambini costretti alla fuga saranno proiettate sulla facciata della Chiesa del Gesù, al centro di Roma. Una bella scommessa, ma perché riesca davvero bisognerebbe che molti ci passino, per quella piazza, tra il 18 e il 20 giugno.

Per i romani, ecco il calendario della giornata:

ore 11, Sala Marconi – Radio Vaticana (Piazza Pia 3): conferenza stampa. Interverranno Peter Balleis sj (direttore dell’ufficio internazionale del JRS, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati), Danilo Giannese, operatore sociale e fotografo da poco tornato dal Congo, Giovanni La Manna sj, presidente del Centro Astalli (JRS Italia). Ci sarà anche la testimonianza di una rifugiata congolese che oggi vive a Roma.

ore 19, Chiesa del Gesù. Il Cardinale Antonio Maria Vegliò  presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti celebrerà una Messa per tutte le persone che nel mondo sono costrette alla fuga.

ore 20, Chiesa del Gesù (cortile). Concerto del gruppo musicale  “Vera Luz y Norte Musical” con il coro Les Antilopes d’Afrique. Diretto da Claudio Zonta SJ e formato da un gruppo di musicisti e rifugiati provenienti da diverse aree geografiche, il gruppo ci accompagnerà fino al calare del sole. Ci sarà anche un congruo rinfresco a cura del nostro kebabbaro di fiducia.

ore 21 circa, Chiesa del Gesù (facciata). La mostra inizia! Si inaugura la proiezione, che sarà visibile dalle 21 a tarda notte il 18, il 19 e il 20 giugno. E di giorno? All’interno della Chiesa saranno allestiti dei pannelli con alcuni degli scatti più significativi, che potranno essere visitati tra le 7:30 e le 19:45 (fino al 30 giugno).

Per i milanesi, le foto della mostra saranno proiettate il 20 giugno alle 18 durante la celebrazione ecumenica che sarà celebrata nella Chiesa di San Fedele in memoria delle molte e ignote vittime dei viaggi verso l’Europa.

Tutti gli altri possono seguire l’iniziativa attraverso i social network (su Facebook, attraverso la pagina ufficiale dell’evento, e su twitter utilizzando l’hashtag #rifugiatinpiazza).

Ringrazio Claudia e Laura, che hanno accolto con entusiasmo il mio invito e saranno con me, domani sera (la prima in spirito, la seconda in carne ed ossa). Spero che altre amiche riusciranno a unirsi a noi. Confido che chi è lontano ci penserà, ma soprattutto cercherà di mettersi per un momento nei panni dei genitori di 10 milioni di bambini che in Siria non vanno a scuola da un uno o due anni; delle ragazze congolesi che lottano per riconquistare il sorriso e la dignità; delle tante famiglie in Africa e in Medio Oriente che aprono le porte a chi fugge senza troppe remore, in nome di un’ospitalità che è ancora un valore forte, non riservato a pochi intimi.

La Giornata Mondiale del Rifugiato è, per sua natura, una celebrazione agrodolce. Non ha la finalità di farci travolgere da cupi pensieri o da sensi di colpa. Ma vuole essere un invito a informarsi su quello che troppo spesso resta del tutto fuori dai nostri media e a guardarsi intorno. Riflettiamo su quanto la nostra solidarietà scatti solo nei riguardi di chi è lontano, in modo asettico o anonimo. Lo dico spesso: i rifugiati vivono qui, dietro casa nostra. Hanno tanto da darci. Impariamo ad approfittarne.

Uno scatto #rifugiatinpiazza


Nei prossimi giorni, compatibilmente con il turbine di impegni, commissioni, imprevisti, varie ed eventuali che dovrò affrontare, mi piacerebbe condividere con voi qualche storia che ha a che fare con la mostra Santuario e Nutrimento, che sarà inaugurata il prossimo 18 giugno. Si tratta di un evento molto particolare, a cui i miei colleghi dell’ufficio internazionale si stanno dedicando anima e corpo. Il focus sarà su due crisi di straordinaria gravità, di cui si parla troppo poco: la Siria e il Congo.

Della Siria qualche volta vi ho parlato. Quindi mi piace partire dal Congo e, per farlo, prenderò spunto da uno degli scatti della mostra. Rappresenta una ragazzina giovane, molto giovane, che lavora un impasto. Ha sui capelli un foulard viola, indossa un vestito a fiorami e sotto si intravede una canottiera turchese, un po’ lucida. Questa foto, scattata come varie altre dal direttore internazionale del JRS, Peter Balleis sj, senza essere una foto di denuncia in senso stretto ha avuto il potere di farmi sentire, dritta nello stomaco, la tragedia delle donne in Congo.

Ho già confessato una volta che sentir parlare di Kivu Nord, di Goma e di altre località del Congo orientale mi dava una particolare sensazione di estraneità. Non riuscivo proprio a immaginarmele. Poi ho imparato, dai racconti dei colleghi, che non solo si tratta di un luogo di sconvolgente bellezza, ma anche di straordinaria ricchezza. Una regione troppo strategica e ricca di risorse minerarie per essere lasciata in pace. Da lì viene il coltan per i nostri cellulari e i nostri portatili. Da lì prendiamo i diamanti per i gioielli dei nostri sogni, il rame per le nostre case e le nostre macchine. Certamente anche per questo, quella terra non conosce pace.

Nel Congo orientale almeno il 40% delle donne hanno subito violenza sessuale. La giovanissima donna ritratta nella foto è una di loro. I suoi occhi hanno un’espressione che non riesco a descrivere. Una timida gioia, un dolore quieto, tanta tanta fragilità. Non oso immaginare la sua età. Temo che si avvicini molto a quella di mia nipote che fa gli anni oggi, ma la sola idea mi gela il sangue.

Aiutare queste donne, come fa il JRS, se si guarda la dimensione complessiva del fenomeno è una goccia nel mare. Una follia, un progetto di discutibile sostenibilità. Ma se si guarda singolarmente in ciascuna di queste coppie di occhi, credo che non ci possano essere dubbi. Non abbiamo il diritto di arrenderci.

 

 

 

 

Nessuno


Ieri sera, a un seminario organizzato dal Centro Astalli, uno dei relatori ha fatto riferimento a un’esperienza purtroppo comunissima: un rifugiato va a uno sportello di orientamento al lavoro (o simili) e, visto che i suoi titoli di studio non sarebbero comunque spendibili in Italia (perché non ha con sé gli originali, perché sarebbe troppo complesso e costoso farli convalidare e, il più delle volte, non servirebbe comunque a nulla) si vede scrivere, alla voce “titolo di studio” un laconico “nessuno”.

Mi sono ricordata di C., una donna congolese che ho incontrato in ufficio. Ho ripensato alle sue parole che descrivevano quell’esperienza, così come l’aveva vissuta lei. Bisogna sapere che C. in Congo era un magistrato, figlia di un giudice. Una passione di famiglia, coltivata con anni di studio e molta determinazione. C. è una donna abituata a porsi grandi questioni e a sposare principi alti e complessi. Questo aveva ovviamente a che fare con le circostanze che l’hanno costretta alla fuga.

Quella signora allo sportello, in buona fede, credeva di svolgere coscienziosamente il suo lavoro. Da un certo punto di vista, quanto è spendibile una carriera di magistrato in Congo, una volta sbarcati a Roma? Semplicemente non vale nulla. C. nella sua nuova dimensione è semplicemente una donna africana come un’altra, che può aspirare a fare le pulizie, la badante o, se ha caparbia e fortuna a sufficienza, qualche altro mestiere di cura leggermente più qualificato. “Titolo di studio (sottinteso: di una qualche utilità): nessuno”. C. ha giustamente vissuto quella etichettatura impropria come una violenza. A lei come rifugiata, ma prima ancora a lei come donna e come essere umano. Non si deve sottovalutare il trauma del cambio di status sociale, sottolineava ancora il relatore di ieri (Marco Catarci, dell’università di Roma 3). Certo conta più quello dei sapori e persino più della lingua, che pure spesso vengono evocati per spiegare presunte “difficoltà di integrazione”.

Oggi che non sono più tanto giovane, immedesimarmi con queste donne e uomini che arrivano con storie lunghe alle spalle comincia ad essere meno difficile. Se si tratta di donne, in qualche modo la faccenda mi pare ancora più tragicamente ironica. Una donna rifugiata, solitamente, ha un bagaglio di ideali, determinazione e competenze acquisite sul campo che in una società come la nostra sarebbero più che mai necessarie. Una donna rifugiata, spesso, ha già molto combattuto. Come donna, come cittadina, come straniera. Eppure la prima cosa che chiediamo loro di imparare è annullarsi, sorridere, mostrarsi umili e, se per caso sono colte, nasconderlo accuratamente. Non avere pretese e andare ad occupare il cantuccio che, a certe condizioni, non è impossibile riservare loro ai margini della nostra società.

Il contesto non può non incidere, si diceva ancora ieri sera. Un contesto difficile per i giovani, per i lavoratori, per i bambini, per gli anziani, per i poveri… Ma certamente, in media, più violento per le donne, qualunque sia la loro storia.

Padre Nawras


Venerdì, a Milano, ho sentito citare queste frasi intense del Cardinal Martini, che tempo fa avevo a mia volta ricordato: “Intercedere vuol dire mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo.  Non è neppure semplicemente assumere la funzione di arbitro o di mediatore, cercando di convincere uno dei due che lui ha torto e che deve cedere, oppure invitando tutti e due a farsi qualche concessione reciproca, a giungere a un compromesso. Cosi facendo, saremmo ancora nel campo della politica e delle sue poche risorse. Chi si comporta in questo modo rimane estraneo al conflitto, se ne può andare in qualunque momento, magari lamentando di non essere stato ascoltato. Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione”. Non sapevo, però, in che occasione il Cardinale aveva pronunciato, per la prima volta, questo discorso. Era il 29 gennaio del 1991. La guerra in Iraq era appena cominciata. 

Con la cristallina sincerità che gli era propria, Martini non si accontentava di mormorare parole di circostanza. Aveva chiamato le cose con il loro nome, aveva menzionato i dubbi, uno a uno: “Io lo dico e ne do testimonianza: il mio cuore è turbato, la mia coscienza è lacerata, i miei pensieri si smarriscono. Tutti noi, senza fare eccezione tra credenti e non credenti possiamo ripetere: i nostri cuori sono turbati, le nostre coscienze: sono lacerate, i nostri pensieri si smarriscono, le nostre opinioni tendono a dividersi. Smarrimento e angoscia che non ci coinvolgono solo sul terreno del lutto per i morti, delle lacrime per tutti i feriti, del lamento doloroso per i profughi, per i senza tetto, per coloro che vivono nell’angoscia dei bombardamenti giorno e notte. Lo smarrimento e la divisione delle opinioni avvengono pure sul terreno delle riflessioni etico-politiche, che in questi giorni si succedono facendo balenare i più diversi giudizi. Vorrei dire molto di più: lo smarrimento e l’angoscia toccano persino l’ambito della fede e della preghiera, che è quello che ci riunisce questa sera, perché siamo qui per vegliare, digiunare, intercedere, facendo nostre le intercessioni e le grida di tutti gli uomini e le donne, di tutti i bambini, di tutti i vecchi in qualche modo coinvolti nel conflitto del Golfo, di qualunque parte essi siano” (trovate il testo completo di quella veglia che molti milanesi ricordano vividamente qui).

Perché se la riuscissimo a pensare davvero, la guerra, come potremmo parlarne freddamente, razionalmente, in termini statistici e strategici? Forse il punto è proprio questo. Noi la guerra non la pensiamo.

Mentre sentivo parlare di Martini in una bella e sobria sala milanese, pensavo al mio incontro del giorno prima. Padre Nawras è il direttore del JRS Medio Oriente. Siriano. Salvo piccoli viaggi all’estero, vive in Siria, ogni giorno. Ancora una volta sono rimasta spiazzata. Accoglie chiunque con un sorriso franco, aperto. Non si sente in dovere di mantenere un’aria grave, neanche quando parla di situazioni disperate. Ha la credibilità inconfutabile di chi ci sta, lì in mezzo. Di chi ogni giorno è in mezzo alla guerra, senza scampo, allargando le braccia (e dandosi incidentalmente molto da fare). “Il nostro business prospera”, scherza persino, quando viene sottolineata l’incessante crescita di servizi per rifugiati e sfollati interni nel patchwork di un territorio senza unità e senza sicurezza. “Tra un paio di settimane apriremo una piccola mensa nei dintorni di Damasco. E’ un progetto comune tra noi, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, la parrocchia ortodossa e i comitati di quartiere, musulmani”. Piccola, per la cronaca, significa che servirà 1500 pasti al giorno. Ad Aleppo ne distribuiscono 17.000.

“Che prospettive vede per la Siria?”. “Razionalmente, non si vede nessuna prospettiva. Ma noi siamo cristiani e non perdiamo la fede, no?”. Quello che più mi colpisce, di quest’uomo determinato e coinvolgente, è la sua serenità. Non vedo in lui nessuna traccia del disperato rancore che tanto spesso finisce per attecchire in chi vede ingiustizie e tragedie indicibili. Descrive i check-in, dove in cinque secondi il militare di turno ha il potere di decidere se vivrai o morirai. Una, cento, mille volte. Aggiunge che a volte agli anziani non vengono controllati i documenti: “Un giorno, il mese scorso, un ragazzino di vent’anni mi ha detto che non c’era bisogno che mostrassi il passaporto. ‘Va bene, va bene, zio’, mi ha detto. Mi sono davvero depresso”.

La sua posizione è chiara. Il problema in Siria non è chi e come armare. Il problema è disarmare. E anche in fretta. Fermare la corsa folle a chi distrugge di più, foraggiato da chi non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare.

Quasi mi vergognavo, dopo due riunioni in cui si era parlato di questioni gravi e urgenti, di consegnare di disegni per la Siria che mi erano arrivati da Salò. Ma lui si è illuminato. “Queste sono cose molto importanti. Meravigliose. Me ne sono arrivati anche dalla Germania. Sono segni di speranza molto importanti”. Tornando in autobus ho pensato che i veri santi sono questi. Quelli che non perdono la bussola in mezzo all’inferno e hanno uno sguardo e un’attenzione speciale per tutti. Che non negano di essere turbati (“La cosa più difficile, per me”, ha detto Nawras a un certo punto della conversazione “è continuare a vedere Dio in tutto questo”), ma non si crogiolano nel turbamento. Che non consentono mai alla divisione di prevalere (“noi non lavoriamo per i cristiani di Siria, ma per tutti i siriani, che soffrono ugualmente”). E io sono fortunata di averne incrociato, almeno uno, nella mia vita.

Mamma Alias


Lei ha otto mesi e lo sa benissimo chi è la sua mamma. Conosce il suo odore, il suo viso, le sue braccia. Eppure questo ai poliziotti italiani non è sufficiente. Perché la storia della sua mamma è una di quelle storie assurde, in cui la burocrazia concorre a rendere più drammatiche le tragedie della vita.

Pensate a una giovane donna. La chiameremo Awet, ma non è il suo nome. E’ una delle giovani eritree fuggite da un regime intollerabile, da un “servizio militare” che somiglia a una schiavitù a vita, in cui le donne devono “fare la loro parte” e non si tratta in genere di compiti strategici. E’ una delle sopravvissute alle odissee del nostro tempo: il Sahara, la Libia, il barcone per Lampedusa. E’ in Italia, è viva, chiede asilo e viene creduta. Ottiene la protezione sussidiaria, un permesso di soggiorno valido tre anni e… nient’altro. Niente soldi, una strada davanti.

Posso immaginare solo in parte il resto della storia. Awet si trova a vivere in quello che i giornali hanno chiamato Selam Palace, la casa della vergogna. Si trova incinta, senza lavoro, in quel contesto violento e malsano. Gli amici, i connazionali, raccontano che qualcuno è andato in Svizzera: lì sì che l’assistenza ai rifugiati è una cosa seria. Basta cambiare nome e tentare ancora la fortuna. Awet si decide, per se stessa e più ancora perché ormai è responsabile anche del futuro di qualcun altro. Va in Svizzera, chiede asilo di nuovo sotto altro nome, partorisce lì.

Ma in Europa ci sono delle regole. Le impronte digitali lo rivelano inequivocabilmente: quella donna asilo l’ha già chiesto e, nonostante le apparenze, lo ha già avuto. Quindi, qualche mese dopo la nascita della sua bimba, viene rimandata in Italia, il Paese che le ha promesso protezione. La protezione per Awet riassume la solita forma delle pareti scrostate del Selam Palace. Con un problema in più. Quando va a fare il permesso di soggiorno per la bambina le obiettano che il nome sull’atto di nascita non è il suo: è l’altro nome, quello falso, quello con cui aveva sperato di cominciare una nuova vita. E quelle stesse autorità che sono state così sicure della coincidenza delle due identità da rispedire la giovane in Italia ora che si tratta di riconoscerle la maternità della bimba non sanno più che lei e l’alias sono la stessa donna. Per uscirne, richiedono un test del DNA. Un test costoso, un test che Awet non sa come pagare, come tante altre cose che pure sarebbero tanto più necessarie.

Oggi questa madre stava seduta nell’ufficio accanto al mio, piangeva e si scusava perché sì, è vero, ha cercato di raggirare un regolamento europeo, non ha rispettato le regole. Ma io, che non invidiavo le mie colleghe che forse non potranno aiutarla, tra me pensavo: chi di noi non avrebbe fatto lo stesso? E, soprattutto: sono davvero moralmente più rispettabili uno Stato che lascia una rifugiata a vivere in uno stabile fatiscente e un altro, che la rimanda lì con una bambina di pochi mesi tra le braccia? E mi sono detta ancora (anche se qualcuno forse si scandalizzerà): dove sono, in questi casi gli zelanti sostenitori della vita a tutti i costi? Quanti funzionari e operatori in fondo (e neanche tanto in fondo) pensano che avrebbe fatto bene a abortire e restarsene buona  a Selam Palace, accontentandosi della soddisfazione di possedere un prezioso pezzo di carta che le permette di non essere “clandestina”?

 

 

Nuovo mondo


Stamattina, contravvenendo ai miei principi, ho condiviso su Facebook un articolo di Igiaba Scego che criticava assai severamente l’intervista di Lucia Annunziata al neo ministro per l’immigrazione Cécile Kyenge senza aver ascoltato il programma in questione. Non ne sono pentita, anche perché ne è nato un bello scambio tra alcune mie amiche. Ma mi metteva a disagio riportare l’opinione altrui senza essermene fatta una mia.

Stasera ho rimediato e potete stare tranquilli: condivido pienamente le critiche espresse da Igiaba. Ho ascoltato attentamente la terminologia usata dalla giornalista e davvero il linguaggio diceva tutto. Non sto a ribadire cose già dette efficacemente su Corriere Immigrazione. Ma condivido un dubbio ulteriore.

La Annunziata ha fatto ripetutamente riferimento a un “nuovo mondo”. Concetto quantomeno bizzarro, a cavallo tra lo sfasamento geografico e quello temporale. Ma cosa intendeva, di preciso? Dal “nuovo mondo” sembra, secondo la giornalista, venire la neoministra e, in quanto tale, è suo dovere chiarire i molti aspetti per cui, a suo dire, non sarebbe “in regola” e che dunque “possono esserle imputati”. Il nuovo mondo, in questa prima parte dell’intervista, parrebbe quel contesto straniero, estraneo e in qualche misura folkloristico (“intrigante”, è la parola usata) che si oppone alla nostra “regolare” realtà. Poligamia, politeismo, animismo… Di questo “nuovo mondo” parrebbe far parte in qualche misura anche il marito “calabrese” (nato e vissuto a Modena, peraltro, ma lo ius sanguinis, si sa, è una brutta bestia). Ci si chiede perché mai questo mondo sarebbe nuovo. Sospetto fortemente che il mondo sia sempre stato lì, a prescindere dalla nostra capacità di guardare al di là del nostro naso o meno.

Ma poi, nella seconda parte, sembra emergere un quadro diverso. Chiedendo ripetutamente a Davide Piccardo conto della sua fede religiosa (“musulmano PERO’ perfettamente italiano”), la Annunziata afferma con una certa enfasi: “Nel nuovo mondo dobbiamo cominciare a dare patenti molto specifiche su chi è chi”. C’è un nuovo mondo in vista, dunque. Questa di per sé non è una cattiva notizia, visto quello che ci troviamo tra le mani ora. Mi chiedo come e quando avverrà questa metamorfosi socio-politica. Resta però qualche ansia su queste patenti. Perché devono essere molto specifiche? E chi mai dovrebbe darle, o chiedere di esibirle?

La specificità della patente più che un fatto nuovo o un fatto vecchio mi pare una pretesa irrealizzabile. Chi mai, nella storia del mondo, ha posseduto una patente molto specifica? Solo i personaggi di fantasia. Sì, mi sono divertita a immaginare cosa scrivere sulla mia patente. Romana (dal luogo di nascita), o calabrese (origine di mia madre, sospetto che sia un carattere dominante), o friulana (mia padre) o addirittura slovena (mio nonno)? Cattolica (ma quanto cattolica? battezzata? sì, battezzata, cara signora Annunziata, quello è proprio il minimo sindacale mi sa), convivente con musulmano (ma quanto musulmano?). Madre di figlia unica e femmina o lavoratrice? Di sinistra? Blogger? Disordinata? Non so perché, ma tutto ciò mi suona molto poco specifico.

Fuor di celia, in quadro che emerge da questa mezzora di cosiddetto servizio pubblico è piuttosto desolante. La Annunziata dipinge politici e sindaci che “camminano sulle uova” quando si arriva a questioni che riguardano “la pelle (!), o la religione, o il cibo (?), o i soldi (?)”. Ma siamo davvero messi così male? Parrebbe davvero di sì.

Su una cosa la ministra Kyenge ha perfettamente ragione: la società civile urla perché si facciano i cambiamenti indispensabili o, almeno, li si riconosca quando sono già in atto da anni sul territorio. Se poi lei, con tutti i molti limiti del suo mandato, potrà fare qualcosa è presto per dirlo. Certo, se si iniziasse a fare del giornalismo decoroso e serio sarebbe già un contributo. A costo zero, peraltro. Perché allo stesso prezzo di un’intervista stupida e grondante razzismo e luoghi comuni se ne potrebbe realizzare una sensata. Non vi pare?

E’ difficile


Ogni tanto, sul lavoro (non tanto il mio, che ormai sto soprattutto nelle retrovie, quanto in quello dei miei tanti colleghi impegnati quotidianamente nei servizi ai migranti forzati), succede “l’incidente”. Ieri se ne è verificato uno particolarmente grave e io, come i miei colleghi, ci trovavamo divisi tra pensieri contrastanti e inconciliabili.

La violenza non si giustifica. Il disagio mentale esiste e anzi sembra dilagare. Ma come, proprio contro di noi, che ci facciamo in quattro per loro. Oggi neanche il senno del poi ci aiutava a dipanare la matassa dei dubbi e delle angosce. Cosa bisognava fare? Cosa bisogna fare? Sembra tutto sbagliato. E’ tutto sbagliato.

Ironia della sorte, oggi ero a un’ispezione di progetto in cui si disquisiva variamente e dottamente di vulnerabilità multiple. E a me, senza una vera ragione, montava una certa rabbia. La verità è che gli strumenti, la terminologia, le griglie bisogna pure darsele. Ma ci sono anche i momenti come questo in cui hai la sensazione che l’unico modo per parlare la stessa lingua sia deporre la correttezza e l’obiettività e parlare senza mezzi termini di quel rifugiato che ha iniziato a prendersi a pugni da solo finché non è riuscito a far cadere il dente che gli faceva male; di quello che ha devastato tutto il centro di accoglienza e ha cercato di buttarsi dalla finestra sotto un treno; di quello che arriva in ufficio stralunato, dichiarando di aver lasciato il figlio di cinque anni solo alla stazione Termini e tu purtroppo sai che non scherza (e solo un anno fa era una persona distinta, colta, affidabile e del tutto equilibrata). E anche, purtroppo, di quello che ha avuto un terribile black out ieri pomeriggio. Al centro dove è ospitato lo chiamano il Big Jim buono. Eppure.

Non sarebbe onesto nasconderci che esiste anche questo. Non solo, certo. Ma anche. E questi sono i casi in cui ci chiediamo perché queste paure, questi dubbi, questi dolori, queste responsabilità, questi rischi (esistono anche quelli) sembrino sempre e soltanto nostri.

Tutti noi oggi abbiamo solo voglia di urlare che non è giusto. Nulla di tutto questo è giusto.

Cambiare si può


Avrete capito dal penultimo post che non attraverso un periodo di entusiastico ottimismo. Per fortuna il caso ogni tanto mi dà una mano. Oggi ero all’Istituto Federico Caffè, per una lezione sulla cittadinanza. Avevo pensato molto a questo intervento, che mi dava anche una certa preoccupazione: ho cercato e, per fortuna, anche trovato delle testimonianze (video e dal vivo) chiare, credibili, interessanti per una platea di un centinaio di ragazzi. Il risultato – e non per merito mio – ha superato di molto le mie aspettative.

Nonostante le preoccupazioni dei professori, abbiamo trovato un pubblico attento e coinvolto. Già da subito uno degli studenti ha chiesto di intervenire e con piacere l’ho inserito nella scaletta mentale che aggiornavo via via. Parto dunque con il trailer del documentario 18 Ius Soli, introduco un po’ il tema, faccio parlare Milena, educatrice del Centro di Aggregazione Giovanile Matemù, nata in Italia e non cittadina per burocrazia. Milena, figlia di genitori capoverdiani, non ha potuto usufruire della “finestra” prevista per i diciottenni nati in Italia a causa di un “buco” nella sua continuità di residenza (un mero disguido, lei è sempre vissuta qui): adesso si trova davanti a richieste assurde, tipo quella di far tradurre il suo atto di nascita (del Comune di Roma!) dall’Ambasciata di Capo Verde, perché quello rilasciato dall’anagrafe non avrebbe i requisiti necessari.

Qui  si inserisce l’intervento del primo studente: angolano, arrivato in Italia a 6 anni, rappresentante di istituto, molto desideroso di partecipare alla vita politica. Mi colpisce questo ragazzo, che dietro l’apparente spigliatezza, è in realtà molto emozionato, eppure ci tiene a parlare davanti a tutti, a far presente ai compagni che la vita di un immigrato è difficile, che spesso una casa e un lavoro fisso non li si ha, ci si arrangia come si può. “Io vorrei avere il diritto di votare, non per avere qualcosa di più degli altri, ma per eleggere persone che sento più vicine, che possano rappresentarmi”.

Questo ci dà il là per passare alla seconda parte dell’intervento, la cittadinanza per naturalizzazione e il tema dei diritti civili. Qui passo la parola a Isabel, rifugiata, in Italia da 13 anni e che da 3 anni sta tentando di ottenere la cittadinanza italiana: la pratica al momento è bloccata perché non ha un contratto di lavoro, uno della lista snervante di requisiti richiesti. Sono già moderatamente soddisfatta di come è andata, quando noto un bellissimo ragazzo di colore (ebbene sì, anche l’occhio vuole la sua parte) che si agita vistosamente sulla sedia, chiaramente ansioso di prendere la parola. Gli passo il microfono e non me ne pento.

Il secondo caso della scuola sembra il negativo del primo. Il ragazzo è figlio di cittadini della Guinea, è arrivato in Italia a due anni, ha sempre vissuto “nella stessa casa” e i requisiti per chiedere la cittadinanza li ha tutti. Però non la vuole. I genitori insistono, ma lui non la vuole proprio. Non gli interessa. Nonostante la vistosa cadenza romana, non si sente italiano. Niente di personale, eh? “Qui mi trattano bene, mi vogliono tutti bene”. Ma per la cittadinanza gli basta la Guinea. Concorsi pubblici? “Considerato come vado a scuola, dubito che comunque li passerei”, ribatte con un sorriso assassino. A Dio piacendo, “da grande” (dice proprio così, questo cristone di 17 anni che mi supera di una spanna) magari vivrà all’estero. Il senso della provocazione è chiaro, e viene raccolto con entusiasmo dai compagni (anzi, nello specifico, da due compagne: sarà l’innegabile fascino del non-cittadino?).

Le fanciulle sono infervorate, indignate, sparano a zero sulla politica italiana. Che senso ha questa legge? Non è giusto. E ancora: ci credo che lui non vuole essere italiano, visto questo schifo di leggi che ci troviamo. Ci siamo dimenticati la Bossi Fini? E tutte le connesse assurdità? Lo sfruttamento dei migranti eccetera eccetera? La passione, se si vuole un po’ ingenua, ma certamente sincera di queste ragazze fa bene al cuore. Rispondo come posso, faccio qualche sottolineatura e sento la mia voce dire: “Bisogna essere ottimisti, prima di tutto perché una scuola è un luogo in cui essere pessimisti è un delitto, un’assurdità. E’ importante che ognuno sia libero di scegliere la propria appartenenza e anche la propria cittadinanza. L’importante però è che non lasciate che tutto vi scivoli addosso. Pensateci, a che cosa significa per voi partecipare. Perché l’esercizio dei diritti civili è l’unica strada prevista e legittima per cambiare davvero le cose. Anche se ci pare, oggi, che la strada non ci sia, dobbiamo però continuare, impegnarci, non sottrarci”. Lo penso sul serio e essere in quell’aula magna mi aiuta molto a crederci. Ho provato un sentimento simile anche poco più di un anno fa, al Cattaneo, e lo sento ancora più chiaro oggi, vedendo questi ragazzi che, nonostante gli scrupoli della loro professoressa (“finiamo qualche minuto prima, il tempo di attenzione di questi nativi digitali è limitato”), non si scoraggiano e continuano a intervenire, facendo coraggio anche a qualche docente.

Torno in ufficio molto, molto più convinta di quando l’ho lasciato, venerdì sera. Nel pomeriggio leggo questa notizia, di cui mi era già arrivata qualche voce. In Vaticano tira un vento nuovo, decisamente. Penso a quante volte, sbagliando, ho detto e pensato: “Non cambierà mai”. Penso a quante volte questa frase mi è tornata in mente anche nelle ultime ore, e non senza qualche ragione. Scoraggiarsi si può, ci mancherebbe. Gli sfoghi servono, servono i paradossi, le invettive (venerdì mattina a un certo punto inveivo augurandomi un’invasione indiana dell’Italia, per dire). Serve anche leccarsi le ferite, per un tempo ragionevole. Ma solo se dopo ci si rialza e si ricomincia a sperare (senza dimenticare di rimboccarsi le maniche, per quel che si può).