Quel che è mio


Stamattina leggo questo post di Anna e mi scopro a pensare un’ovvietà, proprio da frase di Gibran trita e ritrita, gettonatissima a battesimi e matrimoni: i figli non sono nostri. Per me questa è stata una delle poche certezze della maternità, tanto che mi imbarazzo persino quando mi fanno i complimenti per lei (mica è merito mio se è bella!) o quando, da piccolina, mi chiedevano a chi somigliasse. A me pareva infatti che somigliasse a se stessa e a nessun altro.

Altra cosa, chiaramente, è la responsabilità. Io mi sento responsabile di quasi tutto quello che riguarda Meryem e, in particolare, di tutti i suoi “non ancora” (pochi, a dire il vero). Ad esempio non nuota ancora con sicurezza senza braccioli: non va in piscina e i nostri soggiorni al mare non sono mai stati degni di questo nome. Stamattina mi è sembrata improvvisamente una mancanza grave e mi sono sentita in colpa. So che è stupido, e comunque è una divagazione rispetto a quello che volevo dire. Lascio le paturnie materne e riprendo il filo.

Ieri pomeriggio ho partecipato a un’iniziativa per la Giornata del Rifugiato alla Biblioteca Nicolini, a Corviale. A un certo punto sono arrivate delle persone che curano il gruppo di lettura della biblioteca: avevano in mano le due raccolte di storie di rifugiati curate dal Centro Astalli, La notte della fuga e Terre senza promesse. Hanno raccontato le loro impressioni di lettura e ho subito avuto una successione di emozioni velocissime.

1. Sono loro! Sono i nostri libri! Li ho scritti io! (Ok, anche io. Ma insomma, sono un po’ figli miei).
2. Mica è tanto vero. Chiara, ricomponiti. Il punto di forza di questi libri sono le storie e quelle mica le abbiamo inventate noi. Le storie sono di chi le ha vissute (uno di loro era presente) e ce le ha regalate.
3. Sai una cosa, Chiara? Questi libri non sono più tuoi, dei rifugiati, del Centro Astalli, di tutte le persone che hanno scritto, pensato, corretto le bozze. Sono di tutti. Sono in svariate biblioteche d’Italia. Sono e saranno letti da molte persone, che non conosco e non incontrerò mai.

Come dice Barbara Summa, “le storie sono per chi le ascolta”. Anzi, forse le storie sono proprio di chi le ascolta, le legge, le pensa e le ripensa, le ricorda. Non è emozionante? E improvvisamente realizzo che anche i figli sono di chi li incontra, di chi ci parla, di chi li ama, di chi li educa, di chi impara da loro, di chi ci litiga, di chi li stupisce: una quantità immensa di persone, che solo in parte conoscerò. Questo è davvero emozionante e stamattina, anche qui in fondo al sottoscala dove lavoro, mi toglie il fiato.

Elefante, primo pezzo: le visioni nel sociale


Nel post precedente mi sono limitata a mettere tutta la carne al fuoco, in ordine sparso. Ho cercato di raccontarvi un po’ di idee uscite durante la presentazione del libro Costruire visioni. Però sono molte le implicazioni di un discorso del genere, calato nella mia esperienza attuale.

Pur consapevole che è difficile così, per iscritto, contribuire a una conversazione davvero significativa, nei prossimi giorni intenderei sottolineare un paio di direzioni possibili di ragionamento, separandole in post dedicati. L’idea è quella, da manuale, di dividere l’elefante a pezzi per riuscire a masticarlo. Sono consapevole che questo genere di post, sia per il contenuto un po’ hard, sia per la forma poco brillante, interessano una porzione limitata dei miei non molti lettori. Cercherò quindi di diluirveli un po’ nel tempo, abbiate pazienza.

Si parla di visioni, dunque. Il primo posto a cui guardo, istintivamente, è il mio lavoro. Mi accorgo, dopo un paio di cancellature, che rischio di fare uno sproloquio lunghissimo e noioso. Cerco allora di fare ordine.

# Lavorare nel sociale significa avere una visione?
Non direi, non necessariamente. Anzi, mi pare di poter dire che il processo di “progettualizzazione” del lavoro sociale (tutto ormai funziona per progetti, che iniziano e finiscono, al ritmo sempre più incerto e macchinoso dei finanziamenti) lavora attivamente contro la costruzione di visioni sociali. Leggo oggi questo articolo di Bernardino Casadei, che mi pare assai pertinente: sarebbe il caso di “verificare se le organizzazioni che perseguono finalità d’utilità sociale sono consapevoli del loro ruolo e del loro impatto nella costruzione del bene comune”. Un altro problema è la questione dell’erogazione di servizi sociali per conto terzi (specialmente per conto dello Stato o dell’amministrazione locale): in principio, di per sé molto ricco e positivo, della sussidiarietà scivola ormai pericolosamente nel subappalto (ancora Casadei: ” le organizzazioni non profit devono certo liberarsi da quella mentalità di erogatori per conto terzi, per cui l’unico vero obiettivo è quello di produrre il servizio nel rispetto degli standard richiesti al minor costo possibile, per imparare a definire e a comunicare quale sia il loro vero impatto in termini di benefici non solo economici e sociali, ma anche morali e civili”).
E’ una degenerazione irreversibile? Ma certo che no. Però è una bella battaglia, che richiede che l’organizzazione no profit in questione abbia una bella solidità, e non solo economica. Deve avere, anche in questi tempi di crisi e di ristrettezze, una visione. Noi al Centro Astalli mi sento di poter dire che la visione la abbiamo, bella forte: è quella del JRS e, più in generale, dell’apostolato sociale della Compagnia di Gesù.  Suona stantio? Vi assicuro che pochi testi sono rivoluzionari e, appunto, visionari quanto i documenti della Congregazione Generale 34° (1995), in particolare il decreto 3 (La nostra missione e la giustizia) e il decreto 5 (La nostra missione e il dialogo interreligioso). “Se, come Ignazio, immaginiamo di rivolgere il nostro sguardo alla terra insieme alla Trinità, mentre sta per iniziare il terzo millennio del cristianesimo, che cosa vedremmo?” Insomma, non si può dire che questi gesuiti pecchino di ristrettezza di orizzonti…  Certo, da qui a tenere conto di tutta questa larghezza di pensiero anche nelle scelte contingenti di gestione dell’Associazione, per non parlare dei singoli impicci del lavoro quotidiano, ce ne corre. Ma almeno qualcosa abbiamo.

#Lavorare nel sociale aiuta a costruire visioni?
Anche qui, dipende. Il lavoro nel sociale può essere fortemente logorante e spesso ci si trova a farlo in condizioni obiettivamente deleterie per se stessi e per gli altri. Altro che visioni. E’ già tanto uscirne sani di mente. Però è pur vero che sono anche lavori che più facilmente di altri si fanno per passione (nel senso, anche, di “attraverso la” passione). Sono lavori privilegiati, che allenano più di altri a uscire dagli schemi e a cambiare punto di vista (sempre se accompagnati da sufficiente spazio per il pensiero, cosa non banale). Il libro di Emilio Vergani mi ha richiamato fortemente quello di Cesare Moreno e forse la cosa non è casuale. Più ancora mi è tornato in mente un densissimo incontro con Cesare, per cui sono ancora grata alla mia amica Rosaria.
Cito dagli appunti di quel giorno: “Il metodo che noi seguiamo è la riflessione. Facile, direte voi. Tutti riflettiamo. L’uomo è animale pensante e dunque riflettente. Dipende cosa si intende per riflettere. Qui vogliamo dire riflettere sull’esperienza e fare in modo che ciò che ci accade diventi patrimonio di pensiero. Apprendere dall’esperienza non solo non è ovvio, ma è anche particolarmente difficile. […] Noi non abbiamo alcuna fiducia nella capacità del singolo di vedere la realtà nella sua interezza, ma crediamo che il gruppo sia in grado di ricostruire un quadro attendibile”.
Sarà un caso che queste riflessioni, che paiono andare in direzioni simili, nascano da persone che hanno immerso la propria conoscenza teorica in contesti sociali molto reali e concreti, dove molti (anche addetti ai lavori) vedono solo un’emergenza indistinta? Non credo proprio.
Quindi, per rispondere alla mia domanda, secondo me lavorare nel sociale potenzialmente aiuta. O, piuttosto, si potrebbe dire che chi lavora nel sociale ha una responsabilità maggiore di condivisione in vista della costruzione del bene comune. C’è poco da adagiarsi sugli allori, dunque.

E voi? Che ne pensate?

Mica facile


Annunciare un post è un errore fatale. Specialmente se poi uno scopre che mica è tanto facile parlare di visioni e della loro costruzione. Il giorno dopo la presentazione del libro di Emilio Vergani (Costruire visioni. Fare il mondo come dovrebbe essere, Exòrma) raccontavo alla mia collega quanto mi avesse colpito la presentazione. “Bello, e di che parla?”. Gasp. Ho arrancato penosamente. Lei, per educazione, annuiva. Ma non sono riuscita ad articolare granché. E lì ho cominciato a capire che questo post non sarebbe stato una passeggiata.

Per fortuna ho preso appunti. Quelli analogici, con la biro sul quaderno. E’ un’abitudine che non riesco a perdere e mi ha salvato in molte occasioni. La presentazione, si diceva. Ricordo che, non molto tempo fa, si diceva con qualcuno che le presentazioni di libri “non funzionano più”. Non ricordo se fossi d’accordo o meno. Forse sì. Oggi direi, forse più banalmente, che dipende dalla presentazione. Certo, nessuno ha più voglia di muoversi in giro per la città, specialmente qui a Roma, per assistere a uno spot pubblicitario dal vivo. Ma se la “presentazione” diventa un’occasione di avere qualcos’altro, il discorso potenzialmente cambia. La presentazione organizzata da Exòrma mi ha permesso, per parafrasare un’espressione cara al libro, di “abitare” questo volume prima ancora di leggerlo. Credo che sia importante, per il fatto che il libro di Emilio Vergani sembra fatto per essere inserito in un dialogo. E’ in forma di dialogo l’ultimo dei capitoli, forse il più efficace di tutti. Ma anche il resto bisogna immaginarselo nello stesso contesto.

Ma insomma, di che parla questo libro? Credo sia stato molto azzeccato partire da una citazione, questa:

“Io penso che il senso del possibile in qualche modo sia presente in tutti noi proprio perché tutti noi siamo creature di senso – e non solamente di fatto. Però in molte persone il possibile viene come spento – forse perché ritenuto inutile alla vita quotidiana, al lavoro, ai rapporti sociali – al punto che, in breve, se ne perde coscienza e abilità. Quando però non si perde ma rimane attivo alcuni riescono a ricavarne un esito non scontato. Quell’esito è la visione. In altre parole, la visione è il risultato creativo del senso del possibile messo al lavoro”. 

Giovanni Anversa ha definito questo volume “un libro atteso”. Nel senso che magari uno a priori non lo sa, ma poi – una volta letto – capisce che c’era proprio bisogno di fermarsi a pensare su come dare carne alle visioni e su perché oggi sembra più che mai difficile farlo. La visione non è un’utopia, non è un sogno. Che le persone abbiano bisogno di sogni è un assunto incalzante di una certa politica, che ci assilla con una sorta di “coazione onirica” (cito, mischiandoli, i relatori della presentazione). Ma la visione, soprattutto, non è l’elenco delle cose che ci pare giusto fare: insieme (o invece dei?) sogni, la politica ha scoperto gli elenchi. Otto punti, dieci punti. Concreti, pragmatici. Del tutto privi di orizzonte, intrinsecamente sterili. Non si vive solo di “to do list”, per quanto esse possano rivelarsi utili.

Cominciate a capire? Non si tratta solo di politica. All’inizio del ‘900 la visione nutriva molto le scienze: quelle sociali, quelle politiche, ma anche le cosiddette scienze dure (buttiamo lì qualche nome, a cui si fa riferimento nel libro: Basaglia, don Milani, Olivetti, i padri costituenti, Einstein…). Provate a riflettere su queste affermazioni di Vergani: oggi la letteratura ha chiuso i battenti, ci resta la narrativa; il cinema è ridotto a intrattenimento. L’ultimo visionario dei nostri tempi pare Steve Jobs. Cosa manca, cosa manca a noi, alle nostre vite e alla nostra cultura? La capacità di vedere quello che non c’è (ancora). La capacità di tracciare un’esperienza di senso, di alzare lo sguardo su un orizzonte. Condiviso.

Questo vale prima di tutto per il nostro stile di vita, che finisce per essere orientato verso beni di consumo, più che verso beni relazionali. Anche sul nostro modo di essere genitori. Negli ultimi due decenni non si è fatto che parlare di società del rischio, di insicurezza, di liquidità. Oggi ci troviamo nella società dell’eccesso di protezione, della ricerca della sicurezza a tutti i costi. Ci fanno paura cose che non sappiamo neanche bene cosa significhino. Passiamo la vita a erigere recinti protettivi. Non ci chiediamo più cosa e quanto perdiamo (noi, e più ancora i nostri figli) in questo zelante abbassare lo sguardo nel piccolo raggio di ciò che crediamo di controllare.

Altro spunto interessante. Un’altra reazione comune è quella delle visioni individualistiche, monotematiche, assolutizzanti, esclusive. Le monovisioni portano a leggere tutto in una chiave unica, a cercarsi e riconoscersi in etichette ristrette: quella di genere, quella di un certo tipo di alimentazione, quella di una specifica scelta educativa e via così. Sembra si faccia difficoltà, o addirittura si eviti, di cercare una visione più grande in cui comporre i nostri singoli pezzetti. Guardo il mio, assolutizzo il mio, mi riconosco solo in chi è esattamente come me (e se posso consolidare le mie sicurezze attaccando chi è diverso, funziona meglio). Penso a certe discussioni, anche sul web, e mi pare maledettamente e tristemente vero.

Dove coltivare il senso del possibile? Al momento pare proprio che non ci sia proprio lo spazio fisico. La politica, esangue, è l’ombra di se stessa. La scuola? La famiglia? Quel che si vede non pare promettente. Questo rattrappimento del senso del possibile va a braccetto con la paura, di cui ci nutriamo quotidianamente (e, questo aspetto mi fa davvero pensare, in cui per forza di cose immergiamo i nostri figli fin dalla nascita). La paura si supera solo con uno slancio in avanti. Uno slancio per cui fatichiamo a trovare una motivazione.

Viviamo immersi in questa mancanza di visione, a partire dal linguaggio. Il linguaggio ci fa dire cose di cui neanche siamo consapevoli. Lavorare sull’etica del linguaggio, anche attraverso la narrazione, ci aiuta a tornare consapevoli, a evitare di ritrovarci in una realtà che non ci appartiene, ma da cui siamo detti. Ma come ritrovare uno spazio pubblico del racconto di sé? Come fare il passaggio di condivisione di orizzonte che permette di costruire una storia diversa?

Questa è un’altra di quelle occasioni in cui mi piacerebbe parlare con voi non solo per iscritto. Mettersi tutti insieme in un luogo fisico e vedere dove ci porta la discussione. Intanto me lo dite se ci sono riuscita a passarvi un pezzetto di questa matassa di idee che mi si è aggrovigliata in testa?

Vi lascio con un video delizioso, che racconta la presentazione di Roma. Vi raccomando soprattutto la ricetta di Giovanni Anversa, nella parte centrale del video.

Imprevedibile leggerezza


Una volta ho scritto che lo scoraggiamento risale a tradimento come l’umidità dalle scarpe bagnate. Altrettanto imprevisto, e solitamente (almeno in parte) immotivato, è il buon umore. Lo visualizzo come un cielo terso, di quel maestoso azzurro romano che tanto amo (anche se oggi piove, vabbè). Da ieri sera mi sento tutta ringalluzzita. Onestamente, per carità, un paio di cose sono andate per il verso giusto (o quanto meno non sono rotolate giù per la china sbagliata), ma tutti gli impicci e i rodimenti che mi tormentavano nelle scorse settimane sono ancora lì, ben saldi al loro posto. E allora? Allora niente. Come credo fermamente da quando mi conosco, è quasi sempre la mia assoluta irrazionalità a salvarmi.

Ammiro alcune amiche, in particolare Chiara e Isabella, che hanno la costanza di elencare settimanalmente le cose di cui essere felici. Mi fanno sempre pensare a un libro che aveva mia sorella: 14,000 things to be happy about. Lo sfogliavo e lo trovavo ogni volta geniale, in quell’alternanza di trivialità quotidiane (il gelato di crema con sopra il caramello) e di nobilissimi sentimenti (l’amicizia). In questi tempi di autoeducazione all’ottimismo, c’è anche l’hashtag su twitter #3cosebelle, che ho scoperto grazie ai mitici farmacisti genovesi 3.0 (che 2.0 non mi pare abbastanza) della Farmacia Serra (@farmaciaserrage). E’ in fondo la stessa disciplina quotidiana della felicità di cui parla la cara Barbara Damiano nel suo Manuale Pratico. Io la condivido con tutto il mio cervello questa filosofia. Ma mi rendo conto che tutto il mio caotico essere si ribella a questa paziente disciplina, ragionevole e metodica. Io sembro nata per lanciarmi a velocità incontrollata negli alti e bassi della vita.

Però ho provato un’ondata di sincera ammirazione verso un collega, con cui ho avuto un interessante scambio di prospettive su alcuni conflitti internazionali in corso, che ha vissuto a lungo negli Stati Uniti e si appresta a trasferirsi in Europa (ma non in Italia, a tanto ottimismo non arriva neanche lui). Incidentalmente, butta lì che no, non ce l’ha ancora un lavoro nella città dove si trasferisce. E, ciò nonostante, con moglie e figli al seguito, ha dato le sue dimissioni dall’attuale incarico. Avendo colto l’espressione sbalordita del coniglio che è in me (non avrei mai, mai, il coraggio di mollare le mie mensili piccole certezze, anche se vorrei tanto esserne capace), ha commentato garrulo, scherzando ma neanche troppo: “Ci occupiamo di questioni che non fanno che aggravarsi, in tutto il mondo: il lavoro non ci mancherà mai!”. Ecco, se questo non è vedere il bicchiere mezzo pieno…

Non proprio una recensione


Scrivere questo post mi è costato molto più fatica di quanto avessi in un primo momento immaginato. Di recensioni, per lavoro o per diletto, ne scrivo un certo numero. Per cui, un po’ ingenuamente, mi ero ripromessa di scrivervi cosa penso del libro L’industria della carità, di Valentina Furlanetto (Chiarelettere). L’input mi era arrivato da un articolo di Vladimiro Polchi, che a mio avviso è uno del pochi giornalisti che si occupa di immigrazione in modo sensato. Mi aveva anche incuriosito (e un po’ indispettito) la reazione di indignazione, a volte preventiva, che leggevo nei siti di comunicazione sociale, Vita in primis. Ed ecco quindi che, zelante, mi sono comprata l’e-book a prezzo pieno, anticipando persino di qualche giorno l’uscita in libreria.

E a quel punto, dopo aver letto, ho constatato che purtroppo sul libro in sé non avrei nulla da aggiungere rispetto agli articoli che avevo letto. A essere gentili e signorili, possiamo definire il volume un’occasione persa. O ancora, con un altro eufemismo, un lavoro scientificamente inconsistente. Insomma, mi è cascata la mascella. E, badate bene, non lo dico mica perché sul no profit, terzo settore e volontariato non ci sarebbe niente da dire. Ci sarebbe un sacco da dire e pregustavo proprio che si cominciasse a dire. Ma certo non così. Mettendo tutto insieme: ong internazionali, piccole onlus locali, Nazioni Unite, cooperazione statale, ambientalismo, adozioni a distanza. Come se tutto fosse la stessa cosa. L’unico filo conduttore pare, a quanto sembra, la tesi dell’autrice: la scarsa trasparenza, se non proprio la corruzione e il nepotismo, di tutte queste diversissime cose. Io a quel punto ci avrei messo anche l’Università, il mio condominio, i partiti politici e il canile municipale.

Badate bene, non è che io mi risenta per la denuncia degli scandali che ci sono e magari abbondano pure (anche se sempre numericamente insignificanti rispetto all’universo esaminato). Ma più interessante mi parrebbe un ragionamento serio sulle motivazioni di certe pecche e sulla valutazione nel merito delle stesse (specialmente se alcune, a guardar bene, non sono neanche tali, mentre altre, potenzialmente assai più problematiche, sono ignorate). La parte di mia competenza di questo volume è assai più piccola di quanto immaginassi. Ma, soprattutto, non c’è un vero ragionamento a cui agganciarmi e contribuire. Mi limito a fare qualche rilievo.

L’unico criterio consigliato dall’autrice per verificare la trasparenza di un’organizzazione è farsi mostrare i bilanci. Io non sono tanto d’accordo. E’ una buona prassi che i bilanci siano pubblici e di fatto spesso, in qualche forma lo sono (oltre a dover essere costantemente prodotti ai finanziatori). Ma perché ogni singolo privato li possa decifrare, essi dovrebbero essere redatti secondo voci chiare, univoche, ben leggibili e uguali per tutti. Peccato che un bilancio di una agenzia delle nazioni unite, quello di una bottega equa e solidale, quello di una cooperativa sociale, quello di un’associazione di volontariato nazionale e quello di un ente pubblico non siano di solito fatti allo stesso modo. Quindi non basta metterli on line e bon. Io, leggendo le argomentazioni dell’autrice sui dati economici in suo possesso, mi sono più volta chiesto se e in quali casi la voce “Progetti” (che lei considera virtuosa, a differenza delle vituperate spese per “tenere in piedi l’organizzazione”) comprenda le spese del personale per i progetti stessi. Immagino che in qualche caso le comprenda e in altri no (o le comprenda parzialmente). Basterebbe questo per invalidare, di fatto, il paragone. “Progetti” non equivale mica a “soldi messi in mano direttamente al beneficiario”. Che poi la cooperazione (o la fornitura di servizi sociali) non vuol dire mica distribuire monetine su larga scala (sebbene la parola “carità” richiami molto questo aspetto), facendoci più o meno la cresta. Sperabilmente, dall’Ottocento a oggi, molte realtà sono un briciolo più evolute di così (anche se in alcune delle trasparentissime Charities USA qui e là questa impostazione di fondo riemerge sempre più spesso: raccogliamo le vostre monetine e le distribuiamo in modo efficiente). A mio avviso una ONG dovrebbe anche lavorare attivamente per eliminare le cause del bisogno su cui opera, attraverso advocacy, policy, lavoro culturale, comunicazione, ricerca (a seconda del campo di intervento). Non serve buon cuore, eroismo, protagonismo. Serve testa, competenza, visione di insieme.

La questione delle emergenze, e della loro eventuale “convenienza”, è importantissima. Ma anche qui ben altra profondità ci vorrebbe. Intanto mi sarei aspettata un bel capitolo sui meccanismi generali di funzionamento dei finanziamenti europei, nazionali e internazionali. Forse un po’ noioso per il lettore, ma non sarebbe fuori luogo almeno dire che una organizzazione che vuole fare interventi di ampio respiro nella maggior parte dei casi deve avere capacità di anticipare in buona parte le spese. Questo in certi casi spiega la pratica di “accumulare” risorse per uno o due anni successivi, nelle forme che sono consentite a ciascuna realtà. Chiedetelo a tutte le piccole ONG “morte di crediti”: ve lo confermeranno.

Interessante anche il fatto del carattere temporaneo degli interventi: se un’emergenza è tale deve iniziare e finire. Sante parole. Peccato che a volte neanche le emergenze vere finiscono (perché chi dovrebbe attivare le risorse ordinarie non lo fa, in genere). Figuriamoci quelle presunte. Resta il fatto che se teorizzassimo (nel migliore dei mondi possibili) che le ONG dovrebbero limitarsi a interventi circoscritti a integrazione di quando dovrebbero fare, che so, gli Stati, poi sarebbe un po’ contraddittorio accusarle di “precarizzare” il personale. Il personale in quel caso dovrebbe lavorare solo per la durata del singolo progetto, poi stop (altrimenti mi fa ad aumentare il budget spero per “mantenere l’organizzazione” e mi fa fare brutta figura….). Come esempio di progetto definito e presto chiudibile magari non avrei scelto l’esempio “istituire un campo profughi” (che non è che una volta istituito uno lo lascia lì e se ne torna a casa), ma questi sono dettagli, se vogliamo, espositivi.

Non mi dilungo oltre. Avrei voluto leggere del processo di “progettizzazione” degli interventi sociali; dei farraginosi meccanismi di gestione dei fondi europei, che rendono di fatto impossibile utilizzarli per le attività a cui sono destinati; delle tante, profonde contraddizioni, in cui questo ormai strutturale “terzo settore” si dibatte in Italia. Non è in questo libro che io possa trovare spunti di rilievo. Purtroppo non mi è stato molto d’aiuto neppure per le mie ricorrenti e tormentate riflessioni sul fundraising e sulla comunicazione. Nel migliore dei casi le spese di comunicazione sono etichettate come inutili e moralmente discutibili, quando non ridotte alla mera marchetta della star bisognosa di pubblicità. Mi preme, nel mio piccolo, precisare che: a) l’adozione di Madonna in Malawi non è proprio un caso tipico di testimonial famoso e mi pare compaia un po’ impropriamente in questo contesto; b) ho avuto il piacere di incontrare molti “famosi” che si mettono davvero al servizio di cause importanti, anche e soprattutto gratis. Ma comunque non era di questo che mi sarebbe interessato parlare.

Conclusione? La raccomandazione di non fare donazione in contanti (specialmente a loschi figuri che vi attaccano bottone per strada o vi vengono a suonare a casa) non posso che condividerla, ma non serviva evidentemente un'”inchiesta” come questa per farvela. Forse chiuderò questo post deluso e deludente con la saggia frase di Stefano Zamagni: “Non dico che tutti siano costretti a conoscere il mondo del non profit, per carità, ma sarebbe bene che almeno chi si mette a scrivere un libro su questo mondo un po’ di cultura sul tema ce l’abbia”.

Se fossi te


“Che vuoi fare da grande, Meryem?” “La pop star”. Siamo in macchina su nel nord e mia figlia con questa risposta mi ricorda che prima di partire abbiamo guardato insieme un altro dei DVD inviatici dalla Universal e, precisamente, Barbie: la principessa e la popstar. Mi era passato di mente, lo confesso. Non sono una appassionata dei film di Barbie, che invece Meryem guarda sempre volentieri. Questo, in particolare, racconta la storia di Barbie-principessa e del suo idolo, la popstar Kiera (Ghira, nella personale versione di mia figlia). Le due si invidiano reciprocamente e, con un tocco di magia di cui entrambe sono provvidenzialmente dotate, si scambiano l’identità per un giorno. E poi tutti cantarono, felici e contenti. In estrema sintesi.

Poi, come vi dicevo nell’altro post, ho comprato a Meryem questo libro, che curiosamente racconta una storia in qualche modo simile: la principessa Bianca, sempre in disordine e monella, scappa e viene molto apprezzata dal re dei draghi; contemporaneamente la draghetta, sgridata dai suoi perché sempre troppo pulita e incipriata, viene accolta con giubilo alla corte umana. Salvo poi realizzare che ciascuno sta meglio a casa sua, per il semplice fatto che comunque alle due figlie manca il proprio papà criticone (e viceversa). La forma in questo caso mi piace di più, rime e disegni rispondenti al mio gusto. Ma il tema è lo stesso, come anche Meryem ha notato (anche se qui la situazione è resa paradossale dalla vistosa differenza, anche di specie, tra le due: “Ma come fa una draga a vivere con gli uomini?”, mi chiedeva Meryem).

Tra i quaranta anni e la fine dell’anno, i bilanci si sprecano. E allora, pensando questo post, mi sono trovata a fare questo gioco: vorrei essere qualcun altro/a, almeno per un giorno? Ricordo che all’università ho desiderato di essere una mia amica più giovane, di nome Francesca, che ai miei occhi incarnava il successo professionale e personale. Recentemente, su Facebook, sono tornata in contatto con una mia compagna di classe delle medie, che era molto graziosa e corteggiata: non dico che all’epoca avrei voluto essere lei, ma certamente, almeno per un po’, avrei voluto non essere proprio me stessa. Anche oggi, a tratti, mi sfiora il pensiero che vorrei essere come qualcuna delle mie splendide amicizie bloggarole. Per non finire male come Paride buonanima, non ne nominerò nessuna in particolare, ma ne ho in mente certamente almeno due o tre (ma anche quattro o cinque). Poi però ci penso meglio e mi rendo conto che davvero ciascuna di noi ha le sue croci, i suoi pesi, i suoi punti di forza e i suoi cedimenti. Che le “fortune” sono frutto di scelte e, perché no, anche di rinunce e che in questa vita niente è gratis. Poi ci si mette anche Facebook, a ricordarmi che questo che sta finendo – che istintivamente avrei definito un anno davvero tosto e amaro – in realtà è stato anche un periodo pieno di belle sorprese, di incontri, di viaggi e di sorrisi. Allora, vi dirò, forse per un giorno mi scambierei solo con mia figlia, per la curiosità di vedere il mondo con i suoi occhi.

E voi? Con chi vi sareste cambiati la vita, per un giorno? E adesso?

Più libri, più liberi: una recensione “a scrocco”


Ieri era proprio una giornata del cavolo. A volte mi capita di peccare di eccesso di pregustamento. Pregustavo da un paio di settimane la fiera della piccola e media editoria, croce e delizia degli appassionati di libri squattrinati e cordialmente detestata dalla Guerrigliera fin dalla più tenera età, con una coerenza degna di miglior causa. Stavolta, come due anni fa, si prevedeva incontro con celebrità del calibro di Mammamsterdam in occasione della presentazione di un’opera imprescindibile nella libreria di ogni desperate parent che si rispetti: La risposta del cavolo. Già, proprio come la giornata.

Era questo che vi stavo raccontando. Dormo male, mi sveglio febbricitante e di pessimo umore. Litigo con il mondo, a partire da me stessa. Ringhio, sbuffo, protesto, strascico i piedi. Eppure tutto concorre a esaudire ogni mio desiderio: improvviso cambio di programma di tata Silvana, che in collaborazione con la nonna si spupazza Meryem da ieri alle tre a stamattina compresa, togliendomi ogni pensiero di orario. Passaggio in macchina all’andata e al ritorno. Quasi nessuna fila in biglietteria. Regali di compleanno che continuano a piovere inattesi a oltre una settimana dal giorno deputato. Ma è stato solo versando il mio tradizionale obolo allo stand di Exòrma che sono tornata in me, o meglio nella parte di me meno antipatica, e ho fatto quello che in fondo mi viene piuttosto bene: ho condiviso.

Io in una grossa Fiera affollata ho lo stesso blocco che mi afferra nei supermercati troppo grandi: mi paralizzo. Rispetto ai libri per bambini, poi, il problema aumenta: guardo di qua e di là, sbavo a destra e a sinistra, ma alla fine non metto a fuoco come si deve e finisco per non comprare assolutamente nulla. Però, ieri come in altre occasioni, mi sono giocata la carta segreta: mia sorella Marina.  Lei sì che conosce il territorio. Parte alla caccia come un cane da tartufo. Quest’anno purtroppo ci siamo solo incrociate fugacemente, ma mi sono rivenduta con successo, in seguito, gli ultimi due stand che le ho visto visitare. Ed ecco qui le mie recensioni a scrocco di due piccole case editrici da sostenere, con forza, perché se lo meritano (oltre a Exòrma, naturalmente).

Iniziamo dalla prima chicca. Ho faticato a ritrovarla, perché il nome me lo ricordavo solo attraverso confuse associazioni, decisamente poco indicative: L’asino verde? La rana ubriaca? Alla fine era Orecchio acerbo. “Libri per ragazzi che non recano danno agli adulti / libri per adulti che non recano danno ai ragazzi”, li definiscono loro stessi. Noi abbiamo ancora la bocca spalancata. Dei gioielli di grafica, di idee, di fantasia. Facciamo un esempio? Guardatevi questo booktrailer… oppure questo, che testimonia la nascita di Hansel e Gretel illustrato nell’unico modo possibile per favola davvero spaventosa (“Non ho mai pensato che fosse per bambini, era piuttosto per me, per me quando ero un bambino”, confessa significativamente l’illustratore).

Seconda menzione per Edizioni Lapis. Segnalo in particolare la collana Arte tra le mani e, ancor più, la collana Staccattaccal’arte, albi davvero geniali in cui i bambini possono con degli stickers ricomporre o rimescolare opere di artisti come Klee, Mondrian o Kandinsky. A Meryem alla fine ho comprato questo, mentre zia Marina ha scelto, da Orecchio Acerbo, questo. Scaricatevi l’anteprima, ne vale la pena. E qualcosa mi dice che questo autore vada tenuto d’occhio…. anche il sito è bellissimo!

Anche il dolore è normale


More about Mama Tandoori Ero molto curiosa di leggere Mama Tandoori, un romanzo di Ernest van der Kwast edito da Isbn. Mi frenava il prezzo, ma appena l’ho visto tra le offerte Kindle ho colto l’attimo. Era un po’ che aspettavo l’occasione di spiegare perché a me questo libro è piaciuto, anche (o forse proprio perché) leggendolo ho trovato qualcosa di profondamente diverso da quello che mi aspettavo.

Cosa mi aspettavo? Suvvia, mi aspettavo il solito romanzo multietnico di famiglia da ammazzarsi dalle risate, basato su gustosi equivoci e pittoreschi scontri di culture in salsa speziata. Tipo il film East is East, o Il mio grasso grosso matrimonio greco, per intenderci. Invece in questo romanzo si ride, un pochino, ma soprattutto si soffre.

Non tutto è rose e fiori, negli incontri tra culture. E, soprattutto, non tutto è rose e fiori nella vita, in genere. Il personaggio della mamma indiana all’estero, con tutti i suoi tratti grotteschi, più che comico è tragico. Tragico perché dietro i sorrisi ironici leggiamo tutta la sofferenza del figlio, che si sente inesorabilmente bollato da questa figura ingombrante e collerica. Ma soprattutto perché, al di là della macchietta, si legge tutta la sofferenza incolmabile della donna in questione.

In questo dolore lo spaesamento culturale ha forse un ruolo, ma certo non è il protagonista. Rimorsi, angosce, il peso insopportabile di scelte grandi e piccole, ma più ancora il destino comunque difficilissimo di essere anche mamma di un bambino “speciale”. Quello che mi ha colpito di questo racconto per bocca del figlio è forse, più di ogni altra cosa, la capacità di descrivere (sia pure in termini lievi) la propria sofferenza di bambino, ma anche di rendere in qualche modo giustizia (sempre senza indulgervi) alla complessità della mamma, che rompe quasi subito il ruolo di macchietta a cui il genere letterario rischierebbe di relegarla.

Pensandoci, mi ha fatto piacere di trovare tutte queste dimensioni in un libro che parla, in qualche modo, anche di integrazione. Mi è piaciuto vedere raccontato attraverso la figura del padre, apparentemente dimessa e sconfitta, tutto il coraggio che ci vuole anche solo per non rinunciare a priori a una strada comunque faticosa e piena di curve a gomito, dall’esito imprevisto e imprevedibile. Direi che il messaggio che se ne ricava è che in questo mondo plurale ormai tutto siamo destinati a vivere insieme, anche i drammi più intimi e non condivisibili. Perché essere insieme ormai è normalità, una normalità che non si limita a una salsa esotica da tirare fuori da una mensola quando ci serve un sapore originale.

Poi, chiaramente, per vendere un libro così bisogna puntare sulla comicità, agganciarsi a un trend di interesse già costituito. E’ vero che forse, se la presentazione fosse stata diversa, non mi sarei incuriosita neanche io. Ma è anche vero che così si rischia di deludere qualche lettore che di dimensione se ne aspetta una sola e può essere colpito negativamente dalla indubbia componente di “spiacevolezza” (del personaggio e della vicenda). Alcune recensioni su anobii ne sono la conferma.

 

Cacce al tesoro un po’ eretiche


Non ricordo quanti anni avevo (dovevo essere ai primi anni delle superiori) quando mi capitò sotto mano un libro che parlava in forma molto romanzata di catari, Maria Maddalena, tesori nascosti e Sacro Graal. Quella stessa faccenda che molti anni dopo viene più o meno ripropinata nei polpettoni di Dan Brown. Non posso dire di essere rimasta turbata da quella lettura, ma certamente mi colpì. A distanza di molti anni, dopo trascorsi da biblista e di storica delle religioni, credo di aver imparato che i veri misteri non sono certo questi. I miei studi mi offrivano prospettive ancor più inedite e, allo stesso tempo, facevano crollare alcune convinzioni (se siete tra quelli che credono che chissà cosa ci sia scritto nei manoscritti di Qumran, sappiate che sono terribilmente noiosi). Mi è rimasto tuttavia un interesse per la storia della religione cristiana, eresie incluse, specialmente come sfondo di romanzi gialli e racconti di svelamento di enigmi veri o presunti. Però mi sono fatta più esigente. Polpettoni sì, ma un po’ di decenza e serietà va applicata anche alla scrittura di questo genere letterario senza pretese. Ergo sono solita astenermi dagli autori americani: l’argomento religione non pare proprio nelle loro corde (magari un giorno sarò smentita, ma resto traumatizzata da Dan Brown….). In compenso, da quando ho il Kindle, mi sono dedicata a una serie di letture non disprezzabili per chi ama questo genere letterario e si diverte a seguire misteri che si dipanano attraverso formule ebraiche, iconografie gnostiche e intrighi vaticani antichi e contemporanei. Ecco una piccola presentazione.

Inizio senz’altro da Merkavah, di Daniele Versari (0,99 su Kindle Store). Un esordiente autoprodotto che merita successo. Lettura godibile, accurata, avvincente. Ingredienti: il Duomo di Orvieto, una coppia simpatica, una setta ispirata ai misteri di Mitra, Celestino V e persino… la Sindone. Questo medico poco più giovane di me, che tra i suoi hobby annovera “creare sculture di animali marini con materiali di riciclo”, va senz’altro incoraggiato a continuare a scrivere.

Molto più conosciuto (è stato al secondo posto nella classifica dei libri più venduti in Italia) è  Il mercante di libri maledetti di Marcello Simoni (ex archeologo, storico e di lavoro bibliotecario). Intreccio più classico, ma non privo di guizzi ai limiti dell’enigmistica. Una caccia al tesoro avvincente, anche se lo scioglimento non è forse del tutto all’altezza.

Non italiana ma spagnola è Matilde Asensi, di cui ho acquistato e letto ben due romanzi: L’Ultimo Catone e Iacobus. Il primo è senz’altro il più originale: mi ha colpito molto la figura della protagonista, suor Ottavia Salina, la descrizione degli ambienti vaticani della Biblioteca, che mi sono familiari (mio padre lavorava lì) e anche l’appassionante galoppata attraverso prove iniziatiche ambientate in luoghi a me molto cari (dalla chiesa di S. Maria in Cosmedin alla moschea di Fatih a Istanbul) e rese ancor più avvincenti dalla loro ambientazione contemporanea. Certo, lo scioglimento è assai acrobatico, come accade agli autori che puntano molto in alto nei viluppi della trama. Ma me lo sono goduto tutto, con il sorriso sulle labbra. Iacobus è più classico, di ambientazione medievale: ma è pur sempre un’avvincente caccia al tesoro lungo il Cammino di Santiago, con persino un pizzico di romanticismo che non guasta.

A parte, perché non appartenente allo stesso filone, vi raccomando caldamente Altai di Wu Ming. Si scarica gratuitamente dal sito della Fondazione. Se, come me, avete amato la figura (troppo poco conosciuta) di Gracia Nasi, apprezzerete assai il seguito della storia. Un bellissimo romanzo storico tra Venezia e Istanbul, un viaggio nel tempo e nello spazio capace di rapire pensieri e fantasia.

Vi ho convinto, vero? Allora buona lettura!

Piccolo canguro: una favola per l’inserimento


Piccolo canguro

Durante una delle nostre spedizioni alla piccola e media editoria, lo scorso dicembre, mia sorella Marina mi ha regalato questo libro di Guido van Genechten, che ho subito apprezzato moltissimo. Oggi, rileggendolo a Meryem, ho pensato che è molto adatto a questo periodo dell’anno, in cui le mamme si confrontano con inserimenti a scuola e i relativi distacchi, più o meno sofferti.

Piccolo Canguro è restio a saltar fuori dal marsupio della sua mamma. La mamma cerca di invogliarlo, di stimolarlo, di spingerlo fuori dolcemente. Perché è giusto così, ma anche perché, umanamente, è stanca e non ce la fa più a portare tutto il giorno il peso di un cucciolo un po’ cresciutello. Alla fine anche il cangurino mammone si lancerà nel mondo, nel modo più naturale: saltando dietro a un nuovo amichetto.

Mia sorella mi raccontava di voci – non so quanto fondate – relative al fatto che questo libro, olandese, avrebbe incontrato qualche resistenza prima di essere tradotto in italiano e che sarebbe stato addirittura rifiutato, in quanto poco in linea con l’italica sensibilità, da alcune editrici più famose. Non ho idea se sia vero. Certo è che questo concetto della fisiologica stanchezza della mamma, che nulla toglie alla gioia positiva dell’indipendenza, è certamente uno degli elementi che mi ha reso questo libro dalle illustrazioni deliziose assai simpatico.

Lo dedico a tutti i genitori alle prese con queste settimane di rodaggio. A quelli che si sorprendono a desiderare che i figli crescano in fretta (salvo poi pentirsene, quando crescono davvero). Ai genitori sgarrupati come me, che sentono gli uccelli cinguettare e, nonostante tutta la fatica, provano ancora l’impulso di muovere qualche passo di danza (se non ci vede nessuno).