Ciao, fondi Solid!


Giugno, mese di eroiche prestazioni ai limiti del sovrumano, si è chiuso ieri. L’anno scorso mi ripromettevo, se ne fossi uscita viva, di regalarmi la targa di eroe dei nostri tempi. Quest’anno la targa l’ho anche avuta (non proprio personale, dài: è quella di questo progetto, ma per impatto e importanza sulla mia vita lavorativa e quotidiana in genere fa lo stesso). Oggi, primo luglio, mi guardo incredula e mi dico che:

a) sono viva

b) non mi pare esattamente l’inizio di un periodo tranquillo.

Del resto, si sa, se non ho troppe cose in testa e per le mani mi annoio. E quando mi annoio, le conseguenze sono pessime. Lunedì scorso (a Roma era festa) mi sono ridotta a tentare di montare un ghepardo in carta regalato a Meryem per il compleanno. Le istruzioni promettevano che si trattava di operazione facilissima, che non richiedeva né forbici né colla. Alla trentesima volta che la maledetta zampa anteriore sinistra, piegata più volte in fogge diverse e evidentemente nessuna corrispondente alla laconica freccetta rossa del disegnino, si è staccata dal fragile tronco deforme del potenziale animale, ho lanciato tutti i componenti ai quattro angoli della stanza, chiarendo cosa pensassi dei sofisticati progettisti francesi che avevano ideato l’oggetto. Che poi, uno cosa se ne dovrebbe fare di un ghepardo di carta fragile come una bolla di sapone? Loro allegavano un filo per appenderlo al soffitto. Avrei dovuto capire tutto da quel particolare.

Ma sto divagando. Quello che volevo celebrare in questo post è la fine ufficiale dei fondi Solid, i FER e i FEI che hanno segnato la mia vita professionale negli ultimi… parecchi anni. Abbiamo ancora parecchie scartoffie da smaltire, ma un’era si è chiusa, con ieri. Non voglio qui commentare su quanto nuova/migliore possa essere l’era che si aprirà nei prossimi mesi, rispetto ai finanziamenti europei in materia di migrazioni. Sarebbe un ragionamento molto poco estivo e anche un po’ amaro. Solo piacevolezza, oggi.

Qui, in questo blog in cui la mia me lavorativa sgomita sempre più prepotentemente per uscire, voglio ricordare solo la crescita di questi anni di duro lavoro. Dalla prima volta in cui tentai, invano, di compilare una application per il FEI, sono arrivata ad oggi, in cui bene o male sono stata in grado non solo di framene finanziare, ma anche di coordinarne uno tutto mio. E’ un pezzo importante di quello che ho imparato in 15 anni di lavoro qui. Non era l’aspetto che mi attraesse di più, né quello che mi è più congeniale. Eppure l’ho imparato e ne ho persino, a tratti, apprezzato la bellezza.

Oggi mi voglio dire brava da sola per questo. Non è stato facile, per una persona orgogliosa come me, accettare il fatto che ho fatto, faccio e farò un sacco di errori. Che non sarò la migliore progettista sulla piazza, né la migliore coordinatrice di progetto. Ma è qualcosa che oggi so fare in modo accettabile e solo io so quanto mi sia costato. Quindi mi dico brava.

Però devo dire anche una marea di grazie, troppi per scriverli tutti qui. Concedetemene solo due. A Berardino (Guarino), per la pazienza e la tenacia con cui mi forma e mi sopporta (in tante occasioni assai superiori alle mie). E a Le Quyen: ancora oggi non riesco a immaginare fino in fondo un progetto europeo senza di lei.

Est modus in rebus


Se mi conoscete un po’, saprete che non sono una madre esemplare. Meryem talora gioca col tablet, mangia wurstel e varie cose poco genuine e, soprattutto, guarda la tv. In particolare, dato che in questa fase adora Doraemon, guarda Boing Tv. Non siamo usciti indenni, dunque, dalla campagna pubblicitaria che annunciava la presenza de La casa di Boing qui a Roma, nella sede dell’Archivio di Stato all’EUR, ieri e oggi. Ho acconsentito a portarcela. Mi pareva equo. Talora le chiedo di partecipare a eventi non dissimili per mie piccole collaborazioni lavorative. Ieri abbiamo attraversato la città intera, sotto la pioggia e con i mezzi, perché ci tenevo a partecipare alla terza edizione di “Alice nel paese della Marranella”. Che Boing Tv fosse, dunque.

L’evento in sé era come me lo aspettavo. Attività standard, abbastanza folla, genitori equamente divisi tra civili e maleducati. Un classico. Meryem ha diligentemente svolto tutto ciò che era previsto, collezionando gadget. Doraemon non era presente di persona, per precedenti impegni in un’altra città. In compenso, a un certo punto, è arrivata Barbie. Meryem si precipita dunque sotto il palco, dove fino a quel momento non avevamo sostato un granché. Il format prevedeva che i bambini facessero a Barbie delle domande e che poi la bella bionda si recasse nell’angolo predisposto per scattare foto ricordo e firmare autografi.

In primo luogo, Barbie in realtà NON rispondeva alle domande. Si limitava a sorridere a annuire. Alle domande rispondeva l’animatore-presentatore. Ho poi notato che tutti i personaggi che ho visto intervenire erano muti “perché fuori dalla tv non possono parlare”, come spiegava il ragazzo. Fatto sta che la conversazione ha preso la piega di cui vi darò qui alcuni esempi.

Bambina: “Perché sei così bella?”
Animatore: “Deve essere bella, perché ha un bel fidanzato! E lo sapete come fa a restare bella? Ve lo dico io! Si spalma ogni giorno un sacco di crema di bellezza. Anzi, ora che ci penso, una domanda la faccio io, a Barbie: chi ti spalma la crema? Aaaah, il tuo fidanzato… che fortunato!”

Bambina: “Che bel vestito che hai!”
Animatore: “Eh sì! Tutto pieno di diamanti. Costa tanto, sapete? Vale come mezza Roma!”

Intermezzo. L’animatore finge di scattarsi un selfie con Barbie. “Che bello, un selfie con te, è quello che ho sempre sognato! Peccato che ho le mani occupate…”.

Bambino: “Dove li hai presi i diamanti del vestito?”
Animatore: “Glieli spediscono per posta gli ammiratori. Tutti i maschi regalano un diamante a Barbie. Anche tu, quando crescerai un po’ e avrai 18 anni dovrai comprargliene uno, sai? Ma non devi mica spenderci 10 euro, eh? Devi spendere tanti soldi!”

Bambina: “Dove li prendi i vestiti?”
Animatore: “Nei negozi di tutto il mondo. Sapete, lei ha una grande villa solo per i vestiti, una solo per le scarpe e poi una grande casa piena di specchi, perché a lei piace guardarsi!”

L’intervento si è concluso con una mamma che ha chiesto un bacio a Barbie “per conto del marito”. L’animatore ha chiuso lo spettacolino raccomandando: “Vabbè, ora però lo tenga d’occhio perché Barbie girerà qui per tutto il giorno!”.

Credo che questo saggio sia sufficiente.

Due osservazioni conclusive. Non amo i film di Barbie, ma ne ho guardati molti e mi pare ovvio precisare che i messaggi che contengono sono ben lontani, da tutti i punti di vista, dai contenuti dello sketch a cui abbiamo assistito. In questi anni ho avuto l’impressione che i contenuti dei cartoni siano in genere piuttosto educativi e positivi, con punte di moralismo eccessivo (ricordo che avrei spiaccicato al muro il saccente e perfetto Coniglietto Milo!). Quindi non è Barbie il problema e forse neppure Boing Tv.

Il punto credo che sia che, come ben sanno i genitori che organizzano e subiscono feste di compleanno, gli animatori non sono tutti uguali. E gli animatori dozzinali sul mercato abbondano, e anzi sono la maggioranza. Con l’aggravante che sono anche molto popolari e apprezzati. E allora? Allora quando si organizza un evento, specialmente poi se è un evento vetrina per un marchio, si deve scegliere da che parte stare. Kinder per la caccia alle uova per quel ruolo ha scelto Giovanni Muciaccia. Vedete voi.

Immagini di un viaggio clandestino


E’ successo di nuovo. Come già nell’ottobre 2013 Meryem, oggi più grande, mi fa domande precise sui morti di Lampedusa (o piuttosto, del Mediterraneo). Mi chiede perché partono, se molti muoiono. Perché non aspettano il bel tempo, almeno. Spiego, aiutandomi con le persone concrete, che lei conosce. Ricordi Adam, Meryem? Lui è arrivato proprio a Lampedusa, su un barcone. “E ha avuto paura?”. Certo, una paura pazzesca. Non sapeva neanche nuotare. Ma anche il deserto, fa paura, sai? Tantissima paura. “Ma allora quelli che arrivano sono degli eroi. Dovremmo aspettarli quando arrivano a fargli una festa”. Vero, quanto è vero.

Poi arriva suo padre e allora anche lui, come quella sera di ottobre, le racconta il suo viaggio verso l’Europa. Una storia lunga, che lui cerca di sintetizzare in immagini precise.

La strada in montagna, tra la Slovenia e Gorizia. Il cammino di notte, al freddo. La paura. La voce troppo squillante del compagno di viaggio e i tentativi bruschi di farlo stare zitto. E lui che fa ridere tutti con una battuta: “Scusate, da piccolo ho ingoiato un microfono”. Sono ragazzi di 18 anni, comunque, anche se magari da lontano non sembra.

La cella del commissariato di Gorizia. I sudanesi alti e grossi, che all’arrivo del gruppetto di curdi, si stringono in un angolo, spaventati. “Noi a vederli così grossi e neri avevamo avuto paura. Mica eravamo abituati a vedere persone così diverse da noi. Ma poi abbiamo capito che loro avevano più paura di noi”. Un lungo silenzio imbarazzato, poi uno del gruppo di curdi azzarda un saluto in arabo. “Siete musulmani?”. Stupore, sollievo, sigarette condivise.

Ancora quella cella, con le pareti coperte di scritte in tutte le lingue. Finalmente ne scoprono alcune in turco. “Europa, dopo tanti tentativi questa volta sono arrivato”. E poi: “Non vi preoccupate, tra poche ore vi lasciano andare”. Rassicurati dal messaggio di uno sconosciuto, le ore di prigionia passano più leggere.

Ventimiglia, o su per giù. Si aspetta di passare il confine con la Francia. Si tenterà anche di passarlo, quel confine, in un tir dove i 200 passeggeri hanno rischiato seriamente di morire soffocati. Salvati dai controlli di frontiera. Si ritorna a piedi in Italia, in fila indiana, ma cantando e felici di essere vivi. Perché la morte, quella volta, è stata davvero vicina. Si aspetta ancora. Nizam va spesso su un ponte a guardare i grossi pesci che nuotano nel mare sottostante. Gli piacerebbe tornarci in quel posto, pieno di grotte che all’epoca pullulavano di stranieri in attesa di andare oltre, alla tappa successiva. I ragazzi si rasano la prima barba nel mare, con un rasoio di plastica comprato in una botteguccia del paese. Forse la stessa dove Nizam comprava il necessario per un picnic: insalata, pomodori, pane e… come si dirà “sale”? Gesticola, non riesce a spiegarsi. “Insomma, sual!”, sbotta lui in zaza. Magia del sostrato comune indoeuropeo, il negoziante capisce.

Il treno da Parigi a Amsterdam. Su consiglio di un parente, Nizam non si siede con gli altri stranieri a fare casino e fumare. Compra un inverosimile giornale francese e si siede davanti a una vecchietta. A un certo punto fa per alzarsi, ma vede arrivare la polizia. Si risiede e finge di addormentarsi sul colpo. Il poliziotto cerca di svegliarlo, lui continua a fingere di dormire, mugugna, allunga il biglietto. Se la cava così. La vecchietta non lo tradisce. Quando riapre gli occhi la vede sorridere e portarsi un dito sulle labbra: “Ssssh”.

Ultimo flash. Casa del fratello in Olanda, finalmente una doccia. Quando ne esce vede che il fratello ha preso i suoi vestiti, comprati nuovi dieci giorni prima per partire per l’Europa, una camicia e dei pantaloni eleganti, e li ha buttati senza pietà nella spazzatura. Lui corre a ripescarli. “Ma sei matto? Li lavo!”. Ma poi si rende conto anche lui. Li ha addosso da allora. Lavarli non basterebbe.

La storia continua, diventa per un tratto anche la mia storia, la nostra storia. Meryem ascolta, immagina, ride, si spaventa e cerca di capire. Perché la prigione, la polizia, la fuga? Cerchiamo di spiegare. Ma la verità è che, se devo essere del tutto onesta, una spiegazione convincente non esiste. E’ solo vita. Di molti. In questo caso anche sua, nostra.

La teoria. E poi noi, io.


In queste ultime settimane ho fatto almeno due letture che avrebbero dovuto accrescere le mie competenze di genitore e di educatore di fatto. La prima, che potrei definire la pars construens, era I bambini pensano grande, di Franco Lorenzoni. In realtà sono state pagine dense e stimolanti, che mi hanno aperto interrogativi più che sostenermi nelle esitazioni quotidiane. Avevo in mente di parlarne più diffusamente, ma alla fine vedo che i tempi si allungano e rischio di non parlarne affatto, quindi mi tolgo il pensiero qui (riservandomi di tornarci poi). La domanda principale è un po’ il dubbio che mi assale ogni volta che incappo in un educatore pensante (dal vivo o dalle pagine di un libro) e che richiama in qualche modo il principio di indeterminazione di Heisenberg: quando lo strumento di misurazione (il maestro, in questo caso – passatemi il parallelismo approssimativo) va così a fondo, è abbastanza evidente che “il misurato” (ovvero gli alunni) non potranno che esserne influenzati. Il che va benissimo, eh. L’insegnamento mica ha l’obiettivo dell’oggettività. Però alla fine mi chiedo dove sia il confine tra un percorso di ricerca tutto personale dell’educatore e il “servizio” che l’educatore stesso è chiamato a offrire a ciascuno di quei bambini. Pippe mentali, insomma, lo capite da soli. Sempre di compromessi si tratta. E per giunta io finisco per chiedermelo con insistenza soprattutto quando l’educatore in questione esce dalla routine idiota e ci mette del suo, cioè quando si assume almeno la responsabilità più ovvia del suo lavoro. Insomma, non capisco cosa sia questo tarlo che mi impedisce di essere pienamente entusiasta.

Finito quel libro, mi sono data alla lettura di Lei così amata, di Melania Mazzucco. Peggio che andar di notte. A un certo punto di una lettura già di suo piuttosto angosciosa mi è saltato all’occhio un paragrafo terrificante.

“I nostri figli dipendono da noi – assorbono ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni elogio e ogni divieto. Siamo il loro esempio, e ciò che odiano di più. Siamo responsabili dei nostri figli. Essi diventano ciò che siamo e a volte non sappiamo neanche di essere. Sono le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio di noi”.

Vi risparmio, ma forse potrete intuire, che sequela di rimuginamenti mi abbiano scatenato queste poche righe. Si tratta, evidentemente, di una formulazione piuttosto efficace di qualcosa che sento essere vero, anche alla luce della mia esperienza personale. Ma ciò non toglie che mi fa paura da matti. Diventano ciò che a volte non sappiamo neanche di essere. Le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio. Io un po’ me lo immagino, il mio peggio e il mio meglio. So altrettanto bene che la parte di peggio che non so di essere, o che cerco di ignorare di essere, pure non sarà risparmiata a mia figlia. So anche, per carità, che bisogna avere fiducia in lei e nella straordinaria capacità dell’essere umano di reagire alle avversità, in primo luogo ai propri genitori.

Sta di fatto che mai come in questo momento mi sento persa in un viaggio senza mappe e senza bussole, impelagata in un’impresa per cui ogni manuale, dotto o sdrammatizzante, appare puerile. Per dirla con Pedro Arrupe, uno dei miei modelli gesuiti: “Pregare. Pregare molto. Gli sforzi umani non risolvono tali problemi”. Lui parlava di rifugiati, ma credo che si adatti benissimo anche ai genitori. E ai figli, soprattutto ai figli.

La Meraviglia


L’attrazione di Meryem per la magia si è manifestata grazie a una trasmissione televisiva inglese, il cui titolo era tradotto malamente in italiano con “Ti faccio una magia” (in realtà era “Help! My Supply Teacher’s Magic”). Io lo trovavo noiosetto, lei straordinario. Da allora c’è tra noi una specie di promessa: quando a Roma ci sono spettacoli di magia, noi cerchiamo di andarci. Ieri quindi era ovvio che fossimo al Teatro Olimpico, in compagnia dell’amichetto storico Adriano, per quello che si è rivelato non uno spettacolo, ma uno spettacolone: il Supermagic 2015. Il biglietto non era economico, per cui abbiamo ripiegato sulla galleria. Ma a conti fatti, valeva assolutamente in prezzo. Lo spettacolo durava due ore abbondanti e comprendeva diverse esibizioni, estremamente varie e coinvolgenti.

I miei preferiti in assoluto sono stati Carlo Truzzi e Simona, dei veri magi delle ombre cinesi. Ma ho apprezzato anche numeri più “metallari” e incalzanti, tipo Enzo Wayne e Ottavio Belli. Il numero con gli uccelli, forse il più scenografico, realizzato magistralmente da Joseph Gabriel, mi ha tuttavia lasciato un filo d’angoscia al pensiero dello stress a cui presumo saranno stati sottoposti i poveri pennuti. Meryem ha amato moltissimo anche il più poetico di tutti, il mago cinese Po Cheng Lai. Insomma, un successone.

La conduzione di Sergio Bustric inseriva poi, in modo un po’ incongruo, delle note di assurdo, di poesia, persino di riflessione. Ci vuole un tempo per lo stupore. Più che giusto. E che vogliamo dire dello spot, anch’esso poeticissimo?

Non posso che raccomandarvelo caldamente. Sarà al Teatro Olimpico di Roma fino all’8 febbraio.

 

Un mostro, una mamma, un bambino


Non è una favola, ma tutti possiamo contribuire a costruire un lieto fine. Vi ho già parlato tempo fa della storia della mia amica Janette e del suo bambino, Iñaki. Iñaki ha 4 anni e soffre della sindrome di Sanfilippo, una malattia rara per cui al momento non c’è alcuna cura.

La ricerca sta procedendo e c’è una terapia, la terapia genica, che sta dando risultati incoraggianti negli USA. Pare che funzioni e che sia possibile, per bambini piccoli, far regredire i danni che la malattia ha già fatto. Se la sperimentazione fosse attiva in Spagna, Iñaki avrebbe ottime possibilità di essere incluso e forse curato. Avrebbe, in pratica, una possibilità concreta di sopravvivere. Però in Spagna la sperimentazione è stata sospesa per mancanza di fondi. L’associazione di genitori di cui Janette è presidente ha ottenuto la disponibilità dei ricercatori americani a collaborare con un ospedale a Bilbao per portare avanti parallelamente il protocollo. L’ospedale ha accettato e ora è solo una questione di soldi. Tantissimi soldi.

Il tempo si va esaurendo e Janette, come è ovvio, non si arrende. Per questo ha girato un video bellissimo per farvi conoscere il suo splendido bambino. Per dare un sostegno a questa causa, potete cliccare qui. Se potete, passate parola.

Quella che… parla di cose improbabili


Di ritorno dal Mammacheblog Creativo, vi regalo questo piccolo aneddoto. Una nota influencer, che scambiava due chiacchiere causuali con me nei pressi della ciabatta con le prese di corrente (postazione più frequentata del tavolo dove veniva offerto il caffè Vergnano), in risposta alle mie reiterate dichiarazioni di estraneità al contesto, mi ha chiesto: “Me ce l’hai un blog, almeno?”. Sì, ce l’ho. Dal titolo improponibile, ma ce l’ho. Forse avrei anche potuto dirle (anche se probabilmente lei non ne ha alcuna memoria): “Sai, sono quella che ha avuto una piccola divergenza di vedute con te a distanza in materia di rifugiati”.

Oggi, neanche a farlo a posta, leggo questo post di un’altra nota influencer e realizzo (oltre al fatto che se mi definisco “quella che” magari dovrei riconoscerle dei credits) che in fondo il quid che mi caratterizza ormai da un certo numero di anni in questo ambiente variegato che mi trovo a frequentare è proprio questo: la mia esperienza con i rifugiati. “Che problema risolvi, tu?”, chiedeva una volta Luigi Centenaro a una sessione sul personal branding. “Io semmai ne creo”, ricordo di essermi risposta. Fatto sta che già nel 2011 al Mammacheblog (che allora si chiamava Momcamp) avevo cercato, non so con quanto successo, di raccontare alla platea chi fossi io, in rete e fuori.

Ieri sera, tornando in treno da Milano, ho riflettuto sul fatto che, di tanto in tanto, chi tra i miei contatti web aveva avuto bisogno di chiedere qualcosa sui rifugiati si era, in effetti, rivolto a me. E i post più letti di questo blog di questo parlano. Il primo blog che ho aperto, su splinder, all’inizio del 2004, si chiamava “Rifugiati”. Molto più agevole da ricordare e da digitare. Peccato che, come era ovvio, non lo leggesse nessuno. E alla fine Yenibelqis, che era l’esperimento privato, si è animato di vita propria, nonostante la sua impronunciabilità.

Insomma, questo post sconclusionato è per dirvi che continuerò a scrivere, come sempre, di quello che mi interessa e che forse riassumerei così: rifugiati, maternità (cioè educazione, esperienze, cose interessanti da fare con mia figlia), religioni, Roma. Ma se vi va che vi risponda a un dubbio o una domanda sulla mia “specialità”, scrivetemi. Non sarete molti, posso immaginare. Ma è anche vero che di migrazioni forzate si inizia a parlare molto più di un tempo. Insomma, sapete dove trovarmi.

Alice e la magia del teatro


Sabato scorso mi si è presentata l’occasione di portare Meryem in un luogo che mi è sempre sembrato un po’ magico, il Teatro India. Ho un’attrazione particolare per questa zona di Roma, un’area industriale sulle rive del Tevere, con il Gazometro sullo sfondo e grandi spazi con muri in mattoncini. A essere del tutto onesti, ho sempre la sensazione che la qualificazione di quest’area sia rimasta un po’ a metà, non del tutto compiuta. Tuttavia mi piace comunque.

Lo spettacolo che abbiamo visto era Alice, regia di Fabrizio Pallara. Non sono stata mai una fan di Alice nel Paese delle Meraviglie, non saprei dire perché. Quindi mi è parsa una buona occasione per introdurre Meryem alla storia in un modo diverso e non filtrato dal mio naso che si storce (probabilmente non avrei dovuto leggere Camera oscura, di Simonetta Agnello Hornby). Ecco, lo spettacolo si adattava solo in parte allo scopo: più che narrare, suggeriva la storia. Lo spettacolo usa moltissimo la musica, la mimica, le scenografie (semplici, ma d’effetto), meno i dialoghi e la narrazione.

Però per noi ha funzionato. Meryem era stupita, incantata, coinvolta. Un’ora e dieci di magia. Non finisco mai di stupirmi quando mi rendo conto che certe volte non servono sofisticati effetti speciali per rapire l’immaginazione. E se un cartone animato o un film d’animazione, obiettivamente, “invecchiano” (ho il sospetto che sia difficile proporre a Meryem con qualche successo Elliot il drago invisibile, anche se adesso, pensandoci, ci proverò), il teatro conserva per fortuna il suo potere puro e immediato. Se funziona, funziona. Anche senza apparati hollywoodiani.

Lo spettacolo è al Teatro India di Roma fino al 13 dicembre. Consigliato a partire dai 6 anni e io confermerei, anche se in sala c’erano bimbi più piccoli che hanno goduto comunque dello spettacolo.

 

#LeggiAMO. Perché mia figlia legge?


La settimana scorsa ci sono stati i colloqui con i maestri di mia figlia, quella circostanza rituale in cui si riscopre tutti insieme, ogni volta, che due ore e mezza non sono sufficienti a incontrare 22 coppie di genitori. Sono certa che avete presente la situazione. La nuova maestra, piuttosto parca nell’espressione orale, mi ha elargito questa definizione di Meryem: “E’ una che legge”. Dopo essere ricorsa alla sapienza orale della tradizione e aver messo insieme il mosaico di indizi che mi erano stati elargiti in questi primi mesi di scuola, credo di aver capito che la frase vada intesa così: quando i bambini finiscono il compito che è stato loro assegnato, mentre aspettano che i compagni terminino a loro volta, la maestra li invita a prendersi un libro dallo scaffale che hanno in classe e a leggerlo in silenzio. In quattro parole la maestra voleva condensare la triplice informazione che Meryem non ha difficoltà a svolgere in classe i compiti assegnati con una certa rapidità, che obbedisce senza fare storie quando le viene proposta un’attività alternativa e che, in effetti, le piace leggere e lo fa volentieri.

Ho deciso quindi di sottoporle le domande suggerite da Genitori Crescono. Ecco a voi le risposte.

Ti piace leggere?
Certo! Che domande fai?

Come si fa a diventare bravi a leggere?
Si comincia a leggere in sillabe. Tipo così: L’er-ba del-la re-gi-na. Io ho imparato così. E anche leggendo in mente.
Provo a riportarle l’opinione del figlio di Serena, che aveva invece detto che per imparare è meglio leggere a voce alta. Lei dissente molto vivacemente.

Perché è importante leggere secondo te?
Ci sono molti motivi per cui leggere è importante. Perché si imparano molte cose, ad esempio. Perché è bello. Perché leggendo ti puoi immaginare le cose tue. Perché è divertente.

Illustra questo post la copertina del primo libro che Meryem ha letto interamente da sola, di sua iniziativa. Io ancora non l’ho letto e questa cosa, vi confesso, mi ha dato proprio la misura di quanto sia cresciuta.

Ciò detto, la sera leggiamo ancora insieme. A volte leggo io, altre volte leggiamo una pagina per uno. Altre volte mi chiede di raccontarle una storia senza libro e questo per me è un piacere a parte, perché così faceva il mio papà con me. E dopo un po’, inevitabilmente, quelle storie un po’ inventate e un po’ reinterpretate, condite dalle risate di mia figlia, mi verrebbe la tentazione di scriverle…

Non sto parlando di oche


Domenica alla Villa di Massenzio i bambini si sono fermati nel prato a raccogliere margherite. Uno dei papà li ha ripresi, invitandoli a lasciarle vivere e non strapparle inutilmente. Noi mamme abbiamo tentato una mediazione: abbiamo apprezzato e quindi lodato il gesto di affetto sincero dei nostri figli nei nostri confronti, ma contestualmente li abbiamo invitati a non esagerare, a fermarsi a pochi fiori e soprattutto a non strapparli con indifferenza. Questo piccolo episodio mi è tornato in mente oggi, quando su Facebook, durante una discussione, un’amica mi ha fatto notare che la violenza su qualunque essere vivente deve essere condannata indistintamente, senza fare graduatorie.

Io faccio del mio meglio per crescere mia figlia educandola al rispetto e all’attenzione, a 360°. Ma confesso che le graduatorie le faccio. Se fa male a un suo compagno reagisco molto diversamente da quando coglie una margherita. Non le consentirei mai di maltrattare un animale, ma confesso che mi ha visto spesso uccidere zanzare e persino usare insetticidi.

Più di tutto, ammetto che mi irrita la sensibilità esagerata di alcune persone alla sofferenza di procioni, uccelli migratori, raganelle dagli occhi rossi e girini, salvo poi alzare le spalle quando si tratta di stragi di esseri umani. “Eh, ma gli animali sono innocenti: gli uomini, invece…”. Ci viene più facile metterci nei panni di una tigre siberiana, che magari non sappiamo neanche cosa mangia (per tacere di cosa pensa), che di una professionista siriana, nostra coetanea, con una bambina della stessa età della nostra.

Che poi questo mi ricorda chi è disposto a combattere qualunque battaglia per i diritti dell’embrione, ma non spenderebbe un minuto del suo tempo per prendere in considerazione il vicino di casa. O chi compra cosmetici non testati sugli animali, ma poi maltratta la badante della madre anziana.

Cosa voglio dire con questo? Forse solo che sono stanca e che a volte si parla troppo e si pensa poco (io per prima). Ognuno ha le sue battaglie, è naturale. Credo sia troppo ambizioso immaginare di battersi per tutte le cause, anche perché molte, se si approfondisce bene, sono in contraddizione l’una con l’altra. Meglio i prodotti sintetici rispetto ai piumini d’oca? Però, vi direbbe un’altra mia amica, avete presente quello che sta succedendo ai fiumi e quindi agli oceani e quindi al pianeta intero per via delle microfibre di residuo dalle lavatrici nel lavaggio del sintetico? E avete presente quanta acqua bisogna usare per il cotone? Ha ragione lei, non se ne esce.

E allora, siccome sui siti che leggo paiono avere un certo successo i codici etici (o saranno forse codici morali? mah), vi riassumo qui il mio:

1. Homo sum, humani nihil a me alienum puto. In altre parole: gli uomini, anche nelle loro manifestazioni meno tenere e seducenti, devono essere sempre presi in considerazione. Se c’è da scegliere (ma speriamo di no) vengono prima.
2. La coerenza assoluta non è di questo mondo. Ma vogliamo almeno provarci?
3. (a correzione del 2) Guardarsi dagli estremismi e dai fondamentalismi, sempre. Non ho mai conosciuto un fondamentalismo che non provochi sofferenza. Neanche quando si proponeva le cose più nobili.