Regina viarum: Appia Antica con i bambini


La destinazione della nostra gita domenicale era tutt’altra: la sagra dei marroni in qualche paesino in provincia di Roma. Composti gli equipaggi, studiato l’itinerario, la compagnia è partita dal punto convenuto con appena 20 minuti di ritardo sulla tabella di marcia. Poi è successo che l’Ardeatina era interrotta. Inversione, rapida consultazione tra gli autisti… ma poi lo sguardo ci è caduto sulla Villa di Massenzio, il verde sfacciato della campagna che scintillava al sole, il cielo perfetto. Nei bagagliai avevamo provviste sufficienti a un picnic soddisfacente per cinque adulti e quattro bambini. Ma alla fine, chi ce lo fa fare di allontanarci più di così? Detto fatto, abbiamo aggiornato la meta della nostra gita: Appia Antica. Per giunta ieri, prima domenica del mese, tutti i siti archeologici erano a ingresso gratuito.

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Alla prima tappa, un volontario del Touring Club ci ha guidati all’interno del Mausoleo di Massenzio, dove i bambini sono rimasti molto colpiti soprattutto dall’impronta di cagnolino romano visibile sul pavimento. Poi ci siamo goduti l’erba del circo, in piena luce. I bambini hanno corso su e giù, raccolto margherite, posato per foto ricordo.

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Poi ci siamo fermati alla tomba di Cecilia Metella. Anche questa visita veloce ha soddisfatto grandi e piccini. Io sono rimasta soprattutto soddisfatta del piccolo opuscolo sull’Appia Antica che ci hanno distribuito in biglietteria. So cosa state pensando. Una romana dovrebbe essere consapevole della bellezza del museo a cielo aperto che abbiamo la fortuna di avere a due passi dal centro. Non era nemmeno la prima volta che ci andavo, con Meryem. Ma questa volta non eravamo lì per un evento o una manifestazione particolare: passeggiavamo e basta. Meryem e i suoi amichetti saltellavano da un basolo all’altro, noi genitori chiacchieravamo sbrirciando al di là dei cancelli delle ville e godendoci l’aria fresca e la (relativa) quiete – eravamo pur sempre accompagnati da una truppa di minorenni. E’ stata davvero un’esperienza nuova e sorprendente, nella sua semplicità.

La terza e ultima visita culturale è stato il sito di Capo di Bove, un’oasi deliziosa, dove archeologia e arte contemporanea si alternano sapientemente. La custode ci ha tenuto a precisare che qui l’ingresso è sempre gratuito e che è possibile utilizzare i tavolini del giardino per un picnic. In questa sede, adattissima a mostre e convegni, è conservato anche l’archivio di Antonio Cederna, di cui non sapevo nulla (male!) e al cui impegno i romani e tutti gli uomini, in generale, devono molto. Per la tutela del patrimonio dell’Appia certo resta ancora molto da fare, ma di quanta bellezza godiamo già oggi…

10578788_10152365591760047_1364601168_n In realtà i bambini  cominciavano a soffrire  un po’  per le regole dei musei (“Ma  non possiamo toccare  niente???”, sbuffava ormai la  Guerrigliera), quindi per la  pausa pranzo abbiamo optato  per un prato a margine della  consolare. Qui il contatto con  la natura era assicurato: i  nostri figli non hanno tardato a  rinvenire un bel cadavere di  riccio, che li ha entusiasmati  moltissimo (noi mamme  eravano meno entusiaste, a dir  la verità).

Sulla via del ritorno  siamo stati  poi sorpresi da un  gregge di  pecore, per la gioia  dei  bambini. Ancora una volta abbiamo avuto modo di renderci conto di quante cose qui a Roma sono lì, a portata di tutti. A volte serve solo la buona volontà di ricordarsene.

Incontro con la Norwegian Cruise Line, ovvero: quando la cronista crepuscolare va in crociera


Quando mi è arrivato l’invito della Norwegian Cruise Line a visitare una loro nave e a scoprire i servizi specifici che la compagnia prevede per le fortunate famiglie a bordo, avrei voluto dire subito di sì. Non sono mai stata su una nave da crociera e il massimo dell’esperienza di navigazione che ho fatto è stata la piscina/bacinella del traghetto per la Grecia. Dunque, perché no? Perché ero in Romania, ecco perché. Chiusa in un monastero carmelitano a lavorare per sei giorni, weekend compreso. A malincuore stavo declinando l’invito, quando mi è venuto in mente che potevo mandare un collaboratore.Ecco, questo blog finora non aveva collaboratori. Ma, pensandoci, di collaboratori c’è sempre bisogno. Vi presento oggi la prima collaboratrice di Yeni Belqis, Caterina Moro. Ho pensato di iniziare sparandomi il meglio che avevo sotto mano: una donna capace di leggere i geroglifici e capirli, di cantare da solista, di scrivere saggi, articoli, ma anche racconti e romanzi non capita tutti i giorni. Buona lettura!

Può scrivere degnamente un post su una nave da crociera qualcuno che non è mai stato in crociera? E se quel qualcuno avesse anche un’indole crepuscolare, rinforzata per l’occasione da una molesta lombo-sciatalgia, e fosse più incline ad appuntare il colore del mare e del cielo che i vantaggi di un giro del Tirreno all’insegna della libertà e del divertimento?Tutte domande inutili, considerato che ormai ero lì, avevo accettato l’invito della Norwegian Cruise Line per visitare la nave da crociera Norwegian Epic e attendevo il mio imbarco sotto un enorme balconatissimo condominio dei mari (ci sono 17 piani!), che faceva sembrare l’antica costruzione sul molo a fianco una torre degli scacchi, a confronto.

 La cronista crepuscolare si interroga sull'efficienza delle scialuppe
La cronista crepuscolare si interroga sull’efficienza delle scialuppe

Nel gruppo che attendeva di entrare c’erano diversi bambini: una parte importante della visita sulla nave sarebbe stata dedicata a spiegare le attività dedicate ai ragazzi e alle famiglie. La nostra visita è cominciata quindi dalla Splash Academy, il luogo dove si svolge una buona parte delle attività per bambini e ragazzi. Il centro è aperto tutto il giorno in navigazione, ma il servizio incluso nel prezzo della crociera ha dei limiti di tempo. I ragazzi sono divisi in gruppi di età e le attività sono prevalentemente fisiche, anche se non mancano storie, mascherate a tema, musica e videogiochi. Alcuni eventi sono dedicati alle famiglie, come pure ci sono versioni per famiglie degli eventi principali che si svolgono sulla nave. Sul ponte superiore ci sono le piscine, gli scivoli acquatici e la zona sportiva, accessibile per i disabili come l’adiacente sala riservata ai teenagers. Sul retro degli scivoli si rivela l’attrezzatura più imponente, una parete da arrampicata per adulti e ragazzi, dalla versione più semplice a quella extreme.

Chi arriva in cima, suoni la campana
Chi arriva in cima, suoni la campana

Le crociere della Norwegian Epic si svolgono con la formula Free-style, che permette di svolgere le proprie attività preferite con i tempi che si preferiscono: non ci sono turni per i pasti né ore fatali del gioco aperitivo o dell’aquagym.  È una vacanza adatta per turisti che non hanno bisogno di essere irreggimentati. Si possono consumare i pasti nei ristoranti principali (il più bello è senz’altro il Manhattan, aperto la sera con musica dal vivo), nel pub, in un piccolo circo di acrobati oppure, con un piccolo supplemento, nei ristoranti di specialità come il Bistrot francese o il Teppanyaki.

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Il mio tempo in quella particolare giornata io l’avrei passato spalmata come una manata di fango sulle sdraio del ponte superiore, oppure a mollo in una vasca di acqua calda fino a perdere i sensi, o infine sotto le mani di un robusto massaggiatore che si prendesse cura delle mie vertebre e del mio rachide. Invece stavo in piedi, assentivo, appuntavo, osservavo.  Mi colpiva soprattutto la gentilezza e il lindore dell’equipaggio (qualcosa come duemila persone per circa quattromila passeggeri, un rapporto altissimo), ognuno con la sua bandierina appuntata sul bavero che parlava del luogo lontano dove non stava per stare lì con te e tenere in piedi questo colosso del divertimento. Ve l’ho detto che sono crepuscolare, no?

Cielo bigio, scivolo verde
Cielo bigio, scivolo verde

Per il resto, vedere una nave ferma in porto, con molti dei suoi passeggeri in giro sulla terraferma e molti luoghi di ricreazione chiusi (un singolare autogol non farci vedere la Spa) non induce a entusiasmi eccessivi: è difficile emozionarsi su cose non viste, o fare commenti elettrifrizzanti su panorami metafisici di saloni deserti, abitati solo da una selva ordinata di sedie e da una persona dell’equipaggio che ti sorprendeva con un sorriso e un good evening. Alcune cose, come il gioco d’azzardo e i quadri esposti in alcune sale, non mi avrebbero entusiasmato in ogni caso. Forse una crociera è qualcosa che per apprezzarlo a pieno devi entrare nello spirito, un po’ come il carnevale di Viareggio o le danze folkloristiche. Però oggi a Roma è ancora una bella giornata calda, la lomboeccetera va un po’ meglio e, ci crederete?, sto ripensando alla Norwegian Epic e devo confessare che mi dispiace di non essere in crociera.

[Caterina Moro veste Mercato della Montagnola©. Nella vita è mamma, raramente insegnante e talora scrittrice e saggista]

Il Flauto Magico globalizzato


Avevamo il libro con CD e quindi sapevamo a cosa andavamo incontro. Uno spettacolo bellissimo: funziona come un orologio, coinvolge perfettamente anche i piccoli spettatori (Meryem a metà è crollata dal sonno, ma la colpa era solo dell’orario: fino a quel momento interagiva eccome).

Una sinfonia perfetta di melodie e di lingue diverse, con animazioni azzeccatissime a delimitare un palco di magia pura. Geniale il narratore che spiega la storia “in soldoni”, con un’ironia meravigliosa.

Raramente ho assistito a una rappresentazione che funziona così bene (anche la durata è adeguata) e così ricca di stimoli, con un giusto intreccio di cultura e appagamento sensoriale. Di gran lunga il migliore degli spettacoli de L’Orchestra di Piazza Vittorio: il più ardito, il più ambizioso, il più arioso e azzeccato.

Di eventi e di sbavature


Certe volte vivendo a Roma ci si sente come l’asino di Buridano: lo scorso weekend era talmente pieno di cose da fare con Meryem che la scelta è stata dura. C’erano i musei comunali aperti gratuitamente (ma quelli ci saranno ogni prima domenica del mese), c’erano attività favolose all’Hortus Urbi (che ci viene un po’ scomodo da raggiungere, ma merita sempre)… ma alla fine abbiamo scelto la compagnia di un compagno di Meryem e della sua famiglia e abbiamo optato per due attività congiunte.

Sabato siamo andati alla Maker Faire. La meraviglia. Un universo di idee interessanti, molte delle quali per me assolutamente incomprensibili, ma comunque travolgenti. All’ingresso nel tendono di plastica delle attività per bambini, tra caldo e folla stavo per avere un cedimento strutturale. Ma poi ci siamo trovati con i nostri amici e tutto è stato più semplice. I bambini erano incantati da tutto: razzi che si lanciavano saltando sopra bottiglie di Coca Cola, ragni robot, bolle di sapone telecomandate, cannocchiali di carta. A Meryem è rimasto nel cuore il primo stand dove si è fermata (e infatti ha voluto ritornarci con gli amichetti): si trattava di un circuito elettrico che permetteva, poggiando una mano su della plastilina, di suonare con l’altra mano delle listelle metalliche che producevano suoni come tasti di pianoforte (visualizzati su schermo). L’ho spiegato malissimo, ma il vero colpo di scena per Meryem è stato scoprire che il gioco funzionava anche se la mano sulla plastilina la metteva lei e il suo compagno suonava i tasti, a condizione che si dessero la mano. “Capisci, mamma? La corrente elettrica passa piano piano attraverso di noi e arriva da qui a lì!!!!”.

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Tanto di cappello all’organizzazione. I bambini potevano partecipare a percorsi gratuiti in piccoli gruppi, facendo esperimenti a loro misura per un’ora e mezza. La folla c’era, ma gli spazi erano immensi, tutti attrezzati e interessanti. In cinque ore sono rimasta con l’impressione di avere a mala pena sbirciato qualcosa. Ma complessivamente l’esperienza resta straordinaria.

Il giorno dopo ci eravamo invece iscritti all’OVS Kids Active Camp, attività per bambini all’aperto nella splendida cornice, come si usa dire, dei Fori Imperiali. In questo caso l’impressione è stata purtroppo ben diversa. In primo luogo, gli spazi erano incredibilmente angusti in considerazione dell’afflusso che si prevedeva (le iscrizioni, a numero chiuso, si facevano online). Pochi campi, pochi animatori ben presto stremati dalla ressa e dal caldo, nessuna organizzazione delle attività per fasce d’età (cosa che si sarebbe tranquillamente potuta fare, visto che l’iscrizione prevedeva l’indicazione dell’anno di nascita e persino un’opzione per una delle attività: opzione peraltro assolutamente inutile, visto che poi l’iscrizione dava accesso a tutte le attività indistinatamente). Le file per qualunque sport erano spropositate e il nervosismo di bambini, adulti e organizzatori era palpabile. Persino transitare tra i campi era una sfida, visti gli spazi strettissimi.

La comparsata dei campioni dello sport è stato un privilegio per pochi eletti. Gli altri si sono dovuti accontentare di un paio di interviste stiracchiate al microfono: l’unico aspetto positivo è che la musica, assurdamente martellante, si è interrotta per pochi minuti. C’è voluto tutto il mio amore materno per non darmela a gambe in cinque minuti.

Perché Meryem è riuscita anche a divertirsi. Ha giocato a palla bloccata (gioco che si conferma il più noioso della storia, ma questa è solo la mia personale opinione) sotto l’Altare della Patria, è stata con il suo amico ad aspettare pazientemente il suo turno sotto il sole cocente, ha sopportato una fila per l’arrampicata durata un tempo che ci avrebbe consentito di fare un salto sul Gran Sasso.

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Finalmente è arrivata al suo turno alla parete e, con una certa scioltezza, è arrivata fino in cima. Quando tornavamo a casa in tram, la sera, io ero decisamente oltre il mio limite fisico di sopportazione. Temo di aver sibilato tra i denti: “Ho odiato ogni minuto di questa giornata del cavolo!”. E Meryem, prontissima, con l’occhio lucido: “Anche quando ho suonato la campanella?”. No, maledizione: quando sei arrivata in cima a quella parete, nonostante i tuoi timori iniziali, e hai dimostrato in primo luogo a te stessa che ce l’avevi fatta a raggiungere il traguardo, è stato bellissimo guardarti, Guerrigliera. Un istante meraviglioso in cui i tuoi occhi hanno brillato di orgoglio. Errata corrige: ho odiato QUASI tutti i minuti della giornata del cavolo in questione. Quello no. E neppure quelli in cui mi è parso evidente che tu, nonostante tutto, ti sei divertita. Resto però convinta che tu e gli altri bambini meritiate molto di più di questa organizzazione approssimativa e superficiale.

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Di pattini a rotelle e di perseveranza


L’altro giorno ho accompagnato Meryem alla lezione di pattinaggio e, mentre la guardavo con la coda dell’occhio, ho ricordato con assoluta precisione quando su una pista del genere c’ero io. Fino ad ora, infatti, lei a pattinaggio era una principiante assoluta e io lo sono stata in un’età di cui non ho ricordi molto distinti. Ora invece ha cominciato ad esercitarsi nella modalità che è stata mia dalle elementari alla terza media.

Il pattinaggio artistico si pratica provando e riprovando. Giri intorno alla pista e provi una figura, un salto, una trottola. Una successione precisa di movimenti che deve diventare automatica e, allo stesso tempo, perfettamente controllata e consapevole. E allora succede che ripeti due, tre, dieci, venti volte quel movimento, prima su un rettilineo e poi sull’altro (o, se serve, sulle curve).

C’è qualcosa di zen in questa gara con se stessi. L’allenatore corregge individualmente e individuale è la maggior parte del lavoro. Millimitro dopo millimetro, pazientemente, si progredisce. Ricordo come oggi lo sguardo determinato della mia amica Giovanna mentre provava quell’axel che io ho sempre “rubato”, arrivando nella migliore delle ipotesi a un giro e un quarto su un giro e mezzo. Quell’espressione che lei aveva negli occhi a me è sempre mancata (e forse non casualmente io prima in una gara non sono arrivata mai).

Se si ripensa al pattinaggio a distanza di molti anni si tende a ricordare le gare, i saggi. L’attesa dell’esibizione, in cui io puntualmente mi sedevo a bordo pista bucandomi i collant con le schegge di legno. L’emozione di salire su un podio e il leggero panico di cadere rovinosamente, davanti a tutti. Ma quei pomeriggi passati a imparare la disciplina, quei tentativi certosini di riuscire, quel carico di frustrazione da masticare poco a poco, senza mai rilassare le braccia, no, non me li ricordavo. Eppure sono stati quelli la parte più importante.

Una tortura, direte ora voi. Come puoi pensare di far vivere questo a tua figlia? Ribatto, in primo luogo, che io non posso sapere se per lei sarà diverso. Magari ha più talento di sua madre e riuscirà con meno fatica. Ma l’obiezione più sostanziale è che poche cose per me sono state formative quanto il pattinaggio. Merito certo della mia allenatrice Cinzia Forghieri, ma anche di quel necessario allenamento alla perseveranza che tutte le discipline sportive richiedono. Ultima obiezione, non irrilevante: una delle prime gioie profonde della mia vita di cui ho memoria è la sensazione di pattinare con il vento nei capelli. Io, sola, con le mie forze. Sola con i miei pensieri. Sola con le cose che sapevo fare e tutte quelle che non mi riuscivano. Su quei pattini io non sono stata tanto spesso soddisfatta di me stessa, ma certamente ho imparato a fare i conti con onestà con quel che ero e quello che potevo (o non potevo) diventare. Su quei pattini sono stata davvero io, completamente.

E ovviamente se poi vorrà smettere, finito l’anno, potrà farlo! 🙂

Errori da genitore (e una lista non basta)


Vedo oggi rilanciato qui e là sui social un articolo che avevo probabilmente leggiucchiato a suo tempo e che ha un titolo decisamente accattivante: Dieci errori comuni che oggi fanno i genitori (me inclusa). Toh, è stata la mia prima reazione, guarda che brava questa giornalista che riesce a comprendere l’infinito in 10 punti soltanto! Perché chi mi conosce lo sa: che i genitori come fanno sbagliano è una delle mie poche certezze. Sbagliavano i miei, per tanti versi iperstrutturati e iperattenti; sbagliano le madri trasandate come me; sbagliano diversamente – ma pur sempre sbagliano – le madri che ci si applicano a tempo pieno o quasi. [E i padri? Mi dirà qualcuno. Sì, si. Anche i padri. L’immagine però mi è venuta al femminile perché nella mia esperienza in ancora troppo circostanze alla fine le questioni quotidiane se le smazza la madre con i suoi emissari].

Al di là della pretesa del titolo, i contenuti dell’articolo sono una riproposizione un po’ più articolata e, almeno in parte, documentata (con gli immancabili contributi degli psichiatri di turno) di quel che spesso si finisce per bofonchiare, in una forma o nell’altra: ma non è che noi genitori (o “‘sti genitori”, a seconda di chi parla) ci allarghiamo (/si allargano) un pochino? Io sono convinta assolutamente di sì. Non arrivo a sostenere, come si lascia balenare nell’articolo, che era meglio quando gli adulti si disinteressavano dei minorenni, lasciati a razzolare qua e là, e certamente non li consideravano voce in capitolo sulle scelte della famiglia. Ma il bambinocentrismo fa una certa paura anche a me e, senza essere una specialista di grido, sospetto da tempo che non sia salutare.

“Ma se tu passi praticamente tutto il tuo tempo libero a immaginare attività per tua figlia!”, sbufferà qualcuno dei miei lettori. Touchée. Ma è anche perché io, di mio, altre attività strutturate di famiglia per il tempo libero non ne ho. Aggiungo anche che ritengo in una certa misura giusto e certamente più agevole ritarare il tempo della famiglia in modo che anche i più piccoli lo trovino godibile (per il sacrosanto principio che se il piccolo lui/lei è felice è più facile che lo siano anche i di lui/di lei genitori). Ma arrivati a una certa età (e, ahimé, mia figlia ci è arrivata) penso che sia un nostro preciso dovere cominciare a passare il messaggio che loro in effetti non sono al centro dell’universo. E che, passatemi il brutto termine, non sono loro a “comandare”.

Questo mi ha fatto pensare molto, durante questa settimana un po’ turbolenta. Già l’anno scorso avevo iniziato a esplicitare a Meryem il concetto di responsabilità. Alla fine, sono io che devo decidere se prendere l’ombrello o no, oppure se è il caso di fare tardi una sera. Posso consultarla, ma non posso lasciare a lei il peso di una eventuale decisione sbagliata. Perché ogni scelta che si fa solitamente ha delle conseguenze.

Credo che a questo punto una riflessione guidata sulle conseguenze delle scelte si imponga più che mai. Perché io ritengo importante che Meryem inizi a rendersi conto che se lei decide di lasciare la cartella a casa della tata poi sarò io a dover variare i programmi della mattina successiva. E non è ovvio. Il tutto per dire che non faccio mistero a mia figlia di desiderare molto che lei apra gli occhioni sul resto della comunità, considerando i coprotagonisti della sua quotidianità (i compagni, i maestri, la tata e persino io, sua madre) altrettanto degni di attenzioni e considerazione di quanto lo sia lei stessa.

E’ troppo presto? Non credo. Semmai è un po’ tardi. E quel che certo è che gli adulti più o meno genuinamente abnegati e proni a qualunque capriccio dei pargoli, propri o altrui, non facilitano l’impresa.

Scimmi-otto


Mio padre mi proponeva spesso un giochino che era una specie di tormentone, uno strazio e un divertimento allo stesso tempo. Lui iniziava dicendo: “Scimmi-uno” e io dovevo rispondere “scimmi-due”. Si andava avanti così finché io non dicevo “scimmi-otto” e lui a quel punto chiosava “…che sei tu!”. Suona abbastanza idiota a scriverlo e vi assicuro che lo è abbastanza anche a farlo. Eppure siamo andati avanti per anni.

Mi tornava in mente questo giochino perché davvero mi rendo conto che Meryem è una scimmietta, imita posture e espressioni con una rapidità disarmante. Sabato pomeriggio la vedevo a Villa Pamphili, mentre aspettava il suo turno per colpire la pignatta: mani dietro la schiena, una mano pogiata sul gomito e le spalle un po’ curve (orrore!), con la posa inconfondibile che aveva mio padre e di conseguenza ho anche io. Il papà di un amichetta di Meryem, amico di vecchia data dei miei cugini, mi ha confermato: “Sì, me lo ricordo tuo padre in quella posizione, insieme a tuo zio. Era proprio quella la postura di tutti e due”.

Sempre più spesso la sento utilizzare le mie frasi, le mie spiegazioni, le mie battute. Tremo sentendola far sue anche le mie ansie, la mio ossessione di fare tardi, i miei sfoghi che vorrei di un istante e che invece, attraverso di lei, hanno vita più lunga di quanto sarebbe auspicabile.

Gli occhi e i lineamenti si avvicinano a quelli del padre, ma la struttura logica delle argomentazioni mi è paurosamente familiare. Ora capisco perché molti genitori, compresi i miei, cercano di non perdere mai il controllo, di riflettere prima di ogni parola davanti ai figli. Mi fa terribilmente paura il pensiero di influenzarla così facilmente.

Ma allo stesso tempo, così come ho pensato ancor prima che nascesse, lei è proprio lei. Non è la copia di nessun altro. Lei che oggi, fierissima della sua camicia turca, inizia la seconda elementare, curiosa di scoprire cosa ci sarà di diverso rispetto alla prima. Buon anno, straordinaria scimmiotta!

Cambiamenti


Mi piace pensare che questa estate ho fatto provare a mia figlia la bellezza di fare programmi e la bellezza di disfarli, per farne di nuovi. Che ci avrebbe aspettato un settembre di grandi cambiamenti un po’ lo sospettavo e in questa casa la flessibilità e la resilienza, proprio nel senso fisico del termine, sono indispensabili.

Affezionarsi a un’idea, a un sogno, a un proposito è un piacere profondo. Separarsene può fare male, ma a volte è necessario per affezionarsi ad altro, o semplicemente per restare noi stessi (o per restare vivi, il che alla fin fine è quasi la stessa cosa).

Una volta ho pensato che mi auguravo che la relativa facilità all’entusiasmo di Meryem la accompagnasse nei molti anni a venire. Entusiasmarsi e coltivare l’entusiasmo, senza limitarsi alla prima scintilla. Ma anche cambiare strada con lo sguardo ben fisso avanti, lasciando che la prontezza di cogliere cose nuove di cui entusiasmarsi porti via titubanze e sospiri.

Non mi piace ripercorrere nostalgicamente strade del passato. Ho indugiato un po’, a Torino, nella nostalgia. Me lo sarei preso volentieri un cappuccino in quel bar, sulla strada di Palazzo Nuovo. Ma volete mettere la soddisfazione di entrare per la prima volta con Meryem all’Arena di Verona e essere accompagnati ai nostri #tweetseats? 

Avanti dunque. Avremo una nuova maestra, dei nuovi vicini e tante altre cose, grandi e piccole, che non saranno più come prima. Ma se guardo Meryem, anche lei non è più come prima: gambe lunghe, risata pronta, lingua irrefrenabile. E anche io non sono come prima. Un po’ ammaccata, forse, ma comunque ancora capace di mettermi in spalla uno zaino e mettere un freno ai miei piagnistei. 

Friendsurfing, il ritorno


“Ma poi ci scrivi qualcosa su questa esperienza?”, mi ha chiesto uno dei miei molteplici ospiti loro malgrado, ovvero il marito di un’amica che ci ha accolto. Bisognerebbe, sì. Ma non saprei in che forma. Le foto un po’ hanno raccontato, in diretta, queste tre settimane su e giù per la Penisola, zaino in spalla. Col video ci ho provato, ma non è che sia tanto tagliata. 

Restano dunque le parole, ma sarebbe più corretto un racconto collettivo, visto che un’esperienza collettiva è stata. “E chi sei, Wu Ming?”, vi sento già sghignazzare in lontananza. Ma no, dico sul serio. Non sarebbe bello che tutti voi coinvolti a vario titolo aggiungeste a questo post un vostro ricordo, un aneddoto, una descrizione di quel poco o tanto che abbiamo trascorso insieme questa estate? Dài, non fate i timidi. Scrivete pure nei commenti, o per mail, o nei commenti di FB. Io ogni tanto provvederò ad aggiornare.

Comincio io? Ok, comincio.

Spiaggia di Noli, Liguria. Meryem abborda una famigliola i cui bambini giocano sulla sabbia, trascinandosi dietro anche il bambino che ci ospita. Entrambi collaborano fattivamente alla realizzazione di una monumentale piovra di sabbia. Alla fine, quando ce ne andiamo, Meryem ha un ripensamento. Fruga nello zainetto, estrae il borsellino (regalo della sua compagna di stanza in ospedale a Roma, che abbiamo incontrato in Sicilia per un aperitivo in spiaggia), afferra la più grossa delle monete svizzere conservata dalla tappa zurighese e corre a regalarla al pover uomo sconosciuto che aveva diretto i lavori mentre noi madri ce ne stavamo spalmate a prendere l’umido sotto il cielo plumbeo.

Questa è decisamente la prima immagine che mi viene in mente. Continuate voi, adesso!

“Quando ripenso ai giorni vissuti insieme mi rimbomba subito in testa la parola magia. Perché quasi da perfetti sconosciuti abbiamo creato insieme un’atmosfera gradevole, calda e serena per tutto il tempo insieme. Penso a tutte le costruzioni dei bimbi, per cui si sono dati tanto da fare ed hanno da subito lavorato con grande affiatamento insieme, ai pranzi improvvisati, ai luoghi riscoperti che ci hanno lasciati a bocca aperta, al festival del teatro ed ai raggi di sole che non riuscivano a tenerci caldi, ma che mi hanno insegnato che una felpa può tenere al caldo anche tre persone…
I pomeriggi passati al tavolo a mangiare biscotti burrosi, bere caffè e chiacchierare mentre i bimbi “riposavano”.
Mi si dipinge un sorriso sulle labbra per essere stata parte di questa vostra avventura!
E naturalmente… l’immagine più ilare… il segreto inenarrabile che legherà per sempre me, te e le macchinette per i biglietti del tram !!!”

Bruna, Zurigo

 

Ci siamo incrociati velocemente, quanto può andare una Vespa 125, in una calda pausa pranzo, l’ultimo giorno di un viaggio pazzesco che io penso non riuscirò mai a fare. Eppure mi hai regalato un pomeriggio di ferie, che per un veneto polentone è un regalo grande, sempre presi come siamo a pensare di avere tanto da fare. Mi hai regalato 150 km in motoretta, come non facevo da quando ero ragazzo, e mi hai regalato una spadellata di carne al posto dei soliti avanzi, in bella compagnia.
Grazie e a presto. E buon viaggio, qualsiasi significato abbia questo augurio.

Gaetano, Vicenza (incontrato a Verona)

“Ho una roba che devo farti vedere” penso sia stato il momento più sciocco dei due giorni a Torino…. [La mia visita a sorpresa è stata così annunciata a un amico comune che non mi vedeva da…uhm… 12 anni?] Mi spiace per le poche attrazioni [manco tanto poche, eh? Superga, il MAO, il Museo del Cinema…], spero almeno vi siate riposate il giusto, in vista del gran finale….

Felicissimo di aver conosciuto Meryem (non so lei), felicissimo di averti rivista con un po’ di calma. Spero di poter ricambiare a Roma quanto prima.

Bernardo, Torino

Summer Camp


Ve ne avevo parlato anche lo scorso anno e ci tenevo brevemente a dirvi, alla luce della mia seconda esperienza, che il mio parere è assolutamente immutato. Per due settimane Meryem e gli altri bambini si sono divertiti moltissimo in un ambiente stimolante, intelligente e multiculturale (quest’anno, oltre ai fondatori neozelandesi, avevamo due inglesi, un’australiana e un texano…). Una sera c’è stata persino una disco night e Meryem è ancora elettrizzata all’idea di essere andata a ballare senza genitori…

Aggiungo una considerazione. Esasperata da campi estivi italiani in cui i giochi a squadre, che tengono impegnati i bambini durante la settimana, finivano immancabilmente in parità (“Avete vinto tuttiiiii!”), ho apprezzato che in questo campo estivo ci fosse una vera classifica. Vinceva una sola squadra. Premi assai simbolici, evidentemente (non più di qualche caramella). Ma c’era un primo, un secondo, un terzo, un quarto. (La squadra di Meryem non ha mai vinto: le è dispiaciuto, ma non ne ha fatto una tragedia).

Potete farvi un’idea di come è andata quest’anno guardando foto e video qui.

Ma scrivo questo post soprattutto per dirvi che a settembre, in due diverse zone di Roma, c’è la possibilità di far fare ai vostri bambini questa esperienza. Dall’8 al 12 settembre a via Nomentana 858 e, ve lo sussurro in anteprima, dall’1 al 5 a Monteverde Vecchio, con uno speciale Back to School Camp. Tutti i dettagli, presto sul sito di Creative English.

Io ve l’ho detto! 🙂