Rappresentare


Giuro che pensavo a questo post prima che il tema delle elezioni tornasse di attualità così scottante per tutto il Paese. Però, inevitabilmente, la mia riflessione micro si rispecchia nel macro del caos che continua a circondarci in ogni direzione. Meryem quest’anno ha cominciato la prima elementare e io, come genitore, ho fatto il mio debutto in un Istituto Comprensivo. Nel giro di due settimane scarse, le mie poche (relative) sicurezze si sono sciolte in un pozzo di dubbi. Mi piacerebbe dunque confrontarmi con chi mi legge sul tema della democrazia rappresentativa a scuola. La situazione di partenza (inizio anno scolastico in una scuola italiana) credo che sia abbastanza chiara. Ci è stato spiegato che in un giorno ics la nostra classe è chiamata ad eleggere un rappresentante. Abbiamo dunque un gruppo di circa quarantasei capocce (escludendo i nonni e supponendo coppie di due genitori) che da qui a un paio di settimane, senza aver davvero avuto modo di realizzare che qualcosa le accomuna, devono democraticamente eleggere chi è deputato/a a parlare a nome di tutti. Già a questo livello si registra qualche difficoltà. Si è iniziato a comunicare per mail, in aggiunta (presumo) alle chiacchiere più o meno episodiche sui marciapiedi, a cui io non partecipo per poca disponibilità di tempo. Subito si è manifestato un fenomeno comune. Ciascuno parla, prevalentemente, con chi già conosce e, come per magia, trova piena approvazione. Ne deduce che tutti la pensino allo stesso modo. Salvo poi rendersi contro che un altro, di idee piuttosto diverse, ne è altrettanto convinto. Che fare? Si andrà alle urne alla data fissata, un rappresentante sarà nominato, ma non è prevista verifica di fiducia in nessuna fase. Sospetto peraltro che l’afflusso ai seggi sarà ridottissimo, quindi mi chiedo: cosa ne verrà fuori? Mi pare che il bivio che ci si para davanti sia, tragicamente, il disinteresse o l’interessamento. La seconda via è già irta di rogne e di screzi.

Salendo di un livello, ho partecipato a una riunione del comitato dei genitori, assemblea di confronto di tutti i genitori dell’Istituto comprensivo (una scuola dell’infanzia, una scuola elementare, due scuole medie). Era presente una quindicina di persone. Tutte si conoscevano già, a parte i pochi nuovi arrivati, e detenevano cariche che non ci sono state del tutto illustrate. Uno dei presenti rappresenta attualmente i genitori, tutti i genitori, al Consiglio di Istituto, unico organo che potrebbe, in certa misura, passare dalla lamentela sterile alla proposta di cambiamento concreto. Qui la mia perplessità è stata ancora maggiore. Ma i genitori, parecchie centinaia, che vengono così rappresentati, lo sanno? Forse sì, forse no. Sta di fatto che sembrano disinteressarsene completamente. Quindi, almeno nella mia scuola, via via che ci si avvicina a spazi deputati a lavorare per un bene comune appena un po’ più ampio della singola classe del singolo figlio, il fuggi fuggi pare totale, percentualmente. Peccato che il rappresentante di classe può certo svolgere un servizio prezioso e facilitare l’esperienza di tutti (o anche il contrario), ma può cambiare ben poco delle famose “cose che non vanno”. Già la rappresentanza ai genitori al Consiglio di Istituto, se ragionevolmente organizzata, può avere un impatto maggiore e più duraturo.

Va detto che già a questi livelli minimi di partecipazione civica si profilano, sia pure a livello embrionale, i meccanismi che tanto scoraggiano il cittadino medio da assumere un ruolo attivo nella vita politica, in primis la sensazione prepotente di scontrarsi con gruppi chiusi, poco permeabili, e che tali gruppi abbiano già chiaro cosa sia bene pensare, fare e, soprattutto, non fare. Il clima che si respira non è di entusiastica propositività, ma di rassegnazione e torpore, ravvivati occasionalmente da polemiche sterili. Senza aver fatto ancora nulla, mi sono sorpresa già un paio di volte a pensare “Ma chi me lo fa fare?”. Non è bello e sono fermamente intenzionata ad andare oltre, se mi sarà possibile.

Per onestà però mi dico che me lo riprometto ciclicamente, anche per il macro, e alla fine non sono mai riuscita a trovare una parvenza di bandolo da cui valga la pena partire. E voi? Come vivete la democrazia scolastica? Ci credete? (E qui mi fermo, perché se allarghiamo il discorso sarebbe fin troppo facile esprimere scetticismi).

Il Papa dalla mia sedia


Come prevedevo, un racconto articolato e meditato della visita di Papa Francesco al Centro Astalli non riesco proprio a proporvelo. Di alcuni aspetti hanno parlato le tv, i giornali. Specialmente di quel suo invito tagliente: cari religiosi, non trasformate i conventi vuoti in alberghi per fare soldi. “I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di cristo, per i rifugiati”. Dire una cosa così a Roma, capitale mondiale del turismo religioso (e gestito da religiosi) è certamente segno di grande coraggio e sicurezza.

Ma torniamo al mio punto di vista, parziale e condizionato dal fatto che io ero lì in primo luogo per essere funzionale. Non ho potuto quindi essere presente quando il Papa è sceso alla mensa, nel cuore del nostro servizio. Più tardi ho visto gli scatti della fotografa e ho pianto di commozione (una volta di più). Poi ho sentito il racconto di chi c’era e mi sono commossa di nuovo. Perché era evidente che il Papa si muoveva in quel corridoio del tutto a suo agio, come uno di noi, come uno “specialista” del sociale. Nessun imbarazzo, nessuna ritrosia. Non credo di aver visto nessun visitatore esterno (laico o religioso che fosse) scendere le scale buie della mensa con quella naturalezza. Io stessa ricordo bene la sensazione di straniamento provata nel corridoio di via degli Astalli, la prima volta che l’ho visto. Lui no, era tranquillo. Ha abbracciato le persone in fila, si è affacciato nelle stanze augurando buon appetito a chi mangiava, ha dato tempo a tutti, ha ascoltato rifugiati che hanno parlato all’orecchio a lui e solo a lui, in una vicinanza fisica e tangibile che davvero non è da tutti (resisto ancora una volta alla tentazione di fare paragoni). Questo non si simula. Non avevamo davanti una persona che ha deciso di far vedere che bisogna essere vicini ai poveri. Papa Francesco evidentemente si sente vicino ai poveri, senza strategie particolari, con la sicurezza e la normalità che viene dall’esperienza.

Papa Francesco ha una gestione del tempo molto particolare. Da un lato chi ha parlato con lui ha avuto l’impressione che avesse tutto il tempo nel mondo, che non andasse di fretta. Lo stesso si può dire del suo tragitto in chiesa: non c’erano né transenne né corde e tutti, proprio tutti, si sono avvicinati. Hanno fatto foto, hanno consegnato lettere e regali, si sono persino fatti fare autografi.  Eppure, allo stesso tempo, il suo ritmo è incalzante, asciutto, quasi brusco. Insieme alla tenerezza dei gesti ha anche una certa compostezza e severità che evidentemente non indulge agli sbrodolamenti e alla retorica. L’ho visto anche sabato sera alla veglia a San Pietro: è entrato e ha stroncato sul nascere i coretti con un secco “Nel nome del Padre…”. Quindi, come per magia, i tempi dell’incontro da noi sono stati rispettati al secondo. E’ stato come se fosse riuscito a dilatare il tempo in mezzo senza spostare i due estremi.

A proposito di tempo. Ho come la sensazione che questo Papa non voglia perderne. Come se pensasse di non averne molto. O, più semplicemente, che se ne deve fare un buon uso, senza per questo diventare frenetici o affrettati. E’ un tema su cui riflettere.

Il resto sono immagini, ricordi, istantanee. I volti di tanti amici che sorridevano, l’emozione dei rifugiati. Il regalo che si rompe e viene miracolosamente sostituito in tempo, ma anche il mantra di noi “lettori”, a cui le gambe e la voce tremavano all’idea di salire sull’ambone: è una festa, non è un esame. Quando Adam si è scusato per il suo italiano, il Papa ha sorriso e commentato in modo abbastanza percepibile: “E a me lo vieni a dire?”. Il Papa che, a sorpresa, si unisce alla famiglia egiziana che doveva deporre i fiori sulla tomba di Pedro Arrupe e si incammina con piglio deciso per la navata, lasciandomi basita sull’ambone a leggere la preghiera di Adolfo Nicolàs al posto suo, come da disposizioni immediate e indiscutibili di Giani, l’ombra di Papa Francesco, un uomo che deve avere una padronanza di sé e una prontezza di riflessi al di là dell’umano. E io, mentre leggevo a fatica dal testo corpo 8 dell’immaginetta (i fogli stampati grandi erano nella cartellina del Papa) e pregavo di non impappinarmi, sentivo il fruscio delle voci dell’assemblea recitare con me eprovavo una commozione indescrivibile. Come se quei due grandi Generali spagnoli della Compagnia di Gesù, Arrupe e Nicolàs, uno morto e uno vivissimo ma non presente (forse il mio unico piccolo rammarico), fossero in realtà lì con noi attraverso quelle parole bellissime. E ancora una volta il miracolo del tempo: senza che fosse stato previsto né pensato, per pura coincidenza, il testo è finito nel momento esatto in cui Papa Francesco si risiedeva sulla sua sedia modesta, davanti all’altare.

Sulle parole dette quel pomeriggio troverete tanti commenti più autorevoli del mio. Io so solo che, alle parole fatidiche sui conventi vuoti, mi sono girata d’istinto verso i colleghi accanto a me e ho visto che anche loro si spellavano le mani in un applauso liberatorio. Cambierà davvero qualcosa? Non ci illudiamo che non ci siano resistenze. Ma, per una volta, sentiamo che il Papa in persona, senza esitazioni o distinguo, è dalla nostra parte. Non è poco, dopo tanti anni di sorrisetti di superiorità raccolti a destra e a manca.

Vi lascio con questa intervista a Frank, che ha incontrato il Papa alla mensa e con il video della conferenza stampa dopo la visita, a cui non ho assistito perché ero intenta a caricare i materiali sul sito: senza togliere nulla alla mia collega Donatella, sentire la voce di padre Lombardi è sempre un’emozione. Una delle moltissime di questi giorni. Del primo giorno di prima elementare parliamo un’altra volta!

 

Chi sono i rifugiati?


Tante e tante volte ho cercato di rispondere a questa domanda, reale o retorica che fosse, nei più diversi contesti. Stamattina, in ufficio, “i rifugiati” hanno preso le sembianze di una bimba di circa tre anni. Fiocchetti rosa nei capelli, jeans scuri, sguardo serio. Saliva le scale, verso il bagno. I gradini sono ripidi, chi è stato nel mio ufficio lo sa. Ha rischiato di inciampare e sua mamma l’ha sorretta. Più tardi mi ha fatto ciao con la mano e mi ha anche sorriso rapidamente.

Anche lei, bambina esattamente uguale alla mia, è “rifugiati”.  Quando Papa Francesco, martedì 10 settembre, verrà ad incontrare i rifugiati, incontrerà anche lei. Ma ricordiamoci anche che quando si ripete la formula stantia (ma sempre attuale)  “mica si può accogliere tutti”, ci riferiamo anche a lei. Quando parliamo di “emergenza”, parliamo anche di lei.  Si dovrebbe sempre riflettere prima di parlare.

Con che diritto…


Con che diritto parliamo di guerra (e di pace) noi che non l’abbiamo mai vista, mai vissuta, mai davvero neanche immaginata?

Così riflettevamo stamattina con una mia collega. Lei aveva ascoltato a lungo una famiglia siriana arrivata da poco. La rabbia e lo sdegno, l’esasperazione di chi arriva e non si capacita che tutto possa essere così sproporzionato rispetto alle aspettative (e al diritto). Io, contemporaneamente, stavo leggendo una biografia di Igino Giordani, che a voi sembrerà che non centri niente, ma invece vi assicuro che qualcosa c’entra.

L’esperienza diretta della guerra è qualcosa che cambia il corso di una vita, esteriormente e interiormente. C’è chi riesce a sublimarla in un grande progetto: penso a Giordani, che ha portato per una vita negli occhi, nel cuore e nel corpo l’esperienza della trincea della Prima Guerra Mondiale, o a Pedro Arrupe, testimone del bombardamento di Hiroshima. Altri, probabilmente i più, cercano vie più umane, meno ambiziose e meno appariscenti per fare i conti con l’indicibile. Spesso, semplicemente, non parlarne. Così come hanno fatto, il più delle volte, i nostri nonni (o genitori).

Oggi, alla vigilia dell’entrata europea nella sanguinosa guerra di Siria, voglio riportare qui un passo dell’intervento di Giordani alla Camera dei Deputati a proposito del Patto Atlantico (16 marzo 1949):

Noi siamo vittime di una politica che non si esprime che facendo la guerra; quindi, politica pazza e criminale. Ho detto che l’assassinio in guerra è omicidio, Ma noi sappiamo che è qualcosa di più, è un deicidio perché nell’uomo sui uccide l’immagine di Dio. Ed è anche un suicidio perché, attraverso qualunque guerra, è il corpo sociale, il corpo di tutta l’umanità che si svena. Che la guerra si combatta in Indonesia e in Cina, che si combatta in Italia o in Germania è sempre l’unico organismo sociale che si dissangua stupidamente. E’ come quando si ferisce una parte del corpo: non è solamente quella parte che si dissangua, ma è tutto l’organismo.

Ancora oggi la politica non si esprime che facendo la guerra.  E nel nostro Parlamento questi discorsi, magari un po’ retorici, ma almeno scaturiti dalla buona fede di chi ha vissuto sulla propria pelle il dramma di dover sparare a un fratello (in senso spirituale, per Giordani; ma qui penso al mio amico sudanese che, in tempi più recenti, si è trovato davvero suo fratello in senso letterale sul fronte opposto al suo), questi discorsi, dicevo, non si sentono più.

Che ne penso?


Mentre i ricordi della vacanza appena trascorsa si sedimentano nella testa e nella memoria, richiamo qui a me stessa (e a voi) che ci sono questioni importanti su cui sarebbe opportuno avere un’opinione.

Iniziamo dalla Siria. Cosa ne penso immagino che non ci sia neanche bisogno di spiegarlo, ho avuto modo di parlarne più volte in questi ultimi due anni. Eppure mi sono sorpresa, ieri, in un attimo di distrazione, a non esserne più sicura neanche io. Potenza dei media? Sta di fatto che per il breve spazio di qualche minuto mi sono trovata a trovare logico e normale l’intervento militare. Qualcosa bisogna fare. Questa indifferenza è intollerabile. Poi mi sono riscossa e ho pensato all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia. Tutti quei luoghi dove le nostre bombe intelligenti hanno portato tutto tranne pace, stabilità, democrazia, diritto.

Certo che qualcosa bisogna fare, ma non altra guerra. Peccato che ormai le armi paiano l’unico strumento che abbiamo per rapportarci con il resto del mondo. La diplomazia, le Nazioni Unite, sono termini che suscitano ormai solo sorrisini di compatimento e alzate di spalle.

E allora mi è tornata in mente una frase di Mariangela Gritta Grainer che ho letto ieri sul web, a proposito della 19°edizione del premio Ilaria Alpi: “Per ora hanno vinto loro”. Per ora. Curiosa espressione per indicare 19 anni di battaglia per la verità, che ha visto soccombere buona parte dei suoi protagonisti.

Non ricordo più come sono incappata nella vicenda dell’esecuzione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, delle navi dei veleni e della falsa cooperazione italiana. Ho letto, mi pare, due o tre libri ben scritti e ben documentati. Certo è che davanti a fatti del genere si avverte con piena consapevolezza quanto poco noi cittadini abbiamo davvero voglia di sapere. “Che cos’è la verità?” (diceva Ponzio Pilato). Certamente qualcosa che non permette di vivere tranquilli. Tanto che anche quando qualcuno la racconta troviamo il modo di aggrottare le ciglia, di sospirare e poi continuare come se nulla fosse stato.

Che c’entra questo con la Siria? C’entra. In questi ultimi mesi i colleghi dell’ufficio internazionale mi hanno fatto riflettere molto sulla “narrazione” sottesa alle notizie sul conflitto. Tutto pareva finalizzato a dipingere un quadro in bianco e nero. Buoni contro cattivi. Al limite cattivi contro cattivi. E adesso i buoni per eccellenza si preparano a intervenire per liberare i buoni di serie B dal cattivo di turno. Come si fa a non trovare insultante questa lettura?

Resto dell’idea che questa presa di distanze non deve essere una scusa per disinteressarci della cosa. Ci deve piuttosto far riflettere: davvero non esistono altri strumenti, altri canali? Chi lo dice? E, soprattutto, chi lo dice è autorevole? Affidabile? Disinteressato?

“Per ora”, dunque, sembriamo felicemente incanalati in un copione che renderà la nostra responsabilità alle stragi del Medio Oriente ancora più esplicita e diretta. Tutto vorrebbe farci credere che questo, come tanti altri “per ora”, sia una condizione destinata a durare in eterno. Però io credo che noi, come cittadini e ancor più come genitori, abbiamo l’obbligo morale di credere che “per ora” non voglia dire “per sempre”.

Ieri sera, presa consapevolezza del momentaneo black-out del mio cervello, mi sono chiesta: se sentire raccontare falsità o mezze verità strumentali, ben condite di immagini strappacore, rincoglionisce persino me, che per lavoro ho molti strumenti di comprensione in più rispetto all’uomo della strada, quanto è grave avere abdicato del tutto a un’informazione decente e con un barlume di indipendenza?

Mi rispondo con un’ovvietà: è molto grave. Si deve fare qualcosa perché questo cambi. Come dico sempre (forse con la realistica consapevolezza che di più al momento non mi è dato fare), iniziamo per esempio a parlarne. Almeno nel nostro personale giro di conoscenze e informazione, cerchiamo di non arrenderci alle opinioni preconfezionate.

Avrete sentito che Rai 1 ha in cantiere un reality sui rifugiati il cui titolo è tutto un programma: The Mission. Anche su questo ho la mia opinione, come immaginerete. Ne vogliamo parlare? Voi avete una vostra opinione in merito? Ho rinunciato a suo tempo a scrivere uno sproloquio di facile ironia sui protagonisti della futura trasmissione e sulle varie imbarazzate e imbarazzanti dichiarazioni rese alla stampa dalle persone coinvolte. Ma penso che varrebbe la pena di capire meglio (se e) perché questo programma è una pessima idea. Vi va?

I ragazzi di Sankt Pauli. Una storia europea


Questa è una storia vera, ma mi prendo la libertà di raccontarla svestendo i miei panni professionali e cercando una prospettiva migliore, perché quella solita davvero non mi basta.

Amburgo, Germania. Sankt Pauli. Protagonisti: 300 turisti arrivati da varie città italiane. La notizia è che non se ne vogliono andare. Io lo so che voi, maliziosi, state pensando a liceali in gita scolastica, che si sono fumati gli ultimi neuroni nel quartiere a luci rosse. Nulla di tutto ciò. Vi dirò anzi che i nostri 300 dormono addirittura in una chiesa. Al di sopra di ogni sospetto, dunque. Eppure vi confesso anche che questi turisti appassionati della Germania del Nord rischiano seriamente di diventare fuorilegge. Presto, molto presto. Entro qualche settimana.

La storia comincia nel 2011, nella Libia di Gheddafi. Ah, ma allora ci propini la solita solfa, diranno i miei lettori ormai esasperati. La guerra, i barconi, i disperati in fuga attraverso il Mediterraneo, Lampedusa. Ebbene sì, pure Lampedusa. Perché i nostri turisti ad Amburgo prima di essere tali sono stati profughi. Accolti dall’Italia nel favoloso programma dell’Emergenza Nord Africa di cui in altre occasioni ho avuto modo di parlare. Con in mano un pezzo di carta e 500 euro, questi giovani (ghanesi, nigeriani, avoriani, togolesi) sono arrivati ad Amburgo vari mesi fa. Perché no? Grazie al permesso di soggiorno (temporaneo) rilasciato dalle autorità italiane avevano titolo ad entrare, ma (e qui inizia il paradosso) come dei turisti. Per un massimo di 90 giorni, senza diritto a lavorare o a essere presi in carico dai servizi sociali.

Per le autorità tedesche, a partire dal sindaco, il discorso è semplice. Finita la parentesi tedesca, è ora che tornino in Italia. Il discorso è chiuso e anzi non c’è neanche motivo di aprirlo. Ma loro, i 300, non la vedono così. Sono giovani, decisi, convinti e alcuni di loro non sono affatto sprovveduti. Non hanno nessuna intenzione di vivere passivamente gli effetti dell’attuale politica europea che li considera dei pacchi, da rimandare qua e là. E’ chiaro che gli Stati europei ragionano in termini di concessione: l’Italia ti ha concesso un permesso di soggiorno, ringrazia, torna là e bacia per terra, sperando che te lo rinnovi. Loro, i “turisti” raccontano un’altra storia. “Eravamo in Libia per lavorare pacificamente e mantenere le nostre famiglie. Noi, come altri 40mila africani che vivevano dell’indotto dell’economia libica. Arrivate voi della NATO, bombardate, combinate un casino spaventoso. Ci troviamo costretti a scappare come rifugiati. Certo, non è che la Libia fosse rose e fiori, prima. Ma ci permetteva di avere un reddito. L’avete vista la Libia, poi? Siamo dovuti scappare, molti sono morti: per i bombardamenti, per l’insicurezza, per la violenza generalizzata. Arriviamo in Europa attraversando il Mediterraneo e ora? Ci avete fatto perdere anni preziosi della nostra giovinezza. Ci avete detto, in Italia, di andare dove volevamo. Ci dite ora, in Germania, di tornare in Italia dove per noi non c’è nulla. Nessuna opportunità di lavoro, solo una vita per strada, forse addirittura la clandestinità. No, non ci stiamo. Non è giusto. Voi siete parte in causa. Voi siete responsabili. Non ci trattate dall’alto in basso. Non lavatevene le mani. Non ve la caverete con così poco”.

Non vogliono la carità, i giovani africani di Amburgo. Non se ne stanno in silenzio aspettando un piatto di minestra. Vogliono imparare il tedesco, studiare, ma soprattutto lavorare, guadagnarsi da vivere. Si fanno sentire. Montano una tenda al centro della città. Parlano apertamente, manifestano in tutte le lingue che conoscono. E qualcuno inizia a unirsi a loro. La popolazione, le ONG, le chiese. Perché è difficile dare torto a questi ragazzi. Le norme europee che difendono non si sa cosa e che permettono qualunque abuso sulla vita di queste persone cominciano a rivelarsi per quello che realmente sono: un meccanismo perverso, che nulla ha a che fare con il vero bene comune. Perché gli albergatori di Amburgo dicono che hanno bisogno di 300 lavoratori, urgentemente, e che se pure questi giovani non sono qualificati potrebbero diventarlo presto. La Germania ha bisogno di giovani, ha bisogno di lavoratori stranieri. Questi sono già lì e non chiedono altro che avere una possibilità di guadagnarsi da vivere onestamente, in dignità.

Impossibile, dicono le norme europee. Che imporrebbero, peraltro, di spendere da subito molti soldi: per la detenzione, per i trasferimenti, per i rimpatri. Per la sicurezza, insomma. Ma a Amburgo cominciano a essere in molti a non capire bene dove sarebbe il “pericolo”. E iniziano ad essere stanchi di questa politica cieca, assente, distratta, ignorante e cinica.

Qui inizia la mia (breve) fiction. 300, 500, 1000, 10.000. Ai ragazzi di Sankt Pauli, quelli che chiamano i rifugiati di Lampedusa, si uniscono gli europei veri. Quelli che guardano al futuro, quelli che sognano un mondo diverso, molto più libero. Negli occhi e nelle parole dei giovani africani trovano il coraggio per mettere da parte la rassegnazione e l’apatia. Perché – è bene che qualche volta ce lo ricordiamo – il futuro ci appartiene e ne siamo responsabili.

Per approfondire

Non sono abituata


Non sono abituata a essere così “mainstream”. Più precisamente, non sono abituata al fatto che quello che solitamente ci diciamo tra noi risuoni in bocca a un Papa. Tante, troppo parole vengono aggiunge in queste ore. Un po’ di silenzio non guasterebbe, adesso. Non facciamo come i giornalisti che conducono le dirette, che a ogni pausa si facevano prendere dall’horror vacui e inanellavano banalità alternate a sciocchezze.

Solo un paio di sottolineature però concedetemele, poi cercherò di tacermi anche io. Le letture scelte. Caino e Abele e poi la fuga in Egitto (la storia di quando Gesù e la sua famiglia sono stati rifugiati, quella stessa scena illustrata da un artista etiope rifugiato nella cappellina del centro Astalli) e la strage degli innocenti. L’omelia, tutta incentrata sulla responsabilità, che cita Lope De Vega e Manzoni. Parole forti, poco diplomatiche.

Un commentatore, su RaiNews24, sosteneva che il Papa starebbe evitando le questioni politicamente più sensibili per insistere sulle questioni sociali, di per sé più “trasversali”. Non potrei essere meno d’accordo. So per esperienza quanto politicamente sensibile siano quell’isola, quel molo, quei barconi, quei morti. Tanto politicamente sensibili che questa stessa diretta televisiva, appena quattro anni e spicci fa, trasmetteva le parole di un ministro che inneggiava ai respingimenti in Libia. Ve lo ricordate? Io ne ho parlato molte volte su questo blog (ad esempio qui).

Già nel discorso di insediamento della Boldrini alla Camera sentire menzionati i morti del Mediterraneo è stato per noi segno di speranza e di consolazione. Ma subito si è detto: beh, ne parla perché è stato il suo lavoro fino ad oggi, è un tratto personalistico, si poteva aspettarselo. Ora mi chiedo se questo gesto papale fortissimo, anche in termini di comunicazione, cambierà qualcosa. Voi che pensate?

Uno solo


Stamattina guardavamo, in ufficio, lo spazio di trasmissione che Uno Mattina Estate ha dedicato alla Giornata Mondiale del Rifugiato: in un servizio esterno, il nostro collega Nabaz accompagnava una bionda giornalista alla mensa del Centro Astalli. A conclusione del servizio, in studio, a padre Giovanni (presidente del Centro Astalli) è stata posta questa domanda: “Quanti Nabaz ci sono, in Italia?”.

Lui ha dato la risposta corretta, ovviamente, evidenziando come storie simili siano molte, e troppo poche quelle che hanno esito positivo. Ma io avrei risposto: “Uno. Di Nabaz, in Italia e nel mondo, ce n’è uno solo, lui”. Non prendetela in senso letterale: ci saranno tantissime persone al mondo e certamente svariate anche in Italia che portano lo stesso nome. Ma in questo post veloce, in una giornata convulsa, ci tengo a dire una ovvietà: un rifugiato è prima di tutto una persona, e in quanto tale è unica, irripetibile.

I numeri contano, l’UNHCR oggi ne dà di impressionanti. Ogni 4,1 secondi una persona nel mondo diventa rifugiato o sfollato. Questa frase è molto efficace, ma ancora non ci permette di arrivare del tutto al punto. Proviamo in un altro modo: i rifugiati in Italia alla fine del 2012 erano 64.779. Quanti ne conoscete? Io non riesco a fare bene il conto: più della media, certamente, dato il lavoro che faccio. Ma comunque piuttosto pochi. Finché questo non cambierà radicalmente, la solidarietà civile verso chi fugge resterà necessariamente una cosa astratta.

Un rifugiato ha gli stessi diritti di un cittadino italiano. Raramente, però, ha le stesse opportunità. Non è facile quindi incontrare rifugiati all’università, in quartiere, nei nostri luoghi di lavoro (a parte me, ma sono un caso a parte). Nelle nostre città vivono molti rifugiati, separati da noi da una barriera invisibile eppure spesso invalicabile: quella dell’imbarazzo che molti provano rispetto alle differenze sociali. Non nascondiamocelo, i rifugiati vivono spesso – specialmente a Roma – in povertà estrema. Cominciamo a dirci che non è normale. Non è normale in primo luogo per loro, che prima di diventare inaspettatamente uomini e donne in fuga erano avvocati, insegnanti, giornalisti, proprietari terrieri o anche contadini, infermieri, ostetriche, guardie forestali, studenti universitari (e si potrebbe continuare, cito a caso pensando a chi conosco). Ma soprattutto non dovrebbe essere normale per noi, che riconosciamo loro un diritto di carta salvo poi voltarci dall’altra parte.

Di Nabaz ce n’è uno solo. Come c’è una sola Myrra, una sola Isabel, un solo Safet, un solo Abel, un solo Ali (salvo omonimie!). Le tante iniziative organizzate in varie città in questi giorni sono un’occasione per incontrarli. Non ve la lasciate sfuggire.

Santuario e Nutrimento


“Santuario”, in italiano, non ha tutta la ricchezza semantica dell’inglese “sanctuary”, in cui “luogo sacro” e “rifugio” sono due facce della stessa realtà. Per questo, quando ho visto il titolo della mostra che si inaugura domani, ho pensato che persino le parole, qui in Italia, non ci assistono per parlare di questi argomenti. 

E allora proviamo con le immagini. Per tre sere il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati vuole portarle sotto gli occhi di tutti: 200 fotografie che raccontano la vita di donne, uomini e bambini costretti alla fuga saranno proiettate sulla facciata della Chiesa del Gesù, al centro di Roma. Una bella scommessa, ma perché riesca davvero bisognerebbe che molti ci passino, per quella piazza, tra il 18 e il 20 giugno.

Per i romani, ecco il calendario della giornata:

ore 11, Sala Marconi – Radio Vaticana (Piazza Pia 3): conferenza stampa. Interverranno Peter Balleis sj (direttore dell’ufficio internazionale del JRS, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati), Danilo Giannese, operatore sociale e fotografo da poco tornato dal Congo, Giovanni La Manna sj, presidente del Centro Astalli (JRS Italia). Ci sarà anche la testimonianza di una rifugiata congolese che oggi vive a Roma.

ore 19, Chiesa del Gesù. Il Cardinale Antonio Maria Vegliò  presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti celebrerà una Messa per tutte le persone che nel mondo sono costrette alla fuga.

ore 20, Chiesa del Gesù (cortile). Concerto del gruppo musicale  “Vera Luz y Norte Musical” con il coro Les Antilopes d’Afrique. Diretto da Claudio Zonta SJ e formato da un gruppo di musicisti e rifugiati provenienti da diverse aree geografiche, il gruppo ci accompagnerà fino al calare del sole. Ci sarà anche un congruo rinfresco a cura del nostro kebabbaro di fiducia.

ore 21 circa, Chiesa del Gesù (facciata). La mostra inizia! Si inaugura la proiezione, che sarà visibile dalle 21 a tarda notte il 18, il 19 e il 20 giugno. E di giorno? All’interno della Chiesa saranno allestiti dei pannelli con alcuni degli scatti più significativi, che potranno essere visitati tra le 7:30 e le 19:45 (fino al 30 giugno).

Per i milanesi, le foto della mostra saranno proiettate il 20 giugno alle 18 durante la celebrazione ecumenica che sarà celebrata nella Chiesa di San Fedele in memoria delle molte e ignote vittime dei viaggi verso l’Europa.

Tutti gli altri possono seguire l’iniziativa attraverso i social network (su Facebook, attraverso la pagina ufficiale dell’evento, e su twitter utilizzando l’hashtag #rifugiatinpiazza).

Ringrazio Claudia e Laura, che hanno accolto con entusiasmo il mio invito e saranno con me, domani sera (la prima in spirito, la seconda in carne ed ossa). Spero che altre amiche riusciranno a unirsi a noi. Confido che chi è lontano ci penserà, ma soprattutto cercherà di mettersi per un momento nei panni dei genitori di 10 milioni di bambini che in Siria non vanno a scuola da un uno o due anni; delle ragazze congolesi che lottano per riconquistare il sorriso e la dignità; delle tante famiglie in Africa e in Medio Oriente che aprono le porte a chi fugge senza troppe remore, in nome di un’ospitalità che è ancora un valore forte, non riservato a pochi intimi.

La Giornata Mondiale del Rifugiato è, per sua natura, una celebrazione agrodolce. Non ha la finalità di farci travolgere da cupi pensieri o da sensi di colpa. Ma vuole essere un invito a informarsi su quello che troppo spesso resta del tutto fuori dai nostri media e a guardarsi intorno. Riflettiamo su quanto la nostra solidarietà scatti solo nei riguardi di chi è lontano, in modo asettico o anonimo. Lo dico spesso: i rifugiati vivono qui, dietro casa nostra. Hanno tanto da darci. Impariamo ad approfittarne.

Uno scatto #rifugiatinpiazza


Nei prossimi giorni, compatibilmente con il turbine di impegni, commissioni, imprevisti, varie ed eventuali che dovrò affrontare, mi piacerebbe condividere con voi qualche storia che ha a che fare con la mostra Santuario e Nutrimento, che sarà inaugurata il prossimo 18 giugno. Si tratta di un evento molto particolare, a cui i miei colleghi dell’ufficio internazionale si stanno dedicando anima e corpo. Il focus sarà su due crisi di straordinaria gravità, di cui si parla troppo poco: la Siria e il Congo.

Della Siria qualche volta vi ho parlato. Quindi mi piace partire dal Congo e, per farlo, prenderò spunto da uno degli scatti della mostra. Rappresenta una ragazzina giovane, molto giovane, che lavora un impasto. Ha sui capelli un foulard viola, indossa un vestito a fiorami e sotto si intravede una canottiera turchese, un po’ lucida. Questa foto, scattata come varie altre dal direttore internazionale del JRS, Peter Balleis sj, senza essere una foto di denuncia in senso stretto ha avuto il potere di farmi sentire, dritta nello stomaco, la tragedia delle donne in Congo.

Ho già confessato una volta che sentir parlare di Kivu Nord, di Goma e di altre località del Congo orientale mi dava una particolare sensazione di estraneità. Non riuscivo proprio a immaginarmele. Poi ho imparato, dai racconti dei colleghi, che non solo si tratta di un luogo di sconvolgente bellezza, ma anche di straordinaria ricchezza. Una regione troppo strategica e ricca di risorse minerarie per essere lasciata in pace. Da lì viene il coltan per i nostri cellulari e i nostri portatili. Da lì prendiamo i diamanti per i gioielli dei nostri sogni, il rame per le nostre case e le nostre macchine. Certamente anche per questo, quella terra non conosce pace.

Nel Congo orientale almeno il 40% delle donne hanno subito violenza sessuale. La giovanissima donna ritratta nella foto è una di loro. I suoi occhi hanno un’espressione che non riesco a descrivere. Una timida gioia, un dolore quieto, tanta tanta fragilità. Non oso immaginare la sua età. Temo che si avvicini molto a quella di mia nipote che fa gli anni oggi, ma la sola idea mi gela il sangue.

Aiutare queste donne, come fa il JRS, se si guarda la dimensione complessiva del fenomeno è una goccia nel mare. Una follia, un progetto di discutibile sostenibilità. Ma se si guarda singolarmente in ciascuna di queste coppie di occhi, credo che non ci possano essere dubbi. Non abbiamo il diritto di arrenderci.