Imprevedibile leggerezza


Una volta ho scritto che lo scoraggiamento risale a tradimento come l’umidità dalle scarpe bagnate. Altrettanto imprevisto, e solitamente (almeno in parte) immotivato, è il buon umore. Lo visualizzo come un cielo terso, di quel maestoso azzurro romano che tanto amo (anche se oggi piove, vabbè). Da ieri sera mi sento tutta ringalluzzita. Onestamente, per carità, un paio di cose sono andate per il verso giusto (o quanto meno non sono rotolate giù per la china sbagliata), ma tutti gli impicci e i rodimenti che mi tormentavano nelle scorse settimane sono ancora lì, ben saldi al loro posto. E allora? Allora niente. Come credo fermamente da quando mi conosco, è quasi sempre la mia assoluta irrazionalità a salvarmi.

Ammiro alcune amiche, in particolare Chiara e Isabella, che hanno la costanza di elencare settimanalmente le cose di cui essere felici. Mi fanno sempre pensare a un libro che aveva mia sorella: 14,000 things to be happy about. Lo sfogliavo e lo trovavo ogni volta geniale, in quell’alternanza di trivialità quotidiane (il gelato di crema con sopra il caramello) e di nobilissimi sentimenti (l’amicizia). In questi tempi di autoeducazione all’ottimismo, c’è anche l’hashtag su twitter #3cosebelle, che ho scoperto grazie ai mitici farmacisti genovesi 3.0 (che 2.0 non mi pare abbastanza) della Farmacia Serra (@farmaciaserrage). E’ in fondo la stessa disciplina quotidiana della felicità di cui parla la cara Barbara Damiano nel suo Manuale Pratico. Io la condivido con tutto il mio cervello questa filosofia. Ma mi rendo conto che tutto il mio caotico essere si ribella a questa paziente disciplina, ragionevole e metodica. Io sembro nata per lanciarmi a velocità incontrollata negli alti e bassi della vita.

Però ho provato un’ondata di sincera ammirazione verso un collega, con cui ho avuto un interessante scambio di prospettive su alcuni conflitti internazionali in corso, che ha vissuto a lungo negli Stati Uniti e si appresta a trasferirsi in Europa (ma non in Italia, a tanto ottimismo non arriva neanche lui). Incidentalmente, butta lì che no, non ce l’ha ancora un lavoro nella città dove si trasferisce. E, ciò nonostante, con moglie e figli al seguito, ha dato le sue dimissioni dall’attuale incarico. Avendo colto l’espressione sbalordita del coniglio che è in me (non avrei mai, mai, il coraggio di mollare le mie mensili piccole certezze, anche se vorrei tanto esserne capace), ha commentato garrulo, scherzando ma neanche troppo: “Ci occupiamo di questioni che non fanno che aggravarsi, in tutto il mondo: il lavoro non ci mancherà mai!”. Ecco, se questo non è vedere il bicchiere mezzo pieno…

A volte ritorno


Da due giorni aspettavo ansiosamente il pranzo di oggi, perché i compleanni di Marielou sono sempre speciali – come lei. Questa volta poi l’appuntamento era alla Città dell’Altra Economia, che io avevo sempre deciso essere (senza ovviamente esserci stata) in un posto diverso da quello in cui effettivamente è. Da cui la telefonata di ieri, la cui sostanza si può riassumere in: C. “Ma proprio all’Ararat? Cioè, proprio entrando dal portone dell’Ararat???” M. “Sì, sì, dentro il Mattatoio”.

Facciamo un passo indietro. Lungo. Torniamo ai tempi in cui scoprivo, insieme ai rifugiati, luoghi di Roma a cui io, liceale monteverdina di scarsa intraprendenza sociale, ero poco avvezza. I centri sociali. Memorabile fu un inizio di marzo 2003 (giusti giusti 10 anni fa). Con un paio di colleghi biblisti avevamo passato la giornata a un convegno all’Accademia dei Lincei sulla storia dell’antico Israele (occasione per noi, all’epoca, abbastanza elettrizzante. So che faticherete a crederlo, ma, suvvia, fate uno sforzo di immedesimazione). La serata, senza soluzione di continuità, prevedeva un concerto di Manu Chao al Villaggio Globale, centro sociale all’interno dell’ex Mattatoio di Testaccio. La collega biblista, nata a Bergamo e residente a Pavia, ci chiedeva perplessa lumi sul significato di “centro sociale”. Spiego come posso, alla luce di un’esperienza per me abbastanza nuova. Passò alla storia il suo memorabile commento: “Ah, tipo un oratorio”. Risate omeriche. Beh, ci divertimmo un sacco, quella sera. Posti in prima fila, in virtù della mia prestigiosa posizione di segretaria della scuola di italiano del Centro Astalli (il servizio d’ordine era composto da curdi dell’Ararat, insediamento semi abusivo di rifugiati che si trova sempre all’interno dell’immenso recinto del Mattatoio), rifornimento continuo di acqua e generi di conforto per l’intera durata del concerto.

Ad Ararat andavamo soprattutto alle feste di Newroz, tra il 20 e il 21 marzo. Era uno di quei posti dove in teoria entrava chiunque, in pratica l’italiano medio non aveva particolare motivo di andare. Dell’Ararat di allora ricordo i tè, forti e neri nei bicchieri di plastica. L’ingenuità della giovinezza e dell’inesperienza. Ma anche l’entusiasmo e la commozione, che neanche tutti gli anni successivi sarebbero valsi a cancellare del tutto. A volte penso che se non fossi stata seduta lì, su quelle sedie di plastica, con l’odore delle stalle comunali in sottofondo e quella bandiera rossa scolorita che sventolava e sventola, ostinata, contro il Monte dei Cocci, la mia vita sarebbe oggi profondamente diversa.

Gli anni sono passati e torniamo a noi, oggi. Che a quello spazio straordinario che è l’Ex Mattatoio di Testaccio si fosse finalmente messo mano in modo sensato, mi era noto da un paio di visite al MACRO e da uno spettacolo teatrale presso la facoltà di Architettura di Roma III. Ma la Città dell’Altra Economia, soprattutto per quell’equivoco spaziale di fondo con cui ho aperto il post, ancora mi mancava.

Oggi, con il suo festeggiamento di compleanno, è stata Marielou a fare un regalo a me. Vedere mia figlia scorrazzare felice in quello spazio che così tanto e così impetuosamente ho amato, con il Gazometro e il Monte dei Cocci a fare da sfondo e le nuvole bianche che si specchiano sulle vetrate mi ha dato una gioia piena e commossa, che non so descrivervi. Scendendo sulla terra, abbiamo mangiato molto bene, gustandoci piatti non banali, dall’agnello al pasticcio di broccoletti, dal tortino di carote alla lasagna ai carciofi. Per la rilassatezza dei genitori, ci sono anche delle proposte per bambini, dal livello di educazione alimentare zero (hamburger in panino con insalata e patatine fritte) a quelli leggermente più avanzati (bocconcini di pollo in salsa appena speziata), ma anche pasta al pomodoro. Ogni piatto del menù è classificato rispetto alla sua compatibilità con diete vegetariane e prive di glutine. Baciati dal primo vero sole di primavera, ci sentivamo davvero in pausa, in vacanza. “Mamma, sembra quasi che siamo partiti!”, ha commentato Meryem mentre andavamo via. Già. Non sembra nemmeno di essere a Roma, se non fosse per quegli scenari che potrebbero essere solo lì, solo in quel punto particolare dell’universo. Bambini, biciclette, passeggini ovunque. Le bancarelle del mercatino biologico, con ottime degustazioni di olio, formaggio e miele. Una domenica in campagna, ma ci siamo arrivati a piedi, attraversando un ponte sul Tevere che è un’altra pietra miliare del mio personale paesaggio romano.

Per la cronaca, ci sono anche begli spazi interni, dei bagni moderni, numerosi e puliti (anche la pipì vuole la sua parte) e una libreria per bambini/ludoteca, Tana liberi tutti, che è davvero un gioiellino: credo che la prenderei seriamente in considerazione anche come location per festicciole varie, vista la felice combinazione di interni e esterni. Wi-fi libero, personale giovane e gradevole. Insomma, un’esperienza da replicare sicuramente.

Certo, si osservava con Rosaria, il luogo ha perso molto del suo antico sapore “militante”. Ma oggi, guardando Meryem e tanti bambini della sua età e anche più piccoli, che si godevano un bello spazio aperto, comune, condiviso da italiani e “stranieri” (il sikh con il grosso turbante arancione che, con la sua famigliola, dava una nota di colore mi dava l’impressione di essere italiano almeno quanto noi, e probabilmente lo è), non mi sentivo di rammaricarmene. Magari restasse così, familiare e senza eccessivi snobismi (un po’, nel mercatino bio, ce ne sono per forza: ma sono temperati dalla “romanaccità” del luogo).

Alla fine la nostalgia ci ha travolto e un salto ce l’abbiamo fatto, all’Ararat. Speravamo di trovare una lezione di danza curda di cui ci avevano parlato, che però questa domenica non c’era. Ci siamo seduti un po’ con questi ragazzi giovani giovani, che non ci conoscono, ma sono stati comunque molto ospitali. Il centro ha l’aria leggermente più ripulita, ma resta un posto dove dorme una sessantina di persone che non hanno alternativa. Marielou mi ha indicato il giardino dove, anni fa, aveva contribuito a costruire un orto. Nella “serra” c’erano materassi, sacchi a pelo e qualcuno sdraiato a riposare. Meryem sperava nel tè, ma non c’era. Poi è rimasta incantata dalle carrozzelle con i cavalli che iniziavano a rientrare dai loro giri con i turisti. Siamo andati nelle stalle, dove i bambini hanno dato da mangiare a un piccolo pony e hanno curiosato tra le balle di fieno. L’impressione di essere molto lontani da casa si è rafforzata ulteriormente. Noi grandi ci gustavamo le battute salaci dei vetturini romani, che sono sempre degne di nota.

“Ci portiamo anche la nonna e i cuginetti?”, mi ha detto Meryem entusiasta, andando a letto con le guance ancora colorite dalla giornata all’aperto. “E anche le zie! Io posso far vedere a tutti dov’è il bagno”. In effetti anche a me pare una buona scoperta. E se mia figlia ci fa vedere il bagno, poi, siamo a cavallo.

Io e Spotify


Ho ciclicamente riflettuto sui miei strampalati gusti musicali, per arrivare a una conclusione un po’ imbarazzante. Temo di essere sprovvista di gusti musicali. Per me la musica è ciò che si appiccica, per sempre, a specifiche esperienze vissute. La cosa assurda che, a prescindere dal fatto che l’esperienza in sé abbia hai miei occhi una connotazione piacevole o meno, a prescindere dalle molte traversie della vita che magari ti portano a maledire una fase o un’altra del tuo vissuto, io le musiche me le continuo a portare dietro. Tutte. Inesorabilmente. Una sorta di condanna.

Con Spotify in questi giorni me le sono trovate scompaginate lì, nella loro inconciliabile diversità, esposte persino al pubblico ludibrio. Un bizzarro quadretto della mia storia passata, brani molto belli e musicaccia senza alcun merito se non quello di avere in qualche modo a che fare con me. Da un lato mi rallegro di aver frequentato, per un periodo di tempo considerevole, qualcuno che – anche se per ogni altro aspetto preferirei non fosse mai esistito o almeno non avesse mai incrociato la mia strada – aveva senza dubbio dei gusti musicali che possono essere definiti dignitosi. A questa fase si devono almeno i R.E.M. (ma l’album che ascolto è quello che ci sparavamo in Israele con la mia compagna di camera), i Nirvana, i Radiohead, Nick Cave (sui Cure ho qualche remora, a  parte una canzone). Sempre per specifici album, si intende (che consentono dunque di datare con una certa precisione, in molti casi, il momento in cui si sono introdotti nella mia playlist mentale).

L’unico artista che mi sento di aver apprezzato in più fasi della mia vita e in modo un po’ più elaborato da me stessa medesima è Bruce Springsteen. Devo l’incontro a mio cugino Andrea, che all’epoca (io ero ancora alle medie) giudicò che mi si addicesse, persino più dei suoi prediletti e per lui insuperati e insuperabili Rolling Stones (chissà se la pensa ancora così, sui RS). Non so se si sia trattato di un caso di  self-fulfilling prophecy. Fatto sta che il Boss sta lì, saldo, nella mia playlist, insieme ai ricordi dei suoi due concerti a cui sono andata, a cui aggiungerei anche quello di Zucchero in cui suonava Clarence Clemmons.

Poi ci sono le eredità di infanzia e familiari, che riassumerei nella triade De André, Guccini e Gaber (ma anche i cori liturgici bizantini, i canti di montagna e alcuni prodotti non particolarmente eccelsi del folklore greco moderno). A seguire, la deriva etnica. Su quello sono consapevole che pochi possono seguirmi pienamente. C’è stata una fase della mia vita in cui guardavo con cupidigia il catalogo della casa discografica Piranha (oltre al fatto che adoro il loro claim: “swimming among sharks since 1987”). Ha contato anche il mio incontro con l’ebraismo, con Israele (danze incluse) e con la Turchia (nella sua impressionante vastità geografica e musicale, dalle musiche tradizionali davvero per pochi fino al pop più trash, passando per cantautori del peso di Livaneli). Di questo blocco menzionerei senz’altro i Klezmatics e, per restare sul più facilino, Noah e Bregovich. Menzione speciale per Daniele Sepe, che rientra in qualche modo tra le felici eredità del mio ex (al punto che una volta che sono tornata a un concerto a Villa Ada mi è parso di fare qualcosa di inappropriato).

Un po’, confesso, mi dispiace di non riuscire ad amare davvero una musica se non è legata a un’esperienza precisa, a qualcuno che me l’ha fatta conoscere e apprezzare. Mi piacerebbe restare folgorata da una canzone alla radio (che sento troppo poco) e non dover sempre pescare nell’album dei ricordi. Mi piacerebbe riuscire a ascoltare la musica, piuttosto che riconoscerla come familiare. Chissà, magari in vecchiaia cambierò. Per ora mi becco i Pitura Freska (ci rendiamo conto?).

Non capisco


Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto. Come raccontare a una madre, a un padre, che la loro figlia di vent’anni è morta di cancrena per le botte ricevute da una Kapò? Come descrivere la pazzia di alcune di quelle ragazze a coloro che le amavano? Adesso molti dei genitori, dei fratelli, dei mariti, non ci sono più; le ferite non sono più così fresche. A quelli che restano spero di non fare troppo male. Ma adesso devo mantenere la promessa che ho fatto a quarantasette ragazze che sono morte ad Auschwitz, le mie compagne di lavoro. E a tutti gli altri milioni di morti dei Lager nazisti.

(Settimia Spizzichino, Gli anni rubati)

Ieri sono andata al Teatro Palladium, per uno spettacolo in occasione della Giornata della Memoria. Era dedicato al ricordo di Shlomo Venezia, scomparso pochi mesi fa. Sono stati letti alcuni brani tratti da questo libro, che penso che mi procurerò. Per i primi venti minuti, corrispondenti più o meno all’introduzione degli organizzatori o poco più, mi sono trovata a fare i conti con un pensiero che non mi è del tutto nuovo. Aveva a che fare con la testimonianza, e specificamente con la testimonianza dell'”indicibile”. Non posso fare a meno di pensare alle persone che arrivano, oggi, ora, in questo momento nella mia città e sono sopravvissuti alla tortura. Non a traumi, a violenze, a difficoltà, a violazioni dei diritti umani. Proprio alla tortura strutturata, organizzata, quella che fa riferimento a metodi specifici in tutto il mondo. Non posso fare a meno di pensare che ci sia un nesso tra queste testimonianze: quelle, ormai poche, della Shoah e quelle, per lo più non raccolte né ascoltate, di un numero piccolo ma non insignificante di uomini e donne delle più varie origini.

Un nesso ovviamente non vuol dire precisa corrispondenza o equivalenza. Già mi sento risuonare in mente le proteste, non necessarie, sull’unicità della Shoah e sulla sua irriducibilità a qualunque altra esperienza, sia essa personale o storica. E tuttavia mi colpiscono le parole della moglie di Shlomo Venezia, Marika, riguardo allo straordinario e devastante dolore che a suo marito dava quella testimonianza, necessaria. Il senso di colpa del sopravvissuto. L’immagine del campo che non ti lascia mai, in ogni istante della vita successiva. E visualizzo altri volti, molto diversi tra loro e da quello di Shlomo Venezia.

Credo che il lavoro sulla memoria della Shoah fatto in molte scuole italiane sia eccellente. Mi colpisce la volontà sincera di “passare il testimone” alle generazioni future, perché ciò che è accaduto non diventi mai un fatto storico qualunque, remoto, risolto, come le guerre puniche. Tuttavia credo anche che sarebbe importante riflettere su cosa rende profondamente urgente e importante fare questo. Non  solo l’esigenza di contrastare e arginare chi nega che ciò sia stato. Soprattutto, io credo, si tratta di spiegare a chi non l’ha vissuto che quello che è successo ha una valenza universale. Che riguarda ciascun uomo, in ogni periodo storico e in ogni luogo. E forse il modo più efficace per farlo sarebbe allungare lo sguardo anche alle vittime di oggi. Ai genocidi che non hanno una cultura millenaria capace di tradurne l’assurdo in parole, poesia, musica, danza. Ai familiari che non sono confortati da nessuno nel loro sostegno improbo a chi non è in grado di raccontare cosa gli è stato fatto da altri esseri umani. Intenzionalmente. Scientificamente.

Ma cos’è che non capisci, mi direte a questo punto voi? Non capisco come Evelina Meghnagi e l’Ashira Ensemble non siano in cima alle classifiche musicali di tutti i Paesi del mondo. Non capisco e non mi capacito del fatto che mi sia ancora possibile assistere ai loro spettacoli facilmente, a due passi da casa e spesso pure gratis, quando sarei disposta a comprare il biglietto su internet sei mesi prima. Non capisco perché chi mi sente nominarli pensa che sia la solita roba da nicchiona, non fruibile per i più.

Dicevo che gli aggrovigliati pensieri di questo post li ho fatti nei primi venti minuti. Per tutto il resto del tempo la musica mi ha portato via, fuori dalla sfera delle parole. Sentitela, la voce di Evelina. Sentite la luce che sprigiona, fatevi portare attraverso la pienezza e la complessità della vita nelle sue minime sfumature. Ma non cliccate su un video qualunque. Andateci, di persona. E poi ne riparliamo.

Non proprio una recensione


Scrivere questo post mi è costato molto più fatica di quanto avessi in un primo momento immaginato. Di recensioni, per lavoro o per diletto, ne scrivo un certo numero. Per cui, un po’ ingenuamente, mi ero ripromessa di scrivervi cosa penso del libro L’industria della carità, di Valentina Furlanetto (Chiarelettere). L’input mi era arrivato da un articolo di Vladimiro Polchi, che a mio avviso è uno del pochi giornalisti che si occupa di immigrazione in modo sensato. Mi aveva anche incuriosito (e un po’ indispettito) la reazione di indignazione, a volte preventiva, che leggevo nei siti di comunicazione sociale, Vita in primis. Ed ecco quindi che, zelante, mi sono comprata l’e-book a prezzo pieno, anticipando persino di qualche giorno l’uscita in libreria.

E a quel punto, dopo aver letto, ho constatato che purtroppo sul libro in sé non avrei nulla da aggiungere rispetto agli articoli che avevo letto. A essere gentili e signorili, possiamo definire il volume un’occasione persa. O ancora, con un altro eufemismo, un lavoro scientificamente inconsistente. Insomma, mi è cascata la mascella. E, badate bene, non lo dico mica perché sul no profit, terzo settore e volontariato non ci sarebbe niente da dire. Ci sarebbe un sacco da dire e pregustavo proprio che si cominciasse a dire. Ma certo non così. Mettendo tutto insieme: ong internazionali, piccole onlus locali, Nazioni Unite, cooperazione statale, ambientalismo, adozioni a distanza. Come se tutto fosse la stessa cosa. L’unico filo conduttore pare, a quanto sembra, la tesi dell’autrice: la scarsa trasparenza, se non proprio la corruzione e il nepotismo, di tutte queste diversissime cose. Io a quel punto ci avrei messo anche l’Università, il mio condominio, i partiti politici e il canile municipale.

Badate bene, non è che io mi risenta per la denuncia degli scandali che ci sono e magari abbondano pure (anche se sempre numericamente insignificanti rispetto all’universo esaminato). Ma più interessante mi parrebbe un ragionamento serio sulle motivazioni di certe pecche e sulla valutazione nel merito delle stesse (specialmente se alcune, a guardar bene, non sono neanche tali, mentre altre, potenzialmente assai più problematiche, sono ignorate). La parte di mia competenza di questo volume è assai più piccola di quanto immaginassi. Ma, soprattutto, non c’è un vero ragionamento a cui agganciarmi e contribuire. Mi limito a fare qualche rilievo.

L’unico criterio consigliato dall’autrice per verificare la trasparenza di un’organizzazione è farsi mostrare i bilanci. Io non sono tanto d’accordo. E’ una buona prassi che i bilanci siano pubblici e di fatto spesso, in qualche forma lo sono (oltre a dover essere costantemente prodotti ai finanziatori). Ma perché ogni singolo privato li possa decifrare, essi dovrebbero essere redatti secondo voci chiare, univoche, ben leggibili e uguali per tutti. Peccato che un bilancio di una agenzia delle nazioni unite, quello di una bottega equa e solidale, quello di una cooperativa sociale, quello di un’associazione di volontariato nazionale e quello di un ente pubblico non siano di solito fatti allo stesso modo. Quindi non basta metterli on line e bon. Io, leggendo le argomentazioni dell’autrice sui dati economici in suo possesso, mi sono più volta chiesto se e in quali casi la voce “Progetti” (che lei considera virtuosa, a differenza delle vituperate spese per “tenere in piedi l’organizzazione”) comprenda le spese del personale per i progetti stessi. Immagino che in qualche caso le comprenda e in altri no (o le comprenda parzialmente). Basterebbe questo per invalidare, di fatto, il paragone. “Progetti” non equivale mica a “soldi messi in mano direttamente al beneficiario”. Che poi la cooperazione (o la fornitura di servizi sociali) non vuol dire mica distribuire monetine su larga scala (sebbene la parola “carità” richiami molto questo aspetto), facendoci più o meno la cresta. Sperabilmente, dall’Ottocento a oggi, molte realtà sono un briciolo più evolute di così (anche se in alcune delle trasparentissime Charities USA qui e là questa impostazione di fondo riemerge sempre più spesso: raccogliamo le vostre monetine e le distribuiamo in modo efficiente). A mio avviso una ONG dovrebbe anche lavorare attivamente per eliminare le cause del bisogno su cui opera, attraverso advocacy, policy, lavoro culturale, comunicazione, ricerca (a seconda del campo di intervento). Non serve buon cuore, eroismo, protagonismo. Serve testa, competenza, visione di insieme.

La questione delle emergenze, e della loro eventuale “convenienza”, è importantissima. Ma anche qui ben altra profondità ci vorrebbe. Intanto mi sarei aspettata un bel capitolo sui meccanismi generali di funzionamento dei finanziamenti europei, nazionali e internazionali. Forse un po’ noioso per il lettore, ma non sarebbe fuori luogo almeno dire che una organizzazione che vuole fare interventi di ampio respiro nella maggior parte dei casi deve avere capacità di anticipare in buona parte le spese. Questo in certi casi spiega la pratica di “accumulare” risorse per uno o due anni successivi, nelle forme che sono consentite a ciascuna realtà. Chiedetelo a tutte le piccole ONG “morte di crediti”: ve lo confermeranno.

Interessante anche il fatto del carattere temporaneo degli interventi: se un’emergenza è tale deve iniziare e finire. Sante parole. Peccato che a volte neanche le emergenze vere finiscono (perché chi dovrebbe attivare le risorse ordinarie non lo fa, in genere). Figuriamoci quelle presunte. Resta il fatto che se teorizzassimo (nel migliore dei mondi possibili) che le ONG dovrebbero limitarsi a interventi circoscritti a integrazione di quando dovrebbero fare, che so, gli Stati, poi sarebbe un po’ contraddittorio accusarle di “precarizzare” il personale. Il personale in quel caso dovrebbe lavorare solo per la durata del singolo progetto, poi stop (altrimenti mi fa ad aumentare il budget spero per “mantenere l’organizzazione” e mi fa fare brutta figura….). Come esempio di progetto definito e presto chiudibile magari non avrei scelto l’esempio “istituire un campo profughi” (che non è che una volta istituito uno lo lascia lì e se ne torna a casa), ma questi sono dettagli, se vogliamo, espositivi.

Non mi dilungo oltre. Avrei voluto leggere del processo di “progettizzazione” degli interventi sociali; dei farraginosi meccanismi di gestione dei fondi europei, che rendono di fatto impossibile utilizzarli per le attività a cui sono destinati; delle tante, profonde contraddizioni, in cui questo ormai strutturale “terzo settore” si dibatte in Italia. Non è in questo libro che io possa trovare spunti di rilievo. Purtroppo non mi è stato molto d’aiuto neppure per le mie ricorrenti e tormentate riflessioni sul fundraising e sulla comunicazione. Nel migliore dei casi le spese di comunicazione sono etichettate come inutili e moralmente discutibili, quando non ridotte alla mera marchetta della star bisognosa di pubblicità. Mi preme, nel mio piccolo, precisare che: a) l’adozione di Madonna in Malawi non è proprio un caso tipico di testimonial famoso e mi pare compaia un po’ impropriamente in questo contesto; b) ho avuto il piacere di incontrare molti “famosi” che si mettono davvero al servizio di cause importanti, anche e soprattutto gratis. Ma comunque non era di questo che mi sarebbe interessato parlare.

Conclusione? La raccomandazione di non fare donazione in contanti (specialmente a loschi figuri che vi attaccano bottone per strada o vi vengono a suonare a casa) non posso che condividerla, ma non serviva evidentemente un'”inchiesta” come questa per farvela. Forse chiuderò questo post deluso e deludente con la saggia frase di Stefano Zamagni: “Non dico che tutti siano costretti a conoscere il mondo del non profit, per carità, ma sarebbe bene che almeno chi si mette a scrivere un libro su questo mondo un po’ di cultura sul tema ce l’abbia”.

I film della memoria


Questo pirotecnico post della Piattins sulla filmografia della memoria mi punge sul vivo. La visione di film in famiglia a casa Peri era un’esperienza formativa a tutto tondo. Tv, chiaramente, molto più che cinema. Sebbene si vociferasse che mio padre fosse abbastanza appassionato del grande schermo (pare che avesse persino un carteggio con Fellini), alla fine – per motivi logistici e sospetto anche economici – le visioni familiari prediligevano decisamente quello piccolo. La formazione prevedeva mio padre sdraiato sul divano con la testa in grembo a mia madre, apposite coperte e eventualmente me appollaiata sulla pancia (finché le dimensioni lo hanno consentito). Tutte le altre variamente appollaiate tra poltrona, puff e eventuali sedie. Per la programmazione ci si affidava, fondamentalmente, a mamma RAI (e più tardi anche al Biscione).

Alcuni momenti sono rimasti memorabili. Come quando abbiamo lasciato mia padre e mia madre davanti a Nove settimane e mezzo e li abbiamo trovati che russavano davanti alla scena dello spogliarello. O quando, davanti ai Blues Brothers, la famiglia si è divisa in due schieramenti distinti: chi si scompisciava e chi proprio non capiva che ci fosse da ridere, fino all’uscita indimenticabile di mia sorella Serena: “A me questi film americani di inseguimenti non piacciono”. Ricordo un capodanno agghiacciante davanti a Drive In (mio padre andava pazzo per le comiche di Benny Hill) e svariate estati a guardare film dell’orrore improbabili, tipo Tremors Api assassine.

Ma veniamo ai classici, ai film della memoria.

1. Tutti insieme appassionatamente. Questo, decisamente, è IL film della memoria. Anche a Natale, a tutt’oggi, è una sicurezza. So a memoria quasi tutte le canzoni e quando alla visione era presente zia Maria (la calabra zia di mia madre che veniva a trascorrere le feste a Roma, rendendo indimenticabile ogni singolo giorno) eravamo invitati a intonarle tutte insieme a lei, a partire da una delle prime, quella in cui le monache cantavano “Che cosa ne faremo di Maria…” (e lei sogghignava, ancora fiera di essersi fatta cacciare da scuola dalle monache circa 75 anni prima, per aver nascosto una rana nel cassetto della maestra).

2. La principessa Sissi. Un’altra sicurezza. Qui entrava in gioco anche l’orgoglio austroungarico del padre goriziano. Si godeva della bellezza di Romi Schneider, si rubava l’intramontabile battuta “Ah, brava!” del padre dell’imperatore, sordo quando faceva comodo, si empatizzava per l’antipatia verso l’insopportabile “Maman” di Francesco Giuseppe, allenandoci nella femminea arte dell’odio della suocera. Una palestra di vita.

3. I soliti ignoti.  Intramontabile, indimenticabile. Un must. Per i miei genitori, le basi culturali di una romanità acquisita. Per noi figlie, l’iniziazione al cinema d’autore e agli uomini che meritano di essere guardati (tipo Gassman, pur balbuziente, e  Mastroianni).

4. Buddy Buddy e, più in generale, tutti i film della coppia Jack Lemmon-Walter Matthau. La critica dice che non è questo uno dei più riusciti, ma il killer Trabucco e la sua mimica facciale mi sono rimasti impressi tutta la vita. Aggiungerei sicuramente alla serie E’ ricca, la sposo, l’ammazzo, con l’indimenticabile personaggio di Enrichetta (che temo sia diventato incongruamente uno dei miei modelli adolescenziali… peccato che non ero ricca).

5. Il cowboy con il velo da sposa. Diffidare del remake: non è la stessa cosa. Classicone Disney, che da noi riscuoteva successo anche per la presenza in famiglia di due gemelle femmine.  La gita in montagna si è scolpita nel mio immaginario come qualcosa che un giorno avrei voluto organizzare anche io. Negli anni cambiava solo la persona ai danni della quale l’avrei organizzata.

6. Quattro bassotti per un danese, ma anche FBI Operazione GattoIl Fantasma del Pirata Barbanera, Herbie il maggiolino tutto matto… Dean Jones era una garanzia: magari non si trattava di film pirotecnici, ma facevano ridere, erano dei buoni prodotti, affidabili come un vecchio Maggiolino. Io li riguardo ancora con immutato piacere. Meryem finora non li ha molto apprezzati, a onor del vero.

Poi si cresce e i film di riferimento diventano altri. Anch’essi debitamente conditi di ricordi: i film di gruppo, con i compagni di scuola e di università; i film dei primi (ma anche dei secondi e dei terzi) sospiri; i film di godimento privato. Ma la memoria familiare, che  – ormai forse lo avrete capito – nel bene e nel male è parte costitutiva della mia essenza, resta legata al divano di casa, ai plaid scozzesi, al telefono (fisso) che squillava – con i relativi brontolii di chi aspettava un’altra chiamata. Alla fine, lo sapevo, finisce che mi commuovo.

Questo post partecipa al blogstorming

Se fossi te


“Che vuoi fare da grande, Meryem?” “La pop star”. Siamo in macchina su nel nord e mia figlia con questa risposta mi ricorda che prima di partire abbiamo guardato insieme un altro dei DVD inviatici dalla Universal e, precisamente, Barbie: la principessa e la popstar. Mi era passato di mente, lo confesso. Non sono una appassionata dei film di Barbie, che invece Meryem guarda sempre volentieri. Questo, in particolare, racconta la storia di Barbie-principessa e del suo idolo, la popstar Kiera (Ghira, nella personale versione di mia figlia). Le due si invidiano reciprocamente e, con un tocco di magia di cui entrambe sono provvidenzialmente dotate, si scambiano l’identità per un giorno. E poi tutti cantarono, felici e contenti. In estrema sintesi.

Poi, come vi dicevo nell’altro post, ho comprato a Meryem questo libro, che curiosamente racconta una storia in qualche modo simile: la principessa Bianca, sempre in disordine e monella, scappa e viene molto apprezzata dal re dei draghi; contemporaneamente la draghetta, sgridata dai suoi perché sempre troppo pulita e incipriata, viene accolta con giubilo alla corte umana. Salvo poi realizzare che ciascuno sta meglio a casa sua, per il semplice fatto che comunque alle due figlie manca il proprio papà criticone (e viceversa). La forma in questo caso mi piace di più, rime e disegni rispondenti al mio gusto. Ma il tema è lo stesso, come anche Meryem ha notato (anche se qui la situazione è resa paradossale dalla vistosa differenza, anche di specie, tra le due: “Ma come fa una draga a vivere con gli uomini?”, mi chiedeva Meryem).

Tra i quaranta anni e la fine dell’anno, i bilanci si sprecano. E allora, pensando questo post, mi sono trovata a fare questo gioco: vorrei essere qualcun altro/a, almeno per un giorno? Ricordo che all’università ho desiderato di essere una mia amica più giovane, di nome Francesca, che ai miei occhi incarnava il successo professionale e personale. Recentemente, su Facebook, sono tornata in contatto con una mia compagna di classe delle medie, che era molto graziosa e corteggiata: non dico che all’epoca avrei voluto essere lei, ma certamente, almeno per un po’, avrei voluto non essere proprio me stessa. Anche oggi, a tratti, mi sfiora il pensiero che vorrei essere come qualcuna delle mie splendide amicizie bloggarole. Per non finire male come Paride buonanima, non ne nominerò nessuna in particolare, ma ne ho in mente certamente almeno due o tre (ma anche quattro o cinque). Poi però ci penso meglio e mi rendo conto che davvero ciascuna di noi ha le sue croci, i suoi pesi, i suoi punti di forza e i suoi cedimenti. Che le “fortune” sono frutto di scelte e, perché no, anche di rinunce e che in questa vita niente è gratis. Poi ci si mette anche Facebook, a ricordarmi che questo che sta finendo – che istintivamente avrei definito un anno davvero tosto e amaro – in realtà è stato anche un periodo pieno di belle sorprese, di incontri, di viaggi e di sorrisi. Allora, vi dirò, forse per un giorno mi scambierei solo con mia figlia, per la curiosità di vedere il mondo con i suoi occhi.

E voi? Con chi vi sareste cambiati la vita, per un giorno? E adesso?

Più libri, più liberi: una recensione “a scrocco”


Ieri era proprio una giornata del cavolo. A volte mi capita di peccare di eccesso di pregustamento. Pregustavo da un paio di settimane la fiera della piccola e media editoria, croce e delizia degli appassionati di libri squattrinati e cordialmente detestata dalla Guerrigliera fin dalla più tenera età, con una coerenza degna di miglior causa. Stavolta, come due anni fa, si prevedeva incontro con celebrità del calibro di Mammamsterdam in occasione della presentazione di un’opera imprescindibile nella libreria di ogni desperate parent che si rispetti: La risposta del cavolo. Già, proprio come la giornata.

Era questo che vi stavo raccontando. Dormo male, mi sveglio febbricitante e di pessimo umore. Litigo con il mondo, a partire da me stessa. Ringhio, sbuffo, protesto, strascico i piedi. Eppure tutto concorre a esaudire ogni mio desiderio: improvviso cambio di programma di tata Silvana, che in collaborazione con la nonna si spupazza Meryem da ieri alle tre a stamattina compresa, togliendomi ogni pensiero di orario. Passaggio in macchina all’andata e al ritorno. Quasi nessuna fila in biglietteria. Regali di compleanno che continuano a piovere inattesi a oltre una settimana dal giorno deputato. Ma è stato solo versando il mio tradizionale obolo allo stand di Exòrma che sono tornata in me, o meglio nella parte di me meno antipatica, e ho fatto quello che in fondo mi viene piuttosto bene: ho condiviso.

Io in una grossa Fiera affollata ho lo stesso blocco che mi afferra nei supermercati troppo grandi: mi paralizzo. Rispetto ai libri per bambini, poi, il problema aumenta: guardo di qua e di là, sbavo a destra e a sinistra, ma alla fine non metto a fuoco come si deve e finisco per non comprare assolutamente nulla. Però, ieri come in altre occasioni, mi sono giocata la carta segreta: mia sorella Marina.  Lei sì che conosce il territorio. Parte alla caccia come un cane da tartufo. Quest’anno purtroppo ci siamo solo incrociate fugacemente, ma mi sono rivenduta con successo, in seguito, gli ultimi due stand che le ho visto visitare. Ed ecco qui le mie recensioni a scrocco di due piccole case editrici da sostenere, con forza, perché se lo meritano (oltre a Exòrma, naturalmente).

Iniziamo dalla prima chicca. Ho faticato a ritrovarla, perché il nome me lo ricordavo solo attraverso confuse associazioni, decisamente poco indicative: L’asino verde? La rana ubriaca? Alla fine era Orecchio acerbo. “Libri per ragazzi che non recano danno agli adulti / libri per adulti che non recano danno ai ragazzi”, li definiscono loro stessi. Noi abbiamo ancora la bocca spalancata. Dei gioielli di grafica, di idee, di fantasia. Facciamo un esempio? Guardatevi questo booktrailer… oppure questo, che testimonia la nascita di Hansel e Gretel illustrato nell’unico modo possibile per favola davvero spaventosa (“Non ho mai pensato che fosse per bambini, era piuttosto per me, per me quando ero un bambino”, confessa significativamente l’illustratore).

Seconda menzione per Edizioni Lapis. Segnalo in particolare la collana Arte tra le mani e, ancor più, la collana Staccattaccal’arte, albi davvero geniali in cui i bambini possono con degli stickers ricomporre o rimescolare opere di artisti come Klee, Mondrian o Kandinsky. A Meryem alla fine ho comprato questo, mentre zia Marina ha scelto, da Orecchio Acerbo, questo. Scaricatevi l’anteprima, ne vale la pena. E qualcosa mi dice che questo autore vada tenuto d’occhio…. anche il sito è bellissimo!

Troppa grazia, Crayola


E’ un po’ che aspettavamo l’occasione di provare il Magic Activity Set che ci ha mandato Crayola ormai da diverse settimane. Il nostro è di Cars 2 e contiene 2 album, uno con delle scenette da colorare e l’altro bianco per disegnare, tempere e pennarelli magici. “La magia non esiste”, mi spiegava saputa Meryem proprio ieri. E oggi siamo state smentite. Comincio a pensare che questi colori siano magici sul serio, ma non esattamente per il motivo che credete.

Conoscete il principio, vero? Almeno i pennarelli che fanno apparire disegni in appositi album sono abbastanza inflazionati in tutte le edicole. Quindi li conoscevamo già. Sempre divertenti, sempre buoni per non sporcare vestiti, mani, tavolini (ottimi per il disegno al volo prima di uscire, ad esempio).

Ma le tempere, almeno le nostre, si sono rivelate davvero soprannaturali. Non le avevamo mai viste, non eravamo sicure di come usarle. Hanno una consistenza un po’ strana, un po’ collosa. Ma ben presto ci siamo impratichite. Però alla fine, quando volevamo usarle di nuovo, non siamo più riuscite a trovare il vasetto d’acqua e il pennello che avevamo usato fino a due minuti prima. Dopo un’ora di affannose ricerche, abbiamo stabilito che i colori magici, sciolti nell’acqua, hanno reso invisibili vasetto e pennello. Il materiale illustrativo non specifica se l’effetto sia permanente o temporaneo. Se un giorno gli oggetti scomparsi, di punto in bianco, ricompariranno (magari perché mettendo in tavola un piatto rovescerò il vasetto invisibile) ve lo farò sapere. Intanto noi abbiamo continuato con i pennarelli 🙂

RainbowMagicché?


Ero preparata, o almeno lo pensavo. Avevo letto la sobria (ed estremamente diplomatica, scopro oggi) recensione di Wonder a suo tempo. Avevo raccolto critiche qua e là (anch’esse, lo vedo ora, davvero generose). Quest’estate, quando Nizam stava per cedere alle pressanti richieste della Guerrigliera, ci ha fermato il prezzo: per andarci in tre, ben 98 euro. No, non è uno scherzo. Aggiungiamoci 5 euro di parcheggio, benzina, etc. La logica conclusione è stata: evidentemente no. Ma non potevamo immaginare quanto avevamo ragione.

Oggi ci si è messo di mezzo il destino in forma di biglietti gratuiti. Un’amichetta in visita dalla Sardegna. Una spedizione femminile di famiglia. Saggiamente equipaggiate di cibi e bevande, arriviamo in loco (un’oretta di tragitto). Le bambine sono entusiaste. I jingle delle pubblicità martellanti, i loghi sparati su autobus e cartoni del latte da un anno e passa finalmente si incarnano in un luogo fisico. Saltellavano eccitate.

Entriamo. Bene, cercherò di essere misurata. Credo di poter ambire a tanto esclusivamente perché in cinque abbiamo lasciato in questo ameno luogo solo i cinque inevitabili euro di parcheggio. Se avessi pagato immagino che a quest’ora sarei al commissariato di Colleferro in seguito alla distruzione a martellate del Castello di Alfea.

1. Il parco è, come dire… brutto. Semplicemente brutto. Sembra già vecchio. Scolorito, male allestito. Le rifiniture mancanti che Wonder signorilmente attribuiva all’incompiutezza continuano a mancare. L’area è piccola e francamente poco suggestiva. Le decorazioni sanguinolente di Halloween non miglioravano l’effetto generale. L’insieme era piuttosto imbarazzante e deprimente.

2. Le attrazioni sono poche, i ristoranti e i negozi invece moltissimi. Suvvia, non c’è proporzione. La sensazione di rapina che chiunque paghi un biglietto di 35 euro non può non provare è accentuata dalla beffa di continui giochini aggiuntivi a moneta. Il massimo? La cabina phon (una) per asciugare chi si fosse bagnato con schizzi e attrazioni acquatiche costa, udite udite, due euro. E oggi era anche fuori servizio. Mi sono stupita che i bagni non fossero anch’essi a moneta. Il livello delle giostre da piccoli (quelle adatte a bambine di 5-7 anni, per intenderci) è scadente. La durata dei giri è da record di velocità: l’ottovolante, ad esempio, finisce in 59 secondi (li abbiamo contati durante l’attesa).

3. Vogliamo parlare dello stile nei confronti dei visitatori? Cartelli minacciosi qua e là ricordano che qualunque danneggiamento agli zuccherosi quanto rabberciati arredi del Castello di Alfea (il quale, per inciso, è in massima parte l’ennesimo negozio di gadget) dovrà essere ripagato. Oggi gli orari degli spettacoli, stampati sulla cartina che ci è stata data all’entrata, non corrispondevano alla programmazione effettiva. La cosa ci ha fatto perdere per due volte la possibilità di entrare, oltre a farci correre inutilmente su e giù inseguendo i cambi di sede (tra l’altro il maledetto quanto inutile lago rende lunghi anche tragitti in linea d’aria brevissimi). Ho provato a chiedere spiegazioni e mi è stato risposto che no, gli orari sullo stampato non sono quelli veri, che invece sarebbero scritti su un cartello all’ingresso (!). Ho provato a chiedere cosa ci danno a fare gli orari sbagliati, allora. Mi è stato risposto, piuttosto in malo modo: “C’è un servizio clienti, no? Vada a dirlo a loro”. Ora. Io non avevo pagato e non sono stata a piantar grane. Ma vi assicuro che se avessi sganciato 100 euro per due o tre giri di giostra sarei stata molto meno signorile.

Alla fine la cosa che mia figlia ha trovato più attraente è stata la famosa giostra delle Winx (anch’essa piuttosto lampo come durata, a dire il vero) e il playground dell’adiacente baretto. Io ho ancora negli occhi la giostra più triste del mondo: un trenino composto da pochi sparuti vagoncini, con l’Outlet sullo sfondo. Non mi soffermo sui genitori che cercavano di contrabbandare figli alti 50 cm nelle giostre che ne richiedevano 105 (“mi assumo io la responsabilità”). Non faccio paragoni, ci mancherebbe. Dico solo che mi è cascata la mascella e non l’ho ancora raccolta. E’ questo il grande parco divertimenti di Roma? Ah. Annamo bene, come si dice qui.

Abbiamo concluso la giornata con un giro all’outlet, luogo che colpirebbe qualunque essere umano in normali condizioni psicofisiche per il suo peculiare obbrobrio estetico (immaginatevi un villaggio del west in tinte pastello). Mia sorella, all’ingresso ha esclamato: “Ma che carino, qui! Com’è accogliente”. Ecco, credo di avervi detto tutto.