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Telegraficamente, vi annuncio che alla fine siamo tornate. Praticamente all’ultimo momento utile per il mio ritorno al lavoro, domani. Ho gli occhi, la mente e il cuore ancora traboccanti di bellezza. Il nostro itinerario è stato ricchissimo, zeppo di sorprese, scorci inattesi, regali, consigli, idee straordinarie. Io e Meryem abbiamo sperimentato l’ospitalità in tutte le sue sfumature e goduto dell’infinita varietà del mondo, declinata in paesaggi, specie animali, case, famiglie, caratteri, accenti, esperienze.

Credo che si intuisca che il friendsurfing lo rifarei (e spero che lo rifarò) mille volte ancora. Ringrazio ancora pubblicamente tutti quelli che ci hanno accolto, sopportato, voluto bene, incoraggiato, che hanno cambiato programmi, viaggiato a loro volta, spostato letti, fatto lavatrici (talora dal contenuto improprio), incomodato familiari e animali domestici, preso in prestito macchine e persino furgoni per essere parte della nostra vacanza zingara. Un grazie speciale anche a chi ci aveva offerto ospitalità e non siamo riusciti a includere in questa prima galoppata. Sto già meditando la prossima, non pensiate di averla scampata.

A prestissimo!

Friendsurfing


Eccoci alla vigilia di una vacanza che è un po’ la fotografia della mia condizione esistenziale attuale. Nel bene e nel male. Un salto nel buio e, allo stesso tempo, l’esito di molte riflessioni. Una vacanza che, nelle mie intenzioni, mi assomiglia.

Resa possibile dalla rete. Questa è forse la caratteristica più stupefacente. Non nel senso che è “prenotata su internet”, nell’accezione più anonima del termine. Affatto. Ma la rete ha reso possibili contatti e legami, alcuni “nuovi” (ma ci comprendo anche chi ho incontrato su questo blog 9 anni e tre figli fa, non so se mi spiego) e altri più tradizionali, ma che probabilmente senza mail e social network a quest’ora avrei perso per strada. Questi amici, con generosità, si sono resi disponibili a ospitare me e Meryem. Per questo mi piace pensare questo viaggio come “friendsurfing”. Un coachsurfing a modo nostro, dove più che la logistica conta la gioia di rivedere tante persone care (e di conoscerne alcune).

Con mia figlia. La prima vacanza da sole, l’estate scorsa, ha segnato un punto di svolta e di passaggio. Quest’anno sono pronta a raccogliere i frutti di un altro anno di strada insieme. E sono assai più ottimista. Abbiamo aggiornato le nostre parole segrete, infilato la sua Tigretta nello zaino e siamo pronte (spero).

Itinerante. Sento fortissima l’esigenza di fare un viaggio per il viaggio, senza sapere nemmeno esattamente cosa troverò. E’ sempre stato più nelle aspirazioni della mia anima che in quello che davvero sono riuscita a fare nella mia vita. E’ ora di cominciare una fase nuova, in cui cercare di non lasciarsi scoraggiare dalle tante mancanze che pure ci sono (di soldi, di tempo, di capacità, di coraggio). Non farò finta di essere ricca, coraggiosa, paziente, capace, piacevole. Ma cercherò di vivere queste settimane più serenamente del solito, gustandomi quel che arriva. Ho cercato di ridurre le aspettative precostituite al minimo, per far spazio alle sorprese grandi e piccole.

Volete seguirci sui social? Conto sul mio fido Androide, sperando che non mi tradisca. Saremo su Facebook (qui la bozza del programma di viaggio), su Instagram, su Twitter… I nostri hashtag saranno: #friendsurfing, #inviaggioconmeryem e, naturalmente #bellezzagratis. Quella non ce la vogliamo dimenticare mai e sarà il fil rouge delle nostre e, vi auguro, anche delle vostre vacanze.

Il direttor XY


Dirige un archivio molto particolare. Condivide con me l’abnorme frustrazione di avere a che fare con scelte che arrivano dall’alto senza logica apparente. Eppure, come me, resta ancora convinto che quello che sta facendo ha un senso. Il direttor XY è il protagonista del racconto che ho scritto per l’estate di Genitori Crescono.

Se siete curiosi di conoscerlo – e di sostenere la sua causa – ora sapete dove cliccare. E la prossima volta che, incontrandomi, mi dite: “Ma perché non scrivi narrativa?”, passatevi una mano sulla coscienza. 🙂

Espedienti


Non è che si può essere sempre frizzanti.  Persino per una come me, che vive meglio fuori casa che dentro, la giornata di ieri fin dalle prime ore della mattina si preannunciava tutta in salita. Intanto il clima. Il ghigno bollente di Caronte arroventava il vialetto condominiale. Queste ondate di calore, da quando hanno un nome, sono molto più sicure di sé. Poi la desolazione. Poche cose danno l’idea della vuotezza come il quartiere di Monteverde una domenica di fine luglio.

Aggiungiamo l’umore della sottoscritta. Omicida. In questi giorni mi sento in forma come un lottatore di sumo alla vigilia della pensione. Ho iniziato a pensare ai bagagli delle vacanze e questo ha comportato che mi mettessi a provarmi i vestiti estivi. Pessima idea.  Il sabato poi mi aveva lasciato simpatici strascichi di litigate e discussioni che durante la notte sembravano fermentate in una miscela esplosiva. Sarebbe bastato un pretesto qualsiasi per dare la stura a un fiume in piena di recriminazioni.

Si configurava un’emergenza che, come tale, richiedeva misure straordinarie. Temporeggiando e ringhiando quanto bastava, mi sono fatta accompagnare alla videoteca a riconsegnare un film noleggiato la sera prima. Sono ricaduta in questa pratica un po’ vintage, che fa tanto anni ’90. Ho ricaricato la mia tesserina magnetica e ora sfoggio orgogliosamente la mia appartenenza al popolo dei possessori di computer troppo malmessi per essere utilizzati per la visione di film. Schivando le api che hanno fatto il nido negli interstizi del distributore, ho riconsegnato “Il mio nome è Khan” (film stupendo, peraltro).

E allora mi è balenata in mente la via di fuga. Ho indetto sul momento la giornata DVD senza limiti. Ho noleggiato “Barbie e l’avventura nell’oceano” e ho comunicato alla Guerrigliera il programma della giornata, che è stato: film 1, film 2, pranzo, impostazione lista valigie, passeggiata al distributore, film 3, passeggiata al distributore con gelato, doccia, cena, film 4, letto. Dei film visti posso dirvi che “Barbie e l’avventura nell’oceano” non mi è dispiaciuto affatto (Meryem era entusiasta e si è messa a fare surf sul bracciolo del divano) , “Up!” mi è piaciuto molto (meno alla Guerrigliera), “Barbie e l’avventura nell’oceano 2” non era all’altezza del primo e “Dragons. Il dono del drago”, sequel di Dragon Trainer, è stata una grande delusione soprattutto perché non sapevo che era un cortometraggio. Sì, avete capito bene. Me li sono sciroppati tutti anche io, senza sconti.

Alla fine della giornata, scherzando, ho sottolineato a Meryem l’eccezionalità della cosa. Non è che da ora in poi passeremo i nostri giorni spiaccicate davanti al dvd. “E non lo dire a nessuno che mamma ti ha dato il permesso di vedere quattro film di seguito!”, ho aggiunto scherzando. “Posso dirlo solo a L.?”, ha ribattuto lei, ghignando. No, Guerrigliera, far schiattare di invidia l’amichetta non è un bel sentimento. Ma resta pur sempre nobile in confronto ai pensieri che covavo io al risveglio, e che poi ho annacquato in un mare brulicante di delfini rosa glitterati.

Madre ribelle


Ci sono mille piccoli episodi quotidiani di cui, come madre e come persona, non vado particolarmente fiera. Quello di ieri, però, che direi possa serenamente rientrare nella categoria “sbrocco di fine giornata afosa”, mi continua però a far pensare e con questa scusa  ve lo propino  lo condivido con voi [su, lo sapete che d’estate anche le menti più creative perdono colpi, siate indulgenti].

Ieri sera, mentre stava finendo il suo piatto di spaghetti, fagiolini e uovo sodo artisticamente composti in forma di margherita, la Guerrigliera capisce che ero al telefono con suo padre e se lo fa passare. Fin qui, tutto ok. Dopo pochi istanti mi chiede di farle continuare la conversazione in privato: anche questo mi sta bene, anche perché frattanto ero intenta a fare altre due/tre cose, la maggior parte delle quali mi portavano, in effetti, in un’altra stanza.

Qui mi chiedo: rosicavo già a questo passaggio? Può essere. Nizam la sera a quell’ora spesso deve servire i clienti e chiude le telefonate bruscamente. Giusto un paio di giorni fa la tendenza di Meryem a monopolizzare le comunicazioni mi aveva impedito di farne una, relativamente importante, io. Ma forse qui sto aggiungendo inutilmente carne al fuoco.

Più tardi, al momento di andare a letto, chiedo (forse sbagliando) a Meryem cosa si erano detto con suo padre e lei, forse riferendo fedelmente o forse improvvisando là per là, sghignazzando inizia a dirmi che parlavano di me e inizia a fare una sorta di catalogo di tutti i miei difetti, veri e presunti.

Inaspettatamente, scopro che la cosa mi punge sul vivo e non riesco minimamente a trattenermi. Le dico che non è bello che io debba sentire solo critiche. Che se parlassi di lei con un’altra persona e menzionassi solo le cose che non mi piacciono del suo carattere e del suo comportamento anche lei si sentirebbe ferita. Le auguro la buona notte e me ne vado nell’altra stanza, senza riuscire affatto a nascondere un risentimento forse eccessivo, considerata la situazione.

Da un lato, oggi, mi dico che la mia reazione era esagerata e fuori luogo. Sono sotto pressione, stanca, di malumore e delusa, ma certo non è Meryem che mi prende in giro il motivo della mia strisciante frustrazione. La cosa è stata superata, ovviamente, ma confesso che arrivata al momento di scusarmi (cosa che in questi casi di solito faccio) qualcosa si è inceppato. La reazione era esagerata, eppure in qualche modo anche legittima. Perché devo fare finta che essere presa in giro, in quel momento, non mi abbia ferito? Mi ha ferito. Magari in un altro momento non mi avrebbe ferito. Non mi considero una persona particolarmente permalosa. Però resta il fatto che in quel momento ci sono rimasta malissimo.

Sono arrivata alla conclusione che, finché non diventerò una persona migliore, mi atterrò al meno peggio, cioè la sincerità. Non sono (ancora) una persona migliore e sospetto che mia figlia lo sappia già piuttosto bene. E quindi, ancora una volta, so di aver fatto male, ma se avessi fatto diversamente avrei fatto male lo stesso. Delizie della genitorialità.

Non siamo prevenuti


“Mamma, ma io sul collo ho una pelliccia bianca?”

No, Guerrigliera. Sei lercia e sudata dopo il campo estivo, ma non c’è traccia di pelliccia. Perché?

“Perché F. [il “fidanzato”] invece ce l’ha. Gli è venuta su tutto il corpo e dice che si attacca”.

????

“Sì, mamma. E’ una malattia. Peggiora quando guarda la luna”.

Ok, potevi dirlo subito che vai al campo estivo con un lupo mannaro. Mica siamo prevenuti, noi. Chissà come sarà contento tuo padre.

Fiori


Chi mi conosce un po’, sobbalzerà per questo titolo. Io e i fiori abbiamo decisamente poco in comune. La mia ignoranza botanica è completa e totale. Al primo pranzo dalla mia futura (ex) suocera – che poi sarebbe la madre di quello che sarebbe diventato prima mio marito e poi il mio ex marito, tanto perché possiate raccapezzarvi – mi presentai, in perfetta buona fede, con un mazzo di crisantemi. Li trovavo belli e lo erano. Tra l’altro con il senno del poi si sarebbero rivelati anche adeguati all’occasione. Ma non divaghiamo.

Oggi se penso fiori penso a Paola (e non vedo l’ora di leggere il suo libro). E la cosa mi evoca un complesso di sensazioni a cui non sono solita dare spazio: grazia, colore, eleganza, in un certo senso femminilità. Non a caso mia figlia Meryem è assai più sensibile a tutte queste cose, fiori compresi, forse perché non l’ho ancora soffocata con troppo altro, o forse perché lei è diversa da me e basta. Però oggi, seguendo il filo dei ricordi e dei pensieri, ho provato a ripescare un po’ di fiori e di persone fiorite dalla mia memoria.

Vado più o meno in ordine cronologico. I fiorellini del giardino della villa di zia Maria ad Ardore Marina. Ricordo che li schiacciavamo per farci pozioni di streghe. Chissà che fiori erano. Pallocchere di piccoli petali gialli e arancioni, dal colore carico.  Sono stati i fiori della mia infanzia, delle estati lunghe e nel complesso solitarie, della penombra delle camere da letto del piano di sopra.

I gigli di S.Antonio sul terrazzo della cucina di casa dei miei. Quelli ci sono ancora, puntuali (anche se ora le stagioni anomale li fanno fiorire più inaspettatamente). E il ricordo va di pari passo con i rami di fiori di pesco che mia sorella Vittoria regala a mia madre appena cominciano a trovarsi. Questi sono i fiori della mia mamma, i fiori dei caffè presi insieme in cucina, del rapporto da adulte per cui non finirò mai di essere riconoscente.

Poi penso alla mamma del mio amico Pietro e al suo giardino bellissimo. A Marielou e al suo modo di guardare con occhio clinico i fiori di ogni bancarella (e alla giacaranda in fiore sulla piscina del suo condominio): la immagino da hostess nascondere piccole piantine clandestine sotto il sedile dell’aereo e riesco quasi a visualizzare che giardino avrebbe se non fosse per i cani, la tartaruga e l’amore per le persone che finiscono per avere la meglio sulla sua passione. Ma anche a Nizam, che un bel fiore non trascura mai di fotografarlo con il cellulare.

Come ultimo ricordo aggiungo i fiorellini quasi invisibili che ho visto, tanti anni fa, nel deserto del Negev. Allora ho trovato incredibile il fatto che piante che faticano anche ad esistere si permettano il lusso di avere dei fiori. In qualche modo ho ritrovato questo pensiero negli anni, nel mio lavoro. Un’azione sociale dovrebbe consistere anche nel condividere la bellezza. Ciò che si fa e si manda avanti con poche risorse non deve essere per forza brutto. Per quanto possa sembrare assurdo, ho visto impiattare con cura un piatto servito a mensa. Non sempre si riesce, io poi per queste cose sono in genere negata. Ma sono particolari importanti, che non si dovrebbero trascurare.

Di tanto in tanto mi trovo a ricordare a me stessa questo concetto anche nella mia vita quotidiana, quando le frustrazioni e l’ansia mi fanno soffrire. Il pensiero di non poter dare abbastanza a mia figlia è un dolore ricorrente. E allora mi aiuta pensare che molta bellezza è gratis: basta spalancare gli occhi per goderne.

Campo estivo extracomunitario


Mesi fa, colta da un subitaneo impulso, ho iscritto Meryem per due settimane a un campo estivo in lingua inglese. Costava. Però con qualche espediente (tipo ospitare a casa di mia madre uno degli insegnanti, al fine di avere uno sconto abbastanza rilevante) sono riuscita a spendere la stessa cifra dell’anno scorso, per qualcosa di molto diverso.

Volevo aspettare di avere a disposizione il CD con tutte le foto e i video del campo, ma ho pensato che magari qualcuno di Roma Nord può essere interessato a prenotarsi per settembre, quindi anticipo la recensione. L’associazione che organizza si chiama Creative English (Learn Through Multimedia) e, niente da dire, sono creativi davvero. Loro sono una giovane coppia di neozelandesi (Maria e Eugene), a cui si aggiungono insegnanti di rincalzo (noi abbiamo conosciuto e ospitato Eric, eclettico musicista statunitense).

Per Meryem, che non aveva mai studiato neanche una parola di inglese e sta iniziando ora a leggere e a scrivere, è stata un’esperienza fantastica. Si è divertita da morire. Credo che la descrizione delle attività dei campi sul sito sia un po’ minimalista e renda l’idea fino a un certo punto. Durante queste due settimane Meryem ha costruito vulcani che buttavano schiuma di Coca Cola; ha costruito una torre utilizzando solo marshmellows e spaghetti crudi; ha assaggiato (senza gradirlo granché) burro di noccioline per il 4 di luglio; ha guadagnato una ragguardevole quantità di Monster Dollars (la valuta del campo) e poi non li ha voluti spendere perché erano troppo carini e voleva conservarli; ha partecipato alla composizione di una canzone e alla realizzazione del video relativo (che vi posterò quanto prima); ha composto gli inni delle sue squadre con le relative mosse… Potrei continuare.

E’ stata un’esperienza davvero poco italiana, non solo per la lingua. I ragazzi che organizzano il campo, affiancati da “Helpers” adolescenti, si buttavano nelle attività al 100%, divertendosi quanto i bambini (o quanto meno impegnandosi molto perché così sembrasse). Ogni mattina arrivando guardavo i cartelloni pieni di nuove idee (le due settimane hanno avuto attività diverse ogni giorno) e pensavo al tipico animatore di centro estivo italiano, rassegnato al pascolo dei piccoli mostri, spesso con l’aria del martire al patibolo. Non dico che non sia un mestiere faticoso, per carità. Posso testimoniare che il pur giovane e aitante americano in due settimane di ospitalità da mia madre arrivava a casa e schiantava a letto senza passare dal via (un sabato ha dormito 12 ore filate, poi è andato a fare il sopralluogo nei locali del campo e a preparare i materiali).

Le attività duravano dalle 9 alle 17, con possibilità di lasciare i bambini fin dalle 8. Lo staff, alla chiusura della giornata, di fatto continuava a lavorare nel backstage perché arrivati al venerdì, in occasione dello show finale, fossero pronti video divertenti delle attività, un bello slideshow con musica delle foto più significative della settimana, un portfolio per ogni bambino che raccontava le attività svolte, i diplomi… Oltre, ovviamente, ai lavori multimediali realizzati dai ragazzi: video musicali e questa settimana un vero e proprio film di cui i ragazzi più grandini hanno inventato storia e battute, prima di interpretarlo.

Va specificato che il prezzo comprende le lezioni della mattina, materiale didattico originale con schede ed esercizi (che ci è stato dato tutto, non solo la parte svolta da Meryem in questi giorni), l’escursione con noleggio di pullman e biglietti di ingresso (una settimana sono andati a Hydromania e la settimana successiva a Explora), le uscite a Villa Sciarra per la caccia al tesoro, la maglietta del campo e la foto di gruppo a colori. L’anno scorso ho pagato 120 euro fino alle tre per una sguazzata in una specie di piscina, dei balli latino americani e un sacco di televisione.

Lo show del venerdì sera, tutto in inglese, è anch’esso tarato su una sensibilità da nuovo mondo. Nulla di commovente e stucchevole. Tutto molto a gag, inclusa la Parents’ Competition in cui si vincevano Twinx e Ovetti Kinder. Noi adulti, lo confesso, ci sentivamo in neanche tanto lieve imbarazzo. Queste cose non sono molto nelle nostre corde. Ma i bambini e i ragazzi se la sono spassata di cuore e giurerei che qualcosa, di questo inglese, gli rimarrà. Ho prospettato a Meryem di fare qualche lezione anche durante l’anno con la sua adorata Maria. Le sono brillati gli occhi. “Magari! Lo diciamo anche agli amichetti?”. Speriamo davvero di riuscire a combinare.

Io intanto vi consiglio di tenere d’occhio questi ragazzi: girano l’Italia e chissà che non vi capiti di avere una settimana anche dalle vostre parti.

Colpo di fulmine


– Mamma, mi sono innamorata.

Dobbiamo proprio parlarne? Ok, parlane.

– Si chiama F., ha sette anni e mezzo.

Gulp.

– A me piace e io gli piaccio. Per questo siamo una coppia.

Semplice e lineare. Io però fossi in te ora che saliamo in macchina cambierei discorso. Sai, tuo padre è curdo. E soprattutto è tuo padre.

–  E quindi ci siamo fidanzati.

– Cosa, cosa, cosaaa?

Che ti avevo detto, Meryem?

– Papà, tanto mica lo decidi tu chi mi sposo. Lo decido io e tu non puoi farci niente.

Quando si dice la diplomazia. Nizam annaspa in cerca di una risposta, ma alla fine si limita a bofonchiare in turco tra sé e sé. Colgo i termini “scuola coranica” e “velo”.

Intanto arriviamo davanti al Centro Estivo, a cui va con entusiasmo incontenibile fin da ieri. Guarda dal finestrino e trasalisce.

– Che incontro!

Eh già, figlia mia, che strana coincidenza. Siete scritti allo stesso campo estivo e se vai lì lo incontri. Davvero sorprendente.

La Guerrigliera schizza fuori dalla macchina e i due si avviluppano in un abbraccio tentacolare. A fatica io e la madre del fanciullo pilotiamo il mucchio di arti indistinguibile verso l’ingresso e li molliamo senza particolari formalità, così, in blocco. Risalgo in macchina. Nizam è in stato confusionale.

– Non ce la mandiamo più!

Con consumata calma assesto l’unico colpo spendibile utilmente in questi frangenti. “Ma come? Con quello che abbiamo pagato…”.

Il pater familias accoglie l’obiezione con un gemito soffocato.

– Ma…. non mi ha salutato. Non mi ha nemmeno… guardato in faccia!

Ebbene sì. La vita del padre è dura. Quella del padre curdo, poi, è durissima.

P.S. Oggi è tornata con le braccia cosparse di cuori disegnati con la bic nera dallo zelante innamorato. Lei non voleva lavarsi. Ma poi ha ceduto, precisando che lui glieli rifarà ogni giorno. Che romanticone.

Quel che è mio


Stamattina leggo questo post di Anna e mi scopro a pensare un’ovvietà, proprio da frase di Gibran trita e ritrita, gettonatissima a battesimi e matrimoni: i figli non sono nostri. Per me questa è stata una delle poche certezze della maternità, tanto che mi imbarazzo persino quando mi fanno i complimenti per lei (mica è merito mio se è bella!) o quando, da piccolina, mi chiedevano a chi somigliasse. A me pareva infatti che somigliasse a se stessa e a nessun altro.

Altra cosa, chiaramente, è la responsabilità. Io mi sento responsabile di quasi tutto quello che riguarda Meryem e, in particolare, di tutti i suoi “non ancora” (pochi, a dire il vero). Ad esempio non nuota ancora con sicurezza senza braccioli: non va in piscina e i nostri soggiorni al mare non sono mai stati degni di questo nome. Stamattina mi è sembrata improvvisamente una mancanza grave e mi sono sentita in colpa. So che è stupido, e comunque è una divagazione rispetto a quello che volevo dire. Lascio le paturnie materne e riprendo il filo.

Ieri pomeriggio ho partecipato a un’iniziativa per la Giornata del Rifugiato alla Biblioteca Nicolini, a Corviale. A un certo punto sono arrivate delle persone che curano il gruppo di lettura della biblioteca: avevano in mano le due raccolte di storie di rifugiati curate dal Centro Astalli, La notte della fuga e Terre senza promesse. Hanno raccontato le loro impressioni di lettura e ho subito avuto una successione di emozioni velocissime.

1. Sono loro! Sono i nostri libri! Li ho scritti io! (Ok, anche io. Ma insomma, sono un po’ figli miei).
2. Mica è tanto vero. Chiara, ricomponiti. Il punto di forza di questi libri sono le storie e quelle mica le abbiamo inventate noi. Le storie sono di chi le ha vissute (uno di loro era presente) e ce le ha regalate.
3. Sai una cosa, Chiara? Questi libri non sono più tuoi, dei rifugiati, del Centro Astalli, di tutte le persone che hanno scritto, pensato, corretto le bozze. Sono di tutti. Sono in svariate biblioteche d’Italia. Sono e saranno letti da molte persone, che non conosco e non incontrerò mai.

Come dice Barbara Summa, “le storie sono per chi le ascolta”. Anzi, forse le storie sono proprio di chi le ascolta, le legge, le pensa e le ripensa, le ricorda. Non è emozionante? E improvvisamente realizzo che anche i figli sono di chi li incontra, di chi ci parla, di chi li ama, di chi li educa, di chi impara da loro, di chi ci litiga, di chi li stupisce: una quantità immensa di persone, che solo in parte conoscerò. Questo è davvero emozionante e stamattina, anche qui in fondo al sottoscala dove lavoro, mi toglie il fiato.