E’ difficile


Ogni tanto, sul lavoro (non tanto il mio, che ormai sto soprattutto nelle retrovie, quanto in quello dei miei tanti colleghi impegnati quotidianamente nei servizi ai migranti forzati), succede “l’incidente”. Ieri se ne è verificato uno particolarmente grave e io, come i miei colleghi, ci trovavamo divisi tra pensieri contrastanti e inconciliabili.

La violenza non si giustifica. Il disagio mentale esiste e anzi sembra dilagare. Ma come, proprio contro di noi, che ci facciamo in quattro per loro. Oggi neanche il senno del poi ci aiutava a dipanare la matassa dei dubbi e delle angosce. Cosa bisognava fare? Cosa bisogna fare? Sembra tutto sbagliato. E’ tutto sbagliato.

Ironia della sorte, oggi ero a un’ispezione di progetto in cui si disquisiva variamente e dottamente di vulnerabilità multiple. E a me, senza una vera ragione, montava una certa rabbia. La verità è che gli strumenti, la terminologia, le griglie bisogna pure darsele. Ma ci sono anche i momenti come questo in cui hai la sensazione che l’unico modo per parlare la stessa lingua sia deporre la correttezza e l’obiettività e parlare senza mezzi termini di quel rifugiato che ha iniziato a prendersi a pugni da solo finché non è riuscito a far cadere il dente che gli faceva male; di quello che ha devastato tutto il centro di accoglienza e ha cercato di buttarsi dalla finestra sotto un treno; di quello che arriva in ufficio stralunato, dichiarando di aver lasciato il figlio di cinque anni solo alla stazione Termini e tu purtroppo sai che non scherza (e solo un anno fa era una persona distinta, colta, affidabile e del tutto equilibrata). E anche, purtroppo, di quello che ha avuto un terribile black out ieri pomeriggio. Al centro dove è ospitato lo chiamano il Big Jim buono. Eppure.

Non sarebbe onesto nasconderci che esiste anche questo. Non solo, certo. Ma anche. E questi sono i casi in cui ci chiediamo perché queste paure, questi dubbi, questi dolori, queste responsabilità, questi rischi (esistono anche quelli) sembrino sempre e soltanto nostri.

Tutti noi oggi abbiamo solo voglia di urlare che non è giusto. Nulla di tutto questo è giusto.

Cambiare si può


Avrete capito dal penultimo post che non attraverso un periodo di entusiastico ottimismo. Per fortuna il caso ogni tanto mi dà una mano. Oggi ero all’Istituto Federico Caffè, per una lezione sulla cittadinanza. Avevo pensato molto a questo intervento, che mi dava anche una certa preoccupazione: ho cercato e, per fortuna, anche trovato delle testimonianze (video e dal vivo) chiare, credibili, interessanti per una platea di un centinaio di ragazzi. Il risultato – e non per merito mio – ha superato di molto le mie aspettative.

Nonostante le preoccupazioni dei professori, abbiamo trovato un pubblico attento e coinvolto. Già da subito uno degli studenti ha chiesto di intervenire e con piacere l’ho inserito nella scaletta mentale che aggiornavo via via. Parto dunque con il trailer del documentario 18 Ius Soli, introduco un po’ il tema, faccio parlare Milena, educatrice del Centro di Aggregazione Giovanile Matemù, nata in Italia e non cittadina per burocrazia. Milena, figlia di genitori capoverdiani, non ha potuto usufruire della “finestra” prevista per i diciottenni nati in Italia a causa di un “buco” nella sua continuità di residenza (un mero disguido, lei è sempre vissuta qui): adesso si trova davanti a richieste assurde, tipo quella di far tradurre il suo atto di nascita (del Comune di Roma!) dall’Ambasciata di Capo Verde, perché quello rilasciato dall’anagrafe non avrebbe i requisiti necessari.

Qui  si inserisce l’intervento del primo studente: angolano, arrivato in Italia a 6 anni, rappresentante di istituto, molto desideroso di partecipare alla vita politica. Mi colpisce questo ragazzo, che dietro l’apparente spigliatezza, è in realtà molto emozionato, eppure ci tiene a parlare davanti a tutti, a far presente ai compagni che la vita di un immigrato è difficile, che spesso una casa e un lavoro fisso non li si ha, ci si arrangia come si può. “Io vorrei avere il diritto di votare, non per avere qualcosa di più degli altri, ma per eleggere persone che sento più vicine, che possano rappresentarmi”.

Questo ci dà il là per passare alla seconda parte dell’intervento, la cittadinanza per naturalizzazione e il tema dei diritti civili. Qui passo la parola a Isabel, rifugiata, in Italia da 13 anni e che da 3 anni sta tentando di ottenere la cittadinanza italiana: la pratica al momento è bloccata perché non ha un contratto di lavoro, uno della lista snervante di requisiti richiesti. Sono già moderatamente soddisfatta di come è andata, quando noto un bellissimo ragazzo di colore (ebbene sì, anche l’occhio vuole la sua parte) che si agita vistosamente sulla sedia, chiaramente ansioso di prendere la parola. Gli passo il microfono e non me ne pento.

Il secondo caso della scuola sembra il negativo del primo. Il ragazzo è figlio di cittadini della Guinea, è arrivato in Italia a due anni, ha sempre vissuto “nella stessa casa” e i requisiti per chiedere la cittadinanza li ha tutti. Però non la vuole. I genitori insistono, ma lui non la vuole proprio. Non gli interessa. Nonostante la vistosa cadenza romana, non si sente italiano. Niente di personale, eh? “Qui mi trattano bene, mi vogliono tutti bene”. Ma per la cittadinanza gli basta la Guinea. Concorsi pubblici? “Considerato come vado a scuola, dubito che comunque li passerei”, ribatte con un sorriso assassino. A Dio piacendo, “da grande” (dice proprio così, questo cristone di 17 anni che mi supera di una spanna) magari vivrà all’estero. Il senso della provocazione è chiaro, e viene raccolto con entusiasmo dai compagni (anzi, nello specifico, da due compagne: sarà l’innegabile fascino del non-cittadino?).

Le fanciulle sono infervorate, indignate, sparano a zero sulla politica italiana. Che senso ha questa legge? Non è giusto. E ancora: ci credo che lui non vuole essere italiano, visto questo schifo di leggi che ci troviamo. Ci siamo dimenticati la Bossi Fini? E tutte le connesse assurdità? Lo sfruttamento dei migranti eccetera eccetera? La passione, se si vuole un po’ ingenua, ma certamente sincera di queste ragazze fa bene al cuore. Rispondo come posso, faccio qualche sottolineatura e sento la mia voce dire: “Bisogna essere ottimisti, prima di tutto perché una scuola è un luogo in cui essere pessimisti è un delitto, un’assurdità. E’ importante che ognuno sia libero di scegliere la propria appartenenza e anche la propria cittadinanza. L’importante però è che non lasciate che tutto vi scivoli addosso. Pensateci, a che cosa significa per voi partecipare. Perché l’esercizio dei diritti civili è l’unica strada prevista e legittima per cambiare davvero le cose. Anche se ci pare, oggi, che la strada non ci sia, dobbiamo però continuare, impegnarci, non sottrarci”. Lo penso sul serio e essere in quell’aula magna mi aiuta molto a crederci. Ho provato un sentimento simile anche poco più di un anno fa, al Cattaneo, e lo sento ancora più chiaro oggi, vedendo questi ragazzi che, nonostante gli scrupoli della loro professoressa (“finiamo qualche minuto prima, il tempo di attenzione di questi nativi digitali è limitato”), non si scoraggiano e continuano a intervenire, facendo coraggio anche a qualche docente.

Torno in ufficio molto, molto più convinta di quando l’ho lasciato, venerdì sera. Nel pomeriggio leggo questa notizia, di cui mi era già arrivata qualche voce. In Vaticano tira un vento nuovo, decisamente. Penso a quante volte, sbagliando, ho detto e pensato: “Non cambierà mai”. Penso a quante volte questa frase mi è tornata in mente anche nelle ultime ore, e non senza qualche ragione. Scoraggiarsi si può, ci mancherebbe. Gli sfoghi servono, servono i paradossi, le invettive (venerdì mattina a un certo punto inveivo augurandomi un’invasione indiana dell’Italia, per dire). Serve anche leccarsi le ferite, per un tempo ragionevole. Ma solo se dopo ci si rialza e si ricomincia a sperare (senza dimenticare di rimboccarsi le maniche, per quel che si può).

 

Primavera


Un casale in mezzo alla città. Magico come un castello di principesse. Meryem scorrazza su e giù, con una sua più o meno coetanea. E’ la seconda volta in due giorni che la guardo, anche da una certa distanza. La vedo muoversi più sicura, più decisa (e non solo per il piede, che inizia a dimenticare il gesso).

Una festa colorata, di quartiere e internazionale allo stesso tempo. Un luogo che senza tetto era forse più eroico, ma ora che il tetto ce l’ha è un patrimonio comune (che fa di tutto per restare tale). E allora si saluta senza rimpianto l’età degli eroismi.

Meryem canta “A come armatura” con il papà della nuova amichetta. Io incontro amici, vecchi e nuovi. Ma riesco anche a passeggiare in silenzio e a scoprire dei fiori arancioni, la luce del sole sui gradini di marmo, il fumo della grigliata che sale sopra il glicine.

Nell’ufficio chiuso al pubblico, ma che mia figlia considera aperto “perché noi conosciamo chi lavora qui”, disegniamo insieme un cielo stellato. “Mamma, chi sono i rifugiati?”. Chissà se lo ha sentito da me, oggi o in un’altra occasione. O forse da qualcun altro. Le rispondo, tranquillamente. Annuisce. Oggi è primavera.

Link
La città dell’utopia
Festival Internazionale della Zuppa

 

Elefante, primo pezzo: le visioni nel sociale


Nel post precedente mi sono limitata a mettere tutta la carne al fuoco, in ordine sparso. Ho cercato di raccontarvi un po’ di idee uscite durante la presentazione del libro Costruire visioni. Però sono molte le implicazioni di un discorso del genere, calato nella mia esperienza attuale.

Pur consapevole che è difficile così, per iscritto, contribuire a una conversazione davvero significativa, nei prossimi giorni intenderei sottolineare un paio di direzioni possibili di ragionamento, separandole in post dedicati. L’idea è quella, da manuale, di dividere l’elefante a pezzi per riuscire a masticarlo. Sono consapevole che questo genere di post, sia per il contenuto un po’ hard, sia per la forma poco brillante, interessano una porzione limitata dei miei non molti lettori. Cercherò quindi di diluirveli un po’ nel tempo, abbiate pazienza.

Si parla di visioni, dunque. Il primo posto a cui guardo, istintivamente, è il mio lavoro. Mi accorgo, dopo un paio di cancellature, che rischio di fare uno sproloquio lunghissimo e noioso. Cerco allora di fare ordine.

# Lavorare nel sociale significa avere una visione?
Non direi, non necessariamente. Anzi, mi pare di poter dire che il processo di “progettualizzazione” del lavoro sociale (tutto ormai funziona per progetti, che iniziano e finiscono, al ritmo sempre più incerto e macchinoso dei finanziamenti) lavora attivamente contro la costruzione di visioni sociali. Leggo oggi questo articolo di Bernardino Casadei, che mi pare assai pertinente: sarebbe il caso di “verificare se le organizzazioni che perseguono finalità d’utilità sociale sono consapevoli del loro ruolo e del loro impatto nella costruzione del bene comune”. Un altro problema è la questione dell’erogazione di servizi sociali per conto terzi (specialmente per conto dello Stato o dell’amministrazione locale): in principio, di per sé molto ricco e positivo, della sussidiarietà scivola ormai pericolosamente nel subappalto (ancora Casadei: ” le organizzazioni non profit devono certo liberarsi da quella mentalità di erogatori per conto terzi, per cui l’unico vero obiettivo è quello di produrre il servizio nel rispetto degli standard richiesti al minor costo possibile, per imparare a definire e a comunicare quale sia il loro vero impatto in termini di benefici non solo economici e sociali, ma anche morali e civili”).
E’ una degenerazione irreversibile? Ma certo che no. Però è una bella battaglia, che richiede che l’organizzazione no profit in questione abbia una bella solidità, e non solo economica. Deve avere, anche in questi tempi di crisi e di ristrettezze, una visione. Noi al Centro Astalli mi sento di poter dire che la visione la abbiamo, bella forte: è quella del JRS e, più in generale, dell’apostolato sociale della Compagnia di Gesù.  Suona stantio? Vi assicuro che pochi testi sono rivoluzionari e, appunto, visionari quanto i documenti della Congregazione Generale 34° (1995), in particolare il decreto 3 (La nostra missione e la giustizia) e il decreto 5 (La nostra missione e il dialogo interreligioso). “Se, come Ignazio, immaginiamo di rivolgere il nostro sguardo alla terra insieme alla Trinità, mentre sta per iniziare il terzo millennio del cristianesimo, che cosa vedremmo?” Insomma, non si può dire che questi gesuiti pecchino di ristrettezza di orizzonti…  Certo, da qui a tenere conto di tutta questa larghezza di pensiero anche nelle scelte contingenti di gestione dell’Associazione, per non parlare dei singoli impicci del lavoro quotidiano, ce ne corre. Ma almeno qualcosa abbiamo.

#Lavorare nel sociale aiuta a costruire visioni?
Anche qui, dipende. Il lavoro nel sociale può essere fortemente logorante e spesso ci si trova a farlo in condizioni obiettivamente deleterie per se stessi e per gli altri. Altro che visioni. E’ già tanto uscirne sani di mente. Però è pur vero che sono anche lavori che più facilmente di altri si fanno per passione (nel senso, anche, di “attraverso la” passione). Sono lavori privilegiati, che allenano più di altri a uscire dagli schemi e a cambiare punto di vista (sempre se accompagnati da sufficiente spazio per il pensiero, cosa non banale). Il libro di Emilio Vergani mi ha richiamato fortemente quello di Cesare Moreno e forse la cosa non è casuale. Più ancora mi è tornato in mente un densissimo incontro con Cesare, per cui sono ancora grata alla mia amica Rosaria.
Cito dagli appunti di quel giorno: “Il metodo che noi seguiamo è la riflessione. Facile, direte voi. Tutti riflettiamo. L’uomo è animale pensante e dunque riflettente. Dipende cosa si intende per riflettere. Qui vogliamo dire riflettere sull’esperienza e fare in modo che ciò che ci accade diventi patrimonio di pensiero. Apprendere dall’esperienza non solo non è ovvio, ma è anche particolarmente difficile. […] Noi non abbiamo alcuna fiducia nella capacità del singolo di vedere la realtà nella sua interezza, ma crediamo che il gruppo sia in grado di ricostruire un quadro attendibile”.
Sarà un caso che queste riflessioni, che paiono andare in direzioni simili, nascano da persone che hanno immerso la propria conoscenza teorica in contesti sociali molto reali e concreti, dove molti (anche addetti ai lavori) vedono solo un’emergenza indistinta? Non credo proprio.
Quindi, per rispondere alla mia domanda, secondo me lavorare nel sociale potenzialmente aiuta. O, piuttosto, si potrebbe dire che chi lavora nel sociale ha una responsabilità maggiore di condivisione in vista della costruzione del bene comune. C’è poco da adagiarsi sugli allori, dunque.

E voi? Che ne pensate?

Disegni per la Siria


In una grande tragedia spesso, travolti dai numeri, si perdono di vista le persone. Oggi,come vi raccontavo nel post precedente, tra i vari pensieri mi venivano in mente i bambini siriani che non vedono l’ora di tornare a scuola, nonostante tutte le mille difficoltà. Ho visto qualcuno dei loro volti sulla pagina Facebook del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Ho letto articoli come questo sul sito del JRS, che lasciano intuire quanto questi bambini (ma anche i loro genitori) debbano sentirsi soli e isolati in questo momento.

Di solito mi limito, saggiamente, a consigliarvi di sostenere questa situazione con il pensiero, con le parole e, chi può, con un contributo economico. Ma oggi ho pensato che sarebbe bello che a questi bambini, che ce la stanno mettendo tutta per ritrovare la normalità, arrivasse anche un segno di amicizia da parte dei loro coetanei. Mia figlia e molti bambini amano disegnare e scrivere bigliettini. Quindi ho pensato che potremmo chiedere ai piccoli di casa di disegnare per un potenziale amichetto in Siria, per mostrare la nostra solidarietà e il nostro incoraggiamento.

Onestamente, non ho idea di come fare arrivare i disegni agli interessati. Devo chiedere ai miei colleghi dell’ufficio internazionale. Alla peggio li scannerizzeremo e invieremo per mail. Ma sono certa che un modo si troverà.

Quindi, chi vuole partecipare, mi mandi il suo disegno/biglietto. As simple as that. Poi capirò cosa farne e ve ne informerò, ovviamente.

Chiara Peri, Fondazione Centro Astalli, via del Collegio Romano 1, 00186 Roma.

 

Solo un dettaglio (e una proposta)


Una mattina ordinaria, in ufficio. Traduco, un po’ meccanicamente, gli aggiornamenti sulla crisi in Siria che arrivano dall’ufficio internazionale del JRS. Intanto penso alla presentazione che dovrò fare domani, ripercorro mentalmente le crisi internazionali: Siria, appunto, Mali, Repubblica Centrafricana. Fin qui il lavoro. Poi leggo: “il team del JRS Byblos”. E mi si apre una voragine mentale.

Byblos, Biblo. Mai vista, ma nominata – nella mia vita precedente – innumerevoli volte. Le punte di freccia iscritte, preme attestazioni di scrittura monoconsonantica; la misteriosa scrittura pseudogeroglifica, che il mio maestro crede di aver decifrato, ma chissà; il bellissimo sarcofago di Ahiram (o piuttosto Ahirom), con i suoi leoni accucciati e l’indimenticabile raffigurazione del re morto il trono con il fiore rivolto all’ingiù. Il tempio degli obelischi, la Signora di Biblo, Adone. Filone di Biblo e i suoi racconti misteriosi e frammentari. E, ancora, pescando indietro nei millenni: le lettere insistenti di Rib-Adda al faraone Akhenaton, conservate nell’argilla di El Amarna. Quanto abbiamo scherzato con gli amici su quei testi: “Ho scritto tanto, ma il mio Signore ancora non ha mandato le sue truppe in mio aiuto: forse la mia lettera è andata smarrita?”. Sembrava Snoopy che scrive all’editore. 60 ne ha scritte, di quelle lettere (almeno) e il grande re di Egitto se ne è, a quanto ci risulta, del tutto fregato.

Biblo, un mondo intera di orientalistica antica, moderna e contemporanea. Il mondo di immagini e scoperte che ho, forse indebitamente, sentito mio per anni e anni. Oggi quella Biblo è tornata Byblos. Gli operatori del JRS preparano pacchi di viveri per le famiglie rifugiate.

“La vita è dura per i rifugiati in Libano, dove devono pagare affitti alti per alloggi male arredati, sono spesso sfruttati per i lavori più umili e hanno difficoltà a mantenere le loro famiglie. I cesti di cibo del JRS sono essenziali per queste famiglie, ma i bambini non hanno solo fame di pane, ma hanno fame di istruzione. Per rispondere alla loro fame, il JRS presto inizierà il Programma di Apprendimento Accelerato (ALP) per bambini siriani che hanno bisogno di imparare rapidamente francese, inglese e elementi di matematica per accedere e integrarsi nel sistema scolastico libanese”. Così scrive il Direttore Internazionale del JRS.

Il “nostro” Medio Oriente da giovani orientalisti entusiasti era finto? Non credo. Sincera era la passione, la voglia di capire e, in qualche modo, la ricerca di verità che ci animava allora. Penso a quante parole e persino litigi sul tema della “decolonizzazione” dei nostri studi. Oggi, quello che mi resta, è un pensiero confuso: noi, più di altri, sappiamo quanto si debba andare fieri, come uomini, del contributo di queste terre alla civiltà di tutti. Che questo ci aiuti a non dimenticare, non solo ciò che è stato, ma ciò che sta avvenendo in queste ore.

Che possiamo fare? Chi ci crede, preghi. Cerchiamo di tenere alta l’attenzione, di informarci. Eventualmente, di sostenere chi è lì. Ma non si tratta solo di soldi. Lo sto pensando mentre lo scrivo. Non sarebbe bello fare arrivare il nostro sostegno ai bambini siriani che si preparano a tornare a scuola, in Libano, nei prossimi mesi? Vogliamo raccogliere un po’ di disegni dei nostri figli, letterine e simili, per far loro sentire che li pensiamo? Poi mi informo dai colleghi su come si fa a farglieli avere (al limite scannerizzandoli). Che ne pensate?

Voi mi provocate…


Lo avete visto, il manifestino di Obama che un’amica mi ha premurosamente condiviso su Facebook?

Ecco. Nel frattempo, in Italia…

Credo che chi frequenta questo blog (e la sua autrice) sappia bene cosa penso dell’attuale legge sulla cittadinanza. Quella per cui il nipote di un italiano emigrato in Australia decenni fa è tranquillamente cittadino e votante, anche se non spiccica una parola e non ha mai messo piede qui, perché è il sangue che scorre nelle sue vene ad assicurarne la piena italianità, mentre un immigrato che lavora e paga le tasse può chiedere la cittadinanza solo dieci anni di residenza continuativa e poi mettersi comodo e aspettare che qualcuno gli risponda. Esempio di vita vissuta: Nizam è per ora riuscito solo a chiedere di presentare la domanda, non a presentarla. Per far ciò (e quindi per iniziare la vera attesa dell’esito, che dura anni) gli è stato dato appuntamento tra un anno e mezzo.

La campagna L’Italia sono anch’io ha raccolto centinaia di migliaia di firme a sostegno di due proposte di legge di iniziativa popolare per riformare la legge sulla cittadinanza. Trovavo le proposte sobrie e persino caute e, infatti, largamente condivisibili e condivise. La campagna poneva molto l’accento sul più grande dei paradossi, i bambini nati in Italia o arrivati da piccolissimi (i compagni di scuola dei nostri figli) che attualmente accedono alla cittadinanza solo dopo il compimento della maggiore età. Ma non si parlava solo di quel tema. Si abbassava il periodo di soggiorno richiesto da dieci a cinque anni, in linea con altri Paesi europei. Si parlava di partecipazione e diritto al voto amministrativo, sempre in linea con le direttive europee. Pur prudenti, erano passi di civiltà importanti (e necessari).

La cittadinanza è stato l’unico pallido balenare dei temi a me cari nel dibattito per le Primarie del Centro Sinistra (ne parlavo qui, già sconsolata). Già allora, in effetti, Bersani parlava di bambini. E basta. Il 19 marzo la promessa proposta di legge è stata depositata, a firma di Bersani e di due neoeletti parlamentari,  Khalid Chaouki e Cécile Kyenge, che mi dispiace vedere definiti “i nuovi italiani portati in Parlamento dal Partito Democratico”, manco fossero pacchi (Khalid lo conosco personalmente e lo apprezzo, tanto per chiarire).

La proposta in questione ormai parla esclusivamente di minori ed è anche molto prodiga di cautele e distinguo. Tipo specificare che il minore deve essere nato in Italia o arrivato entro i dieci anni di età: “Il tetto dei dieci anni è stato individuato al fine di evitare che, nella prospettiva di poter ottenere la cittadinanza, minori stranieri, che abbiano un’età tale da consentir loro di affrontare il viaggio senza i genitori, siano inviati “clandestinamente” nel nostro Paese (dove vige la regola dell’inespellibilità dei minori stranieri non accompagnati), esponendoli in tal modo a rischi per la loro incolumità e per la loro crescita”. La preoccupazione quasi affannosa di prevenire obiezioni di questo genere, come pure la notazione rispetto all’accesso alla cittadinanza anche per i figli di stranieri non in regola con il soggiorno o soggiornanti da meno di cinque anni, dopo il compimento di un ciclo di studi (“In questo modo l’investimento nella loro istruzione non sarà ‘perduto’, perché sarà servito a creare dei nuovi italiani”), mi pare dicano chiaramente che a noi continua a parere normale che un tema come la cittadinanza continui in Italia essere argomento relativo alla pubblica sicurezza (da notare anche il termine clandestino/clandestinamente, sia pur virgolettato, che appare 3 volte in un documento di sei pagine).

E va bene il realismo, la prudenza, la ricerca del consenso trasversale, la strategia. Ma questo ulteriore arretramento che somiglia a una resa preventiva, questo giocarsi ormai solo il tema dei bambini che sono “pezzi de core” e omettere del tutto qualunque accenno a tutto il resto, personalmente mi lascia sconcertata, delusa, amareggiata. Meglio che niente, dirà qualcuno.

Ma basta! Fino a quando si deve continuare con il meglio che niente, che poi in genere somiglia molto al niente? Su, non è che pretendiamo Obama. Ma da questa palude di depressione usciamone, suvvia.

Se a qualcosa si crede sul serio, si cerca di sostenerla apertamente, con scelte e linguaggi semplici e diretti. Il che non significa essere refrattari alle mediazioni, a quella che Laura Boldrini ha definito “l’architettura” della politica. Ma per mediare una posizione di partenza esplicita deve pure esserci. Così viene il dubbio che a mancare siano proprio le idee, le convinzioni, la fiducia.

Eppure non è che occorra guardare agli Stati Uniti per capire che l’immigrazione è una risorsa immensa (e non parlo di badanti da strizzare ben bene e rimpatriare dopo l’uso, a nonno morto). Ne vogliamo parlare, per una volta, in termini seri? Economici? Demografici? Lasciando da parte i buonismi pelosi del “povero bambino, facciamo italiano anche lui” e il cinismo di chi comunque cerca braccia (meglio se “clandestine”) per raccogliere i pomodori?

Ma, per curiosità, voi come la vedete? Perché io immagino che la realtà quotidiana di tutti noi ci confronti con queste insufficienze che non sono solo burocratiche. Anzi, a volte si ha l’impressione che sono burocratiche e normative proprio perché sono insufficienze culturali. O no?

P.S. Mi casca ora l’occhio su un pertinentissimo editoriale del notiziario dell’Associazione Naga di Milano. Ve lo copio qui.

Seggi e migranti
Secondo il Censimento del 2011, sul quale si basa la distribuzione dei seggi delle recenti elezioni politiche, il totale della popolazione residente in Italia è di più di 59 milioni di individui, un dato che comprende 4 milioni di residenti stranieri di tutte le età (il 6,7% della popolazione), di cui quasi un milione nella sola Lombardia.
Mentre gli aventi diritto al voto sono soltanto gli italiani,  l’assegnazione del numero dei seggi alle circoscrizioni di Camera e Senato è data dal totale della popolazione residente – italiana e straniera – nelle singole circoscrizioni.
Nel Nord-ovest risiede il 35,4% degli stranieri, nel Nord-est il 27,1 %, nel Centro il 24 %, nel Mezzogiorno il 9,6% e nelle Isole il 3,9%. La sperequazione è evidente ed è aumentata notevolmente con la triplicazione della popolazione immigrata nel corso del decennio scorso. Le circoscrizioni con le più alte percentuali di residenti stranieri, come quelle della Lombardia, esercitano un peso territoriale abnorme per i seggi che ottengono rispetto alle circoscrizioni dove la presenza straniera è minore.
La popolazione straniera conferirebbe potenzialmente almeno 41 seggi alla Camera e 23 al Senato. Depredati del diritto di voto, i migranti dilatano e distorcono il potere elettorale degli italiani: una doppia ingiustizia.
Al ritmo delle circa 65mila nuove cittadinanze concesse nel 2010, occorrono più di sessant’anni per fare degli attuali migranti dei cittadini con diritto di voto.
Ferruccio Gambino

A volte ritorno


Da due giorni aspettavo ansiosamente il pranzo di oggi, perché i compleanni di Marielou sono sempre speciali – come lei. Questa volta poi l’appuntamento era alla Città dell’Altra Economia, che io avevo sempre deciso essere (senza ovviamente esserci stata) in un posto diverso da quello in cui effettivamente è. Da cui la telefonata di ieri, la cui sostanza si può riassumere in: C. “Ma proprio all’Ararat? Cioè, proprio entrando dal portone dell’Ararat???” M. “Sì, sì, dentro il Mattatoio”.

Facciamo un passo indietro. Lungo. Torniamo ai tempi in cui scoprivo, insieme ai rifugiati, luoghi di Roma a cui io, liceale monteverdina di scarsa intraprendenza sociale, ero poco avvezza. I centri sociali. Memorabile fu un inizio di marzo 2003 (giusti giusti 10 anni fa). Con un paio di colleghi biblisti avevamo passato la giornata a un convegno all’Accademia dei Lincei sulla storia dell’antico Israele (occasione per noi, all’epoca, abbastanza elettrizzante. So che faticherete a crederlo, ma, suvvia, fate uno sforzo di immedesimazione). La serata, senza soluzione di continuità, prevedeva un concerto di Manu Chao al Villaggio Globale, centro sociale all’interno dell’ex Mattatoio di Testaccio. La collega biblista, nata a Bergamo e residente a Pavia, ci chiedeva perplessa lumi sul significato di “centro sociale”. Spiego come posso, alla luce di un’esperienza per me abbastanza nuova. Passò alla storia il suo memorabile commento: “Ah, tipo un oratorio”. Risate omeriche. Beh, ci divertimmo un sacco, quella sera. Posti in prima fila, in virtù della mia prestigiosa posizione di segretaria della scuola di italiano del Centro Astalli (il servizio d’ordine era composto da curdi dell’Ararat, insediamento semi abusivo di rifugiati che si trova sempre all’interno dell’immenso recinto del Mattatoio), rifornimento continuo di acqua e generi di conforto per l’intera durata del concerto.

Ad Ararat andavamo soprattutto alle feste di Newroz, tra il 20 e il 21 marzo. Era uno di quei posti dove in teoria entrava chiunque, in pratica l’italiano medio non aveva particolare motivo di andare. Dell’Ararat di allora ricordo i tè, forti e neri nei bicchieri di plastica. L’ingenuità della giovinezza e dell’inesperienza. Ma anche l’entusiasmo e la commozione, che neanche tutti gli anni successivi sarebbero valsi a cancellare del tutto. A volte penso che se non fossi stata seduta lì, su quelle sedie di plastica, con l’odore delle stalle comunali in sottofondo e quella bandiera rossa scolorita che sventolava e sventola, ostinata, contro il Monte dei Cocci, la mia vita sarebbe oggi profondamente diversa.

Gli anni sono passati e torniamo a noi, oggi. Che a quello spazio straordinario che è l’Ex Mattatoio di Testaccio si fosse finalmente messo mano in modo sensato, mi era noto da un paio di visite al MACRO e da uno spettacolo teatrale presso la facoltà di Architettura di Roma III. Ma la Città dell’Altra Economia, soprattutto per quell’equivoco spaziale di fondo con cui ho aperto il post, ancora mi mancava.

Oggi, con il suo festeggiamento di compleanno, è stata Marielou a fare un regalo a me. Vedere mia figlia scorrazzare felice in quello spazio che così tanto e così impetuosamente ho amato, con il Gazometro e il Monte dei Cocci a fare da sfondo e le nuvole bianche che si specchiano sulle vetrate mi ha dato una gioia piena e commossa, che non so descrivervi. Scendendo sulla terra, abbiamo mangiato molto bene, gustandoci piatti non banali, dall’agnello al pasticcio di broccoletti, dal tortino di carote alla lasagna ai carciofi. Per la rilassatezza dei genitori, ci sono anche delle proposte per bambini, dal livello di educazione alimentare zero (hamburger in panino con insalata e patatine fritte) a quelli leggermente più avanzati (bocconcini di pollo in salsa appena speziata), ma anche pasta al pomodoro. Ogni piatto del menù è classificato rispetto alla sua compatibilità con diete vegetariane e prive di glutine. Baciati dal primo vero sole di primavera, ci sentivamo davvero in pausa, in vacanza. “Mamma, sembra quasi che siamo partiti!”, ha commentato Meryem mentre andavamo via. Già. Non sembra nemmeno di essere a Roma, se non fosse per quegli scenari che potrebbero essere solo lì, solo in quel punto particolare dell’universo. Bambini, biciclette, passeggini ovunque. Le bancarelle del mercatino biologico, con ottime degustazioni di olio, formaggio e miele. Una domenica in campagna, ma ci siamo arrivati a piedi, attraversando un ponte sul Tevere che è un’altra pietra miliare del mio personale paesaggio romano.

Per la cronaca, ci sono anche begli spazi interni, dei bagni moderni, numerosi e puliti (anche la pipì vuole la sua parte) e una libreria per bambini/ludoteca, Tana liberi tutti, che è davvero un gioiellino: credo che la prenderei seriamente in considerazione anche come location per festicciole varie, vista la felice combinazione di interni e esterni. Wi-fi libero, personale giovane e gradevole. Insomma, un’esperienza da replicare sicuramente.

Certo, si osservava con Rosaria, il luogo ha perso molto del suo antico sapore “militante”. Ma oggi, guardando Meryem e tanti bambini della sua età e anche più piccoli, che si godevano un bello spazio aperto, comune, condiviso da italiani e “stranieri” (il sikh con il grosso turbante arancione che, con la sua famigliola, dava una nota di colore mi dava l’impressione di essere italiano almeno quanto noi, e probabilmente lo è), non mi sentivo di rammaricarmene. Magari restasse così, familiare e senza eccessivi snobismi (un po’, nel mercatino bio, ce ne sono per forza: ma sono temperati dalla “romanaccità” del luogo).

Alla fine la nostalgia ci ha travolto e un salto ce l’abbiamo fatto, all’Ararat. Speravamo di trovare una lezione di danza curda di cui ci avevano parlato, che però questa domenica non c’era. Ci siamo seduti un po’ con questi ragazzi giovani giovani, che non ci conoscono, ma sono stati comunque molto ospitali. Il centro ha l’aria leggermente più ripulita, ma resta un posto dove dorme una sessantina di persone che non hanno alternativa. Marielou mi ha indicato il giardino dove, anni fa, aveva contribuito a costruire un orto. Nella “serra” c’erano materassi, sacchi a pelo e qualcuno sdraiato a riposare. Meryem sperava nel tè, ma non c’era. Poi è rimasta incantata dalle carrozzelle con i cavalli che iniziavano a rientrare dai loro giri con i turisti. Siamo andati nelle stalle, dove i bambini hanno dato da mangiare a un piccolo pony e hanno curiosato tra le balle di fieno. L’impressione di essere molto lontani da casa si è rafforzata ulteriormente. Noi grandi ci gustavamo le battute salaci dei vetturini romani, che sono sempre degne di nota.

“Ci portiamo anche la nonna e i cuginetti?”, mi ha detto Meryem entusiasta, andando a letto con le guance ancora colorite dalla giornata all’aperto. “E anche le zie! Io posso far vedere a tutti dov’è il bagno”. In effetti anche a me pare una buona scoperta. E se mia figlia ci fa vedere il bagno, poi, siamo a cavallo.

Così vicino


Un meeting come ne ho visti molti: brainstorming, fogli appesi alle pareti, proposte di formulazione e dibattiti, parole chiave, obiettivi generali e specifici. Però io non riuscivo a staccare lo sguardo dalle mani del mio collega siriano. Dita lunghe, controllate, ordinatamente intrecciate sulla superficie del tavolo. E non smettevo di pensare: io starei gesticolando ininterrottamente da ore. Ma come cavolo fa.

Anche la voce è tranquilla. Spiega paziente, cartina alla mano, la complessa geografia siriana. Parla della tragedia quotidiana di tutti loro, lui compreso. Anche chi non è (ancora) stato costretto a lasciare la propria casa è comunque privo degli standard minimi: mancano pane, acqua, elettricità. Il gasolio e la benzina scarseggiano, si trovano solo al mercato nero al 1000% del loro prezzo. La moneta si è svalutata del 100% rispetto al dollaro. Le medicine sono introvabili: l’80% dei medicinali era prodotta nazionalmente, da fabbriche da tempo distrutte o comunque chiuse. In tutta la Siria settentrionale i medicinali per il cancro sono finiti. Non si trovano più neanche le medicine per la leishmaniosi cutanea: tipica di Aleppo, se non è trattata subito mangia la pelle, soprattutto del viso. E’ grave oggi che fa freddo, non si può immaginare che sarà con l’arrivo dell’estate e il parassita al massimo della diffusione.

E poi c’è tutto il resto. I combattimenti, l’odio che cresce, la sete di giustizia che diventa sete di vendetta, il collasso assoluto di qualunque forma di vita civile organizzata. “Abbiamo smesso di contare i morti”. Si scalda appena, Elias, quando ripete, più e più volte, che quello a cui i siriani non si rassegnano è l’indifferenza e il silenzio della comunità internazionale. Quando l’Università è stata bombardata il primo giorno di esami, uccidendo centinaia di studenti, i media del mondo non hanno ritenuto che fosse una notizia significativa.

Ma poi si ricompone. I rapporti delle Nazioni Unite parlano di crimini di guerra da una parte e dall’altra, puntualizza il corrispondente da Ginevra. “Certo. Tutti sono figli di questo regime. Tutti hanno torturato, tutti hanno ucciso. Ma la situazione è molto più complicata di come la dipingono questi rapporti”. “E’ bene”, sostiene Elias, “che l’opposizione sia diversificata: non vogliamo passare da una dittatura all’altra. Una Siria plurale e democratica, questo è il nostro sogno”. Il sogno di tante, tantissime persone, che rischiano la vita ogni giorno per resistere alla violenza.

“Non sottovalutateci”. I civili devono essere sostenuti, ma fanno già moltissimo. E ci parla ancora una volta dei loro team di volontari che arrivano dove le grandi organizzazioni non riescono a arrivare. E lo possono fare perché sono squadre miste, composte da siriani di ogni etnia e religione, divisi persino dalle idee politiche: sostenitori di Bashar al-Assad, attivisti convinti dell’opposizione. Parla dell’impegno di molti direttori della Mezzaluna Rossa locali, che non si tirano indietro, anche se il rischio è continuo. Ogni giorno tutti loro mediano, attraversano le linee, si conquistano con i fatti il rispetto delle due parti combattenti e la possibilità concreta di dare assistenza a tutti. “Anche la semplice distribuzione di un pacco di viveri può essere fatta in modo da contribuire a ricostruire un tessuto sociale di pace e riconciliazione”.

Ma la notte sembra ancora lunga, infinita. La rivoluzione è iniziata il 15 marzo 2011 e per sei mesi è stata assolutamente pacifica. I media, oggi, quando parlano di Siria, lasciano spazio solo agli estremisti. “Il mio popolo è così… semplice. Prima i conflitti si risolvevano con baci e abbracci. Davvero. Non si usava neanche tanto il tribunale. I capi famiglia si incontravano, si abbracciavano, si baciavano e finiva tutto lì”. Cosa servirebbe? Serve tutto, per carità. Aiuti, meglio se non strumentalizzati e partigiani. Prudenza e responsabilità nel descrivere quello che sta accadendo. Ma più di tutto servirebbe che finisca la guerra. Mentre ascoltiamo arriva la notizia di una bomba caduta nei pressi dell’ufficio del JRS a Damasco. “Stanno tutti bene”, commenta telegrafico il direttore internazionale.

Io continuo a guardare le dita di Elias e mi chiedo come si debba sentire a spiegare la sua vita come se fosse una semplice relazione di lavoro. Scegliere le parole in inglese, rispondere a obiezioni che forse suonano persino offensive. A volte, presa dal lavoro qui in Italia, tendo a dimenticare che essere con i rifugiati significa, di solito, vivere in mezzo alla guerra. E, più ancora, dimentico che non solo nei film si è chiamati a scelte di coraggio, decisive. Elias ha avuto con molta difficoltà il visto per venire qui in Europa. Neanche per un momento sembra aver pensato alla possibilità di restarsene qui al sicuro. Da un lato è ovvio. Ma poi ci ripenso e mi dico che non è ovvio. Affatto.

Dublinati


Al liceo, Dublino significava principalmente U2, Guinness e sogni adolescenziali. All’università la moda dell’Irlanda non faceva che crescere (ma ho anche sentito parlare per la prima volta della Grande Carestia) e ho persino azzardato qualche passo di danza. La città, quella vera, l’ho visitata solo molti anni dopo (scoprendola peraltro dimora stabile di famosi papiri). Ma intanto la parola nella mia mente si era sdoppiata: non più solo un luogo, ma anche un verbo. Dublino, io dublino, tu sei dublinato.

Il Regolamento Dublino II, già convenzione dell’Unione Europea, determina lo stato competente per l’esame delle domande d’asilo nell’UE e poi smista opportunamente i richiedenti stessi da un Paese all’altro, per prevenire la malaugurata ipotesi che questi ultimi possano avere una qualche voce in capitolo in merito alla terra a cui chiedere protezione. Sia mai che incappino in un luogo dove hanno qualche amico, parente o familiare. Sia mai che trovino uno stato di cui parlano la lingua o si sentano meno persi. Ti impacchetto, che tu lo voglia o no, e ti rimando al mittente. Anche varie volte di seguito, se necessario. Una regola così ottusa potrebbe trovare una qualche giustificazione in un’Unione Europea che presenti una assoluta uniformità rispetto a procedure d’asilo, esiti delle stesse e misure sociali previste. Nel marasma attuale, non posso immaginare che qualcuno, in buona fede, possa continuare a sostenerne la validità. Eppure.

I rifugiati più disperati e arrabbiati che io abbia mai conosciuto erano tutti dublinati (o dublinandi). Penso a Issa, che dopo due anni e mezzo in Norvegia si trovava sbattuto su una brandina a San Saba. A tanti ragazzi giovani, afghani anche loro, rimasti anni interi sospesi in un’attesa burocratica e incomprensibile: un “Dublino” stampato sul permesso di soggiorno e la spada di Damocle di essere rispediti in Grecia. Nizam stesso, a 19 anni, è stato trasportato in manette sull’aereo tra Amburgo e Roma, guardato poi a vista per tutto il viaggio da due poliziotti armati: il timore che un ragazzino si potesse opporre al Regolamento richiedeva evidentemente misure eccezionalmente severe. Laddove non c’è logica, ragionevolezza e senso, non si può che moltiplicare la forza. Per non parlare dei rifugiati incontrati a Malta, che cercano strenuamente di scappare da una protezione internazionale che ricorda un ergastolo: nel loro caso il Regolamento di Dublino è una condanna a vita che continua a colpire, come un pugile ottuso, anche quando l’avversario è ormai a terra. Penso anche a una famiglia che non ho mai incontrato, che ha preferito scappare alla cieca, di notte, in pieno inverno, con una bambina piccola e senza medicinali necessari, piuttosto che subire un altro trasferimento forzato.

Non mi stupisce molto che l’Unità Dublino in Italia non abbia un front office e che, anzi, il più delle volte dia l’impressione di essere del tutto deserta, visto la mancanza cronica di risposte a qualunque messaggio, ufficiale e ufficioso. Difficile rispondere, difficile rendere conto. Meglio l’anonimato di un meccanismo assurdo. Meglio non esaminare caso per caso tanta disperazione.

Domani questa perla della legislazione europea compie 10 anni. Giusto la settimana scorsa, a Fiumicino, una ragazzo ivoriano di 19 anni si è dato fuoco. Amsterdam ce l’aveva “dublinato”, noi – regolamenti alla mano – lo stavamo diligentemente rispedendo in patria. Intanto, in Germania, la Corte Europea dei Diritti Umani ha sospeso un altro reinvio ai sensi del regolamento di Dublino dalla Germania all’Italia: questa volta si tratta di una famiglia con tre bambini (uno di 2 anni e due gemelli di 10 mesi). I genitori hanno riferito che al loro arrivo a Lampedusa con il primogenito di pochi mesi sono stati alloggiati in un campo sprovvisto di cure sanitarie e alimenti per il neonato. Per giunta dopo circa un anno la famiglia è stata dimessa per scadenza dei termini, nonostante la signora si trovasse al settimo mese di gravidanza dei gemelli. Vista la situazione, si sono trasferiti in Germania, dove i bambini sono poi nati. Ora la Germania non vede motivo di non rimandare la famiglia in Italia: non riconosce loro alcuna particolare vulnerabilità, obietta che le condizioni di accoglienza dipendono da Paese a Paese e comunque non considera credibili i racconti degli interessati. Quindi, via, via. Applicare il regolamento. Per ora la Corte Europea è intervenuta. Ma come andrà a finire?