#LeggiAMO. Perché mia figlia legge?


La settimana scorsa ci sono stati i colloqui con i maestri di mia figlia, quella circostanza rituale in cui si riscopre tutti insieme, ogni volta, che due ore e mezza non sono sufficienti a incontrare 22 coppie di genitori. Sono certa che avete presente la situazione. La nuova maestra, piuttosto parca nell’espressione orale, mi ha elargito questa definizione di Meryem: “E’ una che legge”. Dopo essere ricorsa alla sapienza orale della tradizione e aver messo insieme il mosaico di indizi che mi erano stati elargiti in questi primi mesi di scuola, credo di aver capito che la frase vada intesa così: quando i bambini finiscono il compito che è stato loro assegnato, mentre aspettano che i compagni terminino a loro volta, la maestra li invita a prendersi un libro dallo scaffale che hanno in classe e a leggerlo in silenzio. In quattro parole la maestra voleva condensare la triplice informazione che Meryem non ha difficoltà a svolgere in classe i compiti assegnati con una certa rapidità, che obbedisce senza fare storie quando le viene proposta un’attività alternativa e che, in effetti, le piace leggere e lo fa volentieri.

Ho deciso quindi di sottoporle le domande suggerite da Genitori Crescono. Ecco a voi le risposte.

Ti piace leggere?
Certo! Che domande fai?

Come si fa a diventare bravi a leggere?
Si comincia a leggere in sillabe. Tipo così: L’er-ba del-la re-gi-na. Io ho imparato così. E anche leggendo in mente.
Provo a riportarle l’opinione del figlio di Serena, che aveva invece detto che per imparare è meglio leggere a voce alta. Lei dissente molto vivacemente.

Perché è importante leggere secondo te?
Ci sono molti motivi per cui leggere è importante. Perché si imparano molte cose, ad esempio. Perché è bello. Perché leggendo ti puoi immaginare le cose tue. Perché è divertente.

Illustra questo post la copertina del primo libro che Meryem ha letto interamente da sola, di sua iniziativa. Io ancora non l’ho letto e questa cosa, vi confesso, mi ha dato proprio la misura di quanto sia cresciuta.

Ciò detto, la sera leggiamo ancora insieme. A volte leggo io, altre volte leggiamo una pagina per uno. Altre volte mi chiede di raccontarle una storia senza libro e questo per me è un piacere a parte, perché così faceva il mio papà con me. E dopo un po’, inevitabilmente, quelle storie un po’ inventate e un po’ reinterpretate, condite dalle risate di mia figlia, mi verrebbe la tentazione di scriverle…

Tor Sapienza


La tentazione di non dire niente davanti a quello che sta accadendo in un quartiere della mia città è forte. E’ tutto molto più complicato di quello che raccontano i nostri media, che a volte sembrano semplicemente elettrizzati all’idea di avere anche qui in Italia le nostre banlieux, come se questo ci rendesse un po’ più europei à la page. La cosa più sensata, che condivido parola per parola, la trovate qui.

Ma oggi mi voglio concedere il lusso di un fermo immagine. Ci sono stati un certo numero di genitori italiani, padri e madri, che hanno ritenuto sensato e accettabile lanciare sassi e bombe carta contro un centro che ospita anche minori stranieri non accompagnati. Tradotto in parole non tecniche: ragazzini dell’età dei loro figli che hanno affrontato, da soli, viaggi che segnano a vita qualunque adulto.

Riparare il mondo


C’è un concetto della cultura ebraica che mi ha sempre colpito, pur nella mia conoscenza piuttosto superficiale (mi scuso fin d’ora per la mia approssimazione, magari qualcuno dei miei lettori nei commenti può integrare e correggere): il tiqqun ‘olam. L’idea, in parole fin troppo povere, è che la creazione del mondo non è esclusiva responsabilità del Creatore, ma che va in qualche misura completata dagli uomini, riparando quello che nel mondo, abbastanza vistosamente, non funziona.

Questa immagine ha sempre colpito la mia immaginazione, per diverse ragioni. E’ bella l’idea che quello che non va non sia una corruzione irrimediabile di una perfezione perduta, ma un non ancora su cui abbiamo voce in capitolo. Soprattutto mi piace il concetto che ciascuno possa e debba fare qualcosa per il bene collettivo, globale, senza per questo essere o sentirsi un supereroe.

Troppe volte, quando racconto sommariamente che lavoro faccio, mi trovo davanti a reazioni di ammirazione che mi imbarazzano molto. In primo luogo il mio è, appunto, un lavoro. Per la mia vita, ovviamente, non è solo un modo per guadagnarmi lo stipendio. Lo faccio con passione, con convinzione. Credo molto nella missione della mia organizzazione, il JRS, soprattutto perché non fa “carità”, ma promozione della giustizia (che poi è un modo cattolico di vedere il tiqqun ‘olam di cui sopra). Noi non ci spendiamo per i diritti dei rifugiati perché “siamo buoni”, ma perché crediamo che sia giusto.

Io, personalmente, credo che nello sfacelo che la mia vita è, da molti punti di vista, svolgere questo lavoro sia in questo momento il pezzettino che devo contribuire a rammendare per la riparazione del mondo. Qui mi ha portato la sorte, qui posso spendere le cose che so fare. Ma credo che non sia necessario lavorare in una ONG per fare questo. Credo che molte persone abbiano nel lavoro l’opportunità di fare giustizia, nel loro piccolo. Il pensiero corre agli insegnanti, ai giornalisti, ai medici, ma anche agli infermieri, agli operatori di sportello, agli impiegati… Fare con coscienza il nostro compito, rammendare il pezzo che è alla nostra portata, è alla fin fine niente di più e niente di meno che fare quello che ci è proprio, in quanto esseri umani. Gli eroi lasciamoli nei fumetti (e nei film americani).

Post scriptum
A proposito di tiqqun ‘olam: vi consiglio di leggere il romanzo di Myla Goldberg, Bee Season. La traduzione italiana non si trova e ne hanno tratto un film con Richard Gere e Juliette Binoche, Parole d’amore, che mi ha incuriosito e spinto a cercare il romanzo per leggerlo. Il romanzo è molto meglio, più complesso e interessante.

Non sto parlando di oche


Domenica alla Villa di Massenzio i bambini si sono fermati nel prato a raccogliere margherite. Uno dei papà li ha ripresi, invitandoli a lasciarle vivere e non strapparle inutilmente. Noi mamme abbiamo tentato una mediazione: abbiamo apprezzato e quindi lodato il gesto di affetto sincero dei nostri figli nei nostri confronti, ma contestualmente li abbiamo invitati a non esagerare, a fermarsi a pochi fiori e soprattutto a non strapparli con indifferenza. Questo piccolo episodio mi è tornato in mente oggi, quando su Facebook, durante una discussione, un’amica mi ha fatto notare che la violenza su qualunque essere vivente deve essere condannata indistintamente, senza fare graduatorie.

Io faccio del mio meglio per crescere mia figlia educandola al rispetto e all’attenzione, a 360°. Ma confesso che le graduatorie le faccio. Se fa male a un suo compagno reagisco molto diversamente da quando coglie una margherita. Non le consentirei mai di maltrattare un animale, ma confesso che mi ha visto spesso uccidere zanzare e persino usare insetticidi.

Più di tutto, ammetto che mi irrita la sensibilità esagerata di alcune persone alla sofferenza di procioni, uccelli migratori, raganelle dagli occhi rossi e girini, salvo poi alzare le spalle quando si tratta di stragi di esseri umani. “Eh, ma gli animali sono innocenti: gli uomini, invece…”. Ci viene più facile metterci nei panni di una tigre siberiana, che magari non sappiamo neanche cosa mangia (per tacere di cosa pensa), che di una professionista siriana, nostra coetanea, con una bambina della stessa età della nostra.

Che poi questo mi ricorda chi è disposto a combattere qualunque battaglia per i diritti dell’embrione, ma non spenderebbe un minuto del suo tempo per prendere in considerazione il vicino di casa. O chi compra cosmetici non testati sugli animali, ma poi maltratta la badante della madre anziana.

Cosa voglio dire con questo? Forse solo che sono stanca e che a volte si parla troppo e si pensa poco (io per prima). Ognuno ha le sue battaglie, è naturale. Credo sia troppo ambizioso immaginare di battersi per tutte le cause, anche perché molte, se si approfondisce bene, sono in contraddizione l’una con l’altra. Meglio i prodotti sintetici rispetto ai piumini d’oca? Però, vi direbbe un’altra mia amica, avete presente quello che sta succedendo ai fiumi e quindi agli oceani e quindi al pianeta intero per via delle microfibre di residuo dalle lavatrici nel lavaggio del sintetico? E avete presente quanta acqua bisogna usare per il cotone? Ha ragione lei, non se ne esce.

E allora, siccome sui siti che leggo paiono avere un certo successo i codici etici (o saranno forse codici morali? mah), vi riassumo qui il mio:

1. Homo sum, humani nihil a me alienum puto. In altre parole: gli uomini, anche nelle loro manifestazioni meno tenere e seducenti, devono essere sempre presi in considerazione. Se c’è da scegliere (ma speriamo di no) vengono prima.
2. La coerenza assoluta non è di questo mondo. Ma vogliamo almeno provarci?
3. (a correzione del 2) Guardarsi dagli estremismi e dai fondamentalismi, sempre. Non ho mai conosciuto un fondamentalismo che non provochi sofferenza. Neanche quando si proponeva le cose più nobili.

Regina viarum: Appia Antica con i bambini


La destinazione della nostra gita domenicale era tutt’altra: la sagra dei marroni in qualche paesino in provincia di Roma. Composti gli equipaggi, studiato l’itinerario, la compagnia è partita dal punto convenuto con appena 20 minuti di ritardo sulla tabella di marcia. Poi è successo che l’Ardeatina era interrotta. Inversione, rapida consultazione tra gli autisti… ma poi lo sguardo ci è caduto sulla Villa di Massenzio, il verde sfacciato della campagna che scintillava al sole, il cielo perfetto. Nei bagagliai avevamo provviste sufficienti a un picnic soddisfacente per cinque adulti e quattro bambini. Ma alla fine, chi ce lo fa fare di allontanarci più di così? Detto fatto, abbiamo aggiornato la meta della nostra gita: Appia Antica. Per giunta ieri, prima domenica del mese, tutti i siti archeologici erano a ingresso gratuito.

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Alla prima tappa, un volontario del Touring Club ci ha guidati all’interno del Mausoleo di Massenzio, dove i bambini sono rimasti molto colpiti soprattutto dall’impronta di cagnolino romano visibile sul pavimento. Poi ci siamo goduti l’erba del circo, in piena luce. I bambini hanno corso su e giù, raccolto margherite, posato per foto ricordo.

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Poi ci siamo fermati alla tomba di Cecilia Metella. Anche questa visita veloce ha soddisfatto grandi e piccini. Io sono rimasta soprattutto soddisfatta del piccolo opuscolo sull’Appia Antica che ci hanno distribuito in biglietteria. So cosa state pensando. Una romana dovrebbe essere consapevole della bellezza del museo a cielo aperto che abbiamo la fortuna di avere a due passi dal centro. Non era nemmeno la prima volta che ci andavo, con Meryem. Ma questa volta non eravamo lì per un evento o una manifestazione particolare: passeggiavamo e basta. Meryem e i suoi amichetti saltellavano da un basolo all’altro, noi genitori chiacchieravamo sbrirciando al di là dei cancelli delle ville e godendoci l’aria fresca e la (relativa) quiete – eravamo pur sempre accompagnati da una truppa di minorenni. E’ stata davvero un’esperienza nuova e sorprendente, nella sua semplicità.

La terza e ultima visita culturale è stato il sito di Capo di Bove, un’oasi deliziosa, dove archeologia e arte contemporanea si alternano sapientemente. La custode ci ha tenuto a precisare che qui l’ingresso è sempre gratuito e che è possibile utilizzare i tavolini del giardino per un picnic. In questa sede, adattissima a mostre e convegni, è conservato anche l’archivio di Antonio Cederna, di cui non sapevo nulla (male!) e al cui impegno i romani e tutti gli uomini, in generale, devono molto. Per la tutela del patrimonio dell’Appia certo resta ancora molto da fare, ma di quanta bellezza godiamo già oggi…

10578788_10152365591760047_1364601168_n In realtà i bambini  cominciavano a soffrire  un po’  per le regole dei musei (“Ma  non possiamo toccare  niente???”, sbuffava ormai la  Guerrigliera), quindi per la  pausa pranzo abbiamo optato  per un prato a margine della  consolare. Qui il contatto con  la natura era assicurato: i  nostri figli non hanno tardato a  rinvenire un bel cadavere di  riccio, che li ha entusiasmati  moltissimo (noi mamme  eravano meno entusiaste, a dir  la verità).

Sulla via del ritorno  siamo stati  poi sorpresi da un  gregge di  pecore, per la gioia  dei  bambini. Ancora una volta abbiamo avuto modo di renderci conto di quante cose qui a Roma sono lì, a portata di tutti. A volte serve solo la buona volontà di ricordarsene.

La storia


Say this city has ten million souls,
Some are living in mansions, some are living in holes:
Yet there’s no place for us, my dear, yet there’s no place for us.

Once we had a country and we thought it fair,
Look in the atlas and you’ll find it there:
We cannot go there now, my dear, we cannot go there now […]

Went to a committee; they offered me a chair;
Asked me politely to return next year:
But where shall we go today, my dear, but where shall we go today? 

Came to a public meeting; the speaker got up and said:
‎’If we let them in, they will steal our daily bread’;
He was talking of you and me, my dear, he was talking of you and me.

Questa poesia di Wystan Hugh Auden parla degli ebrei tedeschi al tempo della persecuzione nazista. Un tema abusato, mi direte. Ma leggendo queste parole non riesco a non pensare alle persone che da 14 anni a questa parte, mese più mese meno, ho cominciato a conoscere. Non a caso un documentario che parla dei rifugiati palestinesi in fuga dalla Siria, proiettato qualche giorno fa a Beirut, deve il suo titolo proprio a un verso di questa poesia.

Certe volte la sensazione di non andare avanti neanche di un passo è davvero incombente. “Perché fate questo lavoro? Credete davvero di poter cambiare qualcosa?”, mi ha chiesto ieri uno di quei rifugiati, perfettamente integrato, in apparenza (qualunque cosa ciò voglia dire). E invece ogni volta che parliamo, anche se non la nomina più da anni, sento vibrare in lui la paura dei confini attraversati a piedi, mista alla rabbia, alla delusione, alla frustrazione. Ricordo quei fogli grandi su cui scriveva, infinite volte, “sono solo”.

Cosa ho risposto? Che a volte un lavoro fatto con coscienza non può cambiare il mondo, ma può fare la differenza, anche piccola, almeno per qualcuno. Che è troppo facile abbandonarsi alla rabbia, alla disperazione, al senso di inutilità davanti all’enormità dell’ingiustizia (ad oggi l’Europa tutta intera ha accolto appena l’1% dei profughi in fuga dalla Siria) e all’ottusità arrogante di tanta gente intorno. E’ giusto arrabbiarsi, è giusto sconfortarsi. Ma non si è comunque giustificati, rimboccarsi le maniche serve comunque. Fosse solo per poter dire che abbiamo fatto di tutto per non essere complici. Per poter guardare mia figlia negli occhi e poterle raccontare che, con tutti i miei errori e le mie insufficienze, ho sempre saputo da che parte stavo, in questa storia. Che, lo ripeto sempre, a un certo punto sarà raccontata. E a quel punto, se saremo ancora vivi, ci chiederemo cosa stavamo facendo mentre tutte queste persone morivano ai confini della nostra Europa.

Mr Magorium, grazie!


Questa estate una delle tappe del friendsurfing ci ha portato a Zurigo da Bruna e dalla sua famiglia. Una sera i bambini si sono messi a vedere un film sul divano e ben presto anche noi grandi ci siamo messi a far loro compagnia. La prima cosa che mi ha colpito è stata Natalie Portman, una delle attrici che prediligo in assoluto.  La seconda è stata una frase: “Dobbiamo affrontare il futuro qualunque cosa possa accaderci con determinazione, gioia e molto coraggio.

Ora dovete sapere che per me e Meryem questa estate è stato un momento di cambiamento e di passaggio, che abbiamo in qualche modo dovuto affrontare insieme, mano nella mano. Non era inaspettato, ma certamente è stata ed è una prova. Capirete quindi che sia io che lei siamo state folgorate da Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie, una favola poetica talmente piena di saggezza da essere quasi una parabola moderna.

Il film parla della preparazione a un distacco definitivo, del dolore e dello smarrimento, ma anche della gratitudine per ciò che si è avuto e di fiducia piena e serena nelle proprie risorse, che sono sempre maggiori di quel che pensiamo.  Meryem ha colto perfettamente il messaggio e ha espresso il desiderio di rivedere il film. Il topo dei denti, con qualche fatica, se l’è procurato e oggi l’abbiamo rivisto.

Aggiungo solo, a mo’ di disclaimer, che io credo nella magia, nei miracoli e nel guizzo imprevedibile del destino. Non avrei vissuto come ho vissuto finora, altrimenti. A volte ho pensato che sarebbe stato più rilassante e appagante avere i piedi per terra, essere almeno un po’ una di quelle persone che dicono “è solo un negozio, è solo un lavoro, è solo una coincidenza”. Mi sarei risparmiata tante, ma tante musate sul selciato. Ma questo film mi ha ricordato che essere come sono può essere meraviglioso.  Del resto perché Bruna, o forse suo marito, che mi conoscevano e mi conoscono appena, avrebbero scelto proprio quel dvd, tra i tanti che hanno, in quella serata d’agosto? C’è voluto un pizzico di magia, certamente.

Impatti


Uno dei motivi per cui il blog è più moscio del solito è il fatto che il mio lavoro ha subìto un sensibile aumento di ritmo. Ci sono sempre stati periodi di follia, ma quello che mi pare mancare adesso sono i momenti di normalità. In realtà, tra l’altro, sto coordinando un progetto a qui tengo moltissimo, questo. Ed è esattamente di questa esperienza che vorrei raccontarvi qualcosa.

Quando abbiamo ideato questa architettura di attività sapevamo che, per molti versi, sarebbe stata un’esperienza nuova. Ma sottovalutavamo probabilmente la capacità del progetto di animarsi di vita propria. “Non so quale sarà l’impatto sul territorio, ma l’impatto sulla vita di tutti noi è certamente considerevole”, abbiamo convenuto ieri in una delle innumerevoli riunioni d’équipe. La sensazione è quella di aver scoperchiato una sorta di vaso di Pandora, probabilmente pieno di idee, scoperte, punti di vista interessanti… Ma al momento il caos domina, apparentemente incontrastato.

Un paio di settimane fa, scendeva la sera e io mi trovavo in un teatro parrocchiale ai confini di Tor Pignattara. “Cerca lo spettacolo?”, mi chiede gentile una signora sulla soglia. Boh. No, a rigore no. Cerco la festa di Durga Puja, ma faccio finta che sia la stessa cosa – anche perché francamente non so esattamente cosa sia, questo Durga Puja. Del resto si sta mettendo a piovere. Sono circa le 18:00.

Risalirò quella scalinata tre ora e mezzo più tardi, satolla di spezzatino di tofu al curry e con la curiosa sensazione di scendere da un volo intercontinentale. La sala, a lungo vuota (il concetto di orario effettivo ancora non lo abbiamo chiaro), si era frattanto riempita come un uovo di famiglie vestite a festa: donne avvolte in sete sgargianti, bambine con fiocchi in testa e paillettes sulle scarpette lustre, adolescenti dinoccolati, neonati in carrozzine spinte da padri amorevoli (e apparentemente non turbati, bimbi e genitori, dal volume sempre crescente dello “spettacolo”). Durga, in forma di statua policroma venuta direttamente dall’India, troneggia al centro del palco e sembrava guardare divertita quel brulichio di umanità multicolore.

Una cosa è certa: sono tante le cose che avvengono in questa città e che non non immaginiamo minimamente. La mia ambizione, in questi mesi, è di raccontarne un pezzetto, sperabilmente sopravvivendo agli adempimenti burocratici che un progetto europeo comporta.

Incontro con la Norwegian Cruise Line, ovvero: quando la cronista crepuscolare va in crociera


Quando mi è arrivato l’invito della Norwegian Cruise Line a visitare una loro nave e a scoprire i servizi specifici che la compagnia prevede per le fortunate famiglie a bordo, avrei voluto dire subito di sì. Non sono mai stata su una nave da crociera e il massimo dell’esperienza di navigazione che ho fatto è stata la piscina/bacinella del traghetto per la Grecia. Dunque, perché no? Perché ero in Romania, ecco perché. Chiusa in un monastero carmelitano a lavorare per sei giorni, weekend compreso. A malincuore stavo declinando l’invito, quando mi è venuto in mente che potevo mandare un collaboratore.Ecco, questo blog finora non aveva collaboratori. Ma, pensandoci, di collaboratori c’è sempre bisogno. Vi presento oggi la prima collaboratrice di Yeni Belqis, Caterina Moro. Ho pensato di iniziare sparandomi il meglio che avevo sotto mano: una donna capace di leggere i geroglifici e capirli, di cantare da solista, di scrivere saggi, articoli, ma anche racconti e romanzi non capita tutti i giorni. Buona lettura!

Può scrivere degnamente un post su una nave da crociera qualcuno che non è mai stato in crociera? E se quel qualcuno avesse anche un’indole crepuscolare, rinforzata per l’occasione da una molesta lombo-sciatalgia, e fosse più incline ad appuntare il colore del mare e del cielo che i vantaggi di un giro del Tirreno all’insegna della libertà e del divertimento?Tutte domande inutili, considerato che ormai ero lì, avevo accettato l’invito della Norwegian Cruise Line per visitare la nave da crociera Norwegian Epic e attendevo il mio imbarco sotto un enorme balconatissimo condominio dei mari (ci sono 17 piani!), che faceva sembrare l’antica costruzione sul molo a fianco una torre degli scacchi, a confronto.

 La cronista crepuscolare si interroga sull'efficienza delle scialuppe
La cronista crepuscolare si interroga sull’efficienza delle scialuppe

Nel gruppo che attendeva di entrare c’erano diversi bambini: una parte importante della visita sulla nave sarebbe stata dedicata a spiegare le attività dedicate ai ragazzi e alle famiglie. La nostra visita è cominciata quindi dalla Splash Academy, il luogo dove si svolge una buona parte delle attività per bambini e ragazzi. Il centro è aperto tutto il giorno in navigazione, ma il servizio incluso nel prezzo della crociera ha dei limiti di tempo. I ragazzi sono divisi in gruppi di età e le attività sono prevalentemente fisiche, anche se non mancano storie, mascherate a tema, musica e videogiochi. Alcuni eventi sono dedicati alle famiglie, come pure ci sono versioni per famiglie degli eventi principali che si svolgono sulla nave. Sul ponte superiore ci sono le piscine, gli scivoli acquatici e la zona sportiva, accessibile per i disabili come l’adiacente sala riservata ai teenagers. Sul retro degli scivoli si rivela l’attrezzatura più imponente, una parete da arrampicata per adulti e ragazzi, dalla versione più semplice a quella extreme.

Chi arriva in cima, suoni la campana
Chi arriva in cima, suoni la campana

Le crociere della Norwegian Epic si svolgono con la formula Free-style, che permette di svolgere le proprie attività preferite con i tempi che si preferiscono: non ci sono turni per i pasti né ore fatali del gioco aperitivo o dell’aquagym.  È una vacanza adatta per turisti che non hanno bisogno di essere irreggimentati. Si possono consumare i pasti nei ristoranti principali (il più bello è senz’altro il Manhattan, aperto la sera con musica dal vivo), nel pub, in un piccolo circo di acrobati oppure, con un piccolo supplemento, nei ristoranti di specialità come il Bistrot francese o il Teppanyaki.

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Il mio tempo in quella particolare giornata io l’avrei passato spalmata come una manata di fango sulle sdraio del ponte superiore, oppure a mollo in una vasca di acqua calda fino a perdere i sensi, o infine sotto le mani di un robusto massaggiatore che si prendesse cura delle mie vertebre e del mio rachide. Invece stavo in piedi, assentivo, appuntavo, osservavo.  Mi colpiva soprattutto la gentilezza e il lindore dell’equipaggio (qualcosa come duemila persone per circa quattromila passeggeri, un rapporto altissimo), ognuno con la sua bandierina appuntata sul bavero che parlava del luogo lontano dove non stava per stare lì con te e tenere in piedi questo colosso del divertimento. Ve l’ho detto che sono crepuscolare, no?

Cielo bigio, scivolo verde
Cielo bigio, scivolo verde

Per il resto, vedere una nave ferma in porto, con molti dei suoi passeggeri in giro sulla terraferma e molti luoghi di ricreazione chiusi (un singolare autogol non farci vedere la Spa) non induce a entusiasmi eccessivi: è difficile emozionarsi su cose non viste, o fare commenti elettrifrizzanti su panorami metafisici di saloni deserti, abitati solo da una selva ordinata di sedie e da una persona dell’equipaggio che ti sorprendeva con un sorriso e un good evening. Alcune cose, come il gioco d’azzardo e i quadri esposti in alcune sale, non mi avrebbero entusiasmato in ogni caso. Forse una crociera è qualcosa che per apprezzarlo a pieno devi entrare nello spirito, un po’ come il carnevale di Viareggio o le danze folkloristiche. Però oggi a Roma è ancora una bella giornata calda, la lomboeccetera va un po’ meglio e, ci crederete?, sto ripensando alla Norwegian Epic e devo confessare che mi dispiace di non essere in crociera.

[Caterina Moro veste Mercato della Montagnola©. Nella vita è mamma, raramente insegnante e talora scrittrice e saggista]

Istantanee di Romania


Come spesso accade, la mia  ultima trasferta di lavoro non mi ha dato molte occasioni per realizzare dove mi trovavo. Piuttosto mi ha messo sotto gli occhi persone, gesuiti e non, di vari Paesi europei e dai più diversi background. E’ un viaggio anche quello, in un certo senso.

La prima impressione del luogo, complice un viaggio singolarmente stressante, è stata di assoluto straniamento. Nel mio immaginario la Romania significava montagne. E invece mi sono ritrovata in una campagna piatta come una tavola, comprensiva di nebbione mattutino. La Bassa di Don Camillo e Peppone, praticamente, con tutte le zanzare del caso. Sapevo che saremmo stati ospitati in un monastero e anche qui la mia immaginazione aveva lavorato: pensavo a iconostasi dorate, pareti spesse, tetti spioventi, cripte di pietra. Al contrario, mi sono ritrovata in un complesso modernissimo, la cui costruzione è iniziata nel 2008. Bello, con il legno scuro e le pareti bianche che richiamano in qualche modo la tradizione locale (immagino), con una chiesa non priva di afflato artistico. Ma assolutamente modernissimo.

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In qualche modo, con il senno del poi, questa location era più adeguata allo spirito del team del JRS Romania che ci accoglieva: sono un bel gruppo di giovani, molto agguerriti, efficienti, entusiasti e tecnologicamente avanzati. Questo meeting sarà ricordato per l’organizzazione perfetta, il wifi funzionante, la serata karaoke e una cena stratosferica, in cui abbiamo consumato in poche ore il 30% del fabbisogno mensile di carne di una piccola nazione.

Superato un vago senso di claustrofobia da mancanza di città e di mezzi di trasporto per raggiungerla, mi sono goduta la campagna. Albe spettacolari, in particolare. La cosa che mi divertiva di più era certamente camminare lungo il bordo del piccolo canale, godendomi la rapida successione di tuffi di ranocchie che si lanciavano nell’acqua al mio passaggio.

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Quanto alla compagnia, in parte diversa dagli anni precedenti, aveva certamente degli aspetti piacevoli e bizzarri il giusto (qui vi fate un’idea dell’andamento dei lavori). Menzione speciale per i tedeschi, che hanno in più occasioni rivelato una solida formazione musicale che spaziava dalle fughe di Bach alle citazioni del rock anni ’70, fino a toccare i musical e culminare nel valzer. “Per forza lo sappiamo ballare, è il primo ballo a ogni matrimonio!”, si è giustificato un insospettabile gesuita di stanza a Stoccolma, che ha realizzato un sogno che credevo irrealizzabile: farmi volteggiare per la sala, dandomi persino l’illusione di essere leggera. Che classe.

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