Non era una rivincita


Un ragazzo mi chiede un’informazione. Chissà se crede che sia una professoressa. Cammino per il viale che mi ha visto prima ragazza e poi giovane, con addosso la giacca della laurea (“Che tristezza”, ha commentato Nizam). Procedo a grandi passi verso quello che una volta era il mio luogo naturale. Ricordo che un giorno entravo da quel cancello di piazzale Aldo Moro con mio cugino, ingegnere. E gli ho detto: “Io qui, solo qui, mi sento al mio posto. A casa”.

Con un certo gusto indugio sulle fontane su cui mi sedevo con il fidanzato dell’epoca a mangiare uno yogurt per pranzo (una brevissima stagione in cui vivevamo d’aria e di baci), guardo il piazzale dei telefoni a scheda adesso vuoto, rimando leggermente l’ingresso in facoltà.

Ieri tornavo all’Università La Sapienza da relatrice. Non era la prima volta che mi sedevo da quella parte del tavolo. Ma era la prima volta che lo facevo senza avere la sensazione di fare un passo indietro. Per anni ho oscillato come un pendolo tra la “vecchia vita” accademica e la vita attuale. Anni in cui mi sentivo un po’ supereroe e un po’ in difetto. Perché poi il tempo ti frega e la vita vecchia non camminava più (e ogni volta che mi ci rituffavo, per brevi incursioni lampo, sapevo di essere inadeguata), mentre la nuova corre al punto che a un certo punto non sei più quella di prima.

Negli stessi locali in cui entravo ieri in tarda mattinata ho preso l’ultima porta in faccia della mia carriera accademica, la più difficile di tutte, anche se in un certo senso la più ovvia. Durante la pausa pranzo sono andata in pellegrinaggio lungo il “mio” corridoio. Ho guardato la finestra su cui ero seduta quando ho risposto, impertinente e spavalda, a quello che forse sapevo già che sarebbe stato il mio maestro. Ho guardato gli scaffali polverosi, accarezzati e amati per tanti anni da studente, da studiosa, da borsista della biblioteca. Ho letto i cartelli affissi sulle porte delle aule, registrato metodicamente tutti i cambiamenti, antichi e recenti. I lutti, per quanto li si elabori, restano sempre lì, parte della tua anima. Questo, sicuramente, mi ha reso più forte.

“Dovevi andare, è stata una rivincita”, mi ha scritto una mia amica a proposito dell’invito di ieri. No, non è stata una rivincita. Non erano certo gli ex colleghi che mi hanno invitato su cui avrei dovuto “rivalermi”, ammesso e non concesso che un torto mi sia stato fatto. Certo che ieri, mentre parlavo del JRS e del Centro Astalli al tipico consesso accademico, mi veniva in mente il mio maestro e una delle sue frasi più infelici. Avevo finito il dottorato, lavoravo già al Centro Astalli e in un altro centro di accoglienza (attaccando alle prime luci dell’alba). Nonostante ciò, insistevo a mantenere il part-time per continuare “a esserci”. Aiutavo con gli esami, consigliavo laureandi, facevo presenza per la cattedra e per la gloria del Vicino Oriente Antico. E lui, una mattina, mi disse: “Hai finito il dottorato già da qualche mese, sarebbe ora che la piantassi di startene in vacanza”. Vacanza. Ha detto proprio così. Perché tutta la fatica, fisica e emotiva, di imparare da capo un mestiere diverso, nei sui radar non entrava affatto. In un certo senso, era in buona fede. Ma io ero già lontana, lontanissima, e ancora non lo sapevo. Ecco, forse dal dolore di quella frase, ieri, mi sono riscattata.

In quelle mura di lettere ho avuto stima, tonnellate di stima e di riconoscimenti. Spesso, ingrata e arrogante, non sapevo che farmene. Li davo per scontati. Ho avuto le prime frustrazioni importanti e definitive. Ho imparato a mie spese, ho giudicato di impulso, ho fatto scelte di cui potrei pentirmi oggi se non appartenessero a un’altra dimensione. Ho vissuto pienamente la giovinezza e l’ingenuità di cambiare il mondo a suon di storia antica. Ho imparato quello che adesso è parte di me. L’abilità più cara, che ancora mi è preziosa, è il gusto, il piacere e l’arte di parlare in pubblico. Ma anche il trasporto di fare lezione con tutta me stessa.

Scusate questo excursus, che parla più a me stessa che a voi. Oggi faccio altro e in parte sono altro. Però della passione, nella vita lavorativa, non riesco a fare a meno. Oggi so (non l’avrei mai immaginato) che è anche un limite, ma preferisco pensare che sia un punto di forza.

L’arte del compromesso


Un inedito pomeriggio tra diplomatici, al Ministero degli Esteri, mi aveva almeno in parte preparato alla trattativa principale di oggi: l’acquisto delle scarpe per la Guerrigliera. Servono nervi saldi, creatività, prontezza di riflessi e, soprattutto, flessibilità. Le ultime due volte sono state due tragedie apocalittiche. Mi ero in effetti ripromessa di fare acquisti per lei solo in sua assenza.  Ma oggi era un giorno speciale. Il lavoro era stato insolitamente appagante. Il Gianicolo, sbirciato mentre tornavo a casa, era spettacolare, anche più del solito. Inaspettatamente, per un colpo di fortuna, ero riuscita a procurarmi in un tempo straordinariamente breve un certificato medico dalla pediatra sostituta, carina e gentile. Insomma, la fortuna mi sorrideva al punto che mi sono detta: ma sì, facciamolo. Osiamo l’acquisto di un paio di scarpe da ginnastica da usare solo in palestra per il mini volley.

Arrivate sul luogo, ho avuto per un attimo l’illusione di cavarmela con poco. Meryem punta il dito verso un paio di sobrie scarpe blu, con particolari fucsia, dall’aria confortevole, chiusura a strappo e prezzo relativamente accessibile. Sto per svenire. Mi affretto a farle portare il numero, ma nel tempo in cui la signora ravanava in magazzino alla ricerca del colore giusto, il momento di grazia era finito. Era infatti sorta una complicazione. Già dalla prima prova preliminare era stato infatti evidente che – come in effetti temevo – il piede della Guerrigliera è cresciuto ulteriormente. Razionalità imponeva, a quel punto, di acquistare due paia di scarpe: una per la palestra e una da utilizzare nella vita di tutti giorni. Per un attimo ho pensato ingenuamente di prendere lo stesso modello in altro colore. Sì, non dite niente. Un’ingenuità assoluta. Una nuvola nera è calata istantaneamente sullo sguardo della Guerrigliera.

Tento di intavolare una trattativa, contrastando i molti fattori distraenti zelantemente proposti dalla titolare del negozio (“Vuoi queste, che sono tanto pubblicizzate? Ma li hai visti i trucchi in regalo? Queste piacciono a tutte le bambine…”). Ci vengono proposte scarpe che avrebbero fatto impallidire Paris Hilton. Ma che dico? Lady Gaga. Forte delle esperienze precedenti, non ho mosso un muscolo. Non sono svenuta. Mi sono dimostrata possibilista davanti agli stivaletti tutti tempestati di swarovsky.  Alla fine ho ottenuto un identikit della scarpa desiderata.

“Blu, con i lacci che si possano slacciare e allacciare”. Qui si inserisce la signora del negozio: “Ma è difficile, sai, tesoro. Ormai i lacci non li vuole più nessuno”. “Io voglio i lacci”. Il tono è tale da non ammettere repliche di sorta. La signora aggiunge: “Ma anche blu è difficile. Trovare delle scarpe blu da femmina non è facile…”. Ecco, questo “da femmina” non te l’aveva chiesto nessuno. Impreco tra me, mentre la signora cala in magazzino alla ricerca della scarpa perfetta.

Mentre lei si assenta, mi tolgo una curiosità. “Meryem, ma perché con i lacci?” “Te lo devo proprio dire?”. Oddio, non è che tu sia obbligata. Ma sarei curiosa di saperlo. “Io e l’amichetta A. in cortile ci esercitiamo a correre con i lacci slacciati. Se io non li posso slacciare non mi posso esercitare”. Ah. Glom. Ma poi ti sai allacciare le scarpe da sola? “Ci eserciteremo. Per ora ce le allaccia il maestro”. Ah. Mi riprometto di approfondire in seguito. Sul blu non indago.

Siamo tornate a casa con un secondo paio di scarpe da ginnastica blu e argento, completamente glitterate lacci inclusi e lucine fucsia che si accendono sul fianco di una delle due (l’altra è difettosa, ma non avevo le energie per ricominciare da capo la ricerca quindi per noi andranno benissimo così). Avevamo inoltre: una penna con coniglio fluorescente che si illumina in colori diversi; un finto smartphone di plastica che in realtà è una trousse; una custodia per il finto smartphone a forma di coniglietto rosa. In realtà l’unico gadget che ci spettava era l’ultimo. La penna l’ha aggiunta il proprietario del negozio per il sollievo di essere sopravvissuti all’impresa e lo smartphone è stato preteso da Meryem, tornando indietro appositamente, perché obiettava che la custodia senza lo smartphone non aveva senso. Lo smartphone avrebbe implicato l’acquisto di un paio di scarpe così orrendo e inutilmente costoso che persino il negoziante, probabilmente, si vergognava di tale turpe manovra di marketing di bassa lega. “Ce li mandano contati, ma come si fa a dire di no a un bambino?”, ci ha liquidato senza obiettare ulteriormente, appagato di averci sbolognato le scarpe glitterate che comunque immagino assai ardue da smerciare.

Sulla via del ritorno Meryem era sopraffatta dalla soddisfazione per il bottino ottenuto. Approfittando biecamente del momento favorevole ho ottenuto che:

1. non correrà con le scarpe slacciate, ma si limiterà a camminare con attenzione (“parola d’onore”);

2. in compenso si eserciterà ad allacciarsi le scarpe da sola e non scoccerà i maestri per questo;

3. rispetterà scrupolosamente tutte le regole per l’uso dello smartphone (anche se finto) che io via via le sottoporrò. Abbiamo iniziato con “non si usa mai a scuola”, “si spegne a teatro o al cinema” e “in presenza di altri si parla a voce bassa per non disturbare”.

Poteva andare peggio, no?

Avanti piano


Quante volte ho percorso il tratto di corridoio che separa la camera di Meryem dal salone? Non saprei contarle. Quando era molto piccola ricordo che quanto mi sembrava che dormisse iniziavo a contare silenziosamente fino a cinquanta. La mia regola era che se non si muoveva per tutto quel tempo potevo andarmene.

Oggi la andavo a prendere a casa di Silvana. Domenica pomeriggio. Il quartiere sonnecchiava. Qualcuno portava a spasso il cane in silenzio. Mi sono tornate in mente le lunghe passeggiate con Belqis, senza meta, a rincorrere i pensieri. Specialmente di domenica. Se mi guardo indietro, oggi, capisco che potevo usare meglio il tempo. Bella forza. Del senno del poi sono piene le fosse.

Qualche volta cerco di calcolare quanto tempo è trascorso dall’ultima volta che ho perso le staffe. Ma mi confondo, non ho una cognizione realistica del tempo. Ora mi viene in mente che una settimana fa, circa, ho detto una parolaccia a Meryem. Mi sono stupita mentre la pronunciavo. Non è da me. “Il maestro dice che anche quando si è molto arrabbiati le parolacce non si devono dire”, ha ribadito mia figlia molte ore dopo. Il maestro ha ragione e anche io, qualche volta. Non in quel caso, evidentemente. Stasera anche mi sono spazientita. Stavo per saltare la favola serale. Poi l’ho guardata, ho respirato lentamente. Lei aveva abbassato gli occhi e si aspettava la punizione.  Allora ho recuperato, ho messo da parte quella ripicca poco importante e le ho letto la storia di Giasone dal libro che ha voluto comprare qualche settimana fa.

“Medea è troppo crudele per amare davvero”. Così finiva la storia. Meryem già dormiva e io ci sono rimasta male. Spesso mi sono identificata con Medea, durante la mia giovinezza. La Medea di Euripide, si intende. Non so se, adesso che ho una figlia, potrei davvero difendere quella madre che uccide i suoi figli per vendicarsi di loro padre. Ma almeno le attenuanti gliele darei a lei, moglie straniera.

Anche stasera ho percorso quello stesso tratto di corridoio, con la sensazione che la vita, se la guardi da vicino, non va poi tanto veloce. Sera dopo sera, mattina dopo mattina. Avanti piano.

Vi sfido


Continuo a rimuginare sul post di ieri, con l’idea che forse non è efficace come avrei voluto. Allora mi è venuta un’idea, un esercizio per rendere il concetto più chiaro. Una sfida che vi lancio, per capire meglio quello che volevo dire rispetto alla profonda contraddizione che esiste tra usare per il fundraising quegli stessi stereotipi e deformazioni che sono strettamente intrecciate alle cause più profonde dei problemi che si vogliono affrontare.

Vi propongo dunque questo esercizio. Immaginate di dover pensare a una campagna di fundraising per finanziare un centro antiviolenza per donne a rischio qui, in Italia, nella vostra città. E immaginate di fare lo stesso tipo di ragionamenti che si fanno per i progetti di cooperazione. Mi pare abbastanza evidente che il pubblico italiano è sensibile alle campagne sessiste. Provate con me a immaginare una bella campagna per finanziare un centro antiviolenza che faccia leva su una delle seguenti immagini:

1. una bella donna discinta e ammiccante. Cattura l’attenzione, senza dubbio. E potremmo persino dire che se una donna che ha subito una violenza adesso è sorridente e disinibita vuol dire che ha acquistato fiducia in se stessa. E’ un achievement.

2. una poverina con gli occhi bassi e lo sguardo supplichevole, accompagnata da uno slogan tipo: “Come farebbe la povera Mariolina senza il vostro aiuto?”

3. un uomo dall’aria efficiente e paterna e,sullo sfondo, un gruppo anonimo di donne vestite in modo provocante. Slogan: “Aiutaci a difenderle da se stesse”.

Sono sicura che la vostra fervida fantasia vi suggerirà esempi anche più efficaci. Capite quello che voglio dire quando affermo che secondo me, almeno qualche volta, il fine non giustifica i mezzi?

P.S. A un primo sguardo, tutte le campagne dei centri antiviolenza sono al contrario attentissime a difendere l’immagine della donna: volti rigorosamente coperti, disegni poetici, simboli e slogan attentamente ponderati.

 

Quei bambini che piangono


Oggi su Facebook è nata una discussione costruttiva a partire da un video che avevo postato come esempio negativo di comunicazione sociale: si tratta di uno spot, non tanto recente di Save the Children e, in particolare, questo. La questione non è banale come sembra. Io oggi mi volevo limitare a condividere il fastidio e l’irritazione per uno stile di comunicazione che non apprezzo, poi Floriana mi ha stimolato a pensarci meglio. Guardando con attenzione i discorsi in ballo sono più di uno. Cerco di estrapolarli ordinatamente.

Lo spot in effetti non si può definire di comunicazione sociale. E’ uno spot di fundraising, un messaggio fondamentalmente – passatemi il termine – commerciale. Qui mi pare pertinente l’obiezione di Floriana: “Le varie declinazioni nazionali [di una ONG internazionale] scelgono un po’ gli spot come meglio credono per la audience del luogo (e l’audience italiana la conosciamo bene)”. Vero, troppo vero. Il bambino in pubblicità funziona. Il bambino in comunicazione funziona. “Bisogna parlare alla pancia degli italiani”, ci ripetono allo sfinimento i giornalisti con cui interagiamo. Save the Children, come l’Unicef, hanno come mission i bambini, in particolare quelli che abitano a una certa distanza di sicurezza dal donatore. Partono bene, insomma.

Ok, usi i bambini. Può avere senso. Ma questi bambini, banalizzando un po’, devono piangere o devono ridere? Beh, dipende. Se facciamo un discorso di mero fundraising, dipende dal tuo target. Il tuo target è una persona che si vuole sentire efficiente, attiva, che vuole vivere la gratificazione del sostegno a distanza senza essere troppo aggredita da immagini disturbanti? In altre parole, è una persona già sensibile e ben disposta, che non ha bisogno di forzature per fare una donazione e al limite ne è disturbata, anche parecchio (come nel caso dei miei amici Barbara e Nestore)? In quel caso, immagini positive, che mostrino – come dice l’anglosassone Floriana – un achievement, sono certamente le più adatte. Ma se invece puntiamo al grande pubblico? A quello che fa zapping, che parla per lo più di gossip e di calcio, e che comunque è molto ben focalizzato sugli affari propri? Qui con l’achievement ci fai la birra. Serve un’immagine forte, che parli dritto alla pancia, meglio se accompagnato da un’istruzione immediata: un sms solidale, un clic su un sito, qualcosa che si possa fare subito, travolti dall’emozione del momento (perché probabilmente a quel bambino in lacrime, che geograficamente non sa nemmeno bene come collocare, il donatore non ripenserà mai più – o almeno fino al prossimo spot).

E se tu, ONG o organizzazione internazionale,  non ti occupi solo di bambini? Pigliamo ad esempio l’UNHCR, l’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i Rifugiati. Quest’estate l’agenzia è stata oggetto di critiche abbastanza precise per il suo stile di comunicazione: addirittura si è parlato di “pubblicità ingannevole”. In poche parole, si notava che sul sito e negli spot UNHCR i rifugiati erano per lo più africani (e in buona misura anche bambini), quando a rigore il numero maggiore dei rifugiati proviene, attualmente, da Afghanistan, Cina e Russia. Ma l’africano bisognoso funziona meglio e consente una comunicazione più chiara: quanti abbinerebbero il concetto di rifugiato a un cinese? Il donatore poi, idealmente, deve essere soggetto agli stessi stimoli di pancia, per cui pochi uomini, abbondanza di donne indifese e pargoli sotto le tende blu, con il logo UNHCR chiaramente leggibile in ogni scatto. La finalità sono le donazioni, no?

Ecco, qui entro io e la mia irritazione. Vedete, le ragioni del marketing e del fundraising le conosco e le capisco pure. Il problema è che secondo me nessuna di queste ONG, Agenzie ONU o simili (mettendo dentro anche noi del Centro Astalli) può avere come unico obiettivo il fundraising quando fa comunicazione. Tutti noi abbiamo anche dei chiari obiettivi di advocacy e di sensibilizzazione nelle nostre mission. Quindi non si può fare uno spot in un certo stile solo perché funziona, disinteressandosi delle ricadute che ha in termini di messaggio indiretto e di immagine delle persone coinvolte. Non si può limitarsi a difendere i diritti delle persone in sede istituzionale, con ricerche, rapporti e iniziative politiche e poi, per sollecitare le donazioni, lavorare disinvoltamente con gli stessi stereotipi che in altre occasioni sosteniamo di voler scardinare.

Noi di Astalli, ne scherzavo in varie occasioni con alcuni di voi, abbiamo un prodotto assai difficile da vendere. Rifugiati, spesso adulti, in buona parte mediorientali e discretamente malridotti, che hanno per giunta il torto di vivere in Italia, nelle nostre città. Qui dove con 50 euro non si ottengono” achievements” spettacolosi, ma una decina di pasti a mensa o al limite un paio di occhiali per una persona che faticosamente cerca di imparare una lingua ignota dopo una dolorosa cesura esistenziale e magari, tra le altre cose, è anche miope. Essere miopi non ha niente di eroico, ma può essere un impedimento sufficiente per molte cose, quando non si ha nulla per vivere. Noi per giunta siamo convinti che sostenere queste persone non abbia a che fare con la bontà, ma con la giustizia. Persino, reggiamoci forte, che spesso siano i rifugiati che possono aiutare noi italiani, qui, in questo Paese. E non tanto perché “ci pagano le pensioni” oppure perché “fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare”. Purtroppo anche queste due cose, al momento, sono verissime. Ma noi pensiamo piuttosto ai valori che portano: combattere per un ideale; pagare un prezzo alto per la propria integrità; avere il coraggio di superare prove indicibili, nonostante tutto; la resilienza; la speranza.

Leggevo, sempre su Facebook, in un’altra discussione che avrei volentieri fatto dal vivo (si parlava di “diritto alla maternità”), una frase che mi ha colpito: “ Dove si mangia in 3 si mangia in 4 per me non esiste. Non esiste tanto Dio vede e provvede.” Chiaramente qui la decontestualizzo per amore di argomentazione, ma forse il punto è anche questo. Siamo davvero di essere tanto sicuri di aver ragione noi? Io tutte le volte che mi sono trovata a vivere, nei fatti, quelle frasi tanto vituperate, ho sperimentato una grande gioia. Una sensazione di liberazione e di grazia. Ma, come al solito, quando penso all’esperienza con i rifugiati, la testa se ne va per conto suo. Se potessi, forse sarebbe questo che vorrei comunicare: non sapete cosa ci perdiamo, rendendo la vita impossibile a queste persone. E poi, ancora: ma vi pare normale che con la nostra ignoranza e indifferenza facciamo morire tutta questa gente? Questo, va da sé, non sollecita le donazioni.

Tante cose che dico, che diciamo, non sollecitano le donazioni. Dei cari amici che non sono tanto imparziali perché spesso e volentieri sono nostri alleati diretti (e loro sì che ci capiscono di comunicazione) oggi hanno scritto sulla mia bacheca che noi di Astalli comunichiamo ” per contribuire alla costruzione di un mondo dove le persone abbiamo voglia di rimboccarsi le maniche per le ingiustizie”. C’è del vero, sicuramente. Ma ho la sensazione che così facendo parliamo assai poco alla pancia (e al portafoglio).

Finisco con una domanda. E il fantomatico reality Mission,  che a fine anno la RAI manderà in onda, come si collocherà rispetto a quanto detto sopra? Per chi non ha seguito il dibattito agostano in merito, vi riassumo brevemente che si tratta di una trasmissione  in alcuni volti noti televisivi italiani affiancheranno gli operatori umanitari di due importanti organizzazioni umanitarie, l’ong italiana Intersos e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), nel lavoro di assistenza ai rifugiati in campi profughi in Africa e in Medio Oriente. L’ennesima spettacolarizzazione del dolore o un progetto innovativo di “social TV”? Il dibattito è destinato a restare aperto, almeno fino alla prima puntata (qui uno status quaestionis).

Too #BAD


A volte avere splendide expat come amiche aiuta a venire a sapere, seppure in corner, di iniziative interessanti e pertinenti come quella di oggi: il Blog Action Day 2013, dedicato addirittura ai diritti umani.

Ci sarebbe l’imbarazzo della scelta riguardo agli argomenti da affrontare. In questi ultimi giorni si è parlato soprattutto di diritti delle salme, da quella di Priebke a quelle, assai più numerose, delle vittime del naufragio del 3 ottobre scorso a Lampedusa. Non starò qui a sminuire l’importanza di una degna sepoltura, né a gettarmi in uno sterile dibattito rispetto alle valenze che essa può avere (per i vivi): rimando senz’altro i miei lettori a due classici senza tempo, l’Antigone di Sofocle e I sepolcri di Foscolo. Sono letture di gran lunga più arricchenti e stimolanti di tutti gli editoriali di dubbio gusto che tocca sorbirsi in queste occasioni, per tacere dei dibattiti televisivi.

Ma se si parla di diritti umani credo che sia in primo luogo di vivi che ci si debba interessare. E uno dei diritti che più mi sta a cuore, come cittadina (del mondo) e come genitore, è quello all’istruzione. Non ricordavo che uno degli Obiettivi di sviluppo del Millennio (che mi paiono spariti dai radar degli interessi politici, almeno qui nell’Italietta dei dibattiti sull’indulto e sulla legge elettorale) è raggiungere l’istruzione primaria universale entro il 2015.

Sì, vabbè. Secondo un recente rapporto di Unesco e Save the Children, nel mondo circa 50 milioni di bambini, dai 5 ai 15 anni, non vanno a scuola perché colpiti dagli scontri o arruolati nei corpi armati. Nel 2012, sono stati 3.600 gli attacchi di vario tipo per impedire ai bambini l’accesso all’educazione, tra i quali si contano violenze, bombardamenti di scuole, reclutamento dei minori in gruppi armati, torture e intimidazioni contro bambini e insegnanti sfociate in morti o ferimenti gravi. Inoltre, prosegue il rapporto, “resta scandalosamente bassa la quota di fondi destinati all’educazione nelle emergenze umanitarie, che è passata addirittura dal 2% del totale dei fondi umanitari in emergenza del 2011 all’1,4% del 2012”.

Ne ho parlato tante volte: purtroppo nelle emergenze si tende a considerare l’educazione come un accessorio di lusso, il cui acquisto è rimandabile. Per questo mi piace tanto come lavora il JRS. Chiudo questo post quindi con qualche bella storia di impegno concreto, di resistenza e anche qualche successo da alcuni Paesi del mondo in cui il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati opera. Sono storie che, anche se dolorose, fanno bene a tutti: condividiamole.

Kenya, un sogno diventato realtà

Congo: libri, non armi

Siria: un disastro senza fine

 

Non conoscevo Ada


Tra gli altri vantaggi di volare Tap Airlines, oltre ad avere un volo diretto Roma-Lisbona e essermi goduta un video di norme di sicurezza decisamente originale, posso annoverare la scoperta di una figura femminile di cui non sapevo nulla, Ada Rogato.

Condivido per voi quello che ricordo di ciò che si leggeva sulla rivista della linea aerea, rinforzato dalla voce della Wikipedia portoghese.

Ada era l’unica figlia di Mariarosa Greco e Guglielmo Rogato, due calabresi immigrati in Brasile. Fin da piccola desiderava imparare a volare e non abbandonò il suo sogno neppure quando i suoi si separarono e lei dovette dedicarsi a lavori piuttosto umili per mantenersi. Riuscì anzi anche a risparmiare abbastanza per pagarsi le lezioni di volo e a diventare, nel 1936, a 24 anni, la prima donna pilota e paracadutista del Brasile.

Era una donna solitaria, non aveva figli. Per mantenersi lavorava come segretaria dell’Istituto Biologico del Ministero dell’Agricoltura. Non smise mai di volare e di compiere imprese sempre più ambiziose: è stata la prima pilota brasiliana a attraversare le Ande; l’unica pilota al mondi a coprire 51.064 km in volo solitario attraverso le tre Americhe, fino all’Alaska (l’impresa durò circa 6 mesi); prima pilota ad atterrare a La Paz, in Bolivia; primo pilota in assoluto a sorvolare con un piccolo aereo senza radio, dotato appena di una bussola, la Foresta Amazzonica. Incidentalmente, è stata anche la prima donna al mondo a paracadutarsi da un elicottero (e poi ci deve aver preso gusto, perché ha realizzato 105 lanci).

E’ morta di cancro, a 76 anni. La rivista ipotizzava che si fosse ammalata a causa di un’impresa a cui aveva partecipato nel 1948, mettendo a disposizione del suo lavoro “normale” le competenze inusuali di pilota: aveva salvato le piantagioni di caffè dall’attacco di tarli, spargendo pesticidi da un aereo.

Mi sono stupita che di una donna così notevole, per giunta di origine italiana, non avessi mai sentito parlare prima. Grazie dunque alla Tap per avere offerto tanto materiale alle mie fantasticherie future.

Viziatemi


Del poco che ho visto (e sentito) di Lisbona vi parlerò un’altra volta. Stasera volevo condividere il bizzarro pensiero che mi ha colto ieri, percorrendo il vialetto condominiale con una pesante busta del duty free e una valigia rossa. Credo che nascesse da una sorta di principio di recriminazione. Ero stanca, molto stanca e, come sempre, non mi era neanche sfiorato il pensiero di chiedere a qualcuno di venirmi a prendere a Fiumicino.  Forse non volevo sentirmi rispondere un no. Forse, semplicemente, sono il tipo di donna che prende il trenino da sola, anche di sera.

Che c’entra l’essere donna? Mah, secondo me un po’ c’entra. O quantomeno c’entrava nei miei pensieri di ieri. Vi risparmio tutti i passaggi in cui ho ripercorso tutte le gentilezze, gli atti di cavalleria e financo i regali e le sorprese più clamorose della mia intera carriera. Il tutto è durato la lunghezza di un vialetto condominiale, per cui regolatevi. Aprendo il portone mi sono detta che tutte quelle cose mirabolanti che avevo rievocato le avevo in realtà scontate ampiamente, fino all’ultimo istante del weekend a sorpresa a Londra, per intenderci. Oggi guardo il conto, per dir così, in parità e credo che mi vada bene così.

Salendo l’ultima rampa di scale però mi sono detta che forse non sarò più viziata da un uomo, ma certamente negli ultimi anni mi hanno viziato gli amici e le amiche. La prima immagine che mi è venuta in mente è stata una Sacher torte cucinata per il mio compleanno e, a seguire, un concerto a San Siro. Quindi questa sera colgo l’occasione per ringraziarvi tutti (molti in effetti leggono questo blog, che è stata una via per trovarci e ritrovarci) e per dirvi che adoro essere viziata. Fatelo ancora.

Distanze


Sono giorni impegnativi. Giorni in cui misuro la distanza tra me, noi e il “sentire comune”. La commozione e l’emozione è di tutti gli uonini. La differenza sta nelle frasi che seguono immediatamente. Io non credo di essere migliore. Ho solo avuto l’occasione di rendermi conto in prima persona di quanto sia opportuno chiudere la bocca prima di pronunciare frasi qualunquiste che, ben lungi dall’essere innocue chiacchiere da bar, suonano come bestemmie alle orecchie di chi, purtroppo per lui/lei, sa di cosa si parla.
Qualche esempio? Non fatemi fare cataloghi. Ci sono quelli che preferiscono “aiutarli a casa loro” (con annessa stantia immagine: non dare il pesce, ma ineegnare a pescare). Peccato che quale sia questa “casa loro” e quanto noi già contribuiamo a renderla inabitabile questi potenziali cooperanti a parole non lo sanno e non vogliono saperlo.
Ci sono poi gli economisti. Quelli che suggeriscono che se “i giovani italiani” fossero più disposti a pulire culi di anziani e bambini, “questi qui” smetterebbero di arrivare. Perché questi qui sono un po’ fessi, poverini. Abbagliati dall’immagine di benessere trasmessa dalla nostra tv commerciale (notoriamente vista in tutto il globo) non capiscono che non vale la pena di rischiare la vita per accaparrarsi i lavori che gli italiani non vogliono fare. Qualcuno dovrebbe spiegarglielo che l’Italia non è il Paese di Bengodi, però a parole semplici, perché altrimenti non capiscono.
Potrei continuare. Meglio di no. Mi ha fatto male sentire/leggere questo tipo di discorsi fatti propri da amici e conoscenti. Allo stesso modo mi ha ferito vedere che sono state relativamente poche le persone che conosco che hanno vissuto intensamente il lutto di questi giorni.
Questo post però l’ho scritto per chi mi ha manifestato vicinanza. Per chi mi ha fatto sentire meno sola e meno marziana. Per chi era lì, venerdì mattina al Centro Astalli. Per chi era con noi venerdì sera al Campidoglio, fisicamente o in spirito. Per i colleghi con cui è sufficiente scambiarsi un’occhiata o un sospiro. Per i nuovi amici che mi fanno pensare che in questi anni mi hanno ascoltato con attenzione e non per cortesia. Per chi anche si offre di fare qualcosa di concreto per cambiare qualcosa,  a partire dal proprio piccolo.
Oggi a uno spettacolo di improvvisazione teatrale a Testaccio, l’attore si divertiva a provocare gli adulti tra il pubblico facendo gridare “rivoluzione! “. Davvero facevamo fatica, ridacchiavamo imbarazzati. Invece davvero questo serve. Una rivoluzione quotidiana. Grazie quindi a chi mi ha dimostrato con un cenno di non essere troppo distante.

Almeno stavolta


Probabilmente saprete che oggi il mare d’Italia è pieno di cadaveri. Che a Lampedusa non sanno più, fisicamente, dove riporli. Oggi si è consumata una tragedia di proporzioni tali da costituire un’ottima occasione per farci capire che così non si può andare avanti. Mi dispiace dover citare continuamente Papa Francesco, ma è suo l’unico commento che mi sento di condividere del tutto: “Che vergogna”.

Non parliamo di catastrofi naturali, di malattie incurabili, di tragiche fatalità. Parliamo di precise politiche, nazionali, europee e mondiali, che non considerano le persone una priorità. Vale per l’immigrazione, ma anche per tante altre scelte politiche che riguardano noi, i nostri figli e milioni di altri genitori e figli come noi. Sono scelte che attivamente concorrono alla morte di centinaia di migliaia di persone per il profitto di alcuni privilegiati. Ne siamo responsabili, ciascuno al suo livello. Noi siamo gli elettori dei governi che fanno questo. I nostri Parlamenti votano distrattamente le misure che uccidono uomini, donne e bambini. E poi si animano dibattendo per giorni e giorni di meschinità imbarazzanti.

Si piange, ed è giusto. Ma piangere non basta.

Ho un sogno. Che almeno stavolta, quando la settimana prossima a Roma si organizzerà un momento di memoria di questi fatti terribili, ci sia un’adesione straordinaria. Che tanti ritengano fondamentale cancellare impegni presi per esserci fisicamente in tanti, in tantissimi. Per dire che siamo cittadini di Europa e vogliamo smettere di essere assassini.