Intermezzo influenzale


Sarà la febbre che non mi scende e lo stomaco che si spappola a furia di Tachipirina 1000. Sarà la frustrazione di aver dovuto rinunciare, una ad una, a ben tre cose che facevo volentieri. Sarà lo sconforto della madre che si va convincendo che da questa maledettissima influenza non usciremo mai. Insomma, non la faccio lunga, ma oggi sono proprio negativa.

E, come sempre avviene in questi casi, il pensiero corre alle cose, recenti e antiche, di cui non vado affatto fiera. Oggi davvero non mi sento di ballare. Anzi, vi dirò. Guardo il flash mob di S. Francisco e non ce la faccio neanche da lontano a immedesimarmi. Ma il tema, attenzione, è importante. Importantissimo.

Ieri stavo per scrivere qualcosa sulla mia personale esperienza, poi per fortuna non l’ho fatto. Ho letto cose scritte magistralmente da altri e mi sono censurata. Vi basti solo, a mo’ di chiosa al bel post di Chiara, che non succede mica solo a quelle carine come lei. Mica solo alle ragazzine popolari alle medie. Anzi. Se non sei nemmeno questo granché, ci si aspetta doppiamente che le avances siano accolte con gratitudine. L’umiliazione è doppia.

Poi leggo le paure di Silvietta e mi dico che nonostante tutto non le condivido. Da un lato mi auguro che Meryem sa ragazzina e da adolescente sia molto diversa da sua madre. Dall’altro spero che aver così tanto sofferto e sbagliato, come donna, mi aiuti ad accettarla sempre per la creatura meravigliosa che è.

Una cosa nuova


Confesso che le dimissioni di papa Ratzinger mi hanno colpito. Vista l’immensa risonanza mediatica della notizia, sarebbe inutile aggiungere il mio postarello, se non fosse per un motivo, squisitamente personale: voglio fissare questo momento e anche aggiungere un paio di commenti, nell’immenso bailamme mediatico che si sta inevitabilmente generando.

Non sono mai stata una fan sfegatata di questo Pontefice e non ne ho mai fatto mistero, anche di recente su questo blog. Non essendo neanche morto, trovo fuori luogo le glorificazioni a posteriori. Trovo però altrettanto fuori luogo alcuni commenti che leggo in queste ore sui social network. La battuta di spirito ci sta, ci mancherebbe. Alcune erano molto divertenti, peraltro. Ma mi pare puerile ridurre tutto a “chi aveva bisogno di uno così?”.

La Chiesa Cattolica Romana è una grande istituzione della storia dell’Occidente. Dico grande in senso di “rilevante”, evidentemente, senza valutazioni morali o religiose di sorta. Una istituzione proverbialmente restia al cambiamento, anche minimo. Registro dunque con interesse la posizione, già espressa da Benedetto XVI in un libro intervista, sulla legittimità e anzi doverosità delle dimissioni del Papa. Non sappiamo granché, ad oggi, delle motivazioni. Se ci siano o no oscure trame dietro questa scelta. Per oggi vorrei credere di no e pensare che il cambiamento e la trasformazione di questo mondo possa trovare spazio proprio dove uno meno se la aspetterebbe.

Aggiungerei che la modalità del gesto richiama fortemente alla dimensione del servizio, più che a quella (solitamente fin troppo presente in quel contesto) del potere e dell’autorità. Se il Papa non serve più come dovrebbe, si dimette. Il messaggio mi pare importante e pertinente, assai pertinente, anche per la politica.

Senza dunque recedere dalle molte critiche che, da credente (ogni tanto mi pare il caso di precisarlo: ancora ieri qualcuno mi confessava di non aver ben capito se io sia atea o cosa) e da cittadina, formulerei anche oggi nei confronti della Chiesa Cattolica Romana, mi pare giusto che la notizia di oggi non sia sminuita, né drammatizzata. E’ una cosa nuova. Anche la conferenza stampa di padre Lombardi, che ha seguito l’annuncio, è certamente esempio di uno stile di comunicazione più serio e trasparente, probabilmente più credibile, rispetto alle pietose “influenze del Papa” a cui tanto eravamo avvezzi durante il Pontificato precedente.

Altro mi pare prematuro e inutile aggiungere.

Non mi sono dimenticata


Avevo un giveaway in sospeso con voi. Quello delle piccole sfighe del 2012. Fino a oggi non avevo trovato il tempo di pensare seriamente alla cosa, anche perché il 31 siamo stati tutti impegnati con “Liberiamo una ricetta” e poi il tempo è volato. Ma ecco un bel weekend che si presta perfettamente all’estrazione. Tappati in casa per febbre di Meryem da cinque giorni, feste di Carnevale saltate, noia alle stelle, tempo fuori splendido… Un cavallo di battaglia della sfiga familiare.

Mi sono scaricata un programmino apposito, che si chiama “The Hat”. Mi pareva molto più adatto di strumenti più professionali, tipo Randomizer. Questo ha anche il disegnino del cappello da cui si estrae il bigliettino e il rullo di tamburi. Un po’ di coreografia ci vuole.

Il risultato, non so se si vede, è che vince il premio scaramantico per il 2013 l’ineffabile Lanterna. Mi sembra molto adatto, non solo perché i pidocchi enormi alla chiusura delle farmacie sono un classico di valenza universale, molto più degli incidenti automobilistici o di qualunque altra piccola sventura quotidiana. Quel che mi colpisce soprattutto è che, abitando in città diverse e relativamente lontane, giusto la scorsa settimana ci siamo viste due volte e, se avessi fatto il mio dovere nei tempi giusti, il premio avrei potuto consegnarglielo a mano, senza fila alla posta. Se non è sfiga questa…

hat2

Il meno peggio (sempre peggio è)


Ancora una riunione, ancora una presentazione di una scuola nuova e noto con un filo di preoccupazione che ormai sono completamente in balia dello scetticismo e del disincanto. Due ore di religione e un’ora di inglese a settimana (e, forse, un’ora di ginnastica, ma la palestra è in comune con altri istituti e non sempre disponibile). Per le uscite, una volta sì, ora chissà. Si fa quel che si può. La continuità didattica è un ideale a cui tendere. Il primo step è ottenere che la scuola abbia dei recapiti telefonici effettivi. Sapete com’è, ci hanno accorpato. Questo, più che un istituto comprensivo, è un conglomerato eterogeneo di scuole, di edifici, di persone. Un giorno, magari, troveremo anche un senso. Oggi, sinceramente, si fa fatica.

La presentazione è abbastanza onesta, il pubblico si scalda sulle solite questioni, che non sono comunque all’ordine del giorno: l’insegnamento della religione (quantità e contenuti), l’alternativa (organizzata, come si può, caso per caso e anno per anno), l’insegnamento abbastanza improvvisato della lingua straniera, compiti sì compiti no, il partito del modulo contro il partito del tempo pieno. L’informatica come metodologia, solo per chi la sceglie e se la sostiene tutto da solo.

Io mantengo un certo distacco. Mi sono rassegnata. Religione per due ore a settimana sarà. Inglese, evidentemente, non sarà (e toccherà trovare qualche alternativa). Maestre di ruolo, chissà. Che altro posso inventarmi? L’entusiasmo eroico della prima infanzia di Meryem, quando sarei stata (in teoria) disposta a lanciarmi in nidi all’avanguardia alle pendici del Gianicolo, sembra più lontano che mai. Per fortuna non ci hanno mai preso, in quei luoghi meravigliosi. A stento sono sopravvissuta così, ottimizzando orari e spostamenti e convivendo con l’ansia perenne di fare tardi, di non riuscire, di non potere.

Soprattutto mi sono convinta dell’inutilità di ogni sforzo. Alla fine, dovunque mi volti, l’incertezza regna sovrana. Ammiro chi riesce a fare scelte convinte, consapevoli. Io da tempo mi sono persa dietro le chiacchiere incrociate del “dicono che” e ho alzato bandiera bianca. Facciamo che sono diventata fatalista. La mia anima razionale ha avuto solo un sussulto, quando ci è stato spiegato che la valutazione è in voti, in decimi “e ovviamente si parte da 6”. Perché ovviamente? “Ma ti pare che non si mette almeno sei? A un bambino di prima elementare?”, rincalza una mamma seduta accanto a me. Beh, ma la scala della valutazione è importante. Se parti da 6, 7 è un voto di cui preoccuparsi. Poi ritorno sulla terra. E non obietto nulla, mi limito a annuire distrattamente.

Sarà la stanchezza. Sarà che ogni volta che malauguratamente si ha bisogno di un servizio qualsiasi, è uno stillicidio di tentativi andati a vuoto e di rimandi infiniti. Mi sono fatta rifare due impegnative per visite specialistiche per Meryem: da settembre non sono riuscita a prenotarle. Il CUP non disponibile, il servizio non attivo, ma forse lì è meglio di no, aspetta che ti consiglio io. E poi si ricomincia il giro. Mi hanno clonato il bancomat, devo farmi rimborsare 250 euro. La carta è stato facile bloccarla, ma tutti gli altri numerosi passaggi sono faticosissimi. La denuncia oggi no, c’è un fermato. In banca c’è l’assemblea sindacale. La funzionaria si deve operare e la collega non conosce la pratica. Magari è meglio aspettare. “Tanto la cosa importante è bloccare la carta”, mi fa il poliziotto, per la terza volta in una settimana. Sì, ok. Ma prima o poi mi piacerebbe anche rivedere i miei soldi. La pediatra, dopo lunghi agguati telefonici, di fatto mi rimbalza. E’ una febbre virale, aspettiamo, passerà, vedrà che scende, ci risentiamo lunedì.

Non c’è niente di davvero tragico, in tutto ciò, ma giorno per giorno mi monta una strisciante esasperazione che mi corrode, dalle fondamenta, ogni fiducia. Non è bello. E, oserei dire, con questa stessa sensazione guardo l’avvicinarsi della data delle elezioni. Andrò a votare come sono andata al cosiddetto open day delle elementari, certa che non c’è nulla di cui entusiasmarsi. “La situazione sui territori è al collasso“, scrivono oggi ANCI, UPPI e Conferenza delle Regioni e Province Autonome. Si parla dell’Emergenza Nord Africa, ma vale per molte, troppe altre cose.

Non mi piace accontentarmi del meno peggio. Ma ho momentaneamente smarrito gli elementi utili a scegliere le mie battaglie. Quindi per ora non combatto e aspetto umori migliori.

Pozzanghere


Arrivando in ufficio, oggi, ho scattato distrattamente questa foto. Più la guardo e più mi ci ritrovo. Già una volta, anni fa, ho scritto su questo blog che lo scoraggiamento assomiglia a quando ti si bagnano le scarpe e l’umidità inizia a risalirti attraverso le ossa. Per quanto tu ti copra, il danno è fatto. Stamattina già me la sentivo, quell’umidità metaforica nelle ossa. E gli eventi della giornata, inclusi i piccoli e simpatici virus di stagione, non hanno fatto che acuire quella sensazione.

Nessuno è mai morto per aver messo il piede in una pozzanghera, ne sono consapevole. Adesso mi ficco in un bagno caldo reale, aromatizzato con un campioncino che mi ricorda l’intenso ma soddisfacente weekend appena trascorso. Però continuo ad avere un gran bisogno di un bagno caldo metaforico, di un paio di calzini che mi coccolino i piedi nelle mattine di pioggia e possibilmente, prima o poi, di un bel paio di stivali robusti che mi corazzino meglio dall’umidità dell’anima.

555


Fatico più del solito a raccontarvi questa storia. Si potrebbe partire da una barca, carica fino all’inverosimile. Il solito barcone in viaggio dalla Libia a Lampedusa. Si potrebbe cominciare da prima, da un Paese, il Niger, di cui non so praticamente nulla. Come pure nulla so di quelli che M. definisce, laconico, “problemi”. Problemi tali che lo hanno costretto a partire per non tornare mai più, lasciandosi alle spalle un pezzo di se stesso, la sua famiglia, di cui da allora (6 anni e mezzo) non ha più notizie. Ma si potrebbe anche partire da due giovani che fino a 15 mesi fa non avevano quasi nulla in comune. A. viene dalla Somalia, è spigliato e disinvolto, ha la mimica di un attore professionista e anche lui è fuggito senza guardarsi indietro. M. invece è composto, ha occhi profondi e pensosi, un atteggiamento riservato e un sorriso raro ma luminoso. Da 15 mesi il destino li ha uniti. “Noi due, una barca”.

Che domande stupide che facciamo noi, quando l’imbarazzo ci rende tecnici. “Quante persone viaggiavano in quel barcone?”. M. ci guarda con una certa incredulità. Non le ha contate, ci dice. Tante, troppe. Tutte pigiate sul fondo, senza poter respirare. C’erano degli uomini che battevano con dei bastoni chi cercava di salire a prendere aria. Il suo amico, partito con lui dal Niger, è morto così. Soffocato, accanto a lui. Poi qualcuno lo ha aiutato a tirarsi su e a respirare quell’ossigeno che fa la differenza tra la vita e la morte. M. a Lampedusa ci è arrivato. Su quella stessa barca viaggiava A., ma si incontreranno solo dopo, quando tutti i sopravvissuti a quella traversata saranno trasferiti, con una nave militare, da Lampedusa a un centro a Civitavecchia.

E qui inizia la parte della storia che mi fa davvero indignare. E’ sempre la stessa storia, che raccontavo qui e qui. Però applicata a M. e A. forse è di più immediata comprensione, nella sua crudezza. I due, prima da richiedenti asilo e poi da rifugiati, sono stati parcheggiati prima 3 mesi a Civitavecchia e poi, a seguire, in un analogo casermone alla periferia di Roma, dove potranno stare fino al prossimo marzo. Fortunati, direte voi. Almeno non sono finiti per strada. Non sono morti carbonizzati in un sottopassaggio, come è toccato a due rifugiati somali qualche giorno fa. Insomma, dico io. Perché si dà il caso che in tutti questi mesi (circa 15) i nostri amici non abbiamo potuto fare altro che mangiare, dormire e passare il tempo ammassati in una sala comune. Ma come?, abbiamo chiesto noi. E l’orientamento legale? Lo screening medico?Il supporto psicologico? E, più prosaicamente: i corsi di lingua? Le informazioni minime per orientarsi in un Paese in cui sono destinati a restare a tempo indeterminato?

A. mi guarda, sorride, poi prende un foglietto. Scrive un numero: 5 -5- 5. “Loro sono 3, ragazzi. Gentili, eh? Ma noi siamo 555. Che vuoi che facciano?”. M. e A. un corso di italiano, quello del Centro Astalli, se lo sono trovato da soli, alla fine dello scorso ottobre. Ne hanno sentito parlare da un ragazzo del Mali, a Stazione Termini. Arrivare è un viaggio (si parla di ore), loro non hanno neanche il biglietto dell’autobus. Ma da allora, dal lunedì al venerdì, tutti i giorni vengono a lezione per un’ora e mezza. Non mancano mai e i risultati, anche in così poco tempo (la scuola è stata anche chiusa per la vacanze di Natale) si vedono eccome.

Ma io sono sempre indignata. Perché? Intanto perché 555 moltiplicato per la diaria che viene corrisposta all’ente gestore del centro in questione è una bella cifra, che si suppone che sia stata spesa per mettere queste persone nella possibilità concreta di essere autonome sul territorio alla fine di marzo (è stata concessa un’ultima proroga rispetto alla scadenza del 31 dicembre perché fa freddo e allo stato attuale tutti i rifugiati sono destinati a finire sotto i ponti, letteralmente). La scuola che oggi frequentano è del Centro Astalli e non riceve alcun finanziamento: si basa sull’impegno dei volontari e sulle (relativamente poche) risorse che l’associazione investe per il tutor, l’affitto delle aule e la cancelleria. Pensate a che spreco di soldi: enti vengono lautamente pagati per offrire tutti i servizi necessari e si limitano a creare casermoni dormitorio, disattendendo a tutti i loro obblighi. Ma la cosa più grave, più ancora dell’uso dissennato di fondi pubblici in questo tempo di crisi, è il torto spaventoso fatto a M., a A. e a tutte le migliaia di persone come loro. Sono giovani, desiderosi di imparare, di lavorare, di impegnarsi. E fino a questo corso di italiano trovato per caso nessuno in Italia aveva dato loro mezza possibilità.

Anche così non basta, evidentemente. “Cosa farete quando dovrete lasciare il centro?”. M. e A. ci guardano per qualche istante in silenzio. E’ stato qui che il mio collega ha provato a domandare se tornare al Paese, o il Libia dove lavoravano, non sarebbe in qualche modo preferibile. M., con poche parole, spiega che l’alternativa non esiste. “Qui non ho paura”. In Libia aveva soldi, ma viveva nell’incubo quotidiano di essere imprigionato e rimandato in Niger, il che per lui equivale a una condanna a morte. M. ha ottenuto lo status di rifugiato dall’Italia perché ha bisogno di protezione. Indietro non si torna. E dunque? “Speriamo andrà bene. Inshallah. Io posso lavorare. Solo mi manca la lingua. Ma ora impariamo. Inshallah”. E ci sarebbe anche una gamba da curare, visto che qui nessuno ancora ha ancora risolto la cosa (non ho osato chiedere se ci è andato, da un medico). Ma per M. questi, rispetto alla possibilità di vivere, sono ancora dettagli. “Però…. la mia famiglia. Mi manca la mia famiglia.  Quando non ho niente da fare penso. Penso troppo”.

Di storie come questa, per lavoro, ne sento molte. Eppure ogni volta è diverso. Questa per me è più difficile da digerire. Specialmente perché sento i pochi che hanno responsabilità diretta di questi sperperi immorali insinuare anche che “certe popolazioni, si sa, non hanno voglia di integrarsi, non lavorano, sono tutti alcolizzati”. Immaginate vostro figlio, di 19 o 20 anni, in tutte le fasi della vicenda che vi ho descritto. E poi mangiatevi il fegato, come faccio io oggi.

Babele


“Qui non ho paura”. Tante volte mi capita di cercare di rispondere alla domanda: “Che vuol dire protezione internazionale?”. Eppure, a pensarci bene, è così semplice. Siamo seduti in una classe della scuola di italiano del Centro Astalli, dopo la fine delle lezioni. M. è un giovane uomo del Niger e ha accettato di rilasciare un’intervista sulla sua esperienza di “accoglienza” (le virgolette sono indispensabili) in Italia. Mi mancava, l’atmosfera della scuola. Mi mancava soprattutto quel clima di creatività linguistica che inizialmente ha sconcertato gli intervistatori ufficiali, due colleghi del JRS internazionale.

Avete presente quelle vecchie barzellette che iniziavano con “Ci sono un italiano, un francese…”? Beh, nel nostro caso eravamo un’italiana, un irlandese, una statunitense e un cittadino del Niger (come si dice?). Le informazioni in nostro possesso lo davano per – sia pur non perfettamente – francofono. Eravamo dunque pronti a sfoderare i nostri skills linguistici in tal senso (pochi, ma comunque esistenti). Ipotizzavamo una traduzione francese-inglese, con il supporto di un po’ di italiano-inglese alla bisogna. Però M., con il più largo dei suoi sorrisi, ci ha confessato che lui, il francese, lo sa più o meno come l’italiano che ha iniziato a studiare a novembre. Cioè, quasi per niente. La nostra efficiente pianificazione franava come un castello di carte. Ma niente paura, ci fa capire lui. Ho un amico che ci aiuta. Il mio amico A., che mi aspetta qui fuori. “Anche lui del Niger? E parla italiano?”, faccio io speranzosa. Viene fuori che l’amico è somalo e parla arabo.

Leggo del comprensibile sconcerto sulla faccia dei miei colleghi. E invece è vero, funziona. M. ha vissuto quattro anni in Libia, quindi parla arabo meglio di qualunque altra lingua veicolare. L’amico A. un po’ di inglese lo parla, lo mischia a tutto l’italiano che nel frattempo ha imparato e compensa le piccole lacune che restano con una mimica di tutto rispetto. Certo, è necessaria una piccola traduzione da inglese “vero” a inglese migrante. Ma a questa posso pensare io. L’amico A., alla prima domanda della collega americana, lo esplicita efficacemente: “You speak like British!”, protesta indignato. Come dire: così non vale! Ma ci arriviamo, ci arriviamo.

Ci arriviamo tanto che viene fuori una storia che ancora oggi, a due giorni abbondanti di distanza, non smette di risuonarmi in testa. Una storia tragica per molti versi, che racconta meglio di tante argomentazioni teoriche il disastro che è stato combinato dal nostro Paese nell’ultimo anno e mezzo rispetto alla cosiddetta emergenza Nord Africa. Ma anche una storia bellissima, di amicizia e di fiducia. La prossima volta dovrò proprio raccontarvela.

Liberiamo una ricetta: le ricette dei ritardatari


Questa giornata straordinaria continua. Chissà se un giorno riusciremo a raccontarvela in tutti i suoi risvolti…. Inizio con una piccola riparazione: siccome alcune ricette del post precedente forse non hanno avuto la visibilità che meritavano, approfitto di un’altra ricetta, appena arrivata da Deborah, per ricordare che qui trovate anche il pollo della domenica di Maria Teresa e i “poacia” (panini turchi) di Silvia.

Ma ora, un bel dessert rinfrescante! La cucina a Deborah.

Ciao ecco la mia ricetta, ormai diventata di uso comune nella mia cucina, anche se mutuata dalla mia raccolta di ricette prese qua e là:

GHIACCIOLI di frutta
ingredienti:
250 g di fragole o altra frutta
100 g zucchero a velo
1 uovo
300 gr di yogurt bianco
8-9 bicchierini da caffè di plastica
e altrettante palette di plastica da caffè

Frullare metà della frutta con metà dello zucchero a velo. A parte sbattere un uovo con il resto dello zucchero, unire lo yogurt e mescolare metà circa di questo composto con il frullato di fragole; l’altra metà invece unirla alle restanti fragole. Tagliuzzate in piccoli pezzi.
A questo punto avremo due composti: yogurt e frullato e yogurt con fragole a pezzi.
Prendere i bicchierini da caffè e riempirli per un terzo del composto rosso e mettere in freezer per farli solidificare un po’. Dopo mezz’ora riempirli con il restante composto e rimetterli in freezer fino a definitivo congelamento. Voila il gioco è fatto!
Buon appetito.

“Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web”.

Magari altri si uniranno nei prossimi giorni…. Intanto ci vorrà una vita a provarle tutte!

Liberiamo una ricetta: il menù delle sette delizie


Io oggi sono a cucinare in ufficio. Ma questo non mi impedisce di lasciare fiduciosa la mia cucina virtuale ai miei amici! Anzi, alle mie amiche.

Iniziamo con Alessandra. Segni particolari: archeologa, guida per grandi e bambini, amica storica. Benvenuta!

Ho imparato a cucinare da mia nonna, ‘Za Dea in collacciano, ovvero il dialetto che si parla nel suo paese natio, Colle San Magno in piena Ciociaria. Il nome molto poetico di mia nonna materna era in realtà Dorotea, dono di Dio, niente di meno!

E’ stato guardando Nonna Dea cucinare, lasciandosi avvolgere dai profumi della sua cucina (e anche di mia madre, naturalmente, ma i ricordi da bambina associano la cucina soprattutto alla nonna, va’ a capì) che mi è venuta voglia di provare, anzi di sperimentare, perché ricordo che le prime cose che tentavo di cucinare erano ricette che non avevo imparato da lei, che non facevano parte del repertorio casalingo. Ricordo torte fatte con le amichette del cuore dell’epoca, che nonna proprio non faceva! Lei faceva sempre e solo due o tre torte in momenti particolari dell’anno, per le feste. Ma in gioventù penso avesse sperimentato anche lei, soprattutto la cucina romanesca e dell’Italia centrale, con cui crebbe ben 9 figli.
La ricetta che libero è pertanto un tributo alle mie origini ciociare, al ricordo di una nonna casalinga forte e un po’ invadente, classe 1897. Con la quale nel bene e nel male ho condiviso la camera fino ai miei 16 o 17 anni.
Nonna cucinava tanto e molto bene. Ricordo che, proprio a Colle San Magno, mi preparò le sue ultime fettuccine con la pasta stesa col mattarello. Aveva probabilmente 90 anni. Ho sempre creduto che nonna Dea cucinasse per abitudine e che per lei sbrigare le faccende domestiche rientrasse nei doveri di una buona moglie e di un’amorevole madre. Non so se avesse mai avuto idea (o quanto l’avrebbe fatta sua) che una donna potesse realizzarsi anche senza figli, un marito e qualcuno da accudire.
Qualsiasi cosa abbia mai pensato quando si metteva ai fornelli ormai non mi importa più. So però le sue fettuccine a cosa mi faranno sempre pensare. A Tutto in un punto, un racconto delle Cosmicomiche di Calvino.
Qualora vogliate (ri)leggerlo, lo trovate qui.
Come la signora Ph(i)Nko oggi impasto il ganascione, più noto come canascione o canscion. Si tratta di una pizza ripiena tipica della Ciociaria e della Campania settentrionale, generalmente ripiena di salsiccia, formaggio e prosciutto, ma che io conosco soltanto in versione vegetale.
Il ganascione accompagna molti miei ricordi di infanzia. Anche se non so cosa significhi il nome del piatto (aspetto delucidazioni dalla pro loco collacciana), mi piace associare il suo nome all’idea di ridere di gusto, allo sganasciarsi dalle risate. Le risate che si formano attorno ad una tavola imbandita per gli altri, quelli che si amano e quelli che si accolgono. Come la signora Ph(i)Nko.
Si stava così bene tutti insieme, cosí bene, che qualcosa di straordinario doveva pur accadere. Bastò che a un certo momento lei dicesse: Ragazzi, avessi un po’ di spazio, come mi piacerebbe farvi le tagliatelle!

Pizza ripiena o Ganascione di Nonna Dea
Ingredienti, per 6-8 persone
(il numero di persone sazie varia in base alla fame, alla gola, all’intimità del convivio e alle diverse usanze culturali)
Per la pasta di pane: 1 kg di farina 00; 1 panetto di lievito di birra, che sono 25 gr circa, acqua tiepida 500 o 600 ml circa, sale q.b.
Per il ripieno: 1 kg di zucchine, un bel mazzo di scarola, olive nere tipo Gaeta, aglio, olio di oliva e peperoncino.

Mettere la farina a fontana, salare e inserire al centro l’acqua tiepida in cui si sarà fatto sciogliere il lievito di birra. Impastare fino a che non sarà liscio e morbido. Riporlo in un contenitore e farlo lievitare per almeno un paio di ore in luogo asciutto, il volume dell’impasto deve almeno raddoppiare.
Nel frattempo lavare e tagliare zucchine e scarola in piccoli pezzi. Salarli e lasciare che perdano acqua in uno scolapasta. Quando le verdure avranno perso acqua, strizzatele con le mani in modo da far scolare bene l’acqua e mescolatele alle olive, che avrete precedentemente denocciolato, e condite l’insieme con peperoncino, aglio sminuzzato e olio d’oliva.foto 1 Quando l’impasto sarà lievitato a sufficienza, dividetelo in due parti, prendetene una e stendetela fino a raggiungere uno spessore di circa 1,5cm con cui farete la base da disporre in una teglia precedentemente oliata. Io ho usato una teglia rotonda, la forma e lo spessore della pasta dipende dai vostri gusti. Nel frattempo accendete il forno e portatelo ad una temperatura di circa 250°.
A questo punto sarà necessario ricoprire la base della pizza con le verdure condite, messe a crudo.

Poi con il rimanente impasto si stenderà una sfoglia con cui coprire la pizza, facendo attenzione a chiudere bene i bordi. La superficie della pizza deve essere bucherellata con una forchetta e cosparsa di olio di oliva. Ora è pronta per essere infornata ad una temperatura di 230-250° per almeno 40 minuti, fino a che la superficie esterna non si sarà dorata. Si mangia fredda e il giorno dopo è ancora più buona.

foto 2
“Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web”.

Si continua sul tema torte rustiche con Caterina. Compagna di studi e di (s)venture accademiche, esperta di un sacco di cose astruse (più di me), corista di livello.

Empanada de bonito (focaccia di tonno)

Questa focaccia ripiena è una ricetta spagnola molto popolare. Senza di essa non c’è festa. Be’, neanche senza frittata di patate, olive, sangria, insalata russa, prosciutto e ovviamente stecchini! Ma non mi andava di mettere la ricetta degli stecchini, e quella del prosciutto non la conosco. L’unica variazione che mi permetto è l’uso della classica pasta per pizza (che si può anche comprare già fatta) al posto della 

pasta della ricetta originale, che si chiama oblea, o della più calorica pasta sfoglia. Ideale per portare un contributo a un convito ovvero, come si dice a Roma, per “bussare co’ li piedi”. Ha avuto l’onore di essere presente alla “gita social” promossa da Chiara Peri lo scorso settembre. [Vero, verissimo. Ancora ci lecchiamo i baffi. Nota dell’ospite].

Ingredienti

Per la pasta:
Farina 400 grammi
Acqua calda
Un cucchiaino scarso di sale
Lievito di birra 20 grammi (poco meno di un cubetto)

Per il ripieno:
Tonno sott’olio sgocciolato 200 grammi (due scatolette grandi)
Cipolla media o scalogno grande
Poco olio d’oliva
Passata o polpa di pomodoro 200 grammi
(facoltativo) Acciughe salate o sottolio

2012_02_12 Empanada casera 006Preparate una pasta piuttosto morbida con farina, acqua calda, sale e lievito di birra e mettetela a lievitare coperta in un luogo tiepido, lontano dalle correnti d’aria, per un paio d’ore. Se non avete tempo / voglia / lievito potete usare il lievito artificiale per pizza (una bustina). In questo caso abbiate l’accortezza di aggiungere uno o due cucchiai d’olio alla pasta, che riempirete subito col ripieno già preparato. Preparate il ripieno facendo appassire la cipolla tagliata sottile in un po’ d’olio. Aggiungete il pomodoro e poco sale, fate cuocere e addensare bene. Aggiungete il tonno sminuzzato a fine cottura. Aggiustate di sale oppure (se preferite, io preferisco) aggiungete due o tre alici sotto sale ben lavate e sminuzzate (se sono sott’olio non occorre lavarle). Sgonfiate la pasta lievitata e dividetela in due parti, di cui una leggermente più grande. Tirate sottile col mattarello la parte più grande per fare la base, che dovrà avere un’area piuttosto abbondante. Mettetela in una teglia unta d’olio. Spargete il ripieno lasciando un piccolo contorno libero. Tirate l’altra parte di pasta e coprite bene il ripieno, ripiegando i lembi della sfoglia sottostante e pigiando bene per richiuderli. Se si usa pasta lievitata col lievito di birra, far aspettare la creatura in luogo tiepido un’altra mezz’oretta. Altrimenti, infornare subito a forno caldo. Per un tocco ulteriore di raffinatezza e morbidezza, si può pennellare delicatamente la superficie con un tuorlo d’uovo. Si mangia tiepida o fredda, tagliata a quadretti, ma soprattutto si mangia tempestivamente prima che gli altri invitati la finiscano tutta. 

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

Dopo due torte rustiche, ci sta bene una bella vellutata di verdura. Ce la cucina Serena, mia compagna di classe delle medie, felicemente “riacchiappata” grazie ai social network, anche se oggi non vive più a Roma. Le passo i fornelli.

Zucca in crema
per 4 persone: 600 gr di zucca, 1 grossa patata farinosa, 1 piccolo cespo di radicchio, 50 gr di parmigiano grattugiato, 2 cucchiai di olio extra vergine, 1 noce di burro, 1 cipolla, noce moscata, dadini di pane tostato, prezzemolo, sale e pepe q.b.

Mondate la zucca e tagliatela a dadini. Sbucciate la patata e lavatela. Mondate anche il radicchio e tagliuzzatelo a striscioline sottili.
Scaldate l’olio in un tegame e fatevi appassire la cipolla tritata. Unite i dadini di zucca, salate e pepate, aggiungete la noce moscata e lasciate insaporire per 5-6 minuti. Bagnate con un litro abbondante di acqua, aggiungete la patata intera e lasciate cuocere per circa 30 minuti. Togliete la pentola dal fuoco e frullate con il minipimer fino ad ottenere una crema liscia, rimettete sul fuoco e, quando la crema alza il bollore, unite il radicchio e il burro e fate cuocere ancora 2-3 minuti. Spolverizzate con il prezzemolo tritato e servite con il formaggio grattugiato ed i dadini di pane tostato.

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

E adesso arriva Marielou e si passa ai piatti forti! Marielou è olandese, sia pure in Italia da  alcuni decenni e la sua cucina tra noi amici è leggendaria, specialmente perché spazia dalle specialità thailandese e quelle somale, passando per tutta l’Europa.

Crêpes ripene
La ricetta è per 6 persone.
Fare delle crêpes con un impasto di 200 g. di farina, 2 uova , latte q.b. e un pizzico di sale. Usare una padellina anti aderente e coprirle con un coperchio per mantenerle morbide.

Ingredienti per il ripieno:
500 g di radicchio rosso ( anche quello tondo romano)
250 g di ricotta fresca
50 g di parmigiano
1 cipollina
noce moscata, sale e poco pepe

Lavare , tagliare e stufare il radicchio con una piccola cipollina sminuzzata. Dopo una ventina di minuti togliere il coperchio e far evaporare tutto il liquido. Far raffreddare un poco e mischiare con la ricotta, il parmigiano, poco sale e noce moscata.

Per la cottura:
150 g di gorgonzola piccante
200 ml di panna fresca liquida
parmigiano
20 g di noci spezzettate
qualche fiocco di burro 

Imburrare una larga teglia da forno. Distribuire un po’ di ripieno su ogni crêpe e piegarle in quattro. Metterle nella teglia sovrapponendole un po’.
Mischiare la panna con il gorgonzola e distribuire la salsa sopra e in mezzo alle crêpes. Spargere qua e là un po’ di noci spezzettate. Coprire il parmigiano e dei fiocchetti di burro.
Mettere la teglia nel forno a 180 gradi per 20 minuti. Quando assume un bel colore sopra toglierla dal forno. Se necessario, passare sotto il grill per 5 minuti.

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

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Per secondo vi proponiamo un classico. Lo ha cucinato Maria Teresa, la mamma della mia amica Bianca. Sì, perché il bello dei legami è che si estendono su e giù per le generazioni… A lei la scena!

Pollo della domenica
È una ricetta familiare, rapida da eseguire e gustosa che proviene come tante altre dall’Artusi che ai primi del 900 diventò il ricettario d’avanguardia nella cucina di mia nonna e della mia prozia, allora giovani spose.
Io l’ho un po’ modificata ma la sostanza è quella.

Ingredienti:

1 pollo non troppo grosso, se si è in tanti 2, oppure aggiungo dei fuselli che sono magri e piacciono molto ai bambini.

Olio, farina, vino bianco, limone, sale e pepe

Odori: salvia, cipolla prezzemolo

Spezzo il pollo in otto pezzi, eliminando il grasso visibile e anche qualche pezzo di pelle, lo lavo e lo asciugo con cura. Passo poi i pezzi nella farina e li scuoto bene, affinché siano coperti solo da un velo. Lo rosolo in un po’ d’olio in una padella dai bordi alti con qualche fogliolina di salvia. Appena dorato aggiungo un po’ di cipolla ben tritata ( poca, non più di un cucchiaio ) e rosolo ancora badando che la cipolla non bruci. Elimino un po’ di grasso se è eccessivo e sfumo con un bicchiere di vino bianco, aggiungo il sale e un po’ di pepe –se piace-. Abbasso il fuoco e copro. Porto a cottura aggiungendo, se serve, un po’ d’acqua calda o brodo vegetale. Quando il pollo è cotto, si trasferiscono i pezzi nel piatto di portata e nel sughetto rimasto nella padella aggiungo se serve, qualche cucchiaio d’acqua o brodo vegetale e spremo il sugo di mezzo limone, anche di uno intero, secondo i gusti e la quantità del pollo. Verso rapidamente il sughetto sul pollo e lo guarnisco con del prezzemolo tritato.
Si abbina bene con qualunque contorno e… buon appetito!

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E il pane? Non lo vogliamo, il pane? Per questo lasciamo i fornelli a Silvia, una cara amica incrociata a Roma anni fa e che oggi vive a Torino. Condivide con me un legame particolare con la Turchia…

“Poacia”
TOC TOC!
E’ permesso? Che bel blog, con questo bianco pulito… e con un bel simit di sottofondo! Che fame!
Sono venuta per offrirti una piccola ricetta. 
Non sarà una di quelle ricette che faranno sbalordire i commensali spingendoli a scriverla sul primo foglietto volante con la promessa che al più presto la rifaranno a casa, ma mi è capitato più volte di avere il grande piacere di vedere i miei bimbi addentarla con fame e soddisfazione. Sono dei panini turchi dal nome all’apparenza impronunciabile, poğaça… no, aspetta, si dice così: POACIA. Anche loro spesso partecipano alle grandi tavolate, confinati in un cestino e spesso ignorati nell’abbondanza globale; ma vicino a un tè (proprio quello del tuo blog!) o in un momento di corsa e di fame rivelano tutta la loro squisitezza, pur nella loro semplicità.

Sono così semplici che ti dico a memoria la mia ricetta (pronta a scrivere?):

Ingredienti:
mezzo chilo di farina
una bustina di lievito, meglio quello di birra secco (in bustina)
un bicchiere di acqua
un bicchiere di latte
mezzo bicchiere di olio, io preferisco quello di semi che è più leggero
sale a piacere
formaggio greco ovvero la feta (ma a Panorama si trova anche beyaz peynir, il formaggio bianco turco)
prezzemolo
un uovo

Mischiare farina, lievito, latte, olio e sale in quantità a piacere (un pizzico come mezzo cucchiaio, come si è abituati) nella modalità a piacere (tradizionale: la classica fontanella sulla spianatoia, la planetaria per la fortunata che ce l’ha o direttamente nella macchina del pane programma dough come la sottoscritta). Lasciare l’impasto a lievitare per un’ora (chi ha la macchina del pane deve aspettare semplicemente la fine del programma, eh eh eh).
Nel frattempo rompete in una ciotola il formaggio con la forchetta e aggiungete il prezzemolo tritato (che in anni di onorato servizio culinario avrete probabilmente già imparato a preparare).
Poi si prende l’impasto, che può avere le consistenze più diverse: l’importante è che sia lavorabile; se è troppo morbido e si appiccica alle dita non prendete l’occasione per giocarci ma ungetevi le mani d’olio e procedete. Formate delle palline di pasta della grandezza di un mandarancio (e anche se non sono uguali le une alle altre nessuno farà le dovute misurazioni); poi prendete la pallina, apritela a disco e mettetevi un cucchiaino circa di formaggio (per i golosi come me anche di più; ma ho considerato anche i moderati). Poi si richiude tutto dandogli di nuovo la forma a pallina e facendo attenzione a chiudere bene la pasta; le palline così confezionate troveranno posto sulla teglia e aspetteranno solamente più la doccia con l’uovo sbattuto che gli spennellerete sopra come tocco finale (per chi non ha il pennellino ricordo che anche per me è passato del tempo prima che lo comprassi appositamente; mi astengo però dal descrivere il procedimento che adottavo). Forno a 180 gradi (molte di voi non leggeranno coscientemente il numero e proprio per questo l’ho scritto) fino a che non diventano dorati.
Ora devo andare Chiara, devo tornare a lavorare! Grazie per la gentile ospitalità, ci vediamo un’altra volta! Ah com’era la tua ricetta….?!?

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Per il dessert, lasciano la cucina a un’altra Alessandra, grafica, mamma e ottima cantante.

Doktorns Persikopaj (Torta di pesche)

Questa ricetta risale a circa dieci anni fa quando il mio caro amico Alberto era fidanzato ad una dolce ragazza svedese, Cecilia! Se fosse in rete potrebbe riconoscerla!

8-10 pesche sciroppate (in genere ne uso 9!)
50 gr di zucchero
1 cucchiaino di cannella

Per l’impasto:
400 g di farina
50 g di zucchero
½ cucchiaino di lievito
½ cucchiaino di sale
100 g di burro

Infine:
2 dl di panna fresca
2 tuorli

Accendere il forno a 225°

doktornsIn un recipiente mischiare la farina con lo zucchero, il lievito e il sale, affettare il burro e sminuzzarlo con un coltello cercando di toccarlo poco con le mani, aggiungerlo alla farina e lavorarlo con la punta delle dita. Mettere questa “pasta” (risulta piuttosto sablé) nella teglia schiacciandola un po’ e cercando di formare i bordi, adagiarci sopra le pesche (in genere ne metto 9), spolverizzarle con lo zucchero mischiato alla cannella, infornare per 15’-20’. Nel frattempo montare un po’ (non molto) la panna con la frusta a mano ed aggiungerci i tuorli. Tirare fuori la torta dal forno ed aggiungere sopra questo liquido, infornare di nuovo a 180° per 25’-30’.

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

E tutte le altre? Facile, le trovate qui. A vostro rischio e pericolo, si intende. Sono tante, tantissime, appetitosissime…

Come siamo?


“Mamma, ma noi siamo vagabonde o pigrone?”. Me la merito tutta, questa domanda del lunedì mattina. Io e Meryem abbiamo passato un fine settimana piacevolissimo, saltellando in giro per una Roma strepitosamente luminosa. Abbiamo mangiato persiano, fatto un piccolo shopping da Eataly (provvedendo a rovesciare lei la panna del gelato e io il caffè), passeggiato a lungo per Testaccio, visitato il Quirinale, assistito a un concerto di musica klezmer… Di tutto, insomma, e pure in ottima compagnia.

In questi casi io sono felice. Sono proprio girovaga dentro. Meno sto a casa più sono contenta (anche se registro con soddisfazione la mia prima sbrinatura di congelatore, un’operazione a dir poco eroica). Giusto la settimana scorsa spiegavo a Meryem Born to run e il fatto che “vagabonde come noi sono nate per correre”. Mia figlia rilevava già allora una certa contraddizione tra la mia natura ideale, da me (e dal Boss) così efficacemente sintetizzata, e la mia innegabile passione per la pennichella sotto il piumone. Arrivato dunque il lunedì mattina, peraltro piovoso e uggioso come pochi, il contrasto si è riproposto più stridente che mai.

Come siamo noi, Meryem? O piuttosto, com’è questa tua mamma sgarrupata che fa del suo meglio per conciliare quello che è meglio per te e quello che è meglio per lei, confondendo non di rado i due piani?

Poche cose so dirti di certo, Guerrigliera. Mi piacciono, molto, i progetti nuovi, i viaggi, le gite, i programmi. Molto più di quanto abbia potuto costatare di persona tu in questi anni, anche a causa di alcune mie magari stupide autolimitazioni logistiche. Non riesco a far finta che una cosa mi diverta, se mi annoia mortalmente. Come sai, odio giocare a cassa. Adoro cantare con te, anche per strada (e se ci guardano, pazienza) e giocare a trovare le rime. Non sono brava a comandare, a nessun livello. Mi hai chiesto se mi diverto a sgridarti: ti ho risposto, senza esitazione, che no, quella è la parte peggiore. Mi hai chiesto anche se fare la mamma è faticoso. Ti confermo, come ti ho già detto, che all’inizio un po’ di fatica c’è, è innegabile. Ma sempre meno. E più cala la fatica più aumenta il divertimento.

Mi piace quando mi costringi a comporre in modo creativo la cena rimediaticcia che ti propino. Mi piace quando mi sbalordisci con le tue frasi poetiche (“Sai quanto ti voglio bene? 100 cavalli, 1000 foglie, 40 scarpe e tutto il mondo”). Tante cose mi piacciono e non mi piacciono. Ma io? Come sono?

Questo non posso dirlo io, piccola Guerrigliera. Ti posso assicurare però che cerco sempre di essere onesta con me stessa e con te. Un mio pregio, certamente, è che per quanto profondamente io mi possa scoraggiare, la mattina dopo solitamente sono pronta a ripartire. Ma né i miei pregi né i miei molti difetti, che tu non manchi mai di rilevare (pigrona, pasticciona, distratta…) bastano a dire come sono e tanto meno come siamo, noi. Hai fatto ancora una volta una domanda difficile. Come siamo noi? Spero che siamo felici insieme, il più a lungo possibile. Siamo soprattutto io e te, alle prese  – come tutti – con una vita che non è mai come ce la aspettiamo. E per ora, mi azzarderei a dire, non ce la caviamo male. Sei d’accordo?